Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine

Part 11

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Nessuno che si trovi a Cantù deve omettere di vedere l'antichissima chiesa di _Galliano_, per quanto ruinata e mal custodita. Presenta, secondo i canoni dell'antica disciplina, tre navi; nella destra presso la porta d'ingresso s'erge una torre e dirimpetto alla porta l'altare e l'abside; ove in quattro gironi è dipinto il martirio di San Vincenzo, patrono di quella chiesa. Sono innumerevoli le figure che adornano quella volta, una delle quali, ora levata, rappresentava l'illustre Ariberto da Intimiano, che prima d'essere metropolita milanese era stato custode di questa chiesa. Chi può dire di chi siano quelle pitture? Credo nessuno; nulladimeno avuto riguardo ai tempi in cui furono eseguite ed al loro merito, per quanto rozze ed inarmoniche, si potrebbe conghietturare fossero di pennello greco, sapendo che dipintori greci erano a Venezia anche a' tempi della nostra totale ignoranza. Pochi passi a sinistra di questa chiesa vi è l'antico battistero, girato nell'interno dalla solita ringhiera, a cui mettono due scale, destinate ai curiosi ed ai devoti, che traevano alla cerimonia del battesimo. La chiesa di Galliano fu capo pieve fino ai tempi di San Carlo Borromeo.

Al nord di Cantù è _Intimiano_, patria del già citato arcivescovo Ariberto, nato secondo alcuni in un castello, sulla cui area fu costruita la casa Luraschi. I suoi abitatori hanno la singolare abilità d'intrecciare cappelli di paglia, ed erigere archi trionfali di paglia, giunchi e mortella.

Una linea che tira a sud-est da Cantù guida verso Mariano. È tagliata a _Pozzolo_ da un'altra strada, che venendo da Alzate passa per _Vighizzolo_, poi intercide la strada per cui percorriamo, indi guida a _Figino_, poi a _Novedrate_, una delle delizie de' conti Taverna dove, nella chiesa di San Donato, si vedono due angioli scolpiti dal meritissimo Gaetano Monti, per commissione del conte Giacomo Taverna. Il Seveso, che nasce nel piano _Bassone_ sul Comasco, divide questa terra da _Carimate_. _Mariano_, posto quasi a piedi della placida collina su cui si raccolgono i vini migliori del distretto di Cantù, è distinto per l'ampiezza della sua estensione, per la vastità della piazza comunale, pel palazzo Passalacqua e molte altre case di villeggiatura. Ha un'aulica chiesa di Santo Stefano con alta e antica torre, ed un vetusto battistero che sorge alla sinistra della parrocchiale. Un mercato settimanale stabilito nel 1512, molti setificj, e l'operoso esercizio d'agricoltura, d'arti e di mestieri danno agli abitatori di Mariano quell'agiatezza che non viene mai meno all'attività. Di qui fiancheggiando la _Roggia vecchia_ per un lungo rettifilo di strada si viene a _Cabiate_, dove sale la vista alla bella e deliziosa villa Paduli, indi per un altro rettifilo si giunge a _Meda_, nota pei mobili di stanza che vi si fabbricano, e circa un miglio dopo si arriva a _Barlassina_ sulla strada da Milano a Como. Da Mariano si viene poi a Paina per una via a sud-est, radendo per qualche tempo la _Roggia Borromea_.

Ora, prendendo l'alta strada più corta, bisognerà che da Erba ci rechiamo a _Pontenuovo_, ascendiamo la riva di _Nobile_ e ci portiamo a _Lurago_, arrestandoci ad ammirare il degradante pineto e il vago giardino che adorna la vistosa villa Sormani. Il maestoso concerto delle campane di questo villaggio non vuol essere taciuto, trattandosi d'una materia di tanta importanza, di tante guerre, di tante liti fra gli abitatori di campagna. Qui sono molte fornaci di mattoni e di tegole fatte con argilla plastica comune, cavata in luogo. Alla sua sinistra è _Lambrugo_, posto sul ciglio della valle del Lambro, dove la famiglia Galli possiede una casa di delizie, sostituita ad un pacifico romitorio di vergini. Chi cammina pedestre, miglior modo di esaminare accuratamente tante bellezze, può discendere a vedere minutamente il burrone del Lambro, che procede ricco d'acque e con ripido corso alla volta di Monza. Però anche una leggiera osservazione al letto di questo fiume persuade come una volta accogliesse maggiore dovizia d'acque, onde alcuni conghietturarono che servisse di sfogo al Lario, prima che l'Adda si fosse aperto il suo corso.

