Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine
Part 3
Lunghissimo sarebbe enumerare tutte le strade da cui è tagliata la Brianza, onde ci limiteremo ad accennarne le principali. La _strada militare_ da Milano a Vienna, giunta a Monza, entra nei distretti di Vimercate, di Missaglia, di Brivio, d'Oggiono e di Lecco, indi procede sul lungo della sponda orientale del lago di Como. È un ramo di essa l'altra che si stacca da Monza, viene a Vimercate, Bernareggio, Imbersago, Brivio, e ad Airuno si unisce ancora colla strada militare. Un secondo ramo parte da Monza, va a Biassonno, Canonica, dove si divide in due rami secondarj, di cui quello più occidentale piega verso Albiate, la Costa d'Agliate, e il più orientale attraversa il ponte sul Lambro tra Canonica e il Gernetto, va a Lesmo, a Casate Nuovo, Monticello, Barzanò, Dolzago ove si separa in forma d'un ipsilon, mandando le due linee sulle due sponde del lago d'Oggiono, le quali mettono poi capo nella strada provinciale da Lecco a Como. La quale ultima strada, partita da Lecco, cammina in una direzione tortuosa sotto Valmadrera, pel Piano d'Erba e finalmente decade nella valle ove giace la città del Lario. Queste strade che sono le primarie vengono intersecate da un numero infinito d'altre secondarie, destinate a congiungere paese con paese, ma sarebbe lungo, difficile e forse senza molto vantaggio l'andar tutte rammentandole.
La strada _dell'Alzaja_ vuol essere nominata e per la lunghezza della sua linea e per la sua importanza. È questa una via rialzata, quando tagliata nella roccia, quando nascosta e corrente sul lembo d'un bosco, quando artificiosamente collocata su terra portata, che corre a seconda del naviglio della Martesana, del naviglio di Paderno e dell'Adda, non interrotta da Milano fino a Brivio ed è destinata a cavalli, che traggono le navi a ritroso del fiume, non potendosi in altra guisa rimontare contro la cadenza delle acque.
Anche la Valsassina e la Vallassina sono tagliate di mezzo da due strade faticose per chi è avvezzo alle orizzontali pianure della Lombardia. La prima cominciando a Lecco va a sboccare, dopo aver percorsa tutta la valle, a Bellano; l'altra continuando la strada postale che viene da Monza, giunta ad Erba, entra nella Vallassina ed assecondando il corso del Lambro mette capo a Bellagio terra del lago di Como.
ABITI E COSTUMI.
I nostri signori e gli artigiani, presso a poco hanno una foggia di vestirsi quasi comune con tutta la Lombardia, i primi seguaci più o meno delle usanze che ci manda l'elegante Parigi, i secondi contenti per lo più al frustagno nei giorni di lavoro, al velluto od al grosso panno nei dì festivi.
La classe che si distingue ed ha una forma propria d'abiti sono i contadini, che discerni dagli altri di Lombardia ai calzoni curti, alla marsina di grossa lana o verde o marrone, colle falde abbreviate e quadrate, al cappello dalle larghe tese dalla testiera informata al capo. Il fattore, il sagrista, l'uomo importante ravvisi al largo nastro rosso onde s'allaccia le gambe sotto il confine dei calzoni corti; il ricco massajo, che passò coi suoi risparmj dalla condizione di servo a quella assai migliore di padrone senza perdere punto dell'antica economia, scerni alla lunga marsina, con ampie tasche, fedeli alle calze bianche, ai calzoni abbreviati, rimodernandosi solo un cotal poco nella forma e nella finezza del cappello, lontani però sempre dalle consuetudini comandate dalla moda cittadinesca.
La contadina nella sostanza e nella forma degli abiti poco varia dalle contadine milanesi; ai dì feriali corsaletto e sottana di cotone, grembiule di tela; ai dì festivi corsaletto più sovente di velluto che di panno se inverno, di cotone se estate, di cotone la sottana, di cotone il grembiule. Al collo un vezzo di filigrana o coralli, in testa un'aureola di spilli d'argento, ricchissima nella giovine sposa del contadino benestante, e terminata sul confine delle orecchie in un agone pure d'argento infisso nelle treccie; sulla fronte i capelli con una piccola dirizzatura in due partiti, il più delle volte tirati dietro le orecchie, qualche altra composti in ricci. Questa generale eleganza delle donne brianzuole, è, secondo Gioja, uno dei primi elementi della nostra agiatezza, poichè i mariti raddoppiano la lena del lavoro per procacciare i mezzi di mantenere questa decente pulitezza.
