Gli ultimi giorni di Goldoni Le Commedie, vol. 1
Part 2
GOLD. — Tieni questo libro, _(trae di tasca un volume legato e lo dà a Battistino)_ mentre io leggo la lettera, — _(legge fra sè:)_ «Sua Eccellenza, a cui ho dovuto mostrare la vostra, non potendola soddisfare io stesso come desideravo, mi ha pregato ieri sera di dirvi che per imprevedibili circostanze non gli era dato di secondarla...» O che disdetta! _(ripigliando la lettura)_ «Ma è lieta di annunziarvi che il primo suo ufficio presso la Serenissima sarà quello di provvedere al rimpatrio di voi e della vostra famiglia». (Oh questa sì che è una notizia che m'allarga il cuore!) La giornata comincia bene! Una buona nuova da dare a mia moglie.
BATT. — Vuole che la chiami?
GOLD. — Più tardi... a tavola!
BATT. — Per farle una sorpresa?
GOLD. — Per l'appunto. Ma non basta. Va subito dal libraio Bernard, Lungosenna degli Agostini, 37: te lo pagherà cinque luigi.
BATT. — Un libro di commedie e di tragedie, cinque luigi?
GOLD. — Ne vale di più _l'illustre teatro di Corneille_ del 1644! La sua brava sfera elzeviriana, il ritratto inciso da Picart, la legatura del tempo... un vero tesoro da bibliomane! Ma questo è nulla: è per quelle due righe a mano sull'antiporta che mi rincresce di venderlo!
BATT. _(legge)_. — «_A Carlo Goldoni, pittore della natura, e liberatore dell'Italia dai Goti. Voltaire, 1764._» — Voltaire!
GOLD. — Sì, il letteratone, il grand'esprit fort del nostro secolo, quello che in fatto di gusto e di riputazione faceva il sole e la notte!
BATT. — Che gloria per lei, e che cecca sul naso ai suoi nemici!
GOLD. — Figurati! Ma vedi se ho ragione di dire che il tempo è galantuomo? Carlo Gozzi mi accusava di fomentare le bizze del popolo contro i nobili, precisamente come Fabre accusa adesso Collin di fare il rovescio; il pubblico mi preferiva più d'una volta l'abate Chiari; Baretti mi flagellava per anni ed anni colla sua _Frusta_, e quando io stanco di così lunga lotta coi comici, col pubblico e cogli accademici, mi rifugiava in Francia e vi otteneva il grande successo del _Burbero_, Baretti negava persino che potesse essere mio!... Ebbene io non me la sono presa allora coi miei Veneziani, nè col Baretti, no: ho taciuto ed ho aspettato con pazienza. Che cosa è successo, Titino? Che mentre i miei nemici sono quasi tutti dimenticati, ed i Granelleschi non si ricordano più che per riderne, il povero Avvocato Veneziano a poco a poco si è fatto strada ed ha finito per essere lodato, troppo lodato, e da chi? Da Gaspare Gozzi, Cesarotti, Verri e Parini in Italia, e qui da Marmontel, Grimm, Beaumarchais e Voltaire; e quando, or fanno cinque anni, sono ammalato, chi corre al mio capezzale a stringermi la mano, a consolarmi? Vittorio Alfieri, il più grande dei Piemontesi, compreso il signor Baretti! Dunque, figliuolo mio, mai bizze, mai rappresaglie che guastano il sangue e l'ingegno; ma pazienza, coraggio, fede nell'arte della verità e nella giustizia del tempo; e se mai voi altri giovanotti poteste dimenticarlo, venite a vedere Goldoni: eccolo qui sereno ed orgoglioso non di vendette e di rancori, ma dei suoi cinquant'anni di lavoro, dei suoi cento sessanta componimenti teatrali, e se oggidì non guasta, dell'onestà delle intenzioni che glieli hanno inspirati!
BATT. _(con trasporto temperato da riverenza)_. — Ma come si fa a non volerle bene, anima piena di luce e di bontà?!
GOLD. — In quanto a luce, mi si è già chiusa una finestra... Ma se mi vuoi tanto bene perchè non corri subito dal Bernard?