Procedendo sulla strada principale, poco dopo Lurago, ecco presentarsi il vaghissimo _Inverigo_ ove giganteggiano la moderna Rotonda Cagnola, e l'antica delizia Crivelli. L'una e l'altra vogliono essere accuratamente vedute.

L'aspetto imponente del grandioso edificio con cui l'illustre marchese Cagnola richiamò fra noi i superbi monumenti della greca splendidezza si presenta in forma quadrilunga sulla cima d'una amena collina, colla facciata principale rivolta a tramontana, ciò che fa temere non possa essere di danno ai fregi di cui è decorata. Alla solidità esterna, bellissimo contrapposto a quella smilza architettura che rassomiglia a cadaveri ambulanti, risponde benissimo la parsimonia degli ornamenti, del pari lontana dalla grettezza, che qualche volta si scambia col nome di semplicità, e dalla turgidezza, che sì mal corrisponde alle leggi dell'occhio e del buon gusto. Presenta nel mezzo un'ampia sala circolare, illuminata da un lucernario superiore, onde tutto il palazzo è volgarmente detto la _Rotonda_. Ha lateralmente due edificj, ad oriente l'oratorio, ad occidente il triclinio, i quali sono al di fuori abbelliti dall'egual colonnato che adorna la fronte del palazzo. Dal pianerottolo della porta d'ingresso si cala al livello della collina per un ampio scalone, sotto i due lati del quale si entra a vedere i grossi tronchi di colonne che sostengono il pavimento della sala di mezzo. Un altro scalone, come il primo maestoso, conduce dalla porta d'ingresso meridionale egualmente al livello della collina, che cadendo qui precipitosa, rese necessario che si facesse dopo l'ultimo gradino una balaustrata sostenuta da grandiose cariatidi lavoro di Pompeo Marchesi. Una scala interna, dapprima agiata e che poi si va ristringendo e rimane chiusa nella grossezza del muro, conduce sulla cupola della sala, a vagheggiare un estesissimo orizzonte. La casa Crivelli distinta per la singolare estensione de' suoi cipressi serba tutti i vestigj della potenza feudale. Un ampio giardino pendente si stende a settentrione del palazzo, e ad oriente ed occidente lunghissimi filari di cipressi, che danno a questo palazzo una originale vaghezza.

A manca del palazzo sorge sur un altopiano un Ercole colossale, offeso ma non ruinato dagli anni, notissimo per queste terre col nome di _Gigante_. Ivi è luogo di mattutine e vespertine gite, di allegre collazioni e merende, e di là poco discosto è un fecondo paretajo (_bressanella_), a cui si va per una lunga galleria di carpani. L'argilla d'Inverigo presenta caratteri alquanto diversi della solita; facilmente s'impasta coll'acqua, è morbida al tatto, masticata sotto i denti fa, al pari di quella di Nobile, sentire alcune parti silicee. Con essa si fanno buoni mattoni e tegole in grandissima quantità. Due cave, quasi esaurite, una di proprietà Crivelli e l'altra della chiesa parrocchiale d'Inverigo, producono durissime pudinghe (_ceppo_), grossolane nella parte superiore, ma compatte nell'impasto inferiore e legate dal solito cemento calcario. Un'altra produzione minerale sono i tufi calcari, d'un colore grigiastro, leggiero e molto poroso, misto di sottili cilindri stalattitici, che s'intrecciano in tutte le direzioni. Ad Inverigo sedette il pretore feudale, del quale ora non rimane che l'abitazione convertita ad altro uso e lieta d'un ameno orizzonte. A _Santa Maria della Noce_, luogo di mercato settimanale, vedrai nella chiesa buoni quadri, ed è uno de' luoghi ove si stabiliscono i prezzi de' bozzoli; al _Lavello_ la chiesa è ricchissima di pitture forse un po' grotesche, ma non prive di merito; all'_Orrido_, la natura congiunta coll'arte creò un luogo di romantica bellezza, sebbene le acque che vi dovrebbero essere accolte vengano deviate pel vantaggio d'alcuni mulini. Era una di quelle sere di autunno in cui il tumulto della città corre a dar vita alla pace delle campagne, e fra l'incanto delle agresti canzoni tornano dai campi le montanine bellezze a ritrovare il ristoro della cena e del riposo. Io affacciato ad un verrone di casa Crivelli mirava la sottoposta valle sepolta nella quiete solenne della notte. M'apparivano di fronte il maestoso monte di Canzo seminato alle falde di paeselli, indi correvo coll'occhio dentro nella Vallassina, fin sul faticoso Castelmarte, raffigurava il pineto di San Salvadore che mi richiamava la pace, onde quell'asilo era lieto, prima che si desse il nome di progresso e di lume alla distruzione de' cenobj e de' cenobiti, poi rialzava lo sguardo alla Colma; a manca vedeva lo zaffiro nel cielo piegarsi sulle montagne comasche; a destra di tratto in tratto i lucidi serpeggiamenti del Lambro sottoposto ed il rimanente della Brianza, una fuga di colline a cui facevano cornice i monti maestosi che assecondano il corso dell'Adda! Poco dopo tutto era quiete, non isplendevano che i fuochi de' casolari, intorno alle frugali cene degli allegri contadini. Intanto sorgeva la luna. Oh qual nuovo spettacolo! come soave era il suo raggio propagato placidamente sul liscio piano dei laghi, sui vitiferi colli, sugli elevati campanili, sulle croci benedette de' camposanti! Quella sera mi dura ancora fissa nel cuore, come la ricordanza soave del primo, dell'unico amore!