SCRITTORI CHE PARLARONO INTORNO ALLA BRIANZA.
Redaelli Carlo: _Notizie storiche della Brianza, del distretto di Lecco, della Valsassina e dei luoghi circonvicini._ Milano, presso i Classici Italiani e Rusconi. Opera rimasta sospesa, fascicoli quattro in-8.º Lir. 4. Aust.
—— _Dell'antico stato del lago di Pusiano._ Milano, Destefanis, un vol. in-32.º Lir. 2. Aust.
Annoni Carlo: _Memoria istorico-archeologica intorno al Piano d'Erba._ Como, presso i Figli di Carl'Antonio Ostinelli, 1831, un volume in-8.º Aust. Lir. 3.
—— _Monumenti e fatti politici e religiosi del Borgo di Canturio e sua Pieve raccolti ed illustrati._ Milano, pel Dottor Giulio Ferrario, 1835, un grosso volume in-4.º di pag. 475 corredato di molti rami. Aust. Lir. 30.
Cantù Cesare: _La Madonna d'Imbevera. — Racconto._ — Milano, presso Truffi e C.º 1835, un volumetto in-16.º Aust. Lir. 2.30.
Cantù Cesare e Michele Sartorio: _La Lombardia pittoresca._ Milano, presso Ant. Fortunato Stella. Finora pubblicati fascicoli 17 ad Aust. Lir. 2. ciascuno.
Cantù Ignazio: _Le Vicende della Brianza e dei paesi circonvicini._ Milano presso Santo Bravetta, 1836-37. Opera completa in 6 fascicoli componenti due vol. in-8.º Aust. Lir. 9.
Amoretti Carlo: _Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiori, di Lugano e di Como e nei monti che li circondano._ Milano, presso Silvestri, 1824. Aust. Lir. 4. Un volume soverchiamente conciso e manchevole nella parte che ci risguarda.
Bombognini Francesco: _Antiquario della Diocesi di Milano, seconda edizione con correzioni ed aggiunte del Dottore Carlo Redaelli._ Milano, 1828, in-8.º di pag. 321. Libro pregevole nella parte antica, inesatto e povero nella parte moderna.
N. N.: _Un'ora nel Giardino di Desio._ Milano, presso Giovanni Battista Bianchi, 1829.
Polidori Abate Luigi: _Il Gernetto._ Poemetto con note. Milano, dalla tipografia Pogliani, 1833, fuor di commercio.
N. N.: _Di che possa intrattenersi il forastiere in Monza._ Monza, dalla tipografia Corbetta, 1833.
Mezzotti Giovanni Antonio: _L'Imp. R. Parco di Monza — Cenni._ — Milano per Antonio Fontana, 1830, in-8.º di pag. 42.
—— _Il Cronista Monzese: Anno I._ Milano, tipografia Malatesta di Carlo Tinelli, 1837. Aust. Lir. 1.
Sartorio Michele: _I Giardini d'Italia._ Milano, presso la tipografia dei Classici Italiani: quattro volumetti pubblicati a guisa d'almanacco.
Tamassia Giovanni: _Quadro statistico dei cantoni di Taceno e di Lecco._ Milano, 1804.
CAPITOLO PRIMO.
MONZA.
_La cattedrale di San Giovanni. — Teodolinda regina dei Longobardi. — Il Tesoro. — Il Palazzo del comune. — Il Pretorio. — Bernardino Luini alla Pelucca. — Il Seminario. — Altri stabilimenti._
Per cominciare la nostra gita da qualche punto considerevole ci trasporteremo direttamente a Monza, antichissima città, illustre per vicine e lontane memorie, che furono raccolte dal Moriggia, dallo Zucchi e più largamente dal canonico Frisi[4].
Lasciando ad altri la cura di parlare di proposito di esse, noi staremo paghi a ripeterne quel tanto che torni bene al nostro lavoro.
La _cattedrale_ che sorge nel cuore della città riconosce la sua edificazione dalla regina Teodolinda che, al dir di Paolo Warnefrido, la fece fabbricare «per sè, pel figliuolo, per la sua figlia e per tutti i Longobardi italiani, onde avessero San Giovanni avvocato presso Dio per tutti i Longobardi».