BATT. — Lo vuol proprio vendere un libro così prezioso?
GOLD. — Sicuro che è un gran bel documento per il mio amor proprio... Ma fra il mio amor proprio e il dare a mia moglie una prova di affetto, oggi, l'anniversario del più bel giorno della mia vita, non posso esitare... Vallo a vendere: sarà la prima volta che un tragico avrà servito a tenere di buon umore cinque persone... e poi fa tu quello che credi più conveniente... _(impaziente)_ Ma non perder tempo che è tardi!
BATT. — Mi lascia pigliare il cappello?
GOLD. — Oh! _(lo piglia fra le sue braccia)_ Scusami; t'ho parlato come ad un servitore e tu sei un amico; tu e il mio buon nipote, i miei figliuoli!
BATT. _(commosso)_. — Fino alla morte! — La sua signora!
GOLD. — Zitto! _(asciugandosi gli occhi)_ Ridi... ridi, ti dico!
BATT. — Tocca a lei che m'ha fatto piangere, a lei che è il commediografo a farmi ridere.
GOLD. — Giusto, poichè tutta l'arte nostra sta in questo di saper far ridere o piangere, ma più ridere! più ridere!
BATT. — Per questo lei non ha rimorsi; anzi, se l'avesse, senza offenderla, soltanto un soldo per ogni risata che ha destato!
GOLD. — Ah! non avrei certo da vendere i libri! Ma una commedia dove non c'è da ridere è come un desinare senza vino, un giorno senza sole!
BATT. — La gioventù senza l'amore!
GOLD. — Bravo!
SCENA V.
_NICOLETTA e PIERINA col cioccolato, dal fondo, indi G. M. CHÉNIER, pure dal fondo, in elegante abito alla moda, senza baffi, coi capelli lunghi. DETTI._
NICOL. — Di buon umore, bravi tutti e due!
GOLD. — Si parla d'arte, di sole, di gioventù, d'amore, da giovanotti pari nostri!... _(mutato tono)_ Senti, senti che profumo! Ma già cioccolato della Toutain e fatto dalle tue mani!
(una scampanellata in fondo. Pierina esce dal fondo per ritornare subito in iscena col Chénier)
NICOL. — Chi può essere a quest'ora? (Non posso sentire una scampanellata senza un brivido!)
PIER. — Il cittadino deputato Giuseppe Maria Chénier.
GOLD. — Ma venga, venga subito! _(a Battistino)_ E tu scappa via! _(Chénier)_
NICOL. _(andandogli incontro)_. — Favorite...
BATT. _(che intanto si è preso il cappello)_. — (Ma egli potrebbe parlare all'avvocato del Re e della Lamballe!)
CHÉN. _(a Nicoletta)_. — La mia premura di parlare all'avvocato scuserà, io spero, l'indiscrezione di una visita così mattutina.
NICOL. — Voi siete sempre il benvenuto ed a tutte l'ore.
GOLD. — Ma chi ti vede più? Già, già, sempre occupato nella brutta politicaccia, invece che delle tue tragedie...
CHÉN. — In fatto di tragedie...
NICOL. — Piglia una tazza di cioccolato con Carlo?
CHÉN. — Grazie, ho già fatto colezione. Godo intanto di vedervi tutti e due bene ristabiliti.
NICOL. — Io, grazie a Dio, sì; ma Carlo, sebbene sia sempre di buon umore, non è più quello di prima...
GOLD. — Zitta che non è vero! Non sono che le gambe che mi tradiscono! — Titino, le tue sono ancora buone?
BATT. — Cerco il mio cappello... (Come faccio ad avvertirlo?)
NICOL. — Ricordati del mio refe! — Vi lascio che ho qualche cosa da fare; con licenza, cittadino. _(esce dalla sinistra)_
GOLD. — Sono ottantasei i carnevali che porto sulle spalle... e dico carnevali per modo di dire, chè dall'ottantanove a quest'anno di nessuna grazia sono tutte quaresime! _(starnuta)_
BATT. — (Ah! l'ho trovato!) Prosit!