Il vallone dell'orrido, col mulino solitario che lo ravviva, inspirava la seguente bellissima poesia inedita.

IL CONGEDO MILITARE

MELODIA ITALICA

DELLA VALLE D'INVERIGO

MESSA IN LUCE DA

SAMUELE BIAVA.

Quando tacquero gli squilli De' cimenti bellicosi, E sostarono i vessilli In pacifici riposi, Che per vedove, pupilli Son ricordi lagrimosi, Lagrimosi per le belle Fidanzate verginelle: Io que' campi dei cimenti, Quelle tende abbandonai, Dove molti fra gli stenti Eran gli anni che passai; E la mano dei valenti Qua, là stretta, m'avviai Col retaggio del soldato, Fardelletto immacolato. Torna meco il cor leale Senza cruccio di rapina, Nunzian presso il suol natale Suon di fiume; erbosa china; E un pensiero sale, sale Dove gaja montanina Col sorriso dell'amore Prigionier mi fece il core. Ecco alfine la vallea, In cui gli anni giovinetti Col tripudio trascorrea Dei sospiri benedetti; E il mulino mi ricrea Coi garofani diletti, Che ancor pendono a festoni, Come allora, dai balconi. E che vuol lassù spïare Il mio sguardo per la vetta, Se non è quel casolare, In cui forse ancor m'aspetta...! Oh, fuor fuor del limitare Sporge il capo una vedetta...! Sento un brivido, e due stille Mi fan velo a le pupille. Poi col suon dell'esultanza — Salve, io grido, a lei, che olezza, Come il fior che ha più fragranza, Caro premio a la prodezza! Se qui fosse la mia stanza, Il conforto a la stanchezza...! Corsi l'acque, i continenti Fra pericoli, fra stenti —. Stette muta; e incoraggiato Il suo timido mistero Rispondea — Non ha scordato, No quest'anima un guerriero...! Pace all'ospite onorato, Che fra noi non è straniero! L'ebbe anch'egli la preghiera Della mane, della sera —. Fu quel viso di vermiglio Pria, qual rosa, colorito; Indi estatico, qual giglio, Senza moto, impallidito: Quando il dubbio del consiglio, Vinto al cenno dell'invito Sclamò, spintasi più presso — Sì tu sei, tu sei lo stesso —. — Per l'Iddio, che il firmamento Con un sole su noi stende, Che l'amore fa contento Dopo lugubri vicende, E più saldo al mutamento D'anni e popoli lo rende, Son lo stesso, che tu dici, E saremo insiem felici. Lasciai l'armi, e di ritorno Ancor mia ti ritrovai: L'avvenire a noi d'intorno Di speranza è ricco assai —. Ella — È ver, e del soggiorno E di quanto ereditai Da' miei padri, o benvenuto, Or padrone — ti saluto —. Solca mari pellegrino Per le gemme il mercadante, Solca terre il contadino Per le messi trafelante: Ma dei rischii sul cammino Va cercando il guerreggiante Sol la gloria, qual mercede Della intrepida sua fede. Non disprezzi il valoroso, Che si affaccia poverello, Non gli serri pauroso, Qui de' nostri alcun l'ostello: Guai per lui, se sospettoso Tien nemico quel fratello, Che dell'armi tra i perigli, Disse, io vado pe' tuoi figli!