La devota fondatrice è ricordata in più luoghi del tempio. Sulla facciata vedi questa regina in atto di presentare a San Giovanni Battista una corona gemmata, nel bassorilievo a mezzaluna al di sopra della porta maggiore d'ingresso, la vedi altresì sul pronao in un tondo, a cui risponde un altro raffigurante Adaloaldo suo figlio; ti appare ancora in un evangelio da lei donato alla chiesa monzese come ricorda l'appostavi iscrizione:
DE DONIS DEI OFFERIT THEODOLINDA REGINA GLORIOSISSIMA SANCTO IOHANNI BAPTISTÆ IN BASILICA QUAM IPSA FUNDAVIT IN MODICIA PROPE PALATIUM SUUM[5].
Finalmente si crede che le ossa di lei unite a quelle del suo figlio riposino nell'urna vicina alla sagrestia poco discosta dai freschi che raffigurano le sue gesta.
La facciata, obbliqua al correre delle tre navate, è di liscio marmo, tagliata da sei filoni; fra i due di mezzo un finestrone rotondo, fiancheggiato da due altri di minore circuito; sulla porta maggiore una statua metallica del Precursore, sotto cui un terrazzino di marmo bianco sostenuto da due colonne di serpentino a cui servono di base due leoni.
La torre alta centotrentacinque braccia, detta volgarmente il _Grandone di Monza_, bellissimo lavoro di Pellegrino Pellegrini (cominciato nel 1592 terminato nel 1606), è una delle vedette più propizie per contemplare ad un volgere d'occhio le amenità della Brianza.
Nel secolo XIV. in cui il fervore religioso toccava l'auge della sua potenza, i Monzesi, bramosi di allongare la loro cattedrale, vi aggiunsero due archi, riducendola così alla lunghezza di braccia 122, ed alla larghezza di 48, commettendone la facciata, il pulpito, il battistero allo svizzero Matteo Campioni, forse il migliore architetto italiano de' suoi tempi, di cui leggi l'epitafio nell'esterno della cappella del Santo Chiodo in questa medesima basilica, che dice:
HIC JACET ILLE MAGNUS EDIFICATOR DEVOTUS MAGISTER MATHEUS DE CAMPILIONO QUI NUNC HUJUS SACROSANTE ECCLESIE FATIEM EDIFICAVIT EVANGELICARIUM AC BAPTISTERIUM QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXXXXVI DIE XXIIII MENSIS MAII[6].
Fra le molte pitture, ond'è questa chiesa decorata nell'interno, sono d'Isidoro Bianchi i freschi sulla volta, del Montalto e di Giulio Cesare Procaccino i laterali all'altare maggiore, del Guercino da Cento il quadro della Visitazione, di Bernardino Luini quello di San Gerardo.
In un altare a sinistra del maggiore, è custodita la rinomata _Corona ferrea_, tutta d'oro puro, brillantata di ventidue pietre preziose, fatta a guisa di cerchio senza raggio, e divisa in sei pezzi, legati fra loro con versatili cerniere. È resa sacra da una lamina di ferro che la circonda nell'interno, e che, secondo un'antica credenza, è uno de' chiodi della Passione. Solevano di essa coronarsi gli antichi re Longobardi e Italiani; se ne fregiò pure in Bologna Carlo V., ma dopo lui rimase inoperosa fino al 1805 in cui l'eroe del nostro secolo volle richiamarla all'antica destinazione ricevendola dalle mani dell'arcivescovo Caprara nel duomo di Milano, e ponendola da sè medesimo sul proprio capo.
Nella sagrestia è a vedersi il ricco tesoro, preziosi oggetti in argento ed oro, fra cui la rinomata chioccia coi pulcini, ed altre ricchezze largite a questa chiesa da magnifici sovrani. Tanto valore non potè sfuggire all'avidità dei repubblicani, quando nel 1796 rapirono le ricche suppellettili delle chiese, per trasportarle sulle rive della Senna, ma fortunatamente nel 1816 con solenne cerimonia fu dai Monzesi ricuperato.