GOLD. — Grazie, Titino... Fammi il piacere, uscendo, di chiudere la porta di fuori... _(va a chiuder la porta a sinistra)_ Accomodati, Chénier.
BATT. _(presso Chénier, chinandosi come per prendergli un insetto sulle calze)_. — Scusate, cittadino... Non vi movete nessuno... C'è qui una grossa vespa sulla gamba... Fermo!
CHÉN. — Io non la vedo. _(Pierina, Chénier, Battistino)_
PIER. — Neanch'io.
BATT. _(sottovoce)_. — Sfido io! Per carità, non una parola all'avvocato nè del Tempio, nè delle stragi alle prigioni. _(forte)_ Eccola! È presa!
GOLD. — Aria! Aria!
BATT. — Scusate, cittadino, la licenza che mi sono presa; ma io so che nessuno è più sensibile di un poeta! Avvocato, corro subito...
GOLD. — E il cappello che cercavi?
BATT. — L'avevo in mano... _(come se parlasse alla vespa)_ Tranquilla, veh! Altrimenti non vi rimetto in libertà...
PIER. — Ma se non avete preso nulla!
BATT. — E questo è il bello! _(esce dal fondo con Pierina)_
GOLD. _(seduto con Chénier sul canapè)_. — Mio giovane amico, se tu mi hai portato una buona notizia, ti avviso che oggi, l'anniversario del mio matrimonio, la gusto il doppio.
CHÉN. — Stammi a sentire. Io ho combinato le cose in modo che domanderò io stesso all'Assemblea Nazionale la restituzione della tua pensione e non senza speranza di vedere approvata la mia proposta...
GOLD. — Sia lodato il cielo, che non posso proprio più aspettare dell'altro.
CHÉN. — Ti farò restituire anche gli arretrati...
GOLD. — Mille lire fra pochi giorni!
CHÉN. — Ma bisogna che mi aiuti anche tu, non dimenticando che oltre all'essere straniero sei italiano, e veneziano per giunta.
GOLD. — Veneziano per grazia di Dio e non per giunta!
CHÉN. — Lasciami finire!
GOLD. — Non parlo più.
CHÉN. — Torino e Venezia hanno ospitato, l'una il Conte di Provenza e l'altra il Conte d'Artois, per aiutare la coalizione che si ordisce contro di noi.
GOLD. — Io non so nulla di coalizioni; so che il Conte di Provenza è marito di una principessa di Savoia, e che l'ospitalità è sempre stata per noi un dovere...
CHÉN. _(interrompendo)_. — E ora è un pretesto, e perciò il ministro Dumoriez ha cominciato col dichiarare la guerra al Piemonte, ordinando all'esercito d'invadere senz'altro la Savoia.
GOLD. — Ma questa è una vera prepotenza a cui spero che i Piemontesi sapranno resistere!
CHÉN. — Che cosa vuoi che facciano contro la Francia?
GOLD. — Oh per questo non sarebbe mica la prima volta!
CHÉN. — No certo; ma se è con queste idee che credi di conquistare la grazia dell'Assemblea, ti sbagli!
GOLD. — Ma io domando un atto di giustizia e non una grazia, e se non me lo fa l'Assemblea, sono uomo da andare dritto dal Re alle Tuileries!
CHÉN. — Alle Tuileries! Ma ora non è più col Re, è coll'Assemblea, è colla rivoluzione che bisogna trattare!
GOLD. — Allora con quella masnada di assassini che opprime Parigi!
CHÉN. — Ma a che serve dire che la rivoluzione non è più che lo sfogo d'ogni più feroce libidine, che ogni libertà è ora sopraffatta dalla brutalità furiosa e selvaggia della plebe, se è con coteste furie ubriache di vino e di sangue che bisogna fare i conti!
GOLD. — E sia; ma perchè l'aspirazione suprema di tutti gli uomini onesti ed intelligenti, la libertà e l'uguaglianza nel diritto e nel dovere, deve cedere il posto agli apostoli dell'incendio, del saccheggio e della strage?
CHÉN. — Per ora; ma lo riconquisteremo, per Iddio!
GOLD. — Anzitutto Domineddio in Francia non c'è più... l'avete abolito... Ma te lo dico io il perchè: gli è che questa rivoluzione così cristiana nel suo fine è tutta nel cervello di uomini come te e tuo fratello, che credete basti bandire la libertà perchè tutti gli uomini ne approfittino soltanto per farsi migliori, perchè tutti gli istinti perversi e feroci siano subito corretti; stupenda illusione che è la mamma degli spropositi e degli equivoci. Appena voi bandite la libertà, gli istinti perversi vogliono la licenza; voi protestate in nome del popolo onesto e laborioso, in nome della società, e quelli vi rispondono buttando a terra leggi e famiglia e religione. Fermi! voi gridate: la libertà di tutti sta nell'ordine di tutti, e quelli non sapendo combattervi colle ragioni troncano con un colpo la discussione e la vostra testa. Ah! che commedia, che commedia! Altro che _Barufe ciozote_! E che peccato che io non possa più scriverla!
CHÉN. — Ebbene sì, noi abbiamo il torto di esserci lasciato pigliare la mano da cotesta plebe ubriaca di vino e di tumulto che trionfa nel trasporto della sua collera brutale; ma questa plebe è pure il mondo antico che l'ha fatta così ignorante e schiava dei piaceri bestiali; ma questa collera è pur vendetta di leoni, che, stanchi d'essere chiusi e percossi, rompono finalmente la gabbia!
GOLD. — Ma sono oramai quattr'anni che rompono!
CHÉN. — Sono secoli che soffrono! Ma già è inutile che io parli di rivoluzione ad un veneziano nato in una repubblica governata col terrore da dieci aristocratici. _(si alza)_
GOLD. — Bravo! Cinque parole, cinque spropositi; sì, perchè a Venezia il terrore è tanto, che se il Doge ha la cattiva idea di morire di carnevale, aspettano a dirlo che sia di quaresima; a Venezia c'è così poca libertà, che ci si corre da ogni parte del mondo, e caffè, e ridotti, e teatri sono giorno e notte pieni di gente allegra e senza pensiero, fin troppo senza pensiero! Oh sicuro che nella mia Venezia la libertà s'intende in un altro modo... Sicuro che laggiù nessuno porta pistola e coltello, e i farabutti, non c'è politica che tenga, sono farabutti; ma ad ogni modo, se qualche matto educato alla vostra bella scuola sognasse di dare il fuoco a San Marco o al Palazzo ducale, potrebbe essere sicuro che ogni veneziano correrebbe a spegnerlo, quando non bastasse l'acqua della laguna, col suo proprio sangue!
CHÉN. — Tanto meglio per voi, tanto meglio!
GOLD. — Gli è che dura chi misura, e noi duriamo da dodici secoli; gli è che..... io chiacchiero da mezz'ora, senza lasciarti dire quello che devo fare... Perdonami questo sfogo, mio buon amico, e dimmi subito il tuo consiglio.
CHÉN. — Flins des Oliviers è l'amico intimo di Collot d'Herbois; il voto di Collot ti dà il voto di tutti i deputati di Parigi, anzi ti assicura il voto dell'onnipotente Comitato di sorveglianza. Ora bisogna che tu faccia a Flins des Oliviers la stessa dichiarazione che hai fatto una volta a Diderot.
GOLD. — Dichiarare che neanche Flins mi ha rubato di sana pianta la _Locandiera_; dire insomma una bella bugia per accaparrarsi il voto di Collot d'Herbois, quella caricatura di Nerone, che vorrebbe tagliar la testa a quanti l'hanno fischiato! Sono troppi, messere! Te la faccio subito, subito; ma lascia osservare una cosa al vecchio commediografo: quando domando il fatto mio in nome della giustizia che ha inspirato la rivoluzione, mi si risponde picche. Faccio invece tanto di cappello ad un mascalzone come è il Flins, per far piacere ad un birbante come è il Collot? Tutti i deputati sono subito d'accordo per favorirmi! Bello! Bello!
CHÉN. — No, brutto; ma così va il mondo per ora.
GOLD. — E per un pezzo, e sai perchè? Perchè i primi ad approfittare d'una rivoluzione fatta, come la vostra, dal fiore dell'ingegno e dell'intendimento, è quasi sempre il fiore dei Flins e dei Collot!
SCENA VI.
_BATTISTINO dal fondo. DETTI._
GOLD. — Giusto te. Vieni qui subito a stendere una dichiarazione al cittadino Flins des Oliviers come quella che si è fatta al Diderot; io la firmerò. _(a Chénier, mentre Battistino, deposto mazza e cappello sulle seggiole in fondo, si mette al tavolino)_ Il mio segretario, un buon comico, Battistino Stuck.
CHÉN. _(sottovoce)_. — E tu, quando i comici sono sospetti e i tedeschi passano il Reno, te lo pigli in casa?
GOLD. _(forte)_. — Ma egli non è tedesco; il mio Stuck è fiorentino... Non è vero?
BATT. — Fiorentinissimo; Stuck, Stucco, molto Stucco, tutto Stucco, e, invece del Reno, passerei volentieri le Alpi.
CHÉN. — Fiorentino? Ma certo di padre tedesco.
BATT. — Al contrario. Mio padre è fiorentino ed io sono nato in tedescheria... ma per un semplice effetto del caso...... ci passava mio padre!
CHÉN. _(ridendo)_. — E vostra madre?
BATT. — Oh! mia madre, non lo nego, quando sono nato io, era presente. _(alzandosi)_ Ecco la dichiarazione tale e quale si è fatta a Monsù Diderot. (legge): «_Il sottoscritto Carlo Goldoni dichiara che non c'è parola nella Commedia «La Giovane albergatrice» del cittadino Flins che sia sua_».
CHÉN. — Scusate: Claudio Carbon Flins des Oliviers, se vi piace.
BATT. — Moltissimo. Io adoro i nomi lunghi... (si dimenticano più presto!) — Ecco fatto, signor avvocato.
GOLD. — Ed ecco firmato, cittadino amico.
CHÉN. _(osservando la dichiarazione)_. — Dichiara che non c'è una parola nella commedia di Flins che sia sua... _(guarda Battista che finge di essere distratto)_ — A chi si riferisce quel sua?
BATT. — A Goldoni. Goldoni dichiara che nel lavoro di Flins non c'è una parola che sia sua, dunque di Goldoni.
CHÉN. _(sorridendo come chi subodora una malizia)_. — Ma non c'è pericolo che quel sua si riferisca invece a Flins?
BATT. — E allora, invece di _sua_, metteremo _di lui_.
CHÉN. — Dichiara che nella commedia di Flins non c'è parola che sia di lui... _(guarda Stuck)_.
BATT. — Se non è lupo, è can bigio.
CHÉN. — E allora bisogna dire che voi altri non avete un'idea chiara della proprietà.
BATT. — Domando scusa; per chi ruba si ha: plagiario, ladro, furfante, malandrino, predone, pirata e truffatore. Ma, tornando al _sua_, ho bell'e capito quel che bisognerebbe: che questo benedetto _sua_ si potesse declinare col nome cui si riferisce, come nel latino, e allora, per evitare ogni confusione, metterei l'avvocato al nominativo e Flins al genitivo od al dativo.
CHÉN. — Ma bravo: conosce il latino come te!
BATT. _(inchinandosi)_. — E per questo siamo entrambi all'ablativo.
GOLD. — Vedi? Lui ha una risposta a tutto!
CHÉN. _(sottovoce)_. — Ma un cosifatto segretario ti costerà chissà quanto...
GOLD. — Adesso te lo faccio vedere..... Titino, qua una stretta di mano!
BATT. — Troppo onore, mio illustre maestro! _(gli bacia la mano)_.
CHÉN. _(c. s.)_. — Non gli dài altro?
GOLD. — Nulla.
CHÉN. — Sono ben lieto che questo incidente m'abbia fatto conoscere un amico così devoto. _(Battistino è andato a prendergli il cappello e la mazza)_ Cittadino, mi fate l'onore di una stretta di mano?
BATT. — Voi mi confondete...
CHÉN. _(gli stringe la destra)_. — Se tutti i cuori fossero come il vostro, il mio Goldoni vedrebbe assai più presto il frutto della nostra rivoluzione! Addio, e a rivederci presto. _(esce dal fondo)_
GOLD. — Ma se tutti avessero il cuore e la testa di voi due, non farebbe bisogno di fare nessuna rivoluzione! — Ebbene, dimmi, dimmi, che cosa hai fatto dei denari del libraio?
BATT. — Il libraio ha chiuso bottega. _(gli restituisce il libro)_
GOLD. — O povero me! Neanche un fiore avrò da offrire a mia moglie! Mi stringe il cuore! Dopo tanti anni, è questo il primo che non posso fare nulla! Se almeno Nicoletta non si ricordasse che giorno è oggi! E la giornata era cominciata così bene..... Dammi il mio dizionarietto veneziano, ho bisogno di distrarmi... Vado nella mia camera... _(guardando nel quaderno manoscritto che gli ha dato Battistino, e che stava sopra uno stipo in fondo)_ _Destrigà, de sbrisson, descoconà..._ Se sapevo, avrei superato la vergogna... _descogionà..._ Avrei domandato qualche cosa a Chénier... _descomodà..._ Con un pretesto... _descondon..._ _(s'avvia alla sua camera)_ Così non avrei questa disdetta... _desdita...._ O povera Nicoletta! dopo tanti anni... neanche un fiore! _(esce dalla destra)_
BATT. — Per questa volta ho detto una bugia a te ed a tua moglie; ma verrà presto pur troppo il tempo di vendere libri e tabacchiere! Ma vien gente... Oh! ecco quella tromba di Balletti!
SCENA VII.
_PIERINA seguita da SUSANNA BERTINAZZI a braccio di BALLETTI, da GANDINI e MATTIUZZI. DETTO._
PIER. — La signora Bertinazzi coi suoi amici.
BATT. _(sottovoce)_. — Benvenuti tutti! _(accenna che parlino sottovoce)_.
BALL. _(forte)_. — Eccoci qua tutti e quattro.
BATT. — Sottovoce, che si vuole fare loro una sorpresa. E grazie a tutti anche per me...
SUS. — Sta zitto, chè tanto l'avvocato e sua moglie che voi altri due, meritereste molto di più, se in questo tempo di casa del diavolo fosse possibile fare qualche cosa di buono. _(a Balletti)_ Ora non ho più bisogno di essere rimorchiata, mio gentil cavaliere! — Se sapeste quant'è ardente questo Balletti!
BALL. — È vero! Ho sempre una gran sete!
BATT. — Non dubitare che te la leverai. Una parola a tutti subito: che nessuno di voi faccia la più piccola allusione dinnanzi all'avvocato delle tragedie di questi ultimi giorni.
GLI ALTRI. — Inteso!
BALL. _(a Gandini)_. — Dove s'è fatto una nuova tragedia?
GAND. — In piazza della Rivoluzione.
BALL. — Ora capisco!
MATT. — Non dimenticare dunque mai che Marat ha detto a Barbaroux che chi va al teatro in fondo è sempre un aristocratico da ghigliottinare.
BALL. — E chi, invece d'andare in fondo, va ai posti di orchestra?
GLI ALTRI. — Oh!
MATT. — Via, compatitelo, è il più vecchio dell'arte!
BALL. — Vecchio io? Ho un anno meno di Goldoni!
BATT. — Una bella differenza.
BALL. — Sicuro, e poi io sono della razza di Fiorelli, che a ottantatrè anni dava uno schiaffo con un piede...
GLI ALTRI. — Vediamo! Vediamo!
BALL. — Attenti... Oggi non sono in vena... E Vicentini se non l'applaudivano nel _Convitato di pietra_? S'arrampicava dal proscenio su su fino al terz'ordine, e si metteva a girare attorno sulla cornice, finchè il pubblico non gridava: basta!
SUS. — Ebbene? Che cosa vuoi concludere?
BALL. — Io? Nulla.
GLI ALTRI. — Ah! Ah!
GAND. — Sei addirittura rimbambito!
BALL. — Io? Ti sfido a tutte l'armi ed a tutti i giuochi, cominciando dallo star ritto sopra una gamba!
BATT. — Per carità, che se tu caschi, non ti alzi più.
BALL. — Vecchio rimbambito io! Vecchio è chi muore, non io, pieno di vita e di fantasie! Ma domandate a Susanna che corte spietata le faccio!
SUS. — Balletti, tu mi vuoi compromettere adunque!
GAND. — Lascialo dire, che io mi contento di essere preferito!
BATT. — Sta zitto, che tutte le Susanne assediate dai vecchi hanno sempre preferito un giovane!
SUS. — Bravo, Tita!
PIER. _(sottovoce a Batt.)_. — È questo il fior di giovanotti di primo pelo che aveva da venire?
BATT. — Primo pelo... bianco!
SCENA VIII.
_ANTONIO che dà il braccio a MARIA RICCOBONI, RINALDI alla signora FARINELLI, LEGENDRE alla signora RINALDI, BOUCHARD alla signorina FARINELLI, ed AGIRONI, dal fondo, tutti con fiori o scatole di confetti. DETTI._
ANT. — Ed ecco qui altri buoni amici!
BATT. — Benvenuti tutti! _(ad Ant.)_ Sono ancora nelle loro stanze...
ANT. — Tanto meglio, così la sorpresa sarà intera. _(ai comici)_ La signora Maria Riccoboni: non ho bisogno di dirvi chi sia.
SUS. — La famosa romanziera che mantiene così alto il nome del nostro gran Luigi!
RICCOB. — Troppo gentile; ma, se non m'inganno, lei è la vedova di Carlino Bertinazzi... _(discorre con Susanna)_.
ANT. — Il professore Rinaldi e la sua signora, Aginori, Bouchard e Legendre, la signora Farinelli, che è stata anche lei una gran brava artista, e sua figlia Rosalia, maestra di musica. E qui i comici pensionati della commedia italiana; Balletti, prima amoroso...
BALL. — Sempre amoroso, mie belle signore, sempre!
ANT. — E poi bravissimo nella parte del _sor dutur Grazian d'B'logna_; Mattiuzzi, _Pantalon_...
MATT. — Sempre più dei bisognosi!
ANT. — E Gandini, _il terribile Capitan Coccodrillo_...
GAND. — _Scarabombardon de la Papiriotonda!_
ANT. — Se volete favorire nel salotto, potrete anche combinare colla signorina Farinelli per la parte della ragazza nel _Burbero_.
ROS. — La so a memoria e vedrete mirabilia! A proposito, quando ritornate a Venezia?
ANT. — Sono quattr'anni che si domanda e che gli Ambasciatori ci lusingano; ma non se ne farà nulla. Il governo della Serenissima, quando lo zio non ci sarà più, farà come me, che dirò: oh fosse ancora vivo, di quante maggiori cure, di quanta maggior tenerezza vorrei circondare la sua vecchiaia e quanto sarei più eloquente per onorarlo! Ma, mentre prevedo che avrò un rimorso, non so fare di più! _(si avviano al salotto a destra)_.
RICCOB. — Ma il pubblico italiano?
ANT. — Gli farà, quando sarà morto, un monumento..... Ma lasciamo questo discorso e favorite... _(voce di Nicoletta: Battistino!)_
BATT. — Penso io a trattenerla..... _(rispondendo)_ Vengo subito!
(Sono usciti dalla destra prima Bouchard e la signora Rinaldi, poi Rinaldi e Legendre, indi Agironi colla Bertinazzi ed Antonio colla Riccoboni. Balletti, vistosi portar via Susanna, s'affretta ad offrire il suo braccio alla figliuola della signora Farinelli; ma questa ha già preso quello di Gandini. Pierina esce dal fondo, e Mattiuzzi offre ridendo a Balletti il suo braccio).
BALL. _(a Batt.)_ — Ma che si va a fare là dentro?