Chi si trova ad Inverigo non deve ommettere una visita al vicino _Cremnago_ per vedere il cimitero innalzato di recente dall'architetto Giuseppe Clerichetti, intorno al quale ci arresteremo per dir qualche cosa.

Nel lato settentrionale della cinta sorge un edificio mortuario di forma quadrata al basso, superiormente di figura cilindrica con gradinata a cupola d'ordine dorico, colle pareti laterali a bugnati e fregiate di colonne scanellate, quattro delle quali formano il pronao adorno della cornice, dell'architrave e del frontone, su cui leggi scolpito _Hypogeum_. Il davanti scompartito in tre campate divise da colonne, essendo intieramente aperto, lascia libero allo sguardo la parte interna a stucco lucido, che ha forma quadrata ed è illuminata da un ampio lucernario, col fondo occupato dall'altare marmoreo, su cui è posto un bel marmo carrarese raffigurante la Maddalena ai piedi della croce, lavoro di Labus.

Ai Romani che abitarono la Brianza si attribuisce il nome di _Villa Romanò_ e di _Romanò_, due terre vicine e poste ad oriente della strada, che percorriamo. Nella prima si veda la chiesa di San Lorenzo, che è probabilmente del secolo IX. con freschi degni di non essere dimenticati, e la casa Besozzi col giardino che gli sta dappresso. Nel _Ronco Boccogno_ fu trovato del ceppo gentile, del quale si servì l'architetto Cagnola per la costruzione del suo palazzo, ma ben presto la cava non presentò che ordinaria pudinga per cui venne abbandonata. Romanò posto sur un alto fondo, bello, beato d'un esteso orizzonte ha della roccia arenaria nel territorio del _Pertocco_ di proprietà Perego, della stessa natura di quella di Viganò, ma più tenera e soggetta a sfaldarsi. Nella sottoposta valle del Lambro scontri ad ogni tratto fabbriche di tegole o di mattoni. L'osteria di _Bigonzo_ che trovi sulla via principale, poco dopo uscito da Inverigo, è quel _Bigoncio_ più volte donato anticamente ai canonici di Monza.

Da qui prosegui ad _Arosio_, villaggietto coronato di vitifere colline, e posto in fertilissimo terreno. Oltre le bellezze comuni con tutti i paeselli che lo circondano mostra di proprio il palazzo erettovi da monsignor Olgiati, vescovo di Como, ora appartenente alla famiglia Borri. L'attività vi è ravvivata dalle filande dei signori Casati, una delle quali vanta ben più di cento mulini.

Gli utilissimi indicatori, da qualche anno providamente collocati su tutti i bivj, ti risparmieranno la fatica di chiedere la via per Giussano, poichè t'insegneranno appena uscito da Arosio, delle due strade che ti si parano innanzi a prendere la sinistra. Poco dopo uscirai dal distretto di Cantù per entrare su quello di Verano, in cui è posto _Giussano_. Qui è bella la chiesa, bella la villa Torri, bello il palazzo Mazenta, eretto a quanto si crede, secondo il disegno del celebre Pellegrino Pellegrini. Un Alberto da Giussano, uomo di gigantesca figura, fu capo della società formatasi nel 1176 sotto il pomposo titolo della _Società della Morte_, i cui membri giuravano di morire innanzi che volgere le spalle al nemico.

Di qui andiamo a _Robiano_, forse una delle antiche terre orobiche, come ne fa qualche fede il nome; indi a _Verano_, antichissimo castello ruinato nel 1222 dai Milanesi guidati dal demagogo Arrigotto Marcellino. Nulla merita in questa terra d'essere veduto più che la villa Trotti, ove sono con istrana vaghezza congiunti moltissimi oggetti, che parrebbero destinati a rimanere disuniti.

Di là finalmente calando per un insensibile pendìo giungi ad _Agliate_, posto sopra ambedue le sponde del Lambro, una delle antichissime matrici della. Martesana, ove nell'881 il vescovo Ansperto da Biassono fondò la collegiata. In tempi meno remoti ebbero il dominio misto di questa terra i Confalonieri, noti sotto il titolo di _Conti d'Agliate_.

Vago contrapposto coll'antica matrice è il tempietto che la contessa Luigia Confalonieri, figlia dello storico Pietro Verri, fece erigere sul colle della _Rovella_ giusta il disegno del molto operoso Giacomo Moraglia, nel quale è da ammirare un San Giuseppe di Diotti. Amenissimi di vista sono la villa e il giardino Ciani, che fanno bella apparenza di sè sulla _Costa d'Agliate_. Di qui vedi la _Grotta di Realdino_, scavo rinomato di pudinga, operato dalle acque che corrosero una parte della terra; presenta delle incrostazioni stalattitiche, formate dal gemito delle acque filtranti nella pudinga; vedi _Carate_, una delle antiche delizie di Teodolinda, a cui si attribuisce l'erezione della torre. Qui dormono le ceneri di Romagnoli aspettando che l'ammirazione le onori del maestoso monumento di cui diede il disegno il valente ornatista Durelli. Nelle vicinanze d'Agliate abbondano i carbonati calcari, de' quali si fa uso, cuocendoli, per formare una calce di qualità inferiore.

Per rimetterci sulla direzione di Monza possiamo ritornare a Giussano e prendere poi la via che mena direttamente a _Paina_, luogo di posta, tagliato da quattro strade principali; una a settentrione, che è la principale, discende dalla Vallassina, l'altra meridionale conduce a Monza; la terza ad oriente viene da Verano, la quarta ad occidente guida a Mariano, a Cantù, a Como.

La situazione di questa parte del milanese cagiona un'eccessiva profondità delle acque sotterranee. In Desio i pozzi sono profondi ordinariamente 90 piedi; in Seregno quello di casa Carlini è profondo 132 piedi, e quel che è mirabile in Paina terra più settentrionale, e 60 piedi e mezzo più elevata che Seregno, non hanno che la profondità di piedi 129; e quel che è più mirabile nel casolare di _Brugaccio_, attiguo a Paina, il pozzo comunale non ha più di 22 piedi di profondità. Non mi sarebbe possibile assegnare la ragione di questi subiti cambiamenti, poichè è noto che il corso delle acque sotterranee dipende da tante circostanze, da inuguaglianza di suolo, dalla direzione delle sotterranee comunicazioni, da irregolarità accidentali di superficie, da strati d'argilla, che possono impedire la direzione d'una sorgente e tanto impedirla che sia obbligata a rigurgitare e sollevarsi all'altezza a cui non sarebbe destinata a risalire. Potrebbe questa ultima essere se non una ragione, almeno una conghiettura riguardo al pozzo di _Brugaccio_ o _Brugazzo_. Quanto a quelli di Desio l'abate Amoretti dice d'aver assistito all'escavazione d'uno di essi, e d'avere osservato che fino alla profondità di 90 piedi si trovavano unicamente sabbie frammiste a ciottoli di granito, di gneis, di schisto, di serpentino, di pietra calcaria.

Ma è tempo che diamo riposo alla stanchezza delle membra, dopo tanti passi che abbiamo fatto tra molte bellezze, ora parlando con noi stessi, ora intrattenendoci coi cortesi contadini, sì facili ad affratellarsi collo sconosciuto; perchè incapaci di tradire, non sanno diffidare di nessuno.

CAPITOLO NONO.

DA PAINA A MONZA.

_Seregno. — Desio. — Lissone. — Muggiò._

Soffrite che prosegua a parlarvi di me. Sì vive impressioni riportai dalle mie peregrinazioni in questi luoghi deliziosi, che anche a mio malgrado mi riempiono ancora tutto di sè, e si inframmettono a tutti i miei discorsi come l'idea della patria si frammischia a tutte le parole del profugo, che l'ha perduta.

Passata una notte a Paina, prima dell'alba mi alzai irrigidito da una brezza autunnale, che però prometteva di intiepidirsi fra poco. Studiando il passo arrivai a _Seregno_ borgo più grosso, non bellezze di vie, non isplendidezza di palagi, poca eleganza di giardini; invece bellissima e altissima torre, con grave incomodo però disgiunta dalla tonda chiesa parrocchiale, con buona facciata del professor cavalier Pino. È nota la mimica _Funzione dell'Interro_, onde erano vaghi gli abitatori di questo borgo, ma che da providi regolamenti fu poi modificata, quindi abolita. L'astronomo Carlini, livellato il pavimento della chiesa di Seregno, lo trovò 300 piedi al di sopra del piano dell'orto botanico di Brera.

La speranza non si deluse, il gelido orezzo cesse dinanzi ad un blando zeffiretto autunnale onde era scosso il calice de' fiori, che s'aprivano lieti al sorriso del sole nascente, e mandavano anch'essi nella muta loquela l'inno al Creatore. L'usignuolo intanto risvegliato dal ritorno dell'astro che avviva la natura usciva dal nido e poggiando sopra d'un ramo, che andava già perdendo le foglie, mandava un soavissimo gorgheggio, grato anch'egli alla pietà di Chi veste l'augello di penne, e gli prepara il nutrimento e il nido.

Tutto è lezione per l'uomo! Lezione è per lui l'animata natura! Viene la stagione invernale; i fiori di repente intirizziti sullo stelo chinano il capo e muojono, la pianta perde ogni ornamento, il sole vibra meno ardenti i suoi raggi, ma torna la primavera, e i fiori e le foglie rinascono con essa. Noi soli, non sentiamo questa vicenda; quando la nostra vita toccò l'estremo suo tramonto, essa non rifiorisce mai più; una nuova generazione scorre sull'avello delle antiche e noi a poco a poco veniamo cancellati anche dalla ricordanza.

Ed eccoci fra queste fantasie sulla strada di _Desio_; dappertutto contadini che si spargevano nella campagna, fanciullette che spingevano la vaccherella ringaluzzita anch'essa dal soave tepore delle placidi aurette; dappertutto canti armoniosi del vendemmiatore. Bellissima a vedere è la quantità di gelsi che crescono in questo suolo, ricco di quella foglia che rende lo straniero tributario al Lombardo di forse cento milioni ogni anno. Quella vista mi trasportava nell'operose officine dei setificj, a veder come la moda moltiplicando l'uso di questo tessuto, raddoppi il valore e le ricchezze del nostro terreno; a veder le migliaja di mani che affaticano per esso, tramutandolo in trine, velluti, attendendo chi ai cascami, chi alle trame, chi agli organzini, chi combina i colori, chi prepara i disegni, chi ordisce, chi appretta, chi torce, e cento e cento che lo trasportano da paese a paese, che lo fanno passare di mano in mano, cercando i mezzi di accrescere i vantaggi della lombarda floridezza.

Desio, borgo s'altri mai considerevole e popoloso, ricchissimo di memorie, ebbe il nome dalla sua distanza da Milano, come Nova, Sesto, Quinto e Quarto. San Giovanni Bono, arcivescovo milanese, vi fondò la collegiata di San Materno che nel 1288 avea soggette quarantadue chiese. Nella parrocchia esiste ancora il sepolcro di Giovanni Lampugnano, che spropriatosi di tutto a favore de' poverelli, trascinò sette anni nella miseria, e finì nel 1563 una vita che non vuol esser per nulla dimenticata. Recentemente vi fu posto un bel quadro, la morte di San Giuseppe, lavoro del nostro Vitale Sala. Al tempo in cui il popolo milanese e quello del suo contado faceano scorrere torrenti di sangue all'ombra de' due celebri nomi _torriano_ e _visconti_, i seguaci dei Torriani si rinchiusero coi loro capi nel borgo di Desio, ma sorpresi ivi dall'arcivescovo Ottone, 20 gennajo 1277, in parte vi lasciarono la libertà, in parte la vita. In secoli più vicini a noi Desio colla poco discosta cascina _Aliprandi_ divennero feudo del conte spagnuolo Manriquez de Mendocia, che ne fu investito dalla cattolica maestà, 1580.