Di moderno non ha la cattedrale che il pulpito disegnato dal profess. architetto Amati, uno degli illustri viventi che onorano questa loro patria, e l'altare disegnato dall'Appiani. Sotto l'atrio attiguo alla chiesa, entro una nicchia perpendicolare e difesa da un usciolo di legno è lo scheletro disseccato di quell'Estore Visconti, figliuolo naturale di Bernabò e Beltramola Grassi di Cantù, che avendo usurpato il dominio di Monza, valorosamente si sostenne contro Facino Cane, finchè un colpo di spingarda fiaccatogli lo stinco sinistro, il tolse di vita nel 1413. Quali sensi ti corrono al cuore ricordando le gesta gloriose d'un eroe in faccia al suo cadavere indolente!
Una storia di Monza, anche dopo quella del Frisi, sarebbe un campo quasi vergine ancora, quando uno volesse assumere la lunga fatica di minutamente esaminare le molte carte e pergamene deposte nell'archivio dove troverebbe larga messe da raccogliere, giovevole anche alla storia generale del Milanese e dell'Italia. Colla cattedrale si raffronta assai bene per antichità il _Palazzo del Comune_ sotto le cui due aguzze navate oggi l'erbajuolo, il pollajuolo ed il merciajo tengono i loro mercati. Pare che il tempo dell'erezione di questo antico edifizio paralellogrammo, che da Sire Raul e Morena, apologisti del Barbarossa, viene a questo imperatore attribuita, debbasi dedurre dall'iscrizione sovra la porta del Pretorio contiguo ad esso ove è detto:
✠ MCCLXXXXIII DE MENSE JUNII..... IN REGIMINE NOBILIS ET POTENTIS MILITIS DNI PETRI VICECOMITIS POTESTATIS BURGI DE MODOETIA FACTUM FUIT HOC OPUS[7].
Al di sopra di quelle due vôlte, nella loro lunghezza aperta da cinque archi, stendesi l'ampia sala ove si raccoglieva il consiglio comunale. La ringhiera, parte integrale di questi pubblici convegni, la quale appare più recente dell'edificio, mostra sulla sua spalletta due vipere, insegna della potenza viscontea, un cimiero, una luna crescente, ed in mezzo un'aquila che stringe fra gli artigli un cervo, simbolo delle miserabili contese guelfe e ghibelline.
La facciata settentrionale alla sua sommità si tramuta in una torre quadrata a cupola conica, su cui era collocata la solita campana per radunare il popolo a consiglio. È volgare credenza che su questa torre sia stato collocato il terzo orologio a martello[8], poichè in un antico necrologio di Monza scritto in latino si legge: _1347 ultimo di marzo. Il savio uomo Leone Frisi custode della chiesa di Monza fece recar da Milano in detta chiesa di Monza un orologio fatto da maestro Giovanni, Maestro de' grandi Signori di Milano_. Questi sarebbe Giovanni Dondi, quel medesimo che fabbricò l'orologio di San Gottardo, e che con lautissimo stipendio si trovava appunto ai servigj dei Visconti.
E la signora di Monza? Diventò personaggio troppo importante perchè uno voglia venire in questa città senza richiedere di questa Virginia Leyva, nipote d'Antonio De-Leyva, spagnuolo, principe d'Ascoli, buon soldato, ma cattivo nel resto, cui Manzoni mascherò sotto il pseudonimo di Geltrude. Condusse la sua stentata gioventù nel monastero delle Umiliate di _Santa Margherita_, presso il quale sorgeva il palazzo della famiglia Osio a cui apparteneva Gian Paolo, che sedusse la Virginia, trafugò una conversa e le due monache Ottavia Rizia e Benedetta Felicia che poi assassinò. La casa dell'Osio fu per ordine del senato nel 1608 ruinata dalle fondamenta e postavi una _colonna infame_ su cui scolpita la sua sentenza. In appresso il luogo fu convertito in un giardino, che ora è unito al _Collegio Bianconi_.
Il _Seminario_, a cui si spiana dinanzi una piazza quadrilunga è disegno dell'architetto Giacomo Moraglia, nome notissimo ai Brianzuoli che ebbero eretti da lui tanti edificj sacri e profani, e del quale speriamo vedere tra poco condotto a termine anche il disegno della chiesa di San Gerardo, che dall'operosa carità d'alcuni devoti si sta innalzando al concittadino e patrono dei Monzesi, il quale nel secolo XIII. eresse in patria un ospitale e segnalò la sua indomabile umanità fra le miserie d'una micidiale pestilenza.
Abbiamo già nominato il quadro di Luini che rappresenta questo santo nella cattedrale; del medesimo pittore si credono pure due freschi uno nel _Palazzo municipale_, l'altro sulla porta della _Casa d'industria_. Il qual Bernardino Luini stette qualche tempo nell'ospitale ritiro della _Pelucca_, rimpiattato dalle indagini della Inquisizione, che lo voleva al suo tribunale. Poichè, mentre il pittore coloriva i misteri della Passione nella chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano, il proposto di questa, con cui non se la diceva troppo bene, salito sul ponte ove stava lavorando il pittore pose il piede sur un'assicella, che si scompose e gli cade di sotto, ed il sacerdote ne precipitò arrivando a terra colle cervella sfondolate. Ne fu dato carico a Bernardino, che vistosi in aria cattiva, stimò miglior partito cercar salvezza nella fuga, e travestito da mugnajo si ridusse nella villa dei _Pelucchi_, dove trovò protezione e sussidj, e dove in ricambio frescò le pareti e condusse probabilmente i dipinti nominati di sopra.
Ma l'oggetto onde il nome di Monza suona anche in lontani paesi e trae maggior numero di visitatori è il Parco reale, che comprendendo quattordici mila pertiche di terreno è dei più vasti d'Italia. Noi diremo qualche cosa di esso, dopo aver fatto un breve giro nella principesca villa che vi è unita, grandioso lavoro di Piermarini.
CAPITOLO SECONDO.
IL PARCO REALE.
_Palazzo. — I freschi d'Appiani. — Il Parco. — Il Frutteto. — Cassina di San Lorenzo. — Marco Visconti. — I Forni. — Il Mirabellino. — La Faggianaja all'Ungherese. — Il Bosco bello. — Il Belvedere. — La Faggianaja all'Italiana._
Quando Andrea Appiani cominciava a dar luminose prove del suo ingegno fu chiamato a decorare di freschi la _Sala rotonda_ che sta nel mezzo del magnifico palazzo vicereale. Il lavoro di alcuni anni fu coronato d'un pieno successo; il tema furono gli amori e l'apoteosi di Psiche.
Lo scompartimento è una medaglia grandiosa a figure quasi naturali, coronata di quattro lunette sulla volta stessa e di quattro superiormente alle porte.
In una, Psiche bellissima nelle sembianze, sfarzosa negli ornamenti, modesta negli atti, trae intorno a sè i popoli rapiti d'ammirazione. Nella seconda, la giovinetta contemplando immobile l'angeliche forme d'Amore addormentato, lascia partire incautamente dalla sua lucerna quel raggio di luce funesta, che deve risvegliarlo. Nella terza, Psiche prostrata chiede da Proserpina, seduta su magnifico trono, il vaso della bellezza; che nella quarta dischiude improvvidamente, e trovato invece della bellezza il sonno, vinta da irresistibile forza, s'abbandona a dormire sull'erba. Amore sollecito la sveglia, toccandole l'omero sinistro colla freccia lieve lieve che non la punga. Oh chi non sente la mistica voce di quel tocco! Nelle altre ond'è adorna la vôlta vedi Venere, che punta di sdegno, giura vendicarsi del trionfo riportato da Psiche di sovrana bellezza; la Dea d'amore che riceve il vaso della bellezza dall'innocente fanciulla; Amore che dinanzi a Giove perora per l'amante e per sè; finalmente Mercurio che reca Psiche fra le eterne esultanze del cielo. Nella medaglia di mezzo la fortunata giovinetta è condotta da Amore dinanzi a Giove, a Giunone, a Diana ed a Pallade perchè riceva gli onori della divinazione.
Dir tutti i pregi di questo lavoro non sarebbe nè da me, nè della mole del mio lavoro, onde mi basti averne tocco l'argomento, lasciando che il contemplatore ne riveli il merito da sè medesimo.
E del palazzo reale ci basti l'aver accennato questi dipinti, a cui aggiungeremo la sua elegante facciata in ciascuno de' lati, il teatro e la cappella.
L'anno dopo che Napoleone avea assunta la corona di re d'Italia commise il disegno del vasto Parco che fu cominciato dal cavaliere Canonica e finito dall'ingegnere Tazzini.
Ad esso si entra, uscendo dal palazzo, pel cancello che dà sulla via di Vedano, e prima sotto i filari dei roveri compare a manca il _Frutteto_, con cui fa un bizzarro contrasto la gotica torre della _Cassina di San Fedele_, illustre pel valore onde Marco Visconti respinse di là con cinquecento fanti i soldati più numerosi di Galeazzo Visconti. Eppure erano cugini! tristissimi tempi in cui l'ambizione aveva soffocato ogni senso di carità, di gratitudine, di parentela! La bastia qui appresso fu dallo stesso Marco distrutta, quando cinse Monza di nuove mura rinforzate presso Porta a Milano col castello entro cui erano i _Forni_ «certe cameruccie disposte l'una sopra l'altra nei varj piani della rôcca, nelle quali si calava da un buco, che era nella vôlta: buje del tutto, col pavimento convesso e scabroso, così basse, così anguste che uno non si poteva recar diritto sulla persona se stava in piedi, non distendersi, ove si fosse voluto mettere a giacere, ma dovea starsene accoccolato o ravvolto, con tormento indicibile. Galeazzo medesimo avea fatto fabbricare quegli orridi luoghi per tormentarvi i prigionieri di stato e fu egli il primo a provarli, adempiendo in sè una predizione che era corsa nel tempo appunto che si stavano costruendo[9]».
Il cardinale Durini amico di tutti i dotti del suo tempo, dotto anch'egli, eresse nel 1776 il _Mirabellino_ rialzato al sommo d'una collinetta donde può la vista assai lontano, poco disgiunta dal quale è la _Faggianaja all'Ungherese_, che al pari della _Faggianaja all'Italiana_ è ricchissima di questo ghiotto augello.
Un viale che di là si dirama mette al _Bosco Bello_, del circuito all'incirca di quattro miglia, popolato di timide lepri. Proseguendo potrai ascendere al _Belvedere della Costa_, e confortarti d'una deliziosa veduta, non omettendo però di visitare la _Cascata da Bertori_, e il _Serraglio de' cervi_ a cui mette un arco a sesto acuto adorno degli stemmi viscontei.
Del resto per ogni dove tu volga l'occhio ti sfolgoreggiano dinanzi bellezze sempre varie e sempre nuove.
E nel silenzio delle valli chete Arresta il pellegrin verde laghetto Non turbato da remo ovver da rete; Sul cui tranquillo e riposato aspetto La pianticella acquatica s'allegri E mettendo a fior d'onda alcun fioretto, E d'abbondante umor sempre rintegri Le rigogliose fluttuanti foglie Le capellute barbe e i germi integri.
CAPITOLO TERZO.
DA MONZA A MERATE PER LA VIA MILITARE.
_La Santa. — Arcore. — Velate. — Il Pozzo della Monaca. — Ville Giulini e d'Adda. — Usmate. — Oreno. — Vimercate. — Pirovana. — Lomagna. — Osnago. — Ronco. — Montevecchia. — Cernusco Lombardone. — Carsaniga. — Merate. — Robbiate. — Verderio. — Novate. — Sabbioncello. — San Rocco. — Subaglio. — Montebello._
Appena uscito dal borgo di San Gerardo avrai a manca la cinta del Parco dalla quale non ti accomiaterai che dopo un miglio di viaggio, presso la _Santa_, lunga contrada ch'ebbe nome da una chiesa antichissima di Santa Anastasia.
Quale sorriso di variatissima scena ti si spiega dinanzi! casali, ville, giardini, floridi colli d'insensibile pendìo, bellezze create dalla natura e accresciute dall'arte, colti di prodiga ricompensa alle solerti fatiche del colono, che curvo sulla marra o sparso nei vigneti canta le canzoni del suo villaggio, alternandole colle vispe forosette dai fianchi baldanzosi, e ridenti nel volto di rosata bellezza! Oh non turbino quegli animi mai desiderio di mutamento! Oh sapessero le cure che accompagnano le ricchezze quanto meglio ravviserebbero le delizie della vita povera, ma contenta! Giuseppe Parini confrontando la serena fantasia, la ricchezza del cuore, i pochi bisogni e i pochi desiderj di questi contadini, col tumultuoso affannarsi di chi va in traccia di grandezze a cui presto deve dare un irrevocabile addio; confrontando la decenza delle spalle, la bella proporzione delle membra, il franco portar della persona, il viso rubicondo di queste villanelle, colla faccia interriata, cogli occhi lividi, coi corpicciuoli disseccati di molte cittadine; confrontando la vispa ubertà di questi campi colla neghittosa grettezza delle città, ripeteva: