Gli eretici d'Italia, vol. III
c. 20), e nel Pomponazio che scrive esservi uomini che hanno proprietà
salutari e poderose, le quali si esaltano mercè la forza dell'immaginazione e del desiderio; sono spinte al di fuori per l'evaporazione, e producono effetti singolari sui corpi che le ricevono (_De naturalium effectuum admirandorum causis, seu de incantationibus_, pag. 44).
[428] _Tableau mouvant de Paris_, tom. II, pag. 307.
[429] _Hist. du merveilleux_. Vol. IV, c. XVIII.
[430] Vedansi BARRUEL e GYR, _La Franc maçonnerie en elle méme_. Liegi 1859, e _Mém. autentiques pour servir à l'histoire de Cagliostro_.
[431] La cerimonia della consacrazione eragli descritta da' fratelli in lettera che fu unita al suo processo. «... Mai non vide Europa cerimonia più augusta e più santa... I nostri compagni hanno mostrato un fervore, una pietà nobile e sostenuta, che formò l'edificazione de' due fratelli che aveano avuto la gloria di rappresentarvi... Nel momento in cui domandammo all'Eterno ci facesse conoscere che i nostri voti gli erano accetti, e mentre il nostro maestro era in mezzo dell'aria, è comparso senz'esser evocato il primo filosofo del Nuovo Testamento, e ci ha benedetti dopo essersi prosternato avanti alla nuvola azzurra, della quale abbiam ottenuto l'apparizione; e sopra quella si è elevato. I due gran profeti e il legislatore di Israele ci han dato segni sensibili di loro bontà, e dell'obbedienza ai vostri ordini».
Pretendesi che Cagliostro avesse inventato la cifra L. P. D., adottata allora dai massoni, e significasse _Lilia Pedibus Destrue_, cioè la ruina dei re di Francia.
[432] _Ego claritatem quam dedisti mihi, dedi eis_.
[433] Chi assistette a sedute magnetiche o spiritiste non trova niente di strano in questa operazione «tenuta nella L=L sabato dodicesimo giorno del secondo mese dell'anno tremila cinquecencinquantotto, diretto dalla venerabile Saba II.
«Dopo le dimande consuete, li sette angeli con le loro cifre stanno davanti al pupillo:
D. Di loro che un amico del maestro N. essendo passato di qui, e dovendo rivenire domani, ha attestato al nostro compagno venerabile Alessandro II, il desiderio di vedere le nostre operazioni di loggia: che abbiamo ricevuto a quell'oggetto gli ordini del nostro maestro, li quali non essendo abbastanza chiari, noi gli domandiamo se esso possa chiarirceli, e se a quest'effetto dobbiamo pregare il G. C. (Gran Cofto) istesso di favorirci della sua presenza.
R. Io vedo venire la morte del G. C.; egli ne scende: viene accanto a me, io gli ho baciato la mano; ho ancora la sua cifra sul petto.
D. Che la maestra scenda dal trono e lo saluti in suo nome, e di tutta la L=L ringraziandolo della grazia che si compiace farci.
R. Saluta ancora colla sua spada, fa un circolo nell'aria, pronuncia la parola _Eloim_, e mette la punta della sua spada in terra.
D. Digli rispettosamente che il suo amico ecc. Lo preghiamo volerci prescrivere quello abbiamo da fare.
R. Potete farlo entrare nella L=L, tenergli un discorso, poi far lavorare Alessandro. Ecco tutto...
D. Se dobbiamo farlo operare nella caraffa o entrare nel tabernacolo...
R. Meglio farlo operare come sin ora; altrimenti potrebbe andar male...
D. Tutta la L=L desidera che tutto sia riuscito a sua intera soddisfazione.
R. Saluta con la spada...
D. Se vi sono ancora ordini o consigli da darci...
R. No.
D. Andiamo pregarlo di darci la sua benedizione.
R. Stende la mano e la dà di tutto cuore.
D. Ringraziatelo. E voi, fratelli e sorelle, ricevetela. Gli angeli sono ancora con te?
R. Sì.
D. Mettiti a ginocchio, e di' loro di far l'adorazione con noi, e raccomanda loro la L=L.
[434] Vedansi _Confessions du comte de Cagliostro, avec l'histoire de ses voyages_. Parigi 1748.
_Mémoires authentiques pour servir à l'histoire du comte de Cagliostro_. Strasburgo 1786.
_Compendio della vita e delle gesta di G. Balsamo denominato il conte Cagliostro, che si è estratto dal processo contro di lui formato in Roma l'anno 1790, e che può servire di scorta per conoscere l'indole della sètta de' Liberi Muratori_. Roma 1791.
N'è quasi traduzione la _Vie de J. Balsamo, extraite de la procédure instruite contre lui à Rome_. Parigi 1791.
SAINT-FELIX, _Aventures de Cagliostro_. Parigi 1856.
FIGUIER, _Histoire du merveilleux,_ tomo V. Parigi 1860.
L'abate Fiard nella _Francia ingannata dai maghi e dai demonolatri_ fa del Cagliostro un vero spirito infernale, come Mesmer, Comus, Pinotti.
Il famoso Mirabeau ha una _Lettre sur mm. Cagliostro et Lavater_, ove li tratta da ciarlatani; mostra i pericoli a cui si espone la società coll'esaltare le immaginazioni: e poichè si ciancia di tolleranza, conchiude: «Tollerate Cagliostro, tollerate Lavater, ma tollerate pure quelli che li denunziano come insensati perchè ripugna il dichiararli birbi».
[435] Vedi una sua lettera del 1761.
[436]
Vedrò, vedrò dalle malnate fonti Che di solfo e d'impura Fiamma, e di nebbia oscura Scendon l'Italia ad infettar dai monti, Vedrò la gioventude I labbri torcer disdegnosi e schivi ecc.
[437] Vedi il nostro Discorso XXXI, nota 8. Che conto si facesse del medioevo lo indica uno de' più ingegnosi e dotti francesi, il presidente De Brosses. Nelle lettere che scriveva durante il suo viaggio in Italia del 1740, narra aver veduto nella biblioteca di Modena il Muratori. «Trovammo questo buon vecchio, co' suoi quattro capelli bianchi e la testa calva, che lavorava, malgrado il rigido freddo, senza fuoco e a capo scoperto in quella galleria glaciale, in mezzo d'un cumulo di antichità, o piuttosto di vecchiaggini italiane; chè davvero io non so risolvermi a chiamare antichità ciò che riguarda que' villani secoli d'ignoranza. Non mi immagino che, fuor della teologia polemica, v'abbia cosa più stomachevole di questo studio. È fortuna che v'abbia alcuni che vi si buttano come Curzio nella voragine: ma io sarei poco voglioso d'imitarli».
[438] Già il Summonte (_Istoria della città e regno di Napoli_, lib. I, c. XI) scrive che oltre le parrocchie... sono in Napoli più di cento cappelle, edificate da cittadini presso le loro case, servite da preti secolari, tra le quali, dodici ne sono sotto il governo di diverse comunità de' forestieri, come Spagnuoli, Catalani ecc.».
[439] Dopo che Tommaso Campailla avea formato un poema sulle idee di Cartesio, Tommaso Natale ne fece un altro sulle idee di Leibniz, e che fu proibito dal Sant'Uffizio.
[440] Anche ai giorni nostri Göschel, Weis, Bromis, Fichte juniore, Rust ed altri tedeschi cercano conciliare l'hegelianismo col cristianesimo, introducendovi la personalità di Dio e l'immortalità dell'anima.
[441] Opere sue principali sono:
_Ricerche sulle ricchezze del clero_. Ferrara 1776.
_Emilio disingannato_. Siena 1783.
_Del buon uso della logica in materia di religione_. Foligno 1787. Son 3 volumi che contengono 37 dissertazioni.
_G. G. Rousseau accusatore de' nuovi filosofi_. Asisi 1798.
_Dell'autorità del pontefice ne' Concilj generali_. Gand 1815.
DISCORSO LIII.
PREVALENZA DE' GOVERNI LAICI. ABOLIZIONE DELL'INQUISIZIONE E DEI GESUITI.
Erano di origine differente e differente intendimento Giansenisti e Filosofisti; quelli dediti alle austerità, questi all'epicureismo; quelli appoggiantisi all'autorità, questi sagrificando ogni fede alla pura ragione; quelli accinti a ricondur la religione alla ascetica semplicità de' primi secoli, e dicendo «Ciò ch'è antico è divino, ciò ch'è nuovo è diabolico»: questi tempestandola di dubbj, d'epigrammi, d'insulti, e rimbalzandosi per parola d'ordine «Guerreggiar la infame». Eppure accordavansi nello scalzare la sede romana, e preparare una rivoluzione nella Chiesa. Ma poichè rivoluzione è il cessare dallo sviluppo regolare per gettarsi alla ventura di fatti improvisi e imprevisti, mentre forse i caporioni ne speravano guadagno di libertà popolare, i principi conobbero potrebbero giovarsene per ingrandire la propria podestà, sostituendo alla teologia l'avvocheria, rendendo dispotico il governo nelle cose sacre come aveano fatto i Protestanti, e separandolo, non ancora dalla Chiesa, come fu proposto solo jeri, ma dal pontefice. Col furore d'una moda, in tutte le Corti passò il farnetico d'imitare Luigi XIV; e in Italia, dove unica restava questa grandezza, la supremazia papale fu contrastata dalle case regnanti, tentate allo scisma dalla seduzione del despotismo. Tutto ciò sotto il manto della filantropia, tanto che direbbesi, non volendo più forzare ad obbedire alla giustizia, volessero mostrar giusto l'obbedire alla forza: invece di fortificare la giustizia, giustificar la forza.
Noi non dobbiamo qui riprodurre fatti che altrove particolareggiammo[442], indicando come i re si facessero proseliti della ribellione contro l'autorità. Già nel Discorso LI mentovammo gli intendimenti della Casa di Savoja. Tuttora in dipendenza dall'Impero ed in pericoloso contatto colla Francia, aspirando a divenir italiana dopo che invano avea tentato impinguarsi a danno della Svizzera e della Francia, dovea tenersi amici i pontefici, sì perchè la devozione a questi era popolare e nazionale in Italia, sì perchè della loro potenza potea farsi un appoggio contro le insidie altrui, intanto che per la piccolezza e per la lontananza non ne eccitava le gelosie. E mentre per le ragioni opposte i re di Sicilia furono sempre a cozzo coi papi, i duchi di Savoja crebbero mediante favori continui della Chiesa; le diedero molti santi; a capo della magistratura e nelle ambasciate posero quasi sempre persone religiose: il Conte Verde fra ventitrè membri di cui componeva l'alto consiglio, ne voleva otto ecclesiastici; il clero tenea il primo posto negli stati generali; gran cancelliere degli ordini cavallereschi era sempre o l'arcivescovo di Torino od altro prelato; tanto ampia la giurisdizione del Foro ecclesiastico, da assorbire una metà dei processi; i beni e i feudi ecclesiastici rimanevano immuni; fin i malfattori restavano franchi per quindici giorni quando andassero a venerare la santa sindone. Dopo il 1560 risedeva a Torino un nunzio con ampie autorità, e gelosissimo di riservare a Roma le cause più importanti[443].
Ma Vittorio Amedeo II, che sossoprava l'Italia per ismania di conseguire il titolo di re, ruppe a duri conflitti col papa pretendendo eleggere egli stesso i vescovi nel suo paese, per (dicevangli gl'adulatori) «non mancare alla sua dignità». Peggio operò allorchè ottenne la Sicilia col titolo di regno. Questo, per antichissimo canone, rilevava dalla suprema signoria del papa; e avendo il duca ricusato di riconoscerla, il papa ordinò a' vescovi di colà di non riconoscerlo, sicchè molti uscirono dall'isola. Risoluto di vendicarsene, Vittorio Amedeo cominciò a sopprimere l'Inquisizione, avocando ai tribunali le cause a quella devolute[444]; impose tasse sui beni e sulle persone ecclesiastiche; puniva atrocemente chi tenesse conto dell'interdetto, mandò truppe protestanti su terre del papa, mentre fra' sudditi di questo facea reclute. Clemente XI minacciò più volte scomunicarlo, e sempre sospese; solo ordinò che in tutte le chiese di Roma si esponesse il Venerabile, onde supplicare Iddio a toccar il cuore del duca. Allora avvenne un miserabile strazio delle coscienze, massime nella Sicilia; il senato di Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco, benchè scomunicato e rimosso dal nunzio[445]: a ribattere le pretensioni romane aguzzavansi legulej piemontesi, il Pensabene, il D'Aguirre, il Degubernatis: Vittorio Amedeo fece raccogliere materiali da Girolamo Settimo e Giambattista Caruso, e li mandò ad Elia Du Pin, che ne formò la _Défense de la monarchie de Sicile contre les entreprises de la Cour de Rome_ (Amsterdam 1716).
Non lasciarono sfuggire quest'occasione i Protestanti e gli spiriti forti per veder di guadagnare il duca. Alberto Radicati, conte di Passerano e di Cocconato da Casale, fu de' più ferventi oppositori alle pretensioni curiali e negava ogni supremazia del papa sui vescovi; la gerarchia ecclesiastica esser una corruzione della dottrina evangelica, donde passava a voltare in burla i dogmi e i misteri.
L'Inquisizione lo cita tre volte; non risponde; in contumacia è condannato ad esser bruciato vivo, ed egli trionfa in Torino: ma ecco un bel giorno gli è intimato che Vittorio Amedeo lo chiama. Egli ci va con esitanza, e si sgomenta davvero quando nell'anticamera scorge il padre inquisitore e il procuratore fiscale. Pure Vittorio l'accolse graziosamente; l'avvertì che potenti nemici teneano l'occhio sopra di esso, e l'accusavano d'ateismo: avesse cura di parlare più temperato; del resto egli eragli riconoscente dello zelo che mostrava per gl'interessi della Corona.
— Se il re mi approva, non curo la disapprovazione di chicchessia: (rispose l'accorto cortigiano) se il re mi biasimasse, tacerei».
Vittorio l'assicurò della sua protezione: tornasse domani. E al domani lo interrogò se conoscesse a fondo i diritti delle due podestà. Il Radicati rispose averne fatto lo studio di tutta la sua vita: e se tutti ne sapessero altrettanto, nessun principe accetterebbe nel suo Stato altra podestà fuor della propria.
— Ma se così operassero, che diventerebbe l'autorità della Chiesa?» dimandò il principe.
— Diventerebbe una chimera qual è veramente».
— Comprendete voi tutto il peso delle vostre parole quando trattate di chimera l'autorità che i papi tengono da Dio?»
— Maestà sì, la conosco, e mi darebbe il cuore di mostrarle che tale autorità, non che venire da Dio, è repugnante al Vangelo».
— Ma diminuendo questa autorità, non si correrebbe rischio di turbare la tranquillità pubblica?»
— Mi permetta vostra maestà di non crederlo, qualora l'impresa fosse assunta da principe saggio quanto Vittorio Amedeo. Il senato di Venezia ha pur potuto mettere freno alle esorbitanze del clero, malgrado i dispareri che nascono nelle assemblee numerose. Quanto più sarebbe agevole a principe, che non dee consultare se non la propria volontà?»
Pochi giorni appresso, il re tornava a chiamarlo, e gli disse come le sue ragioni avessergli fatto colpo, ma per restarne meglio convinto occorreagli di vederle rinfiancate con altre; ed esposte in iscritto per pesarle ad agio: il facesse, e mettesse cura di non asserire cosa senza provarla.
E il Radicati si pose all'opera, e già avevala ben avanzata quando si sparse voce di accordi fra Torino e Roma; al Radicati parve che il re nol ricevesse più colla cordialità di prima, nè in udienze private: credea che i magnati della Corte stessero seco sul grave, che frati e preti ridessero di lui, come già sovrastasse il giorno delle vendette. Son fantasie, con cui si piacciono alcuni di mostrarsi perseguitati: fatto è che, non tenendosi più sicuro, uscì di Piemonte e passò in Inghilterra. Il marchese d'Aix, che colà stava ambasciadore del re, gli fece sapere come avesse avuto torto di abbandonare il Piemonte, che nulla a temere v'aveva, nè il re cesserebbe di tenerlo in protezione. Pertanto deliberò rimpatriare: ma giunsegli ordine di indugiare finchè al re non avesse presentato il libro, del quale tanto si parlava, ancor prima che comparisse. E il Radicati, datovi l'ultima mano, lo spedì a Torino.
Ma ecco il ministro intimargli che sua maestà era indignata gli avesse spedito uno scritto siffatto, e che non potrebbe più conservare seco relazione: i beni suoi, come di nobile migrato senza consenso regio, furono confiscati.
Il libro è intitolato _Receuil de pièces curieuses sur les matières les plus intéressantes_ (Rotterdam 1736), e sostiene dodici proposizioni: 1º Il principe dee aver libera la collazione degli arcivescovadi, vescovadi, badie, parrocchie, e disporne a suo talento come i re di Francia: nominare inoltre i provinciali, priori, superiori degli Ordini religiosi, o rimuoverli. 2º Determini egli il numero de' preti, frati, di ciascun Ordine, monastero, collegio. 3º Incameri tutti i beni e le rendite della Chiesa e degli Ordini religiosi, dando al clero sufficienti provigioni. 4º Vieti ai sudditi di donare mobili o stabili a Chiese o a corpi religiosi. 5º Proibisca ai Gesuiti o frati qualunque d'insegnare pubblicamente o privatamente, ma stabilisca scuole laicali nelle città e nelle borgate. 6º Proibisca al clero di ricevere mercede per la celebrazione di messe, punendo come simoniaco chi ne accetta. 7º Tenga per ribelli i confessori o ecclesiastici che ne' penitenti o ne' fedeli eccitano odio contro il sovrano. 8º Abolisca l'asilo delle chiese; pigli le terre del papa che si trovino nello Stato, come sono i feudi pontifizj in Piemonte. 9º Abolisca il Sant'Uffizio 10º e le confraternite del Rosario, del Monte Carmelo, della Cintura di sant'Agostino, del Cordone di san Francesco, dello Spirito Santo. 11º Diminuisca il numero delle feste, riducendole alle domeniche, pasqua, natale, capo d'anno, natività della Beata Vergine, tanto per distinguere i Cattolici dai Protestanti. 12º I beni del clero scomparta fra i nobili ed i Comuni; e poichè cesserebbero d'esser immuni dal tributo, diminuisca d'altrettanto le gravezze pubbliche.
Avanti procedere a tali riforme bisognava fondare l'Università e l'insegnamento laicale, togliendo ai Gesuiti l'istruzione: stampare un'istruzione popolare sulla distinzione fra l'autorità spirituale e la temporale; e difondere gli scritti di frà Paolo Sarpi.
L'opera alla quale precede il racconto dei fatti che su riferimmo, nella stampa fu dedicata a Carlo III Borbone delle Due Sicilie; e poichè confidava diventerebbe re di tutta Italia rifacendo la nazione, gli offriva questi pensieri come conducenti a tal fine. È scritta con vivacità e acrimonia, attaccando anche l'autorità spirituale, e proponendo a modello Enrico VIII e il czar. Suggerisce però ai principi si mostrino zelanti della religione per ingannare il popolo, e averlo favorevole nella lotta contro gli ecclesiastici: non tocchino il dogma per non offendere gli altri sovrani.
In Inghilterra si amicò a Collins, a Tyndal ed altri spiriti forti, e per secondarli avventò contro la Chiesa una finta lettera all'imperatore Trajano, ove si pongono a parallelo Maometto e Sosem cioè Mosè. Fece pure una _Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata all'illustre e celebratissima setta degli spiriti forti da un libero pensatore (freethinker) cristiano nazareno_; e il _Racconto fedele e comico della religione dei canibali moderni_, di Zelim Moslem, _in cui l'autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria abominevole_. Ivi numera le cause che pervertirono i costumi dei Cristiani, i mali che la moltiplicità de' templi e degli ecclesiastici causò alla repubblica cristiana, e i modi con cui si formò e si mantenne la monarchia papale; mentre l'autorità sacra come la civile spetta di diritto al sovrano.
Dappoi nella _Dissertazione sulla morte_ (1733) sostenne la fatalità degli atti e giustificò il suicidio; essendo l'uomo semplice materia, ch'ebbe la vita per essere felice, può rinunziarvi quando manchi lo scopo. Per questo libro processato insieme collo stampatore, dall'Inghilterra dovette uscire, e vagò in Olanda, in Francia, impugnando anche le verità bibliche, massime nel libro _La religione maomettana comparata colla pagana dell'Indostan da Ali-Ebn-Omar-Moslem_, e in un sermone che fingea predicato nell'assemblea de' Quacqueri di Londra dal famoso fratello Elvell (1737).
Si sa che Vittorio Amedeo abdicò, ma volendo intrigarsi ancora d'affari, e forse ripigliare la corona, fu dal figlio fatto arrestare. Di questo fatto vergognoso le invereconde e spietate circostanze furono tenute occultissime; e poichè allora non v'avea giornali onde far propagare la bugia, il marchese d'Ormea ministro finse che una relazione di quei fatti fosse diramata alle legazioni, e la fece arrivare agli ambasciadori stranieri residenti in Torino quasi provenisse da infedeltà d'un impiegato. L'ebbe pure il Radicati, e tradottala in inglese, offrì al ministro di Piemonte a Londra cavalier d'Ossono di cedergliela, sperando così amicarsi Carlo Emanuele III, e ottenerne il rimpatrio. Non gli si badò: ond'egli, fingendo gli fosse mandata in forma di lettera da Torino, e aggiuntevi altre notizie, la pubblicò: più volte ristampata, fu una delle scritture più lette di quel tempo, e gli storici ne adottarono le favolose circostanze, come troppo spesso confondendo il proibito col vero. Dicono che il Radicati, morendo in man di ministri protestanti, abjurasse gli errori contro il cristianesimo.
Nelle controversie stesse s'agitò Pietro Giannone d'Ischitella (1696-1758), uno de' più pertinaci sostenitori dell'onnipotenza regia. A tacere varie scritture polemiche, fe la _Storia civile del Regno_ (1723), quasi unicamente diretta ad abbattere le opposizioni che i feudatarj o i Comuni o la Chiesa mettevano agli arbitrj de' regnanti, sempre appellando alla legalità ch'e' confonde colla giustizia; tornando al sistema pagano che non v'abbia diritto se non quel che è promulgato, nè alcun diritto contro ciò che fu promulgato: e la dedicò all'austriaco Carlo VI, «del cui felicissimo regno il maggior pregio è l'aver col decoro dell'imperiale maestà sostenuto tra noi le sue alte e supreme regalie». Quanto devoto ai re, è avverso ai papi, sui quali e sulle cose sacre versa facezie indecenti, intento ad opprimere l'autorità spirituale sotto ai pronunziati del diritto romano, e dare la società all'arbitrio dei giureconsulti; con durezza ed acrimonia piuttosto da curiale che da storico, e talvolta travisando il testo[446]. Secondo lui, la Chiesa da principio era nell'Impero; gl'imperatori anche battezzati chiamavansi _pontifices maximi, episcopi ab extra_; e quelle della Chiesa sono usurpazioni, continuate per secoli con un freddo calcolo, per cui la repubblica invisibile del sacerdozio soverchiò ogni repubblica politica.
Il suo odierno panegirista dice ch'e' fa la storia del diritto contro la Chiesa, coi soli dati dell'esperienza, come se Dio non fosse; e contro «le critiche tradizionali della scuola storica, e la falsa superiorità della scienza municipale di chi prende a censurare gli storici passati»: e non solo il difende, ma non dubita affermare che la Storia Civile sovrasta «al tanto celebrato _Discorso sulla storia universale_ di Bossuet, nel quale non si trova nè filosofia nè storia», mentre il Giannone è fondatore della filosofia della storia.
A tale vanto non assentirà chi veda come le epoche sue il Giannone deduca non da idee, ma da fatti, cioè da conquiste, da regnanti; osservi le leggi fatte in ciascun'epoca, non i loro motivi e intenti; non induca la legittimità delle tante e sempre facili conquiste dalle aspirazioni e soddisfazioni popolari: nonchè sciogliere, neppure ravvisi i grandi problemi della «contraddizione tra la follia del papato e il costante suo elevarsi» (FERRARI): dell'antagonismo fra la Sicilia e la terraferma, della rispondenza o contrarietà cogli avvenimenti dell'alta Italia; della predilezione federativa dapprima, poi della centralizzazione imposta dalla più popolosa città. Protervia d'uomini, malvagità di natura, volontà di principi sono le spiegazioni ch'egli reca, anzichè disegnare il gran moto della civiltà e della religione. Teme il progresso, teme la stampa, e se crede usurpazione la censura affidata alla Chiesa, dice «ai principi importa che lo Stato non si corrompa, che i suoi sudditi s'imbevino (_sic_) d'opinioni che ripugnino col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che veglino per le tante nuove dottrine introdotte, contrarie alle antiche ed ai loro interessi e supreme regalie, poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni e in asprissime guerre»[447]: si rallegra delle restrizioni messe nel regno ai vescovi di stampar senza licenza neppure i calendarj, «ciò che poi si è inviolabilmente osservato sempre che ministri del re han voluto adempire alla loro obbligazione, ed aver zelo del servizio del loro signore».
Per difendere i Longobardi che, nel vulgare sogno d'un'unità regia in Italia, assalivano il pontefice, sostiene che non erano stranieri, perocchè non aveano altro dominio fuori d'Italia; ragione che varrebbe anche pel Turco in Grecia, e che egli applica ai Saraceni, i quali dice «erano omai fatti siciliani»[448] perchè da un secolo tiranneggiavano la Sicilia.
Tutto re, nulla aspettando dal popolo, fu dal popolo preso in sinistro a segno, che il presidente Argento, valentissimo giureconsulto napoletano, diceagli: «Vi siete messo in capo una corona, ma di spine»; e il vicerè cardinale Altan lo consigliò di ricoverarsi in Austria. Insultato a Barletta, a Manfredonia, non trovò pace che arrivando a Trieste e Lubiana, donde a Vienna, dove undici anni godette una pensione di mille fiorini assegnatagli da Carlo VI, che allora teneva il trono delle Due Sicilie. Di là il Giannone chiese dall'arcivescovo di Napoli e dal sant'Uffizio l'assoluzione per la sua storia e l'ebbe, onde fu sopito il processo. Nè per questo desisteva dal sostenere i diritti regj contro la curia, e contrastar «le vittorie riportate dalla prevalente astuzia del vero», come dice il suo panegirista. Ma quando l'italica indipendenza si trovò quasi compiuta, e Carlo VI perdè la dominazione della Sicilia, Vienna cessò di careggiare i fuorusciti, e sospese la pensione al nostro storico. Il quale allora stabilì ritornare in patria ad offrire i suoi servigi a re Carlo III. E prima errò per varj paesi, trovando contraddittori alle falsità e nemici alla mordacità della sua storia: a Venezia il senatore Pisani ben l'accoglie; il senato gli offre cattedra di pandette a Padova, ma egli allega non aver l'uso del latino; cerca gli si agevoli il ritorno in patria, ma Carlo III nol vuole: si offre alla Corte di Torino per servirla nelle controversie allora vive con Roma, ma è politamente ricusato (1735).
Per questi oggetti egli trattava coi ministri esteri, e poichè ai senatori e a chi stesse in lor casa era proibito parlare con rappresentanti stranieri, gl'inquisitor di Stato, cui già era accusato d'appartenere ad una società di ottanta gentiluomini che si burlavano del papa, delle preghiere, dei miracoli, lo fecero arrestare, mettere in una barca, e deporre a Crespino terra di papa. Non vi fu scoperto, e passò a Modena, indi dai Trivulzj a Milano, città che per un momento si trovava sotto al Piemonte, poco contenta d'un re di dubbia indipendenza, di soldati che invadevano i vescovadi, di professori scomunicati. Tornò allora offrirsi al re sardo mediante il conte Pettiti e il marchese D'Ormea, promettendo che «con tutto lo spirito avrebbe in suo servizio sagrificato tutto il rimanente della sua vita, in qualunque occasione la sua opera e la sua penna potesse essergli di gradimento». Ma un ordine preciso del re gl'intimò d'uscire di Lombardia. Traversò il Piemonte nel novembre 1735, e poichè Roma mostrava desiderio fosse arrestato, onde, fissatosi in paese d'eretici, non portasse danno, il marchese d'Ormea le dava contezza che, saputo come si dirigesse a Ginevra, avea spiccato l'ordine d'arrestarlo. E al cardinale ministro Albani scriveva il 13 dicembre 1735: «Vostra eccellenza avrà inteso che, sulla notizia datami dal grancancelliere di Milano delle intenzioni di Pietro Giannone di voler passare a Ginevra, s'erano date disposizioni necessarie per farlo arrestare. Or devo aggiungerle che, essendosi trovato partito da Milano, ne feci far qui le più esatte diligenze, e finalmente scoprii, non senza grande stento, stante che qui s'era nominato per Pepe Anello, che non avea fatto che qui pernottare la notte del 27 caduto, essendo partito la mattina del 28. Spedii subito l'ordine sulla rotta (_strada_) ma essendo già passati alcuni giorni dacchè era in viaggio, più non si potè cogliere. Se sua santità avesse da principio lasciata intendere la sua intenzione che fosse arrestato, non sarebbe certamente mancato il colpo, e se fosse riuscito dopo che qui se ne era presa spontaneamente la risoluzione, avevo risoluto di mandarlo legato al papa sino dentro Roma, scortato da un distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le attenzioni incaricate novamente al signor conte Piccone (_governatore della Savoja_) sortiscano il loro effetto; perchè in tal caso sua santità potrà conoscere che, se nelle cose temporali la disgrazia ha voluto che non si sono potute incontrare in cotesta Corte le dovute convenienze, nelle spirituali non v'è chi superi sua maestà nella sua devozione ed ossequio verso la santa sede e la persona di sua santità, ne chi più vivamente s'interessi per il sostegno e vantaggio della nostra santa fede».
E fu allora che venne ordito un infame tranello, d'accordo col governatore Piccone. Giuseppe Guastaldi, gabelliere a Vesenà, villaggio sardo vicin di Ginevra, finse interesse per la sorte del Giannone e d'un figlio naturale che menava seco, e volerlo riconciliare colla Corte. A tal uopo gioverebbe mostrasse non esser vero che avesse apostatato, nè altra cosa il proverebbe meglio che il far pasqua; andasse seco a riceverla nel vicino villaggio savojardo. E il Giannone vi andò il 24 marzo 1736, ma v'erano disposti birri regj, incaricati d'arrestarlo «con destrezza e piacevolezza»[449] come fecero. Roma attestò al re «simili ingegni turbolenti dover celeremente essere sconcertati e allontanati dal consorzio degli uomini»: il re significò al governatore Piccone l'_agrément très-distingué avec lequel il avait reçu la nouvelle de l'emprisonnement de Giannone_: il marchese d'Ormea sollecitò perchè se ne raccogliessero i manuscritti, se ne esplorassero le intenzioni, e se avesse apostatato o ci pensasse: voleva anche farlo tradur a Roma, ma la clemenza del re s'accontentò di gettarlo nella rócca di Miolans poi a Torino, sottoponendolo per dodici anni a una prigionia brutalmente severa e vessatoria. L'Ormea assicurò Roma che mai, per qual fosse ragione non sarebbe liberato: il padre Prever fu mandato per convertirlo, pur dichiarandogli che, qualunque fosse l'esito della sua missione, non isperasse libertà, e soltanto pensasse all'anima sua: ond'egli fece la più ampia ritrattazione; desiderare che della sua Storia perisse fin la ricordanza; ringraziare Dio e il re e suoi ministri che, col tenerlo prigione, l'aveano campato da altri errori[450].
Quest'atto a nulla gli valse; non lo sporgere istanze; non il rammentare quanto fosse stato devoto alla Casa di Savoja, e che dall'arcivescovo di Napoli e dal Sant'Uffizio era stato assolto; la durezza de' ministri e l'avidità de' castellani peggiorava la sua miseria, nella quale lasciavasegli fino ignorare che ne fosse del suo figlio e della madre di questo, a spogliare i quali s'erano affrettati i parenti.
Che avesse rinnegato la religione de' suoi padri non appare. La sacra Congregazione proibì la Storia di lui per «dottrine false, temerarie, scandalose, sediziose, ingiuriose a tutti gli ordini della Chiesa, erronee, scismatiche, empie, e che a dir poco sanno d'eresia (_hæreses ut minimum sapientes_)» non però veramente ereticali. Ma oltre di quella avea scritto il _Triregno_, opera che non fu stampata, e neppure compita, ma della quale fra' manuscritti del prigioniero trovossi una copia dall'abate Palazzi di Selve bibliotecario dell'Università di Torino, incaricato dall'Ormea di esaminarli, e da lui trasmessa alla sacra Congregazione dove si conserva. Un'altra copia era a Ginevra in mano del ministro calvinista Isacco Vernet, che la cedette a un librajo olandese, e questi a un abate Bentivoglio, il quale la vendette al papa. D'un'altro esemplare, rimasto al suo figliuolo, diede estratti e indici il Panzini, tanto da poter ricomporre anche le parti che mancano.
E ciò tolse a fare un'ingegnoso quanto dotto nostro contemporaneo, il quale, per esaltarlo davanti a un uditorio prevenuto, vi legge «riflessioni senza che vi siano», vi suppone uno scopo, una connessione ideale, mettendo il pensiero scettico d'oggi al posto della quistione avvocatesca d'allora.
Sull'orme dei filosofi inglesi e francesi che rompevano guerra alla tradizione religiosa, il Giannone combatte la Chiesa, cercando le leggi della storia in quelle della mente umana. Secondo la sua teorica, il pontefice dichiara che scopo della vita terrena è conquistare il regno del Cielo. Chi gliel'ha rivelato? chi intese la voce di Dio? e al mondo chi diè principio? Nessuno; è eterno; ha vita inerente alla materia, e produttrice di tutti i viventi; immutabili sono le sue leggi. Essa produsse anche l'uomo, se pur non è eterno: e in lui nulla parla di Dio; dalle bestie non differisce che per maggior grado d'immaginazione e d'esperienza, pei vizj, per la facoltà di errare, e di adorare gli Dei, formati dalla nostra immaginazione.
Una di queste creazioni della fantasia è il Dio di Mosè, ma questi non parlò di vita futura, e solo di prosperità o tribulazioni mondane, accompagnate anche da miracoli, nulla però accennando a retribuzioni postume; nè gli Ebrei, nelle varie età della loro storia ebbero altro concetto che di un regno terreno. Queste dottrine di Mosè concordano con quelle degli Egizj, de' Fenici, dei Greci, e non ne sono punto superiori. Meglio ancora i Romani vagheggiavano la grandezza terrena: e la discrepanza dei profani dai sacri sta solo nelle forme, nelle metafore; concordando del resto nel credere che uno spirito animasse tutto l'universo, una vita sola desse moto agli animali tutti; colla morte, quell'alito ritorna al principio da cui derivò. La vita spirituale e immortale è invenzione de' pontefici, nè tampoco conosciuta a Tertulliano e a Lattanzio.
Insomma il Giannone riduce tutto all'anima del mondo di Gassendi e agli atomi d'Epicuro, repudiando fin Cartesio che discerne il nostro essere in anima e corpo, in sostanza estesa e sostanza cogitante.
Ma prosegue il Giannone, le austere tradizioni egizie, conformi alla natura, cioè materialiste, vennero guaste dalle fantasie de' filosofi e poeti greci, onde la filosofia tramutavasi in mitologia, la verità in favola, e ne nacque tutta l'ontologia degli Ebrei negli ultimi tempi, come de' popoli classici. Sempre togliendo per suo bersaglio il pontefice, il Giannone gli chiede se i dogmi suoi concordino con quelli degli ultimi Ebrei, cioè di Cristo. Nel regno annunziato da questo trova tutt'altro che il paradiso, e sempre affacciando nuovi dubbj, sventa i mezzi proposti per acquistare il regno promesso. I primi Cristiani, persuasi che il mondo fosse per finire onde dar luogo a un nuovo, popolato dai morti resuscitati, sprezzavano i beni temporali, viveano in comune, aveano soli sacramenti il battesimo e la cena, senza significazioni magiche o soprannaturali. La risurrezione de' morti era il dogma fondamentale, il motore di tutte le azioni de' primi Cristiani: la punizione o il premio delle azioni susseguono alla risurrezione[451].
Questo dogma vacillò quando si vide tardare la venuta del regno di Dio: poi Basilide ed altri eresiarchi l'impugnano: nel confutarli, i Padri trascendono, ammettono un regno de' cieli, vi collocano i martiri e i santi: ne deriva un culto, e comincia la mitologia de' papi con Gregorio Magno, cioè la credenza che le anime salgano al cielo direttamente senza aspettare la resurrezione e il giudizio universale, e subito fruiscano della beatitudine eterna: sicchè riesce inutile il giudizio universale mentre s'inventano il cumulo delle opere sante, e i suffragi pei morti e le immagini devote, e le feste, e il culto di Maria e delle varie fasi della sua vita, l'annunciazione dapprima, poi la purificazione, la natività, la morte, l'assunzione, la concezione, indi la visitazione, i sette dolori, il rosario, lo scapolare, il matrimonio, le varie immagini, la casa, i tanti patrocinj; l'invocarla al principio di tutte le prediche, siccome introdusse san Vincenzo Ferreri; il ricorrere a Cristo per mediazione di lei; il farsela regina come gli Ungheresi.
Le tante chiese consolidano il governo ecclesiastico, nel tempo stesso che fanno moltiplicare i santi, talvolta annoverando di quelli che da secoli son morti. Mentre prima i vescovi lagnavansi perchè il popolo imponea loro la venerazione di certe persone, dappoi i papi trassero a sè il santificare, col che elevarono grandemente la propria potenza, combattendo l'eresia come la superstizione e l'indipendenza dei re. Fra i celesti si stabilisce una gerarchia di santi, beati, venerabili: e il Giannone descrive il paradiso parodiando Dante, e beffando que' varj spartimenti, dedotti da visioni o rivelazioni. Perchè poi il cielo dei papi non discordasse da quello di san Giovanni, nè fossero superflui la risurrezione e il giudizio finale dacchè le anime erano sentenziate subito dopo la morte, il Concilio di Firenze aggiunse che allora anche i corpi verrebbero glorificati, e dalla semplice visione beatifica si passerà al pieno possesso.
Qui ha luogo lo stato intermedio del purgatorio, colle indulgenze e i giubilei e le espiazioni e la loro riversibilità indefinita.
Dipinto l'inferno, il Giannone conchiude il regno celeste coll'asserire che la Chiesa riprodusse il gentilesimo, con minore genio, minor libertà e umanità; e una morale ridotta a pratiche, a genuflessioni, a pellegrinaggi.
Veniva ultimo il regno papale, cioè il governo della Chiesa, ma o nol fece o andò perduto: da tutta la Storia sua però e dai manuscritti si può argomentare come voleva mostrar il sacerdozio quale una continua usurpazione sopra i diritti del principato, in dieci periodi. Addita in Roma tutte le superstizioni di cui è incriminato il medioevo, e mostrando come i grandi fossero divenuti tali collo sprezzarle o servirsene, vorrebbe indurre a far altrettanto colla religione nuova. Per incoraggiare la Casa di Savoja nella lotta contro il papa, scrisse _discorsi sulle Deche di Tito Livio_, imitando non tanto il Macchiavello quanto il Toland, che poc'anzi vi avea cercato il culto della natura e la religione degli istinti.
Il suo panegirista conchiude che il Triregno è «la sola opera nella quale la religione sia apertamente assalita nel dogma, scandagliata nelle origini, analizzata nelle conseguenze: Giannone è l'unico scrittore col quale l'Italia si associa al moto europeo della scienza contro la fede». E appunto perchè «unico italiano contro la fede»; perchè all'Italia «non mancasse una delle categorie della ragione nazionale», il signor Ferrario tolse a illustrarlo e farlo rivivere dai brani dell'opera sua. Ciò proverebbe che non a torto era temuto e perseguitato; e la turpitudine di quella persecuzione gli attirò un vanto di liberalismo, che mal gli si compete. Ma per ciò stesso noi ci credemmo obbligati a badarci a lungo su di esso, ben lontani dall'attribuirgli nè il merito nè l'importanza che il suo lodatore. Noi ed altri ne abbiam appuntati gli errori e i plagi[452]. In fondo egli copia gl'Inglesi, principalmente il Burnet, massime nell'assumere come concetti delle tre grandi epoche la mortalità delle anime, la resurrezione de' morti, l'assunzione degli spiriti al cielo, e a queste trasformazioni subordinare tutta la storia. In carcere scrisse varie opere, in una delle quali vanta i teologi scolastici fin a disapprovare i santi padri, desiderando «manifestare al mondo (dice) i miei religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto,... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte l'altre del mondo cattolico, non ho tralasciato le prove più forti ed efficaci... che ben dovrebbe essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne che questo»[453]. I re di Sardegna non propendeano a dargli ascolto, benchè egli lodasse sguajatamente il suo carceriere come avea lodato l'austriaco suo stipendiatore; sicchè quest'infelice, punito nella parte morale ben peggio che colla tortura e la galera, moriva il 7 marzo 1748 dopo dodici anni di patimenti[454]. Al Guastaldi, suo giuda, furono riffatte le cinquantacinque lire spese per ingannarlo, e dato il grado d'ajutante di campo del duca. Al figlio di Giannone il re di Sardegna diede, dopo lunghi indugi, ottantasette ducati per libri tolti al suo padre e posti nella Biblioteca; ma il re di Napoli gli assegnò sui proprj fondi trecento ducati l'anno, in memoria «dell'uomo più grande, più utile allo Stato, più ingiustamente perseguitato che il Regno abbia prodotto in questo secolo».
Ancora l'esagerazione fin nella giustizia. Perocchè, se a costituire un grand'uomo bastasse l'avversare la costituzione ecclesiastica, il vanto toccherebbe agli Austriaci che qui dominavano, e ai Tedeschi di cui qui trapiantavano gl'insegnamenti.
Giovanni Nicola de Hontheim, suffraganeo al vescovo di Treveri (1701-90) e cancelliere di quell'Università, colle debite approvazioni di Vienna e col pseudonimo di Giustino Febronio pubblicò _De statu præsenti Ecclesiæ et legitima potestate romani pontificis liber singularis, ad reuniendos dissidentes in religione christiana compositus_ (Bouillon, 1763), e subito fu levato a cielo, come sogliono i libri di partito, quasi pareggiasse i gran maestri di diritto. Tal fama non regge all'esame, ma che importa? Il Febronio, colle ignoranze sue e le palpabili contraddizioni dottrinali divenne bandiera del partito antipapale. Perocchè, proponendosi di mettere in accordo i dissidenti, non potea giungervi che abolendo il primato del papa; e in fatto si svelenisce contro di questo, esponendolo alla gelosia de' prelati, racimolando quanto n'aveano già detto i controversisti francesi e i nemici degli Ordini religiosi; e conchiude l'opera di conciliazione coll'insegnare il modo di formare uno scisma. Alla costituzione della Chiesa trova non convenire nè la monarchia, nè l'aristocrazia, nè la democrazia, sibbene un collegio che abbia forza coattiva; sublima l'autorità de' vescovi, sopra i quali i papi usurparono le riserve, i tribunali de' nunzj, le congregazioni romane, l'appello ed altri abusi derivati dalle false decretali; la infallibilità non spetta ai singoli vescovi, bensì l'autorità di condannare le eresie, e di esaminare le decisioni del pontefice: al quale insomma lascia solo una generale ispezione e sollecitudine, non autorità infallibile nè monarchica, nella misura che gli è attribuita da' Concilj e da' vescovi. Sta all'imperatore il convocare i Concilj generali, informandone gli altri principi.
Il libro giungeva opportuno, e perciò venne echeggiato dai tanti adoratori dei governi forti, e i principi se ne trovarono incoraggiati a levarsi dattorno ciò che solo ne impediva gli arbitrj. Illusi! scassinato il principio dell'autorità, essi sagrificatori oggi, sarebbero vittime domani.
Una delle parti dell'amministrazione, che i governi doveano specialmente adoprarsi di concentrare in sè era la giustizia, e come la toglievano ai feudatarj, così doveano voler toglierla anche agli ecclesiastici e principalmente al Sant'Uffizio. Questo in Roma dava appena segno di sè, e il presidente De Brosses che vi stette nel 1740, diceva: «La libertà del pensare in fatto di religione, e talvolta anche di parlare, v'è maggiore che in qualsiasi città ch'io conosca; non si creda che il Sant'Uffizio sia così nero come si dice: io non ho mai inteso che alcuno sia stato messo all'Inquisizione e trattato con rigore»[455].
Questa in Toscana era continuata con bastante placidezza, più che delle eresie curandosi dei costumi, non solo ne' chiostri, ma fin nelle case; e un Domenicano scorreva ogni anno il granducato, poi riferiva al principe le riforme necessarie. Per accennare qualche cosa, nel 1686 una vecchia, alquanto brilla, s'introdusse sulla bruna in una casa, e si posò accanto al focolare. Tardi ritornando i padroni la credettero una strega, calatasi per la gola del camino; chiamarono gente, fu presa, e sì malmenata, che al domani trovossi morta, e il suo cadavere sepolto fuor di luogo sacro. L'arcivescovo Morigia, meglio esaminato il caso, ne fece far riparazione. Il 27 febbrajo 1695, Jacobo Balestri, nato e educato bassamente, ma abile a tessere sete, fu imputato di molte eresie benchè non sapesse leggere nè scrivere, onde fu obbligato a pubblica abjura, e per dieci anni tenuto prigione, come ateo. Alessandro Martini nobile fiorentino dovette egli pure al 13 maggio 1690, abjurare, essendo accusato di confessione rivelata, e d'abusare di passi scritturali per sedurre incauti a difondere le massime di Molinos; condannato a carcere perpetuo vi morì dopo dieci anni. D'altri errori veniva imputato il Vanni, canonico della basilica Laurenziana, ma il suo libro intitolato _Barlumi_, esaminato dal Sant'Uffizio, n'ebbe assoluzione, ma dopo lunga prigionia.
Levò maggior rumore il caso di Tommaso Crudeli (1703-45) discreto poeta lepido, che mettea ne' discorsi più fuoco e ne' versi più idee che non si solessero, ma che fu lodato oltremodo perchè perseguitato. Encomiò il senatore Filippo Buonarroti perchè «frenar solea il tempestoso procellar del clero»; di che nimicatigli i preti, fu mandato al Sant'Uffizio il maggio 1739. Il processo è stampato colle esagerazioni che si adoprano quando si è deliberati di ruinar una causa: la bontà amichevole che gli mostrava il vicario dovea dirsi ipocrisia e artifizio per esplorare; doveano comparirvi tutte le tergiversazioni del puntiglio nell'accusarlo e volerlo reo. Era imputato d'appartener ai Franchimuratori, de' quali diceasi esistere trentamila in Toscana, aver assistito ai costoro convegni in casa del prussiano barone di Stoch; come avviene nei processi scoprironsi altre sue colpe che sariano passate inavvertite; celiare sulla Madonna dell'Impruneta e su San Cresci; legger libri proibiti, quali il Marchetti, il Sarpi, la vita di Sisto V; dir la scolastica una scienza chimerica; invece della messa alla festa andare alla caccia del paretajo; non inginocchiarsi al suon dell'avemaria alla sera o al mezzogiorno; aver detto che l'eucaristia non era che una cialda. La sacra Congregazione di Roma ordinò al sant'Uffizio di consegnarlo al governo secolare, che lo pose in fortezza, e la sera del 20 agosto 1740 in San Pier Scheraggio davanti all'Inquisitore e a magistrati fu sentenziato a rimaner nella sua casa in Poppi, e dire i sette salmi penitenziali per un anno una volta il mese.
Anche un frà Cimino napoletano, cancelliere del sant'Uffizio in Siena, avea fatto cogliere e battere un cittadino, si disse per togliersi da' piedi l'impaccio ad una sua tresca. Il capitano di giustizia lo pose in carcere: e perchè riuscì a fuggire, vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere più al sant'Uffizio che nazionali. Già nel 1738 erasi proibito ai famigli del sant'Uffizio di portar le armi, e stabilita la censura de' libri indipendentemente da esso. Questo se ne lagnò come fa sempre chi perde un potere, e dichiarò proibito ogni libro che non avesse il suo visto; induceva gli editori a sottoporgli le stampe; e il governo arrestò questi libraj, tanto più perchè il clero aveva anche in istampa avversato la tassa sul macino[456].
Il conte Emanuele di Richecourt, capo della reggenza di Toscana, veduti i casi del Crudeli e di frà Cimino, nel 1744 fece schiudere le carceri dell'Inquisizione e sospenderne d'esercizio: poi si concordò con Roma di ristabilirla, però al modo di Venezia, cioè coll'assistenza di alcuni laici, e specificando i casi, che fossero di sua competenza. Infine Pietro Leopoldo la abolì il 15 luglio 1782 «usando dei mezzi che la podestà suprema ci somministra per mantenere e difendere la nostra santa religione nella sua purità»; con l'obbligo di consegnar gli archivj, e le carte ai vescovi «che soli hanno ricevuto da Dio il sacro deposito della fede».
Anche a Napoli l'Inquisizione romana non cessò d'operare per mezzo dei vescovi, che dichiarava suoi delegati, finchè sotto Carlo d'Austria ne fu spento ogni vestigio, volendo che in avvenire «nelle cause di fede si proceda dagli ordinarj per la via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta disposto ne' sacri canoni»[457].
Malta può riguardarsi come isola italiana sì per la lingua che v'è comune, sì per la dipendenza che ebbe dal regno di Napoli. Come in questo, v'era stata introdotta l'Inquisizione, contro gli abusi della quale nel 1760 reclamò presso la santa sede il granmaestro don Emanuele de Pinto, e principalmente contro i molti che, col titolo di famigliari del Sant'Uffizio, otteneano patenti di portar armi e restar immuni dalla giurisdizione ordinaria. Pertanto il pontefice, con bolla del 31 luglio 1760, restrinse que' patentati a soli sessantotto, e che dovessero venir notificati al governo. Il re di Napoli, come signor supremo di quell'isola, pretese dovesse togliersi affatto al nunzio il diritto di dar tali patenti, solo al re spettando il difendere la podestà feudale, da Carlo V concessa al granmaestro; ma Clemente XIII raccomodò quel disenso.
Nell'isola di Sardegna, dominata dalla Spagna, era stata con poca difficoltà stabilita l'Inquisizione, dipendente dalla suprema. Abbiamo memoria d'un processo che nel 1725 fece a Pietro Palla di Castelvecchio, che perdendo al giuoco, bestemmiò Cristo; nel 1719 a un Battioli, che dicea messa senza esser sacerdote, e fu appiccato: nel 1729 un forestiero che avea proferito non esservi altro inferno se non questo mondo ove si soffre tanto, e altre insanie sull'annunciazione di Maria, sulla natura di Cristo, fu condannato ai pazzarelli. Nell'anno stesso un letterato che teneva libri proibiti, fu condannato a dieci anni di prigionia, così altri per bestemmie, per peccati contro natura, per sollecitazione in confessionale.
È notevole che il paese donde mosse la persecuzione contro i Gesuiti, cioè la Spagna, rimaneva tuttora esposto alle procedure più severe dell'Inquisizione. Attenendoci a cose patrie, accenneremo Giovanni del Turco fiorentino, viaggiatore e letterato, che in Madrid fu inquisito per avere manifestato sentimenti eterodossi intorno ai sistemi filosofici: e dovette la sua salvezza alla protezione di Maria Luisa di Borbone granduchessa di Toscana, figlia di Carlo III.
Anche il colonnello Malaspina, pur di Firenze, percorsi per tre anni mari ignoti, spedì il ragguaglio de' suoi viaggi alla Corte, ma certe opinioni ivi espresse su fatti fisici, lo fecero sottomettere all'Inquisizione.
Più famoso è Gabriele Malacrida, nato il 1689 a Menaggio nel Comasco[458] da un valente medico, padre di undici figli, de' quali uno professò teologia a Roma, uno fu canonico in patria, uno si stabilì in Germania. Gabriele, dedito alla pietà dalla prima fanciullezza, educato dai Somaschi nel collegio Gallio, poi nel seminario di Milano, si fe gesuita, e fu destinato alle missioni nel Maranham, allora appartenente al Brasile, già benedette dal martirio d'altri Gesuiti. Oltre dirigere il collegio e la colonia, il Malacrida si spinse fra i selvaggi del Para, e con zelo instancabile e intrepida carità ottenne frutti stupendi, affrontando gli stenti, le malattie, la morte, più fiate minacciatagli, sicchè va contato fra i più insigni di quegli eroi, che la storia dovrebbe esaltare ben più che gli uccisori d'eserciti e soggiogatori di popoli: e le terre di Bahia, di Pernambuco, dei Tupinambi, dei Barbadi ne conservarono la memoria, finchè non divenne vanto moderno conculcare tutto il passato[459]. Non si mancò di circondar di miracoli le sue azioni.
Dopo dodici anni di stupende fatiche venne a Lisbona il 1749 per invocare la protezione e l'assistenza del re sul seminario e il convento che colà avea fondati, e quivi pure moltiplicavasi a servigio delle anime. Ma a Giovanni V che lo venerava successe Giuseppe, datosi affatto in balìa del marchese di Pombal, devoto alle fantasie de' filosofisti e odiatore de' Gesuiti. Il Malacrida, reduce da un nuovo viaggio in America nel 1754, incontrò l'ira del Pombal per le ragioni che non mancano mai fra due spiriti diretti su via opposta, e massime contro di chi ottiene la popolarità, ambita invano dai prepotenti. In occasione del tremuoto, sciaguratamente famoso, che sovvertì Lisbona l'ognisanti del 1755, il Malacrida spiegò uno zelo e un coraggio, che furono giudicati indiscreti dal Pombal, e tanto più l'aver quegli, in un opuscolo, attribuito quel disastro a punizione del cielo, mentre il Pombal volea non vi si vedesse che mera conseguenza di cause naturali; dal nunzio apostolico Acciajuoli lo fece esiliare a Setubal, ma colà lo seguivano i devoti, per fare sotto lui gli esercizj.
Addensavasi intanto la procella contro i Gesuiti, che furono sbanditi dalla Corte, tacciati di stabilir in America repubbliche comuniste, nelle quali invece dei soldati adopravansi i missionarj, invece delle carceri i conventi, invece delle verghe i cantici, invece della forca le penitenze. Quel turpe maneggio è noto, nè speciale al nostro intento, come si sa che re Giuseppe una sera fu assaltato per ucciderlo. Eretto processo per questo attentato, uno degl'imputati nominò per complice il padre Malacrida. Qual bella occasione di vendicarsi di questo e di denigrare tutta la società di Gesù! Cercatane la casa, fra le carte di lui si trovò una lettera, diretta al re, a cui annunziava sovrastargli un gran pericolo. Il Malacrida disse averne avuto rivelazione o ispirazione, come in altre predizioni[460]; ma la giustizia volle vedervi una complicità, e arrestatolo (1759) il condannò. Ma per accusa tanto assurda non si ardì mandarlo al supplizio, onde con un'arte pur troppo non disimparata, si pensò infamarlo[461]. Il Pombal, vantato filosofo, pensò valersi a tal fine del Sant'Uffizio, a cui capo avea posto suo fratello; dopo due anni di prigione vi denunziò come impostore, blasfemo, eresiarca il Malacrida, allora di settantatre anni, facendo sentire esser desiderio del re che fosse condannato, e a tal uopo allontanandone quei che l'avrebbero salvato.
L'accusa poggiavasi principalmente sopra due libri, che diceasi avesse composto in prigione, uno _Tractatus de vita et imperio antichristi_, l'altro _Vita mirabile della gloriosa sant'Anna madre di Maria Santissima, dettato dalla medesima santa coll'assistenza, approvazione e concorso della medesima sovranissima signora e del suo santissimo Figliuolo_. In essi parrebbe s'abbandonasse a fantasie mistiche, pretendendo aver visioni, colloqui, rivelazioni dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo, con voce chiara e distinta; essergli soprannaturalmente annunciato vi sarebbero tre anticristi, padre, figlio, nipote; quest'ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e una monaca; sposerebbe Proserpina, furia infernale; e altri delirj. Asseriva pure che sant'Anna fu santificata ancora in seno alla madre, e colà intendeva, conosceva, serviva Dio, avea fatto i tre voti monastici, al Padre di povertà, d'obbedienza al Figlio, di castità allo Spirito Santo: piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che le teneano compagnia. In vita poi essa fu la più innocente delle creature, pregava Dio pei cherubini, acciocchè più sempre gl'infervorisse a servire la sua divina maestà. Il Malacrida vi raccontava tante particolarità della vita di Anna e della Beata Vergine, della quale Dio aveagli ordinato di esaltare la grandezza _usque ad excelsum et ultra_, nè esitasse a comunicarle gli attributi del medesimo Dio. Aggiungeva che i Gesuiti fonderebbero un nuovo impero di Cristo, scoprendo infinite nazioni d'Indiani. Quelle dottrine proferì e scrisse e difese davanti al tribunale del Sant'Offizio, a cui erano state presentate le due opere, ch'egli riconobbe per sue.
All'eresia volle aggiungersi l'infamia del vizio, accusando questo vecchio settuagenario, rotto nelle fatiche delle missioni, d'abbandonarsi in carcere a oscene abitudini. Il Sant'Uffizio, dopo lungo processo fondato su queste assurdità, lo dichiarò «reo d'eresia, di bestemmia, di false profezie, d'empietà orribili, d'aver abusato della parola di Dio: d'aver oltraggiato la maestà divina insegnando una morale infame e scandalosa, scandolezzato col sostenere fin all'ultimo momento le pretese sue rivelazioni ed eresie»; pertanto lo consegnava con morso e berrettone e col cartello d'eresiarca alla giustizia secolare, chiedendo usasse con esso pietosamente, e non procedesse a pena di morte. E il 21 settembre 1761 a Lisbona con cinquantadue imputati di simili delitti, fu strozzato poi arso, secondo gli ordini del filosofo Pombal e cogli applausi di Voltaire.
L'accusa è tanto specificata, la sentenza tanto motivata, che il dubitarne parrebbe insensatezza se non fossimo in un tempo, ove tuttodì s'accettano le asserzioni de' nemici, comunque assurde, purchè stampate, purchè spacciate francamente. Il Malacrida era gesuita: e però il filantropo Voltaire esclamava: «Corre voce sia stato arrestato il reverendo padre Malacrida. Ne sia benedetto Iddio... Queste sì son notizie che consolano»[462]. Ma il buon senso non era stato ancora spento affatto dal filosofismo, e altra volta egli diceva che l'eccesso del ridicolo e dell'assurdità s'aggiunse all'eccesso dell'orrore in quella condanna. Il noto Giuseppe Baretti, che allora, restituendosi dall'Inghilterra al patrio Piemonte, attraversò il Portogallo e la Spagna, descrisse quel supplizio coll'indignazione d'onest'uomo contro l'ingiustizia e la barbarie, e tanto bastò perchè gli fosse proibito di continuare la stampa delle sue _Lettere famigliari_, e corresse per le bocche coll'orribile taccia di gesuitante.
Se il Malacrida avesse veramente scritto quelle stravaganze, sarebbe bisognato crederlo pazzo o rimbambito, e avea ragione Luigi XV quando, al leggere quella sentenza, proruppe: «Sarebbe come se io volessi far inrotare quel povero matto che crede esser il padre eterno»[463].
Ma non par tampoco fosse pazzo: tutti i Gesuiti che ancora restavano ne celebrarono le esequie come di santo: Clemente XIII esclamò: «Ecco un martire di più nella Chiesa di Gesù Cristo»; ne fu difusa l'efigie con un'iscrizione che lo dichiarava _vitæ sanctitate, rebus gestis miraculisque clarissimus... summis infimisque semper mire gratus ac venerabilis; soli invisus dœmoni ejusque fautoribus et ministris... religionis lege damnatus inter bonorum lacrymas et præconia, publico tamen omnium judicio absolutus_. Il padre Mattia Rodriguez ne scrisse in latino la vita nel 1762, sopra quanto sapeva direttamente, o raccoglieva da testimonj fededegni, e de' quali riferisce i nomi. Il celebre latinista Cordara scrisse _Il buon raziocinio, o siano saggi critico-apologetici sul famoso processo e tragica fine del fu padre Gabriele Malacrida_ (1782). Il padre Homem, perseguitato esso pure dal Pombal e liberato allorchè questi cadde, stampò _De tribus in lusitanos Jesu socios publicis judiciis dissertatio_ (Norimberga 1793), ove asserisce che l'opera sull'_Anticristo_ era stata composta dall'abate Platel, famoso col nome di cappuccino Norberto, per infamare i Gesuiti; aver il Malacrida scritto bensì una vita di sant'Anna, ma tutt'altra dalla allegata. Su tali documenti una nuova vita, o piuttosto apologia fu stampata testè[464], dove ci parve strano mancasse il documento più importante e più diffuso, cioè l'atto d'accusa e di condanna.
Ma allora quel fantasma spaventevole che dal calamajo sorge col titolo di pubblica opinione, volle fare la prova decisiva dell'onnipotenza sua contro la verità e il buon senso col recare i principi a cacciare, e il papa ad abolire i Gesuiti.
Realmente la fazione filosofistica e massonica che occulta serpeggiava nelle Corti, nelle accademie, ne' presbiterj, voleva attuare quel che fu sistema di tutto quel secolo, di negare l'autorità del papa, eppur pretendere che a tutto intervenisse. Cospiravano coi pensatori i forti: e chi s'è indispettito di veder la Chiesa potente, or può consolarsi di veder porle il piede sul collo i re borbonici ed austriaci, e i loro ministri.
Perocchè i re omai voleano far tutto, spegnendo l'iniziativa e l'attività individuale. Giuseppe II in Lombardia schiaffeggiava la Chiesa ridendo: proibiva ai predicatori di trattar punti dogmatici, agli scrittori di discutere pro o contro le proposizioni giansenistiche, nè d'impugnare alcuna opera stampata negli Stati austriaci, cioè quelle più avverse alla giurisdizione ecclesiastica; disfaceva e rifaceva corporazioni e confraternite religiose; scemò parrocchie[465]: non processioni, non doni votivi nelle chiese; fissata l'ora di aprirle e di chiuderle, e di sonare le campane; e ad un vescovo che gli chiedeva istruzioni sul come contenersi fra ordini così moltiplicati, rispose: «L'istruzione è che voglio esser obbedito». Sottrasse i seminarj lombardi agli ordinarj per costituirne uno solo a Pavia dove s'insegnasse la libertà dei re: lo aperse nel 1786, e in margine al rapporto fattogliene dal ministro Kaunitz, scriveva: «Il punto starà nel trovare un buon rettore e vicerettore che s'accordino per dirigere questi giovani e mantenere il buon ordine», e ne fu chiesto uno dagli Oblati, che allora reggevano nella diocesi milanese sei seminarj [466].
Lo imitava suo fratello Pietro Leopoldo di Toscana, come avremo a divisare. L'arciduchessa Chiara d'Austria, nel 1665 alla morte di Carlo Gonzaga essendo divenuta reggente del ducato di Mantova, diè gran favore agli Ebrei, che col commercio arricchivano quella città, dove fino ad oggi ebbero sempre grand'entratura. Il genovese frà Giacinto Granara, allora inquisitore, pretendeva costringere gli Ebrei, come sempre aveano fatto, a intervenire un dato giorno alla predica in San Domenico, potendo la Chiesa non costringerli a forza, ma adoprare tutti i mezzi per vincerne l'ignoranza. Essi ricusarono, la duchessa gli appoggiò fin coi soldati, e l'inquisitore proferì la scomunica. Si intentò processo contro di loro, ma la duchessa stette ferma, e per buon tempo non si parlò d'altro che della _quistione mantovana_. Interpostasi la Corte di Vienna, fu conciliato col restituire in uffizio l'inquisitore e assolvere i censurati.
Le libertà siciliane, cioè il diritto che là vanta la monarchia di non dipendere da Roma, vi fecero estendere il giansenismo più che altrove: ai vescovi mancava ogni autorità, essendo concentrata nel tribunale della monarchia, dal quale dovea venire fin l'_exequatur_ per la nomina d'un priore dei frati, o la licenza a questi di portarsi a Roma; proteggeva coloro che professavano le massime regaliste, alle quali inclinavano gli scrittori [467]. Tra questi però faceano bella eccezione Spedalieri, Barcellona, Saitta. Colà pure, come a Napoli e come ora nel regno d'Italia, si affidò la direzione degli ospizj e delle pie opere a secolari, il che le mandò preda d'ingordi o d'ignoranti, mentre spegneva lo spirito delle famiglie e l'obbligo tradizionale della carità cristiana: alla libera azione religiosa del clero si sottrassero i ricoveri della povertà, le carceri, i varj luoghi di misericordia per sostituirvi o la venale sorveglianza o la fastosa burocrazia. Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III di Napoli, e amico a questo anzichè al paese, scarso d'intelletto e d'educazione, turbava il clero con minute insolenze curialesche, scriveva al papa con villana alterigia. Dopo che, per l'abdicazione di Carlo III, rimase arbitro del fanciullo re Ferdinando, gli fece proibire la costituzione _Apostolicam_, colla pena di trecento scudi a chi la tenesse, per ciò moltiplicando visite, perquisizioni, arresti; e fatte esaminare le costituzioni de' Gesuiti, se mai contenessero nulla di repugnante al poter regio, indusse il re ad usare «dell'autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita per l'onnipotenza di lui alla sovranità»; ed espellerli colla forza e con umiliazione [468].
Il francese Du Tillot, ministro del duca di Parma, aizzò questo contro Roma, trattandola d'autorità straniera; a preti e a frati menò la guerra in cui sogliono pompeggiare di coraggio quei che non ne hanno altrove; e finalmente fe cacciare i Gesuiti. Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.
Francesco III di Modena l'imitò, abolendo le riunioni ecclesiastiche, e molte corporazioni religiose. E principi, e repubbliche chiarivansi contro Roma, sino a far colpa di Stato il ricorrere ad essa, e si facevano gloria di questi trionfi contro un passato ormai impotente a difendersi; e il bel mondo si scandolezzava che il papa ignorasse il vivere del mondo al segno, d'osar dire _no_, quando i governi pretendevano dicesse _sì_.
Di quelle invasioni consolavasi Pietro Tamburini, quasi «il Signore avesse suscitato in Israele dei buoni, e zelanti principi, che mossi dagli abusi grandissimi che, coll'essersi moltiplicati e dilatati, aveano piantate profonde radici, prestavano tutta l'opera loro per la necessaria riforma. Nelle varie parti di Europa alcuni vescovi illuminati e probi corrispondevano con tutto lo zelo alle savie mire de' principi. Dotti maestri nelle varie Università del mondo cattolico spargevano i giusti principj della dottrina, che servivano a consolidare la esecuzione delle diverse provvidenze de' sovrani sugli articoli dell'ecclesiastica disciplina. La Toscana sotto gli auspicj dell'immortale Leopoldo apriva il più bello, e giocondo prospetto della desiderata riforma agli occhi dei giusti estimatori delle cose, ed ai veri amatori del bene della Chiesa. Nella Lombardia austriaca e nella vasta Germania le providenze, principiate da Maria Teresa e continuate da Giuseppe II, consolavano le speranze de' buoni, ed annunziavano vicino il compimento della riforma ecclesiastica. I seminarj generali aperti, le Università ristorate, i varj abusi soppressi, il progresso de' buoni studj, la unità delle massime, i varj capi di disciplina ristabiliti, tutto prometteva il felice ritorno dei più bei giorni della Chiesa di Gesù Cristo. Se dappertutto non trionfava la verità, a fronte degli inveterati pregiudizj ancora dominanti, dappertutto almeno respirava dalla dura schiavitù, in cui si era tenuta nei secoli antecedenti dai nemici di ogni bene e dai carnali figliuoli della Chiesa. L'appoggio che essa avea per divina misericordia trovato ne' principi, rendeva sicura la difesa della medesima, e prometteva in un breve giro d'anni la più felice rivoluzione nelle menti degli uomini. In questo apparato di cose ognuno riconosceva il dito del Signore e la voce di Gesù Cristo, che facendo cessar la procella portava la calma, ed annunziava alla sua sposa giorni lieti e sereni» [469].
Qualcheduno vorrà certo ricordarsi dove siano oggi tutte queste dinastie, che prendevano gelosia della Chiesa, e conculcavano l'autorità del papa. La meno rea fu certo la savojarda, che, sbollite le ire di Vittorio Amedeo II, tessè varj accordi. Che se colle istruzioni 20 giugno 1755 fu vietata la lezione propria di Gregorio VII, «con altri infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di rendere al papa soggetta la podestà temporale de' principi, insegnando che i medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di coscienza, o che al papa spetti il deporli, o sciogliere, i popoli dal giuramento di fedeltà»[470]; è a ricordare come si concordò sarebbero liberi i vescovi di tenere sinodi, promulgare costituzioni, andare a Roma quando volessero, erigere benefizj, riservare e modificare i titoli di patronato; le curie vescovili tenessero uscieri proprj e notaj con attribuzioni eguali ai notaj regj, e proprie prigioni; e giudicassero i reati di bestemmia, eresia, furto di vasi e arredi sacri, poligamia, profanazione delle feste; ammesse le appellazioni alla santa sede in tutti i casi dal diritto canonico indicati; al regio _exequatur_ fossero solamente soggetti i documenti che provenissero da paesi forestieri, mentre i prelati dello Stato rimanevano indipendenti da ogni censura e revisione; eccettuate fossero dal regio _exequatur_ le bolle dogmatiche, le bolle ed i brevi morali, o relativi ad indulgenze e giubilei, e quelli della sacra penitenzieria e le lettere informative della congregazione dei cardinali. Anzi Vittorio Amedeo III vietava di scrivere nè pro nè contro la bolla _Unigenitus_ e le quattro proposizioni gallicane, nè lasciava andare i suoi giovani alla giansenistica Università di Pavia.
Ormai dunque contro il pontefice non sorgeano più individui ereticali, bensì i re medesimi, lo Stato; il pensiero riottoso erasi annicchiato nelle secreterie; con uscieri e gendarmi lottavasi più che con teologi; la riforma non toccava il dogma, ma sbizzarriva sulla morale, sulla disciplina, sulle leggi: nè trattavasi della libertà delle coscienze o dei popoli, sibbene della libertà dei re.
Non vorrete però, o lettori, contare fra i secoli più infelici della Chiesa quello che incomincia colla pietà di Benedetto XIII e si chiude col martirio di Pio VI e tra altri insigni pontefici annovera il generoso Benedetto XIV e il pio Clemente XIII. Ma v'è tempi dove gli avvenimenti incalzano per modo, che si direbbe parimenti nuocere e il resistervi e il secondarli.
Clemente XI, Benedetto XIII e Clemente XIII vollero far fronte alle novità, traendo forza dalla natura e dai mezzi del papato, e non soffrendo la degradazione cui volevasi ridurlo. Clemente XI, che fu detto _aliis non sibi clemens_, serbò sul trono il modesto trattamento e gli studj: parenti non volle a Corte: spedì missionarj in Persia e in Abissinia, e potè riunir alla nostra Chiesa molti Armeni, e Greci: e a tacere tante fondazioni e fabbriche sue, citeremo il carcere penitenziario che pose a San Michele a Ripa, con celle distinte e morale e artiera educazione, modello dei moderni. Benedetto XIII conservò in Vaticano le abitudini del chiostro; umile cameruccia con scranne di paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; non soffriva che i preti gli si inginocchiassero davanti; ed egli baciava la mano al superiore del suo convento. Passò dapprincipio per un altro Pio V spirituale e temporale, e i letterati temevano in lui un persecutore, i preti un rigorista, i positivi un irremovibile; ma le cose di Stato abbandonò a chi meglio le intendeva; rinunziò alle pretensioni sulla monarchia di Sicilia, e fece un concordato con Vittorio Amedeo: proibì il lotto, non arricchì parenti, canonizzò Gregorio VII, e nel 1725 tenne in Laterano un concilio per riformare i costumi ecclesiastici.
Clemente XIII parve, in un secolo di beffarda incredulità, rinnovare Gregorio VII; condannò l'Enciclopedia, «quell'oceano ove stillato ogni velen si bee»; e figliuolo di mercanti, osò resistere ai re ed ai filosofanti, principalmente nelle ostilità loro ai Gesuiti. Che il calunniare e francamente spacciare fatti falsi, e ripeterli e divulgarli sia l'arte di preparare ogni rivoluzione, i miei contemporanei lo san meglio d'altri. E già Calvino avea detto: «I Gesuiti bisogna ammazzarli, e se ne manchi il comodo, espellerli o per lo meno opprimerli sotto la menzogna e le calunnie» [471]. Fra i loro stessi compagni trovarono accusatori violenti, nè qui è il luogo di difenderli o denigrarli. Ma istituiti principalmente per combattere, non mai col rigore [472], ma col ragionamento gli errori che, dopo la protesta, metteano in iscompiglio la Chiesa e la società civile, aveano ostato anche alla giansenistica e alla filosofica. Noi però dovremmo registrarli fra i peggio eresiarchi, atteso che il parlamento di Parigi dichiarò che erano notoriamente colpevoli di aver insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de' loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l'astrologia, l'irreligione, l'idolatria, la superstizione, l'impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione de' giudici, il furto, il parricidio, l'omicidio, il suicidio, il regicidio; d'aver favoreggiato l'arianesimo, il soccinismo, il sabellianismo, il nestorianismo, i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI secolo; di riprodur le eresie di Wicleff, di Fichonio, di Pelagio, di Cassiano, di Fausto, de' Marsigliesi, de' Semipelagiani; di cadere nell'empietà dei Montanisti e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi padri, agli apostoli, ad Abramo!
Esaminare e discutere la pubblica opinione sarebbe lesione del buon gusto: onde le accuse, spinte fin dove può arrivare la pubblica stupidità, accettate con leggerezza erano ripetute con asseveranza, senza badare se sia possibile che una società qualunque si proponga di sovvertire le leggi più elementari della morale, ed erigere in dogma la menzogna, il furto, l'impudicizia. Ma ribaldi così fatti, qual nazione potea tollerarli? La Spagna e il Portogallo li presero rinfusamente, e stivati in vascelli li gettarono sulle coste d'Italia, come un tempo aveano fatto coi Marrani; il papa dovette soccorrerli di vitto, e molti si resero celebri anche adoperando la lingua nostra e cose nostre illustrando, quali l'Arteaga, il Dell'Isla, autore del romanzo _Frà Gerundio_, ingegnoso quanto il _Don Chisciotte_, il _Lampillas_, l'_Eximeni_, il _Requeno_, l'_Hervas_, il _Clavigero_, l'_Azevedo_, il _Tentori_, il _Serano_, lo _Scherlok_ [473]. Fra i Gesuiti italiani molti n'aveva allora di gran virtù e gran dottrina in ogni ramo dell'albero enciclopedico; potrebbe anzi dirsi appartenesse a quella società ciò che di meglio fioriva nelle lettere e nelle scienze.
Son note abbastanza le ragioni che li facevano temere e le arti con cui venivano indicati all'odio; eresia, gallicanismo, giansenismo, filosofismo cospirarono contro di loro: paventavasi soprattutto la loro efficacia sul popolo: asserivasi che essi corrompevano la Chiesa, e si assicurava che, tolto via questo scandalo, la sposa di Cristo tornerebbe pura, efficace, venerata e cara come ne' migliori suoi tempi; i laici invece d'osteggiarla ne diverrebbero passionati; la morale regnerebbe, riconcilierebbonsi principi e popoli dacchè fosse con loro abolita la dottrina del regicidio. Maria Teresa li difendeva: ma fu assicurata che il padre Parchammer suo confessore avea rivelato esser ella pentita d'avere cooperato allo sbrano della Polonia; del che indignata, accondiscese alla loro distruzione. Le Corti borboniche, alleate a quest'intento, non temeano certo la dottrina del tirannicidio, comune del resto anche ai Domenicani; non la sopreminenza dei papi, quand'erano così fiaccati: non la prevalenza di quest'Ordine, mentre aveva ostili tutti gli altri; non che s'impedisse l'incamerazione dei beni ecclesiastici, che Clemente era disposto a consentire: bensì temettero che l'Italia, asfisiata nelle dinastie, sorgesse a indipendenza, mentre essi Borboni fantasticavano farne un regno per la loro stirpe. Si asserisce che il Ricci di Macerata, generale de' Gesuiti, palesasse tale divisamento al papa, il quale scappò a dire: «Voi siete matto». Rispose: «Anche il duca di Ferrara dicea matto al Tasso».
D'accordo co' Borboni di Francia e Spagna, i Borboni di Napoli e di Parma chiesero al papa abolisse i Gesuiti, e desse in lor mano esso Ricci e il cardinale Torrigiani loro protettore. Clemente non solo non obbedì, ma osò lodare i Gesuiti e riconfermarli; onde i re indispettiti occuparono i paesi di esso, minacciarono bloccare Roma, ammutinando il popolo contro di esso. Ed egli esclamava: «Avessimo anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non faranno cadere il loro scontento sopra i miei sudditi, incolpevoli di questo affare: se sono irritati con me, e pensano snidarmi come altri miei predecessori, subirò l'esiglio, anzichè mancare alla causa della religione o della Chiesa».
Queste generose voci doveano replicarsi per un secolo intero di umiliazioni inflitte dai forti, e sostenute generosamente dai deboli.
I papi succedutigli parvero convinti che il naufragio era inevitabile, e conveniva almeno camparne qualche cosa col riformare e sistemare. Mentre dunque i loro predecessori aveano ispirato il mondo, essi lasciaronsi dal mondo ispirare; invece d'un papato onnipotente, assoluto, iniziatore, ne accettavano uno illuminato, socievole, conformantesi a ciò che pareva si domandasse dal popolo, il quale dal baciar i piedi dei papi passava a stringersi fra le braccia dei re, coll'idea di redimersi dalla tirannia ecclesiastica.
Benedetto XIV (Prospero Lambertini) coll'opera _De servorum Dei beatificatione_ dissipava le calunnie de' Protestanti contro la soverchia facilità della Chiesa nel riconoscere i meriti de' santi e i miracoli; profondo conoscitore di liturgia e storia sacra e Concilj, promosse quelli che coltivavano tali studj; pubblicò il Bollario, il Martirologio espurgato coll'opera del cremonese padre Ricchini; riformò l'Indice dei libri proibiti, e diede sapienti norme a quella sacra Congregazione: una ne istituì per esaminare i vescovi: condannò il duello; istituì quattro accademie per le antichità romane e per le cristiane, per la storia della Chiesa e dei Concilj, pel diritto canonico e la liturgia: abbellì chiese: aggiunse alla Vaticana la biblioteca del cardinale Ottoboni, fe misurare due gradi del meridiano. Nella bolla del 1721, ove approva i frati dell'abate De la Salle, diceva: _Ignorantia, omnium origo malorum, præsertim in eis qui fabrili operæ dediti sunt_. Ecco indicato il bisogno d'istruir principalmente gli operai, un secolo prima de' filantropi odierni.
Ma se zelava la disciplina, i diritti pontifizj era disposto sagrificare al bene della pace. Per isviare la coalizione de' potentati contro la Chiesa, volle questa ringiovanire e farla conforme ai tempi per intelligenza e ragione e governo; e diceva: «Viviamo in tempo ove bisogna tirarsi da banda. Dopo aver tanto gridato contro i quattro articoli gallicani, fortunati noi se possiamo indur i popoli a limitarsi a quelli!» Pertanto restrinse il numero delle feste; teneasi in corrispondenza col Muratori e col Maffei, non meno che con Voltaire e con Federico II: lasciò dibattersi indiscretamente Giansenisti e Molinisti, enciclopedici e parlamento; non vietò s'imponessero tasse al clero. Quando morì, il conte di Rivera piemontese scriveva: «Meraviglia inaudita! il popolo non sparla del papa morto; neppure Pasquino».
Il fatto supremo d'allora era la guerra rotta che le Corti borboniche aveano intimata ai Gesuiti; per indurre il papa a distruggerli, la Francia minacciava torgli Avignone, il re di Napoli Pontecorvo e Benevento. Questa domanda si ripeteva durante il conclave, mentre più positivo il popolo, al nuovo eletto gridava: «La benedizione, santo padre, e pagnotte grosse».
Accidente segnalato di quel conclave fu il comparirvi Giuseppe II, venuto a filosoficamente beffarsi di tutto. Visitando i Gesuiti, al generale chiedeva: «Quando deporrete cotesta tonaca?» e vedendo la statua d'argento di sant'Ignazio: «Che ricchezza! guadagni dell'India, eh?» Il buon popolo raccontava in solucchero: «E' s'è gettato boccone davanti alla tomba de' santi apostoli — Ha udito due messe a ginocchio in Gesù Maria. — S'è confessato da frà Martino. — S'è comunicato con tutti i fedeli. — Alla Trinità de' Monti disse le ore delle tenebre in coro coi frati. — A san Pietro stette in coro col rituale in mano. — Fece la scala santa».
I signori raccontavano ch'e' si divertiva a guardare i tavolini di giuoco; che s'accostava a tutte le dame, anche le vecchie; che alla cena dai Corsini spiegò il tovagliuolo, e spartì il pane, e ne offrì a una signora; che non prendea mai rinfreschi; che a' suoi pranzi spendeva cinquecento scudi il giorno, che danzò all'incantevole ballo mascherato del palazzo di Venezia.
Di più ne diceano i prelati e i loro camerieri; e di quando addomandò di fare cinque soli passi entro la clausura del conclave, e vi penetrò col fratello; e di quel che disse a ciascun cardinale e di ciascun cardinale; delle domande, che affollava, e a cui non attendea risposta. E il vulgo povero e il ricco, sempre curvo agli idoli del giorno, gli gridava: «Viva l'imperatore. Siete in casa vostra. Il padrone siete voi».
Lorenzo Ganganelli, che allora succedette col nome di Clemente XIV, fu sfigurato da amici e da nemici; dagli uni come intrepido distruttore de' campioni della santa sede; dagli altri come vittima dell'intrigo e delle paure. Degli scrittori di moda dicea: «Col combattere il cristianesimo ne mostreranno la necessità»; di Voltaire: «Non bersaglia sì spesso la religione se non perchè essa lo importuna»; dell'autore del _Sistema della natura_: «È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone della casa, potrà assettarla come gli garba».
Vedendo i re minare il trono papale d'accordo coi nemici loro stessi, dicea: «La santa sede non perirà, perchè è la base e il centro dell'unità, ma ritoglierassi ai papi quanto a loro fu dato»; e in tal persuasione lasciava che i re lentassero più sempre i vincoli che stringevano le nazioni a Roma. Se i vescovi faceano rimostranze contro le regie prepotenze, egli si rimetteva alla loro prudenza; facessero in modo che non v'apparisse istigazione del papa[474]. Cessò di promulgare la bolla _In Cœna Domini_, sperando colle condiscendenze indurre i principi a desistere dal chiedere l'abolizione dei Gesuiti; ma per quanto pregasse, blandisse, si tenesse invisibile, si mettesse malato, minacciasse abdicare, i Borboni non gli concedeano tregua, nè rispondeangli se non «Abolite i Gesuiti». E dovette farlo _per amor della pace della Chiesa_, e sant'Alfonso di Liguori, esclamava: «Povero papa! cosa poteva fare?». Il Ricci loro generale fu chiuso in Castel sant'Angelo perchè denunziasse le smisurate ricchezze che la Società dovea possedere, e che non apparvero nè allora nè poi. Ai membri di quella Compagnia impose obbligo di non difendersi; onde i persecutori ebbero bel campo a insultarli; i filosofi, tripudianti di questa condiscendenza come sintomo della totale rovina della Chiesa, a questa rinfacciavano di rinnovare contro poveri religiosi le persecuzioni dell'Inquisizione. Erasi assicurato che, col distruggere i Gesuiti, si restituiva la primitiva purezza alla religione, e la riconciliava coi progressi del secolo: fra venticinque anni fu dichiarato non solo abolito il cattolicismo, ma Dio. Si era detto che cessava la scellerata dottrina del regicidio; e mai non fu, come dopo d'allora, praticato non solo ma giustificato[475]. I principi credettero aver dimostrato che ormai poteano ogni loro volere: ma invece la demagogia si sentì trionfante quando vide la tutrice dell'autorità ridotta a dar soddisfazione alle grida tumultuarie delle piazze, e alle non meno ignobili de' gabinetti[476].
Più tardi un pontefice, per domanda unanime delle potenze, ripristinò quella Compagnia, che per unanime domanda delle potenze era stata distrutta: e che, anche nelle tanto cangiate forme, infonde ire e paure; e sulla quale si disse e si scrisse tanto, che l'uomo rimane indeciso se abbia più giovato o più nociuto alla civiltà e alla Chiesa.
Ma allora, come altre volte, il titolo di gesuita si applicava a chiunque mostrasse maggior dottrina e zelo per la verità e le tradizioni; e tolti via que' campioni, le armi si diressero contro le altre corporazioni religiose, poi contro tutto il clero. Questo, sbigottito dalla vulgare opinione, armata di pubblicità, di concordia, d'ingiurie, di riso, perdeva il coraggio; e se la pietà dominava nel maggior numero, e conservavasi anche nei dotti, mancava lo zelo della persuasione e la franchezza d'affrontare il rispetto umano. Pertanto non disputavano di peccato ma di vizio; non di precetti divini ma di morale filosofica, e schivando di citare la Scrittura, foggiavano le prediche secondo il raziocinio e il buon senso, vestendole col linguaggio pulito del tempo, e cercando, non di sbigottire come in una missione divina, ma di convincere come in un'arringa, escludendo non soltanto il mistero, ma fin il sublime della rivelazione, restringendola a porgere motivi alla morale.
Il nuovo pontefice Pio VI nell'enciclica sua prima professava che «uno sfrenato filosofismo scioglie i vincoli sociali degli uomini fra loro e coi sovrani, ripetendo che essi son liberi, che è stupidità in curvarsi alle leggi, che la concordia del sacerdozio coll'impero è una barbara cospirazione contro le libertà naturali»; ma sentì troppo ch'era omai vano e il resistere e il cedere. Bell'uomo, e compiacendosene, di maestoso portamento, di modi graziosi, tutto decoro ne' ricevimenti, nelle funzioni, nelle benedizioni; gran tempo consumava all'abbigliatojo e alla digestione: crebbe il museo Pio Clementino, migliorò il porto d'Ancona e gli acquedotti di Terracina; ma con iscrizioni pompose volea rammentati i suoi benefizj, tra i quali fu insigne il prosciugamento degli stagni ferraresi e delle Paludi Pontine; irritavasi facilmente alle contraddizioni, e di gravissime gliene vennero in un tempo ove l'autorità pontifizia era subìta piuttosto che accettata.
Sbigottito alle incondite innovazioni di Giuseppe II, gli scrisse una lettera con _riverenti riflessi_, e poichè non vi si badò, mosse egli stesso, pellegrino apostolico, per Vienna. Rallegratevi, o Italiani! il vostro papa va supplichevole a Vienna, mentre un tempo Gregorio VII intimava all'imperatore di Germania di venire a' suoi piedi. E nulla potè conchiudere, e mortificato da un vano cerimoniale e da una ipocrita venerazione, tornò a Roma a deplorare le usurpazioni de' re e l'imminenza della rivoluzione[477].
Così davasi il crollo ad una società, dove erano costituzioni dispotiche ma pratiche libere, leggi cattive ma consuetudini buone o almeno opportune. I principi non s'avvidero del precipizio se non quando la belva, abbeverata del sangue francese, ustolava l'italiano; e diedero indietro, ma tardi e sconsigliatamente. Pio VI propose quel che altri suoi predecessori e successori, una federazione degli Stati italiani, ma i potentati ebbero paura di questa difesa; come i rivoluzionarj sbuffarono allorchè Pio VI ospitò le vittime d'una rivoluzione che germogliava dall'empietà proclamata, e lanciò la scomunica contro que' demagoghi, i quali, in punizione della pietà e della giustizia, scesero fra gli applausi nostri a toglierli lo Stato, e lo strascinarono prigioniero a Valenza, ove morì, ultimo, dicevano essi, dei papi.
NOTE
[442] _Storia degli Italiani_, lib. XV.
[443] Tal sarebbe quella contro il Vizia vescovo di Vercelli, accusato di voler tradire alcuni castelli al duca di Mantova, onde fu incarcerato. Il nunzio ne mosse querela, e dubitavasi che il duca l'avesse fatto arrestare per rivalità amorosa. Esso duca scriveva di proprio pugno all'ambasciatore come il vescovo avesse «tentato persone rinchiuse ne' monasteri..., usato cibi proibiti la quadragesima..., dato mal esempio con orrende bestemmie, _oltre le passate familiari conversazioni con eretici ministri..._ Nè si è lontani di scoprire alcune simonie». In fatto Roma tolse il vescovado e la libertà a monsignor Vizia.
Vedasi PIER CARLO BOGGIO, _La Chiesa e lo Stato in Piemonte, sposizione storico-critica dei rapporti fra la Santa Sede e la corte di Sardegna dal 1000 al 1851, compilata su documenti inediti_. Torino 1854. È a vedervi come possa snaturarsi la storia quando si guardi solo a quella d'un paese: e paese di cui vuolsi ad ogni costo lodare il governo. Giuseppe La Farina, in un articolo critico, gli appone che «a forza di voler essere imparziale, divien parziale della Chiesa». Sarebbe la più bella lode: e soggiunge che «non ci furono principi al di qua o al di là dei monti, che più si lasciarono dominare e soggiogare dalla Corte romana de' principi di Savoja». Così italianamente scrivono e pensano questi italianissimi.
[444] Dallo spirito medesimo è informato il decreto 4 dicembre 1808, con cui Napoleone dichiarava in Ispagna «il tribunale dell'Inquisizione è abolito, come attentatorio alla sovranità e all'autorità civile».
[445] CARUTTI, _Storia del regno di Carlo Emanuele III_, tom. I, pag. 135.
[446] Non credasi però che in Savoja vigessero le usurpazioni regie della Francia, come pretesero quelli che ne vollero toglier pretesto per introdurle in Piemonte, p. e. il godimento dei frutti de' benefizj vacanti. Il cardinale Billiet, arcivescovo di Ciamberì, interrogato in proposito, il 2 novembre 1866 rispondeva: «Il n'a jamais été question de l'usage de la regale en Savoie. J'ai parcorru moi mème les archives du sénat du 1542 à 1783: il n'en est pas fait mention: nous ne connaissons aucun concordat en Savoie que ceux qui ont été imprimés en Piémont. En parlant des fruits des bénéfices vacants, le président Favre dit que _ceux qui ne sont pas nécessaires à l'entretien des bâtiments, appartiennent aux successeurs..._ Je crois pouvoir assurer qu'il n'a jamais été question en Savoie ni de le régale, ni de l'administration du revenu des bénéfices par l'autorité civile».
[447] _Storia civile_, L. XXVII, 4.
[448] _Ibid._ L. X.
[449] È nell'Archivio di Corte a Torino la autobiografia del Giannone, ove racconta: «Il mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo, quando non era ancora passata un'ora che intesi un rumore nella camera precedente, e poi urtar con forza la porta, e mezzo sonnacchioso gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrare con una lanterna più uomini armati, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi urli dissoni o confusi, si avvicinarono al letto, e postoci la punta delle lancie alla gola, mostravano volerci scannare; io, credendoli ladri, gridava che si prendessero ogni cosa, e ci lasciassero nudi, purchè ci salvassero la vita. Il mio figliuolo che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aprì gli occhi, vedendosi alla gola la punta delle forche e quelle orrende figure, cominciò dirottamente a piangere, cercando misericordia perchè non l'uccidessero. In questo tra la turba ch'io credeva ladri, raffigurai uno vestito di rosso che li guidava, onde pel dubbio lume non conoscendolo, indirizzai a lui le mie preghiere che li trattenesse, e si prendesse tutto con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio ai miei abiti, fece che gli altri alzassero le forche e le lancie, e con voce orrida e contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni altro delle scritture o lettere che forse io avessi sopra; nè fin qui lo conobbi, ma dappoi gridando egli che fossimo presi e legati perchè tale era l'ordine del re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma sbirri, nè però che fosse il Guastaldi stesso che li guidava, ma altri, con sua intelligenza però e tradimento; ma presto mi tolsi di quest'altro errore, poichè facendo ricerca ne' miei abiti, e prendendosi quelle lettere che per caso io mi trovavo indosso, e minacciando con voce contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera ch'io finalmente lo ravvisai. Allora con debile ed afflitta voce gli dissi: «Questi frutti adunque, signor Guastaldi, vuol dare la vostra ospitalità ed amicizia ai vostri ospiti ed amici?»
Quel ribaldo fece legar con funi il padre e il figlio, e la mattina seguente li condusse in calesse a Ciamberì. «Fu veramente cosa non men degna di compassione che di riso (prosegue il Giannone) il vedere il Guastaldi alla testa delle sue truppe a cavallo col mio ritratto in mano, secondo si entrava in un villaggio mostrandolo a quei contadini, i quali uomini e donne correvano a truppe allo spettacolo; e come se conducesse preso un re Marcone di Calabria o Rocco Guinart di Barzellona, l'uno famoso bandito del regno di Napoli, l'altro di Catalogna, vantava a quella rozza e credula gente sue prodezze; e mossi alcuni da curiosità dimandandogli ch'io fossi, e qual delitto avea commesso, egli non rispondea altro se non che avea preso un grand'uomo».
È vergognosissimo il carteggio, allora corso fra l'Ormea e il cardinale Albani. Quegli scriveva subito dopo l'arresto: «Alla notizia che con l'altra mia porsi a vostra eminenza circa il seguito arresto del famoso Giannone, aggiungo queste linee confidenziali per dirle che, sebbene io non posso credere che cotesta Corte sia mai per farle istanza perchè gli sia rimesso il suddetto prigioniero, tanto più dopo le sicurezze che se le danno che sarà perpetuamente custodito con cautela nel forte di Miolans in guisa di prigioniero di Stato; tuttavia, ove mai la sbagliassi, ed ella fosse nel caso di scriverne, la prego di non spiegarsi ch'io le abbia già da principio significato che, in caso del suddetto arresto, si sarebbe spedito una compagnia di dragoni a condurlo costì, poichè, a dirle il vero, io ciò le scrissi senza averne presentito le regie intenzioni, e fu un estro mio che ebbi anche in vista della facilità in cui allora si stava, di poter far passare le truppe di sua maestà senza alcun contrasto sino sulli confini dello Stato pontificio. Vostra eminenza ben sa che a nessuno mancano gli emuli, ed a me meno d'ogni altro; onde mi darebbe qualche fastidio una tale circostanza, e col tacerla la cosa sarà finita. Tutto mi comprometto della solita conosciuta generosità di vostra eminenza ecc.».
L'Albani di rimando: «Quando si è qui saputo pubblicamente l'arresto, non potrebbe credere vostra eccellenza quale strepito abbia fatto, vantaggioso alla gloria di sua maestà, e quali e quante lodi ed applausi abbiano tutti i buoni retribuito al zelo eroico della medesima. E per dirle anzi tutto su tale materia, ho qualche lume che qui si discorre di volermi richiedere di scrivere costà se s'inclinasse a far processare da cotesta Inquisizione il detto Giannone, restando però sempre il medesimo in potere di sua maestà, o di far anche modestamente una prova se si volesse consegnare a questa Corte, in quel modo e con quelle condizioni che fossero di maggior piacimento di sua maestà. Ciò solo sia detto a vostra eccellenza per notizia di quanto qui ho inteso vociferare su tal proposito, giacchè sinora non mi è stata fatta istanza di sorte alcuna, e so di certo che non me la faranno quando pensino che possa dispiacere alla sua maestà».
E l'Ormea: «Per quello che vostra eminenza dice del desiderio che ha scoperto costì che il Giannone fosse processato dall'Inquisizione, restando però sempre nelle mani di sua maestà, o eziandio che gli venisse rimesso con le condizioni che piacerebbe alla sua maestà, prendo intanto a far riflettere a vostra eminenza che se la mira di sua santità è di assicurarsi della persona del Giannone, in modo che non abbia più a temersi ch'egli possa nuocere, non ha sua maestà un minor impegno per il bene della religione, di non permettere che quest'uomo ricuperi mai più la libertà. Se poi desiderasse di averlo costà per farne giustizia, appunto non potrebbe a meno la maestà sua che desiderare per condizione che non sia castigato corporalmente. Se finalmente si vuole, per farlo ravvedere de' suoi errori, e procurare di farlo ritrattare, sua maestà già ha pensato anche a questo punto, e pensa di spedire appresso di esso un religioso di probità e dottrina, da cui s'impiegherà ogni diligenza per ottenere il suo ravvedimento, e, se sarà possibile, una ritrattazione de' suoi scritti».
[450] Il Giannone domandò spontaneamente il Sant'Uffizio, stese egli stesso la disapprovazione delle singole opere sue, rifiutando e abjurando gli errori che contenessero, e supplicando perdono dalla santa Madre Chiesa e da tutti i fedeli dello scandalo dato, «pregando tutti a condonare i miei errori e umane debolezze, ed avermi nell'avvenire nel loro concetto per uomo diverso di quello che forse io aveva dato occasione per i miei scritti di farmi credere e riputare, protestandomi di vivere e morire vero figlio obbediente della santa Madre Chiesa».
La sua ritrattazione leggesi nella _Storia letteraria_ dello Zaccaria, vol. VIII, e nella _Vita di Pietro Giannone giureconsulto e avvocato napoletano, con la giunta di alcune opere postume finora inedite del medesimo autore_. Napoli, Gravie 1770. Quest'ultima opera è un continuo elogio, prolisso e avvocatesco, appoggiato alle lettere scritte all'autore. Ne attribuisce tutte le disgrazie a persecuzione del clero, e principalmente l'impopolarità, per la quale in patria era fin per le strade vilipeso e minacciato. «La vista di lui non gli potea trattenere ed in privato ed in pubblico dallo accendersi d'ira e di mal talento. E fu più d'una volta in gran pericolo di provare i tristi effetti della rabbia popolare... Un dì che traversava in carrozza la piazza della Carità, la calca... sarebbegli corsa addosso per farne scempio, s'egli non si fosse sottratto ecc.».
Questo storico parla a lungo del Triregno, e ne dà l'analisi, e confessa che «il Giannone manifesta in questo libro una totale avversione ai dogmi della Chiesa cattolica romana, ed intorno a quelli specialmente dell'eucaristia, della penitenza, del purgatorio, del culto delle immagini ecc. Circa alla risurrezione dei morti si appiglia al sistema che il dottore Burnet pubblicò nel suo trattato _De statu mortuorum et resurgentium_... Intorno alla immaterialità dell'anima, all'eternità delle pene ecc. poco disconviene dagli Arminiani, de' quali pare che per tutto egli approvi l'indifferenza in fatto di dogmi e di disciplina».
Al _Triregno_ avea lavorato ne' dodici anni che stette a Vienna, e al principe Trivulzi scrivea da Ginevra nel 1736: «Forse per divina previdenza sarà disposto che que' miei scritti, sopra i quali ho travagliato pei dodici anni che sono dimorato ozioso in Vienna... ne' quali sono dimostrate verità di gran momento ed importanti non meno a' principi cattolici perchè si accorgano delle tante usurpazioni e sorprese fattegli sopra i loro principati, togliendosi loro più della metà dell'impero che Dio sopra i medesimi ha loro conceduto; che a' loro sudditi prosciogliendosi da tante e sì dure catene... le quali mie fatiche aveva io già destinate a' tarli e alle tignuole, poichè sotto cielo ed in terreno italico non avrebbero potuto certamente allignare: forse (dico) avverrà che in altro clima potranno vedere la chiara luce del sole, nascere, farsi grandi e volare dapertutto...»
Ecco l'indice dei Capitoli del Regno Celeste:
Introduzione del Regno Celeste.
PARTE I. Della natura del luogo di questo _regno celeste_; che debba adoprarsi per farne acquisto e del tempo del suo avvento.
_Capo_ 1. Qual si fosse, ed in qual parte fra gli orbi celesti fosse collocato questo regno. » 2. Dell'errore nel quale furono i Gentili e gli Ebrei perchè ignoravano la natura di questo regno. » 3. Che cosa debba farsi per meritare questo nuovo regno ed esser ammesso nella possessione di quello. I. Dei riti di questa nuova legge. II. Del battesimo. III. Dell'eucaristia. » 4. Del tempo nel quale dovrà arrivare questo regno. I. Ricorso al regno _millenario_ per prolungare il _celeste_. » 5. De' segni che dovranno precedere all'arrivo di questo regno.
PARTE II. Della resurrezione de' morti.
_Capo_ 1. La risurrezione de' morti fu predetta veramente reale e fisica. I. Cagioni onde cominciossi a dubitare della risurrezione fisica e reale. » 2. Non vi è repugnanza alcuna in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi che si lasciarono in morte. I. Intorno alla prima cagione dell'oscurità de' libri. II. Intorno alla seconda cagione del mescolamento della filosofia de' Gentili con la nostra religione. III. Non esservi alcuna ripugnanza in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi. » 3. La resurrezione della carne è assolutamente necessaria per poter essere introdotti nel regno celeste, ed essere partecipi della vita eterna. I. Qual sentimento avessero Cristo e gli Ebrei de' suoi tempi intorno alla natura ed immortalità delle anime umane e dello stato delle medesime fuori dei loro corpi. II. Di coloro che risuscitarono alla morte di Cristo s. n. III. Di ciò che si credea in tempo degli apostoli riguardo alla resurrezione. IV. Si risponde agli argomenti avuti dal nuovo Testamento, de' quali alcuni pretesero mostrare il contrario. V. Esservi fra lo stato degli Angeli e delle anime umane notabilissima differenza. » 4. La resurrezione de' corpi è assolutamente necessaria per essere introdotti nel regno celeste, poichè le nude anime non sono capaci senza quelli di azione o passione alcuna. » 5. San Paolo inculcava il punto della resurrezione de' morti, poichè senza risorgere non potevano gli uomini entrare nella possessione del regno celeste. I. Del battesimo a pro de' morti. II. Si risponde ad alcuni passi di san Paolo stesso che si allegano in contrario. » 6. San Giovanni Battista e Simone vescovo di Gerusalemme, che scrissero alla fine del 1º secolo, tennero le medesime credenze. » 7. I padri più insigni del 2º e 3º secolo tennero la stessa dottrina, e reputarono eretici i sostenitori della contraria. » 8. I simboli, ovvero professioni di fede di tutte le chiese, la vita eterna non davano se non dopo la resurrezione della carne.
PAR. III. In cui si dimostrano le cagioni per le quali si anticipò il regno celeste, e variossi la dottrina del suo avvento.
_Capo_ 1. Come e per quali cagioni presso i Cristiani cominciossi nel 4º secolo a contaminarsi la vera dottrina, e ad anticiparsi per le sole anime l'avvento del regno celeste, senza assumersi più la generale resurrezione de' corpi. » 2. Qual parte in questa mutazione vi avesse avuto l'usanza introdotta di pregare per i morti: e come anticipandosi il regno celeste e l'infernale, si fosse poi inventata la distinzione di non doversi pregare per tutti, ma per quelli soltanto che si finsero essere nel purgatorio. » 3. Come tratto tratto a lungo andare si variasse questo rito, onde si venne a maggiori disordini ed a fantasticare anche sopra l'anima stessa de' Pagani. I. Maniera che si tenne da savj teologi per toglier via dalla Chiesa tali e simili errori, che aveano in quella poste sì profonde radici. II. Qual parte in questo cangiamento avesse avuto l'onorare le tombe de' martiri. » 4. Come il costume d'introdurre nelle chiese le immagini de' santi, e poi anche le statue, maggiormente stabilisse nelle menti de' Cristiani la credenza di avere le loro anime visione beatifica in cielo, sicchè promettendosene favori e grazie, l'invocassero ed adorassero. » 5. Qual parte ad un sì strano cangiamento avesse avuto l'introduzione delle feste in onore de' martiri e degli altri santi. I. Feste istituite in onore della Vergine Maria. II. Delle feste istituite in onore degli altri santi che non soffrirono martirio. » 6. Come finalmente, dopo essersi fra' Cristiani introdotti tanti riti, celebrità e feste, si venne nel Concilio di Fiorenza, nel XV secolo, a stabilir canoni intorno alla visione beatifica delle anime dei santi, senza aspettar resurrezione. I. Istoria del Concilio di Fiorenza. » 7. Come si fosse introdotto in Roma il rito delle beatificazioni, canonizzazioni ed istituiti varj gradi di venerabili, beati, santi. I. Altra maniera di crear santi. » 8. Delle capricciose gerarchie de' santi fintesi in cielo, e regolate anche da Roma in terra per mezzo della Congregazione de' Riti. » 9. Per quali cagioni avvenisse che la nuova dottrina del purgatorio e delle indulgenze si fosse con tanto studio inculcata, sicchè agevolmente si facesse poi passare per punto di fede, e per tali vie si agevolasse alle anime l'entrata nel regno celeste. I. Donde il tesoro delle indulgenze, ristretto, in Roma si rendesse inesausto, sicchè dipoi fosse chiamato mare magnum.
PAR. IV. Dell'Inferno, e quanto fossevi sopra favoleggiato da' nostri teologi e casisti, i quali anche si arrogarono il potere di librar le colpe umane, e di qualificarle alcune mortali, altre veniali: sicchè, secondo che essi avran definito, si credono le anime o di esser discese quivi a penare, ovvero essere detenute nel purgatorio.
_Capo_ 1. Quando vi sarà inferno per gli uomini, ed in qual luogo. Della sua natura e gradi. I. Del luogo di questo inferno. II. Della natura del fuoco infernale. III. De' varj gradi e generi di tormenti che si fingono in questo inferno. » 2. Della durata di questo inferno, e se mai vi sia speranza alcuna di potersene i dannati liberare. » 3. Della presunzione de' teologi e casisti in librar le colpe umane, qualificandole a loro talento ora mortali ora veniali; sicchè dalla loro decisione dovesse dipendere la quiete o il rimorso della coscienza degli uomini. » 4. Come da tante e sì nuove dottrine e riti e costumi finalmente la religione cristiana si fosse trasformata in pagana. I. Apoteosi. II. Le dedicazioni e consacrazioni de' tempj ed altari. III. Amuleti, filatterj, ligature ed altre vane superstizioni. IV. I baccanali, i teatri, i lupanari, i bagni, le danze, e simili usi e rilasciatezze.
[451] Uno de' primi scritti di Calvino fu _Psicopannychia_ (1534) contro alcuni Anabattisti, che sostenevano le anime restar assopite fino al giudicio finale. Egli dice: _J'ay repris la curiosité folle de ceux qui débattoyent ces questions, lesquelles de fait ne sont autres que torments d'esprit_. Anche Lutero definiva noci vuote tali quistioni, trattate già da Melito nell'antica Chiesa.
[452] A confutar la Storia del Giannone si accinse subito il padre San Felice gesuita, che nel 1728 pubblicò _Riflessioni morali e teologiche_ su di essa, col nome di Eusebio Filopatro: opera pesante, e che poco giovò. Il Tria, col pseudonimo di Pietro di Paolo, confutò pure passo passo il Giannone, e meglio il padre Giannantonio Bianchi di Lucca _Della potestà e della politica della Chiesa, trattati due contro le nuove opinioni di Pietro Giannone, dedicati al principe degli Apostoli_. Roma 1745. Nel primo trattato, in due volumi di 600 pagine ciascuno, confuta la _Difesa della dichiarazione_ di Bossuet. Nel secondo, compreso in 5 volumi in 4º, confuta più direttamente il Giannone. È lavoro dottissimo, dove insiste principalmente sull'indipendenza assoluta della Chiesa che il Giannone attribuisce ai principi; e vorrebbe mostrare che tutti quei teoremi derivano o da ignoranza supina o da perversa malizia.
[453] Manuscritto nell'archivio segreto di Torino. Delle opere inedite del Giannone si era cominciata la stampa dagli editori di questi nostri Discorsi, ma restò interrotta, non per loro colpa. Fra le opere inedite è bizzarra questa. Giannone avea, nella storia (Lib. XIII, c. 1) ribattuto le pretensioni dei Veneziani sulla sovranità del mare Adriatico. Quando si ricoverò a Venezia, non mancò chi glielo rinfacciasse. Allora egli stese una memoria ove dice che, come suddito di Carlo VI imperatore, avea dovuto sostenere i Napoletani a scapito de' Veneziani: ma ora colle ragioni e colla storia dimostra che i Veneziani aveano veramente la sovranità del mare Adriatico, concessa loro da Alessandro III, quando venne per avervi un colloquio col Barbarossa. Su questo fatto egli si estende, e mostra che non sono favole, ma verità evidenti, prodotte e sostenute da frà Paolo e da altri giureconsulti. Su questo punto vedasi quel che noi dicemmo nel Discorso III, vol. I, pag. 74.
[454] Ammalato gravemente nel castello di Ceva, si compose quest'epitafio: _Conditorium corporis Petri Janmonis jc. et advocati neapolitani, qui, detectis patriis legum, magistratuum, ordinumque fontibus, totiusque civilis historiæ statut. varios perscrutatus, integra regni jura suo principi ac patriæ asseruit, variis inde jactatus procellis, si aliquid humani passus sincere pœnitens, peccata lacrymis, errores retractatione delevit. Obiit tamen captivus miseris Langarum locis, etc._
Il citato biografo dice che «il cotidiano assegnamento che gli fece il re di Sardegna fu sempre lo stesso. Per questo conto e per altri ancora egli fu liberamente trattato dalla munificenza di quel sovrano, il quale ebbe special cura a farlo restare ben servito e per lo suo vitto e per lo suo vestire in tutti i luoghi ove tenuto fu in arresto»!
Quel bizzarro uomo che fu il conte Ferdinando Del Pozzo, ebbe coraggio di scrivere che il Giannone, in carcere, godeva, per quanto i tempi permettevano, la protezione della Corte di Savoja. Forse intende la protezione che il governo e i prefetti d'oggi esercitano verso tanti vescovi e buoni cittadini, tenendoli in carcere o mandandoli in esiglio per salvarli dall'indignazione del popolo.
[455] T. II, p. 143. E Voltaire, nel _Dict. phylosophique_, a _Saint Pierre_ e _Cour de Rome_, dice: «La miglior risposta ai detrattori della santa sede è la mite potenza che i vescovi di Roma esercitano oggi con saviezza, nella diuturna possessione, nel sistema d'equilibrio generale, che è quello di tutte le Corti. Roma non è più sì potente che basti a far guerra, e dalla sua debolezza viene la sua felicità. È l'unico Stato che, dal sacco di Carlo V in poi, abbia goduto le dolcezze della pace».
[456] Vedi il nostro vol. II, pag. 389; e _Fatti attinenti all'Inquisizione e sua storia generale e particolare in Toscana_. Firenze 1782 anonima, ma è del Crudeli.
_Storia dell'Inquisizione_, per FRANCESCO BECCATINI. Milano 1797.
_Storia dell'Inquisizione di Toscana_, di ANTONIO FRANCESCO PAGANI. Firenze 1783, e l'altra di F. RESTELLI.
[457] _Carta real de Barcellona_, 27 agosto 1709. Gli storici parabolani dell'Inquisizione citano un Munter, il quale dice che questa nella Sicilia fece bruciare 220 individui in persona, 279 in effigie: e circa 3000 condannò ad altre penitenze. Ma per quali delitti? in quanto tempo?
[458] Non so perchè i biografi comaschi lo fanno di Mercallo: la sentenza lo dice nativo del luogo di _Minajo_, vescovado di Como, ducato di Milano. A Menaggio in fatti fiorì sempre la famiglia Malacrida.
[459] Nel 1863 V. Martin de Moussy pubblicò una descrizione geografica e statistica della Confederazione Argentina, dove crede far atto di coraggio col narrare i grandi vantaggi che a que' paesi aveano recato le colonie presedute da' Gesuiti, e la floridezza cui erano arrivate, e che perdettero non appena questi ne furono espulsi. «Ecco a che son ridotte oggi quelle comunità che furono giudicate così diversamente, e la cui antica celebrità non fu pareggiata che dall'obblio profondo ove oggi sono cadute. Viaggiando quelle contrade sì poco note, abbiam voluto dire senza esagerazione come senza paura che cosa erano state le missioni, e che cosa divennero dopo tolte violentemente ai loro fondatori... Qualunque siano gli eventi su cui ebber influenza i Gesuiti in Europa, qualunque giudizio siasene portato, possiamo asserire che essa fu in America sempre salutare e benefica».
[460] Nell'Anticristo dice che il 29 novembre, anno passato, aveva udito queste parole: _Hac nocte uno, idest brevi et inopinato interitu, de medio tollemus principem tam iniquæ criminationis cum adjutoribus et adulatoribus suis._
Confessò che, vedendo l'immenso danno che verrebbe dal togliersi ai Gesuiti le missioni, avea pregato caldamente Iddio, ed ebbe ispirazione d'avvertire il re d'un grave pericolo che gli sovrastava; pericolo ch'egli cercò sviare, facendo anche penitenze e orazioni, per le quali crede che nostro Signore moderasse il castigo. Aver invocato dal tribunale d'esser udito subito, perchè intendeva manifestare il pericolo del re, ch'egli sapeva per rivelazione. E di questa e d'altre sosteneva la verità, e come la Madonna lo avesse assolto dalla colpa e dalla pena; e si lagnava di ottener meno credenza che non tant'altri simili.
[461] Fra le sue carte trovossi pure una tragedia, _Amano_, ch'egli avea scritto fin quando era maestro in Corsica, ma dove si vollero riconoscere allusioni al ministro Pombal. Dal Pombal diceasi stipendiato l'abate Vanelli, che a Lugano faceva la Gazzetta, allora tenuta per la più liberale. Questo infelice prete, allorchè gli Austriaci si ritiravano dalla Lombardia, fu trucidato dal partito avverso.
[462] Lettera alla contessa Luzelburg.
[463] MURR, _Zeitung zur Kunstgeschichte_. Questo protestante laboriosamente raccolse quanti documenti potè sopra i Gesuiti dopo la loro abolizione.
Pel processo io mi valsi d'una traduzione italiana, stampata colla falsa data di Lisbona 1761. Gli atti originali conservansi nel tribunale _de Correiçao da Corte e casa_. Non ho veduto nessun processo del sant'Uffizio, che fosse così brutalmente assurdo come codesto.
Frà Norberto avea scritto contro i Gesuiti, poi col nome di abate Platel servì Pombal, e inveì contro il Malacrida.
Tra le altre gofferie e crudeltà pubblicate all'occasione del supplizio di questo, ho veduto una relazione portoghese, che conchiude «credersi non abbia confessata, morendo, la sua colpa, e preferito morire del supplizio cui era stato condannato dall'Inquisizione, perchè con questo spediente volle togliere al re la soddisfazione di farlo morire come capo della cospirazione contro di lui».
Nella _Deduzione cronologica e analitica... data in luce dal dottore Giuseppe de Teabra da Silva, procuratore della Corona di Portogallo, per servire d'istruzione sopra l'indispensabile necessità, ecc._ al § 908 e seg., è detto che nel processo per l'assassinio del re vien denunziato che la marchesa de Tavora fondava i suoi progetti di regicidio «nella mistica e ne' consigli di Gabriele Malagrida; che altri della sua famiglia erano ispirati, o piuttosto pervertiti dalle dottrine e massime di lui; e che tutto era diretto dallo spirito e dai consigli del Malagrida». Anche il duca d'Aveiro assicura «del credito e reputazione di santità e di buoni consigli del Malagrida in casa Tavora».
In essa _Deduzione_ si aggiunge che, avendo il re di Portogallo proscritti, snaturalizzati e cacciati dai suoi dominj i Gesuiti, la Provvidenza volle mostrar visibilmente di averli abbandonati. Poichè, mentre essi, fuor di Portogallo, spacciavano per santo il Malagrida, _questo mostro per ismentirli_ scriveva i due abominevoli libri che lo fecero trasportare al Sant'Offizio dell'Inquisizione, che sopra sua confessione lo condannò, e rilasciò alla giustizia di sua maestà.
«Avendo il reo, col mezzo dell'ipocrisia e della più raffinata malizia, conseguìto di esser tenuto per santo e vero profeta da quella gente che, per divina permissione, non considerava i fondamenti sui quali sostentavasi la gran macchina di quella finta santità, si ridusse a divenire un mostro della maggiore iniquità. Mentre, non contento di aver ingannato i popoli ne' dominj di questi regni, da' quali aveva estorto un capitale ben grande con pretesto di devozioni e di opere pie, e con altre finzioni ed inganni, passò a spargere il più atro veleno che aveva in cuore col fomentare discordie e sedizioni, e col profetizzare funesti avvenimenti, ch'egli già sapeva che si stavano ideando e trattando in questa Corte».
[464] _Histoire de Gabriel Malagrida de la C. d. J. l'apôtre du Bresil au XVIII siècle, par le p. Paul Mury de la même Compagnie._ Paris, Touniol 1865.
[465] Kaunitz, ministro di Maria Teresa e suo, lo disapprovava apertamente, attesochè «i parrochi della Lombardia sono generalmente rispettabili per condotta, e in reputazione di prestare con particolar bontà e sollecitudine assistenza ai malati: sono mediatori nelle frequenti discordie fra cittadini: impediscono le risse, prevengono alterchi e liti colla loro autorità e cogli arbitramenti, vigilando quanto possono alla condotta morale de' loro parrocchiani. Questi reali vantaggi per la società meritavano che non si considerasse inutile il numero de' parrochi, s'anche ecceda il positivo bisogno». Lettera 9 marzo 1786.
Famoso fu nel milanese il prete Carlo Sala, che, credendosi leso da un suo tutore, lo derubò, fuggì in Isvizzera, si fe calvinista, prese moglie, servì a Voltaire da scrivano: poi tornato in Lombardia, girovagava vendendo libri proibiti; e buttatosi al ladro, attentava principalmente alla chiese, delle quali ben trentanove spogliò; presentossi alla sacra Penitenzieria a Roma, e ne ottenne assoluzione; pure continuò i furti, sinchè la giustizia lo colse e condannò alla morte, ch'egli subì con cinica fermezza nel 1775.
[466] Cioè due a Milano, uno ad Arona, uno a Monza, uno a Poleggio, uno a Celana. Fu scelto a rettore Francesco Farina, che fu poi vescovo di Padova; vicerettore il Molo di Bellinzona; ripetitori Mussi, Sozzi, Vanalli, Castelnuovo che fu poi vescovo di Como. L'iscrizione pel seminario diceva: _Sacr. ordinis alumnis — eadem studiorum ratione eadem disciplina — ad religionis ministerium in provinciis — reipub. bono instituendis — cæsaris pietas — conspirantibus pontificum insubriæ votis — contubernium constituit — a. s._ MDCCLXXXV.
[467] La quistione sulla monarchia di Sicilia fu dibattuta in moltissimi scritti, e il più ampio in contraddizione di essa si stampò a Roma nel 1715, col titolo «L'istoria della pretesa monarchia di Sicilia, divisa in due parti; Parte I dal pontificato di Urbano II sino a quello di Clemente XI; parte II, in cui si mostra l'origine e insussistenza di detta monarchia, con bolle, diplomi ed altre autentiche scritture fino al pontefice Innocenzo XII».
[468] Sul sepolcro del Tannucci la riconoscenza popolare scrisse: CUM PER ANNOS QUADRAGINTA CLAVUM REGNI MODERASSET, NULLUM VECTIGAL IMPOSUIT.
[469] _Lettere teol. politiche._
[470] È qualcosa più che ridicola il veder quest'atto riprodotto da Carlalberto nel 1831. A Ciamberì nel 1631 fu stampata «Apologia francese per la serenissima casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate _Première et seconde Savoysienne_». Questo libello gli accusava, 1º d'avere usurpato parecchi Stati ai re di Francia; 2º di averne usurpato altri agli imperatori; 3º d'avere recato grandi offese alla Chiesa. L'apologista, che è lo storiografo di Savoja, risponde trionfalmente a queste tre accuse, e divide la sua apologia in tre parti: l'_Apologia francese_, l'_Apologia imperiale_ e l'_Apologia romana_, e stabilisce che la casa di Savoja «ben lungi dall'usurpare indebitamente gli Stati dell'Impero, vi ha riunito quelli che n'erano distratti, sottomettendo all'obbedienza coloro che si mostravano ribelli. E la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo onorarono dei più grandi elogi».
[471] Ap. BECAN, T. V, opusc. 17, aph. 15, _De modo propagandi calvinismi_. Vedi LUCII CORNELII EUROPAEI _Monarchia solipsorum_. Venezia 1645, più volte ristampato con operette satiriche di Gaspare Scioppio. Invece di Clemente Scotti, altri ne crede autore il gesuita Melchiorre Inchofer.
N'è una traduzione fatta a Lucca il 1760, e una del 75 fatta a Lugano.
[472] Il Botta, acerrimo contro i Gesuiti, scrive: «In ciò tanto maggior lode meritano quanto non solamente si conservarono immuni da questa peste dell'inquisizione, ma s'ingegnarono anche coi loro consigli e credito di moderarne il furore ne' paesi in cui ella più crudelmente infieriva». _Cont. del Guicc._, L. IV.
Il più fiero nemico de' Gesuiti, frà Paolo Sarpi il 14 febbrajo 1612 scrive al Leschasserio, non veder come quel capo del _Direttorio degli Inquisitori_, dove si ordinano i processi secreti, e le condanne da secretamente eseguirsi dai crociati, possono imputarsi ai Gesuiti, _cum illi, neque in Hispania, neque in Italia, inquisitioni se immisceant: rogo te perscribas quonam modo in eos accomodaveritis_. Pare che il Leschasserio gli avesse detto che l'Inquisizione avea fatto un processo segreto contro esso frà Paolo, e demandata l'esecuzione ai Crociati. Ma il Sarpi dice che essi Crociati sono ben pochi in Italia, nel napoletano non essendovi inquisizione, e nel veneto non può far nulla senza intervento del magistrato secolare, nè aver famiglia armata, nè arrestare. Non ha mai letto la parabola del giuramento di questi Crociali, nè le preci che dicono prima d'andar in guerra, nè mai gli era venuto in mente che di tali formole o preci si facesse uso.
[473] Vedasi l'opera di Navarrette _De viris illustribus in Castella veteri soc. Jesu ingressis et in Italia extinctis_. Bologna 1797.
[474] Vedasi il Theiner, che pur loda Clemente XIV per coraggio, prudenza, grandezza.
[475] In pochissimi anni noi vedemmo ucciso il duca di Berry, erede del trono di Francia; forse quindici volte attentato alla vita di Luigi Filippo: quattro alla regina d'Inghilterra; al re di Prussia nel 1850, poi nel 61: trafitto l'imperatore d'Austria nel febbrajo 1853; ucciso il duca di Parma nel 54: la regina di Spagna assalita nel 1852 e 1856: colpito il re di Napoli nel 1858: a Napoleone III attentato più volte, e ferocemente dall'Orsini: alla regina di Grecia nel 62: all'imperatore di Russia nel 66 ed ora a Parigi dove correggo questi fogli (giugno 1867): ucciso il presidente degli Stati-Uniti nel 65: a tacer gli attentati d'assassinj, confessati dai proprj autori, contro i re di Piemonte e contro ministri: e l'uccisione di tanti capi di partito, come Kotzehue, Giuseppe Lee, Pellegrino Rossi ecc.
Questo sostituire la ragione individuale alla sociale, accreditato sotto l'impero romano, e che non tolse vi fossero pessimi principi, rivisse al tempo della rivoluzione francese, e non parlavasi, non effigiavansi che pugnali: cento giovani giurarono spargersi per assassinar i sovrani che la convenzione lor designasse: lo stesso Chénier Andrea cantava:
_O vertu! le poignard, seul espoir de la terre_ _Est ton arme sacrée alors que le tonnerre_ _Laisse régner le crime et te vend à ses lois._
Il Monti minacciava al re di Napoli, che
il pugnale di Bruto già nudo Gli è sul petto, già chiede ferir:
e lo Zajotti
Cacciagli in seno il punitor coltello, Chè il tiranno fratel non è fratello:
poi si divinizzò l'Orsini, e il dottor Renzi e l'Imbriani fecero l'apologia del Milano.
[476] Nella _Correspondence diplomatique_ di J. De Maistre leggesi: Si disse ai principi, _i Gesuiti sono una potenza_, e i principi diedero in questa trappola: ma il fatto è che, senza potenza nello Stato, senza corpi, senza società, senza istituzioni forti ben organizzate, il sovrano non può governare, giacchè non ha che una testa e due braccia, s'ammazzerà di fatica, si intrigherà di tutto, avrà appena il tempo di dormire, e tutto andrà male».
[477] Pasquino disse che andò a Vienna a cantare una messa, senza _gloria_ per il papa, senza _credo_ per l'imperatore.
DISCORSO LIV.
SCIPIONE RICCI. PIETRO TAMBURINI. CONCILIO DI PISTOJA. LA RIVOLUZIONE.
De' Gesuiti l'ultimo generale era stato Lorenzo Ricci: e i re, secondando bassamente lo spirito persecutore de' liberalastri, cui non era bastato che abolisse la Compagnia, vollero che il papa tenesse prigione esso Ricci, il quale era reo di averla difesa sino all'estremo, e preferito vederla perire, anzichè consentire a snaturarla.
Restava a Firenze suo fratello Corso, il quale diede il proprio nome, poi la pingue eredità a un suo agnato, ch'è lo Scipione Ricci che tanto fece parlare di sè.
Questi volea dapprima entrare gesuita, allettato da una profezia che correva di san Francesco Borgia, che nessuno di quell'istituto andrebbe a perdizione; dappoi avviatosi per la carriera ecclesiastica, fatto auditore di nunziatura, poi vicario generale dell'arcivescovo Incontri, si condusse a Roma in occasione delle feste per l'elezione del papa Braschi, nella speranza di poter parlare al detenuto generale. Questi comunicava all'esterno coi soliti mezzi di qualche inserviente, e come il seppe giunto, scriveva a Scipione:
«Signor canonico riv. amat.
«Che buon vento l'ha qua portato? quante cose ho a dirle! per ora alcune: il latore del presente è il soldato che mi serve, ecc. ecc.
«Mi sta nel cuore una spina da lungo tempo. Temo che facciano spendere a Lei, a titolo di mia richiesta, mie voglie e mio sollievo, in cose che non chiedo e non mi si danno. Non incolpo veruno, e non so veramente a chi attribuire certi intrighi, ma è necessario ch'ella sia prevenuto... Non creda già ch'io sia un capo di fuorusciti. Sono stato trattato come tale, ma grazie a Dio non lo sono, ecc.».
E in un'altra:
«I miei pensieri, se sarò lasciato in libertà, son questi. Voglio venire a passare gli ultimi giorni miei in Firenze. Se i suoi signori fratelli mi gradiscono, voglio stare in casa loro, come Lei mi ha offerto. Spero che non darò incomodo: se mai questo accadesse, si prenderà partito. Le mie occupazioni saranno, fare un poco di bene per me, giacchè l'età mia mi rende inutile agli altri; e lo farò volentieri; divertirmi con libri di materie sacre, scrittura, teologia, ecc., e conversare con persone pie, savie e dotte...».
E torna ad insistere sul non arrivargli, o decimate, alcune delicature che la famiglia gli trasmetteva.
Gli ex-Gesuiti patrocinavano il nostro Scipione, che però resistette alla tentazione di mettersi a Roma in prelatura. Ebbe udienza da Pio VI, che non gli dissimulò la sua venerazione pel prigioniero: al quale, «per riguardi ai principi», tenuto coi rigori che all'ingiustizia son necessità e punizione, Scipione non potè mai ottenere di far visita: onde quegli scrivevagli il 2 luglio 1775:
«Mi conviene sagrificare il piacere grandissimo che avrei avuto di vederla e che speravo. Sia fatto il santo volere di Dio. Ma Lei potrà convincersi dell'oppressione inumana che mi si fa da' malevoli, con impedire le ottime intenzioni di nostro signore, e senza ragione alcuna, poichè mai ho fatto male a veruno. Il foglio che le ho mandato lo custodisca con molto segreto; acciò non si prenda da quello occasione di nuocermi. Dopo la morte mia desidero che si renda pubblico. Non mi resta altro che ringraziarla e darle il buon viaggio, che le pregherò dal Signore. Lei non mi può dare ciò che desidero umanamente, ed è la libertà: in altre materie non mi manca il bisognevole, ed i miei desiderj sono assai ristretti. Sa come io mi son contenuto, e penso di non passar questi limiti. Se mai pensassi a passarli e mi fosse possibile, glielo farò sapere. Si regoli nel mandare a me, o piuttosto non mandi a me cosa veruna, perchè non mi arriva, o al più arriva solo quello che è guasto e inservibile. Se desidero cosa alcuna, sarebbe solo qualche denaro di volta in volta e non molto, o per soddisfare una voglia che mi venisse d'un libro o simile, o per aggiungere qualche ricompensa all'uomo che mi serve oltre la sua obbligazione. Vi dovrebbe essere del denaro presso il signor cardinale Torrigiani. Il solo desiderio che ho è di molti suffragi dopo la mia morte, poichè la soppressione della mia religione me ne priva di molte migliaja, ecc.».
La carta quivi accennata era una protesta dell'innocenza sua e della sua Compagnia contro le incolpazioni ch'erangli date; ed è scritta tutta di suo pugno, come anche il sunto del processo ch'ebbe a subire, e ch'egli desiderava fosse conosciuto, affinchè il mondo non ne avesse informazioni bugiarde. Vi trovammo inoltre una lettera del laico Giovanni Maria Orlandi, diretta a Scipione da Roma il 1º dicembre 1775, ove lo ragguaglia degli ultimi momenti di quel pio:
«Essendomi toccato la sorte di servire il reverendo padre Lorenzo de Ricci, già fu nostro preposito generale, non manco darle parte come il medesimo mi impose nella sua ultima e penosa malattia di raccomandarlo a sua divina maestà con delle messe... Ha pregato che siano rimunerati tutti quelli che l'hanno servito sì in vita come in morte. Ha pregato che si rimandi quella croce di ebano, la quale gli fu lasciata dal suo signor fratello, desiderando l'abbia lei per sua memoria...
«Non le posso esprimere la rassegnazione e gli atti buoni che faceva. Già subito che si ammalò diceva: — Signore, il vicario di Cristo diceva che m'avrebbe liberato presto e bene: giacchè non l'ha potuto fare lui, fatelo voi presto e bene, acciò non vi abbia più da offendere. — Poi, prima di ricevere il santo viatico, fece una protesta avanti al Santissimo, che fece piangere tutti, della sua innocenza e de' suoi religiosi: questa protesta suppongo che l'averà avuta da altri, onde, per non crescer plico, non gliela mando».
Ci sta pure una nota di quanto il generale, avanti morire, disse a don Giuseppe Nava, e la lista di varj oggetti, de' quali, come appartenenza sua particolare, disponeva in ricordi ad amici.
Tutto ciò noi ricaviamo dalle carte di Scipione Ricci, le quali, benissimo ordinate da lui, in centotto filze furono conservate dalla sua famiglia, poi compre dal granduca Leopoldo II, dal cui gabinetto passarono nell'archivio di Stato di Firenze. Ma prima s'erano lasciate a disposizione del De Potter, vescovo apostata e autore d'una _Storia del cristianesimo_, nella quale demolì tanto, ch'egli stesso indietreggiò sbigottito[478]. Su quelle carte, e massime sull'autobiografia, il De Potter scrisse una vita di Scipione Ricci, che è piuttosto una diatriba di poco criterio e meno prudenza, diretta a magnificarlo come eresiarca. Noi rivedemmo quell'amplissimo carteggio, e non ci parve che il Ricci, onesta mediocrità, si staccasse mai di cuore dalla Chiesa cattolica, benchè a molti errori lo traesse la smania del figurare e la bassa condiscendenza ad un principe, qual fu Pietro Leopoldo, ligio alle idee antipapali degli Austriaci, e voglioso degli applausi d'un popolo, che s'annojava della sua quieta beatitudine.
I cominciamenti del Ricci, prometteano in lui tutt'altro che la più clamorosa personificazione del giansenismo in Italia. Piissimo, sopratutto zelava il culto della beata Caterina de' Ricci; racconta di grazie ricevute per invocazione del beato Ippolito Galantini, fondatore de' Vanchettoni; e si querela che il digiuno quaresimale, «troppo necessario per soddisfare in qualche modo ai debiti colla divina giustizia», venga negletto, nè la refezione si limiti a fichi secchi e zibibbo[479].
Fatto vescovo di Pistoja, tolse correggere la disciplina che in certi monasteri, sotto la direzione non dei lassi Gesuiti ma degli austeri Domenicani, era degenerata in una licenza appena credibile, cogli errori e le laidezze de' Gnostici, fomentata dalla lettura di Voltaire e Rousseau, mantellata qualche volta da un osceno quietismo, fin a dire che la nostra perfezione consiste nell'unirsi con Dio; e siccome tutti partecipano della natura di Dio, perciò ogni carnale unione fra gli uomini esser vincolo di perfezione e d'unione con Dio.
Non pago a ciò, egli tolse a modificare il culto e i riti; riduceva ad un solo gli altari d'ogni chiesa per togliere la simultanea celebrazione delle messe, «introdotta con molta indecenza contro lo spirito della Chiesa e mantenuta dalla ignoranza, irreligiosità e interesse de' ministri del santuario»: e ne levava le tabelle che li dichiaravano privilegiati, o prometteano liberazione d'anime purganti; processò reliquie ed immagini miracolose, sopprimendo le meno autentiche, tutte proibendo di coprirle con mantelline; abolì le cappelle domestiche e certi giorni festivi: non si recitino panegirici; alla festa i regolari tengano chiuse le loro chiese per non distrarre dalle parocchiali. Avrebbe anche voluto tutte le preci in italiano, per quanto alla religione universale convenga un linguaggio universale, ond'esser in comunicazione con tutti i popoli, e non dover variare coi tempi e coi papi le sue formole, le sue invocazioni, le sue decisioni.
Al tempo stesso favorì l'edizione delle opere di Machiavello, che l'austriaco granduca aveva affidata alle cure dell'abate Tanzini, imbevuto delle dottrine de' regalisti francesi e tedeschi. Queste erano venute allora in moda, e dirigevansi contro l'autorità pontifizia, sia coll'attribuirne gran parte ai vescovi, sia col sovrapporvi la principesca. Come sempre, i colpi maestri dirigevansi alla testa; ed allegavasi come ragione l'averne Roma abusato, coll'usurpare facoltà che non avea da principio. Risalendo ai primordj della Chiesa, se ne esaminavano la disciplina e i riti, e ciò che in que' principj non si trovava, sentenziavasi riprovevole: voleasi tornare il papa alla povertà di Pietro, e il ministro Giani diceva che il clero, quando fosse spogliato dei beni, vedrebbesi costretto ad acquistare meriti reali. È il metodo de' Luterani ortodossi; senonchè i Giansenisti non rinnegavano la papale supremazia; solo la voleano limitare, controbilanciare, press'a poco come i costituzionali in politica, i quali, s'anche trovano follia e assurdo il potere monarchico ereditario, non osano spingersi fino alla sovranità del popolo, e s'arrestano a mezza strada: onde Lacordaire la definiva «eresia sleale, che non osando attaccare la Chiesa in faccia, come un serpente le si ascose in seno».
In tutta quest'opera noi ci siamo proposto, anzichè affrontare gli avversarj, difendere noi e i nostri: se qualche amarezza ne trapelò, se alcuna ingiustizia commettemmo, ci sia di scusa la natura stessa della difesa, la quale suppone che l'autore creda aver ragione, e torto il combattuto. Onestà di modi noi ci sentiamo viepiù obbligati a tenere verso Cattolici, che per alcun dissenso particolare la Chiesa non ha espressamente respinti dalla sua unità.
Bisogna stare a ciò ch'è antico, diceano essi. — Sì, quanto alla fede nella parola di Cristo, com'è scritta dagli agiografi o conservata dalla tradizione; in ciò la Chiesa pretende esser oggi qual era nel cenacolo, e ripudia il concetto d'una successiva formazione dei dogmi, pur ammettendone una successiva esplicazione. Via via che nasceva un errore, la Chiesa lo chiariva, lo definiva, interrogando quel che le varie chiese aveano tenuto sul punto controverso, e definendo secondo era apparso allo Spirito Santo e ad essa.
Uno de' loro punti di dissenso dalla pratica universale de' fedeli è la venerazione verso i santi, e il culto a Maria, venuto, secondo essi, a tale esuberanza da derogare a quello dovuto a Cristo.
Certo gli stranieri che vengono ad ammirare il nostro cielo, le arti nostre, le nostre devozioni, allorchè vedono ad ogni crocicchio santi e madonne, e popolani prostrati a venerarle, e in collo e in petto immagini e scapolari; quando nella chiesa del tal santo, alla festa della tal Madonna si fanno orazioni particolari, si espongono ossa, si baciano reliquie, possono scivolare nella credenza che noi vi prestiamo adorazione, che teniamo presenti i santi più che Dio, che il culto della sua madre ecclissi quello di Cristo.
Ma distinguiamo bene la fede dalla devozione. La fede importa l'obbligo di credere ciò che crede la Chiesa universale. Devozione è l'onore che si tributa agli oggetti della nostra fede. Possiamo credere senza aver devozione, sebbene la devozione non possa stare senza la fede. La fede è sempre la stessa dapertutto e in ogni tempo; nella devozione è lasciata grandissima latitudine all'individuo. Il rito, la forma di un culto non isboccia bell'e formato come Minerva dal cranio di Giove: il Sole in primavera non ha ancora squagliato i ghiacci, fatto schiudere l'erbe e colorire i fiori: eppure è quello stesso che ci arde in luglio. Prima quel culto dovett'essere tributato all'apostolo; vennero poi i martiri, poi altri santi la cui glorificazione erasi manifestata forse maggiormente di alcuni, ben più vicini al Salvatore. Qui si venera il santo che vi nacque, vi morì, vi apostolò, vi operò un prodigio della grazia o della carità: là è la tomba d'un altro, gli stromenti del supplizio d'un martire, un'apparizione, una rivelazione. Son memorie, insite alla natura umana siccome tutto quanto ricorda le geste degli eroi, de' benefattori della patria; c'è la ammirazione pel dottor della Chiesa, c'è la compassione pel martire, c'è la compunzione pel penitente. In ciò tutto v'è qualcosa che decade, v'è qualcosa che sottentra: han luogo l'entusiasmo e il tepore, giacchè tutto quaggiù è vita, è movimento, cioè cangiamento continuo.
Giuseppe, lo sposo di Maria, è un santo che appartiene ancora all'antico e già al nuovo Testamento; fu il più vicino a Cristo; la Chiesa primitiva gli ebbe una venerazione implicita, eppure il suo culto cominciò tardi; cominciato che fu, tutti l'abbracciarono coll'ardore che conveniva allo sposo di Maria.
E Maria? non v'è dubbio che la devozione ad essa fu ampliata assai, dai primi tempi quand'appena trovasi nominata, infin quando Pio IX ne definisce come di fede la immacolata concezione. Il tipo di lei, dai rozzi tentativi delle catacombe sino alle meditate aspirazioni del Minardi si trasforma oh quanto, eppure senza cangiarsi.
Già nella prima scena del mondo, quando il seduttore corrompe l'umanità, è vaticinato che un'altra donna schiaccerà il capo del serpente. E seconda Eva la chiamarono i primi Padri; dottrina rudimentaria, dalla quale si può dedurne la santità, la verginità, l'immacolata concezione, l'efficace patrocinio. Maria non fu madre e nutrice di Cristo? non istette accanto alla sua croce? nol raccolse ucciso? Quanti dolci pensieri, quanti vivi sentimenti non deve eccitare una creatura, messa in così intime attinenze coll'ente divino? la donna elevata fin ad esser madre del Dio umanato? Ma egli rimane sempre il redentore, che ci rigenera continuamente; ella, la madre dataci sulla croce: ha gran potenza, ma affatto indiretta: il Cattolico non abbasserà mai il Creatore fino a questa creatura; nè lei eleverebbe a divinità, col che negherebbe quella di Gesù; il nome di lei nè tampoco si proferisce nell'amministrare i sacramenti; noi la preghiamo che preghi per noi peccatori: a lei portiamo affetto, usiamo famigliarità, appunto perchè somiglia a noi, provò i dolori nostri, eppur è tanto gloriosa[480].
Chiedetene il più semplice credente, e vi risponderà che queste chiese sono la _Casa di Dio_. Portano lo speciale vocabolo d'un tal santo o d'un tal fatto; vi saranno anche molti altari, dedicati a' varj santi: che monta? il Cristiano li prega come intercessori presso il Dio unico. Giunge la festa di quella chiesa? ognuno accorre al tempio, ognuno vi fa una preghiera, e genuflessioni e inchini e baci in diverso modo: sono altrettante vie per avvicinarsi a Dio.
Certo, come in tutte le dottrine concrete e vitali, è difficile assegnare teoricamente i limiti tra la verità e l'errore, tra il bene e il male. E viepiù quando si tratti d'affetti. Natura di questi è il correre senza ritegni, mirando l'oggetto proprio e null'altro: e sarebbe freddo e inconcludente quel che sapesse serbare tutte le convenienze, misurare tutte le esternazioni. Di che importanza non sono per chi le scrive e per quello cui son dirette le espressioni delle lettere amorose! Fate che un indiscreto le colga, che cadano sotto gli occhi d'un indifferente, che acquistino la pubblicità d'un giornale o d'un giudizio, parranno scempie, o esagerate. Or la fede è il cuore che sente, non la ragione che pruova.
Tanto avviene della devozione, qualora vogliasi anatomizzarla con fredda critica; e atti e parole di supremo affetto per chi le usa, possono, direi devono incontrare la disapprovazione o la beffa di chi le analizza; che se furono adoprate da qualche persona di eminente santità, divengono venerabili al popolino, la cui religione tien sempre qualche cosa di vulgare, sempre qualche mistura di fanatico o di superstizioso.
Non mi dite che appunto il dovere del pastore è di correggerla, appurarla. La snaturereste. I pastori vegliano perchè non trasmodi; ma essi non ne sono gli autori; e se volessero imprimere tutti i moti a misura, la ucciderebbero. La devozione, perchè sia universale, deve abbracciare tutte le intelligenze, tutti i sentimenti; direi che bisogna si pieghi agli istinti per poterli emendare. Gli è perciò che trovansi unite le sublimità del culto con ingenuità, che oserei chiamare puerili, delle pratiche.
Riflessioni simili avrà certamente fatto più d'uno, allorchè il Ricci a certe particolari devozioni particolare guerra movea.
Del cuore, come sede degli affetti, parlano più volte le sacre scritture, anche riferendolo a Dio. Tanto più poteasi applicare a Dio umanato; e non sarebbe difficile trovare negli scrittori sacri allusioni al cuor di Gesù. L'immagine poi, sotto cui ora è presentato, troviamo distintamente indicata da san Francesco di Sales in una lettera del giugno 1611, ove alla beata Francesca di Chantal descrive l'insegna che vorrebbe dare al nuovo Ordine delle Visitandine. «Sta notte Iddio m'ha dato il pensiero che la nostra casa della Visitazione, per la grazia sua è abbastanza nobile per aver il suo blasone. E ho pensato, se voi siete d'accordo, che dobbiam prendere per stemma un cuore trapassato da due freccie, chiuso da una corona di spine, e che sostiene una croce, coi santi nomi di Gesù e Maria».
Solo un secolo dopo, la visitandina Margherita Maria Alacoque manifestò una rivelazione, dove le era imposta la devozione al sacro cuore di Gesù. Le superiore del suo convento di Paray-le-Monial reluttarono gran tempo a darle ascolto: alfine è tenuta come una santa; teologi profondi attingono da lei lumi superni; la devozione del Sacro Cuore si difonde: il padre De la Colombière, uno de' più insigni fra' Gesuiti, la propagò nell'Inghilterra, allora gelosissima contro i Cattolici, mentre nella Francia filosofistica e giansenista era invano combattuta. Subitosi istituirono congregazioni sotto quel nome, e la devozione ne crebbe tanto, che monsignore Belsunce, eroe della peste a Marsiglia, consacrò questa città al Sacro Cuore nel 1720. Vedutone universalizzato il culto, Clemente XIII nel 1763 ne decretò la festa. La nuova devozione s'attribuì a intrighi gesuitici, talchè contro di essa sbraitavano quanti erano ostili a quell'Ordine, e il Ricci con una pastorale del 1781 la interdisse nella sua diocesi.
Quanto il Sacro Cuore dai Gesuiti, tanto dai Francescani era commendata la _Via Crucis_, e questa pure il Ricci impedì, o almeno ordinò una variazione in cinque delle stazioni, non espressamente indicate nell'evangelico racconto. Ne nacque disputa calorosissima, a cui presero parte il Bettinelli, l'Affò, e principalmente Giovanni Maria Pujati friulano (1733-1824) che per le opinioni sue osteggiato fra' Somaschi, andò benedettino, ma presto da Monte Cassino fu dagli amici richiamato nel Veneto a forbottare in que' garriti teologici. Credo di lui una _Nuova maniera di prender la Via Crucis_, dedicata al Ricci: operetta arida e senza unzione, e per nulla addatta a devozione popolare.
Insieme il Ricci difondeva i libri di suo sentimento, fortunatamente ignorati fin allora alla Toscana e opuscoli di quell'erudizione triviale e incompleta, che illude gli spiriti frivoli; favorì una stamperia in Pistoja «per isvelare le ingiuste pretese di questa Babilonia spirituale che sovverse e snaturò tutta l'economia della gerarchia ecclesiastica, della comunione de' santi, dell'indipendenza de' principi»; e di là uscivano gli opuscoli giansenistici. Egli stesso mandò a tutti i parroci le _Riflessioni morali_ di Quesnel, dichiarandolo libro d'oro; parlava continuo contro «le pretensioni ildebrandesche, il regno fratino e romanesco[481], la pertinacia de' preti e frati nel vendicarsi dei torti non solo, ma d'ogni opposizione», e così o seminava o inveleniva questioni fin allora o ignorate o non curate fra noi.
In somma venivano messi in accusa il papa e gli ecclesiastici; e il sacerdozio stesso divertivasi a screditare il sacerdozio, come si fosse «diffuso negli ultimi secoli un generale offuscamento delle verità più importanti della religione, le quali sono la _base della fede_ e della morale di Gesù Cristo».
Davvero, allorchè la scuola di Voltaire sottominava la Chiesa, è doloroso che il clero italiano parteggiasse in capiglie interne; allorchè Cristo era deriso, si venisse a misurare l'autorità del papa; allorchè a visiera alzata dichiaravasi guerra alla _Infame_, si diventasse nemici per un rito, per la pluralità degli altari, la Via Crucis, il Sacro Cuore, o la Grazia efficace e la sufficiente.
Conforme alle idee dispotiche allora in moda, Giuseppe II avea tolto i seminarj diocesani, e costituito un portico teologico a Pavia, la quale divenne il quartiere generale di quella guerra da sacristia. Nella libreria Comino le opere che si spacciavano erano le _Conferenze_ del Duguet, le _Istituzioni ecclesiastiche_ di Dannenmayer, la Bibbia del Sacy, le opere di Arnauld, le _Provinciali_ di Pascal, i _Discorsi famigliari_ del Thiebaut, la _Verità della religione_ del Dupin, e gli altri raccomandati dal Ricci. Dettava in quel portico Pietro Tamburini bresciano, che nella lunghissima vita (1736-1827) campeggiò continuo contro la primazia papale, pubblicando principalmente l'_Analisi del libro delle Prescrizioni_ di Tertulliano, la _Vera idea della santa sede e delle Congregazioni di Roma_[482], e _De summa catholicæ de Gratia Christi doctrinæ prestantia vel necessitate_; opera tradotta in molte lingue[483].
Lo secondava e difendeva Giuseppe Zola, nato a Concesio di Brescia il 28 agosto 1739, e morto colà il 5 novembre 1806.
Brescia fioriva allora di buoni studj e di felici ingegni, quali il latinista Barzani, il poeta Colpani, i letterati Lazzarini, Capelli, Torriceni, Gradenighi, Baitelli, Duranti, Roncalli, lo Zamboni, il Rodella, il Rozzi, il matematico Scarella, i teologi Almici, Verdura, Rotigni, il canonico Bocca, il bibliotecario Doneda; merito de' vescovi Quirini, Barbarigo, Morosini, dell'abate Garbelli, del canonico Gagliardi, del conte Mazzucchelli, che gli studiosi favorivano ed ajutavano. La città affidò la biblioteca Quiriniana al giovane Zola, il quale professò teologia nel seminario, e pubblicò _de Fontibus theologiæ moralis_, volendo richiamare dal molinismo. Quel che diceasi partito gesuitico riuscì a far destituire e lui e il Tamburini. Ma ecco Clemente XIV gl'invita a Roma a dirigere tre collegi, ove il Tamburini fondò un'accademia teologica in cui lesse sull'Apologia di san Giustino, sulle opere d'Origene contro Celso, sulle Prescrizioni di Tertulliano: difendea la chiesa scismatica di Utrecht: consigliava gli Inglesi cattolici a prestare il giuramento prescritto. Al Ganganelli succeduto Pio VI, i due bresciani dovettero partirne dopo sei anni; ma i duchi austriaci li chiamarono professori a Pavia. Lo Sperges, referente per gli affari d'Italia a Vienna, fece dare a ciascuno quaranta zecchini per le opere che aveano presentate al trono, poi quartiere e un assegno nel Collegio Germanico Ungarico, e allo Zola mandò libri opportuni a' suoi studj. Questi nel seminario teologico, che dicemmo da Giuseppe II sostituito ai seminarj diocesani, pubblicò un'orazione del _Non dissimular i mali nella storia ecclesiastica_, poi i _Prolegomeni_ dove indica le fonti della storia ecclesiastica, con un bel parallelo tra il Fleury e l'Orsi. Ne' _Commentarj delle cose cristiane prima di Costantino_ confuta molti errori de' Protestanti, e specialmente sul piccolo numero de' martiri. Ai varj trattati anteponea sempre dissertazioni storiche, come quella sugli errori intorno alla Grazia; sempre in latino terso, ma pesante. Difese Arnaldo da Brescia, ma avendo il conte Bettoni da Brescia proposto un premio a chi scrivesse novellette ove s'insegnasse la morale, prescindendo non solo dalla religione, ma da Dio, lo Zola il disapprovò in lettera del 15 settembre 1775. I gravi lavori interruppe per sostenere il Tamburini, ed a vicenda si fiancheggiavano, egli con più erudizione, questi con più fuoco, e molto contribuirono a formare una generazione di sacerdoti, ligi all'autorità secolare qualunque volta volesse soperchiare la ecclesiastica.
Nell'_Analisi delle prescrizioni di Tertulliano_ (1781) il Tamburini portava all'eccesso la regola desunta dalla tradizione scritta, mentre attenuava l'autorità della Chiesa viva e parlante, e alla fede surrogava la storia e la critica, rimovendo così l'elemento sopranaturale dell'infallibilità della Chiesa, che non dipende da ragionamenti umani, sibbene dal perenne oracolo dello Spirito Santo.
Capirono i buoni qual portata avesse l'attacco, e s'accinsero d'ogni parte a respingerlo, talchè egli stimò prudente appigliarsi a quistioni più mascherate, e sull'orme degli stranieri dettò la _Vera idea della santa Sede_. In questa sostiene apertamente che la Chiesa insegnante non si compone solo dei vescovi, ma anche dei preti e diaconi, i quali sono egualmente giudici in materia di fede, e compartecipi al governo; vuol l'unità; accetta l'infallibilità del pontefice, ma quando siavi perfetta concordia fra i membri della Chiesa, fra tutti coloro che non si sono apertamente separati dall'unità di essa.
Aggiunse, sempre ad imitazione de' Francesi, i _Caratteri d'un giudizio dogmatico; Cos'è un appellante?_ le _Lettere Piacentine_, le cui principali conclusioni sono, che il giudizio dogmatico del papa non è perentorio, quand'anche suffragato dalla pluralità de' vescovi; onde si può da esso appellare; e che unico giudizio perentorio nelle quistioni è la perfetta concordia intera della Chiesa. Ognun vede come questa sia impossibile, giacchè vi mancherà, non foss'altro, il concorso di quelli che la pretendono.
Nel 1783 a Pavia fu stampato _Taddæi s. r. i. comitis de Trautmansdorf, i. collegii germanici ticinensis alumni, de tollerantia ecclesiastica et civili_. È un'apoteosi del poter regio, sostenendo che «non può dubitarsi del diritto regio nelle cose sacre»: che «il principe come principe ha diritto sulla dottrina pubblica, le cerimonie e i riti, e di stabilir pei comuni suffragi la pubblica religione; i sacerdoti non diferire dagli altri ufficiali dello Stato, onde spetterà all'imperante la loro elezione, e tutta l'amministrazione esterna». Fu creduta opera o dello Zola o del Tamburini, e probabilmente entrambi vi cooperarono, come trapela dalle lodi ch'essi vi diedero, e da queste parole della dedica a Giuseppe II: _Illud tacere nequeo, quod, singulari munere tuo nobis concessum est: habere nos scilicet egregios duos viros J. Zolam ac P. Tamburinum celeberrimæ Academiæ professores, quorum suavissima consuetudine summaque doctrina non uti solum, sed et frui mihi fas est. Hi sane stimulos mihi addiderunt, consiliis, monitis, atque opera juverunt sua, ut hunc laborem susciperem et inceptum absolverem._
Il Tamburini la difese colle _Riflessioni del teologo piacentino_: poi col pseudonimo di Frà Tiburzio svelenivasi contro gli _Ambrosiani di Milano_, alludendo principalmente all'oblato Locatelli, il quale, nella _Esposizione della dottrina cristiana per la diocesi milanese_, commentò insignemente le tesi che si proponeano in quel seminario in occasione delle lauree, e che effettivamente erano il sunto del giansenismo. Esso Locatelli forse, od altri anonimi pubblicarono un foglietto di _dubbj_ su quelle tesi, facendone spiccare i sofismi, e sommessamente domandandone schiarimenti[484]. Frà Tiburzio sostenendo le tesi, demoliva l'infallibilità della Chiesa col far infallibili tutti i membri di essa; per modo che anche un piccolo numero potevano promulgare dottrine eterodosse, purchè non si segregassero dalla Chiesa; nè questa potrebbe escluderli se non per unanime suffragio universale.
Militavano con questi campioni i fratelli padre Bonaventura e Viatore da Coccaglio, il curato bergamasco Antonio Tommaso Volpi che nella _Vera idea del giansenismo_ confutò l'ex gesuita Luigi Mozzi, il Caissotti, che in Piemonte pose molte scuole, sciolte da ogni ingerenza religiosa.
[Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di Scapezzano nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì, abbracciò la religione evangelica a Poschiavo; malato parve convertirsi, ma poi rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti, cercò apostolare a Bormio, e per difendersi pubblicò _Brevi schiarimenti della solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini professore di sacra teologia, ottenebrata dalle dilucidazioni di frà Viatore da Coccaglio cappuccino: dedicato ai magnifici comuni di Bregallia, delle due Engaddine, di Poschiavo, di Brusio, di Bivio_: Scoglio 1761. Con tono violento, rinfiancato da continue citazioni bibliche, difende la propria abjura, sostenendo che pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la greggia colla parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato, il cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che il puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura fatta a Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo tutte le eresie intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai santi, al digiuno, alla distinzione de' peccati in veniali e mortali.
Vanno sullo stesso andare i _Brevi avvertimenti sulla solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino da Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo._ Scoglio, Gadino.
_Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc. denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura da Coccaglio cappuccini._]
Giovanni Cadonici veneziano, canonico di Cremona, fece la _Sovranità temporale e lo spirito della Chiesa e de' sovrani_, stampato a Pavia con prefazione dello Zola, e voleva il clero si sottomettesse incondizionatamente ai principi, e pregasse per loro quand'anche tiranni, giusta formole adottate ne' primi tempi e soppresse nel medioevo, ma conservatesi ne' messali ambrosiano e mozzarabo[485]. Giambattista Guadagnini (1722-1806) parroco di Cividale in Val Camonica, uno de' maggiori campioni del giansenismo, da Molino passato a Giansenio, sostenne in pubbliche dispute contro i Domenicani la dottrina di sant'Agostino, difese il Tamburini, e fece una quantità d'articoli e libretti sulle quistioni d'allora, com'erano _Diatriba de antiqua paroeciarum origine; Della pretesa infallibilità de' giudizj di Roma: Difficoltà sopra l'esercizio della Via Crucis; Dello stato de' bambini morti senza battesimo; L'unico vero giansenista scoperto e confutato; Sul celibato ecclesiastico; Diritto della civil podestà sopra il matrimonio; Falsità dell'asserta lega de' teologi antimolinisti e verità della lega dei molinisti coi moderni filosofi_. La _Vita_, o piuttosto apologia _di Arnaldo_, nella quale tende a difendere se stesso, mostrandolo puro d'eresie, e modello di zelo ardente e fin prudente, è libro senza bellezza nè verità, asserendo fatti falsi, avventurando congetture. Forse erano più ardite le opere che lasciò manuscritte, cioè _Riflessioni sopra la caduta del principato temporale del papa, e in conseguenza della così detta corte ecclesiastica di Roma. — Sonata seconda del tamburino sopra il tamburo in proposito del diritto della podestà civile sopra il matrimonio. — Postille al catechismo di Pistoja_, contro del quale Francesco Gusta avea scritto la _Difesa del Catechismo del venerando cardinal Bellarmino_ (Venezia 1799). Esso Guadagnini sostenea pure che i casi riservati possono assolversi anche da semplici confessori senza delegazione superiore; teoria pur fiancheggiata da Luigi Litta, da Giorgio Sicardi ed altri; e confutata da Giovanni Battista Locatelli Zuccala _De potestate præsbiterorum in administratione sacramenti pænitentiæ_, e da Vincenzo Bossi _Osservazioni teologiche e critiche sopra la diatriba della validità dell'assoluzione_, ecc. Brescia 1793.
Gian Lorenzo Berti di Serravezza agostiniano (1696-1766), professore a Pisa, pubblicò una teologia (_De theologicis disciplinis_, Roma 1739 e 1745) che dovesse servire di testo nelle scuole degli Agostiniani. Fulgenzio Bellelli, agostiniano di Napoli (-1742), avea pure pubblicato _Mens Augustini de statu creaturæ rationalis ante peccatum_, e _Mens Augustini de modo reparationis creaturæ post lapsum, adversus bajanam et jansenianam hæresim_, dove presumeva conciliar la dottrina del vescovo d'Ippona colla bolla _Unigenitus_. I due teologi parvero puzzare di giansenismo, e Saleon, vescovo di Rhodes poi di Vienne, pubblicò contro di loro il _Bajanismus redivivus_ e _Jansenismus redivivus_ (1745), esortando Benedetto XIV a farli condannare. Ma la congregazione cui il papa ne demandò l'esame, non confermò l'accusa; e all'insistenza del Saleon il Berti oppose _Augustinianum systema de gratia, de iniqua bajanismi et jansenismi erroris in simulatione vindicatum_ (1749). Languet, arcivescovo di Sens, si unì al Saleon per ribattere anche questa opera, fin minacciando il papa se non proibisse quel veleno; il Berti replicò, e la controversia restò a questo punto, non avendo il papa voluto condannarlo. Nel 1769 e 70 stamparonsi tre _Lettere d'un dottore della facoltà teologica di Parigi_, attribuite al dottor Riballier, dove è esposta la dottrina del Berti e del Bellelli, mostrando che il sistema degli agostiniani d'Italia differisce da quel degli appellanti francesi, i quali pretendeano francheggiarsi del loro voto. D'opinioni variò il Berti anche nella sua _Storia ecclesiastica_ in sette volumi. Uno scritto pei Lucchesi contro alcune pretensioni del papa gli attirò un severo rimprovero, che dissero causasse il colpo d'apoplesia, pel quale languì fin alla morte.
Aggiungeansi i giureconsulti Gaetano Argento, Nicola Capasso, il Conforti, il De Gubernatis, il Melanede, il Pensabene, il Bianchi, il De Marco sistematicamente avversi alla curia romana per emancipare i re, pur protestando non solo riverenza al dogma, ma al papa come depositario dell'inalterabile verità; cavillosi non protestanti. Ne derivò gran turbamento nelle singole chiese: alcuni vescovi riprendeano o sospendeano qualche prete, e questo passava per martire: talvolta uno sospeso continuava l'esercizio del culto e la cura delle anime come nulla fosse: in occasione delle visite pastorali, alcuno non lasciavasi trovare in casa: ogni provedimento dava occasione a dicerie, a libelli, a recriminazioni sui giornali.
Quanti campioni, altrettanti ebbe oppositori la scuola giansenistica, appoggiati dalla condanna che le lanciò Clemente XIII. Tale Giovanni Marchetti da Empoli, autore di note alla storia del Fleury e di _Annotazioni pacifiche_ al vescovo Ricci; Giannantonio Bianchi lucchese, teologo e giurista che confutò passo a passo il Giannone (_Vedi nota_ 11 _del Discorso_ LIII); i padri Lagomarsini, Sangallo, Raimondo Corsi fiorentino, Camillo Almici bresciano[486], i fratelli Ballerini veronesi, che delle decretali di Isidoro mostrarono essere false, esser di poca importanza, e che la frode venne di Germania; il Noghera valtellinese; il gesuita Luigi Mozzi bergamasco (-1813) che diede una storia dello scisma di Utrecht (1785) e delle rivoluzioni della Chiesa (1787); il padre Fortunato Majoni da Brescia, buon filosofo e matematico che fece _Jansenii systema de medicinali gratia Christi methodice expositum ac theologice confutatum_. L'abate Luigi Cuccagni, rettore del Collegio irlandese, incessantemente impugnò il collega Tamburini, e nelle _Lettere pacifiche_ (19 maggio 1780) lo taccia di scarseggiare d'erudizione, e più se non avesse «l'elemosina del signor Zola». Il cardinale Agostino Orsi (1692-1761), teologo di San Marco in Firenze, diede una _Storia ecclesiastica_ che in ventun volumi arriva appena al 600 di Cristo, confutando Bossuet e Fleury nelle opinioni antipapali: e non è superfluo il notare come la recente storia del Rohrbacher usi moltissimo e spesso copii quella del nostro, tantochè nella versione italiana non si ebbe che a riprodurre il testo dell'Orsi. In molte dissertazioni contraddice spesso i Gesuiti: ed oltre quelle sul _Giudizio irreformabile di fede, della Podestà del papa sui Concilj generali, dell'Infallibilità del pontefice_, è capitale per documenti e per argomentazioni l'_Origine del dominio e sovranità del pontefice_. Gian Vincenzo Patuzzi domenicano di Verona (1700-1769) scrisse la _Difesa di san Tommaso; dello stato futuro degli empj: la difesa della storia del probabilismo del Concina; la regola delle azioni umane nella scelta delle opinioni_, e altre scritture sul probabilismo, sempre combattendo la morale lassa, di cui incolpava anche il Liguori.
Gravina Giuseppe, Maria gesuita di Palermo (1702-1780), scrisse sul probabilismo e contro i Giansenisti, e sul numero degli eletti, che crede molto maggiore che quello dei reprobi, appoggiandosi a rivelazioni apocrife. Quest'opera, messa all'indice, faceva seguito a una _dissertazione sul Paradiso_ di Benedetto Plazza gesuita di Siracusa, il quale confutò la _Regolata devozione_ del Muratori.
Il Traversara di Faenza fece _le dottrine del preteso secolo illuminato XVIII intorno la gerarchia e la disciplina ecclesiastica confrontate colle dottrine del tenebroso secolo XIV_, alludendo a Marsiglio da Padova che avea conteso non valere i decreti del papa _absque concessione legislatoris humani_.
Antonio Valsecchi veronese diede _I fondamenti della religione, e fonti dell'impietà; La religione vincitrice; La verità della Chiesa cattolica romana_. Giovanni Vincenzo Bolgeni di Bergamo (1733-1811), dopo la soppressione de' Gesuiti fatto da Pio VI teologo penitenzierie, scrisse varie opere polemiche[487], impedì una correzione che a Pavia volea farsi al catechismo del Bellarmino; e paragonò i Giansenisti ai Giacobini; ma avendo difeso il giuramento che la repubblica romana esigeva dagli impiegati, eccitò indignazione, e dovette ritrattarsi avanti al conclave raccolto in Venezia[488].
Il domenicano Tommaso Mamachi di Chio, nella propria casa a Roma teneva una specie d'accademia, ove discutere gli argomenti d'attualità, e scrisse sopra molti punti d'erudizione ecclesiastica, fra' quali _la Pretesa filosofia dei moderni increduli; Epistola ad J. Febronium de ratione regendæ christianæ reipublicæ, deque legitima romani pontificis auctoritate._ Fu maestro del sacro palazzo, e diresse il _Giornale Ecclesiastico_, cominciato a Roma il 1788 per sostenere i diritti papali in contrapposto alle _Novelle ecclesiastiche_ di Parigi, al _Giornale letterario de' confini d'Italia_, agli _Annali ecclesiastici_ di Firenze[489].
Fu de' più battaglieri Francesco Zaccaria di Poppi gesuita (1714-95), che girando a predicare, raccolse molti documenti ignoti e li pubblicò; assistette i suoi confratelli nelle polemiche; ai Bollandisti somministrò molte notizie, e più di cento opere lasciò, di cui in Francia bruciaronsi alcune. Quasi intaccassero le libertà gallicane e la fedeltà al sovrano. La sua _Storia letteraria d'Italia_, specie di giornale, è una delle migliori fonti, benchè giudichi spesso a passione, e gli abbia attirato un'infinità di nemici. Oltre la _Storia polemica del Celibato_ (1774), la _Denunzia solenne fatta alla Chiesa, e ai principi cattolici di un anticristiano e impudentissimo scartafaccio stampato in Italia colla falsa data di Londra, e intitolato: «Il dominio spirituale e temporale del papa, o siano Ricerche sul vicario di Gesù Cristo e il principe di Roma»_ (1782), dobbiamo memorare principalmente il suo _Antifebronio_ [L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII] in quattro volumi in italiano (1770) e in latino (1771), poi più ordinato il _Febronius abreviatus cum notis_, ove dichiara: «Il monarcato del papa sostengo, non dispotico nella Chiesa, non qual lo fingono Febronio e suoi, ma stretto fra certi limiti, quale ce lo mostrano le sacre pagine e la tradizione»[490].
Il secolo nostro men che mai ha diritto di meravigliarsi se intitolavansi liberali quei che fiancheggiavano l'assolutismo dei re, e che trovavano favore principalmente dai principi austriaci di Lombardia e di Toscana. Tali erano in generale i legulej per abitudine antica, i magistrati per desiderio di soperchiare; il bel mondo per ispasso. A gloria d'essi austriaci mancava che anche i vescovi contrafacessero al papa, e in fatto al congresso di Ems i prelati di Germania, sotto la presidenza dei principi elettori del Reno e del primate di Salisburgo, auspice Giuseppe II, clamorosamente contrastarono di giurisdizioni con Pio VI. Volle imitarli l'Italia.
La vicinanza della Toscana agli Stati Pontificj avea moltiplicato i punti di contatto, e in conseguenza di conflitto fra i due Governi; e il liberalismo di que' ministri si pompeggiava nel sottrarre facoltà a Roma per arrogarle ai principi. Fin il debole Gian Gastone, ultimo de' Medici, avea proibito all'arcivescovo Martelli di pubblicare il sinodo diocesano, e intimavagli che «non può ingerirsi che nel mero spirituale, e non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali, per qualunque titolo potesse allegare». Francesco di Lorena, ispirato da Giulio Ruccellaj[491] capo della giurisdizione e avversissimo alle pretensioni ecclesiastiche, limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al sant'Uffizio la censura dei libri, e ne' processi gli aggiunse due assessori.
Pure al nunzio competevano sempre la giurisdizione ecclesiastica, il conceder alcune indulgenze e dispense per peccati occulti o casi riservati e per mangiare grasso, il commutare voti, legittimare spurj, vendere o livellare beni ecclesiastici, ed altri attributi che pareano incomportabili colle nuove idee del potere principesco. Pietro Leopoldo, aspirando alle lodi dei Giansenisti e de' filosofi, tolse ad imitare suo fratello Giuseppe II, il cui distintivo fu l'avversione al clero[492]: sicchè pose la mano negli ordinamenti della Chiesa con ruvidezza e dispregio; cassò il tribunale di nunziatura e l'immunità de' beni ecclesiastici, gli asili, il mendicare; abolì duemilacinquecento confraternite, tutti gli eremi e molte fraterie, tra cui, con comune dispiacere, i Barnabiti, che applicavansi all'istruzione con gran soddisfazione de' genitori; limitò le monacazioni; vietò i pellegrinaggi e qualunque pubblica devozione non autorata dal Governo, e le esteriorità nelle esequie, e il pubblicare le censure contro chi mancasse al precetto pasquale; modificò le curie vescovili; dispose del patrimonio delle chiese; mutò destinazione a pii lasciti, ne vendè i beni, restrinse le parrocchie, istituì un'amministrazione del patrimonio ecclesiastico, preseduta dal Ricci, al quale pure concesse alcuni conventi, di cui avea soppressi i monaci; regolò le dispense matrimoniali, l'età della monacazione, e i voti e la clausura; ai parroci, eletti tutti per concorso e con una stabile congrua, i vescovi comunicassero le facoltà de' casi riservati; i vicarj generali dovessero ogni tre anni approvarsi dal principe; nessun decreto valesse senza l'_exequatur_ governativo; ne' dubbj come ne' bisogni i vescovi si volgessero a lui, tutto disposto ad esaudirli, ma non prendessero mai ingerenza nel governo.
In queste innovazioni era contrariato dall'arcivescovo di Firenze[493], ma quando leggiamo il tono dimessissimo con cui questi esponeva le sue querele anche in materia di tutta competenza ecclesiastica[494], ci rallegriamo che persecuzioni più apertamente illiberali abbiano restituita oggi al vescovado la dignità, che ipocrite protezioni gli avevano sminuita.
Di rimpatto il granduca era ispirato, o piuttosto secondato dal Ricci vescovo di Pistoja, che finamente adulando, gl'insinuava di far valere l'onnipotenza regia. Dico fina adulazione il rimpianger i tempi di Teodosio, quando il «popolo, meglio inteso de' diritti, o vogliam dire dei doveri di un sovrano verso le cose e le persone ecclesiastiche, lo chiamavano e lo riguardavano come vescovo esteriore. La calamità dei tempi ha fatto scordare questi titoli... e poichè ella vuol regnare più sul cuore che sul corpo dei sudditi, niuna cosa tanto è in cui le bisogni persuaderli, quanto in ciò che appartiene alla religione». E soggiunge: «Quanto alle materie (delle riforme) l'altezza vostra non ci troverà cosa che non sia di sua competenza: o sono canoni proprj della Chiesa, fatti nei generali o particolari Concilj, o sono cose che riguardano la esteriore disciplina. In tutti i casi all'altezza vostra conviene come protettore e difensore della Chiesa il rammentare e proteggerne i canoni, e come sovrano lo stabilire quello che il bene di essa richiede».
Con ciò gli attribuiva anche la potestà di abrogare i canoni, e stabilirne dei nuovi, quando lo richiedesse il bene della Chiese! «Solo dai buoni studj (aggiunge) può sperarsi una felice rivoluzione negli Stati; finchè gli studj saranno fatti secondo il sistema fratino, e secondo le mire della Corte romana, i sudditi saranno ignoranti e superstiziosi, e addetti a Roma... Si è dunque creduto bene l'ingiungere (negli studj) l'obbligo di tenere la massima importantissima della indipendenza della potestà temporale dallo spirituale. Se vostra altezza ha queste, può dire di aver tutto quello che è necessario perchè sia ben ricevuta ogni riforma ecclesiastica».
Allorchè Pio VI si lamentò che il Ricci, nel turpe processo delle monache pistojesi, avesse dato pubblicità a impudicizie, che era carità o prudenza ricoprire, Leopoldo chiamossene offeso, e dal ministro Piccolomini fecegli scrivere, sperava che, «fatte migliori riflessioni, darebbe ad esso prelato qualche contrassegno di propensione, e al granduca qualche motivo di essere meno disgustato dell'avvilimento in cui vede che la Corte romana riduce i vescovi quando non sagrificano col proprio dovere i loro diritti, per lasciare tutta l'estensione a quelli che Roma pretende»[495].
Tale linguaggio al papa cattolico potea tenere allora un arciduca d'Austria, che poi al teologo ducale scriveva essere «Stanca sua altezza reale del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana». Tanto bastava per farlo applaudire dai liberalastri. I _Punti di vista, da S. A. R. spediti a tutti i vescovi della Toscana_ sotto il 26 gennajo 1786, sono una specie di pastorale, dove esso ingiunge loro di convocare ogni due anni sinodi diocesani, in cui esaminare varj punti, fra' quali, introdurre migliori libri di devozione, impedire tanti giuramenti, anche ne' tribunali; se espurgare i breviarj dalle legende false o erronee; se amministrare i sacramenti in vulgare; se restituire l'elezione de' parroci al popolo, il quale scelga tre elettori, che coi parroci anziani del distretto presentino al vescovo il soggetto; il clero sia educato uniformemente: si formino molti libri ad uso dei parroci, a' quali raccomandansi la _Regolata devozione_ del Muratori, la _Storia ecclesiastica_ di Bonaventura Racine, noto portorealista; il corso di teologia morale del Tamburini; i _Costumi degli Israeliti e de' Cristiani e i Discorsi sulla storia ecclesiastica_ del Fleury; dove si noterà non trovarsi indicate le _Istruzioni_ di san Carlo. Proponeasi pure che tutti si conformassero alle dottrine di sant'Agostino sopra la Grazia. E perchè non restasse dubbia l'intenzione, il quinto punto esprimeva doversi «rivendicare all'autorità de' vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati dalla Corte romana abusivamente».
Non è da credere che tutti accettassero questi punti colla sbadataggine dei tempi, in cui i caratteri sono snervati; ed oltre i molti opuscoli stampati «in Ferrara, in Assisi, in Roma, non contro il Ricci solo, ma contro il gran duca e la maestà dell'imperatore, e col ministero de' frati divulgati per tutta Italia»[496], nell'archivio Ricci trovammo delle controsservazioni di granpeso (al Nº 28); fra il resto mostrando che sant'Agostino è degno d'ogni venerazione, ma la Chiesa non riconosce l'infallibilità in nessun dottore dopo gli apostoli. I vescovi di Colle e di Chiusi obbedirono, raccogliendo subito i sinodi diocesani, e decretandovi secondo l'ispirazione del granduca; ma quello che il Ricci adunò, segnò gran posto nella storia ecclesiastica col titolo di sinodo di Pistoja. V'invitò quanti in Italia favorivano il partito che diceasi regalista; quali il genovese Eustachio Degola (1761-1826) difensore di frà Paolo, e dappoi amico del famoso vescovo Gregoire e compilatore degli _Annali politico ecclesiastici_, ove sosteneva la religione esser fondamento della libertà[497]: Vittorio Sopransi milanese carmelitano, critico severo delle omelie del vescovo Turchi; il Pujati suddetto, professore a Brescia e a Padova, autore di moltissimi opuscoli e traduzioni sulle controversie del giorno[498]; i fratelli Cestari, l'orientalista padre Giorgi, il torinese Gautieri filippino, l'astigiano Vallua, Benedetto Solari vescovo di Noli, il Cadonici di Cremona, i bresciani Guadagnini, Zola, Tamburini; Martin Natali professore al portico teologico di Pavia; i toscani abate Tanzini di Firenze, Fabio de Vecchi di Siena, Ricasoli[499] ed altri, ne' cui scritti innumerevoli[500] non mancano le cognizioni teologiche, nè le storiche nè le sociali, bensì l'elevazione interiore e quello spirito di carità e rispetto filiale che si vorrebbe sempre nelle quistioni ecclesiastiche.
Presidente al concilio il Ricci, vicepresidente Giuseppe Paribeni professore dell'Università: il Tamburini, promotore e anima di quel sinodo, disse l'orazione inaugurale, e col Palmieri ebbe l'incarico di redigere i decreti. Si cominciò col recitare i salmi LXVIII _Salvum me fac_ e LXXVIII _Deus venerunt gentes_; del resto ogni passo fu dato sulle orme degli appellanti francesi. È superfluo dire che ciascun punto vi era discusso con gran varietà, e da taluni con un'audacia che strisciava all'eresia; e si faceano correzioni, variazioni, proteste.
Molto vi si dissertò sopra la natura e gli effetti della Grazia, e furono accettate le dottrine che attribuivansi a sant'Agostino, e la fede esser la prima grazia, proposizione condannata dalla bolla _Unigenitus_: adottando secondo Bajo e Quesnel, la distinzione dei due stati e due amori, l'impotenza della legge di Mosè, la dilettazione dominante della Grazia e l'onnipotenza sua, e la poca efficacia del timore. L'indulgenza assolve solo da penitenze ecclesiastiche, e il tesoro soprarogatorio de' meriti di Gesù Cristo e la sua applicazione ai defunti son invenzioni degli scolastici: come è baja il limbo de' bambini.
Per la confessione è abolita la riserva de' casi: e la scomunica non ha altra efficacia che esterna.
Intorno all'Eucaristia si fece un'estesa e sviluppatissima professione. «E poichè si è introdotta nel popolo la falsa opinione che quelli che somministrano ad un prete una elemosina colla condizione che questo celebri una messa, percepiscono dal sacrificio un frutto speciale, il sinodo comanda ai parroci d'insegnare al lor gregge che il sagrificio della messa è d'infinito valore, ma che l'applicazione dei frutti di esso dipende da Dio, e che la maniera di parteciparvi maggiormente si è di unirsi con ferma fede e con spirito penitente e acceso di carità col sacerdote nell'offrirlo; che essi avranno il merito dell'elemosina quando l'abbiano fatta per spirito di carità; poichè Dio non riguarda il dono, bensì la pietà del donatore».
Nel matrimonio pregavano il granduca a dichiararlo contratto civile, ma metteano la necessità della benedizione, che conferisce la grazia necessaria a sostenere il peso conjugale. I principi possono stabilirvi impedimenti.
Nelle sette sessioni fu decretato che i vescovi sono vicarj di Cristo, non del papa; e da Cristo immediatamente tengono le facoltà per governare la loro diocesi, onde non si può nè alterarle nè impedirle: anche i semplici preti hanno voce deliberativa nei sinodi diocesani, e al pari del vescovo decidono in materia di fede. La Chiesa non può introdurre dogmi nuovi, nè i suoi decreti sono infallibili se non in quanto conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica.
Nelle chiese vi abbia un unico altare, non quadri che rappresentino la santissima Trinità in attitudine mondana; non si veneri un simulacro più che l'altro; non il cuore carneo di Cristo; facciasi in vulgare la liturgia e tutta ad alta voce. Ogni fedele deve leggere la sacra scrittura, a tal fine volgarizzata. Proponeasi di ridurre i monaci a un Ordine solo, ed escludere i voti perpetui.
Il capo X versa tutto sul giuramento, ed è notevole come il Ricci, proponendo poi una legge pel granducato dicesse: «Non è parso conveniente introdurre il giuramento di fedeltà de' vescovi. Ogni suddito è astretto a questa fedeltà e soggezione al suo principe anco per dovere di coscienza: l'obbligo è più forte per un vescovo»[501].
Repudia molte definizioni dogmatiche degli ultimi secoli, quali abusi d'autorità che la divina provvidenza ha permessi per tentazione e prova dei suoi servi; sarebbe nuovo abuso dell'autorità il trasportarla oltre i confini della morale e della dottrina, estendendola a cose esteriori, e colla forza esigendo quel che dalla persuasione e dal cuore dipende, attesochè il divino Redentore ha ristretto tutte le facoltà della Chiesa allo spirito. Qualvolta i pastori travalichino questi limiti, perdono il diritto alla assistenza promessa, e le loro determinazioni sarebbero usurpazioni, atte a seminare scandalo e divisione nella società[502].
Si accettavano le quattro proposizioni della Chiesa gallicana, includendole nel decreto _De fide_, e i dodici articoli del cardinale Noailles: approvaronsi le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e si prescrisse il catechismo, allora pubblicato dal Montazet arcivescovo di Lione. La professione di fede doveva essere siffatta:
«Io credo e confesso con ferma fede tutti gli articoli del simbolo degli apostoli. Ammetto e abbraccio con tutta fermezza le tradizioni degli apostoli e della Chiesa, con tutte le osservanze, usi e canoni di quella. Ricevo la sacra scrittura secondo il senso che ha sempre tenuto e tiene la nostra santa madre Chiesa, alla quale appartiene il giudizio e le interpretazioni, e giammai non la prenderò nè la esporrò che secondo il comune consenso de' padri. Confesso i santi sacramenti della nuova legge, istituiti da nostro signor Gesù Cristo: ricevo inoltre e ammetto le cerimonie approvate e usate dalla Chiesa nell'amministrazione di questi sacramenti. Io professo che nella santa messa si offerisce a Dio un sagrifizio vero, che è propiziatorio per vivi e per morti; e che nel sacramento dell'Eucaristia sono realmente, veramente e sostanzialmente il corpo, il sangue, coll'anima e divinità del nostro salvatore Gesù Cristo, e che in quello è fatta una conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue; la quale conversione viene chiamata dalla Chiesa transustanzazione. Confesso inoltre che sotto una delle specie si prende e si riceve Gesù Cristo tutto intero, e il suo vero sacramento. Credo che vi ha un purgatorio, e le anime che vi si ritrovano possono essere sollevate dai suffragi e dalle buone opere de' fedeli. Che si debbono invocare i santi e venerare le loro reliquie, e le loro immagini. Confesso che nostro Signore ha lasciato nella sua Chiesa la facoltà di assolvere dai peccati, per enormi che possano essere, e di accordare le indulgenze. Io riconosco la santa Chiesa cattolica apostolica romana essere la padrona e la madre di tutte le chiese, e prometto e giuro obbedienza al pontefice romano, successore di san Pietro principe degli apostoli e vicario di Gesù Cristo. Io faccio professione di tutto quello che è stato determinato dai Concilj generali, e massime dal sacro Concilio di Trento intorno al peccato originale e alla giustificazione. E insieme detesto, riprovo e condanno quanto è contrario a quelli, e generalmente tutte le eresie che furono condannate dalla Chiesa, protestando che io voglio vivere e morire nella fede che abbraccio presentemente mediante la grazia di Dio. Ciò prometto e giuro; e così mi ajuti Iddio e i suoi santi evangelj, che io tocco».
Il granduca, nella circolare 26 gennajo 1786 chiariva di «considerare come suo primo e principale dovere il procurare che l'esercizio della nostra santa religione sia purgato dagli abusi e pregiudizj e da tutto ciò che impedisce che la medesima venga ricondotta alla sua vera e giusta perfezione, semplicità e splendore». Pertanto dalla real villa di Castello seguitava con giornaliera sollecitudine ogni passo del sinodo: allontanò il Marchetti ed «altri imbroglioni» che poteano mettere di mezzo le pretensioni romane: traeva ragione di rallegrarsi dal vedere i più attenersi puntualmente alla sua circolare, e sebbene non mancava chi resistesse, stimò potersi fidare a convocare un Concilio nazionale, cioè di tutta la Toscana, per fissare stabilmente e uniformemente in tutto lo Stato uno piano uniforme di dottrina e di disciplina ecclesiastica. Diffidavano dell'esito le persone meglio avvedute, e nominatamente il senatore Gianni, il più liberale fra' consiglieri del granduca, ma per disporlo lo persuase che nel 1787 chiamasse i tre arcivescovi e quindici vescovi nel palazzo Pitti ad una conferenza preparatoria ove potessero menare consultori e canonisti, purchè non frati[503]. Ivi pure il Ricci propugnava continuo le dottrine giansenistiche, presentava come modello il sinodo scismatico di Utrecht del 1663, ed esortava i vescovi a imitarlo, accettando i curati come giudici, e premuniva contro gli intrighi della Corte di Roma che adoprerà i monaci e il nunzio per mandare l'opera a vuoto, attribuiva ogni autorità al principe, o almeno agguagliavala a quella del sinodo tridentino col professare che si operava «in conformità di quanto ha prescritto quel sinodo, e degli ordini e istruzioni sovrane veglianti nel granducato».
Ma non vi trovò tanta adulazione come a Pistoja, e savj oppositori non lasciarongli attuare i progetti: e il granduca sciogliendo l'assemblea, con severe parole non dissimulò ai vescovi d'andare poco soddisfatto perchè avessero secondato le sue intenzioni.
«Calvino invade l'Italia», diceano i timorati. «Finalmente si vedrà repressa la tracotanza de' papi», diceano i regalisti. Ma da una parte molti ecclesiastici repugnavano al preteso ripristino de' vescovi negli antichi diritti e al nuovo giuramento; dall'altra sulla scena, fra vescovi e cortigiani, intrometteasi un attore nuovo, quel che a vicenda si divinizza col nome di popolo, si vilipende col titolo di vulgo. Nelle Fiandre si era esso furiosamente levato contro le innovazioni religiose, introdotte colà pure da Giuseppe II, oltraggiò i professori del nuovo seminario, ruppe alfine in aperta rivolta. Anche in Toscana, mentre i discoli buffoneggiavano quelle controversie[504], il popolo, affezionato alla religione degli avi, di sinistro occhio avea guardate quelle riforme del Ricci; il quale, gonfiato dall'aura principesca, facea recitare in vulgare i salmi, cambiava il _fructus ventris_ nell'_Ave Maria_, alle litanie della Beata Vergine sostituiva quelle di Gesù, levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, spogliando il culto del suo splendore e interrompendo pratiche care alla pietà, quale la funzione della notte di Natale. Quando si celebrò in italiano, e il prete alla fine si voltò a cantare «Andate, la messa è finita», fu uno scoppio di risate; scoppio d'indignazione nell'udir battezzare «per Dio vero, per Dio santo». I libri di pietà da lui raccomandati, stracciavansi e si gettavano negli immondezzaj: sulle pareti scrivevansi ingiurie, e si trovò appiccicato alla porta del duomo un cartello con _Orate pro episcopo nostro eterodoxo_.
Il Ricci aggiunge che s'insinuava _non apertamente ma sordamente_ l'insubordinazione contro Leopoldo, quasi camminasse sulle traccie d'Enrico VIII, «il che però non fu chiaramente detto»: che s'attentò fin alla vita del vescovo: insinuazioni solite de' partiti, e che l'onest'uomo disdegna, ma che davano pretesto di ricorrere alla protezione sovrana, e d'ottenere guardie e castighi. Essendosi poi sparso che il vescovo volesse togliere dalla cattedrale di Prato l'altare ove si presta particolare venerazione alla cintola della Beata Vergine, que' plebani tumultuarono, e il 20 maggio dell'87 invasero la chiesa, cantando e sonando nei modi che il Ricci proibiva; arsero il trono e gli stemmi di questo, e i libri portanti novità; riposero in venerazione le reliquie ch'erano state sepolte, e sepellirono invece le pastorali del Ricci; e in onta di lui si diedero a fare processioni e litanie e venerare le immagini.
La popolaglia non si ferma a mezzo nelle sue dimostrazioni; la _fiera sollevazione_ usò sgarbi a chi più si era appassionato nelle novità, e son curiose le lettere ove essi ragguagliano il vescovo degl'insulti che ricevettero. Il granduca, professando «di non aver la minima paura, e che il Governo volea procedere col massimo rigore», represse i riottosi, e ventotto volle puniti in pubblico colla frusta, ventuno condannati alla reclusione e sette alla milizia; esprimendo non facea di peggio per condiscendere al Ricci.
Questi era rimasto immune, ma non convertito; nè il fu dalla bolla dogmatica _Auctorem fidei_ del 28 agosto 1794, ove Pio VI condannava ottantacinque proposizioni di quel sinodo, di cui sette qualificava eretiche. Tali erano: essersi offuscate le dottrine e la fede di Cristo; la podestà esser data alla Chiesa, e dalla Chiesa riceverla i ministri; esser abusi il fôro esterno e il potere giudiziale coattivo della Chiesa; il vescovo ricevere da Dio tutti i diritti occorrenti a reggere la diocesi, a giudicarvi, a riformarne le consuetudini e le esenzioni, nè questi diritti potersi alterare o impedire: le riforme eseguirsi in sinodo dal vescovo e dai parroci con voto deliberativo; essere stato costume de' secoli migliori che i decreti e le definizioni anche de' Concilj non fossero accettate se non coll'approvazione del sinodo diocesano.
Altre proposizioni si notavano come erronee, sovversive della gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei sacramenti e delle pratiche sante offensive alla pietà de' fedeli: e a ciascuna proposizione si indica il motivo della riprovazione, o perchè già condannata in Wiclef, in Lutero, in Bajo, in Quesnel, in Giansenio, o perchè opposta ai decreti di Trento, o lesiva dei diritti de' Concilj generali.
Vaglia il vero, se ogni sinodo diocesano si arrogasse di definire sulla podestà, sul dogma, sulla disciplina, ove sarebbe più l'unità ecclesiastica? Coll'esagerare i diritti dell'episcopato, lentavansi i legami gerarchici colla sede romana, e riducevasi il papa a nulla più che «il primo tra i vicarj di Gesù Cristo». Com'è divino, sebben delegato, il ministero de' curati, così asserivasi divina la loro istituzione, e quindi faceansi congiudici nel sinodo.
Tutti i vescovi aderirono alla bolla _Auctorem fidei_, eccetto due di Toscana e Benedetto Solari di Noli, in cui difesa scrisse un anonimo, confutato poi dal Gerdil. E del Gerdil credeasi lavoro meditatissimo questa bolla. Prima d'emanarla erasi invitato a Roma il Ricci per iscagionarsi; egli non v'andò; pubblicata che fu, denunziolla al Governo toscano come attentatoria ai regj diritti. Perocchè, abbandonato dal popolo, dai pensatori, dagli ecclesiastici, egli s'appoggiava affatto al granduca, al Governo. Fin dal primo tempo che fu accusato di eterodossia, aveva diretta al granduca una difesa «di quelle verità che l'ildebrandismo chiama eresie». Al modo stesso Febronio si professava cattolico: ma quando Roma lo condannò, il 27 febbrajo 1766, oppose che la Corte di Vienna e auliche magistrature l'aveano approvato.
Fallita l'idea del Concilio, il Ricci propose al granduca una legge, nella quale ordinava secondo le idee pistojesi tutto quanto concerne la Chiesa, con arbitrio cesaresco e con sanzioni rigorose, fin a proibire a qualunque stampatore di pubblicare libri o fogli che trattassero di tali materie[505].
Stampò anche un'apologia: il granduca, ormai unico suo sostegno, mandò in esiglio il Marchetti, autore delle _Annotazioni pacifiche_, e cercò gli autori del _Dizionario Ricciano_, ove di sarcasmi e celie opprimevasi il vescovo; ad istanza del Ricci fe pubblicare gli atti del sinodo; e anche dopo divenuto imperatore, raccomandava di tenere man forte nella diocesi di Pistoja contro gli emissarj e gli aderenti di Roma, cioè quelli che voleano ancora esercitar le devozioni al modo avito, e sepellire i loro morti con croci e lumi. Fatto è che il Ricci rinunziò, e il suo gregge ne fu lieto[506].
Esso Ricci durava in assidua corrispondenza coi prelati che più mostravansi avversi ai diritti papali: al conte di Bellegarde vescovo, e così al Colloredo arcivescovo di Salisburgo offriva di diffondere le opere in quel senso; col Gregoire consolavasi che «mercè di lui, una sacra filosofia cristiana va a succedere alla superstizione e all'irreligione che afflissero la Chiesa di Gesù Cristo» (10 marzo 1794): e il 14 giugno 1794 in cattivo francese «Il papa è ora alla Certosa di Firenze. La scandalosa condotta de' suoi famigliari contribuisce non poco ad abbattere l'opinione che il popolo ne avea. Dio voglia fargli misericordia! la Corte che lo circonda ha altrettanto orgoglio quanto aveva a Roma», e soggiunge che spende moltissimo, che mangia di grasso in giorno di digiuno: «Nulla m'ha più persuaso del cattivo stato in cui ci tuffava la bolla _Auctorem_, fatta sotto la scorta dei Gesuiti e del metafisico Gerdil, il gran consigliere del re di Sardegna di cui fu precettore». Vanno sull'egual tono altre lettere allo stesso. All'abate Giudici di Milano largheggia lodi perchè ama e professa la religione senza rinunziare alla ragione e al buon senso; e gli augura lena e vigore per difenderla dagli attacchi de' Saducei e de' Farisei moderni, che sono tanto peggiori quanto più coperti nemici della casta sposa di Gesù Cristo. A Ferdinando Pancieri parroco di San Vitale, nel maggio del 1794 scrive: «Io per me non ho mai dubitato che Roma sia quella Babilonia di cui si parla nell'Apocalisse, in Geremia ecc. Credo che lo spirito tutto carnale di quella curia ci adombri quella prostituta, che opera il male e se ne pavoneggia. Ma quanti secoli sono che questo scandalo regna? Chi ci dice che cesserà?»
Ma i tempi si erano fatti grossi; la rivoluzione francese convelleva dalle radici l'antica società; e la perpetuità cattolica trovossi a fronte coll'idea quotidiana, il vangelo coi giornali. Mentre fin là i principi eransi adombrati del clero come troppo favorevole al popolo, al popolo fu presentato il clero qual sostegno dell'assolutismo; e la rivoluzione, non men dispotica dei re, arruffò le cose religiose, e volle comandare alle coscienze. L'Assemblea Nazionale decretò che ciascun dipartimento di Francia formasse una sola diocesi, e ne assegnò il capoluogo; le divise fra dieci metropoli, cassando le altre; proibì di riconoscere l'autorità d'un vescovo o metropolita, la cui sede fosse in paese straniero; soppresse i capitoli, le collegiate, le abbazie, i priorati, le cappellanie, i benefizj, eccetto i vescovadi e le parrochie; ogni nuovo vescovo non s'indirizzerà al papa per ottenere la conferma, solo scrivendogli come a capo visibile della Chiesa universale; ma la conferma chiederà al suo metropolita o al vescovo anziano della provincia. Stabiliva il modo d'elezione dei vescovi e dei parroci, affidata a un corpo elettorale, abolendo i patronati laicali. Il vescovo e pastore immediato della parrocchia episcopale, con un determinato numero di vicarj che l'amministrino, e formino il consiglio permanente del vescovo, che senza di loro non potrà esercitare verun atto di giurisdizione pel governo della diocesi. Al vescovo e al suo consiglio spetta la nomina de' superiori del seminario, che son membri necessarj del consiglio del vescovo. Al primo od al secondo vicario della chiesa cattedrale spetta il diritto di sostenere le veci del vescovo in sede vacante, sì per le funzioni curiali, sì per gli atti di giurisdizione.
È questa la famosa costituzione civile, che il Thiers dice «opera dei deputati più pii, più sinceri dell'Assemblea, senza di cui i filosofisti avrebbero trattato il cattolicismo come le altre religioni». Così l'avessero trattato! ma questa era un'applicazione del giansenismo, e fu dai Giansenisti proposta e accettata come un mezzo di salvar almeno qualcosa: mentre la libertà qui pure avrebbe prevenuto gl'immensi mali derivati da questa mostruosità di trasformare i preti cattolici in semplici filosofi, che continuassero a dir messa senza creder nè al vangelo nè alla Chiesa, nè alla divinità di Cristo: conservare il culto come pascolo del popolo e salvaguardia della sua moralità; commettere cioè una grande ipocrisia, quasi fossesi conservato il fondo. Così costringendo i preti a giurare d'essere fedeli alla nazione, alla legge, al re, alla costituzione decretata, la Costituente obbligò gli onesti a separarsi dalla rivoluzione, gettò la divisione nelle coscienze e negli atti, e rese necessarie le migliaja di supplizj, che fanno ancora esecrata la memoria di quei tempi.
Il granduca, che era passato imperatore di Germania, trovò allora la necessità d'introdurre rigori anche nella mite Toscana, e di ristabilirvi la pena di morte, che in placidi tempi aveva abolita[507]. Ma poco tardò il torrente a valicare le Alpi, e innondare anche la beata Toscana, sovvertendovi religione, leggi, consuetudini, pensare; il che allora come altre volte s'intitolava liberazione.
Il popolo, colle solite ingiustizie, attribuiva a chi desiderava una novità l'approvazione di tutte le novità; e per lui giansenista equivalse a giacobino. Nicola Spedalieri, nel libro che gli fu fatto scrivere sui _diritti dell'uomo_ intitola un capitolo «Il favore accordato all'ipocrisia del giansenismo è mezzo distruttivo della religione e del principato» e sosteneva che «l'idolo del giansenismo è la democrazia, come nel governo della Chiesa, così nel governo civile».
Il Ricci era propenso alle idee rivoluzionarie; ma sentendone l'eccesso, pubblicò un'istruzione pastorale sopra i doveri dei sudditi, ove dice: «La debolezza in cui nasce l'uomo, e i continui bisogni che in ogni età l'accompagnano, ai quali senza l'altrui ajuto non può soddisfare, sono altrettante voci, che, sempre vive nel fondo del cuore di ciascheduno, lo avvertono incessantemente, e lo convincono essere fatto l'uomo per vivere in società. Ma come mai gl'interessi di tutti gl'individui, che, a motivo delle passioni che agitano l'uomo, gli uni agli altri si oppongono e si urtano assieme, potranno essere diretti allo scopo del pubblico bene senza un capo che da tutti indipendente e superiore a tutti, vegli al buon ordine, alla prosperità ed alla sicurezza del corpo? Da questo così semplice principio con facile raziocinio si ricava, che, siccome Iddio è il creatore dell'uomo, e l'autore di quella dolce tendenza, che ha a vivere in società, così dee essere anco l'autore della podestà dei sovrani, senza la quale la società medesima non potrebbe sussistere. E perciò le loro persone son sacre e inviolabili, a loro si dee rispetto e sommissione, ed alle loro leggi e ordinazioni una esatta ubbidienza. Nè vi lasciate ingannare da qualche preteso filosofo, che sotto il falso pretesto di amore all'umanità, rovescia i fondamenti della società medesima, facendo i sovrani ministri del popolo e non di Dio. Poichè quantunque la forma del governo venga originariamente dalla scelta e dal consenso dei popoli, nondimeno l'autorità del sovrano non viene dal popolo, ma da Dio solo. Perchè ha bensì dato Iddio al popolo la podestà di scegliersi un governo, ma in quella guisa che la scelta di quei che eleggono il vescovo, non è quella che lo fa vescovo, ma fa duopo che l'autorità pastorale di Gesù Cristo gli sia comunicata per mezzo della ordinazione, così non è solo il consenso dei popoli che fa i sovrani legittimi, e dà loro un vero diritto su i sudditi; onde è che l'apostolo non chiama i principi ministri del popolo, ma di Dio, perchè da lui solo riconoscono la loro autorità. Fatta poi una volta la scelta del governo, l'autorità legittima di fare le leggi risiede unicamente, e privatamente nel sovrano che lo amministra. Questo negli Stati successivi non muore giammai, ma perpetuandosi l'esercizio di sua autorità nei legittimi successori, ci obbliga a rispettare sempre in essi la immagine visibile dell'autorità di Dio invisibile. La Religione che, lungi dall'essere alla ragione contraria, anzi tanto la perfeziona quanto ne è superiore, di così sfavillante luce ha rivestito queste verità, e con tanta chiarezza in tutta la loro estensione a tutto il mondo le ha proposte, che ignorarle è colpa, e il tentare di alterarle, e porvi dei limiti non può essere che effetto di una fina malizia».
Pure quando al clero francese fu imposto di dare il giuramento alla costituzione civile, ai vescovi che ribellavansi al papa egli aveva indirizzato una _Risposta ai quesiti sullo stato della Chiesa in Francia_, propugnando i decreti dell'Assemblea Costituente. Al mutar dunque delle cose egli aderì ai nuovi governanti; e mostrò loro altrettanta devozione quanta agli antichi padroni. Ciò si chiamava civismo allora, italianismo adesso.
Ma ben presto le armi che aveano portato la repubblica militare e l'empietà, portarono il despotismo militare e quella che diceano religione. Il popolo che, come ad ogni novità, dapprima aveva applaudito alle coccarde tricolori, al berretto rosso, agli alberi della libertà, alle municipalità, con altrettanto fervore e senno gli esecrò, e insorse contro i democratici, con una ferocia da mai non aspettarsi in contrade che si qualificano gentili. In Firenze assalse il Ricci, e a fatica il governo costituitosi lo sottrasse dal furore plebeo col farlo arrestare. «Sessagenario (egli si duole) fu tradotto come un vil malfattore per mezzo de' sbirri a piedi, in una sera di piena illuminazione e per le strade le più popolate, alle pubbliche carceri», benchè egli si fosse sempre «fatto un pregio di distinguersi per il particolare attacamento alla Casa d'Austria, e in ispecial modo ai sovrani che hanno governato la Toscana».
E dal carcere, poi da San Marco, infine da una villa in cui fu relegato scrisse varie lettere all'arcivescovo di Firenze, facendo atto d'intera sommessione. «Il Signore mi fece grazia di eccitare nell'animo mio una maggiore e filiale tenerezza verso il papa. Avrei ben di cuore desiderato di presentarmi ad esso quando era in Certosa per confessargli questi miei sinceri sentimenti e la parte che io prendeva alle di lui afflizioni; ma io non potea farlo senza il permesso del Governo». E soggiunge la più ampia professione di fede. Anche al papa che, strascinato fuor di Roma, e a fatica ricevuto alla Certosa di Firenze, alfine era messo prigioniero a Valenza, scrisse il 1º agosto del 99.
Erano i tempi, sempre sciagurati, della riazione; ma presto il ritorno dei Francesi nella Cisalpina e la battaglia di Marengo avvicendarono i tremanti e i minacciosi. Allora il Ricci, al 24 novembre 1800, al Pamieri in lunga lettera segretissima diceva ciò tutto avere scritto per violenza, per sottrarsi alle persecuzioni: «tra gli spaventi di morte e i più ignominiosi trattamenti mi obbligò l'arcivescovo a far una lettera a Pio VI, in cui protestava la mia ortodossia, ecc.». Altrettanto esprimeva al Gregoire nel gennajo seguente. In fatto egli, che avea ricusato accettare la bolla dogmatica «non potendolo secondo le regole della Chiesa», quando fu in carcere dichiarò accettarla «non altrimenti che inerendo alle regole della Chiesa»; cioè con un sottinteso, che spiega poi dicendo: «La pace pubblica della Chiesa e dello Stato esigeva un rispettoso silenzio sulla bolla _Auctorem_: tanto intesi di promettere nella sommissione, che professai secondo le regole della Chiesa. Io mi credei in dovere di appigliarmi a questo compenso seguitando il sentimento del _grande_ Arnaldo, che fu il fondamento e la base della pace di Clemente IX».
Continuava dunque nello stile de' suoi, non negando l'infallibilità del papa, ma sofisticandone i modi: volendo ch'egli decidesse di concerto con tutta la Chiesa, e con certe regole canoniche[508]; rendendo insomma il suddito giudice degli atti e della coscienza del superiore; e anche dopo la condanna persistette a supporre savj quelli soltanto che aderissero al suo conciliabolo[509].
Tristo a chi si crede costretto a mutare tono colla politica! sciagurate le palinodie! Un nuovo ordine di cose impiantavasi sulle rovine dell'antico; le repubbliche divenivano regni e principati; all'ombra di nuove vittorie adunavasi un conclave, dove il Gerdil, autore della bolla contro il Ricci, sarebbe uscito papa se non metteagli il veto l'Austria[510]; e il nuovo pontefice Pio VII andava in Francia a coronare Napoleone, che, dopo venuto in Italia ad abbattere i troni egli altari, altari e troni avea rialzati. Allorchè, reduce da quell'atto, Pio VII passò da Firenze il 1805, il Ricci gli presentò nuova protesta «di non aver mai avuto altri sentimenti che quelli definiti dalla bolla di Pio VI; non sostenute nè credute le proposizioni enunciate nel senso giustamente condannato nella surriferita bolla, avendo sempre inteso che, se mai qualche parola o parole avessero dato luogo ad equivoco, fossero subito ritrattate e corrette».
Il papa l'accolse amorevolissimo, e anche dappoi il Ricci gliene scrivea ringraziamenti affettuosi: «Rammenterò sempre con filiale tenerezza il giorno felice in cui furono esauditi i miei voti; e nella vita ritirata che meno per attendere al grande affare della mia eterna salute, non cesserò mai di pregare caldamente l'Altissimo perchè conservi lungamente alla sua Chiesa nella santità vostra un pastore illuminato e zelante, e ai suoi figli un padre tenero ed amoroso, ecc.» (Firenze, 20 maggio 1805).
Le lettere che allora diresse agli amici suonano nel senso stesso: e sino al fedele Pancieri dice: «Io nulla tanto desiderava quanto questo, ma non potevo immaginarmi che ciò accadesse nel modo che ella avrà già saputo. Pio VII, superando le mie speranze, ha accolto con tanta amorevolezza i miei sentimenti sinceri di obbedienza e di attaccamento alla sua sacra persona... Dicano quel che vogliono i maligni, non dobbiamo curarli. La dottrina cattolica è salva: noi abbiamo fatto ciò ch'era necessario per l'edificazione de' popoli, mostrando il nostro amore alla unità; abbiamo tolto quello scandalo che taluni prendevano per ignoranza, altri per malizia. Il voler troppo difendere la nostra estimazione non era conforme all'esempio di Gesù Cristo» (15 giugno 1805).
Eppure allora stesso mandava al Targioni: «Ho alzato la voce senza riguardo; ho combattuto a campo aperto, coll'ajuto del Signore, finchè ho creduto volesse questo da me. Adesso il ritiro, il silenzio, la preghiera sono il mio dovere. Il tempo di parlare verrà, ma forse Iddio lo ha riservato ai nostri posteri, quando Babilonia avrà colmo il sacco. Non è per questo che il grido della fede non si senta sempre: ma, voglia Roma o non voglia, pur troppo la Chiesa ha addosso tutte le apparenze di debilitazione e di vecchiaja per l'oscuramento di tante verità che da molti s'ignorano, dai più non s'apprezzano»[511].
L'intolleranza degli scrupolosi non sa vedere nel Ricci che frode e doppiezza. L'intolleranza degli adulatori venali, peggiore che quella degli inquisitori, lo qualificherebbe di vile, giacchè sostengono che rinnegò la propria coscienza per paura. Noi vi vediamo un uomo che errò, se ne pentì, ma non seppe reprimere ogni lampo di umana superbia: lo condanni chi è senza peccato. Ma in lui veramente si veda quanto sia pericoloso il volere novità, che non entrarono nelle consuetudini o nelle idee del popolo, e il cercare appoggio dall'autorità governativa; e quanto a questa è improvido il mescolarsi in materie che spettano unicamente alla Chiesa, dovendo essa limitarsi a impedire che questa esca dalle sue competenze, e nel resto affidarsi alla libertà.
Nella calma degli ultimi giorni il Ricci radunò tutto il suo carteggio, poi compilò la propria vita, conchiudendo: «Qui farò fine a queste Memorie che forse un giorno potranno servire di disinganno e di scuola a chi le vedrà; e quando pure restino sepolte, non sarà poco profitto per me l'aver riandato nel mio ritiro i tratti grandi della divina misericordia sopra un suo servo inutile. Sia dunque lode e gloria al Signore che ha esaudito le mie preghiere, disimpegnandomi da tanti cimenti a cui ero esposto; e disimpegnandomi con modi così inaspettati ed impensati. Voglia pur egli preservarmi da nuovi rischi, e mi dia grazia pei meriti di Gesù Cristo e colla intercessione di Maria Santissima, dell'angelo mio custode e de' santi miei avvocati e di tutti gli eletti, di passare il resto di mia vita in modo, di esser in punto di morte chiamato a godere di quella eterna beatitudine che col prezioso suo sangue ci ha meritato. _Fiat_, _fiat_. _Amen_, _amen_».
E con tali sentimenti speriamo sia spirato al 27 gennajo 1810.
Altri molti il prevalere della rivoluzione avea richiamati al vero. Spargendosi che i Giansenisti l'avessero preparata colla loro insubordinazione, il Tamburini nelle _Lettere teologico-politiche sulla presente situazione delle cose ecclesiastiche_ (1794) mostra come le riforme che i principi volevano introdurre negli affari ecclesiastici scontentassero il popolo, e scalzassero l'autorità dei Governi. «Moltissimi erano esacerbati dalla distruzione delle abbadie, risguardate utilissime al lustro delle famiglie; altri molti per la soppressione dei chiostri, considerati come opportuni alla comodità spirituale del popolo; altri non pochi per la distruzione delle confraternite, credute attissime a nutrire la pietà de' fedeli. I principi cercarono produrre una rivoluzione nell'opinione degli uomini», ristorando le Università, e facendo pubblicare opere che «alla sovranità temporale vendicassero gli originarj diritti»: ma si confuse il calor della mischia coll'idea della vittoria, e fidandosi nella forza, i principi posero mano alla Riforma nel calor della disputa, e recarono una ferita più acerba sì all'intelletto che alle passioni. Qui riferisce passi de' caporioni della sètta, tutti in favore dell'autorità regia e contro l'origine popolare della sovranità, asserita dal Buchanan e sua scuola: la taccia di Giacobini riversa sui Gesuiti, e la ribellione e il tirannicidio, cioè quel che oggi s'intitola liberalismo.
E appunto da libero cesarista, egli asserisce che tocca allo Stato stabilire l'osservanza dei giorni festivi, gl'impedimenti e le dispense nel matrimonio, nel quale dee separarsi il contratto dal sacramento, nè proibirlo al clero; peccano i pastori che sinceramente non fanno ossequio alle leggi e ai voti de' principi per la restaurazione della disciplina ecclesiastica; esser indecente che i sacerdoti vivano dell'onorario della messa.
Il Bolgeni, che con soda teologia e piana logica facilmente spezzava l'artifiziosa retorica del Tamburini, oppose anche a queste lettere l'opuscolo _I Giansenisti son Giacobini?_ mostrando come essi appoggiassero, non l'autorità, bensì il regalismo. Al venir dei Francesi, il Tamburini ballò cogli altri attorno all'albero, cantando «Viva l'Università, figlia della ragione e madre della libertà»[512], e presentò la sua _Introduzione alla filosofia morale_ all'amministrazione della repubblica cisalpina, professando, come al tempo dei duchi, i diritti sovrani sopra la Chiesa, e che «vescovi e preti non hanno propriamente se non una direzione nel puro ecclesiastico» (pag. 330).
Al tornare degli Austriaci nel 99 il Tamburini sofferse della riazione e dei rigori del vescovo Nani; poi Napoleone lo ricollocò all'Università a dettare la storia delle leggi e della diplomazia. Riguardato come caporione dei Giansenisti, onorato dagli scolari, distinto dagli imperatori, qual direttore della facoltà legale a Pavia visse sino al 1825 senza mai ritrattarsi; e vecchissimo pubblicò la _Perfettibilità dell'umana famiglia_ e alquante poesie, vantandosi carico d'anni e di scomuniche. Ebbe esequie onorevolissime e un monumento nell'Università, ma l'edizione che si cominciò delle opere sue complete non ebbe lo spaccio che speravasi dalla proibizione, e lasciossi in tronco[513].
Il suo amico Zola, col quale studiava una specie di conciliazione tra il filosofismo francese e la fede richiamata ai primordj, avea ricevuto i favori dell'imperatore Giuseppe, che avendo trasportato da Roma a Pavia il collegio romano ungarico, ve lo collocò rettore con lauto trattamento, e gli offerse così un nuovo mezzo di diffondere fra' giovani il rigorismo. Pubblicò allora il _Piano d'una riforma ecclesiastica, e per qual modo i principi cattolici possano riuscirvi_ (1790): ma quando salì imperatore Francesco II, egli fu congedato, assegnandogli, è vero, la pensione di quattrocentrenta zecchini, e gli onori e le insegne del posto, non men che al Tamburini. Al venire de' Francesi fu rimesso in posto, ma essendosi allora soppresso il seminario generale, egli tornò in patria, e sebbene vedesse la _nazione_ bresciana decaduta troppo dalla prisca floridezza, v'accettò la cattedra di eloquenza. Ivi recitò un'orazione nella quale il famoso anatomico Antonio Scarpa lodava «quella filosofica franchezza che pochi in simile argomento avrebbero osato di spiegare nelle presenti circostanze. Come si troveranno piccoli i nostri repubblicani e i nostri legislatori, i quali non sanno nulla di tutto ciò che Zola si propone d'insegnare! Come dovrebbero trovarsi umiliati quelli che a governare credono bastevole l'andar vestiti da ranocchi, con gran pennacchio e gran sciabola».
Al lui vediamo prodigate lodi dagli scolari e dai colleghi, fino a dire,
_Nulla ferent talem sæcta futura virum;_
ma Germano Jacopo Gussago suo encomiatore parla «delle peripezie ch'egli ebbe a soffrire, sino a spargersi sopra di esso, da' preti, da' frati e da' bigotti, sospetti di libertinaggio e di empietà». Fu sempre appassionato dei romanzi, nel che esortava a non imitarlo.
L'alito del portico teologico di Pavia si sentì lungamente fra il clero lombardo, e proruppe fin nell'opposizione che, nel 1855, qualche prete pavese fece alla dichiarazione dogmatica dell'immacolata concezione. Si sofisticò sul modo della decisione e della promulgazione; si volle, nella bolla dell'8 dicembre 1854, vedere un tentativo del papa di svertare l'episcopato; si poneva in avvertenza il Governo; si sperava che il potere civile proteggerebbe dalle persecuzioni ecclesiastiche: frasi conosciute e ripieghi consueti di quella scuola.
E nella nostra gioventù noi vedevamo ancora, massime in Lombardia, il clero diviso tra papisti e giansenisti: questi ultimi, persone generalmente di austera condotta e di studio, e che facilmente curvaronsi alla servitù francese, impostaci col nome di libertà; ottennero impieghi, onori, vescovadi; pure non vi galleggiò alcun nome, che pareggiasse i tanto illustri di Francia.
E allorchè da questa, con un torrente d'armati ci fu trasmesso un torrente di errori, e della servilità nostra fu sintomo un vomito di opuscoli avversi alla religione e brutte copie di francesi, molti di quelli che aveano osteggiato il pontefice scesero nell'arena a difendere l'autorità, che aveano contribuito a scassinare. Così il Guadagnini negli ultimi suoi giorni dovette farsi apologista contro le diatribe che, all'ombra dell'albero giacobino, buttavano fuori il Ranza[514] e somiglianti.
Il prevosto Reginaldo Tanzini fece amplissima ritrattazione a Pio VII l'agosto 1800, confessandosi autore della _Storia dell'Assemblea de' vescovi di Toscana_, eccettuatane la prefazione: e d'una edizione di Machiavello, con proemio che lo discolpa. «Un errore d'intelletto, l'impegno travestito ai miei stessi occhi in sembianza di zelo, mi aveano talmente affascinato e deluso, fino a farmi reputare utile servizio alla Chiesa ciò che difatti la offendeva e la turbava»; e conchiudeva: «Ah non vi sia mai alcuno tanto infelice che abbia la deplorata temerità di disprezzare questa augusta religione, la quale, ne' suoi rapporti allo stato di corruzione del genere umano, inesplicabile senza il lume di lei, nelle sue testimonianze autentiche e sovrumane, nelle sue auree e preziose massime dottrinali e morali, porta scoperta ed evidente l'impronta della divinità».
Aveva assistito al sinodo pistojese Vincenzo Palmieri di Genova oratoriano (1753-1820), professore di storia e teologia nel portico pavese, autore d'un _Trattato storico-critico-dogmatico delle indulgenze_ (1788), che fu confutato dal padre Anfossi maestro del sacro palazzo, al quale più tardi egli oppose _La perpetuità della fede della Chiesa cattolica concernente i dogmi dell'indulgenza_. Mutati i tempi, ritirossi in patria e col Solari, traduttore d'Orazio, col Molinelli, col Degola ed altri preti patrioti mandarono una lettera d'adesione al clero costituzionale di Francia. Dalla loro unione uscì un opuscolo, _La libertà e la legge considerati nella libertà delle opinioni e nella tolleranza dei culti_. Il Palmieri avea pur fatto una _Esposizione ragionata dei sistemi degli increduli_, e mentre alcuni dicono che, avanti morire, si ritrattasse di quanto avea scritto contro la santa sede, i suoi amici lo vantano d'impenitenza finale.
Alcuni furono più sfortunati, come Marcello Eusebio Scotti, napoletano, predicatore sospetto, autore d'un catechismo pe' marinaj e della _Monarchia universale de' papi_ (1789)[515], scritta per sostener la quistione della chinea contro i pontefici, dei quali affolla le usurpazioni come causa di tutti i mali della Chiesa. Buttatosi nel vortice della rivoluzione, nel 1799 fu fatto appiccare dai re, de' quali aveva intrepidamente proclamata l'assolutezza.
Anche Giovanni Serrao di Potenza avea stampato degli illustri catechisti al modo di Cicerone _De claris oratoribus_, dialogo latino fra l'autore, Domenico Malarbi e Girolamo Vecchietti, dando gran lodi a Mesengui e censurando i gesuiti, allora soppressi. Il padre Mamachi criticò assai questo ed altri scritti, onde il papa prima di accettarlo vescovo di Potenza, l'obbligò a dare spiegazioni sui suoi sentimenti: ma il Serrao scrisse al ministero napoletano, eccitandolo a respingere le pretensioni di Roma. In fatti una commissione eletta da questo dichiarò insultante e inaccettabile l'interrogatorio, ed esortava il re a far consacrare il Serrao dal metropolita. La proposta fu accolta col piacere che allora metteasi in tutto ciò che cozzasse con Roma: alfine una congregazione di cardinali suggerì che egli facesse un atto di sommessione alla santa sede senza entrare in particolarità. Credesi suo il libro intitolato _La Prammatica di san Luigi proposta ai riformatori della disciplina_ (1788), dove arroga ai re il diritto di eleggere i vescovi, e dove la sinagoga romana è presentata coi modi più insultanti. Dettò pure un Commentario _de rebus gestis Mariæ Theresiæ_ dedicato alla regina Carolina, alla quale e al re profuse elogi: e quando fu chiesto a dar il giuramento d'obbedienza da vescovo, disse: «Volentieri, ma salvo quella che devo al mio sovrano». Quei re si gloriavano di sudditi così devoti; ma vien la repubblica, ed egli fu di questa caldissimo; nel cader della quale il popolo lo trucidò[516].
NOTE
[478] L'abate Marco Mastrofini fece dei _Rilievi sull'opera del signor De Potter, intitolata Spirito della Chiesa, o considerazioni filosofiche e politiche sulla storia dei Concilj e dei Papi, dagli Apostoli fino ai giorni nostri_ (Roma 1826). Con buona logica e retta teologia ne esamina le dottrine intorno a Dio, alla trinità, al peccato originale, a Cristo, alla Grazia, alla Chiesa, ai Concilj, ai santi padri, all'invariabilità dei dogmi, ai pontefici, mostrandone i gravi errori, le molte ignoranze, le continue contraddizioni; e come non riveli lo spirito della Chiesa, bensì con arguzie e scurrilità i mancamenti e i vizj che la Chiesa deplora e rimprovera.
[479] Il Ricci riflette che, in sua gioventù, era poco frequente il caso d'un indulto generale nella diocesi: e quando accordavasi, era solo per uova e latticinj, esclusine anche sempre i mercoledì, venerdì e sabati, la prima e l'ultima settimana, e le vigilie dell'Annunziata e di san Giuseppe: e mai non si concedeva due anni di seguito. Clemente XIII nel 1767 dispensò anche per l'uso delle carni, dal che venne grave scandalo; poi Pio VI abbondò.
[480] Vedi il nostro vol. I, pag. 89. Il Pusey, che più volte menzionammo, accorderebbe tutto, purchè la Chiesa cattolica ripudii la supremazia del papa e il culto di Maria. Al qual proposito soccorrono parole del nostro padre Ventura: «Non è lontano il tempo che il nome di Maria ricondurrà il suo culto in Londra, e con esso la vera religione del Figlio. Avvenimenti misteriosi e inesplicabili hanno luogo presentemente nella fiera Albione. E l'opera di Dio che riconduce, nelle sue vie ineffabili, quel popolo, mercante dei beni della terra, alla conquista dei beni del cielo, col suo ritorno all'unità della vera fede. Ma questo grande, avvenimento che farà stordir l'universo e lo colmerà di gioja, non avrà il suo effetto salvo che sotto il patronato di Maria, presso la quale i Cattolici inglesi insistono alla lor volta con incessanti preghiere, onde ottener la conversione della grande loro patria».
Vedasi in fatto la magnifica risposta del Manning, della quale ci siamo qui valsi.
[481] Una delle maggiori accuse che Pietro Leopoldo appone a i Minori Osservanti, è che «il lettore pone per principio che il governo della Chiesa è _monarchico_, e che il romano pontefice _ne è veramente il monarca_. _Questa eresia_ si fa passare come un articolo di fede.... Tralascio di accennare gli altri spropositi sulla superiorità del papa al Concilio». «Faceva pietà (dice altrove) il legger gli scritti di quei lettori (frati)..... Le Bolle dei papi erano venerate come regola di fede. La loro infallibilità era data per domma». E del suo sinodo dice: «Troppo si temevano le conseguenze dai partigiani della Corte di Roma, che prevedeva l'effetto che potea produrre contro l'antica macchina della monarchia papale un corso di dottrina e disciplina insieme raccolto, e fondalo sul vangelo e sulla tradizione, assortito appunto per battere in dettaglio quella diabolica ed anticristiana invenzione».
[482] 1784, con note del Guadagnini.
[483] 1771. Altre sue opere sono:
_De justitia Christiana et de sacramentis_. Pavia 1783 e 84.
_De ultimo hominis fine, deque virtutibus theologicis et cardinalibus_. Pavia 1785.
_De Ethica cristiana_. Pavia 1785.
_De verbo Dei scripto ac tradito_. Pavia 1789.
_Introduzioni e lezioni di filosofia morale_, volumi VII, dal 1802 al 1812.
_Saggio di poesie composte oltre l'ottantesimo anno_.
S'ha una lettera del Gioberti del 1830, diretta all'avvocato Saleri di Brescia, ove applaude ad un costui Elogio del Tamburrini, effondendosi nelle lodi di questo, siccome grand'osteggiatore di «quella setta potente che, dopo corrotta la morale, corrotti i dogmi e la disciplina, vuol mescere il cielo colla terra, la società civile colla ecclesiastica, il regno spirituale col temporale, perpetuare gli abusi presenti, far rivivere quelli della bassa età, e spenta ogni civiltà moderna, richiamare nella religione e nel mondo l'antica babarie». Esorta il Saleri a raccogliere tutte le lettere del Tamburini; e a procurare un'edizione compiuta delle sue opere a Firenze, dove la censura è più benigna.
[484] _Episcopatui romano non ita adnexum dicimus primatum, ut Ecclesia illum in aliam quamcumque cathedram transferre non possit_.
_Arnaldus Brixiensis nec proprie schismaticus fuit, nec seditiosus, nec turbulentus_.
_Nullus episcopus, nec romano excepto, potest aliquem excommunicare, nisi de consensu, saltem præsumpto, totius corporis Ecclesiæ_.
_Hæresis janseniana est inane spectrum, calide confictum ad hostibus veritatis ad suos adversarios opprimendos_.
_Ecclesia subesse potest errori in definiendo sensu librorum qui canonici non sunt_.
_Quælibet gratia Christi efficax est_.
_Romanus pontifex pastorale munus exercere nequit in alterius diœcesi, absque proprii ordinarii facultate_.
_Episcopi suam a Christo immediate jurisdictionem habent, non a romano pontifice_.
_Concilia generalia esse supra pontificem propugnamus_.
_Ecclesia nullam habet potestatem conferendi indulgentias pro mortuis.
Approbationes confessariorum nec ad loca nec ad tempus limitari possunt.
Romanus pontifex in rebus fidei ac morum, etiam cum Ecclesia sua particulari, judicium pronuncians, subesse potest errori.
Irrefragabilis conciliorum auctoritas minime pendet a confirmatione romani pontificis.
Index librorum prohibitorum congregationis romanæ nequit esse regula pro discernendis bonis libris a malis._
[485] Altre opere sue sono:
_Vindiciæ augustinianæ ab imputatione regni millenarii._ Cremona 1747.
_Dialoghi tre_ in difesa di quelle (1753). Sostiene che il sermone 259 di sant'Agostino è un centone di passi di quel santo, mal connessi da chi volle farlo autore dell'errore de' millenarj.
_D. Aurelii Augustini quæ videtur sententia de beatitate s. patriarcarum, prophetarum etc. ante Christi descensum ad inferos_ (1762). Gli fu vivamente combattuta dal Mamacchi, contro cui egli diresse una _Lettera prima_ nel 1767. L'anno dopo pubblicò la _Dissertazione epistolare se l'anima delle bestie possa dirsi spirituale_: poi una spiegazione del testo di sant'Agostino _Ecclesiam Christi servituram fuisse sub regibus hujus sæculi_; e _Delle giornaliere pubbliche preci da ristabilirsi nel rito romano per la salute e prosperità de' sovrani_ (Pavia 1784).
Lo contraddissero molti discepoli di san Tommaso, e principalmente i padri Mingarelli, Patuzzi, Migliori, e monsignor Giustiniani vescovo di Cerigo.
[486] G. B. Almici di Coccaglio (1717-93) fratello di Camillo, traducendo Puffendorf pretese rettificarlo nella parte eterodossa, come la poligamia, i voti, il suicidio, il duello, le convenzioni di guerra: lo _spirito_ di Elvezio.
[487] _Esame della Vera Idea della santa sede._ Macerata 1785.
_Il critico corretto._ 1786.
_Fatti dommatici, ossia della infallibilità della Chiesa nel decidere sulla dottrina buona o cattiva de' libri._ Brescia 1788.
_Della Carità o amor di Dio._ Roma 1788.
_Il vescovado, ossia della podestà di governare la Chiesa_, 1789.
_Economia della fede cristiana._ Brescia 1790.
_Se i Giansenisti sieno Giacobini_, 1794.
_Il possesso, principio fondamentale per decidere i casi morali._ Brescia 1796 e Cremona 1816.
[488] Questo fatto merita particolar menzione, atteso gli odierni incidenti. Avendo i Francesi repubblicani invaso nel 1798 lo Stato pontifizio, v'imposero il giuramento «di odiar la monarchia e l'anarchia». Il papa proibì di giurare se non di «non prender parte a qualsiasi congiura o sedizione pel ristabilimento della monarchia e contro la repubblica; odio all'anarchia; fedeltà alla costituzione, salva la religione cattolica». Prima che l'esplicita decisione arrivasse, alcuni, come avviene in tempi di persecuzione, aveano tentato conciliare colle esigenze del Governo la coscienza cattolica, e il Bolgeni pubblicò _Sentimenti sul giuramento prescritto agli instruttori e funzionarj pubblici_; dalla cui autorità indotto, monsignor Boni vicegerente pubblicò che ciascuno potesse in ciò seguire la particolare opinione, senza tacciare l'altrui. Se n'autorizzarono i professori della Sapienza e del Collegio Romano a prestare il giuramento, fin quando il papa fe pubblicare la sua decisione.
Eguali sevizie partorirono eguali disturbi di coscienza nella rivoluzione odierna.
[489] Contro il Mamachi, _Del diritto della Chiesa di acquistare e di possedere beni temporali_, Salvatore Spiriti di Cosenza scrisse il _Dialogo de' morti, ossia Trimerone ecclesiastico-politico in dimostrazione dei diritti del principato e del sacerdozio, e la Mamachiana per chi vuol divertirsi_ (1770), beffa continua, della quale altri fa autore Carlo Pecchio, continuatore della storia del Giannone.
Avendo il Mamachi tacciato d'irreligioso il filosofo Genovesi, questi fu difeso violentemente da un amico.
[490] T. I, pag. XLIII la prima parte è polemica, la seconda è storica, narrando il primato del papa nei primi otto secoli.
[491] Del Rucellaj sono le migliori fra le tante memorie che allora uscirono intorno alla giurisdizione ecclesiastica e regia. Una secreta, spedita a Vienna il 1745, fra le altre cose dice: «La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto: che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia: e che, nojati di quell'eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicar finalmente per conto proprio quello, su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».
[492] Esistono negli archivj, e presto saranno pubblicate dal signor Kervyn de Lettenhove nel Belgio, lettere di Maria Teresa, che rimprovera a suo figlio il farnetico delle innovazioni ecclesiastiche.
[493] Era Gaetano Incontri (-1781) di cui lodaronsi grandemente la spiegazione sopra la celebrazione delle feste. Il suo _Trattato teologico sulle azioni umane_, denunziato alla sacra Congregazione, non fu trovato riprovevole.
[494] «Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa nostra città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le podestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell'autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi onde l'ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell'adempimento del mio ministero. All'occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d'istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato; ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l'ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito. Vostra eccellenza sa quante volte mi sono dato l'onore d'essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell'esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m'incoraggierei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all'imperial consiglio la mia più distinta venerazione mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.». È del 1752. A proposito dell'abolizione della censura avendo il vescovo di Chiusi mosso alcun richiamo, fu obbligato ritrattarsi, e scriveva: «Sacra Cesarea maestà. Con estremo rammarico e cordoglio dell'anima mia appresi da sua santità le aspre doglianze avanzate dalla maestà vostra contro la mia povera persona, come che abbi avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano... Mi riconosco in debito di presentarmi ossequioso al trono della c. m. v. ecc.»
[495] Prima memoria del 21 luglio 1781.
[496] Così il Ricci, nell'autobiografia manuscritta.
[497] La sua _Justification de frà Paul Sarpi_ (Parigi 1811) sono lettere a un magistrato (presidente Agier) in difesa dell'indole e dei sentimenti di frà Paolo. Nel 1820 stampò a Lipsia il _Catechismo de' Gesuiti_, in sei dialoghi fra un avvocato e un Gesuita, imitando, troppo da lontano, le Provinciali di Pascal. Mandò una lettera di adesione alla costituzione civile del clero francese. Col Gregoire viaggiò in Inghilterra, in Olanda, in Germania; separandosi, convennero che, l'ultimo giorno di ogni mese, alle sette del mattino si prostrerebbero innanzi a Dio a pregare uno per l'altro soccorsi spirituali. Quest'accordo saputosi, fu imitato da altri, che sebben lontanissimi e neppure conosciuti, s'associavano ad ora fissa nella preghiera.
[498] Oltre molte opere letterarie, e principalmente versi, e molte traduzioni, fra cui i _Principj sull'essenza delle due podestà_ del La Borde, e quel che dicemmo sopra la _Via Crucis_ e il Sacro Cuore, scrisse sopra la definizione della Chiesa, inserita nel catechismo adottato da quattro vescovi toscani: _Annotazioni sopra le annotazioni pacifiche d'un parroco cattolico_ (era il Marchetti) _al vescovo di Pistoja:_ alle quali fecero sgarbata risposta l'_Esame d'un giovane ecclesiastico_, che era l'abate Sintich di Veggia, e alcune lettere del canonico Muzzani. Caduto agli Austriaci il Veneto, il Pujati si ritirò nel convento di Praglia, e visse esemplarissimo.
[499] Ricasoli Anton Giuseppe studiò col Ricci sotto il Lami, poi sotto monsignor Filippo Martini; fece tradurre e stampare la _Storia ecclesiastica_ del Racine, poi le opere del Machiavello, sebbene il nunzio Crivelli vi si opponesse invano, perchè l'arcivescovo Incontri (dice il Passerini) era uomo che sapea discernere il bene dal male, e convenne col Ricci sul pregio del Machiavello e sull'utilità di far più popolari le opere sue (_Genealogia nella casa Ricasoli_, f. 212). Morì del 1783 mancando al Ricci «uno de' più validi ajuti nell'opera di riforma che aveva intrapresa» (_ibid._).
[500] Tra la farragine d'opere pubblicate allora, citiamo:
_Memorie istorico-ecclesiastiche per servire d'apologia a quanto viene presentemente praticato in differenti corti d'Europa per condurre la disciplina ecclesiastica, e specialmente regolare (per quanto sia possibile) nel primiero suo istituto, opera d'un italiano;_ colla falsa data di Conisberga 1782, e l'avviso che si vende dal librajo Bindi a Siena.
_La Monaca ammaestrata del diritto che ha il principe sopra la clausura, e della libertà che le rimane di tornarsene al secolo, soppresso il monistero e l'istituto_, 1783.
_Della monarchia universale de' papi_, 1789.
_Necessità e utilità del matrimonio degli ecclesiastici, in cui si dimostra che il papa può dispensare quelli che chieggono_, 1770.
_Piano ecclesiastico per un regolamento da tentare nelle circostanze dei tempi presenti._ Venezia 1767.
_Raccolta di opuscoli interessanti la religione._ Pistoja, stamperia Bracali 1786, e avanti: 17 vol.
_Ragionamento intorno ai beni temporali posseduti dalle chiese, dagli ecclesiastici e da tutti quelli che si dicono Manimorte._ Venezia 1766.
_Rendete a Cesare ciò ch'è di Cesare._
_Sonetti contro le opinioni di Michele Bajo, di Giansenio iprense, del Belelli, del padre Berti agostiniano, del Viatore, del Rotigni, del Migliavacca_ (proibiti nel 1762).
_Gesù Cristo sotto l'anatema e sotto la scomunica, ovvero Riflessioni sul mistero di Gesù Cristo rigettato, condannato e scomunicato dal gran sacerdote e dal corpo dei pastori del popolo di Dio; per istruzione e consolazione di quelli che, nel seno della Chiesa provano un simile trattamento._ Pistoja 1786.
Nel 1769 viaggiò in Italia Agostino Gian Carlo Clement di Auxerre, uno de' più ferventi missionarj delle opinioni giansenistiche, e vi incalorì i suoi partigiani; tra i quali Foggini, Bottari, Del Mare, Palmieri, Tamburini, Zola, Alpruni, Pujati, Nanneroni, Simioli conservaronsi seco in carteggio, e se ne hanno lettere nei 24 volumi che ne restano. Descrisse questo suo _Viaggio in Italia e in Ispagna_ (1802, 3 vol.) in modo goffo e vanitoso.
Nell'archivio ricciano esiste tutto il carteggio del 1783 fra il Ricci e il granduca.
[501] È quanto io cercava far intendere al parlamento italiano, che allora ripudiò la proposta, mentre l'anno dopo fu attuata dal ministero, ma denunziata oggi come colpa dai liberali, implacabili autori di tirannie.
[502] Numero XIII del Decreto di fede. Ma nel n. X erasi scritto: «Non può temere il fedele che la Chiesa abusi giammai di questa autorità. L'assistenza divina, che la assicura di non errare quando esprime il suo giudizio sulla dottrina e la morale, le assicura per la stessa ragione il privilegio di non abusare. Se tale sicurezza mancasse, saremmo egualmente incerti nella nostra credenza, e potrebbe sempre chiedersi se la Chiesa avesse o no abusato della sua autorità, o si fosse dipartita dalle vere sorgenti, che rendono infallibili le sue decisioni; sicchè le decisioni della Chiesa resterebbero soggette ai capricci e al giudizio d'ogni privato».
[503] Vedi _Istoria dell'assemblea degli arcivescovi e vescovi di Toscana. — Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana e loro rispettive risposte._ Firenze 1788. Al frontispizio è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è il titolo, _Enciclopedie_. All'esposizione di tutte quelle infinite ordinanze, che quasi tutte concernono materie affatto ecclesiastiche, come messali, libri di preghiere, catechismi, massime di teologia morale e fin dogmatica, premette: «Furono ammirati i lumi del principe sopra l'ecclesiastica disciplina, e la di lui moderazione nel sottoporre all'altrui giudizio quello che egli poteva liberamente determinare come di sua piena competenza». _Proemio_, pag. 4. Fra le carte del Ricci v'è un gazzettino dell'assemblea, manuscritto farcito di pettegolezzi. Inoltre molti scritti di accuse e discolpe per quel che si faceva nel sinodo. Contro del quale, fra tanti altri, scrisse Carlo Borgo di Vicenza gesuita, autore d'un'_Arte delle fortificazioni e difesa delle piazze_, per cui Federico II lo nominò tenente colonnello. Premio satirico.
[504] L'osceno Casti prese in burla i Giansenisti, in una novella, non so se edita, di cui reco qualche strofa.
Al rimbombo d'on _tamburo_ Che la terra e il cielo assorda E il sereno aere puro D'atre nubi infesta e lorda Si svegliò Giansenio a sorte Dal fatal sonno di morte..... E spiegando il guardo fuore, Vide un certo Tamburino Che faceva gran rumore Ora in tosco, ora in latino, Ed aveva intorno a sè Il Quesnello e il Petit-pied. Con Arnaldo e San Cirano E de' preti in mal arnese Che menavano per mano Il prelato pistojese Eran questi i suoi cotali Santi padri sinodali. Il buon vescovo Giansenio Al veder tutto quel coro Si sentì nascer il genio Di saper chi sien coloro E i motivi tanto forti D'un rumor che sveglia i morti... Disse allor d'Ipri il pastore: Io godea riposo e quiete, Ma svegliommi il gran rumore Del Tambur di questo prete. E così successe a mè, Disse tosto il Petit-pied. Pure anch'io, disse Quesnello, Me ne stava là sdrajato Nel mio cupo e chiuso avello, E costui m'ha qui chiamato Col Tamburo suo sì forte, Risvegliandomi da morte. Ma se è ver che tanta possa Ha un Tambur sì riverito Di chiamar dalla lor fossa Anche ogni uom che è già sbasito, Deh! richiami a questo sole Il Pascal ed il Nicole. Tamburin senza dir altro, Sul Tamburo onnipossente Diè un gran colpo, e l'un e l'altro Lì comparver prontamente, E alternando i loro abbracci Caricavansi di bacci. Il prelato fiorentino Che mirò poter sì strano Nel suo caro Tamburino, Gnaffe, disse in buon toscano, Questo prete, in senso mio, È il Tambur proprio di Dio... Ma Giansenio in grave aspetto A quel prete si rivolse, E, Qual è, disse, l'oggetto Che qui tutti ci raccolse? Tamburino allor sputò Quattro volte, e poi parlò: Monsignor, se vi ho chiamati Tutti in crocchio, o cari amici, È che certi scapestrati Nostri acerrimi nemici Voglion metter a ruina La più pura alma dottrina. Questa gente traviata, Questo ceto nero e tristo Che ha del tutto travisata La moral di Gesù Cristo, Fur Gesuiti un dì chiamati, Che non fur preti nè frati. Dal momento in cui comparve L'_Agostin_ vostro stampato, Quest'inferne orride larve L'hanno tosto criticato, Che la vostra teologia Fu spacciata un'eresia... E spacciandovi issofatto Di Calvino frate vero, Tanto han detto, tanto han fatto, Che la cattedra di Piero Contro voi sentenza disse, E col libro vi proscrisse... Ma per quante proscrizioni Abbia fatte ognor la Chiesa Contro i nobili campioni Che di voi preser difesa, Sempre intrepidi fur visti Contro il papa i Giansenisti... Ma a dir tutto insomma in poco Ci facciam noi giansenisti Delle bolle e papi giuoco, E siam molto ben previsti Di coraggio e di difesa Contro il capo della Chiesa. A tai voci il buon prelato Interruppe il Tamburino, E con volto un po' adirato Disse: Ah corpo d'Appollino! Il parlar vostro è sì strano. Che non sembra da cristiano. Ma, di grazia, rispondete alle mie interrogazioni. Prima ditemi chi siete, E quai dritti, e quai ragioni Voi avete onde in conscienza Fare ai papi resistenza? — Chi son io? son dottore Nella sacra teologia, E son pubblico lettore Nel liceo di Pavia. Chi son io? cospettón, Son bressan, taja cantón... — Caro il mio signor dottore Laureato in teologia, Lei dimostra aver col core Guasta ancor la fantasia, E col papa un gran mal genio Mostra aver, disse Giansenio. Vo' saper da ussignoria Chi di Cristo fa la Chiesa? I dottori in teologia? Questa cosa io non l'ho intesa, Ma ella certo mi dirà Che la forma l'unità. Cioè a dire il corpo intero De' fedeli, regolati Dal legittimo di Piero Successor e da prelati A cui diede Iddio signore Della fe l'almo splendore... Perchè mai disse Gesù Prima a Pier quelle parole Tu le chiavi avrai, sì, tu Del mio ciel ch'è sopra il sole, Cioè il poter che in tutti è uguale Lo dà a Pietro universale... Or perchè, dite o mio prete, Ve la date tanto calda Contro i papi, e ognor tenete Contro lor l'alma sì balda Di difender come fate Mie dottrine condannate? Io ho errato in buona fede Che credea di dir il vero; Ma dacchè la santa sede Fulminò il mio libro intero, Voi col farven difensore Vi addossate ogni mio errore... — Ah! pur troppo, o gran pastore, Disser quelli, abbiam mancato Pur di viver un tenore Abbiam sempre conservato Di virtù, di penitenza Che sperar ci fa indulgenza.. — Siam cristiani e tanto basti, Disse irato il Tamburino, Se i costumi poi son guasti È perchè l'amor divino Non abbiam per gran disgrazia, Ma aspettiamo un dì la grazia... Oh che sinodo è mai quello! Se il leggeste, almo pastore, Voi direste che è assai bello, Io ci ho posto ingegno e core, E qualor vi penso sopra Dico, ho fatto un capo d'opra. Qui del papa non si parla Nè si nomina per niente, Che di lui anzi si sparla, Ma però indirettamente, E si dice alla distesa Ch'ei può nulla nella Chiesa. Questo sinodo è un po' strano Di politica e di fede, Concertato col sovrano, Nulla con la santa sede, Lavorato come va Sulla sacra antichità. Qui si mostra ad evidenza Che la Chiesa in questa età Tutta è piena di licenza, Che perdè la libertà, Perchè i papi ed i pastori D'un tal mal sono fautori. Tutti ciechi che conducono Per sentier di sterpi e dumi, Gli altri ciechi in cui non lucono Della fede i veri lumi, Si è del ver spento il fanale Fin nel ceto episcopale... Certi santi Ildebrandisti Più romani che fedeli, Varj altari e certi Cristi, Certi quadri e certi veli, Imposture mal intese, Si son tolte dalle Chiese. Non si vuol tanta indulgenza Nell'assolver peccatori Se non han per eccellenza D'amor santo accesi i cori: Si detesta l'attrizione, Si vuol sol la contrizione. Non si vogliono più frati, Pochi preti e scarsa messa: Sono i primi scellerati Che nel cuore han Roma impressa; Sol si vogliono romiti D'ordin sacro non muniti... Noi siam soli que' che abbiamo Il deposito di fede, Noi siam quelli che vogliamo Riformar la santa sede, Noi siam dotti, noi siam santi, Tutti gli altri empj, ignoranti. — Ho capito. Io non vo' altro, Disse allor d'Ispri il pastore, Siete un uom maligno e scaltro, Fariseo avete il core: E voi vescovo di Prato Siete un vescovo ingannato. Ahimè, Italia, se tu vanti Tai lettor nelle tue scuole, Manda pur dal ciglio i pianti Che di fe si oscura il sole: Già in te serpe il magistero Di Calvino e di Lutero... Infelice! or che farò? Disse il Ricci al Tamburini, Che sdegnato, — Oh che cojò! Hai nel sen cor sì meschino? Gli rispose, in tua difesa Basto io solo a tanta impresa. Non temer, vattene a Prato Nel tuo vago carrozzino, Ma sta sempre rinserrato E di sera e di mattino, Tal spediente è troppo onesto Lascia a me cura del resto.
[505] Poichè quel documento racchiude tutta la dottrina pratica del Ricci, sostenuta oggi ancora dai democratici illiberali, stimiamo bene qui riprodurlo tralasciando solo i punti inutili o transitorj.
§ I. — _Riforma degli Studj._
1. Il male che teme maggiormente la verità è il non essere conosciuta. Quando il popolo non è abbastanza istruito e non ne conosce lo spirito, è troppo facile che venga sedotto dalle apparenze e trasportato alla superstizione. Ma il popolo non sarà istruito giammai come conviene, se gli ecclesiastici non sono essi stessi illuminati. Un pastore che non ha della religione se non che un'idea superficiale e confusa, fomenterà nel suo gregge le frivolezze, e trascurerà i doveri essenziali e i rapporti che dee avere il fedele colla società e colla Chiesa; ed un pastore che sarà imbevuto di false massime e di dottrine poco sicure condurrà seco nell'errore il suo gregge con tanta maggiore facilità, quanto sarà più semplice e meno avvertito.
Importa ancora moltissimo che si mantenga nell'insegnamento la massima uniformità. I partiti e le gare teologiche fanno nelle scuole un danno grandissimo, perchè avvezzano i teologi a quel genio litigioso e sofistico che fa trascurate le massime più importanti e più serie, e producono un male anche maggiore nel popolo. Stancato dalle gare continue che si fomentano sopra alcuni punti che interessano la religione, corre pericolo di dubitare di tutti, oppure adotta per tutti una fredda indifferenza...
Egli è dunque indispensabile arrestare una volta questi disordini. Gli ecclesiastici sappiano la religione, e parlino tutti lo stesso linguaggio.
2. Sarà quindi fissato per massima che in tutte le scuole del Granducato s'insegni costantemente la dottrina cattolica sulla distinzione delle due potestà, non avendo dato Gesù Cristo alla Chiesa che una potestà puramente spirituale [Non avea letto il vangelo, ove a Cristo è data _ogni podestà_], ed essendo la temporale data da Dio ai sovrani indipendente da essa.
3. Sarà parimente fissata per massima in tutte le scuole teologiche del Granducato la dottrina di sant'Agostino, specialmente in ciò che riguarda la Predestinazione, la Grazia e il Peccato originale [La libertà d'insegnare ciò solo che il governo vuole è predicata dai liberalisti d'oggi. Ecco portata l'autorità del governo fin a decidere tra sant'Agostino e san Tommaso!]. Questa dottrina fu sempre considerata come la dottrina della Chiesa, e fu inoltre fissata concordemente dai nostri arcivescovi e vescovi.
4. Non potrà quindi alcun privato o pubblico professore insegnare altra sentenza, se non per modo d'istoria.
5. Non si ammetterà ai concorsi alle parrocchie o a qualunque altro benefizio che abbia annessa la cura delle anime chiunque non la professi; e sarà impegno dei vescovi esaminare sopra di essa i concorrenti o i presentati in qualunque maniera [Non potrebbe spingersi più là l'intolleranza].
6. Perchè si ottenga la bramata uniformità e si promuova lo studio promovendo una lodevole emulazione, si terranno indispensabilmente nella città e nella diocesi, in tutti i vicariati o pivieri, le solite conferenze dei parrochi, e si stamperanno le decisioni.
7. Non saranno esenti dall'intervenirvi i Regolari, giacchè sopra li studi loro i vescovi avranno tutta l'autorità.
8. I Regolari dovranno essi medesimi seguire la dottrina di sant'Agostino, rinunziando a tutti gl'impegni e a tutte le sentenze private dei loro Ordini rispettivi; ed i vescovi avranno tutta l'attenzione perchè nelle scuole domestiche, finchè sarà creduto espediente il conservarle, si mantenga la uniformità cogli studj della diocesi.
9. Quando sarà sistemato il piano di studj che progettò l'Assemblea degli arcivescovi e vescovi, ed avrà ottenuto la reale nostra approvazione, non sarà lecito ad alcuno dipartirsi da quello, e dovrà essere abbracciato e seguito in tutte le scuole del nostro dominio [Idem].
§ II. — _Ordinazioni, vita ed onestà dei chierici._
10. Lo stato ecclesiastico è uno stato di perfezione e di magistero. Nessuno adunque deve essere promosso se non porta seco la raccomandazione di una soda virtù e di una conveniente dottrina. Un ecclesiastico vizioso farebbe troppo disonore alla religione, e l'ordinare un ignorante sarebbe forse un togliere allo Stato un buon padre di famiglia per aggravare la Chiesa di un ministro incapace ed inutile.
La soverchia moltiplicazione degli ecclesiastici ne lascia ancora una gran parte oziosa. Chi non ha zelo sufficiente per applicarsi alla santificazione dei prossimi, dee fissarsi nello stato di laico.
Sarà impegno dei vescovi di avere riguardo a queste massime generali prima di procedere alle ordinazioni.
11. Per cooperare dal canto nostro a quest'oggetto così importante, Noi prescriviamo la esatta osservanza del canone Calcedonese, che proibisce le ordinazioni vaghe e senza titolo. Quindi niuno potrà da qui avanti essere ordinato senza essere addetto a qualche chiesa, al cui attuale servizio sia necessario o utile.
12. E per la più esatta osservanza di questo, nell'adunarsi il sinodo in ciascuna diocesi dovrà farsi la nota degli ecclesiastici necessarj al servizio delle respettive chiese, e sarà questa rimessa a Noi cogli atti del sinodo.
13. Tolte le vaghe ordinazioni, vien tolta egualmente la necessità di fissare il così detto patrimonio per gli ordinandi. Quando la chiesa ne abbia un reale bisogno, dovranno a carico dei respettivi patrimonj ecclesiastici provvedersi della conveniente sussistenza, e questa sarà fissata dal giorno della incardinazione alla chiesa.
14. Prima degli anni quattordici compiti non potrà essere conferita ad alcuno la tonsura.
15. E a nessuno sarà permesso l'abito clericale se non ha la tonsura, fuori che nei seminarj di educazione.
16. Niuno sarà promosso al suddiaconato se prima non avrà dato saggi di sufficiente capacità, e non avrà almeno atteso per il corso di tre anni allo studio della teologia dommatica in qualche università o altra scuola approvata.
17. E niuno potrà essere ordinato sacerdote senza aver perfettamente compiti tutti gli studj necessari ad esercitare con frutto il sacro ministero, e senza aver passato in un'accademia ecclesiastica quel tempo che il vescovo stimerà a proposito.
18. A quest'effetto, oltre il seminario, dovrà essere eretta in ogni diocesi un'accademia ecclesiastica...
19. Non si ammetterà su tutti questi punti dispensa di età senza una precisa necessità.
20. È ancora nostra sovrana intenzione che in ogni diocesi si stabilisca una casa di ritiro, in cui possano raccogliersi tutti i parrochi ed altri ecclesiastici che volessero profittarne...
21. Siccome poi gli ecclesiastici sono chiamati ad un ministero tutto spirituale, che esige una somma attività e diligenza, così è necessario che siano liberi da ogni cura temporale. Niun di essi potrà assumere impieghi secolareschi come di agente, amministratore, esattore, procuratore, sollecitatore ed altri simili esercizj indecenti al loro carattere; intendendosi comprese ancora le amministrazioni o agenzie per gli spedali o altri luoghi pii laicali.
22. Sarà solamente ad essi permesso l'esercizio degl'impieghi principali negli istituti interessanti la pubblica pietà, l'istruzione della gioventù, purchè questo impiego non pregiudichi al servizio che debbono alla Chiesa...
23. Tra i traffici il più vergognoso egli è certamente quello delle messe. I Padri, i pontefici, i Concilj non hanno cessato mai di declamare contro un abuso sì grande che tanto avvilisce la maestà del più augusto sacrificio che possa avere la religione. Ma l'abuso sussisterà sempre finchè sussisterà il così detto onorario della messa. Sarebbe nostra intenzione che questa prestazione, o sia onorario, fosse interamente abolita, e incarichiamo i vescovi di pensare seriamente alla maniera di toglierlo.
24. Per ottenerlo più sollecitamente... vogliamo che nessuno possa più esser promosso a titolo di uffiziature o semplici cappellanie.
25. Ed abroghiamo ancora qualunque privilegio, come l'Eugeniano in Firenze, e in tutte le diocesi dove avesse luogo o questo o altro simile, siccome tendenti a moltiplicare le ordinazioni vaghe ed inutili.
26. Vogliamo altresì che, eccettuati quei pochi chierici che fossero precisamente necessarj alla Chiesa, sia tolto affatto il minuto clero dalle cattedrali o altre chiese.
27. Nè alcuno assolutamente potrà essere ammesso giammai al servizio della Chiesa sullo qualunque pretesto, se non avrà compiuti gli anni diciotto.
28. La vita dell'ecclesiastico dee essere di edificazione al popolo, e perciò non dee avere alcuna cosa che spiri vanità e dissipamento. Sarà perciò premura dei vescovi l'invigilare che sieno osservati i canoni del concilio di Trento sulla vita ed onestà dei chierici.
29. Sopra a tutto sarà ad essi proibito il teatro, feste di ballo, ridotti di pubblico gioco, la caccia viziosa e di strepito e il trattenersi nei caffè o nelle osterie senza una precisa necessità.
30. E nel vestire conserveranno la gravità, la decenza e la modestia, e sfuggiranno tutto ciò che sa di vanità secolaresca, usando sempre in tutte le funzioni di chiesa l'abito talare.
§ III. — _Parrochi e loro congrue; Compagnie di Carità in tutte le parrocchie._
31. Il parroco è l'uomo del popolo. Un buon parroco contribuisce moltissimo all'avanzamento della religione e alla felicità dello Stato. Ma per conseguire questi due fini è necessario che goda la stima e la confidenza dei suoi popolani. Un parroco imprudente o ignorante non arriverà giammai ad acquistarne l'affetto. Per esser utile dee sapersi far rispettare, stimare ed amare. Lontano dalle brighe e parzialità deve applicarsi a studiare e conoscere il suo popolo, e deve esser sollecito a prevenirne i bisogni e i disordini e sommamente geloso d'istruirlo nella vera e soda morale cristiana.
32. A quest'effetto mostreranno sempre pronti ad insegnare ai ragazzi leggere e scrivere e la dottrina cristiana in una maniera bensì conveniente al loro stato, ma non così materiale o digiuna, come si è praticato spesso in addietro. Le sode massime della Scrittura e del Vangelo e i grandi principj della morale sono cognizioni necessarie a tutti gli stati, e non può mai essere troppo sollecito un vero pastore... ad istillarle negli anni più teneri, onde servano di scorta in tutte le vicende della vita. La carità sa trovar tempo e luogo, e sa adattarsi alla capacità dei contadini anche più rozzi...
33. Una delle cause principali della freddezza che regna talvolta fra il popolo e il parroco è la necessità di vivere sulle decime o sopra i così detti diritti di stola. Un parroco, il quale dee ricavare il proprio sostentamento da queste ed altre esazioni è spesso in pericolo di essere o di comparire indiscreto e interessato. Un popolano, che mantiene a stento e col proprio sudore la numerosa famiglia, dimentica facilmente il dovere di soddisfare a questi diritti, o almeno li considera come un aggravio.
Riflettendo a questi disordini noi siamo venuti nella disposizione di abolire affatto tutti i diritti di stola, di decime o di altra qualsivoglia prestazione, o incerti parrocchiali...
36. Sarebbe nostra intenzione che tutti i parrochi avessero almeno dugento scudi di annua rendita, comprese però le necessarie spese di chiesa. Un parroco che sente gli stimoli della carità pastorale versa di buon animo nel seno dei poveri quello che può risparmiare al necessario suo mantenimento. Ma ove siano troppo scarse l'entrate, manca di un mezzo per sollevare i suoi popolani, e prevenire spesse volte gravi disordini, ed è all'opposto in una grande tentazione di abusare del suo ministero per vivere...
38. Non intendiamo però di proibire ai popolani comodi l'offerire alla Chiesa quello che stimassero secondo la loro pietà; anzi ve li esortiamo, salve le leggi di ammortizzazione; ma queste oblazioni saranno immediatamente passate alla cassetta dei poveri e distribuite fra i bisognosi della parrochia, a forma delle costituzioni delle compagnie di carità.
39. Perchè il parroco possa con maggiore facilità esser pronto a tutti i bisogni dei suoi popolani, e perchè i popolani non siano per la soverchia distanza troppo spesso impediti dal portarsi alla chiesa, sarà cura dei vescovi di ridurre le parrocchie ad una giusta estensione, riformando i circondari dove fossero troppo vasti e procurando, per quanto è possibile, che la chiesa sia nel centro di tutta la parrochia; e a tenore delle loro proposizioni ci riserbiamo a darne la sovrana nostra approvazione.
42. Finalmente ordiniamo che sieno soppresse immediatamente o trasportate altrove tutte le cure esistenti attualmente nelle chiese di monache o di conservatorj, e incarichiamo i vescovi a provvedervi colla maggiore sollecitudine.
43. Quanto alle compagnie di Carità prescritte da Noi in tutte le cure, avendone coll'esperienza sempre più conosciuto il vantaggio, Noi ne confermiamo le costituzioni e i privilegi esortando i nostri amatissimi sudditi a farsi un dovere di concorrere ad un'opera tanto esemplare.
Vogliamo però che tutte sieno abolite le altre compagnie o confraternite, che ancora sussistessero in qualunque luogo del nostro dominio anche per nostro espresso privilegio, cui intendiamo che sia derogato con questa nostra sovrana determinazione. E le rendite e fondi loro saranno passati nei patrimoni ecclesiastici a vantaggio delle respettive compagnie di Carità, acciocchè con queste sia tolto ai fratelli di esse qualunque obbligo e tassa che avessero per l'avanti pagata per vantaggio dei poveri e a nome della compagnia.
44. La sola compagnia di Misericordia sussisterà provvisionalmente in Firenze, finchè non sieno sistemate le compagnie di Carità...
§ IV. — _Vescovi e loro diritti e doveri._
45. Quando il Divin Redentore mandò gli apostoli e negli apostoli i vescovi, dette loro tutta la potestà che era necessaria al grande oggetto di stabilire e governare la Chiesa. Questa potestà, parlando esattamente, non accordava privilegi, ma imponeva obbligazioni. Lo spirito di Dio gli avea destinati a pascere e a governare i fedeli, e le facoltà loro accordate in questa missione non erano che i mezzi necessarj a soddisfare ai doveri di un tal ministero. Nulla dunque s'accordava ad essi in suo vantaggio, ma tutto si accordava ai fedeli, i quali perciò entravano in diritto di profittare di queste facoltà.
Quando si fissarono le diocesi per togliere la confusione non si potè pregiudicare a questi diritti: solo si volle stabilire un ordine per evitare la confusione. Ma i popoli, al governo dei quali furono particolarmente incardinati i vescovi, mantennero sempre i diritti medesimi, come ai vescovi restarono sempre gli stessi doveri.
L'obbligazione rigorosa che hanno tutti i sovrani d'invigilare perchè si custodiscano i canoni della Chiesa, e la essenziale incombenza di conservare ai sudditi i respettivi diritti, non ci permettono di trascurare un punto così importante e tanto strettamente legato col buon ordine e colla tranquillità degli Stati.
Senza fermarci a cercare i gradi o le ragioni per le quali si disimpegnarono nei secoli a noi più vicini dall'esercizio di una parte del loro ministero, egli è certo che questa trascuratezza non poteva dare un diritto stabile a chi suppliva in lor nome. I diritti originari e per costituzione annessi ad una dignità non possono mai alienarsi, specialmente allorquando l'alienazione pregiudica al terzo. I popoli che aveano diritto ad esser governati e diretti dall'immediato e vicino loro pastore, non potevano senza ingiuria esser rimandati ad un pastore lontano, che non poteva conoscere colla esattezza medesima i loro bisogni: anzi eglino stessi non poteano cedervi in pregiudizio de' loro discendenti. Se la infelicità dei secoli rese meno sensibile questo inconveniente, deve allora assolutamente arrestarsi, quando i mali che quindi ne nascono, divengono eccessivi.
Ella è dunque assoluta nostra volontà che venga ristabilita la disciplina sempre venerabile dei primi secoli, e che i vescovi rientrino nell'esercizio degli originarj ed inalienabili loro diritti, che per le circostanze dei tempi furono ad essi usurpati, e che per connivenza dei vescovi trapassarono nella Corte di Roma [È difficile combinar in poche linee tanti errori di fatto e tante falsità di diritto come in queste dell'austriaco].
46. Spetteranno quindi ai vescovi esclusivamente tutte le dispense che si sogliono accordare già da qualche tempo dalla Curia romana...
47. I vescovi permuteranno o trasferiranno gli obblighi che riguardano legati pii, derogando Noi nei casi, ove bisogno sia, alle ultime volontà.
48. Dispenseranno gli ordinandi dai difetti dei natali e vizj corporali, quanto lo richieda il vantaggio della Chiesa ecc.
49. Tutte queste dispense e le altre che potessero occorrere (escluse le matrimoniali, delle quali si parlerà in appresso) saranno dai vescovi, secondo la loro prudenza, date liberamente, in nome proprio, e senza far menzione di avere ottenuta facoltà da chicchessia, avendola essi immediatamente da Cristo e dai canoni.
50. Quindi dichiariamo che non sarà mai accordato il _regio exequatur_ a qualunque siasi bolla o dispensa che non sia fatta dal vescovo in nome proprio e per propria originaria autorità...
52. Una delle canoniche ordinazioni, che l'esperienza mostrò sempre vantaggiosa alla Chiesa, si è la frequenza dei sinodi. Noi vogliamo che anche questa sì lodevole costumanza sia ristabilita in tutto il Granducato; ed ogni vescovo dovrà assolutamente tenere il suo sinodo diocesano almeno ogni due anni, per discutere quivi col suo clero e stabilire concordemente, sull'esempio degli apostoli, quello che sarà creduto espediente per la purità della Fede, per la riforma della disciplina, per la correzione degli abusi.
53. Uniformandoci a quello che hanno stabilito nell'assemblea gli arcivescovi e vescovi, ordiniamo che i parrochi, siccome quelli che più di tutti gli altri ecclesiastici vi hanno diritto, debbano tutti esservi chiamati: ma quando la necessaria assistenza alle cure non permetterà a tutti singolarmente l'intervenirvi, possano sostituire altro sacerdote che intervenga per essi.
54. Tutti gli ecclesiastici che volessero intervenirvi saranno ammessi, essendo troppo conveniente, secondo la massima canonica, che da tutti si tratti in comune quello che tutti interessa [Egli intanto disponeva dispoticamente delle cose ecclesiastiche, senza sentire tutto il clero, e tanto meno tutti i fedeli].
55. Nei sinodi dovrà sempre intervenire un nostro regio commissario; nè saranno pubblicati gli atti, se prima non ne sia accordato il _regio exequatur_.
56. Nel modo e nelle materie che si tratteranno nel sinodo, avranno più riguardo alle circostanze attuali e ai bisogni delle loro diocesi, che a seguire materialmente le ordinanze e il metodo dei sinodi procedenti.
57. Nè si dipartiranno in quello che interessa la ecclesiastica disciplina da ciò che, come capo sovrano della società e come protettore dei canoni, abbiamo stabilito in questa nostra Normale, che sarà sempre inviolabilmente osservata.
§ V. — _Chiese, Funzioni ecclesiastiche ed Oratorj._
61. Il cristiano deve mostrarsi tale in ogni tempo, in ogni luogo, in tutte le sue operazioni, ma in special modo nella chiesa, che propriamente si chiama la casa di Dio. La riflessione, che in essa abita stabilmente il Figliuolo di Dio come in suo trono, dee tutti riempire di un santo orrore e rispetto. Quando la pietà era più fervorosa ed illuminata, quando i fedeli erano più vivamente penetrati dalla filiale apprensione della divina Maestà, non avevano bisogno di alcuno eccitamento sensibile. Le caverne, le prigioni, le solitudini, i cimiteri, tutto egualmente inspirava ad essi sentimenti di religione perchè a tutto suppliva la fermezza della loro fede. Nella tiepidezza dei nostri secoli non si può mai essere abbastanza solleciti intorno a questo gravissimo oggetto.
Importa dunque moltissimo che i vescovi e i parrochi si diano tutta la premura di far concepire ai loro popoli una sincera venerazione alla casa di Dio, ed inspirino in essi una giusta idea della santità degli uffizj che in essa si praticano. Ad ottenere questo fine contribuirà grandemente il mantenere nelle chiese l'ordine, la gravità, la decenza, la semplicità. La confusione distrae; la sordidezza ributta ed il lusso soverchio non fa che richiamare la curiosità, la dissipazione e le idee profane del mondo. Lasciando ai vescovi il pensare alle più minute provvidenze, che possono esigere le particolari circostanze, Noi fisseremo alcune massime generali che dovranno essere esattamente osservate in tutto il Granducato.
62. In conformità della risoluzione degli arcivescovi e vescovi, nella chiesa gli uomini saranno sempre separati dalle donne.
63. Nè sarà a queste permesso l'intervenire alle sacre funzioni con abito e abbigliamenti indecenti, e presentandosi in maniera non conveniente alla santità del luogo, dovranno esser mandate fuori dai sagrestani, senza riguardo alla condizione di persone.
64. E ad effetto che i fedeli non siano importunamente disturbati nei loro atti di religione, sarà proibito assolutamente ai poveri di questuare dentro le chiese; ma solo sarà permesso fuori della porta.
65. La incongrua celebrazione simultanea di molte messe, singolarmente nelle chiese piccole, genera disturbo e confusione e forma una idea poco analoga alla gravità di quel terribile ed augusto mistero e all'unità di quel divino sacrifizio. Quindi non sarà celebrata che una messa per volta, e i parrochi ed i sagrestani avranno tutta l'attenzione perchè le messe sieno distribuite in maniera che possano servire al maggior comodo del popolo, e ve ne siano a tutte l'ore.
66. Attesa la separazione degli uomini dalle donne, sarà necessario che l'altare a cui si celebra sia nel mezzo della chiesa, quando qualche grave ragione non esigesse diversamente. Avranno però i vescovi tutta la premura di togliere dalle chiese gli altari indecenti o superflui...
67. Le immagini sono il libro degl'ignoranti che serve ad eccitare in essi la memoria delle azioni virtuose dei santi che rappresentano. Egli è adunque assolutamente necessario che tutte, niuna eccettuata, si tengano scoperte, fuori del tempo della Passione.
68. Non sarà parimenti lecito tenere nella stessa chiesa più d'un'immagine dell'istesso santo e particolarmente della Vergine Santissima. Le diverse immagini e i diversi titoli hanno suscitato e nudrito mille inconvenienti e mille strane idee nel popolo, come se fosse una diversa persona Maria Santissima, perchè è invocata sotto diversi titoli.
69. Saranno tolti tutti i piccoli quadri, che una interessata e male intesa pietà avea introdotto di tenere esposti sotto la tavola o quadro dell'altare.
70. Tutte le immagini o reliquie che sono sotto la custodia di magistrature o di altri corpi o di qualunque persona privata o costituita in dignità dovranno consegnarsi, unitamente alle chiavi delle medesime, ai vescovi...
71. E dovendo alcuna di esse esporsi solennemente alla venerazione dei fedeli, si farà con tutta la decenza, ma senza apparato straordinario di rogito, contratto ecc.
72. Le reliquie che non hanno una morale certezza di loro autenticità, o sono fondate soltanto sopra vaghe tradizioni popolari, o che per una mal'intesa pietà servono di occasione alla superstizione del popolo, saranno assolutamente tolte via. Non può piacere a Dio un culto che non è fondato sulla verità e non mantiene i giusti confini di una regolata devozione.
73. Sarà nelle chiese proibita assolutamente ogni musica strepitosa, come atta soltanto a fomentare la curiosità e non conveniente alla gravità dei divini misteri. Non sarà permesso che il canto gregoriano, o al più una musica semplicissima, o come si dice comunemente, a cappella.
74. Saranno parimente proibiti nelle chiese sia dei secolari sia dei regolari tutti i panegirici che l'abuso moderno ha ridotto a una profana gara di eloquenza inintelligibile, priva d'alcun vero vantaggio spirituale dei fedeli. Sarà solo permessa una sugosa istruzione morale sopra quelle cristiane virtù, nelle quali più risplendette il santo di cui si abbia la festa da farsi secondo il consueto dal parroco o da chi fa le sue veci essendo esso impedito.
75. Nelle solennità o feste di qualunque santo protettore o titolare ec., si osserverà il decoro e la dignità; ma sarà assolutamente vietato il lusso e la pompa superflua, fuochi artificiali, spettacoli, fiere, corse, le quali cose saranno sempre proibite in occasione di feste di chiese, ma solo potranno permettersi nei giorni susseguenti alle feste, non mai nel giorno festivo per non distrarre il popolo dalle sacre funzioni che devono unicamente occuparlo.
76. Tutte le sacre funzioni saranno terminate prima dell'_Avemaria_ della sera, dovendo in tal tempo assolutamente esser serrate le chiese.
77. E siccome abbiamo osservato che negli anniversarj solenni spesse volte ha più luogo una certa vanità che un vero spirito di religione, e che dall'altra parte le funzioni ecclesiastiche e singolarmente le messe solenni debbono riguardare tutto il cristianesimo, così siamo venuti nella determinazione di abolire, come aboliamo di fatto, tutti i così detti mortori e gli anniversarj particolari, ferma stante la messa di _Requiem_ e le solite preci prescritte secondo il Rituale per ciaschedun defunto in _die obitus_, e quelle stabilite nel giorno della commemorazione solenne di tutti i defunti, e nel primo di ciascun mese, a tenore delle costituzioni della compagnia di Carità; lasciando a ciascuno la libertà di procurarsi tutti i suffragi che inspirerà loro una soda pietà, eccitando novamente lo zelo dei vescovi e dei parrochi ad istruire i fedeli sulla comunione dei santi e dei modi per suffragare i defunti.
78. Il divin sacrifizio della messa è il mistero più augusto della nostra religione, ed è un pubblico sacrifizio, a cui tutti i fedeli hanno parte. Quando le persecuzioni dei primi secoli o il furore degli eretici non permetteva che si celebrasse pubblicamente nelle chiese, furono permesse le cappelle o sia oratorj privati. Se fuori di queste occasioni si praticò ancora nelle corti dei principi, ciò fu perchè il gran numero dei familiari costituiva quasi un'estesa parrocchia. In tutte le altre circostanze la celebrazione negli oratorj privati fu sempre considerata come un abuso.
I nostri arcivescovi e vescovi credettero di potervi provvedere, se si vietasse la celebrazione in detti oratorj in tutti i giorni festivi. Noi, considerando che questi oratorj, oltre la indecenza della maggior parte, non servono che a distogliere le famiglie dall'intervenire alle funzioni parrocchiali, e che per lo più esistono nelle città e nelle case di persone che hanno tutto il comodo di andare in qualunque tempo o stagione alla chiesa, vogliamo che sia assolutamente vietato il celebrarvi la messa in qualunque giorno, nonostante qualunque breve, privilegio o licenza.
79. Quanto agli oratorj pubblici della campagna, i vescovi, previa la visita dei medesimi, potranno lasciar sussistere quelli solamente che, per essere in qualche lontananza dalla cura, facessero comodo al popolo rendendogli per altro filiali e dipendenti al parroco.
80. Tutti gli altri indecenti o inutili saranno immediatamente tolti e convertiti in altro uso.
81. Gli oratorj delle ville particolari dovran considerarsi come privati, quand'anche avessero il pubblico accesso, e resteranno egualmente compresi nella generale abolizione.
82. Negli altri oratorj che servono unicamente a comodo dei proprietarj ed abitanti delle ville potrà dai vescovi permettersi che vi si celebri la messa, nel tempo che vi stanno i padroni, purchè però non vi si facciano alcune altre funzioni.
83. Finalmente quanto ai sacerdoti di Stati esteri, che non siano impiegati al servizio di qualche chiesa delle diocesi del Granducato, si continuerà l'uso del _celebret_ e di non accordarlo se non colle dovute cautele e per pochi giorni, quando non facessero costare del bisogno di trattenersi in tempo più lungo, nel qual caso assegneranno loro la chiesa, rimettendoli sotto la dipendenza del parroco, acciò debba invigilare sopra la loro condotta.
84. Non intendiamo però che questo abbia luogo per i sudditi conosciuti del Granducato o altri attualmente impiegati nelle diocesi di esso, quando della loro esemplarità non si abbia fondamento di dubitare, essendo la celebrazione della messa un diritto ordinario dei sacerdoti.
§ VI. — _Pubbliche preghiere, processioni ecc._
85. Nelle pubbliche preghiere si conserverà, per quanto è possibile, una morale uniformità; ma importa anche più che non vi sia niente di falso, di superstizioso ed erroneo.
86. Abbiamo sentito con particolare soddisfazione il pensiero che si sono dati i nostri arcivescovi e vescovi della riforma del Breviario, appoggiandone l'incombenza ai tre arcivescovi del Granducato. Siamo persuasi che si daranno tutta la premura di corrispondere ad un'impresa così degna e nobile. E perchè colla maggiore celerità ed esattezza possa ridursi al desiderato fine un lavoro sì vasto, sapendo Noi le immense occupazioni dell'episcopato, abbiamo creduto necessario aggiungere ad essi tre teologi che ci riserviamo a nominare, col parere e consiglio dei quali potranno con più facilità corrispondere all'espettazione nostra e di tutta la Chiesa toscana [Fin per la riforma de' breviari volea mettere suoi affidati. E proibiva uffizj ecclesiastici, costui].
87. Fino a tanto però che si aspetta questo lavoro, Noi, sull'esempio di altri governi, proibiamo espressamente in tutto il nostro dominio l'officio di Gregorio VII come contenente massime sediziose ed erronee...
88. Si daranno eguale premura, coll'ajuto degli stessi tre teologi da nominarsi come sopra, di terminare la traduzione del Pontificale e del Rituale in lingua italiana e la compilazione di un manuale, in cui si abbiano gli uffizi tradotti in volgare delle principali feste dell'anno, l'ordinario della messa ecc., onde serva al popolo per farlo entrare nello spirito delle preghiere e dei riti ecclesiastici.
89. Quanto alle pubbliche preghiere da farsi nelle parrocchie, Noi ci rimettiamo fino a nuovo ordine ai Regolamenti già veglianti, raccomandando solo a tutti i vescovi e parrochi di procurare che il popolo entri nello spirito della preghiera e non sia come un tronco arido, proferendo ciò che non può intendere.
90. Mantenendo pertanto quello che riguarda il rito universale della Chiesa nei publici uffizj, procureranno almeno di far sempre recitare al popolo fervorose orazioni, inni o litanie in lingua toscana; e faranno egualmente recitare gli _Atti di Fede, Speranza e Carità_, il _Credo_, il _Pater noster_, e l'_Ave Maria_ in lingua volgare.
91. Le funzioni parrocchiali del dopo pranzo saranno terminate dalla benedizione del Venerabile colla pisside, incaricando i vescovi d'invigilare perchè sia tolto l'abuso dell'eccessiva frequenza nell'esporre solennemente il divin sacramento, specialmente nelle novene o tridui de' Santi o per private ragioni, come di malattie, di particolari ecc.
92. Le funzioni parrocchiali non saranno mai tralasciate e interrotte per qualunque solennità o festa di santo che possa occorrere; e perciò i parrochi non si assenteranno mai nei giorni festivi dalla cura, specialmente in campagna sotto qualsivoglia pretesto senza una vera necessità e molto meno per andare ad altre feste, ville e altrove.
93. Gli sconcerti e i disordini che nascono dagli straordinari concorsi a chiese o santuari lontani e gli altri che nascono dalle processioni e pellegrinaggi sono grandissimi. Per toglierne adunque ogni occasione, Noi proibiamo assolutamente tutti i pellegrinaggi pubblici e in corpo, e specialmente tutte le processioni, escluse quelle di rito universale della Chiesa, come della Purificazione, delle Palme, del Giovedì e Venerdì santo, delle Rogazioni e del Corpus Domini.
94. Nelle processioni interverranno i fratelli della compagnia di Carità della parrocchia; e sarà proibito assolutamente qualunque invito o ammissione dei fratelli delle altre cure anche nella processione del _Corpus Domini_, eccettuatane quella solenne che si fa nella mattina alle respettive cattedrali. Sarà però sempre vietato l'intervento di persone colla cappa, minori della età prescritta dalle costituzioni.
§ VII. — _Feste, digiuni ecc._
95. La soverchia ed incomoda moltiplicazione delle feste ha prima d'ora determinato l'augusto nostro genitore a stabilirne una moderata riduzione, contentandosi di togliere la proibizione delle opere servili, restando in alcune il solo obbligo della messa.
L'esperienza ha fatto conoscere che questo rimedio non è stato bastante. Essendo rimasta una idea di festività a questi giorni, che diconsi di non intiero precetto, si considerano ancora da molti come giorni festivi; e col togliere al popolo l'obbligo della intera santificazione non si è conseguito, quanto bisognava, l'intento di renderlo applicato al lavoro. Spesse volte la necessità di aspettare o di andare in cerca della messa in specie nella campagna somministra il pretesto di passare nell'oziosità tutto il rimanente del giorno. Quindi è che vari sovrani han creduto necessario che fosse tolto affatto questo obbligo della messa, per ottenere così la troppo necessaria applicazione al lavoro.
Entrando Noi nei medesimi sentimenti, e persuasi delle troppo giuste ragioni che vi sono, determiniamo che dai vescovi sia tolta affatto l'obbligazione della messa dai giorni di non intero precetto, restando in piedi le altre feste come sono attualmente [Determina, egli granduca, l'obbligo o no di sentir la messa e di digiunare!].
96. E siccome, tolta la solennità, sembrerebbe fuor di luogo il digiuno che alcune di esse aveano annesso alla vigilia, così seguendo l'esempio di altri sovrani, incarichiamo i vescovi di trasferire all'Avvento questi digiuni, fissandoli cioè stabilmente nella quarta e sesta feria di ciascuna settimana dell'Avvento.
97. Ma se noi abbiamo creduto vantaggiosa al bene dei nostri popoli questa determinazione riguardo alle feste, vogliamo però che i vescovi ed i parrochi si diano tutta la premura perchè quelle che restano siano santificate con maggiore esattezza ed impegno. _Seguono norme per l'osservanza delle feste._
§. VIII. _Patrimonj ecclesiastici, Benefizj._
104. È troppo importante che i beni dati alle chiese siano distribuiti secondo lo spirito dei donatori, e servano a mantenere utili ministri, non a fomentare l'ozio e la vanità di cherici indisciplinati. È un abuso troppo frequentemente osservato, che, mentre un buono e zelante ecclesiastico, che si confina nelle solitudini e nell'orrore d'un bosco per servizio di una cura, appena ha con che vivere meschinamente, privo talvolta della necessaria abitazione, un benefiziato inutile alla Chiesa e gravoso alla società vive agiatamente e con lusso, senza darsi alcun pensiero degli obblighi che ha radicalmente contratti nell'investitura del benefizio. I beni che si danno agli ecclesiastici debbono servire a mantenere i ministri operosi, e non sono un temporale stabilimento per chi non ha nè capacità nè zelo nè vocazione.
Fissata dunque la massima che sieno tolti affatto i così detti benefizj semplici che non prestano alcun servizio alla Chiesa, e fissata parimente la massima che tutti coloro che saranno promossi all'ordinazione debbano essere incardinati al servizio di qualche chiesa, i vescovi, a misura che anderanno vacando detti benefizj, faranno a Noi le opportune proposizioni, in conformità di quello che vogliamo Noi costantemente osservato.
105. Tutti i benefizj semplici di libera collazione o di padronato ecclesiastico saranno alla prima vacanza aggregati ai respettivi patrimonj ecclesiastici.
106. Saranno parimente abolite tutte le collegiate, dovendo restare le sole cattedrali, e le rendite dei canonicati saranno aggregate ai patrimonj suddetti, a misura che anderanno vacando.
107. Le rendite dei canonicati in tal guisa soppressi resteranno agli attuali possessori, finchè vivono, e sarà premura del vescovo impiegare i predetti canonici in servizio della diocesi.
108. Lo stesso dovrà farsi di tutte le uffiziature o cappellanie, pii legati di messe ecc., che non potessero per mancanza di ministri essere adempite, o per giuste ragioni dovessero essere abolite.
109. Tutti i beni dei conventi dei Regolari soppressi, o che sarà creduto espediente sopprimere in avvenire, saranno aggregati ai patrimonj rispettivi come sopra.
110. Siccome non è conveniente che il parroco debba fare l'esattore, specialmente sopra i suoi popolani, così vogliamo che i canoni, i censi o simili altri diritti di appartenenza delle cure siano uniti ai patrimonj, i quali passeranno al parroco simili frutti e canoni.
111. La distribuzione delle rendite ecclesiastiche, secondo l'antica disciplina e gli esempj apostolici, fu riservata ai vescovi; nell'istessa guisa colle rendite dei patrimonj stabiliti, si penserà dai vescovi, colla reale nostra approvazione, a provvedere all'onesto mantenimento dei parrochi, accrescendone la congrua dove sia necessario, fissando un assegnamento a quei cappellani, curati o ecclesiastici inferiori e cherici, che saranno creduti necessarj al servizio delle chiese, dovendo togliersi l'abuso che fa credere necessaria la celebrazione della messa per vivere coi beni delle chiese, ai quali si serve attualmente. I diaconi ed i ministri inferiori partecipavano egualmente nei primi secoli delle distribuzioni ecclesiastiche come i preti, perchè come i preti essendo addetti al servizio della Chiesa hanno l'istesso diritto di essere mantenuti. L'avere alterato questa disciplina ha moltiplicato eccessivamente i sacerdoti, e non ha fatto considerare gli ordini inferiori se non come gradi per giungere al sacerdozio, che solo dava la sussistenza.
112. Quanto ai soccorsi straordinarj che in casi particolari potessero occorrere nelle respettive diocesi, i vescovi, di concerto coi regj amministratori, ne faranno l'assegnazione compatibilmente alle forze del patrimonio, con obbligo agli stessi amministratori di darcene ogni anno uno speciale ragguaglio.
113. L'erezione di nuove cure, dove saranno credute necessarie, e la restaurazione delle chiese già esistenti o delle abitazioni dei parrochi saranno parimente a carico dei patrimonj, quando non siano di padronato privato.
114. Sistemate in tal guisa le cose, tutti i benefizj si avranno come risedenziali, e tutti i benefiziati dovranno servire alla chiesa a cui saranno aggregati.
115. I canonici saranno soggetti alla stessa legge, siano di libera collazione, siano di padronato anche laico; eccettuato soltanto quegli individui che fossero impiegati attualmente in servizio di qualche parrocchia per commissione del vescovo o nel servizio generale della diocesi, o nelle pubbliche lezioni nei seminari, o accademie ecclesiastiche o nelle università del Granducato.
116. Ridotti così i benefizj a risedenziali, nessuno potrà avere più d'un benefizio; sarà però a carico dei patrimonj ecclesiastici aumentare la prebenda, quando non fosse sufficiente ad un onesto e respettivo mantenimento.
117. Non sarà ammessa alcuna sostituzione o coadjutoria colla speranza della successione, dovendo sempre essere nella scelta dei ministri ecclesiastici una pienissima libertà.
118. Se alcuno per malattia o per l'età o per qualunque altra giusta cagione non potrà più servire alla chiesa, quando la cagione sia permanente, sarà sostituito un altro da chi spetta, lasciando all'impotente benefiziato il titolo e il congruo sostentamento: se la cagione sarà passeggera, quando sia necessario, sarà supplito in qualche maniera, di commissione del vescovo.
119. Quanto ai benefizj di padronato laico, Noi vogliamo che sieno soggetti alle istesse leggi, escluso ciò che interessa il diritto dei patroni.
120. Gradiremmo per altro che i patroni si prestassero a qualche conveniente concordato, per cui, rintegrati in quei temporali diritti ed interessi che potessero avere sul patronato, restasse poi il rimanente al servizio libero della chiesa. Quando qualche patrono si presterà a quell'accomodamento, i vescovi unitamente al patrono ne fisseranno la condizioni per farne in seguito a Noi la proposizione.
121. Questo concordato dovrà però farsi assolutamente quando il benefizio di padronato non darà al benefiziato la congrua sussistenza.
122. Attesi gli sconcerti, i partiti, le simonie che troppo spesso nascono nella collazione di benefizj di data di popolo, e corrispondendo ai desiderj concordi dei nostri arcivescovi e vescovi, aboliamo tutte affatto simili date o nomine, volendo che tutte le parrocchie o cure siano conferite liberamente dai vescovi secondo le forme canoniche e secondo gli ordini veglianti in Toscana, derogando a quest'effetto a tutti gli usi e consuetudini in contrario, e lusingandoci che la prudenza e la vigilanza de vescovi potrà meglio provvedere allo spirituale e temporale vantaggio dei popoli alla loro cura affidati, giacchè i popoli stessi, oltre al non potere avere le necessarie cognizioni, possono troppo facilmente lasciarsi prevenire da mire o interessi particolari.
§ IX. — _Sponsali e Matrimonj._
123. Niuna cosa interessa maggiormente la società e lo Stato che il contratto del matrimonio. La pace e la prosperità delle famiglie, la educazione dei figli costituiscono il vero fondamento della pubblica felicità perchè formano i sudditi tranquilli, i cittadini fedeli, gli uomini onesti. Ma d'ordinario non si ottiene nè l'uno nè l'altro fino quando nel matrimonio non si ascolta che la passione, il trasporto, il capriccio. Il divino nostro Redentore, nell'aggiungere la grazia del sacramento al contratto, non solo volle darci una pruova della immensa sua carità, ma volle ancora ammonirci dell'importanza di questo contratto e della difficoltà di bene adempirne i doveri.
Nel conferire però agli sposi la celeste sua grazia, non mutò il sistema della società, nè la natura del contratto, nè arrestò l'influenza che egli ha sulla felicità dello Stato. Il civile contratto restò sempre subordinato alle leggi della società, e il sacramento sempre soggetto all'autorità della Chiesa. Tutti i sovrani si credettero sempre in diritto di regolare e dirigere quello che riguarda il primo, come debitori del buon ordine e della tranquillità dei principati.
124. L'assemblea degli arcivescovi e vescovi del nostro dominio volendo animarci a provvedere ad alcuni inconvenienti, ci rammentò i sovrani nostri diritti sul contratto del matrimonio, che noi non distinguiamo dai precisi nostri doveri. Noi dunque, lasciando alla spirituale autorità della Chiesa quello che riguarda il sacramento, intorno a cui incarichiamo i vescovi d'invigilare attentamente perchè siano esattamente osservate le leggi canoniche, daremo alcune necessarie provvidenze per quello che è di competenza della nostra dignità.
125. Attesi gl'inconvenienti che nascono dalla frequenza delle promesse di matrimonio, alle quali s'induce facilmente la gioventù più per un effetto di passione passeggera che per una ponderata determinazione, vogliamo che in tutti i tribunali del Granducato, ai quali appartiene la cognizione di simili cause, sia negata ogni azione a dette promesse, o sia sponsali _per verba de futuro_, ma sia soltanto ammessa per il rifacimento di danni e spese.
126. I matrimonj segreti, resi troppo frequenti, non servono che a fomentare il vizio e lo scandalo e a far nascere delle dissensioni nelle famiglie. Restano perciò da qui avanti assolutamente proibiti, dovendosi celebrare tutti pubblicamente colle solite denunzie e formalità. Il matrimonio è un contratto e un sacramento solenne e grande, a cui nessuno dee essere ammesso se non con piena cognizione di causa e di sua spontanea volontà, e di cui nessuno dee arrossire se è fatto come conviene; e che non deve permettersi quando si faccia in maniera da doverne arrossire.
127. Volendo ancora mettere riparo ai matrimonj fatti tumultuariamente e per sorpresa, i quali dovrebbero piuttosto considerarsi come attentati contro il buon ordine pubblico che come contratti legittimi, ordiniamo che in questa parte siano di cognizione dei tribunali criminali, e soggetti a quelle pene, che, secondo le circostanze dei casi, le leggi prescrivono contro le violenze.
128. Quanto ai vaghi, approviamo la determinazione dell'Assemblea, che i parrochi non procedano mai alle denunzie senza la licenza del respettivo nostro regio giusdicente, che si darà tutta la premura di prendere le dovute informazioni intorno allo stato e alla condizione di coloro che si presenteranno per celebrare il matrimonio.
129. Quello però che esige un più efficace rimedio sembra essere la soverchia estensione di alcuni impedimenti, che senza alcun vero vantaggio alla Chiesa, non fanno che arrecare grave inquietudine allo Stato.
La necessità e l'uso di dispensare come per regola da alcuni impedimenti è una dimostrazione che la proibizione divenne inutile. Una legge da cui è dispensato chi vuole, e tutte le volte che vuole, in sostanza non opera alcuno effetto reale. La supplica e lo sborso della somma richiesta formano da molti anni tutta la ragione della dispensa. Interessa troppo lo Stato che la dispensa non si accordi se non vi è giusto motivo; e se vi è giusto motivo interessa parimente lo Stato che siano sgravati i sudditi da questo peso, pagato ad una Corte straniera.
Considerando Noi dunque questi inconvenienti, ed esaminato maturamente quello che poteva convenire al vantaggio dei nostri amatissimi sudditi, abbiamo risoluto di fissare nel contratto del matrimonio un sistema più spedito e più giusto, che favorisca quanto è possibile la libertà dei matrimonj senza favorire una irragionevole licenza.
Quindi facendo uso della incontrastabile nostra sovrana autorità [Son notevoli queste ripetute asserzioni della propria sovranità, quando appunto vien usata in materie incompetenti], vogliamo che gl'impedimenti di pubblica onestà e della cognazione spirituale non ostino in alcuna maniera alla validità del contratto matrimoniale, che da qui avanti non saranno più considerati come irritanti detto contratto, nè potranno pregiudicarvi per qualunque riguardo.
130. Vogliamo egualmente che l'impedimento non meno dell'affinità che della cognazione proveniente da qualunque lecita o illecita congiunzione, sia ristretto al quarto grado a forma della computazione civile, o sia al secondo a forma della computazione canonica.
131. I contratti di matrimonio celebrati secondo questa nostra ordinazione saranno riconosciuti per validi in tutto il Granducato, e ci lusinghiamo che i vescovi si faranno un dovere di secondare le sovrane nostre determinazioni per quello che riguarda il sacramento, intorno a cui ne lasciamo ad essi il pensiero.
132. Reso in tal maniera valido il contratto senza ulteriore bisogno di dispensa nei casi accennati, quando concorrano le altre condizioni necessarie, non potranno i parrochi negare a simili contraenti la benedizione o sia il sacramento.
133. Non trascureranno poi in queste occasioni, secondo l'avvertimento lodevole del Rituale romano, di dare brevi e giudiziose istruzioni intorno alla santità di questo sacramento, ai doveri dello stato matrimoniale e alle disposizioni colle quali deve abbracciarsi.
134. Quando i contraenti mancassero di tali cognizioni, e singolarmente quando ignorassero gli elementi della dottrina cristiana che sono a tutti i fedeli necessari, non si ammetteranno in alcuna maniera al sacramento.
§ X. — _Giuramenti._
135. Il giuramento è un atto dei più grandi e solenni dell'augusta nostra religione, e non dee usarsi giammai senza un sommo riguardo e timore. Non abbiamo mai potuto considerare senza un gravissimo rincrescimento l'abuso introdotto da lungo tempo, per cui è divenuto insensibilmente come una formalità forense, che si esige senza necessità e si presta senza riflessione, e quindi espone un gran numero di fedeli o poco religiosi o ignoranti allo spergiuro e alla profanazione del nome venerabile dell'Altissimo.
Volendo dunque rimediare ad un male sì detestabile che porta seco le conseguenze più pericolose allo Stato e alla Chiesa, ordiniamo che siano aboliti tutti affatto i giuramenti che si esigono nei tribunali e nelle curie tanto ecclesiastiche quanto secolari; siccome quelli ancora che si prestano nell'atto dell'ammissione alle cariche, uffizi, università, benefizi e in qualunque atto curiale, compresi ancora i giuramenti suppletorj nelle cause matrimoniali, nelle fedi dello stato libero ecc.
136. S'intendano parimente vietati tutti i giuramenti che si prestavano nei privati o pubblici contratti, nelle promesse ed in qualunque altra sponsione o trattato, in cui fosse introdotto l'uso del giuramento o potesse introdursi in avvenire.
137. Per le istesse ragioni e per altre gravissime sarà assolutamente proibito a tutti gli eletti vescovi del nostro dominio, prima o dopo della loro consacrazione, prestare alcun giuramento a chicchessia, anche al sommo pontefice, e singolarmente quello che si è introdotto negli ultimi tempi dalla curia romana, non solo come contenente espressioni poco decorose al loro grado, e pregiudiciali all'originaria autorità dei vescovi, ma eziandio come lesive dei sovrani nostri diritti e capaci di seminare dissensioni, discordie sospetti.
138. Potranno quindi i vescovi del nostro dominio eletti o da eleggersi in avvenire, promettere al papa, come successore nel primato di san Pietro, la obbedienza canonica, a cui sono egualmente tenuti anche senza promessa; ma verrà considerata come una trasgressione di questa nostra sovrana determinazione qualunque altra promessa o giuramento introdotto per il passato, o che potesse novamente introdursi.
139. Nel caso di trasgressione saranno considerati come incapaci di alcun benefizio in Toscana, e si passerà immediatamente alla elezione di un altro soggetto, considerandosi come decaduto dal diritto di qualunque preventiva nomina ed elezione.
§ XI. — _Regolari e Monache._
140. I Regolari non furono ammessi nel clero se non in quanto si credettero utili a cooperare alla santificazione dei prossimi, dipendentemente dai parrochi [Potrebbe dimostrarsi che v'erano monaci prima che parroci]. Il sacerdozio di cui furono nei secoli a noi più vicini rivestiti non potè avere altro oggetto. Tutti i privilegi usi ed esenzioni che gli dispensano da questo dovere saranno considerati come nulli ed abusivi.
Perchè però il servizio che prestar dovranno alle cure produca il desiderato vantaggio, Noi ordiniamo quanto in appresso.
141. I vescovi proporranno il più presto che loro sia possibile una nota del numero dei conventi e degl'individui che credono utili alla loro diocesi tra quelli Ordini che da Noi si stabilirà di conservare.
142. Saranno però esclusi da questo numero tutti i forestieri non naturalizzati, i quali non dovranno più tollerarsi in Toscana.
143. Tutti i Regolari che avranno fatto i loro corsi di studio fuori di Toscana o saranno ammessi alla vestizione o agli ordini, o ai concorsi fuori di Toscana, saranno considerati assolutamente come forestieri e quindi parimente esclusi.
144. Nessuno potrà vestire l'abito regolare di qualunque Ordine sia, prima degli anni ventuno, nè potrà professare prima dei trenta.
145. Essi dipenderanno totalmente dai vescovi diocesani negli studj e nelle ordinazioni come i chierici secolari, ferma stante la dottrina di sant'Agostino e il metodo di cui si è parlato di sopra.
146. I vescovi o in persona o per mezzo di delegati visiteranno frequentemente i loro conventi e s'informeranno esattamente dei loro costumi e dei loro studj.
147. Quando saranno chiamati dai parrochi in servizio delle parrocchie non potranno esentarsi per qualunque motivo dalle domestiche loro osservanze, dovendo precedere il servizio generale del popolo alle private loro regole.
148. Nel tempo delle funzioni parrocchiali, i Regolari dovranno sempre tener chiuse le porte delle loro chiese, nè potranno fare alcuna funzione, sia in città, sia in campagna.
149. I Regolari non potranno mai predicare al popolo anche nelle loro chiese, senza mostrare le loro prediche al vescovo o al parroco, nella cui parrocchia volessero predicare; esclusi però i panegirici, quali debbono essere affatto aboliti, giacchè l'abuso gli ha resi una vana pompa di eloquenza ed un ozioso pascolo di vanità.
150. Potranno fare le feste dei santi del loro ordine, ma non mai nei giorni festivi d'intero precetto.
151. Non saranno mai in alcun caso destinati per confessori di monache anche del loro Ordine.
152. Non eserciteranno cura di anime, se non quelle che si credesse opportuno per ora di lasciare annesse al loro convento.
153. Se fossero richiesti per altre cure, potranno accettare, purchè siano prima dai vescovi secolarizzati, previo il nostro assenso.
154. Quanto agli educatori, che sono presso alcuni Ordini regolari, avendo conosciuto per esperienza che sono piuttosto una specie di noviziato che un vero educatorio; e dall'altra parte non esser verosimile che persone ritirate dalla società e dal mondo per professione possano educare utilmente i giovani alla società di cui per istituto debbono ignorarne affatto le usanze, vogliamo che siano tutti affatto aboliti. Le regole per ben vivere al mondo non si possono facilmente apprendere da chi, dovendo essere staccato dal mondo, è nella felice necessità d'ignorarne i pericoli, i mali e i rimedj.
155. Non vogliamo però che restino inutili i loro desiderj di prestarsi al vantaggio comune. Daranno quindi una nota di quello che spendevano in questi educatorj, acciocchè possa detta somma essere impiegata, in quella maniera che sarà da Noi determinato, nella educazione della gioventù, fissando, per quanto sarà possibile, in tutte le comunità abili maestri, che attendano ad istruirla nelle lettere e nella religione.
156. Invigileranno i vescovi che i Regolari siano restituiti alla più esatta osservanza. Non permetteranno loro di andar soli, nè di pernottare fuori del convento per verun titolo. Che se in qualche caso o per assistere ai malati o per viaggio o per villeggiatura o altra necessità dovranno pernottare fuori del convento, debbono ottenere in iscritto la licenza del loro superiore, ed in questa dovrà essere espresso il tempo e il luogo per cui sarà concessa; e i vescovi invigileranno perchè i respettivi superiori non ne abusino.
157. Finalmente non si ammetteranno in Toscana dispense o privilegi di qualunque sorta che ottenessero i Regolari da Roma per esenzioni, ranghi, titoli nell'Ordine loro, ma tutti dovranno seguitare le proprie costituzioni, e nel caso che convenisse per alcuno individuo qualche esenzione o dispensa, potrà il vescovo diocesano esaminarne i motivi ed accordarla.
158. Le monache, quanto alle funzioni ecclesiastiche, osserveranno l'istesse regole.
159. Dipenderanno in tutto dagli ordinarj, nè potranno avere per superiore o confessore alcun regolare anche del loro Ordine.
160. Nelle loro chiese non si farà alcuna predica o istruzione se non a porte chiuse nel tempo delle funzioni parrocchiali.
161. Non potranno vestir l'abito monacale, se non compiti gli anni ventiquattro, nè faranno voti perpetui fino agli anni quaranta, volendo Noi che in ciò sia pienamente rinnovata la disciplina degli antichi canoni. Se vorranno fare alcun voto prima di questo tempo, non potrà essere che d'anno in anno.
162. Nei monasteri non si ammetteranno ragazze in educazione.
163. Finalmente i vescovi avranno tutta la premura di destinare per direttori o confessori di monasteri uomini di provata virtù.
164. Sopratutto però i vescovi saranno discretamente facili ad accordare alle monache la permissione di portarsi nelle case dei loro parenti, o in villa a mutare aria, o di assentarsi dal monastero per qualunque altro ragionevole motivo e per tempo discreto, assicurandosi però della onestà e illibatezza di coloro, ai quali saranno raccomandate nell'assenza.
165. Riguardo alle doti, vestizioni, regali, esame di vocazione, vita comune ecc., vogliamo che restino pienamente in vigore gli ordini finora emanati che non sono contrarj a queste nostre sovrane determinazioni.
§ XII. — _Tribunale della Nunziatura_.
166. Avendo Noi risoluto che i vescovi rientrino nell'esercizio dei loro originarj diritti, come esige il bene dei nostri amatissimi sudditi e come era di nostro dovere, il tribunale della Nunziatura che in Toscana esercitava quei diritti che l'abuso avea impedito finora ai vescovi di esercitare, viene ad essere affatto inutile.
La religione, il buon ordine, la tranquillità dello Stato, tutti esigono dalla nostra sovrana vigilanza che niente possa disturbare il sistema attuale, che la più seria ponderazione preceduta da una lunga esperienza ci ha determinato a fissare. Se i vescovi esercitano per se stessi tutto il pastorale ministero e la giurisdizione accordata loro da Cristo, ogni altro tribunale o ministro, è gravoso e non può che alterare la semplicità dei giudizj.
Adunque vogliamo resti interamente ed in tutta la sua estensione abolito e soppresso il detto tribunale della Nunziatura in Toscana, e cessi qualunque giurisdizione che vi esercitava il Nunzio sul clero tanto secolare che regolare.
167. Che il Nunzio pontificio venga a tutti gli effetti considerato unicamente come ambasciatore della Corte di Roma e per i soli affari secolari della medesima, e gli si debbano le sole distinzioni e diritti competenti a tal carattere.
168. Gli cesseranno parimente tutti gli altri privilegi, esenzioni, prerogative, e specialmente qualunque giurisdizione spirituale e facoltà di dare dispense e qualunque autorità sopra i vescovi e regolari in Toscana, ai quali tutti resta vietato per conseguenza il ricorrervi.
169. Nè gli competerà facoltà o dritto alcuno anche sopra i nazionali abitanti in Toscana, estraneo alla qualità di ambasciatore della Corte di Roma, come non compete a qualunque altro ministro estero anche sopra i nazionali.
170. Finalmente le cause tutte che si agitavano nel Tribunale della Nunziatura apparterranno e si devolveranno agli ordinarj del Granducato, come debbono appartenere secondo gli antichi canoni e la costituzione della Chiesa.
171. Che se alcuna volta nascerà qualche caso che spetti al primato, di cui è rivestito il romano pontefice, quando si eleggesse trattarlo per mezzo del nunzio o ambasciatore pontificio, sarà considerato in simili affari come un incaricato straordinario unicamente, non come ordinario ministro della Corte di Roma.
172. Essendo nostra assoluta volontà che si restituisca, per quanto si può, la ecclesiastica disciplina che la venerabile antichità ha consacrato, senz'aver riguardo alle politiche innovazioni di tempi oscuri, l'ordine e il sistema da osservarsi in tutte le cause sarà quello che prescrivono i sacri canoni. In prima istanza la cognizione di tutte le cause puramente spirituali spetterà al rispettivo arcivescovo o vescovo diocesano. Dalle sentenze dei vescovi si darà luogo all'appello ai respettivi arcivescovi metropolitani; da questi al Concilio provinciale, la pratica del quale procureremo con tutta la premura che sia restituita. Dalla sentenza di alcuno dei tre arcivescovi del nostro dominio si darà appello agli altri due arcivescovi in prima istanza, da essi al Concilio provinciale.
173. In questa disposizione è nostra volontà che restino comprese tutte quelle cause di qualunque natura come sopra, che si portavano a Roma, o che venivano delegate ai giudici sinodali, e che spetteranno agli ordinari secondo il sistema fissato.
174. Nel modo di procedere gli arcivescovi e vescovi si uniformeranno esattamente agli ordini veglianti. _Seguono norme particolari._
§ XIII. — _Giunta ecclesiastica._
178. Alla uniformità degli studj e alla purità della dottrina che tanto è necessaria alla stabilità della religione ed alla felicità dello Stato, pare che possa dirsi abbastanza provveduto colle massime e leggi e determinazioni disegnate finora; ma il vantaggio non sarebbe permanente se non vi fosse altresì un tribunale destinato ad invigilare per la esatta osservanza delle medesime. La natura di tutte le umane ordinazioni, e molto più l'esperienza ci ammaestrano, che sempre e quasi insensibilmente si declina dalle più savie provvidenze, se non vi è chi richiami l'uomo di tanto in tanto alla regola e alla legge. Le nostre premure per la uniformità forse dopo breve giro di anni rimarrebbero infruttuose se non vi fosse chi, continuamente costituito come nel centro, vegliasse ad arrestare gli abusi e le trascuratezze che potessero nascere.
Per ovviare a questi inconvenienti, Noi abbiamo risoluto di stabilire in Firenze una Giunta ecclesiastica o sia tribunale regio censorio, composto di tre soggetti da nominarsi da Noi, che si raduneranno regolarmente due volte la settimana per invigilare e provvedere all'esatta osservanza di quanto è stabilito nella presente legge.
179. E perchè in ogni deliberazione si proceda colla maggiore cautela, ai tre soggetti componenti la detta Giunta regio-ecclesiastica saranno uniti, e da Noi nominati, tre teologi, due dei quali almeno dovranno sempre assistere alle sessioni secondo le istruzioni più dettagliate che ci riserviamo di dare ai membri di detto tribunale intorno a tutte le facoltà ed incombenze che saranno ad esso da noi confidate [Bastava ciò per trarre ogni decisione ai magistrati regj].
180. Importa ancora estremamente che non si spargano pel Granducato libri perniciosi che inspirino la irreligione o la sedizione o la diffidenza verso le più utili provvidenze. Non possiamo ricordare senza rincrescimento grandissimo come, da qualche tempo, per opera di persone inquiete ed animate dallo spirito di ambizione, personalità e vendetta, si procura in tutte le maniere di seminare la disunione, lo spirito di partito, l'odio, l'intolleranza, e sotto il manto di falso zelo ed apparente pietà con massime maligne si fa valere il pretesto di religione per illudere gli spiriti deboli ed ignoranti.
Abbiamo già preso qualche provvidenza intorno a ciò col nostro editto del settembre, proibendo in tutto il Granducato alcuni libri e fogli periodici che s'introducono da qualche tempo, che non hanno altro oggetto che turbare la pubblica tranquillità e rovesciare la religione confondendo la disciplina col domma, e spargendo colle più nere calunnie falsi sospetti sopra le persone e le determinazioni più rispettabili.
Ma quel provvisionale rimedio non potrebbe arrestare tutto il male che durerà forse finchè dureranno i privati interessi e le mire segrete di chi cerca nell'illusione del popolo i propri vantaggi.
Se tutti i fedeli potessero essere al caso di conoscere le frodi e la malignità di somiglianti libercoli, non vi sarebbe alcun pericolo. La religione non teme le insidie e le macchine dei suoi nemici; troppo è ferma e sicura contro tutti gli assalti dei male intenzionati. L'esame è la via ordinaria che conduce alla verità, quando siano trattate le materie colla carità, decenza ed onestà cristiana. Ma chi non ha lumi sufficienti corre pericolo di essere ingannato.
Per ovviare pertanto ad un tal pericolo, e per ottenere una stabile pace ed uniformità di sentimenti, che tanto interessa la religione e lo Stato, rinnoviamo tutte le leggi veglianti intorno agli stampatori e libraj, e vogliamo che da qui avanti non si possa introdurre o stampare alcun libro o foglio sotto qualunque titolo e con qualunque data riguardante materie ecclesiastiche, teologiche, morali, ascetiche, giurisdizionali, se prima non sia esaminato, riveduto e sottoscritto almeno da due dei suddetti tre teologi, destinati per consiglieri ed assessori della Giunta ecclesiastica.
181. Senza quest'approvazione, non sarà lecito a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato e condizione, di stampare e ristampare qualunque libro o foglio di qualsivoglia titolo o natura che trattasse di simili materie.
Noi ci lusinghiamo che i nostri amatissimi sudditi considerando in questi ordini le nostre cure paterne per rimuovere o toglier di mezzo tutto quello che può turbare ed alterare quella pace e quella tranquillità che è sempre stata lo scopo dei nostri desiderj, e per far fiorire la purità della santissima nostra religione, che tanto deve interessare ogni principe cristiano, procureranno di uniformarsi con quella esatta obbedienza e fedeltà di cui ci han sempre dato le prove più autentiche e consolanti.
[506] Il 28 maggio 1787 egli scriveva al governatore come le turbolenze sorte per cagion sua l'inducessero a domandare la sua dimissione da vescovo di Pistoja: e insieme chiedeagli due grazie: la prima, perdonasse a quelli compromessi nella sollevazione di Prato; l'altra la pubblicazione del sinodo. «Tutti i miei buoni parrochi, che ne hanno formati e consacrati con me i decreti, desiderano ardentemente di dare al pubblico quest'attestato della loro fede e del loro zelo per la buona disciplina ecc.». Lettera nell'arch. secreto di gabinetto, _Affari del vescovo di Pistoja_, filza XIII. Il nuovo granduca scriveva al papa, l'aprile 1794: «Quanto erano stati mal ricevuti gli Atti del Concilio pistojese, sorgente di mille scandali, di controversie, di tumulti, con altrettanto applauso è stata accettata dal popolo e dal clero delle due diocesi la pastorale del vescovo Falchi, che ha fatte totalmente abolire le novità che si era tentato d'introdurvi». _Archivio ricciano_, filza XVI.
[507] Da chi l'aveva inteso da un testimonio, fui assicurato che, quando Leopoldo tornò da Vienna a Firenze, il vescovo Ricci fu a fargli riverenza — i vescovi giansenisti facevano riverenza ai principi anche austriaci per non farla al papa; e Leopoldo l'accolse a cortesia, e lo pregò di mostrargli le lettere che un tempo gli avea scritte, e di cui desiderava rinfrescarsi la memoria. Il Ricci gliele recò: ma dopo d'allora, per quante volte tornasse all'anticamera, non fu più ricevuto: anzi una volta l'imperatore si lasciò sentire a rispondere al ciambellano: «Non ha capito che nol voglio ricevere?» e l'intesero i gentiluomini che stavano in anticamera.
[508] «All'arcivescovo Martini esposi (scrive il Ricci nelle _Memorie_), che la bolla _Auctorem Fidei_ non fu a me spedita: che doveano essergli noti gli ordini del sovrano perchè nè apertamente nè implicitamente fosse pubblicata: potei anche assicurarla che S. A. R. mi avea fatto dire che su questo affare dovea gittarsi una pietra, nè mai più parlarsene».
[509] «Questo sinodo era commendato dalle persone più probe, più illuminate, più interessate pel bene della Chiesa. Gli avversarj erano tutti i nemici d'ogni buona riforma, gl'ignoranti, i falsi devoti, i fautori delle pretensioni della curia romana, gli avversarj della dottrina di sant'Agostino».
[510] Il diritto d'esclusione arrogatosi dalle Corti di Francia, Spagna e Austria, è d'origine incerta, come d'estensione. Lo suppongono nato fin nel concilio Laterano del 1059, ma allora trattossi non dell'elezione, bensì della coronazione. L'uso abituale non rimonta che al principio del secolo passato, piuttosto per connivenza che per autorizzazione dei papi: i quali pensarono che il capo del mondo cattolico non dovesse venir eletto contro la volontà de' principi cattolici.
È probabile che ora nessuno più lo eserciterà.
[511] Anche il falso Febronio fe la sua ritrattazione in diciasette articoli, riconoscendo che le chiavi della Chiesa furono date a un solo: che quel del papa è primato di giurisdizione e perpetuo: che la Chiesa ha il diritto di determinare il senso e giudicare la dottrina delle proposizioni: che si deve obbedire alla bolla _Unigenitus_; che nei dubbj sullo stato della Chiesa deve ricorrersi al papa; che il Concilio di Trento operava liberamente, e con saviezza riservò certe dispense al papa, e la canonizzazione de' santi, e l'appellazione delle cause ecclesiastiche: che i vescovi non riconosciuti dal papa sono a riguardare come illegittimi: che esso ha pieno diritto di pronunziare intorno alla fede, ai sacramenti, alla disciplina ecc.
La ritrattazione fu ricevuta con solennità da Pio VI nel natale del 1778, e diffusa per la Germania principalmente. L'autore notificolla alla diocesi di Treveri, protestando averla fatta sincera e libera, e che darebbe fuori una confutazione degli errori in quella enunciati, come fece infatti nello _J. Febronii j. c. commentarius in suam retractationem, Pio VI pontifici m. kal. nov. submissam_, Francoforte 1781, dove per verità parve alquanto circonvolgersi nelle ritrattazioni. Lo Zaccaria fece una collezione _Theotimi Eupistini de doctis catholicis qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt_. Roma 1791. Ivi può leggersi la ritrattazione del De Dominis.
[512] _Termometro politico_ 5 luglio 1796. E sotto il 25 giugno leggesi: «Nella Lombardia si è contradistinta la scuola del giansenismo. Ognuno sa quanto lo spirito di questo sia analogo allo spirito della repubblica. Ne sono prova evidente le opinioni e più le vicende di Tamburini e di Zola».
E un Mantovani cronista scriveva: «I Giansenisti si unirono ai preti chiaritisi giacobini: alcuni lanciaronsi sfacciatamente in pubblico, ma i più avveduti vi si mischiarono con qualche riserva. Mi pareva di travedere scontrandomi in alcuni di costoro, protetti di là d'ogni lor merito dal cessato Governo, accompagnatisi per istrada con gente screditatissima, parlare dell'arciduca e del Wilzek come di ministri i più ingiusti e dispotici».
[513] Vedi qui sopra la nota 6. L'articolo troppo scarso che lo riguarda nel _Dictionnaire de biographie chrétienne_ del Migne conchiude che egli _professait, dit-on, des opinions qui n'étaient point entièrement conformes à celles de la cour de Rome; elle se raprochaient des doctrines gallicanes_. Nel 1862 si cominciò a Milano a pubblicare per fascicoli una _Storia generale dell'Inquisizione del cavaliere_ PIETRO TAMBURINI che forma quattro giusti volumi, con moltissime figure intercalate, a gran rinforzo di colori neri e rossi, dove in modo ciarlatanesco son rappresentati tutti i tormenti che mai l'Inquisizione abbia inflitti o potuti infliggere, uomini sull'eculeo, sulla ruota, alla gogna, sul fuoco, sempre con frati che fanno da manigoldi. In una _Innocenzo III ordina a Domenico Guzman la strage degli Albigesi_: in una _Clemente V e Filippo il bello stabiliscono l'eccidio de' Templari_; così figuratevi delle altre, e comprenderete come quest'opera aduli bassamente a basse passioni di moda. Vi si legge che «Dante fu accusato d'eresia, più presto per ira sacerdotale che per altro» (II, 138) mentre ognun sa che appunto d'eresia è lodato dai nemici dei preti. Fin Giovanna d'Arco è vittima dell'Inquisizione; tanto più il Porcari, e Don Carlos, e il Savonarola, al cui supplizio assiste un cardinale ridendo. L'autore disapprova tutti gli Ordini religiosi, e il _sistema misofisico, anticristiano e antisociale del celibato jeratico_, eppure de' Gesuiti non vuol decider _se sieno stati utili o nocivi allo Stato e a' costumi; ma non si può dissimulare che la loro istituzione fu infinitamente vantaggiosa al cattolicismo_ (III, 591).
Vi precede una vita del Tamburini scritta col fiele, massime _contro quei ribaldi del temporale_, e al fine di essa è detto che negli ultimi suoi anni vergò questa storia dell'Inquisizione, e la confidò al nipote del suo amico Zola.
Che c'è di vero in ciò? quest'opera deve essa pesar sulla memoria del professore bresciano, col cui nome fu ed è annunziata sui muri delle città fra le figure di miseri straziati, e di monaci strazianti?
Alcune frasi che ho citate già fecero sospettare al lettore un alito più recente, se anche non avesse dubitato che un vecchio ottagenario, potesse compiere un lavoro che, a quel tempo, richiedeva, a tacer il resto, una ricerca di libri e documenti, non solita al Tamburini, al quale il corredo storico, per rinfiancare le sue controversie era esibito dallo Zola.
Il Tamburini poi potè errare nella mutilazione d'alcune verità, nell'applicazione d'alcune dottrine, ma queste appartenendo alla scuola che non rinnega il cattolicismo, e tanto meno il cristianesimo; e cui carattere era di disobbedire protestando obbedienza: di spinger all'eccesso il rigor della morale e gli atti di pietà, e assiderar col gelo razionale il calor della vita cristiana, badando più alla giustizia di Dio che alla sua misericordia.
Ora in quest'opera v'è capitoli che si direbbero d'un pio scrittore, ma altre volte, e massime nella conclusione, v'è conculcata affatto la credenza avita, come potrebbe fare qualunque folliculare odierno, con assoluta intelligenza dei tempi ed ostinata mancanza di giudizio; non solo col soffio, ma colla fraseologia di Quinet e Michelet, vi presenta _il mostruoso simulacro chiamato il pontefice_: ripete le plebee sciatterie contro il papa-re; e vuol perfino vedere nelle streghe un sintomo della continua riconquista che il diavolo fa sopra Dio. E computando tutte le persone che perirono, non già per l'Inquisizione, ma pel cristianesimo conchiude che 17,899,600 _furono le vittime della rabbia religiosa cristiana_.
Oltre questi sentimenti affatto consoni alle effervescenze d'oggi, molte frasi tengono o del moderno come i profughi _tolti delle madri al caro eloquio_: o affatto del forastiere come _Lancre che menò di galoppo il processo a briglie sciolte_ (IV, 38). Un modo che caratterizza non solo un autore, ma un tempo, si è l'esposizione drammatica, venuta a noi coi romanzi di Walter Scott. E veri romanzi vi sono inseriti, come quello d'un Rusconi di Como, di Menico e Agnese Sturlini, di Rosalione de' Lambertenghi, probabilmente cavati da alcuno de' romanzi che imbrattano oggi la letteratura. Donde può dedursi che questa storia è una compilazione indigesta di opere, molte delle quali comparvero al fine della vita del Tamburini o dopo la sua morte, per esempio il Lorente.
Ma fin nel compilare costui si dimentica dell'esser proprio e p. e. chiama nostro regno il Napoletano (III, 504, 508, 515): e cita Ferdinando del Pozzo e Carlo Botta (IV, 398) e perfino un breve di Gregorio XVI. Più se ne dimentica ove, descrivendo a minuto e fuor affatto di proposito la biblioteca Ambrosiana, vi indica il monumento del Bossi, opera del Canova, i busti di Byron del Monti, del Pecis, della Paravicini, del Branca, dell'Oriani, fin il pavimento donato dai Litta Modignani.
La mia _Storia della Diocesi di Como_ è di qualche anno posteriore alla morte del Tamburini, eppure mi troverei plagiario, poichè in quest'opera leggesi parola per parola (IV, 38) quanto io narrai delle streghe del Comasco e della Valtellina. Quel processo degli untori di cui tanto parlare si fece in questi anni, lo avea riferito per disteso il Tamburini molti anni prima (IV, 101) e, vedete combinazione, colle identiche mie parole. Se non che io vi soggiungeva alcuni fatti di pretesi avvelenatori, perseguitati a Parigi nel 1835, e il pseudo Tamburini, questa volta ricordandosi d'esser morto assai prima, gli applica (pensate con quali incoerenze) alla febbre gialla di Livorno nel 1800, sempre però colle mie parole.
Manzoni ha pubblicato uno de' più bei lavori apologetici sulla Morale Cattolica, credendo ribattere il Sismondi. S'ingannò. Fu il Tamburini che, per mostrare quanto malo gl'Italiani intendessero la libertà e quanti danni abbia lor recato il cattolicismo, stese due capitoli, che sono _ad verbum_ i due famosi che il Manzoni confutò trionfalmente, supponendoli del Sismondi.
Non occorre di più per indurre ad assolvere il professore bresciano dall'aver commesso un libro degno solo dell'invereconda letteratura di bottega; un libro dettato collo sguajato disprezzo che oggi si usa verso un pubblico abbandonantesi alla credulità, ch'è uno de' più generali effetti delle rivoluzioni.
[514] _Esame della confessione auricolare e della vera Chiesa di Gesù Cristo._ Anno III.
[515] _Della monarchia universale dei papi, discorso umiliato alla maestà di Ferdinando IV, ed a tutti i sovrani del mondo cristiano._ Napoli 1789. Alcuno la crede opera del siciliano prevosto Minci, ajutato dallo Scotti, il quale predicando allora nel duomo di Aversa, dovette partirsene perchè credutone autore.
[516] Nel 1862 fu presentata al parlamento italiano una petizione acciocchè si erigesse un monumento al Serrao, «uno di quei _pochi_ generosi che sfidarono i fulmini papali gridando alto la verità contro gli abusi e la corruzione dei preti, minacciando fin d'allora ferire codesta tenebrosa associazione di tristi, che da 1800 anni conculca le leggi del pensiero e i diritti dell'uomo».
DISCORSO LV.
L'ERESIA POLITICA.
La rivoluzione francese, protesta e decisa rivolta contro la tradizione civile e la dottrina teologica, colla smisurata tirannia che è resa possibile dal surrogarsi della forza materiale al corso regolato della forza morale, dapprima obbligò il clero a quell'abominio che s'intitolò costituzione civile, giurata da molti, e in cui conformità molti preti s'ammogliarono senza acquistare la fiducia del popolo, il quale la riserbava a coloro che subirono povertà e martirio. Dappoi montata in frenesia, avea tentato abolire con tutto il passato anche Dio, asserendo doversi ricominciare da capo il corso dell'umanità secondo il tipo che, facendo astrazione dai fatti, le esibivano i filosofisti; e provvidenza, ordine, bene, immortalità dichiarando ipotesi, a cui surrogava le altre di fatalità, male, forza, niente.
Poco appresso riconosceva la necessità d'un Dio; e dopo un secolo di preparazione, dopo svigoriti i caratteri e invigoriti gli ordigni del Governo, la ragione nel suo apogeo inventava una religione, che fu il più stolido dei culti, subito inabissato sotto i fischi universali.
Revellière Lepeaux, uno dei direttori, che aveva inventato questo assurdo culto teofilantropico, scriveva al giovane Buonaparte conquistatore d'Italia, il 21 ottobre 1797: «Bisogna impedire che diasi un successore a Pio VI: profittar della occasione per istabilire a Roma un governo rappresentativo, e liberare l'Europa dalla supremazia papale». Ma Buonaparte, genio dell'ordine e dell'autorità, invece di _stancar la pazienza_ dei preti, come gli si ordinava, nè di secondare le beffarde antipatie de' suoi amici, che rideano d'ogni abito diverso dal loro, trattò col papa, bensì da vincitore, ma con riguardi _come se avesse centomila bajonette_. Quando egli però fu partito, la repubblica francese mandò Berthier ad occupare la _moderna Babilonia_, dove fu gridata la repubblica romana, invocando i mani de' Catoni, de' Pompei, de' Bruti, de' Ciceroni, degli Ortensj, e rapissi prigioniero in Francia Pio VI, che vi morì. I filosofi e i soldati esclamarono, «Abbiam sepolto l'ultimo papa»; i Cattolici temeano per lo meno una lunga vacanza; eppure a Venezia, cui non lo stilo della romana curia, ma la democrazia avea carpito l'essere e la libertà, fu raccolto il conclave, ed elettovi Barnaba Chiaramonti che si chiamò Pio VII, e che presto ricomparve a Roma, invocato dal popolo e dagli assennati.
L'esperienza sanguinosa anche in Francia strappava le empie illusioni; gli stessi trionfanti si trovarono spossati dalla vittoria; senza Dio, la natura parve schifosa, ironica la morale, impossibile la società dacchè mancava ogni stabile credenza, che dirigesse gli uomini in un accordo d'atti e d'opinioni; ripullulava il bisogno di fede, di religiosi conforti; tanti fanciulli rimasti orfani, tante donne vedovate, sentivano bisogno di rifuggirsi a Quello che è padre e sposo e immortale; le anime angosciate invocavano i riti ove riconciliarsi col Dio che consola; le amanti imploravano il Cristo che i loro affetti santificasse; i soffrenti, la croce che insegnasse la pazienza, e desse il conforto d'un giudizio, ove saranno rivedute le autorate iniquità dei potenti. Anche il politico disingannato conoscea dover rintracciare un'eguaglianza più reale, una libertà men fallace; il pensatore meditava melanconicamente su quella demolizione del cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell'uomo e del mondo, senza che nulla s'interponesse fra il gran tutto che rapivasi all'umanità, e il nulla in cui la si sobbissava.
Buonaparte, il quale, perchè si sentiva forte, reluttava alla tiranna de' fiacchi, la pubblica ciarla, anche fra gli scoppj di sua collera e le ubbriachezze di sua ambizione mostrò sempre e bisogno e desiderio di riconciliarsi col papa. Pertanto, appena la frenesia di superbia e di sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel 1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche. Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico, assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo. Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel 1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi, uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde, allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai loro titoli e privilegi.
Luciano Buonaparte presentando quell'atto al Corpo Legislativo esclamava: «Avventurata Francia se quest'opera fosse potuta finirsi nel 1789! Chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe risparmiato?»
Il concordato era un atto fra due potenze indipendenti, sicchè riconosceva non solo la sovranità morale della Chiesa come società spirituale visibile, ma anche il principato. Per esso la Chiesa si rialzava, ma non grondante di martirio e colla croce di legno, bensì all'ombra di una spada possente. Come indispettivano gli avvocati e i soldati a tale atto di quel Buonaparte, che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo! Eppure egli non solo ricostituì il cattolicismo col Concordato, ma la supremazia del papa sui re col richiedere da esso la sua consacrazione. In questa egli dovea giurare di mantenere la libertà dei culti. Ne concepirono scrupolo i cardinali e il pontefice; ma il cardinal Fesch, a nome di Buonaparte divenuto Napoleone, scriveva: «La promessa di rispettare e far rispettare la libertà de' culti non è che l'attuazione della tolleranza civile; non implica la tolleranza religiosa teologica, che è l'atto interiore d'approvazione; nè la parità delle altre sette. N'è prova lo stato della persona che deve prestar giuramento. Il senato sa benissimo che l'imperatore è cattolico. Il senato, che lo obbliga a seguir il Concordato, professione di fede di esso imperatore, non volle obbligarlo a un rispetto che implichi la tolleranza teologica, da cui sarebbe distrutta questa medesima fede e per conseguenza non volle esigere se non la tolleranza civile»[517].
Ma poichè la Rivoluzione avea proclamato in Francia l'unica autorità dello Stato, il che nel linguaggio ammodernato s'intitola libertà, la Chiesa veniva rimessa nella legge, ma sotto la legge; non le restava più nè personalità distinta, nè proprietà, nè potenza indipendenti; eppure si mantenevano i sospetti e le esclusioni di cui era stata circondata quando aveva e stato e potenza e proprietà e indipendenza. E stantechè l'Italia si foggia sugli esempj di Francia, neppur qua si riuscì fin adesso a trovarle luogo; riverendola anche, ma come una straniera; proteggendola come una pupilla; stipendiandola come una dipendente.
Finchè qui dominò la Francia or come repubblica or come regno d'Italia, di Napoli, d'Etruria, sulla Chiesa pesò tutta la prepotenza napoleonica, che pretendeva arrolare la volontà e le coscienze sotto i decreti. Il Concordato che venne conchiuso colla Repubblica Italiana non doveva imporre tanti sagrifizj, perocchè non trattavasi di ristabilir la religione, che mai qui non erasi abolita; laonde minori concessioni occorsero, e vi s'inserì la promessa di non fare altre novità se non d'accordo colla Santa Sede. Eppure anche qui si pubblicarono gli articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente soggiunti al Concordato, e che in tanta parte lo snaturavano: e se pei lamenti del papa si finse ritirarli, nei decreti del vicepresidente Melzi e del ministro del culto realmente sussisterono. Mutata quella repubblica in Regno d'Italia, Napoleone vi soppresse molti conventi, poi tutti; scemò le parrocchie; prefinì il numero de' seminaristi, e circondava d'esploratori il Vaticano e i cardinali[518].
Il papa, mansueto e sollecito sopratutto di conservar la religione, blandiva all'imperatore, ma le preghiere del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del prepotente, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo. Il governo pontificio spiaceva non meno ai rivoluzionarj che ai monarchici, perchè serbava ancora le libertà storiche ch'essi detestavano; non avea coscrizione, tributi moderatissimi, piene franchigie municipali; non aspirava ad ampliare i possedimenti; vero tipo d'un governo elettivo, facea vivo contrapposto all'irrequietudine gloriosa e alla democratica tirannia de' governi nuovi. Il Consalvi ministro di Stato ricusava prender parte alle guerre di Napoleone, non meno che alle coalizioni ostili ad esso: ma avendo questi rotto nimicizia al regno di Napoli, i capibanda comparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando le popolazioni alle armi; in Roma si costituirono due comitati, e coglievasi ogni occasione di palesar odio al prepotente francese. Napoleone se ne lagnava, ed è curioso il veder quanto allora insistesse perchè il papa cacciasse da Roma Vittorio Emanuele, i cui successori vorrebbero ora cacciare da Roma il papa.
Ormai nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, più non sapeva arrestarsi sulla curva, che pareva sollevarlo al vertice e lo portava all'abisso. Risoluto d'involger anche le credenze e il culto nel despotismo amministrativo, pensava impossessarsi del restante Stato pontifizio. A chi gli mostrava come un papa senza regno sarebbe di necessità servo ad un re, e in conseguenza repudiato dagli altri. Napoleone rispondeva: «Finchè l'Europa riconobbe diversi signori,» certo non era decente che il papa fosse soggetto a uno in particolare. «Ma ora che l'Europa non riconosce altro signore che me?» Vale a dire che, dimenticando esser il papa capo non della sola Europa, metteva come condizione necessaria della sudditanza di quello la servitù di tutti i popoli[519].
Pure lo sbalzar di seggio un regnante, da cui testè egli aveva chiesta la sacra unzione, produrrebbe impressione sinistra; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de' principi, rischiava di veder scandolezzate le coscienze cattoliche, dissipato il dogma dell'autorità, ch'egli tanto faticava a ripristinare: e la Chiesa potrebbe colpire ancora di maledizioni la fronte che testè aveva consacrata.
Che importa? più egli non tollera alcuna volontà reluttante alla sua; Pio continui ad essere papa, ma non impacci i grandiosi divisamenti del guerriero; nè Roma neghi all'imperatore quell'obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. «Tutta l'Italia sarà sottoposta a' miei ordini (scriveva soldatescamente al papa). Di Roma voi siete il sovrano, ma l'imperatore ne son io; i miei nemici devono esser nemici vostri. La lentezza di Roma a dar le dispense e ad approvare i miei vescovi, è insopportabile; io non posso trascinar per un anno ciò che deve compiersi in quindici giorni».
Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, guadagnar tempo, condiscendere in qualche parte per assicurare il tutto; ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non capitola colla menzogna, e al dovere di tramandar intatta l'autorità ricevuta in deposito. Consultò il sacro collegio, e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinavano pel partito più dignitoso; ricusare l'alleanza colla Francia, poichè essa condurrebbe a guerra con tutta la cristianità, provocherebbe Russi e Inglesi a perseguitare i Cattolici loro sudditi; repugnerebbe all'affezione che il pontefice deve a tutti i credenti.
Napoleone se n'offendeva, come fa sempre il prepotente agli atti di dignità, e presto procedette al segno di spossessare il pontefice, allegando la donazione di Carlomagno, che certo fu non solo più giusto, ma meno barbaro e men inurbano di lui, e trascinarlo prigioniero.
Questi ricusò allora d'investire nuovi vescovi, talchè le sedi rimanevano vacanti, scarmigliate le Chiese, conturbate le coscienze. Napoleone, la più magnifica personificazione di quel potere monarchico, che avea raccolto dal fango e ingloriava di sangue, indignavasi contro questi preti che tengono per sè l'azione sugli spiriti, pretendendo lasciare ai re soltanto il corpo; e tentò rimediarvi col fare dall'alto clero di Parigi dichiarare, che sta a ciascun Capitolo il conferire l'amministrazione della diocesi al vescovo eletto dal principe, senza bisogno dell'istituzione pontifizia. Allora obbliga tutti i Capitoli dell'impero e del regno a rispondere a tal dichiarazione. I più in Italia vi aderirono; tanto pareva impossibile resistere a un così forte: anzi i nostri aggiungevano che il corpo dei vescovi in attività rappresenta la Chiesa; che qualunque istituzione di Roma è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa; che l'istituzione canonica e la professione di fede e di obbedienza sono restrizioni, messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, la quale è d'origine divina al pari della papale[520].
Coloro che credono tutto novità perchè non vogliono la fatica di guardare ciò che fu jeri, comprendano che, anche vivi noi, bollí quanto oggi quel conflitto, deplorabile ma forse necessario, della potenza materiale colla morale, del sistema politico col religioso, del popolo vero col popolo letterato e officiale.
Forte dell'altrui pusillanimità, Napoleone intima a Parigi un Concilio di tutti i prelati del regno e dell'impero, assumendosi la parte che Costantino imperatore sostenne al Concilio di Nicea. A quell'assemblea fu proposto: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusar il suo concorso agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il concistoro fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Può il papa rovinar la Chiesa col ricusare l'istituzione ai vescovi? — Come prevenire che il papa non diffonda bolle di scomunica, eccessi repugnanti alla carità cristiana e all'indipendenza dei troni?».
Ma i vescovi congregati ripigliarono quel coraggio che disgiunti aveano perduto, e proposero una questione pregiudiziale; se avessero diritto a radunarsi senza il beneplacito del pontefice. Per tanto elusero le quistioni; spedirono al papa la loro sommessione, e l'imperatore affrettossi a scioglierli. Così fu causato l'imminente pericolo d'uno scisma.
Contro quel caparbio di papa che persisteva nel _non è lecito_ e nell'asserire il diritto, gl'idolatri della forza non rifinivano di declamare, quasi portasse la rovina d'Italia e della religione; essi che applaudirebbero quando il vescovo di Cantorbery a nome del suo clero s'inginocchia alla regina Vittoria per porgerle una supplica, premettendo la professione di credere fermamente la supremazia della Sovrana sulle materie ecclesiastiche. Pio VII, che ricordava sempre la mano che rialzò gli altari, non quella che minacciava schiaffeggiarlo, e che diceva, «Se non fosse dovere pel successore di san Pietro il risedere in Roma, ameremmo fissarci in Francia», rassegnavasi agli oltraggi del forte e dei vili; e «Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non ne eravamo indegni. Il mio predecessore ne' giorni prosperi avea l'impeto d'un leone, e morì da agnello: io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all'imperatore scriveva: «Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno; che non risparmierà qualsiasi grandezza; si mostrerà, e presto, in forma terribile, e i forti saranno giudicati fortemente». Ai sudditi suoi ne' paesi occupati dichiarava non poter esser lecito qualsiasi atto che direttamente o indirettamente tenda a coadjuvare una usurpazione così notoriamente ingiusta e sacrilega, ed a stabilirne e consolidarne l'esercizio»[521].
Intanto vescovi e cardinali stavano dispersi e relegati, come li vedemmo noi testè. Roma deperiva, vedovata del papa e della Corte, che ne alimentavano la vita: pochi traviarono; la fede produceva la speranza, e «la resistenza di questi pretocoli (scrive Cesare Balbo) fu veramente meravigliosa; fu la sola resistenza italiana di quel tempo».
Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l'impero, dove l'obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i primarj comandamenti di Dio[522]. Le coscienze restavano turbate; gli onest'uomini vacillavano nell'eseguire gli ordini dello scomunicato; il popolo rabbrividiva e pensava quel che De Maistre diceva alto: «Napoleone se la piglia col papa; la sua ruina è certa».
In fatto lo scontento de' popoli ispirò fidanza ai nemici, che presto spezzarono il colosso. Nel congresso radunatosi nel 1815 per rassettare l'Europa, si considerò come se il papa non fosse mai stato tocco, e gli si restituirono i dominj, salvo alcuni brani pei quali esso protestò. D'immensa letizia giubilarono gl'Italiani pel ritorno del pontefice. Ma la rivoluzione che alla democrazia, alle forze molteplici, alla fede avea sostituito la monarchia, la forza, l'unità materiale, conculcando il municipio, l'autorità, il passato, obbligò ad accettare le novità introdotte da essa, e stabilire un governo centrale, invece d'una confederazione di municipj, quale fin allora era lo Stato pontifizio. Quindi numerosi impiegati, imposte e tutto il resto, eccetto la coscrizione; e del non aver voluto questo tributo di sangue si fece e si fa principal carico ai papi, in un tempo ove gli Stati non ottengono considerazione che pel numero de' soldati. Confondendo l'amministrazione della città collo Stato, concentrando moltissimi affari e tutto il potere esecutivo nella segreteria di Stato, si spense la vita municipale, e si sminuì la partecipazione de' cardinali alla sovranità. Di ciò vediamo le conseguenze.
Nell'ecclesiastico la cura primaria de' pontefici fu restaurare la disciplina, e accordarsi coi principi per regolare le reciproche relazioni della Chiesa collo Stato. Riusciva difficile il combinare coll'inveterata disciplina le nuove pretensioni filosofiche e giansenistiche, adottate dai regalisti; e i principi, che tanto aveano bisogno di assodare l'autorità, la scassinavano col mostrare gelosia di colui che n'è il simbolo e la fonte; e cercavano lode dai liberal-astri coll'abbattere qualche ostacolo che i privilegi ecclesiastici mettesser all'onnipotenza amministrativa.
Negli Stati pontifizj, dove il capo dello Stato è anche capo della Chiesa, e sta in vigore il diritto canonico, non è possibile nasca conflitto fra le due potestà; nè si aveva a pretendervi l'indifferenza religiosa, benchè vi regnasse la tolleranza civile, avendo luoghi di preghiera persino in Roma, non soltanto gli Ebrei, ma i varj culti acattolici.
Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.
Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi, di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.
Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua, e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!
Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14 novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato, messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser «funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica». Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede, onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».
Il granduca rispose che i suoi maggiori aveano creduto far bene; n'erano stati lodati da gran personaggi, e non potrebbe or fare innovazioni che gli renderebbero meno affezionati i popoli. Glielo diceano gli avvocati.
Ne' paesi dominati dall'Austria vigevano le sospettose restrizioni giuseppine; nelle scuole insegnavasi sul Van Espen; si ristampavano le opere del Tamburini e i _Commentaria de jure canonico_ che nel 1788 avea pubblicati Domenico Cavallari per uso delle scuole napoletane: talchè i Cattolici liberali, sentendo tale tirannide pesare sopra la Chiesa, prevedevano che la libertà di questa non sarebbe sperabile finchè libera non fosse l'Italia. «Certo (scriveva il padre Lacordaire) l'elemento rivoluzionario e anticristiano è molto a temere; ma esso s'alimenta principalmente delle generali passioni del patriotismo, e da questa fortezza bisogna cacciarlo con una guerra da potenza a potenza, dove si ha probabilità di vincere il nemico sul campo, o di frenare al tempo stesso lo spirito anticristiano e rivoluzionario..... Presto o tardi l'Italia sarà libera, e raccolta in una confederazione liberale e cristiana. Prima di questo fatto, la Chiesa non ripiglierà il terreno che ha perduto dopo Lutero. L'Italia libera è il papato liberato, per quanto contrarie sieno le apparenze; e senza il papato sciolto dallo straniero, e dall'assolutismo austriaco, non è possibile ricondurre i popoli all'ovile «della fede[523]».
Prima che giungesse quel desiderato momento, il nuovo imperatore d'Austria, istrutto dalle terribili lezioni del 1848, proclamò la libertà della Chiesa, indi la sistemò col concordato del 15 agosto 1855 «per mettere in armonia le relazioni fra lo Stato e la Chiesa colla ben intesa prosperità dell'impero». Era il più ampio che nell'età moderna si formasse, e perciò il più impugnato. Non attribuiva nuovi diritti alla Chiesa, ma le restituiva la libertà di tutti i suoi atti interni, di pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere Ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i sacramenti, la disciplina, i possessi suoi; senza perciò togliere la parità de' cittadini in faccia alla legge, rimanendo l'ecclesiastico passibile de' tribunali ordinarj pei delitti comuni. Attribuivasi ai vescovi l'ispezione sopra la stampa e l'istruzione primaria, e facoltà di proibire ciò che offendesse il costume e il dogma, ma poichè la censura politica preventiva era stata già tolta, anche l'ecclesiastica dovè restringersi in limiti ragionevoli e legittimi, mentre gli scrittori non trascendevano.
Sebbene riconoscessero alcune inopportunità, viepiù in paesi di religione mista, vi applaudirono coloro che capiscono come tutte le libertà si colleghino fra loro: l'arcivescovo di Westminster lo difese e spiegò in quattro conferenze a Londra; l'imperatore de' Francesi solennemente si congratulava coll'Austria, «ringiovinita dai cavallereschi sentimenti del suo leale sovrano»; di rimpatto ne fremeano o ridevano o blasfemavano i fragorosi, che aborrono ogni libertà della Chiesa: e ascrivevano a colpa dell'Austria quel che ad altri n'è parso l'atto suo più savio e popolare[524].
Su quel modello si sarebbero foggiati gli accordi colle altre signorie, se la rivoluzione non avesse di nuovo conculcato le libertà popolari.
Ammirando i prodigi coi quali Iddio manifestamente avea salva la nave di Pietro quand'era parsa più vicina al naufragio, per combattere gli arroganti sofismi degli enciclopedisti e le inumane celie volteriane erasi elevata altrove una falange battagliera, in cui primeggiavano Görres, Adam Müller, Luigi Zaccaria Werner, Federico Schlegel, Carlo Luigi de Haller, il barone d'Ekstein, il conte Stolberg, Boulogne, Frayssinous, Bautain. Giuseppe De Maistre, savojardo e ministro dei reali di Piemonte, spiegava il problema fondamentale della filosofia col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale, del quale esagerava gli effetti per magnificare la redenzione; e non discutendo ma affermando, calpestava gl'idoli della rivoluzione, ergendo un sistema teosofico, dove i dogmi sono pareggiati agli acquisti della ragion naturale, e la scienza è ridotta a fede. Il mondo è un immenso altare dove, in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell'uomo, s'immola continuamente dal selvaggio come dal civile, il reo come il giusto: la man di Dio regola ogni cosa, talchè la storia terrena è regno immediato e visibile di Dio; e nella sanzione di questo si fonda non solo l'autorità suprema, ma anche l'interna condizione sociale e la distinzione delle classi: opera di Dio sono i re, gli Stati, le costituzioni, e quando l'uomo presume stabilirli da sè, s'appiglia necessariamente al peggio, e non edifica ma ruina. Credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull'ale d'un mulino: reprimerli e correggerli non possono bajonette e tribune: è antilogico l'elevar la plebe sopra di essi: il contrappeso del potere dee venir dall'alto; dal papa, sulla cui supremazia appoggiasi l'infallibilità della Chiesa, unico rimedio alla corruzione della razza umana, che vuolsi gagliardamente reprimere. Il filosofismo non ebbe più inesorabile avversario del De Maistre, che lo colpisce coll'opporre alle affermazioni altre imperterrite affermazioni: genio esuberante, che ti lascia dubbio se sia sofista o profeta, e che anche co' suoi paradossi operò potentissimamente sull'avvenire.
Più conosciuti perchè più leggieri erano Chateaubriand, che la religione austera riduce in vaporosa e sentimentale poesia: Bonald che pone la verità fuori dell'uomo; Lamenais il quale spingea la logica fino all'iperbole, lo zelo fin alla procella, proclamando la ragione universale, il senso comune qual criterio unico della verità, il papa qual organo infallibile di questo senso comune; intimava guerra ai classici pagani, confondendo nel medesimo anatema sofisti, protestanti, rivoluzionarj. Il suo _Saggio sull'indifferenza in fatto di religione_ fu tradotto da un insigne scrittore, apologista egli medesimo, e piaceva ripeter con esso che «senza papa non v'è Chiesa cattolica; senza Chiesa non cristianesimo; senza cristianesimo non religione; senza religione non società».
Ebbero qui alquanti proseliti: e in quel senso procedeano fin all'esagerazione le _Memorie_ di Modena e la _Voce della verità_, dove Cavedoni, Baraldi, Galvani, Schedoni, Rosmini, Canosa, Monaldo Leopardi ed altri non solo difendevano ma assalivano. Come ostrogoti erano costoro denunziati dai volteriani, che presumeano colpirli d'una fittizia impopolarità.
Mentre le matematiche posavano il Dio astratto de' geometri, la chimica colle storte e il microscopio cercava la monade, l'anatomia e la fisiologia rimpastavano il Dio vivente degli Ebrei, erasi cominciata anche la riazione storica nel quadro stupendo e providenziale de' progressi dell'uman genere additando il Dio personale, creatore e redentore de' Cristiani. Allora si chiariva la logica de' fatti, per cui da certe situazioni derivano altre regolarmente non fatalmente. Contro un radicalismo ingrato quanto cieco, mettevansi in luce le opere de' padri, mostrando come le cose ebbero la loro ragione di essere; che non sono le verità fondamentali che variino, e neppur le loro reali applicazioni, bensì il modo d'applicazione in circostanze e condizioni variabili. Allora si cessava di osservare con leggerezza bernesca il passato, e di deriderlo sol perchè passato: si cercava la verità che sta sotto alle legende popolari e alle convenzioni da scuola come i classici sotto ai palimsesti, e si mostravano glorie e imprese italiane, e stupende dottrine, e sante azioni in quel medioevo, che gli accademici cortigiani, perchè ne tornava conto ai re, aveano dipinto come un grande abisso fra la civiltà pagana e la moderna. Insieme ricordavasi come i fedeli, se avanti tutto sono cattolici, appartengono anche ad un'associazione civile, a un popolo, a una patria, per le cui sorti non possono restare indifferenti: anzi sono solidali di quanto le accade, e devono contribuire alla prosperità di essa. Perocchè storia e politica non si scompagnano: la storia è la politica d'un tempo: la politica è la storia d'oggi; onde il soggetto è sempre lo stesso, anche a gran distanza; è l'uomo, è la società odierna: sicchè non fa meraviglia se vi si trovano gli stessi amici a lodare, gli stessi avversarj a combattere.
Di qual peso fosse tale riabilitazione storica apparve dal furore con cui fu assalito chi più vi adoperò alta imparzialità di spirito e sincera indagine del vero. Ma è notevole come il ravviamento di studj buoni provenisse da laici, in testa ai quali collochiamo Alessandro Manzoni, che mentre le poetiche ispirazioni attingeva dalla Bibbia e dalla fede, combatteva invincibilmente le accuse che la dotta plebe lancia alla morale cattolica. Egli si rallegrava che «tra gli orribili rancori che hanno diviso l'Italiano dall'Italiano, almeno non si conosce il religioso; le passioni che ci hanno resi nemici, non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario»[525]. A quanto diversa scena dovette poi partecipare!
Sfavillò in questa scuola l'abate Vincenzo Gioberti torinese, che comparve dapprima con tutte le armi della scienza, i vezzi dell'arte, i compatimenti della carità, le modestie della fede. Applicatosi alla filosofia dell'ente, impugnava risoluto come causa di tutti i mali il razionalismo, incarnato in Lutero per abbattere l'autorità della Chiesa, in Cartesio l'infallibilità della Bibbia, in Kant la validità della metafisica cristiana; talchè a restaurar la filosofia in Italia trovava necessario il ritorno alle istituzioni cattoliche. Vanno in questo assunto le prime opere sue, che tanto piacquero al giovane clero. Già dal 1840, nell'_Introduzione allo studio della filosofia_ credea vicino a risorgere l'arbitrato del pontefice: «Le divisioni religiose d'Europa, l'eresia, lo scisma e la miscredenza, signoreggianti in una parte notabile di essa, vi rendono impossibile per ora quest'arbitrato: ma potrebbe nascere il caso che gl'Italiani mettesser mano in qualche modo a farlo rivivere. L'Austria intende da grandissimo tempo colle arti di cupa e scellerata politica ad allargar il suo dominio in Italia, ed a ghermire tutti i paesi circonpadani dal Veneto all'Adriatico. Le Legazioni sono la prima preda a cui ella agogna, e su cui si getteranno cupidamente gli artigli imperiali, come prima ne abbiano il destro. Io non credo che i buoni Italiani, qualunque sieno le loro opinioni politiche, possano esitare un solo istante, quando si tratti di scegliere fra un antico governo italico e un nuovo giogo barbarico, fra una monarchia nazionale, e una tirannide oltramontana. La libertà è una bella cosa, ma l'indipendenza nazionale è molto migliore; l'una compie la felicità di un popolo, l'altra gli dà il nome, l'essere, la vita. L'odio politico contro il dominio austriaco ed imperiale è perciò il sentimento in cui si debbono riunire tutte le opinioni; e siccome all'odio si dee contraporre l'amore, qual è il principio che possa stringere ad armonizzare gli animi di tutti gl'Italiani, se non quella dolce e sacra paternità del pontefice romano, tanto antica quanto il cristianesimo, e che malgrado l'empietà, e la freddezza dei tempi, è tuttavia adorata dalle cattoliche popolazioni? Forse il tempo non è lontanissimo in cui chiunque ha sentimento d'uomo dovrà stringersi intorno al venerando pastore, per guardare e difendere dalla rapace e fraudolenta Vienna le belle provincie fra l'Adriatico e l'Apennino, volgendo la morale e religiosa possanza del papato a liberar la penisola dall'oppressione straniera. Imperocchè coloro i quali si confidano che l'uccello grifagno non aspiri a dar di becco su qualche nuovo boccone d'Italia, finchè possa mangiarsela tutta, s'ingannano di gran lunga, e piangeranno un giorno amaramente, ma senza rimedio, la loro stolta fiducia»[526].
Volle poi amplificare uno smodato elogio all'Italia, mostrando come a lei competesse la primazia fra le nazioni, principalmente perchè sede del papato, antica tutela e novella speranza della nazione, centro jeratico e vincolo religioso e morale dell'universo; e dove Roma è «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza e ricetto ospiziale, aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengono». V'è pagine mirabili di fede e di verità storica, ma innoculava al paese una superbia, che doveva immensamente pregiudicare. Ivi esalta l'efficacia degli Ordini religiosi; ivi ridesta la teoria patristica che la Chiesa è anima delle nazioni e della civiltà, e i papi sono arbitri dei regni; al tempo stesso che il siciliano padre Ventura sosteneva esser il potere politico subordinato all'ecclesiastico, quanto il domestico al politico.
Il Gioberti, quasi avesse paura de' suoi asserti, professava non aver fatto che dedurli dal Balbo, dal Cantù, dal Manzoni, dai quali era nata una scuola che intitolarono _Neoguelfa_. Nell'indeclinabile conflitto tra la Chiesa e lo Stato, cioè fra il popolo e i governanti, eransi appigliati al partito, per cui giganteggiarono Milano, Firenze, Napoli, Venezia; quello cioè che alla supremazia armata dell'imperatore preferiva l'autorità morale del pontefice; ed, oltre il resto, vi vedeano un mezzo di far prevalere l'idea nazionale alla dominazione forestiera. Nel paese, ritemprato dai lunghi dolori, voleano ristabilire concordia e dignità, surrogare il culto della libertà all'orgia della rivoluzione, far della fede meglio d'una speculazione che tutto vuol conciliare nel vago, e che non è nè un alimento nè un freno; dallo scherno volteriano, o del credere unicamente nel Dio de' galantuomini, ricondur i nostri al Dio vivente, personale, creatore e redentore. Nella storia poi, nella ponderazione del diritto e nella statistica riconoscevano come la libertà fosse stata sempre protetta dai papi, i quali all'universale impero della forza opponendo la comunanza universale delle anime, aveano salvato la civiltà, impedita l'intera sommessione dell'Italia ai Barbari, favorito a tutti i tentativi d'indipendenza. Il progresso non consistere in quella febbre d'attività mercantile che specula sulle passioni della vita sensuale; e non può separarsi dal rispetto al diritto e alla morale. Ad elevare le plebi nessun mezzo riuscire meglio che l'elevare i sacerdoti coll'educazione e colla moralità; e consolidare il concetto dell'autorità, che surroga alla repressione de' gendarmi la vigilanza della coscienza.
Affrontando i gloriosi pericoli dell'impopolarità, i Neoguelfi credevano per tal via ottenere che l'Italia, umiliata dalla violenza straniera e dall'accidia nostra si rialzasse colle memorie e coll'azione di soli italiani, e fantasticavano una lega di cui fosse capo il pontefice, e per la quale lo straniero perderebbe dapprima la superiorità, quindi anche il dominio. Se non che pareva opporvisi la trista opinione invalsa intorno al principato temporale dei papi, denunziati incessantemente come pessimi amministratori, inetti governanti, avversi ai progressi della civiltà moderna.
Ma mentre alcuni la credeano in ritardo, altri in avanzo, parve Dio mandasse l'ora giusta al trionfare della Chiesa a capo della civiltà.
Pio VII, eroe dacchè la persecuzione pose fine alle sue debolezze, ingloriato dal martirio sì ben sostenuto, e appoggiato dal Consalvi, uno de' più insigni ministri, col motu proprio del 6 luglio 1816 diede all'amministrazione pubblica un ordine generale, cercando innestare sulle antiche consuetudini le innovazioni rivoluzionarie; serbò a soli ecclesiastici l'istruzione, la censura, la diplomazia, le supreme magistrature amministrative e giuridiche; rielesse cardinali, santificò varj santi. Leone XII, succedutogli il 28 settembre 1823, continuava le cure pastorali contro «l'irruente empietà e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura de' forti e oltrecotante coi deboli»: e aveva divisato riformare le regole de' frati, riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e tutti cuore, che coadiuvassero ai parroci, servissero al popolo, e si sagrificassero negli ospedali; uno tutto per l'educazione e istruzione della gioventù, e per propugnare gl'interessi della religione e del buon costume; uno di contemplativi che salmeggiassero e predicassero, mirando all'evangelica perfezione. Ripristinò il Sant'Uffizio, estese i privilegi della manomorta, e ai Gesuiti affidò il Collegio Romano col museo e l'osservatorio.
Volle attestare la indipendenza di Roma col pubblicare il giubileo, che più non erasi fatto dopo il 1775: cioè, malgrado le paure dei re e dei politici, invitar i devoti di tutto il mondo a venir a Roma, dove, «oltre i tesori della grazia, vedrà riuniti i più augusti monumenti della religione, tanti preziosi pegni dell'amor che il Signore attestò alle porte di Sion con maggior profusione che a tutti i padiglioni di Giacobbe; affrettinsi al monte dove piacque a Dio d'abitare. O Gerusalemme! voglia Dio che vengano a te colla fronte a terra i figli di coloro che l'hanno umiliato, e che adorino le orme sue quei che ne son fatti i detrattori. A voi specialmente ci volgiamo con tutta l'affezione del cuore apostolico, a voi che, separati dalla vera Chiesa di Cristo, e allontanati dalla via della salute, ci fate gemere sul vostro stato. Consentite al più affettuoso de' padri la sola cosa che manca all'allegrezza generale, cioè che, chiamati dall'ispirazione dello Spirito superno a goder della luce celeste, e rompendo le barriere della separazione, partecipiate ai sentimenti della Chiesa madre nostra comune, fuor della quale non v'è salute. Noi apriremo il cuore alla gioja, vi riceveremo con allegrezza nel nostro seno paterno; benediremo il Dio d'ogni consolazione, che nel più gran trionfo della verità cattolica ci avrà arricchiti di tutti i tesori della sua misericordia».
Noi non siamo costretti a giudicare le ordinanze civili di lui: basti che fu tacciato di far troppo, come di far poco il succedutogli Pio VIII (31 Maggio 1829), più rassegnato che lottante, e che breve durò.
Il dottissimo cardinal Maj, nell'orazione solita recitarsi in conclave _de eligendo pontifice_, diceva ai cardinali: «Dateci un papa che sia per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per eleganza Damaso; abbia di Leon Magno la nitida eleganza, di Gelasio la dottrina, di Gregorio Magno la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano l'amicizia de' principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di pensamenti Giulio, per liberalità Leone, per santità Pio V, per vigor d'animo Sisto: e per non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice cui non manchino nè l'erudizione di Benedetto XIV nè la munificenza del sesto Pio, nè la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la rettitudine di Pio VIII».
Gregorio XVI saliva papa il 2 febbrajo 1831 mentre l'Europa era sommossa da una nuova rivoluzione di Francia, che al ripristinato diritto divino surrogava quello delle moltitudini e della sollevazione. E una scoppiò nelle Romagne nell'interregno, ma ben presto l'Austria tornò all'obbedienza dei duchi e del papa l'Italia media, colla solita necessità di repressioni e la solita sequela di odj. Quanto inesperto delle cose politiche tanto fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, Gregorio XVI secondò la revivescenza cattolica in Italia e fuori[527]; infervorava ai doveri religiosi; ostava alle eresie ripullulanti; riformò i concordati col Piemonte e con Modena; lottò colla Spagna e colla Svizzera che molestavano la Chiesa; scomunicò i fautori della tratta dei Negri; denunziò alla cristianità il re di Prussia, che a cagione de' matrimonj misti teneva in carcere l'arcivescovo di Colonia; all'imperatore di Russia rinfacciò i maltrattamenti usati ai Polacchi, e additandogli le ruine del palazzo di Nerone diceagli: «Ecco quanto resta de' persecutori de' Cristiani».
Vaglia il vero, non sempre il clero si trovava all'elevatezza della sua missione; molti preti mancavano della scienza necessaria, e molti della ancor più necessaria pietà. Usciti dai seminarj, dove non sempre la vocazione gli avea condotti, tremando dell'impopolarità e dello scherno, pareano attenti a farsi perdonare il loro stato e il loro vestire coll'accostarsi il più possibile al viver mondano: usare ai caffè e ai ritrovi, bazzicare passeggi e fin teatri, educarsi sui giornali a cianciulliare di politica col gergo liberalesco; neppur rifuggire dalle società secrete e dalle cospirazioni; colle romanze del Berchet e i lazzi del Giusti e le declamazioni del Gioberti inebriarsi al prossimo ritornar dell'Italia nel suo legittimo primato; torturavano la Bibbia per trarne eccitamenti e giustificazioni alle loro demolizioni; rideano essi primi degli studj teologici, delle virtù ecclesiastiche, della carità non meno che della devozione, e di coloro che mostrassero o scienza non comune o zelo disinteressato: mentre riponevano il progresso nel trattare leggermente la fede avita, riprovare abusi di cui essi stessi profittavano, e parlar della secolarizzazione degli uffizj ecclesiastici, della abolizione delle fraterie e dell'incameramento dei beni: e dolersi di dover nascondere tanto talento e tanta attività sotto la veste talare. Costoro erano carezzati dai settarj, e lusingati colla speranza d'una rivoluzione civile e sociale, ma che lascerebbe intatto il cattolicismo, cioè i benefizj che godeano e le dignità a cui aspiravano: onde molti bonariamente credeano, o almen diceano che il cattolicismo, postosi a capo delle idee moderne, conquisterebbe l'universo mondo[528].
Chi sa la storia del nostro secolo, conosce che sempre fu regolato da frasi. E la frase proclamata nella rivoluzione del 1831 fu il non intervento. Questo restar indifferenti allo strazio de' nostri vicini repugna alla carità; ma la politica stessa se ne ride; ed oltre ripristinare coll'armi i principotti d'Italia e il pontefice, le Potenze vollero intromettersi dell'assetto interno, fino a pronunziare che lo Stato Pontifizio era mal governato, e dar suggerimenti ufficiali al suo principe. S'aperse con ciò l'èra nuova della rivoluzione, che comparve armata della penna dei diplomatici e delle ambizioni dei re, i quali faceansi alleati e complici delle società segrete istituitesi contro di loro, e subillatori dell'eresia che prima era da essi combattuta. Se l'aveano suggerito i regnanti, ben poteano i Romagnuoli domandare a gran voce la secolarizzazione degli impieghi e l'applicazione di codici stranieri: sicchè il malcontento poteva palliarsi di legalità, e farsene organi or elegiaci or ditirambici anche persone dedite all'idea carbonarica, ma repugnanti dalla Giovane Italia, quali Massimo D'Azeglio o il dottore Farini. A tale manifattura d'anarchia trovavano alleati troppi interessi e passioni; malcontenti che volevano annessi i paesi pontifizj al regno di Napoli o al Piemonte o sin all'Austria; Inglesi che bramavano crollasse il papato; Tedeschi che voleano impiantare il protestantismo nella sede stessa del cattolicesimo; avvocati che agognavano l'occasione di declamare in un parlamento o di regnare in un ministero; rivoluzionarj che erano sicuri di riuscire contro un trono che non vuol difendersi con un esercito, sicchè la minima insurrezione basta ad abbatterlo; napoleonici, che di quel paese farebbero il punto d'appoggio per sollevare tutta Europa. Il governo di Luigi Filippo non poteva reprimere la rivoluzione da cui era nato: e poichè nel paese suo era cominciata nuova guerra contro il ridestato zelo del clero, indicato col nome di Gesuita, si mandò ambasciadore a Roma un antico fuoruscito, il carrarese Pellegrino Rossi. Alla costoro ombra, dalla Francia, da Lugano, dalla inglese Malta avventavansi opuscoli incendiarj in Italia, che versassero aceto sulle piaghe: che, se bersagliavano il Tedesco, più concordemente inviperivano contro Roma. Tutto ciò cresceva gli scontenti negli ultimi anni di Gregorio XVI. E s'egli deplorava tale disorganamento, e vi provvedeva o con ammonizioni o con repressioni, era vituperato come retrogrado e tirannico; denigravansi gli atti suoi migliori; calunniavansi fino i suoi costumi; non occorrevan le prove e neppur la probabilità; bastava l'esser detto; chè in tempo di rivoluzione la credulità è inesauribile[529].
Quell'amministrazione diversa dagli altri regni, quel re prete che dava esempj o raffacci ai re, quella corte di cardinali come potevano piacere ad un'età tutta soldati e ciambellani? Credeasi avvilito un popolo perchè ubbidiva a tonache, anzichè ad uniformi; i sudditi diceano che il papa era uno strumento in man dei principi; i principi lo guardavano bieco come il solo che osasse opporsi alle loro trapotenze.
Aggiungiamo pure che un principe a vita, scelto in grave età, fra una classe aliena per istituto da intrugli temporali, preferito per le virtù che giovano ed onorano la Chiesa universale, deve riuscire men proprio al governo quanto è più austero ed esemplare: onde quivi peggiorano le condizioni di moralità che altrove sarebbero salvezza. Quindi moltiplicate le cospirazioni, finchè una nuova se ne ordì al comparire del suo successore, la cospirazione degli applausi.
Pio IX, avvezzo a lavar le sue mani tra gl'innocenti, pietoso di cuore, ameno di discorsi, buon sacerdote, che molte ore d'ogni giorno riserbava alla preghiera; che nelle dubbiezze gettavasi a' piedi della Madonna, a gran rinforzo di speranze e di lodi venne trasformato in un idolo a capriccio, attribuendogli atti, concetti, divisamenti alieni dal vedere e voler suo: «Viva Pio IX» fu il grido che risonò da un polo all'altro, più alto che a qualunque eroe, e come simbolo di tutte le speranze, non men della Chiesa che dell'Italia. Ai Cattolici parendo risorgesse quel che dopo Lutero non si era veduto più, un pontefice di tal grandezza, da stendere la sua efficacia sul mondo intero, esultando che il movimento venisse appunto di là ove è tradizionale la stabilità.
Ma i figli di Voltaire non riconciliavansi col papa se non foggiandolo sul tipo del loro patriarca; e in quella foga d'applausi, dove l'amore cancellava la riverenza, si tentò staccare il principe dal papa, il papa dall'ordinamento ecclesiastico e dai suoi predecessori, gridando «Viva Pio IX solo». Per quanto egli protestasse contro lo scopo che ognor più si rivelava di farlo scintilla d'incendio politico[530], con preghiere che somigliavano a minaccie se gli chiesero le riforme che i principi aveano suggerite nel 1831, ed egli le concesse; se gli chiese, istituzione di moda, il giornalismo, ed egli il concesse, e vi seguì il nembo delle falsità, l'annunzio di riazioni, di briganti, d'invasioni; in conseguenza gli si chiese la guardia nazionale e un esercito, ed egli concesse: se gli chiese una costituzione, ed egli la concesse; pel qual modo si ebbe in pochi mesi ciò che i più arditi avean appena sperato in un secolo.
Non può toccarsi al principato ecclesiastico senza che tutta l'Italia se ne risenta, anzi l'Europa, come a un interesse dì tutti e di ciascuno. Ben presto Francia scoppiò in nuova rivoluzione repubblicana; l'Europa tutta vi corse dietro, come a tutte le mode di Francia, e a titolo della fraternità universale restò contaminata di assassinj e di ruine. In Italia pure in nome della nazionalità cominciò la conflagrazione, che da venti anni mantiene quell'incertezza ch'è il peggiore dei danni perchè sospende tutte le forze dell'anima, elide il coraggio, differisce le risoluzioni, come di gente sulle mosse, che non ha nè una strada nè una meta.
La commozione erasi iniziata nel nome del papa, e nei concetti de' Neoguelfi di ridurre a concordia lo Stato colla Chiesa, la libertà coll'autorità. Più parve potersi sperarla quando l'assemblea repubblicana francese, proclamando il diritto inviolabile delle coscienze, sciolse i vincoli che un'improvida protezione avea messo alle facoltà della Chiesa, e il parlamento germanico abolì i divieti che le costituzioni particolari ponevano al culto pubblico. Anche in Italia i sacerdoti favorirono gli scotimenti del 1848, benedissero le bandiere e le armi, contribuirono denaro, preci, inni, esortazioni, esempio: il ministero piemontese gl'invitava a render odiosi al popolo gli Austriaci col mostrare come questi avessero sempre incagliata l'azione degli ecclesiastici[531]. Ognuno sa come la rivoluzione si voltasse contro Pio IX, fin a cacciarlo dalla sua sede; onde l'Italia, per la terza volta in cinquant'anni, dovè protestare contro gli oltraggi dell'esiglio del suo padre. Portata la gran lite sul campo della forza, la forza prevalse; lo straniero rioccupò l'Italia, e l'inevitabile riazione inaridì le rigogliose speranze, e divelse le ottenute libertà.
L'unico governo sopravvissuto con forme parlamentari cercò sviare le opposizioni col voltarle sopra il clero. Accennammo quanto il Piemonte concedesse alla giurisdizione ecclesiastica maggior campo che il resto d'Italia, e la Chiesa vi fruisse privilegi che dal principato altrove le erano stati tolti, e che dalla libertà s'invocano ora come diritti comuni. Le curie continuavano a conoscere delle cause relative a riti, a sponsali, a matrimonio, a benefizj, e così della bestemmia e dell'eresia, ed anche de' reati comuni qualora il fôro laico li lasciasse impuniti. Spettava ai vescovi l'ispezione sui pii istituti: ai parroci il registrare gli atti dello stato civile. Le cause d'ecclesiastici, se questi non volessero prevalersi del privilegio di fôro, venivano giudicate dalle corti d'appello, anzichè da tribunali inferiori: invece del giuramento, in giudizio bastava pel vescovo l'asserzione; e i chierici lo davano toccandosi il petto, anzichè gli evangeli. L'ecclesiastico era esente dal servizio militare, dall'obbligo della tutela, dall'esser imprigionato per debiti o privato del necessario: ancorchè minorenne, potea fare i voti e disporre de' proprj beni; se venisse arrestato, doveasi subito parteciparne notizia al vescovo, e tenerlo in carcere separato; non condannarlo mai a lavori forzati: non a morte senza che il processo fosse conosciuto dal vescovo. L'arcivescovo doveva approvar le tesi di laurea, assistere per mezzo d'un delegato agli esami dell'Università, ove si davano esercizj spirituali, uffizj festivi, obbligo di confessione. Per la stampa voleasi il visto d'un censore ecclesiastico: molteplici le congregazioni religiose. L'asilo sacro estendeasi a tutte le chiese dove si conservasse l'eucaristia ed ai sagrati: venivano aggravate le pene quando il delitto fosse commesso contro persone o cose religiose: gli Ebrei dovevano dimorare in un quartiere segregato, esclusi dal possedere e dagli uffizj pubblici e dai gradi universitarj. Neppure i Valdesi poteano possedere fuor dei loro confini.
I Gesuiti, la cui caduta non era bastata a calmarne i nemici, abbondanti non solo tra gl'increduli ma in frati gelosi e in puntigliosi giansenisti, erano rientrati nel regno coll'antica dinastia, e divennero onnipotenti, se crediamo a quel che ce ne dicevano i Piemontesi, che arrivavano ad invidiare la Lombardia, perchè, la dominazione forestiera non ve li tollerava. Che se il buon senso riflettesse che non un solo Gesuita dettava nelle Università; che i loro collegi, affatto liberi, erano popolatissimi, e da famiglie non servili e non ignoranti, gli si imponeva silenzio con quelle asserzioni che arrogansi il luogo di ragioni[532].
Quanta invece avessero potenza i loro avversarj fu chiaro dal caso del Gioberti. _Nel Primato d'Italia_ volendo retoricamente mostrare come la nazione nostra sovrastasse a tutte le altre, l'udimmo magnificare e l'autorità pontifizia, e i sostegni di essa, i Gesuiti. Coloro che adorano un idolo purchè fatto a loro modello, gliene vollero male, e lo punzecchiarono tanto, che egli, supremamente bisognoso dell'aura vulgare, onde purgarsi dalla taccia di gesuitante, «da acqua tepida si convertì in lava», buttò fuori i _Prolegomeni_, ove cantava la palinodia, poi il _Gesuita moderno_, ove in cinque grossi volumi rivomitò (come si disse) il vomito di tutti i precedenti, e con menzogne elevate fin all'assurdità tolse a mostrare che i Gesuiti «son anime dure e spietate, anime di ferro; impenetrabili ai sensi più sacri, ai più nobili affetti; cime d'orgoglio di un crudo ed inessicabile egoismo; pronti alla frode, all'impostura, alla calunnia, sforniti di viscere, apostoli d'inferno, ministri di perdizione, insomma il nemico più funesto e terribile che siasi veduto ne' tempi moderni di ogni vivere umano e cristiano». Nominava e infamava persone vere e vive, come erangli denunziate da amici; e sopra denunzie altrui assicurava che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda, che non ha di cristiano che le sembianze; un costume di cui gli onesti Gentili si vergognerebbero; una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche, e non può avere altra sanzione che quella degli scherani».
Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio? Ma a chi gli avesse chiesto ragione della diametrale contraddizione, il Gioberti rispondeva averli lodati per far prova di convertirli, ma uscito vano il tentativo (in pochi mesi) aver chiamato il pan pane[533]. L'illustre Pascal, interrogato dalla marchesa di Sablè se delle accuse che lanciava in quelle _Provinciali_, che furono definite immortali bugiarde, fosse egli ben accertato, rispondeva che l'assicurarsene era dovere di quei che ne lo informavano; a lui non incombeva che di servirsene[534]. Siffatta doveva pur essere l'opinione del Gioberti, che vivendo lontano, non era istruito del paese se non per lettere di pochi preti, come ce ne chiariscono il suo carteggio stampato, e più quel che abbiamo di non istampato[535], e di là trasse tutta quella spazzatura di sacristia, di cui infarcì dettature, nelle quali Iddio lo colpì di mediocrità.
Come ciò si combinasse colla sua devozione quasi idolatrica pel papato lo cerchino quei che pretendono coerenza in coloro che orzeggiano secondo il vento dell'opinione. Ben deplorevole è che ne nascessero baruffe da trivio, e persone oneste e venerande restassero esposte a insulti di piazza, e presto a violenze pubbliche. Perocchè i primi esperimenti della rivoluzione furono dapertutto il cacciare a furia i Gesuiti, nè molto esagererebbe chi dicesse che tutti i preti ne godettero. Ciò fin dall'ore rosee delle riforme. Dappoi che si stabilì il sistema rappresentativo, o per l'insita avversione delle sêtte a quanto sa di Chiesa, cioè d'autorità e di conservazione, o per istornare gli occhi dagli errori e dagli abusi proprj, il governo sardo suscitò garriti religiosi, e minute persecuzioni. Non che abolire la revisione ecclesiastica, alla revisione civile sottopose gli scritti dei vescovi. Protestavano questi contro tale indegnità, e con monsignore Charvaz dicevano: «L'intera libertà noi vogliamo, per la quale coll'errore può diffondersi anche la verità, e la religione parlare senza bavaglio: non vogliamo una mezza libertà, per la quale resti la revisione d'un tribunale non competente in materia religiosa; una mezza libertà, la quale, col pretesto che una parola inceppi il Governo, possa inceppare la libertà religiosa e sociale».
Di tal pretensione si scandolezzarono i liberali, e più quando i vescovi, adunatisi a Villanovetta, pronunziarono che agli ecclesiastici spetta il pieno esercizio de' diritti politici e civili quanto ad ogn'altro cittadino, ma devono astenersi da ogni discussione politica, dai circoli, dalle elezioni, da uffizj pubblici, dal legger abitualmente i giornali, qualora non siano autorizzati dal vescovo: non potersi, a norma dello Statuto, senza l'approvazione ecclesiastica pubblicare Bibbie, catechismi o libri che trattino _ex professo_ di religione; e proponeano una riforma delle curie vescovili, col consenso del pontefice.
In paese libero questa libera unione fu violentemente accusata, e il La Farina la denunzia come «atto di vera ribellione» perchè «non se n'era chiesta l'autorizzazione del principe».
I concordati cambiavano d'indole quando non riferivansi più ad un re, bensì ad un ministero che cangia ogni stagione, ad un parlamento ove la maggioranza d'una sola palla basta a sancire la legge anche iniqua; ove la libertà dello stampare e dell'adunarsi concessa a tutti, rende più ingiusto il negarla agli ecclesiastici, come rendonsi superflui i privilegi di questi dacchè le garanzie volute in essi divengono comuni a tutti.
Ma appunto da questa mutabilità delle leggi e de' Governi vien cresciuta la necessità di vedere assicurata la libertà del capo della Chiesa: eppure contro di questo concentravano gli attacchi le sêtte, le quali, dopo essersi assoggettati lo Stato e il popolo, vogliono serva anche la Chiesa; e parve che d'allora Piemonte significasse rivoluzione, come popolo dovea significare i giornali. I quali, dopo rinnegata l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge, sancita dallo Statuto, in nome di questa eguaglianza chiedeano si sopprimesse la giurisdizione eccezionale. Questa era portata dal concordato, sicchè sarebbe bisognato trattarne con Roma; ma i giornali impossessatisi della quistione, com'è loro stile l'avevano incancrenita; «i liberali (son parole del La Farina) generalizzando le accuse, disgustavano della libertà molti ecclesiastici che senza di ciò l'avrebbero amata: entrati una volta in queste vie, il soffermarsi era impossibile, perchè l'ingiuria chiama l'ingiuria; i tristi avvelenano le piaghe e le rendono letali».
Roma riflesse che il concordato era stato conchiuso di recenti; e che è un contratto sinalagmatico, ove ciascuna delle parti cede in alcun punto per ottenerne un altro[536]: nè dal mutare degli ordini politici doveano dipendere le leggi ecclesiastiche. Ai varj messi spediti a trattarne era impossibile riuscire ad accordi, atteso che Roma non potea transigere sovra i principj, e il governo Sardo era omai schiavo di quella che s'intitola opinion pubblica. Il conte Siccardi spedito a tal uopo, ne tornò irritato, e presentò al Parlamento un progetto di legge per rifondere la giurisdizione ecclesiastica in materia temporale. Inviperite le plebi, fra le escandenze di queste fu passata la legge, che aboliva il privilegio del fôro, il diritto d'asilo, le pene per l'inosservanza delle feste; imponeva la sanzione regia ai corpi morali per acquistare beni o ereditarne. È la legge del 9 aprile 1850, rimasta famosa col nome di Siccardi; e in Torino si eresse una piramide a perpetua memoria di franchigie che da mezzo secolo possedeano tutti gli altri paesi d'Italia; pure la regia firma non fu consentita agli articoli che toglievano l'osservanza delle feste, e riducevano il matrimonio a contratto civile.
Roma protestò; richiamò il nunzio da Torino, e non volle riconoscere il Pinelli, mandatole affinchè accettasse il fatto compiuto, e rimovesse il Franzoni arcivescovo, tenuto corifeo dell'opposizione clericale, e che avea proferto la legge civile non poter dispensare il clero dagli obblighi speciali, impostigli dalla Chiesa, e prescriveva qual contegno dovesse tenere rimpetto ai tribunali civili. Di aver ciò stampato gli si mosse processo in paese di libera stampa, e alla citazione non essendo egli comparso, fu chiuso nella cittadella: fatto nuovo e inaudito, dice lo storico succennato nello sbeffeggiare questo _martire_: al quale però serviva di conforto il giungere condoglianze e incoraggiamenti d'ogni parte, un pastorale dai fedeli sardi, un anello da quei delle chiese d'Italia, un calice dai Francesi.
Ammalatosi intanto il conte di Santarosa ministro, gli si negò il viatico se non ritrattasse la partecipazione che aveva avuto a quelle leggi. Nuova occasione di ire plateali e avvocatesche, per obbedire alle quali l'arcivescovo, sequestratigli i beni, fu chiuso nella fortezza di Fenestrelle, poi condotto ai confini di Francia, ove stette esule i dodici anni che sopravvisse. E parimente dovette uscire monsignor Morungiu arcivescovo di Cagliari e (dice il solito storico) «a sentire la fazione teocratica, era già tempo di nascondersi nelle catacombe: i martiri si moltiplicavano; le persecuzioni de' Neroni e de' Domiziani erano superate». Forse la fazione teocratica ricordavasi che, oltre lo Statuto, vigeva il codice ove l'articolo 2 dichiara che «il re si gloria d'esser protettore della Chiesa e di promuovere l'osservanza delle leggi di essa nelle materie che alla podestà di essa appartengono: i magistrati veglieranno che si mantenga il migliore accordo tra la Chiesa e lo Stato».
Quasi poi si fosse proposto di far d'un popolo senza fede un popolo senza doveri, la stampa metteva fuori libri i più ribaldi; riproduceva ad uso del popolo novelle e poesie di cui Sodoma si sarebbe vergognata: famigliarizzava coi delitti più atroci e più osceni; fatta palestra di obbrobrj, lanciava vituperi contro le persone e le istituzioni ecclesiastiche: il più lurido dei giornalisti, dopo scompisciato tutta la settimana ogni persona e cosa che ispirasse o meritasse rispetto, la domenica appestava il pubblico con migliaja di copie d'una spiegazione del vangelo, dove avvoltolava nella sua pozzanghera Cristo, e principalmente la Madonna. Ne sghignazzavano i caffè, e lo pensionava l'erario.
In più serio campo Giovanni Nepomuceno Nuytz, all'Università di Torino professava un corso di diritto canonico (_Juris ecclesiastici iustitutiones_) degno del Febronio, asserendo l'onnipotenza dello Stato sopra la Chiesa; l'incompatibilità del potere temporale collo spirituale; non potersi dimostrare che il matrimonio sia sacramento, nè la Chiesa stabilirvi impedimenti dirimenti; la Chiesa cattolica e specialmente la santa sede essere stata causa dello scisma orientale[537]. Messo all'Indice, l'autore fu strascinato in trionfo e promosso. E fioccavano scritti in cui voleasi considerare il potere pontifizio come un semplice ministero, anzichè una giurisdizione; la religione come società dell'uomo con Dio, eliminando la Chiesa visibile, e la suprema garanzia de' diritti civili; nelle materie miste, cioè nell'amministrazione esterna delle cose sacre, la decisione competere all'unico potere, primeggiando l'interesse pubblico in tutto quanto non è essenza della religione.
E qual cosa sia l'essenza della religione lo definirà ancora il Governo. Essenza della religione è che si predichi la verità, ma lo Stato prefiggerà da chi, quando, dove, come, e se quella verità nuocia al pubblico assetto. La preghiera è essenza della religione, ma lo Stato determinerà le ore, i luoghi, le formole; e se permettere una processione, le immagini, i pellegrinaggi, il richiamo delle campane. È essenza della religione il formare i proprj ministri, ma l'autorità origlierà ai seminarj, imporrà i maestri, le materie d'insegnamento, il numero e l'età degli allievi, e quando arrivino agli anni, li ghermirà per farne soldati. La Chiesa è giudice degli errori contrarj ai suoi dogmi e alla sua morale, ma lo Stato esaminerà la forma delle decisioni dogmatiche, potrà sospenderne la pubblicazione, vietarne la discussione[538]. Essa amministra i sacramenti e fra questi il matrimonio, ma lo Stato non lo riconoscerà se non stipulato davanti agl'infimi de' suoi magistrati, in via di contratto naturale. Potrà dirsi impedita la libertà del cittadino o turbata la quiete pubblica se una processione interrompe la marcia d'un reggimento; se ai nostri carnevali si oppongono le devozioni; se ne' conventi si ricoverano fanciulle destinate alla scena o a peggio; se i nostri tabernacoli impacciano le mostre delle botteghe; se i nostri vescovi stampano come i giornali, o i nostri curati declamano quanto i deputati e gli arruffapopolo: se infine un cristiano vuol praticare la libertà diversamente da quel che esigono i dominatori del giorno.
Insomma si ammetteva la religione, ma se ne ripudiavano le conseguenze; si tollerava Cristo, ma prima il re e il prefetto; il Governo, se non bastava l'aver tratte ai tribunali civili le quistioni beneficiarie e matrimoniali, stabilito nuove norme per la placitazione, sottoposto a speciale autorizzazione i lasciti e gli acquisti in favor della Chiesa, tolto la personalità morale alle corporazioni religiose, imposto tasse eccezionali e quote di concorso a certi benefizj, rendevasi ridicolo agli assennati e vessatorio ai credenti col rinnovare le scene dell'interdetto di Venezia, e dei re sacristani di casa d'Austria. Il papa nel concistoro 22 gennajo 1855 disapprovava tutti gli atti del potere legislativo ed esecutivo del Piemonte, lesivi della giurisdizione ecclesiastica, minacciando di censure coloro che a leggi siffatte dessero favore; e pubblicò i carteggi suoi co' varj ministri di Piemonte, e le lettere burbanzose di questi, che ad ora ad ora aveano tentato rannodare relazioni con Roma.
Peggiorò questa situazione la guerra del 1859; dove il Piemonte, avendo acquistata la Lombardia, vi applicò subito gli ordinamenti suoi, cassando il concordato che l'Austria aveva stipulato con Roma, e vituperando come ostile all'Italia indipendente quel clero che, come ostile al dominio forestiere, era stato sempre vigilato dagli Austriaci. Poi, con quel sintomo d'estrema decadenza ch'è la facilità con cui si perde e si acquista un trono, vennero annessi al regno sardo la Toscana, i Ducati, la Romagna; poi si conquistarono le Marche, l'Umbria, le Due Sicilie; infine si proferì l'unità d'Italia, e doverne essere capitale Roma.
Tali acquisti erano un fatto di mera politica esterna, di principe che spoglia un altro principe; ma doveano esulcerare le relazioni fra il pontefice e il nuovo regno; e alterare non solo le disposizioni reciproche degli spiriti, ma i doveri dei già sudditi pontifizj, che trovavansi sottoposti ad altro regnante, e a norme differenti anche in ciò che concerne la coscienza. Fu per voltare tutti i torti sopra di questi che il ministro Cavour promise le più ampie libertà alla Chiesa in libero Stato.
Come tutte le formole vaghe, questa non ha altro senso che quel che le si dà; gridata da tutti, è da ognuno intesa a suo modo, e se ne trastullano quelli che amano creare attitudini equivoche onde profittarne[539]. I Cattolici l'avrebbero aggradita ove significasse che la Chiesa non fosse più stretta da tutela estranea; autorizzata ad esercitare tutta la sua attività morale e civile, tolti gl'impedimenti alle relazioni dei fedeli e de' vescovi tra loro e con Roma, alle elezioni, alle stampe, alla beneficenza, all'istruzione, ai mezzi molteplici per cui si fa benefattrice dell'umanità, invece di vincolarsi a concordati per reciproche concessioni, avrebbe quella _sicura libertà_ che invoca con quotidiana preghiera.
Chiesa e Stato sono due enti affatto distinti, eppure non separabili: viventi ciascuno di propria vita, non si devono reciprocamente impacciare, bensì nella loro indipendenza coadjuvarsi, l'una dirigendo le coscienze al rispetto dell'autorità, l'altro proteggendo l'attuazione esterna del dogma. La Chiesa sussisteva prima dello Stato, e abbraccia l'università de' credenti; mentre quella formola parrebbe rinserrare l'eterno nel contingente, l'universale nella circoscrizione geografica o politica. L'anima comanda al corpo, ma questo è inseparabile da quella finchè vive, e l'una tocca alle ragioni dell'altro in modo, ch'è impossibile delimitarle assolutamente, massime quando s'interpongano interessi e passioni.
Nel fatto poi questa libertà della Chiesa parea non tradursi che in scienza d'offendere chi non si può difendere. Man mano che si acquistò un paese, venne sottratto alle convenzioni che avea con Roma; si occuparono beni della Chiesa, benchè lo Statuto dichiari inviolabili le proprietà _di qualunque siano natura_, e benchè in fatto si rispettassero quelli delle congregazioni israelitiche e protestanti. Si obbligavano i vescovi a insolito giuramento, e perchè ricusarono furono carcerati[540] o rimossi dalle loro sedi, come altri sacerdoti che zelassero la Chiesa; lasciando anche scoperti moltissimi beneficj episcopali o capitolari o parocchiali per non voler accettare le elezioni o istituzioni fatte a forma de' canoni. Si sottoposero gli scritti de' vescovi a censura preventiva; a sorveglianza l'insegnamento de' seminarj, mentre dalle scuole pubbliche eliminavansi l'istruzione religiosa e ogni rito ecclesiastico; anzi si cercò fondare una teologia governativa, obbligando ne' seminarj a seguire i programmi dello Stato, poi riducendoli a un solo per provincia metropolitica, e ad insegnar la sola teologia. La proclamata libertà di culto non dava che agio agli eterodossi, mentre si obbligava il clero ad atti meramente politici, e a normeggiare il suo ministero alle esigenze del Governo, il quale ne misurava le processioni, le feste, il suon delle campane, le immagini; profanava le chiese, convertendole non solo in prigioni e caserme, ma fin in teatri e postriboli: s'imponeva di fare scendere Cristo in petti che lo repudiavano, e sepellire coi fedeli chi sino alla morte avea voluto starne separato; come turbatori delle coscienze punivansi con legge speciale quei parroci che al battesimo non accettassero padrino infedele o scomunicato, o esigessero ritrattazioni al letto di morte[541]. Intanto che si proibivano le esteriorità religiose, si ordinava ai vescovi di illuminare i loro palazzi[542] dai prefetti coi decreti, dal vulgo colla sassajuola; si mescolava la Chiesa a tutto ciò ch'è impopolare, e metteasi Cristo in opposizione all'impresa nazionale.
Il vescovo di Pesaro fa dai parroci suoi leggere in chiesa una pastorale ove raccomandava il culto di Maria, e riprovava il divulgarsi delle eresie; e il prefetto la proibisce e sequestra. Il vicario capitolare di Milano nomina tre canonici secondo il suo diritto; il Governo nega approvarli, e ne sostituisce tre altri che l'autorità ecclesiastica non riconosce, e il ministero li dota delle temporalità, come fa ad uno a cui l'arcivescovo di Firenze ricusa la canonica istituzione. Il vicario capitolare di Bologna dirama una risposta della santa penitenzieria sulla facoltà d'assolvere certe censure ecclesiastiche: e n'ha il carcere per molti anni. Quel di Rimini, per espiare le bestemmie del Renan invita i fedeli ad una funzione sacra, e l'autorità impedisce di pubblicar l'invito, e dai carabinieri lo fa strappare dall'interno delle chiese. I carabinieri andarono a insediare il parroco di Poppi, in onta all'arcivescovo. Il vescovo di Spoleto fu chiuso in fortezza perchè rammentò ai sindaci dovere «l'azion del Governo arrestarsi alle porte del santuario», siccome aveva dichiarato il presidente del ministero: l'arciprete di Cento perchè non benedisse col Sacramento un picchetto di guardie nazionali; e quel di Gaeta perchè nol benedisse bene: il prevosto Carsana di Bergamo perchè non volle dare la pasqua a uno scomunicato.
Onde i vescovi napoletani, protestando contro la legge che incatena ogni lor atto alla placitazione, esclamavano: «Niun governo è possibile quando un potere estraneo ed intruso il soprafaccia per modo, da voler esser arbitro d'ogni più vitale suo interesse, attraversargli il conferimento delle cariche, la destinazione de' pubblici magistrati, e metterne ad esame ogni provvedimento, ogni legge con piena balìa d'invalidarli a talento, staggirne il patrimonio e dispensare o negare a suo grado l'uso e il conseguimento dei beni, pei quali la cosa pubblica si amministra e sostenta»[543]. Perfino i tribunali risentirono delle antipatie religiose e della paura de' giornali, sottoponendo il giuridico al politico; e, per dire un sol caso fra cento, il supremo consiglio amministrativo di Napoli, il 3 giugno 1862, condannava i canonici di quella metropolitana per _astensione e contegno ostile_; reati ignoti al codice.
Può forse credersi che non sieno comandati dal Governo que' giornali, non pagati da lui que' monelli, non inviata da lui la tirannia in veste di prefetto: ma lascia fare e applaudire, punisce e disgrada chi vi contrasta; ha i prediletti suoi fra i persecutori; non protegge dagli insulti le sacre funzioni, ma le vieta perchè non eccitino disprezzi: sorregge abusi de' magistrati, abjetti co' superiori per prepotere sugl'inferiori, e cattivarsi l'applauso de' gaudenti e l'assenso d'una plebe che non sa quel che vuole, e vuole sempre quel che non ha; e che guarda a queste persecuzioni con indifferenza o anche con gusto perchè gli si ripete che menano a quella felicità, alla quale aspira sempre e sempre invano.
Gli sforzi principali dirigeansi a togliere l'educazione di mano al clero, non coll'impedire ch'esso ne avesse il privilegio, da gran tempo dimenticato, ma volgendo le istituzioni a escluderlo: nè solo le istituzioni governative, ma fin talune camuffate di carità, e dove si adula la gioventù o la moltitudine per pervertirla.
Principalmente si combattevano gli Ordini monastici, i quali, oltre esser legittimi come forma di libertà, rispondono a bisogni particolari di certi tempi e di certe classi di persone, dotate di grazie particolari, ma riescono incomprensibili alla vulgarità che conosce soltanto i piaceri e gli affari. Cacciati in nome della fraternità, erano tornati in nome della carità cristiana; ma si riuscì a farli detestati dalla classe gaudente quanto nel medioevo gli Ebrei; ed ogni riforma di governo venne seguita dalla loro distruzione[544]. Cacciati dalle case dove avevano composti tutti i loro desiderj, non poteano più vivere che mendicando: questa era colpa per cui erano arrestati, e così nudriti; onde una circolare autorizzò a non imprigionare quelli che non avessero ricevuta la pensione.
Così levate al clero le prerogative del vecchio diritto, ad onta del nuovo si manteneano contro di esso le leggi paurose e le ordinanze eccezionali delle tirannidi antiche; nella loro persecuzione i governanti alleavansi i partiti più opposti che si rassegnavano anche alla servitù di tutti, purchè della libertà non potesse vantaggiare il clero, non accorgendosi come ogni argomento che si accampa contro l'indipendenza delle comunità religiose, vale contro le politiche. Intolleranza tanto più notevole ove si tutelano le istituzioni più avverse al cristianesimo; si esaltano i culti di Budda, di Fo, di Maometto; si proteggono le associazioni protestanti e massoniche[545]. Nè a torto gli ecclesiastici rifletteano che anche Roma pagana, nella peggior sua decadenza, mentre adottava tutti i vizj e le superstizioni, repudiava le virtù cristiane; mentre era minacciata dai Barbari, sbigottivasi di pochi missionarj; mentre lasciava ostentar i vizj di Messalina, e Caracalla, riduceva i Cristiani a celar le loro penitenze nelle catacombe. Voi (diceano) intendete libera Chiesa al modo con cui libero Stato intendono i socialisti; poichè la portereste a piena rivoluzione, colla scena de' plebisciti per eleggere i curati e i vescovi; col rinfacciare ai prelati la carrozza e gli argenti e il palazzo; col repudiare la suprema giurisdizione che è indispensabile per l'unità; i papi sarebbero fatti per diploma dei re, non per ispirazione dello Spirito Santo nè dai prelati di tutta la cristianità; insomma senza culto senza morale, senza stabilità, la Chiesa rimarrebbe in balìa dello Stato che le porrebbe continui impacci: sarebbe il chiodo battuto continuamente dal martello della pretesa libertà. La spiegata ostilità non lasciò ignorare nessuno degli abusi che al clero potrebbero apporsi, ma voi volete far la politica col mezzo della miscredenza; confondete l'idea di società con quella di Stato; chiamate libertà il toglierla ad altri, ad una classe intera; pretendete alla concordia per mezzo dell'irritazione, e col dividere la nazione in vincitori e vinti. Riponendo ogni progresso nel livellare (continuano) a questi atti pretessete il titolo di eguaglianza, quasi la Chiesa pretendesse dare l'_exequatur_ alla nomina del re o del ministro o del senatore, e stabilire qual bandiera, che divise, quanti soldati aver deva lo Stato, e come regolare i collegi militari o di marina, o impedirvi d'opprimere di tributi i cittadini. La società non tollererebbe più un clero privilegiato e dominante, ma forse la Chiesa aspira a questo titolo? Non chiede privilegi, vuol l'eguaglianza, vuole poter seguitare i proprj statuti che sono i canoni e le disposizioni conciliari, in quanto non repugnano al diritto comune; vuol garantiti i diritti che spettano a' ministri e membri suoi secondo quegli statuti.
Viepiù il raziocinio e le azioni scompigliò la aspirazione di conquistare Roma, sempre coll'ombra di quistioni accessorie offuscando le verità fondamentali. Nella meschinità de' concetti moderni si suppose che i contrasti della società secolare contro l'ecclesiastica nel medioevo mirassero a togliere a questa gli Stati Pontifizj, e si arrivò persino a fare di Dante l'apostolo, anzi il profeta d'un'unità italiana, di cui fosse capo un imperadore sedente a Roma; nel veltro allegorico di lui s'adombrò un re moderno, al quale un prete in pubblica solennità gridò, _Vieni a veder la tua Roma che chiama_. Chi serbava ombra di senno non potea dimenticare che quelle parole erano dirette ad Alberto d'Austria, cui il poeta minacciava il giusto giudizio di Dio se non venisse qua ad inforcare gli arcioni di questa Italia, fatta indomita e selvaggia.
Se la fede di Cristo fosse stata applicata nella sua pienezza, la pace avrebbe regnato nel mondo come in una famiglia; _cor unum et anima una_; con un solo simbolo per conoscere il suo Padre, una sola morale per servirlo, un culto per adorarlo, un cuore per amarlo, un pastore per condurci, eliminando dalla fraternità universale quelle irose ambizioni, che sopra migliaja di vittime erigono la gloria degli eroi.
Il medioevo sperò effettuare la pace riducendo il mondo a questa grande unità sotto un solo capo, che potesse imporre agli altri la giustizia, sia colla forza, o sia coll'autorità. Questo capo era o l'imperatore o il papa: e quello i Ghibellini, questo i Guelfi miravano a render più libero e assoluto che si potesse. Nello sfasciamento della società antica, quando non era sopravvissa altra podestà, altro organamento che l'ecclesiastico, altra legge che la canonica, altre regolari procedure che le sacerdotali, prevalsero i pontefici, che della civiltà antica aveano raccolto le parti migliori, e depurandole se n'erano valsi a ricostituire la società universale: i principi stessi invocarono l'alto dominio di essi, fosse per assicurare il proprio, fosse per attingerne norme d'amministrazione e di giustizia: il popolo ne li benedisse d'un aumento di potenza, che riusciva tutto a favor suo, perchè surrogava il diritto alle sciabole, la discussione al decreto, la carità alla tirannia.
Come le genti si furono sedute ne' paesi che doveano divenir patria loro, i dominanti particolari che, munitisi d'eserciti e d'erario, più non sentivano bisogno del patronato dei papi, studiarono ritrarsene, e recuperare al governo civile le prerogative che quelli aveano non usurpate, giacchè a nessuno le tolsero, ma esercitate quando altro organamento non sussisteva.
Forse, col rinnovarsi della civiltà, sarebbonsi potute conciliare le pretensioni dei due poteri, ma ne tolse speranza la riforma religiosa, che fu una vera riazione contro la preponderenza italiana e pontifizia. Sottrattogli mezzo il mondo, il papato non potè più influire efficacemente sulla civiltà e sulla politica: ristretto a un piccolo principato, scemata tanto l'efficacia della sua parola; per tutelarne l'esistenza e i diritti dovette cercare le alleanze dei forti, stringendosi ora colla Spagna, ora colla Germania, ora colla Francia, che colla loro protezione, coi loro concordati ne mozzavano spesso la podestà spirituale; e colla scienza e col moto civile cospiravano, talora senza accorgersi, a sottometterla al laicato[546].
D'allora il principato di Roma non diversificò dagli altri principati fra cui sminuzzavansi i regni tutti, ma specialmente l'Italia nostra e la Germania. La indipendenza più o meno intera di questi piccoli ovviava l'oltrapotenza dei grossi, che perciò miravano ad ingojarli. Ma di farlo non trovarono la opportunità se non quando la Rivoluzione, sotto il titolo di dar a tutti la libertà, abolì le libertà de' singoli a favore d'un ente astratto che chiamava lo Stato; poi ridottile a una fittizia unità, li gettava in braccio d'un re.
Questa genesi della libertà moderna ci è data dalla storia che non imiti un bullettino d'armata; vuolsi aggiungere che, per frenare i possibili abusi dei re, non più bilanciati dalle piccole aggregazioni e dalla Chiesa, dovette ricorrersi alle costituzioni, cioè metter limiti fittizj e irrispettati a principi su cui si era accumulata la piena assolutezza; e se non vi si attenessero, minacciarli non più della scomunica, ma della rivolta.
Mercè della Rivoluzione, la Germania che avea da quattrocento Stati, alcuni repubblicani, tutti con sovranità limitata da privilegi, fu ristretta in pochi regni, principalmente spodestando i principi ecclesiastici.
Dall'Italia scomparvero tutte le repubbliche, e gli Stati si ridussero a pochi, sinchè vennero assorti tutti in uno. Prima del 96 il papa pesava sulla bilancia europea come un'altra potenza, giacchè come queste poteva comprare soldati. Introdotta la coscrizione, e perciò misurata l'importanza dal numero de' sudditi, egli si trovò impotente a petto degli ambiziosi. Buonaparte nelle prime sue corse tolse ai papi le Legazioni, garantendo il resto: ma ingrandito, non sofferse che un prete osasse dirgli no quando gli altri re non sapeano che dirgli sì: che negasse concorrere a soffogar l'Inghilterra col blocco continentale, o ricusasse di maledire i suoi nemici, o di dargli soldati contro di questi, di scioglier il suo matrimonio, acciocchè potesse sposare una austriaca: sicchè dichiarò finito il dominio temporale del papa, ne fece dipartimenti francesi, e conferì il titolo di re di Roma al presunto suo successore.
L'Europa s'indignò alla prepotenza, ma ancora Abele fu il vincitore; e i popoli, appena ebbero rovesciato Napoleone, non ebbero premura migliore che di veder restituito al papa il suo dominio. Ma più che da quel misto di protestantismo e di misticismo che fu la Santa Alleanza, lo Stato pontifizio restava garantito dal confinare con principati non superiori di forze; e quando la sommossa del 1830 minacciò l'indipendenza del regnante di Roma, le grandi potenze d'Europa s'accordarono a restituirgliela piena.
Poi Pio IX credette maturo il paese agli ordini civili che il secolo nostro proclama; e con timidezza ma con sincerità, inesperto, scrupoloso, incoerente, ma tutto equità e benevolenza procedendo, si fece ammirare da tutto il mondo come nessun suo predecessore, e benedire dall'Italia, della quale egli fu che cominciò il rinnovamento, e sulla quale attirò l'attenzione di tutta Europa come negli splendidi giorni del papato.
Presto si trascese; non si seppe cacciar lo straniero, bensì il papa: Pio IX dovette fuggire dal suo paese che cadde in preda all'anarchia; e le aspirazioni de' Neoguelfi cedettero alle ambizioni dinastiche e alle astuzie dottrinarie. Il regno sardo pensò allora rifarsi delle sofferte sconfitte, e acquistare predominio in Italia coll'andar a ristabilire in trono il papa. I deputati savojardi, imperterriti sostenitori del partito conservatore e religioso, mal soffrivano una spedizione che poteva tornar utile alla repubblica romana, o minacciare gli altri principi per ingrandire il regno sardo, col che sarebbesi dovuta cangiar la capitale, e con ciò dare il crollo al regno[547]. Più l'avversavano i liberali, e gli atti del Parlamento del 1849 meritano esser letti per vedere sino a qual punto possa trascender la retorica, e come vi si producessero già que' sofismi, che tratto tratto ripullulano sulla sovranità popolare o sull'autorità pontifizia. Ma mentre colà si disputava, i potentati aveano di nuovo pronunziato legittimo il dominio del papa quanto gli altri, e necessaria all'indipendenza di ducento milioni di Cattolici la indipendenza del pontefice: e incaricarono di repristinarlo la Francia repubblicana, così governabile appena non ha più governo.
Così fu fatto: ma ciò portava l'ingrata necessità di una permanente occupazione straniera, per reprimere la rivoluzione che aveva concentrato i suoi fuochi contro di Roma. Il pontefice, in occasione che si trovavano i vescovi congregati per una sacra solennità, propose loro di decidere se il potere temporale fosse necessario qui e adesso. Risposero unanimi del sì, e diceano: «Come i prelati della Chiesa avrebbero potuto da tutte le parti del mondo arrivar sicuramente per conferire con vostra santità sui più gravi interessi, qualora avessero trovato su queste rive un principe geloso de' loro principi, o sospetto o nemico ad essi? V'è doveri di cristiano e doveri di cittadino, che non sono contrarj ma differenti. E come i vescovi avrebbero potuto compirli se non vi fosse a Roma una sovranità temporale, come è la pontifizia, assolutamente indipendente, e centro della concordia universale, senza ambizione umana, senza aspirazione a dominio terrestre? Noi liberi siam venuti a un papa-re libero: pastori noi ci occupiamo degli interessi della Chiesa: cittadini, degli interessi della patria: equamente congiungiamo gli uni cogli altri, e non negligendo i doveri nè di pastori nè di cittadini. Chi dunque oserebbe impugnare un principato così antico, fondato sopra tale autorità e necessità? Se anche si badi al diritto umano sul quale riposano la sicurezza de' principi e la libertà dei popoli, qual altra potenza potrebbe a questa paragonarsi? qual altra è così venerabile e santa? Se questi diritti si calpestino riguardo alla santa sede, qual principe sarebbe sicuro di conservar il suo regno, qual repubblica il suo territorio? È dunque per la religione, ma anche per la giustizia e pel diritto, fondamenti delle cose umane, se voi lottate e combattete».
Seicento mandarono indirizzi nell'egual senso, e milioni di firme accompagnate ciascuna da un'offerta, espressero l'omaggio verso il pontefice: ora legate in diciotto grossi volumi nella Biblioteca Vaticana, s'aggiunsero ai tanti documenti del principato romano. Qual lingua v'ha in cui esso non siasi affermato?
In realtà il potere temporale non è consacrato nè nella necessità nè nel principio, nè fuori nè dentro da verun dogma, cioè qual verità rivelata, proposta dalla Chiesa a credersi. È opportunità contingente; eppure scindere la quistione non è possibile, ed è necessario scegliere fra lo spirito della Chiesa e lo spirito della Rivoluzione. Quando tutto era forza, la Chiesa potè, mediante il suo potere, salvar la società e la civiltà: oggi pure, che al diritto si surrogano gli eserciti, i fatti compiuti: oggi che la forza proclama, gli oppositori balbettano, e pare assai ottenere una transazione; quanto le giova l'indipendenza materiale! vorrebbero il mondo senza papa, cioè come era in man di Nerone, ai piedi di Poppea, fra le braccia dell'insaziabile Messalina. Il papa ha per missione il governo della Chiesa, non dello Stato. La fede non dice che il temporale sia inseparabile appendice della divina missione, e indispensabile all'esercizio del potere spirituale, ma determina questo in modo, che non può venir esercitato se non da un capo indipendente. Tolte le varie gradazioni di sovranità, oggi non si riconoscono che re o sudditi: il papa, dal momento che cessasse di esser principe, rimarrebbe suddito d'un re, cioè all'arbitrio d'un ministero, che ben potrebbe usargli tutti i riguardi, tutte le deferenze, ma non lascerebbe d'esserne il padrone, anche quando camminasse d'accordo; in un conflitto poi potrebbe impedire ogni esercizio d'autorità a quello che ducento milioni di Cattolici han bisogno di saper indipendente.
Queste cose poteano esser comprese da Carlomagno[548] o Napoleone il Grande: non dalla trivialità de' giornali, non dalla rivoluzione che, elevato uno sul pinacolo del tempio, gli mostra la penisola, e gli dice: «Sarà tutta tua se prostrato mi adorerai». In fatto si fece credere che il ben dell'Italia richiedesse, non l'unità delle anime come vuol la Chiesa, ma l'unità geografica; si gridò in tutti i toni la frase di aspirazione nazionale, e fattosene organo il Piemonte, questo cacciò gli Austriaci dalla Lombardia cogli ajuti di Francia; poi contro il voto della Francia s'annettè i varj Stati d'Italia, facendo qui ciò che casa d'Austria fece un tempo colla Spagna. Possano esserne diverse le conseguenze!
Allora il pontifizio si trovò serrato entro un unico dominio, il quale gli aveva anche tolto le provincie sue migliori; le Legazioni per sollevazione, per conquista le Marche e l'Umbria, restringendolo a settecenmila abitanti, con una delle più insigni città del mondo; enorme testa di meschinissimo corpo.
Ridotta la politica a un calcolo di forze e ad una teoria geografica, si asserì che anche quel brano dovesse appartenere al regno, e capitale di questo fosse Roma; si tentò averla per forza; e poichè le altre potenze, e più dichiarata la Francia, lo impediscono, vi si mira con quelli che, un'altra frase del tempo, intitola mezzi morali. Il migliore certamente sarebbe il concedere la massima libertà religiosa, e il governar in modo da rendere desiderabili le leggi, i tributi, la giustizia, l'amministrazione nostra[549]. Invece si volge ogni studio a dimostrare che il pontifizio è il pessimo de' governi; e per farlo creder tale basta lo echeggino le trenta voci di quella che altra frase del tempo intitola opinione pubblica. Ma diversa cosa è la sovranità temporale dei papi e il loro governo. Ogni Governo conserva, ed è un modo di conservare il migliorar gradatamente. Ma perchè le idee, non avendo ostacoli di realità e d'attualità, procedono più rapide, sempre si trova che i Governi sono in ritardo. Perciò in ogni paese v'è una porzione, malcontenta del presente e desiderosa del nuovo, da cui spera ogni meglio: il grido di rivolta è sempre considerato come voce del popolo, dacchè, smarrito il senso dell'autorità, i teorici della sovversione guardano come segno di superiorità lo springar calci, e d'imbecillità il conservare. Come contro _tutti_ i governi si declama perfin dai loro amici senza per questo volerli abbattere, così potrebbe esser pessima l'amministrazione del papa, che è infallibile nelle decisioni dogmatiche, non in quelle di Stato, nè perciò andarne invalidato il principio: questo è immanente, quella continuamente mutabile.
Allorchè si discute delle inenarrabili miserie dell'Irlanda, l'orgoglioso Inglese dice: «La causa n'è il papismo». Così qui si ripete che da Roma derivano immense jatture all'Italia; là si ricovera un re spossessato; là si fomenta il brigantaggio; là si desidera la restaurazione de' principi spossessati e si prepara; là s'insinua ai preti, e per essi alle popolazioni, che non è bene l'introdurre anche colà il giansenismo, la sofistica, le idee del 89, il codice francese: che i fatti compiuti non costituiscono un diritto: che al dominio della forza prevarrà il regno della giustizia. Se il papa è un capo dei briganti; se le sue speranze fonda sull'Austria; se i fautori di esso sono nemici della patria, chi non troverebbe giusto l'odiarli, e consono il perseguitarli, e il cercar in ogni modo la ruina d'un potere così micidiale? E chi nol crederebbe quando ogni giorno lo ripetono i giornali e l'effigiano le caricature?
Di rimpatto i Cattolici credonsi in dovere di obbedir al pontefice in quanto riguarda il dogma e la morale, e per venerazione filiale accettano la sua decisione anche quando pronunzia opportuna la conservazione della podestà temporale. Ai conservatori fa urto che Roma dovesse cessare d'esser la città delle arti; e colle vie dritte coi palazzi nuovi, colle caserme, cogli arsenali sostituire le trivialità odierne alla poesia di tante memorie, e i nomi di fatti e di eroi da scena a quelli che il mondo venera da secoli. I forestieri ricordano che Roma è di tutto il mondo, perocchè tutto il mondo contribuì a fabbricarla e arricchirla. I lepidi pongono in baja questo parlamento che starebbe al Quirinale mentre il papa al Vaticano; e quello pubblicherebbe leggi che questo maledice, ordinerebbe atti che questo proibisce[550]. I serj prevedono che a Roma non regnerebbero i Tarquinj, che sotto quell'aspirazione scavasi l'abisso alla dinastia. Altri poi non dissimulavano che, dietro la questione principesca, mascheravasi l'eresia, che vuole conservar la religione, tagliandole solo il capo; e lamentavano che la Chiesa è invecchiata, offuscate le sue verità, che bisogna ringiovanirla associandola alla progrediente civiltà. È la conseguenza della democrazia che, posto il governo nel popolo, vuol porre anche la Chiesa nel corpo de' fedeli; è un'applicazione della teoria protestante del senso privato, e vedemmo gli attacchi contro il dogma cominciar sempre da questo tema, troppo facile a chi guardi i disordini soltanto, non le mirabili istituzioni, non tanta esemplarità di vita e generosità di sacrifizj e d'abnegazione; non la faticosa propagazione del vangelo, non la perpetuazione dell'organamento gerarchico.
A questi concetti diè gran peso il libro _Pro causa italica ad episcopos catholicos, auctore presbitero catholico_ (1861). Era opera del dottissimo Carlo Passaglia, che dopo avere insignemente combattuto fra' teologi e massime per l'immacolata concezione, erasi staccato dalla Compagnia di Gesù, e venuto professore a Torino. A detta sua, non può annoverarsi fra gli Stati uno che non basta a conservarsi e difendersi con forze proprie, ma è costretto puntellarsi d'armi straniere contro i sudditi, attenti ad ogni occasione di ribellarsegli, e che hanno diritto ad effettuare l'unità d'Italia, e perciò disfarsi di quel governo. Al papa dunque suggeriva di ovviare i disastri imminenti alla Chiesa col rinunziare al dominio terreno. Aggiungeva che il vescovo di Roma non può abbandonar la sua sede: asserzione contraria ai fatti di tanti pontefici e dei tanti vescovi _in partibus_, i quali niuno vorrebbe obbligar a rimanere là dove sono spogliati, avviliti, percossi.
In tal senso sporgeva una supplica, dove, confessatane la supremazia sui vescovi, pregava il papa a far pace coll'Italia, e lasciare che Roma divenisse capitale del nuovo regno. La petizione girò, e fu firmata da centinaja di preti, alcuni per verità in buona fede e per desiderio di concordia, ma pure presumendosi più teologi del papa, più politici dei consiglieri di esso.
Poco andò, e l'ispiratore vedea diminuirsi la sua autorità, e grandissimo numero degli aderenti far solenne ritrattazione: ma ciò che fu notevole, e che discerne l'età nostra dal Cinquecento, si è che neppure un vescovo sottoscrisse all'indirizzo passagliano. Molti vi diedero risposta, esagerando come si fa nelle politiche effervescenze: e domandavano: «Siete voi cattolico? — Sì. — Dunque dovete seguire la Chiesa e il papa. — Ma Chiesa e papa ingannano i fedeli e insegnano il falso — Dunque separatevi dalla Chiesa e dal papa; siate francamente protestante, e dateci il simbolo vostro come vera religione»[551].
Alle minaccie de' forti, come ai suggerimenti de' sofisti, Pio IX rispondeva una sublime e indomabile parola, _Non è lecito_. La Chiesa fu solita riconoscere i Governi di fatto, e ampiamente l'avea spiegato Gregorio XVI nella bolla _Sollicitudo Ecclesiarum_ del 7 agosto 1831. Disputandosi la corona di Portogallo don Michele e donna Maria da Gloria, il primo mandò a Roma per provedere i vescovadi vacanti; e Gregorio, sull'esempio de' suoi predecessori, dichiarava che «se per necessità ecclesiastiche attribuisse ad alcuno un titolo di dignità anche regia, o gli spedisse legati, o trattasse o stipulasse con esso, non dovea tenersi cresciuto il suo o scemato il diritto di altri; avvegnachè si mirava solo a condurre i popoli alla felicità spirituale ed eterna». Chiedeasi dunque che anche Pio IX riconoscesse il fatto del regno d'Italia: ma i difensori della Chiesa rifletteano che oggi non trattavasi d'altri principi spodestati, sibbene del capo stesso della Chiesa. S'egli è legittimo per consenso di tutta la pubblica ragione, non si dà diritto contro il diritto, nè egli potea consentirne alcuna violazione: non potea rinunziare ad un'indipendenza che protegge l'indipendenza di tutti i Cattolici del mondo; rinunziare a possessi che avea ricevuti unicamente in deposito, da trasmettere a' suoi successori; nè colla propria rinunzia infirmare le ragioni di tutti i principi spossessati. Egli riformatore, diverrebbe rivoluzionario rinunziando[552].
Esposto alla doppia prova dell'ovazione e degli insulti, più che non de' possessi temporali Pio IX affliggeasi per le persecuzioni insistenti e per la vedovanza di tante chiese, i cui vescovi od erano morti nè più surrogati, o giacevano in esiglio o in carcere. Pertanto, essendo rotte le comunicazioni legali fra il padre di tutti e i suoi figliuoli, in modo privato dirizzò una lettera a Vittorio Emanuele, invitandolo a combinar modo di provvedere alle settantadue sedi vacanti. I ministri ne gioirono, quasi con ciò avesse egli riconosciuto il re d'Italia; e come una grazia mandarono persona che trattasse, ma senza veste pubblica. L'avvocato Vegezzi, tanto savio quanto pratico, portò ben innanzi gli accordi, ma mentre era prestabilito non si toccasse alla questione politica, ecco sopraggiungergli istruzioni che la implicavano. La Corte romana le ricusò; e i ministri, asserendo che n'era compromessa la dignità della corona[553], richiamarono il messo; e aprendosi allora il parlamento nel novembre 1865, vi fecero pronunziare dal re, che dovrebbe provedersi a segregar lo Stato dalla Chiesa.
Era una nuova frase d'un tempo che le frasi accetta per pensieri. I conservatori rispondevano che tale separazione suppone due podestà di fronte, mentre i governativi non ne ammettono che una; ma quest'una abbraccia l'intero individuo, o lascia qualche elemento del cittadino sottrarsi allo Stato? Il progresso civile del cristianesimo sopra la gentilità consistette appunto nel riconoscere che l'uomo, anche legato in civile società, resta padrone di sè, delle credenze sue, della sua fede, delle facoltà per le quali si inalza a Dio. In quell'ordine egli è sovrano; e può od isolarsi, od unirsi a un gruppo di persone, libere come lui d'adorare e credere. Lo Stato non ha nulla a immischiarsene; e trattisi d'un uomo, o d'un sodalizio, o d'un Concilio, la sovranità, che è d'origine puramente naturale, si arresta davanti al santuario della coscienza. Come ente morale distinto, la Chiesa dee aver facoltà d'amministrare, far leggi, osservarle, senza che il Governo possa impacciarla in quanto concerne i dogmi, la disciplina, la gerarchia.
E la Chiesa e lo Stato (argomentavano i conservatori) sono distinti per origine e per mezzi; ma entrambi operano sopra un individuo inseparabile, che come cristiano appartiene alla Chiesa, come cittadino appartiene alla società civile, sicchè necessariamente dipende e dalla Chiesa e dal Governo. Voler che quella restringa la sua autorità a sole le anime, implicherebbe che il corpo possa operare indipendentemente dallo spirito, o viceversa. Entrambi agiscono sull'ente duplice; e qualora propongansi lo stesso fine, non v'è titolo perchè operino separatamente; qualora siano in conflitto, l'uno soprafarà l'altro; saranno due potenze a cozzo; uno Stato nello Stato; una guerra inevitabile. Già Dante rimproverava l'antica Roma di confondere in sè _due reggimenti_, mentre lo Stato e la Chiesa devono restare non separati, ma distinti; non una Chiesa nazionale, servile alle esigenze politiche; non lo Stato impedito dalla Chiesa. Lontana dal tempo quando prevaleva allo Stato, essa a questo non domanda che la libertà; la quale val ben meglio d'una protezione comprata a spesa di diritti. Che importa alla Chiesa delle condizioni politiche? essa non ha per suo ideale verun Governo umano; basta nol trovi in opposizione colla sua dottrina. Suo uffizio è proclamare la verità, attuare la morale, comandando in nome di Dio al fôro interno. Tale uffizio non potrebbe assumersi il Governo senza ledere la libertà di coscienza. Il Governo deve possibilmente conformare i suoi atti politici ai beni spirituali e morali. Come conoscerli, come determinarli, quando cozzino coi temporali? Questo cozzo non deriva dall'esser uniti Stato e Chiesa, bensì dalla natura viziata dell'uomo, che ravvisa due sorta di beni, e non sa via di conciliarli.
Come all'umana natura sono insiti l'autorità della fede e la libertà del ragionamento, e perciò essendo indistruttibili, bisogna conciliarli, così è dello Stato e della Chiesa; e poichè tutti i poteri hanno il dovere di cooperare alla destinazione umana, lo Stato nel cercar il bene temporale non può prescindere dallo spirituale che n'è tanta parte, procedendo per la via della giustizia, santificata dalla religione.
La Chiesa ha bisogno d'aver la libera parola, perchè tutti ricevettero da Cristo il diritto di ascoltarla; ha bisogno d'aver libere le elezioni, onde conservare alla società cristiana il diritto alla successione apostolica; ha bisogno d'adunarsi e discutere, perchè i comuni interessi dei fedeli vengano in comune ponderati dai loro pastori; ha bisogno di diriger l'educazione e i matrimonj, perchè la famiglia ha diritto di far risalire a Dio la grazia della paternità, e di produrre cittadini degni della patria terrena e della celeste. Donde appare che i diritti della Chiesa sono infine diritti dei fedeli e lor patrimonio comune. Se, quale podestà spirituale, la Chiesa deve avere la libertà della parola, della grazia, della virtù, per insegnar agli uomini, convertirli, renderli perfetti, bisogna abbia la facoltà di difendere anche contro la forza i diritti della coscienza e la libertà delle anime. Suo destino è di vivere nel tempo e nello spazio, mescolata agli affari del mondo, e mal la conosce chi dalla segregazione spera pace e prosperità. Appunto perchè mista alle cose mondane ha il diritto di proprietà e sovranità, fondato sulla natura e sulla storia. Uno può possedere come proprietario o come sovrano. La Chiesa volle sempre il primo modo: non fe che accettare il secondo, perchè lo crede necessario in certe contingenze.
Non dunque Chiesa nello Stato o Stato nella Chiesa, nè Stato senza Chiesa, ma armonia dello Stato colla Chiesa, liberi nel loro campo d'azione, nell'amichevole esercizio dei loro poteri, e nel fine comune di prosperar l'umana convivenza; non secolarizzare la religione, bensì consacrare la politica, accordandosi in un potere discrezionale, di limiti indefinibili e di mutua compensazione. Lo Stato cura gli atti giuridici, la Chiesa i morali; quello è razionale, questa bada al sovranaturale, alla Grazia; per quello la libertà civile, obbediente alle prescrizioni umane, per questa la libertà morale, obbediente alla legge divina. Grave errore il lasciare cancellar dallo spirito, foss'anche pel barbaglio della gloria, la distinzione del giusto e dell'ingiusto, e fidarsi alla forza sin al giorno inevitabile ch'essa soccomba ad una maggiore! I due ordini coesistenti diansi la mano per la felicità del genere umano; è delitto di lesa società il confonderli quanto il disgregarli; e la difficoltà non consiste nello stabilire accordi, ma nella diffidenza che sieno osservati.
Non trattasi dunque se un principe abbia ad occupare un altro piccolo territorio, se un re governi bene o male[554], bensì dell'armonia universale: non vuolsi libera Chiesa in libero Stato, ma in popolo libero: non condannare ciò che l'immensa maggioranza venera ed ama; non sottomettere le magnifiche speranze dei giusti e le salutari paure de' peccatori a decreti di ministri e prefetti, bensì introdurre l'amore e la giustizia, senza cui non v'è pace; far concorrere al bene universale le due podestà, che concordi possono tutto, discordi nulla valgono contro il male.
Questi e ben più solidi argomenti produceano coloro che ancor credono all'efficacia delle ragioni e dei sentimenti virtuosi, cercando elevar la quistione di sopra all'atmosfera venefica delle passioni e al polverio della mischia, e lontano dagli irritanti ricordi[555]. Di fronte alle difficoltà complicantisi fra un popolo tormentato a vicenda dalla servitù o dalla libertà, che da un ordine senza dignità passa a un disordine senza grandezza, i timorati credono e i baldanzosi vantano che il cattolicismo, privato del piedestallo d'un dominio temporale, va a perire. Certo s'ingannano. Altri affermano che potrebbe il capo della Chiesa conservar la sua indipendenza sotto la tutela dello Stato. Crediamo che costoro lascinsi ingannare. Quelli poi che dicono il potere temporale dovere abbattersi acciochè meglio sia venerato lo spirituale, son gente che vuol ingannare. Del resto nessun più che il clero porta oggi le stigmate dell'ingiustizie del mondo: ma sa che la Chiesa ebbe per destino il soffrire, per gloria l'aver tutto affrontato, e per avvenire il soffrire tutto, tutto affrontare ancora, e resistere incessantemente all'ingiustizia e all'immoralità.
Non vedemmo agitarsi questo conflitto dello Stato e della Chiesa colle armi, poi colle dottrine, poi col sofisma, poi colle bestemmie? Se non vi riuscirono Diocleziano, Giuliano, Voltaire, il Terrore, mal pretenderebbesi ora scioglierlo colle frasi: ma chi dimenticò quel ch'è giusto è condannato a non conoscere più quel ch'è possibile. In fatto la Francia stipulò di nuovo col Governo d'Italia che il dominio papale verrebbe rispettato, e che la capitale sarebbe Firenze: a tali condizioni ritirerebbe le truppe che proteggevano non un principe straniero, ma il padre comune a Roma. Al pontefice, quando, per la convenzione del 15 settembre 1864[556], si trovò abbandonato anche dal Governo francese che in faccia a tutta l'Europa aveva assunto l'impegno di difenderlo, non restava che protestare. I Cattolici, trovandosi più sempre conculcati, pensarono premunirsi costituendo una «Associazione cattolica per la difesa della religione» che, secondo i suoi statuti, doveva aver un capo a Bologna, rappresentanti nelle varie città, ma tutti notificati al Governo, e tenersi estranea a qualunque azione politica, perfino alle elezioni. Subito dalle mille voci fu denunziata come una grande cospirazione austro-borbonico-clericale, «una vasta rete di congiurati per vituperare e combattere le disposizioni del Governo sulle faccende ecclesiastiche, procacciare nemici con la stampa, conturbare le coscienze, eccitare il fanatismo e l'intolleranza delle plebi sotto il pretesto di scuotere l'indifferentismo religioso in Italia; stabilire insomma una sètta ordinata, numerosa e compatta per mettere in rovina il potere, e rovesciarlo alla prima occasione propizia»[557].
A queste ombre dà corpo il partito che s'intitola liberale, e che dice al potere, «Ajutami ad abbattere i clericali»: poi dirà al popolo, «Ajutami ad abbattere il Governo»: infine dirà alla ciurma, «Ajutami ad abbattere Governo e popolo». Di applicare quel che, nel diritto nuovo, chiamasi libertà, cioè l'arbitrio del Governo, opportunissima occasione trovò allorquando il regno d'Italia, approfittando della nimicizia rotta dalla Prussia all'Austria, dichiarò guerra a questa per toglierle il Veneto. Mentre si ostentava baldanza per un esercito formidabile e una decantata marina, si finse temere che i Cattolici volessero cogliere il momento per tentare di sconnettere un regno, dove l'unione è decretata e legale, ma non ancor penetrata negli spiriti. Allora dunque i liberali fecero passare una legge de' sospetti (17 maggio 1866), che infaustamente serba il nome di Crispi, per la quale lasciava autorità al Governo di mandare a domicilio coatto le persone che dessero ombra. Subito in ogni città, in ogni borgata furono istituiti comitati che origliassero e denunziassero; v'ebbe spie che apersero le lettere, delatori fin tra parenti, fin tra deputati; sfoghi di vendette, prepotenze di magistrati. Universale fu la costernazione, e la servilità de' prefetti e de' sindaci, i rancori degli individui, le passioni de' partiti, la brutalità delle gazzette si accordarono per denunziare i vescovi e i sacerdoti che avevano mostrato o zelo della religione, o dottrina non comune, o fermezza a respingere gli abusi; e quelle persone che si possono calunniare ma non disprezzare, e che non è così facile far obbedire all'iniquità. Principalmente fu colpa, o almeno indizio l'esser appartenuto alla Associazione Cattolica. Secondo le statistiche presentate, seimila ottocenventicinque persone furono proposte per la relegazione, di cui quattromila censettantuno vi vennero sottoposte, anche senza processo; e benchè la legge non parlasse che di domicilio coatto, furono chiusi nelle prigioni dei ladri; appajati agli assassini nel trattamento. I giornali in quel terrore universale risero sardonicamente, esclamando: «Ecco applicata la libertà della Chiesa».
L'inverecondo strazio lentossi, poi cessò quando ci fu imposta la pace, e il ministero, sotto l'ispirazione migliore parve entrare in concetti più civili e meno illiberali rispetto alla _credenza della maggioranza_, come diceano, e togliere le inique parzialità. Allora dagli ergastoli, dalle isole, dalle caserme, dai lontani esigli ritornò quella folla di sospetti clericali, contro nessun de' quali erasi potuto procedere legalmente. Allora ancora si permise potessero restituirsi alle sedi i tanti vescovi che n'erano tenuti lontani per paura della loro virtù, e sotto la maschera di salvarli dall'oltraggio del popolo. E per verità quel pugno di persone che in ogni paese usurpa il titolo di pubblico, que' giornali che han tossico nel cuore e fango nel pensiero tentò dapertutto eccitare ire, dimostrazioni, fischi; per lo più prevalse il buon senso: e lasciò sfogo al sentimento devoto e riconoscente dalle plebi, tantochè potette applicarsi a tante diocesi d'Italia quella descrizione che Gregorio Nazianzeno fa dell'esultanza de' Cristiani dopo la morte di Giuliano.
Allora si consentirono alcune libertà alla Chiesa, come di scegliere i proprj vescovi senza bisogno di presentazione regia, di giuramento, di placitazioni: si propose una legge che, pure spogliando la Chiesa, promettevale le sue libertà. Nol sofferse il parlamento; abbattè il ministero e quella legge, nè tampoco volle discutere; rinnegò ogni libertà[558], e dopochè l'Austria ebbe abbandonato il Veneto, all'aspirata unità italiana dichiarava non mancare che l'acquisto di Roma. Tanto s'è iti lontani dai motori della rigenerazione italiana! tanto con mezzi sovvertitori si turbò la causa santa promossa da persone che per la patria aveano fatto più che scrivere una gazzetta!
Pio IX, se come principe adopra ogni guisa al miglioramento del suo Stato[559], come papa ha l'intima persuasione d'una particolare assistenza di Dio, il quale certamente lo caverà da questi mali passi, ripristinerà intera la sua autorità anche temporale, purchè egli non rendasi indegno delle grazie superne; ed anzichè cercare armi ed appoggi mondani, aspetta il miracolo. Intanto espone i torti e protesta, e il fece di nuovo nell'allocuzione del 29 ottobre 1865, dicendo:
«Più volte e con lettere e con allocuzioni abbiamo deplorato le cose di nostra religione, afflitte da molti anni in Italia, e le gravissime ingiurie fatte dal Governo del Piemonte a noi e all'apostolica sede. Cresce il dolor nostro, vedendolo incessantemente e con sempre maggiore violenza aggredire la cattolica Chiesa, le salutari leggi e i sacri ministri di essa, vescovi, integerrimi uomini d'ambo i cleri, onestissimi cittadini cattolici, senza umanità, con quotidiano eccesso cacciare in esiglio, in carcere, o vessar in modi indegni; le diocesi con gravissimo detrimento delle anime lasciar prive de' pastori; le vergini sacre a Dio espulse da' lor monasteri e ridotte a mendicità; i templi di Dio violati; i seminarj episcopali chiusi; la istruzione della gioventù tolta alla disciplina cristiana, e commessa a maestri di errore e d'iniquità: il patrimonio della Chiesa usurpato e distratto. Messi in non cale le censure ecclesiastiche e i reclami giustissimi da noi fatti e dai vescovi, sancì leggi avversissime alla Chiesa e alle dottrine e ai diritti di essa, fin la legge del matrimonio civile, sommamente contraria non solo alla dottrina cattolica, ma eziandio al bene della civile società, poichè rompe la dignità e santità del matrimonio, e promuove un turpissimo concubinato, stantechè tra fedeli non può esserci matrimonio che non sia sacramento. Violando la pubblica professione de' consigli evangelici, spregiando i grandissimi beneficj recati dagli Ordini regolari in tutte le cose religiose, civili e letterarie, non esitò a sopprimere le corporazioni religiose, e usurparne le possessioni cogli altri beni ecclesiastici. Fin prima di ottener il possesso della Venezia, estese a quelle regioni le medesime leggi e decreti, e abolì il Concordato da noi statuito coll'imperatore d'Austria[560].
«Epperò, come richiede il gravissimo ufficio del nostro apostolico ministero, di nuovo alziamo la voce pontificale per la religione, per la Chiesa, pe' sacri dritti di lei, pei diritti e per l'autorità di questa cattedra di Pietro, fortissimamente detestando e riprovando nel complesso e in ogni particolare tutto ciò che contro la Chiesa è stato decretato e operato dal subalpino governo e da' suoi magistrati di qualunque specie, e quei decreti e i loro effetti colla nostra apostolica autorità abroghiamo e dichiariamo di niuna forza e valore. Coloro che ne sono stati autori, e han nome di cristiano, seriamente vogliano pensare d'essere miserabilmente caduti nelle censure e pene spirituali che le costituzioni apostoliche, e i decreti de' Concilj infliggono _ipso facto_ agli invasori de' diritti della Chiesa...
«Uomini astuti interpretano a lor modo e arbitrio quella benedizione che noi demmo all'Italia allorchè, per ispontaneo amore verso i popoli dello Stato Pontifizio, parlammo perdono e pace. Femmo umili e fervorose preghiere a Dio che dagli imminenti mali liberasse, l'Italia e qui maggiormente splendesse il dono preziosissimo della fede; coll'onestà de' costumi, la giustizia, la carità, le altre virtù cristiane. Nè abbiam mai cessato di pregare Iddio, affinchè la salvi da tante calamità di ogni genere; e più che altro chiediamo al clementissimo Iddio che questi popoli italiani col suo celeste ajuto soccorra e avvalori a star saldi nella sua divina fede e religione, e a sopportare con cristiana fermezza tante avversità.
«È però follia trarre da ciò argomento onde chiedere che noi rinunziassimo al principato civile. Per singolare consiglio della divina provvidenza avvenne che il romano pontefice avesse il suo civile principato, onde nell'assoluta indipendenza da qualunque potere politico, liberamente esercitasse la sua suprema autorità e giurisdizione su tutta la Chiesa universale, e tutti i fedeli ai decreti, e mandati suoi avesser fiducioso ossequio senza sospetto, che gli atti suoi provenissero da volontà o impulso di verun potere politico.
«Lo perchè il civile principato non solo non possiamo rinunciare, ma dobbiamo strenuamente tutelare in tutti i suoi diritti. È noto con quanta sollecitudine i vescovi di tutto l'orbe cattolico l'abbiano propugnato a voce e in iscritto, e dichiarato, nella presente condizione delle cose mondane, essere di tutta necessità al romano pontefice, per esercitare la sua libertà di pascere il cattolico gregge di tutto il mondo; colla qual libertà è connessa quella di tutta la Chiesa universale.
«Vociferano pure che noi dobbiamo pacificarci coll'Italia, intendo dire coi nemici della religione che intitolano se stessi Italia. Noi che, assertori e vindici della salutare dottrina della virtù e della giustizia, dobbiam procurare la salute di tutti, come potremmo accordarci con quelli, i quali, sordi alla verità, da noi fuggono, e neppur han voluto aderire ai desiderj nostri, unicamente diretti a provvedere di vescovi tante diocesi italiane deserte?
«Volesse Dio che costoro, i quali oppugnano sì fieramente noi e questa sede apostolica, alzando gli occhi e l'animo alla verità e alla giustizia, ne avessero lume e ravvedimento; e venissero a noi, guidati da salutare affetto di penitenza! Allora vedrebbero come l'augusta nostra religione conduca a privata e a pubblica felicità individui e popoli; dove essa impera, ivi di necessità si ritrovano la vita onesta, l'integrità, la pace, la giustizia, la carità e ogni altra virtù; nè i popoli vi sono percossi dai mali che gli opprimono ovunque essa è conculcata e invisa....
«Furiosi nemici non cessano di gridare che questa Roma dev'essere partecipe del sovvertimento italico; anzi esserne la capitale. Sperda Iddio gli empj consigli; e non permetta che quest'alma città, dove Egli collocò la cattedra di Pietro, abbia a tornare in quel tristissimo stato, quando la prima volta v'entrò il beatissimo principe degli apostoli. Noi, da ogni umano ajuto quasi deserti, fidenti nel solo ajuto di Dio, siamo apparecchiati a difendere anche col pericolo della vita la causa della Chiesa, a noi da Cristo divinamente commessa; e se fia bisogno, andarcene in qualunque altro paese ove nel miglior modo esercitare il nostro apostolico ministero...
«Purtroppo non è certo se questa o quell'altra nazione abbia da conservar sempre il tesoro preziosissimo della divina fede e religione. Popoli che un tempo custodivano fedelmente il deposito della fede e la disciplina dei costumi, al presente sono scissi da quella pietra, su cui è fondato l'edificio della Chiesa. Miseri i principi i quali, dimentichi d'esser ministri di Dio pel bene, han trascurato di fare quanto è in loro potere e dovere per impedire che si distrugga il preziosissimo tesoro della fede cattolica, fuor della quale è impossibile piacere a Dio...»
Questi gemiti ripetemmo perchè rivelano i dissensi della Chiesa dallo Stato, del popolo vero dai suoi rappresentanti, della nazione da' suoi padroni: perchè si ebbe cuore di dire solennemente che il papa non si duole delle ingiustizie contro la Chiesa[561]; e perchè si veda come i fabbricatori di distruzione allontanino più sempre quella conciliazione, senza della quale non potrà dirsi fatta l'Italia. E mentre scrivo vien ratificata (15 agosto 1867) una legge di passione e di guerra per dilapidare la Chiesa, lasciando senza risposta le lezioni del passato e le interrogazioni dell'avvenire, a cui legheremo tanti inganni, tanti errori, tanti rimpianti: suonano i gemiti di migliaja di anacoreti e monache, cacciati dagli asili dove s'erano formati all'amor del prossimo e all'energica sommessione al voler di Dio, e che esposti a vera fame, ispirano compassione fin ai loro nemici, che crederebbero viltà l'ostinarsi a ingiuriarli; suonano gridi dal parlamento che, «ritirati i Francesi da Roma, omai i preti possono prendersi a calci»[562]: suonano i proclami de' comitati, che spinti dal gran rivoluzionario, preparano armi, prestiti, mine contro Roma, non dissimulando che con ciò si dee scassinare l'ordinamento cattolico.
Se i potentati sostengono il pontefice, s'egli è una forza con cui le forze devono contare, gli è perchè il popolo è ben lontano dall'averlo abbandonato. Altrove le dinastie spariscono alle trame d'un ministro o d'un cospiratore; al comparir dell'oro o delle camicie rosse sfasciansi gli eserciti, spergiurano gl'impiegati. Qui non avvenne. Ma se Dio vorrà non esista più un popolo, a governar il quale basti un prete senza spada, che annunzia la pace e non vuol mai la guerra; dove non si cambiò dinastia da XVIII secoli; dove ogni lingua ha collegi e rappresentanti e tribunali; dov'è l'asilo comune de' perseguitati, la scuola degli artisti e degli eruditi; dove stanno gli archivj della civiltà che di qui fu inviata e protetta in tutto il mondo; dov'è una quiete che ripugna, un silenzio che mortifica il convulsivo rumore dell'altre genti; se s'avvererà la profezia che il demonio prevalga ai santi[563], il pericolo sarà de' Cattolici, non del cattolicismo, e ai paurosi suonerà la parola, «Di poca fede, che dubiti?».
NOTE
[517] Il filosofo Rosmini ha un'orazione funebre per Pio VII, dove è a vedere come lo scagiona dell'aver incoronato Buonaparte. Gli atti corsi in quell'occasione servono a spiegare in qual guisa la Corte di Roma intenda la tolleranza, e come vada intesa l'enciclica dell'8 dicembre 1864. La verità è una. Non può teologicamente riconoscersi vera nessun'altra religione. Ma ciò non importa che, civilmente, non abbiasi a tollerare chi ne professa un'altra. Talleyrand stesso, in un rapporto all'imperatore del 13 luglio 1804, diceva: «La tolleranza in Francia e nella più parte degli Stati europei è un dovere politico, che non affetta in nulla la cattolicità de' sovrani e degli Stati che governano. In Germania, in Italia, a Roma stessa e in Francia si vietano l'insulto e la persecuzione; si compiangono i dissidenti, ma si comanda di rispettarne le opinioni e il culto, che la coscienza prescrive loro di praticare.»
[518] «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma e tutto lo Stato pontificio sono in preda alle loro calunnie, il palazzo apostolico n'è assediato, come fosse un castello». Note del Consalvi al Talleyrand, 1805.
[519] Nelle memorie lasciate dal principe di Metternich, lungamente ministro dell'impero austriaco è detto: «Io, non come cattolico, ma come ministro d'Austria voglio che il papa soggiorni in casa del papa, e non in casa d'altri. L'ho cantato a Napoleone quando il papa era in Savona prigioniero della Francia. Napoleone mi volea bene, e sapeva che il papa onoravami di sua fiducia. Un giorno mi chiamò e mi disse: — Fatemi un servizio. Sono stanco della cattività del papa. È una condizione che non può fruttar nessun utile, e che importa di non continuare a lungo. Desidero che andiate a Savona; il papa vi è benevolo; gli farete gradire un disegno che ho divisato per isbrigar questa brutta lite.
Io ripresi che mi converrebbe ottener prima la licenza del mio imperatore.
— O che! mi ricusereste questo piacere? (replicò egli). Parmi che non arrischiereste nulla, adoperandovi per la _pace del mondo_.
— Di ciò per appunto dubito, io ripigliai sorridendo. Temo che non sia pace quella che vostra maestà propone al papa. Si degnerebbe manifestarmi il suo disegno?
— Eccovelo, disse Napoleone quietamente. Da qui innanzi la sede della Chiesa non sarà più a Roma, sarà a Parigi. — Io feci un moto d'ammirazione e un sorriso d'incredulità.
— Sì, continuò il terribile uomo. Io fo venire il papa a Parigi, e vi fermo la sede della Chiesa. Ma voglio che il papa sia indipendente: gli accomodo presso la capitale una dimora convenevole; gli regalo un palazzo, e affinchè sia in casa propria, dichiaro neutro il territorio per la circonferenza di alcune leghe. Colà avrà il suo corpo diplomatico, le sue Congregazioni, la sua Corte, e acciò che di nulla difetti, gli assicuro una dotazione annua di sei milioni. Credete voi che rifiuterebbe?
— Certo sì, e tutta Europa lo sosterrà nel rifiuto; il papa vedrà, e giustamente, che egli sarebbe prigioniero coi vostri sei milioni, quanto è in Savona.
Napoleone si indispettì, e mi tempestò con cento clamorose querele. In ultimo io gli dissi: — Vostra maestà mi strappa un segreto. L'imperatore d'Austria ha avuto questo disegno medesimo. Si accorge che vostra maestà non vuol ricollocare il papa in Roma: egli non vuole che resti in cattività, e pensa altresì fargli uno Stato. Vostra maestà conosce il palazzo di Schönbrunn; l'imperatore lo dà al papa, con un circuito di dieci o quindici leghe, neutro del tutto, e gli aggiunge una rendita di dodici milioni. Se il papa accoglie questa proposizione, ci consente vostra maestà?»
[520] Queste dottrine erano sostenute da un Ferloni prete cremonese (1740-1813) che avea scritto la _Storia delle variazioni della disciplina della Chiesa_. Il manuscritto ne perdette nell'invasione de' Francesi a Roma il 1798: ma invece d'indispettirsene, offrì ai rivoluzionarj la sua penna, pubblicò omelie in favor di Buonaparte, fu teologo del consiglio privato del vicerè d'Italia, e scrisse «Dell'autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data l'antichità, libro da cui si dimostra l'abuso che se n'è fatto e la necessità di circoscriverlo». Gl'indirizzi dei vescovi d'Italia son posti all'Indice per decreto 30 settembre 1817, avvertendo che parte erano finti, parte alterati; e che, appena i tempi lo permisero, tutti furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con ossequiose lettere spontanee dirette al papa.
Lo sforzo di conciliare l'ordine ecclesiastico col civile fu fatto anche nel tempo de' Francesi. Giuseppe De Poggi nato a Piozzano nel piacentino il 1761, allo scendere de' Giacobini uscì dagli Ordini, come molti altri, ebbe incarichi dalla Repubblica Cisalpina, al cader della quale si fissò in Parigi, ove stette fin al 1842 quando morì. Fu lui che procurò la pubblicazione della _Storia d'Italia_ di Carlo Botta. Giovanissimo stampò _De Ecclesia tractatus_, nelle idee febroniane, poi le _Emende sincere_ (1791) tutte in sostegno de' diritti del principe nelle discipline ecclesiastiche e in lode del Ricci e di P. Leopoldo, e le pungenti _Lettere di frà Colombano_. Venuta la repubblica, sostenne i diritti di questa contro la Chiesa; il che è logico: stampò il giornale il _Repubblicano Evangelico_, la _Concordanza della Democrazia col Vangelo_, un'_Istruzione dei Cattolici sul giuramento della Repubblica Cisalpina_. Oltre varie opere d'erudizione e di storia naturale; tradusse in versi l'empia _Guerra degli Dei_ di Parny (Parigi 1830), e fece un poema _della natura delle cose_, ove sostiene l'eternità della materia.
Eterna ed una, dell'immenso tutto Somma cagion, visibile, verace, Alma natura, che qual sempre fosti E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue, Che in avvenir sarà: sta delle cose In te il principio, la ragion, l'essenza, Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.
[521] _Qualora non potessero esimersene senza grave pericolo e danno_, Pio VII permetteva agli antichi suoi sudditi di giurare «di non prender parte in qualsiasi congiura, complotto o sedizione contro il governo attuale; e d'essergli sottomessi e obbedienti in tutto ciò che non sia contro alle leggi di Dio e della Chiesa».
[522] Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).
Frequenti nasceano le occasioni di _Te Deum_, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».
Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo _Giornale dei Curati_: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul _Moniteur_ o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.
Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.
Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I.
Quel catechismo fu tradotto, ad uso del regno d'Italia, e nella lezione VII si legge:
_D._ Quali sono i doveri dei Cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I, imperatore e re?
_R._ I Cristiani devono ai principi, o noi in particolare dobbiamo a Napoleone, nostro imperatore e re, l'onore, il rispetto, l'obbedienza, la fedeltà, _il servizio militare_, i tributi per la conservazione dell'impero o del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.
_D._ Perchè siam tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?
_R._ Primo, perchè Dio, che creò gl'imperi e li distribuisce a volontà, colmando l'Imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e _sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso_. Secondo, perchè nostro signor Gesù Cristo colla dottrina e coll'esempio ci insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all'editto di Cesare Augusto: pagò l'imposta: e come ordinò di render a Dio quello che è di Dio, così ordinò di rendere a Cesare quel che è di Cesare.
_D._ Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore?
_R._ I doveri che ci legano all'Imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi, nell'ordine stabilito dalla costituzione dell'Impero.
Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.
[523] Lettera 23 aprile 1859 all'abate Perreyre, e del 12 aprile a M. Rendu nell'opuscolo _l'Italie de 1847 à 1864_, p. 102.
Ai dì nostri due preti in maniera opposta visitarono o giudicarono Roma: Lamenais e Lacordaire. L'uno come Lutero non seppe vedervi che ambizione, che intrighi, che sottofini, che coperte vie; e andatovi con orgoglio, le volgeva lo spalle per divenir apostolo del comunismo e della ribellione.
L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee, che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile: comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico, caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del tempo.
«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo, rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te, mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio, io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte; ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».
[524] Quando il Piemonte annullò in Lombardia quel concordato, nella relazione presentata il 16 ottobre 1860, si diceva: «Quel concordato segna l'ultimo grado della precipitosa decadenza della casa degli Absburgo. Nel secolo scorso gl'imperatori di quella famiglia rifiutavano di riconoscere i diritti dei popoli, ma si mostravano religiosi osservatori dei doveri dei principi. Erano nemici della libertà, ma amici della giustizia (sic). Volevano avere sudditi fedeli ed obbedienti, ma li difendevano contro l'altrui prepotenza, contro le altrui usurpazioni. Col concordato il gabinetto di Vienna, ripudiando le tradizioni di Giuseppe II, pose la corona imperiale sotto la protezione della tiara. Piuttosto che dare la libertà al popolo, il principe si è fatto schiavo del prete. Si è detto molto contro questo concordato eppure non si è ancora messo in chiaro tutto ciò che esso contiene d'iniquo e d'assurdo». _Relazione del Sineo._
[525] _Morale Cattolica_, VII, 5. E altrove dice: «S'usa una strana ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare, che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con cui sono sempre state ricevute le objezioni che le sono state fatte. Non è interessante! e in tutte le quistioni che toccano ciò che l'uomo ha di più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un amore prodigioso e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante! e il vôto che lascerebbe nel mondo il levarnela è tanto immenso e orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più fedelmente...
«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo nel momento della separazione e del terrore?»
[526] Nota 30 al vol. I.
[527] Ho indelebile nella memoria il calore con cui mi lesse un articolo di giornale inglese, ove si narrava, e forse esagerava, il prosperare del cattolicismo in Inghilterra, e la speranza che, mercè de' Puseisti, quel gran paese tornasse alla nostra unità. Vero è bene che le più insigni conversioni e forse i più splendidi trionfi della verità cattolica in questi ultimi tempi intervennero in Inghilterra, nel paese cioè ove l'uomo opera e ragiona più liberamente. Vedi CAPECELATRO, _Neuman e la religione cristiana in Inghilterra_. Napoli 1839.
[528] Il cardinale Bernetti, ministro di Stato di Gregorio XVI, che fu dei più calunniati perchè più aveva intelligenza e volontà, il 4 agosto 1845 scriveva a un amico: «Il papa e il governo cercano rimedio a questi mali, che crescono senza che si sappia arrestarli. Cose vaghe e misteriose s'agitano attorno a noi. Il clero è imbevuto d'idee liberali, prese nel senso peggiore. Gli studj severi sono abbandonati, per quanto s'incoraggino gli allievi, si ricompensino i professori, si promettano grazie che il santo padre è sempre disposto a largheggiare. I giovani s'addestrano alle future loro funzioni, ma non vi mettono gioja e ambizione, come ne' bei tempi di Roma: poco curano di diventare dotti teologi, gravi casisti, abili canonisti; son preti, ma aspirano a diventar uomo, e non credereste qual mescolanza di fede cattolica e di stravaganza italiana facciano in questa parola d'uomo, che preconizzano con enfasi buffa. La mano di Dio pesa su noi, umiliamci e preghiamo: eppure questa perversione umana della gioventù non è quel che più ci tormenta. Ben più affetta ne è la porzione di clero che, dopo noi, giunse agli affari, e che ci spinge alla tomba rimproverandoci di campar troppo. La gioventù è inesperta, sedotta come un novizio scappato al convento si dà due belle ore di aria e di sole, poi rientra. Cogli uomini fatti la cosa va ben peggio: la più parte non conoscono le cose nè l'indole del tempo, e s'abbandonano a suggestioni che produrranno gravi crisi per la Chiesa. Qualunque persona di cuore o di testa venga adoprata, è subito esposta alla pubblica maldicenza: mentre gl'ignoranti, i fiacchi, i codardi sono ipso facto cinti d'un'aureola di popolarità, che li fa ancor più ridicoli. In Piemonte, in Toscana, nelle Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto lo stesso alito di discordia soffia sul clero. Di Francia notizie deplorabili; si conculca il passato per divenir uomini nuovi; lo spirito di sètta surrogasi all'amor del prossimo, e all'amor di Dio l'orgoglio individuale di talenti mal applicati. Giorno verrà che queste mine, caricate con polvere costituzionale e progressiva, scoppieranno; e Dio voglia che io, dopo viste tante rivoluzioni e tanti disastri, non assista a nuovi guai della Chiesa».
[529] Il signor Nicomede Bianchi, nella _Storia documentata della Diplomazia europea in Italia_, vol. III, stampa molte relazioni al ministero sardo, che spesso sono o basso spionaggio fatto in istrettissima confidenza, o impudenti censure delle cose di Roma. Ve n'ha però taluna meno inetta, come quella del Santacroce 14 ottobre 1834, ove deplorati alcuni difetti del governo pontifizio, massime le soverchie imposte (!) e la poca economia, dice: «V'è chi pensa che questi mali derivino da perfidi consigli di nemici occulti, che aggirano i governanti, persuadendoli a smungere i popoli affinchè si levino su in odio e discordia peggiore... Ad una efficace rinnovazione si oppongono le opinioni dei vecchi, le gelosie di privilegi e l'autorità che esercita un personaggio degnissimo, il quale, dopo tanti avvenimenti, non apprese ancora esser cangiati i tempi: aver la Chiesa, che fu sempre immutabile ne' retti principj, usata una maravigliosa prudenza nello stringere e rallentare il freno del puro dominio secolare, e le istituzioni del governo ecclesiastico apparir nate di tempo in tempo, quando l'utilità e il bisogno lo richiedevano. Dal che si può giudicare, che i sapientissimi antichi non temettero di aggiungervi ad ora ad ora varie novità, e che nei tempi passati non tenevasi per eresia, come oggi si tiene, ogni cosa nuova, quantunque buona e di sani principj». pag. 401.
Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche, varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag. 404.
E dopo narrato del poco conto che Roma potea fare sull'Austria, soggiunge: «Esulta la santa sede dello spirito di cattolicismo che vede rinascere ed infiammarsi ne' popoli di altre nazioni, e a queste sembra voglia appellarsi, in deficienza di altri mezzi. Il santo padre, tutto fidando per ciò che riguarda gl'interessi temporali nella divina providenza, stretto e vincolato nelle sue attribuzioni spirituali da varj sovrani cattolici non che dagli eterodossi, a ben pochi può rivolgere la sua fiducia, epperò oserei dire che sarà forzato a simpatizzare coi movimenti di quei popoli cattolici, che fossero per adoperarsi in favore della indipendenza della Chiesa». Pag. 423; 25 gennajo 1839.
[530] Suole dirsi che al 27 aprile 1848 il papa disertò la causa della rivoluzione. Ma fin dal 4 ottobre 1847 annunziando la nomina del patriarca di Gerusalemme, «apertamente e chiaramente dichiarava» le cure e i pensieri suoi essere estranei ad ogni quistione politica, e solo intenti a diffondere la religione e dottrina di Cristo. «Se desideriamo che i principi, stornando da fraudolenti consigli, custodendo la giustizia, e tutelando la libertà della Chiesa, procurino la felicità de' loro popoli, ci duole che alcuni, abusando del nostro nome, osino rifiutar ai principi la sommessione dovuta, ed eccitare contro di essi colpevoli perturbazioni. Che un tal procedere sia contro le nostre intenzioni appare già dall'enciclica del 9 novembre anno passato, ove inculcammo l'obbedienza dovuta alle podestà, dalla quale non può alcuno discostarsi senza peccato, salvo il caso che comandasse cosa opposta alle leggi di Dio e della Chiesa».
[531] Il Plezza, ministro dell'interno, in una circolare del 1 agosto 1848 rammentava che «se l'Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nocerebbe non solo alle libertà nostre, ma la religione cattolica ne soffrirebbe non poco essendo noto che l'Austria fu sempre nemica delle prerogative della santa sede, e intende a diffondere ne' suoi Stati e in quelli su cui ha qualche influenza principj e massime o regole di disciplina e di culto poco ortodosse, e contrarie alla sovranità della Chiesa. Oltre che, se l'imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominj: torrebbe al papa le Legazioni; distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica».
Anche quando fu conquistata la Lombardia, il giugno 1859, il governatore Vigliani vi proclamava che «l'Austria esercitava sulla Chiesa un patrocinio che riusciva ad una vera servitù», mentre «valida guarentigia debbono essere pel clero le tradizioni della real casa di Savoja, la quale in ogni tempo si distinse per illuminata sollecitudine dei più preziosi interessi della religione e della morale». Poi vi facea tener dietro i comandi più dispotici per l'intrinseco e pel modo.
[532] Giuseppe La Farina, in un articolo sopra l'opera del Boggio _Sulla Chiesa e lo Stato_, espone tutte quelle libertà ecclesiastiche fremendo, e conchiude: «Gli studj, la stampa, le magistrature, la legge, le relazioni esterne, i diritti de' cittadini, le ragioni del principato civile, tutto era sottoposto a' preti, ed essi sottoposti (!) alla sola Compagnia di Gesù: così in fondo era il generale de' Gesuiti il vero sovrano degli Stati Sardi. Non mai forse in Europa si era veduto un simile spettacolo d'abjezione... soli i preti liberi in un popolo di schiavi... Il Piemonte era uno Stato più teocratico che monarchico: un'anomalia: un anacronismo vivente...»
E poi costoro urlavano quando alcun forestiero sparlasse dell'Italia.
[533] Più tardi professò che anche tutte le lodi sparnazzate ai principi d'Italia non erano che finzioni e spedienti. Nel 1848 aveva stampato che «Roma moderna può vantarsi del suo Ciciruacchio, come l'antica di Cicerone». _Apologia_, c. III, p. 354. Quegli Italiani cui aveva aggiudicato il primato del mondo, allora dichiarò «decrepiti, rimbambiti o fanciulli» (_Rinnovamento civile_, p. 381), e ch'egli faceva il possibile per esser uomo in un secolo di ragazzi (_Monitore bibl._, n. 28). E ne' suoi scritti trovansi lodate e biasimate le persone stesse, secondo l'occasione o la passione.
[534] _Prémier entretien d'Eudosse et de Cléandre._
[535] Io lo trovai a Bruxelles quando finiva il suo _Primato_, e mi chiese schiarimenti e rettificazioni d'una indigesta nota d'illustri italiani viventi che avea ricevuta allora, e che pose nelle ultime pagine. Quando, ripagato egli pure colla solita moneta della popolarità, obblio e vituperj, ne versava sui vecchi suoi amici e su Pio IX, scriveva: «Parria che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice, del quale a principio celebrai il valore: ma io posso far una girata dello sbaglio ai miei onorandi compatrioti: perchè, essendo allora lontano, e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia». _Rinnovamento_, pag. 418.
[536] A tacere le definizioni precedenti, lo Scavini definisce _quod concordata nihil aliud sunt quam conventiones, ac quædam veluti fœdera, contracta inter potestatem civilem et potestatem ecclesiasticam... et partes contrahentes ita obligant, ut eorum violatio sit contra ipsum jus naturale, præcipiens pacta legitime inita semper esse religiose servanda_ (_Theol. mor. univ._, tom. I, tract. 2, cap. VII). Il Tonello (_Juris eccles. institut._, lib. I, c. 13) insegnava pel Piemonte che i concordati _tamquam totidem leges ab utraque potestate debent servari_. Carlo Emanuele III scriveva a Clemente XI i concordati «essere per legge e per uso di tutte le genti, cosa sacra, e dalla pubblica fede sostenuta; onde violare non si possono». Lettera 14 ottobre 1742. Nei _Traités publics de la royale maison de Savoie avec les puissances étrangères_ (Torino 1846) sono inseriti come vere convenzioni internazionali i concordati del 1741 e del 1750, e le lettere e istruzioni relative: il che tutto prova che son considerati come veri accordi pubblici e obbligatorj bilaterali, e non già provvedimenti di sola opportunità e convenienza. Fossero anche mere convenzioni, vi s'applicherebbe il § 1225 del codice civile: «Le convenzioni legalmente formate hanno forza di legge per coloro che le hanno fatte, e non possono essere rivocate che per un mutuo consenso, e per le cause autorizzate dalla legge: e devono essere eseguite di buona fede».
I Francesi tengono il concordato, non soltanto come contratto, ma come legge civile dello Stato. Ledru-Rollin, autorità non sospetta, dice che «pris dans son sens général, le mot _concordat_ signifie une espèce de transaction. Conservant toujours cette idée fondamentale, il se divise en accord ou transaction entre beneficiers, et transactions entre le chef du pouvoir spirituel et le chef du pouvoir temporel d'un État, ayant pour bût de regler les rapports généraux, qui unissent les deux pouvoirs dans les divers pays de la Chrétienneté» (_Répertoire général de la jurisprudence_, ad vocem; e vedasi pure DUPIN, _Manuel du Droit publique ecclesiastique français_, Parigi 1845, § 6, introduction). Dal 1802 al 1866 quanti governi non cambiò la Francia! Passò dall'impero al sistema parlamentare, alla repubblica, a un nuovo e diverso impero, e non credette mai annullato il concordato.
[537] Il Nnytz era però lontano dal negar alla Chiesa e alle Chiese il diritto di possedere: anzi stabilisce che il dominio delle cose acquistate è proprietà _peculiaris illius paroeciæ aut alterius Ecclesiæ, cui data est. Hinc hæres ad alias ecclesias transferri non possunt. Et revera Ecclesia eas non transfert nisi per derogationem, quum conditiones ad derogationem necessariæ se sistunt_ (Inst. j. eccl. 131, 132). Anche il codice al § 418 dichiara che «i beni sono o della Corona, o della Chiesa, o dei Comuni, o dei pubblici stabilimenti, o dei privati». Solo la sapienza del Parlamento doveva impugnare il diritto di possesso della Chiesa, e voler palliare l'usurpazione che se ne facea con cavilli repugnanti alla giustizia non meno che alla pratica delle genti civili. Tutte le costituzioni date nel 1814 sancivano l'integrità de' beni ecclesiastici, appunto perchè la Rivoluzione gli avea dapertutto intaccati.
[538] L'11 luglio 1867 il deputato Mancini alla Camera vantavasi d'avere, come ministro, impedito anche un breve della penitenzieria, e «mi fu agevole dimostrare che finanche le bolle dogmatiche e le decisioni riguardanti la fede e il costume, quando in esse il dogma e la fede servissero di velo a pronunziare sopra quistioni pregiudicevoli alle prerogative della sovranità politica, eransi sempre riguardate soggette alla preventiva verificazione e all'_Exequatur_».
[539] Ho udito varj miei colleghi vantarsi d'aver essi suggerita a Cavour questa formola; ma Cavour stesso non la pretendeva per sua, e disse che «un illustre scrittore in un lucido intervallo» avea con essa voluto mostrare all'Europa che la libertà avea giovato grandemente a ridestar lo spirito religioso (_Atti uffic._ del 1860, pag. 594). Infatti il conte di Montalembert si lagnava che questa formola gli era stata _derobée et mise en circulation par un grand coupable_ (Correspondant, août 1863). Che giudizio portasse di questa formola l'Azeglio è noto: che conto ne facessero i deputati fu chiaro assai nelle loro parlate del luglio 1867. Uno che fu ministro dichiara: «Ho udito molti enunciare questa formola: vi ho anch'io per mia parte applicato un po' di studio, ma non ho mai capito che cosa volesse significare» (_Atti ufficiali_ del 1862, pag. 4678).
[540] Citano il cardinale arcivescovo di Napoli, due volte cacciato in esiglio: il cardinale arcivescovo di Pisa, arrestato poi esigliato; il cardinale Baluffi arcivescovo d'Imola processato, il cardinale De Angelis arcivescovo di Fermo condotto coi carabinieri a Torino, ove stette rinchiuso sei anni; il cardinale arcivescovo di Benevento, il cardinale vescovo di Camerino ed altri, processati. D'Avanzo vescovo di Castellaneta, Laspro di Gallipoli, Gallo d'Avellino, Frisciola di Foggia, i vescovi di Bovino, di Oria, di Muro Lucano, di Chieti, di Castellamare, di Nola, di Oppido, Apuzzo vescovo di Sorrento, Salomone di Salerno, Rotondo di Taranto, Ricciardi di Reggio, e si può dire tutti quelli del Napoletano, cacciati o dovuti esulare: a pericoli e insulti esposti quei che rimasero, come l'arcivescovo di Trani, il vescovo d'Ischia, quel di Sant'Agata, quel di Tropea.
Il vescovo di Faenza fu condannato a trentasei mesi di carcere e seimila lire di multa: quel di Piacenza a quattordici mesi di carcere e millecinquecento lire di multa: Arnaldi vescovo di Spoleto tenuto in carcere senza processo: processati quelli di Bergamo, di Fano, il vescovo vicario di Milano: a tre anni di carcere e lire duemila di multa il vicario capitolare di Bologna: tenuti in castello due vicarj generali di Napoli col canonico penitenziere: così quel di Piacenza, e innumerevoli altri.
[541] Circolare del ministro Gioja del 13 maggio 1851. Quaranta circolari di tenore simile dal 1848 al 1863 sono raccolte nelle _Memorie per la storia de' nostri tempi_, vol. I, pag. 257. Una del 28 febbrajo 1863 prescrive di non badar allo indulto pontifizio, ma regolare il cibo quaresimale secondo il criterio della propria coscienza. Il 24 marzo 1863 ne uscì una intorno agli _Oremus_. Il 16 gennajo 1863 si ordinò al procuratore generale di procedere contro i vescovi che negassero la patente di confessore ai sacerdoti che aveano sottoscritto l'indirizzo Passaglia; mentre una del 4 gennajo persuadeva d'associarsi al giornale _Il Mediatore_, e assegnava pensioni ai preti contumaci.
[542] Vigliani, governator di Milano, il 22 settembre 1859 mandava invito al vescovo vicario di Milano di illuminar il suo palazzo, la chiesa, gli edifizj sacri, e tutti quei che da lui direttamente o indirettamente dipendessero; altrimente verrebbero illuminati dall'autorità governativa, che non garantiva delle conseguenze cui si esporrebbe con sì funesta provocazione. Ciò nell'occasione che una deputazione di Romagnuoli era venuta ad offrire la loro patria al re.
Egli stesso, divenuto prefetto di Napoli, domandò al ministero la facoltà di proibire ogni funzione religiosa fuori delle chiese: e le proibì nel veneto il ministro Tecchio, il 20 luglio 1867.
[543] Vedi CASONI, _La libertà della Chiesa in Italia_, Bologna 1863. «Per lo addietro dai liberali francesi si chiedeva _libertà come in Belgio_, ed ora si domanda _libertà come in Austria_. Dovrem noi cattolici italiani chiedere _libertà religiosa come in Inghilterra, libertà di coscienza come in Turchia_?... Non sarà nostra colpa se dovremo impetrare anche noi il bill di emancipazione di Guglielmo Pitt, o il battihayoum d'Abdul Megid».
[544] Secondo gli ultimi distruttori, in Italia sono 87,000 preti, 30,000 frati, 42,000 monache; cioè meno religiosi che non vi sieno meretrici nella sola Parigi, dove ha sedicimila bastardi l'anno. Si valutarono 1800 milioni i beni sodi del clero secolare, e 330 quelli delle corporazioni religiose. V'è qualche frate a cui per vivere furono assegnate lire 58 all'anno, cioè 16 centesimi al giorno.
[545] Nel 1867 avendo un deputato proposto che, come si spropriavano gli enti cattolici, così si facesse de' protestanti ed israelitici, altri s'oppose principalmente perchè i beni di questi poteano esser confiati da lasciti od offerte di forestieri. Ma e tutto l'asse cattolico da chi è fatto? e Roma? Più intrepidamente un giornale ministeriale rifletteva non doversi lasciare i possessi al parroco, perchè se i parrocchiani cambiassero religione, si troverebbero sprovisti per le spese di culto.
[546] Blanqui (_Hist. de l'Écon. polit._, tom. II, pag. 297) incolpa il protestantismo di aver «spezzato il legame che univa le nazioni cristiane, e sostituito l'egoismo nazionale all'armonia universale a cui tendeva il Cattolicismo. Oggi non v'è più in Europa alcun pensiero comune, capace rannodare gli spiriti e le convinzioni; in industria, in politica, in filosofia, in religione le idee ondeggiano ad arbitrio delle rivoluzioni».
[547] Vedi i discorsi di Despine e Girard del 24 febbrajo 1849.
[548] Al Senato, nell'agosto 1867 fu detto che Carlomagno convoca i Concilj; che nella Chiesa greca gl'imperatori ordinavano, stabilivano le credenze. E un altro disse che, nel deliberare sulla sopressione delle corporazioni religiose, dovean lasciarsi da banda la questione religiosa. L'argomento più forte era che lo Stato dovea impadronirsi dell'asse ecclesiastico, perchè l'anno prima avea abolito gli enti religiosi. Infatti la punizione d'un'ingiustizia è la necessità di commetterne un'altra.
[549] Rattazzi, presidente del gabinetto, alla Camera, il 22 luglio 1867, diceva: «Se noi arriveremo a consolidare le nostre istituzioni, ordinare il nostro paese, dare assetto alle nostre finanze, a diffondere l'istruzione, a soddisfare i voti delle nostre popolazioni, porteremo al potere temporale colpi più efficaci che non coi moti inconsulti».
[550] Per ripiego, Mamiani proponeva che il re abitasse a Frascati (_Della rinascenza cattolica_). Uno de' più ostili, il Ferrari, diceva in parlamento: «Il papato che voi credete morto, io che non son sospetto di venerarlo, lo credo fortissimo: io veggo che quanti lo assaltano, cápitano male». Seduta del 27 maggio 1860.
[551] In sensi diversi uscirono infiniti libri in Italia, dove sembra un accordo degli scrittori l'opporsi al sentimento della immensa maggioranza per abbattere questa ch'è la maggiore, e forse l'unica grandezza italiana. Per vedere come s'intenda _la quistione romana_ basta un'occhiata ai discorsi proferiti alla Camera e gli articoli di gazzette. Alla ventura prendo uno dei cento giornali di Milano, e vi leggo: «Così è. La questione romana nacque soprattutto dal bisogno di distruggere il _potere spirituale del papa_, che è il vero nemico della nostra tranquillità nazionale, della nostra sicurezza interna, della nostra civiltà, delle nostre istituzioni, delle nostre aspirazioni. Quel _potere spirituale del Papa_, che non è la _religione_, come candidamente confondono molti, perchè la religione è una parola generica, che accoglie tutte le forme religiose, compresa quella degli adoratori di cipolle; che non è il _cristianesimo_, di cui il papa è il più indegno rappresentante; che non è neppure il _cattolicismo_ nel suo significato puro e primitivo, ma è quella influenza semi-politica, semi-religiosa, la quale si esercitò sempre dal pontefice, specialmente nel nostro paese, coi tribunali ecclesiastici, colle scomuniche, coi concordati, colle indulgenze, colle prediche, colla confessione, collo scandalo, colla immoralità, cogli assurdi, col celibato dei preti, e con tutti i mezzi insomma che scaturiscono appunto e precisamente dal _potere spirituale_».
Fra i molti opuscoli e libri in senso diverso, discerniamo per la sua brevità ed ordine uno pubblicato in Olanda col titolo _Le gouvernement pontifical jugé par l'histoire, le bon sens et le droit_. Le sue conchiusioni sono: 1º non v'è incompatibilità fra la missione di capo della Chiesa e di principe italiano; 2º il papa non è nemico della libertà, della civiltà, del progresso; 3º il governo pontifizio non è peggiore degli altri; 4º non v'è malcontento generale negli Stati romani, nè nimicizia fra il papa re e i sudditi suoi; 5º allo Stato romano non mancano codici, nè la giustizia vi è male amministrata; 6º l'insegnamento in ogni grado non vi è negletto, nè le finanze in ruina, nè in decadenza l'agricoltura, l'industria, il commercio; 7º i preti non sono incapaci di presedere all'amministrazione laica di un paese.
[552] Il cardinale Antonelli ministro di Stato, il 27 febbrajo 1866, rispondeva a Touvenel ministro di Francia: «Può il papa accettar consigli di riforme, ma non un'abdicazione parziale, e ciò per motivi ben superiori agli interessi terreni. Nol può perchè i suoi Stati appartengono alla Chiesa, per cui vantaggio furono costituiti: nol può perchè giurò trasmetterli interi ai successori: nol può perchè, rinunziato alle Romagne, dovrebbe rinunziare a tutti gli altri Stati e al patrimonio della Chiesa, dovendo a tutte le provincie dar gli stessi beni: nol può perchè ne vede conseguir la ruina spirituale di un milione di sudditi, esposti a un governo corruttore; nol può per lo scandalo che ne verrebbe a pregiudizio degli altri principi spodestati. Pio VI cedette a fronte d'un poter violento che sentivasi solo nella sua cerchia: Pio IX deve resistere a un principio, e i principj son universali e fecondi, e vogliono essere applicati a tutto. La forza vien fiaccata. Stabilendo un principio si autorizza ogni spogliazione fuor di ragione e giustizia».
[553] Qualche cosa di simile aveano praticato i Fiorentini nella guerra con Gregorio XI. Avendo questi gettato l'interdetto sulla loro città, gli Otto della guerra, detti gli Otto Santi, ordinarono che col papa non si trattasse di pace se non rivocasse prima i processi fatti contro la città; inoltre che i chierici riaprissero le chiese e compissero gli uffizj divini, e i cittadini v'intervenissero: i vescovi che s'erano scostati dalle loro sedi, fra cui Angelo Ricasoli vescovo di Firenze, tra due mesi tornassero al loro ministero; ai disobbedienti imponendo da mille a diecimila fiorini di pena, secondo il loro grado; la qual somma si togliesse, non dal benefizio, ma dal patrimonio loro particolare. Non v'è storico o cronista che non disapprovi questi atti, e presto se ne ravvidero i Fiorentini stessi, che fecero la pace (1378).
[554] Del Governo pontifizio noi ragionammo nel Vol. I, pag. 157.
[555] L'autore di quest'opera li raccolse in un opuscolo intitolato _Chiesa e Stato_. Genova 1867.
[556] Temendo che la convenzione 15 settembre 1864 fosse violata dal Governo italico appena partita la guarnigione francese, tutti i vescovi di Francia emanavano pastorali per asserire la necessità dell'autorità temporale del pontefice. Fra gli altri l'arcivescovo di Tolosa confutava la formola _Roma è dei Romani_. «Un pugno di faziosi tenta di prendersi ciò che è nostro; e un latrocinio sì fatto a nostro danno si vorrebbe da noi sanzionato? Roma è dominio sacro di tutta la cattolicità: con qual diritto sarebbe dunque essa usurpata dall'ambizione d'un solo popolo? — Quelle catacombe sono per noi tombe di famiglia; e su quel terreno, conquistato col sangue della Chiesa nascente, i secoli hanno scritto a favore dei figli dei martiri, _Concessione perpetua_. Chi vi ha dunque che abbia veste per rompere un contratto di tal sorta? Quelle reliquie sono ossa dei nostri padri. Perchè si vien dunque a turbare le sacre cripte ov'esse riposano? A spese nostre furono innalzate quelle basiliche cristiane; quelle rovine, a nostre spese furono sgombrate. Può dirsi di Roma, che essa è un fondo, del quale i suoi abitanti hanno l'_usufrutto_, ma la _proprietà_ appartiene al mondo cattolico. Gli usufruttuarj possiedono, ma non hanno il diritto di alienare. Noi siamo ducento milioni, che tutti abbiamo diritto di cittadinanza e di suffragio nella nostra _capitale spirituale_. Qualora si volesse sul serio mettere ai voti i diritti di Pio IX come monarca, converrebbe intimare a tutti gli Stati, a tutti i popoli suoi figli quell'ora solenne, e dar tempo a tutti di venire dal settentrione o dal mezzogiorno d'Europa, dal fondo dell'Asia, dalle due Americhe, dai deserti dell'Africa, dalle cinque parti del mondo, per deporre il loro voto in questa urna elettorale; e per certo quei voti farebbero testimonianza della ingratitudine dei _Romani di Roma_, e della ferma volontà dei _Romani dell'Universo_».
[557] Atti dell'arresto di Salvatore Cognetti a Napoli nel maggio 1866.
[558] Per non parere parziali, e sottrarci alle impressioni di paese, lascieremo parlare un tedesco poco gradito da Roma, ma pur prete; il Döllinger (_Papsthum und Kircher staat._ Monaco 1851). «L'amministrazione di Pio IX è savia, benefica, dolce, economa, applicata ai miglioramenti e alle istituzioni utili. Ogni opera personale di lui è degna del capo della Chiesa, nobile, liberale, nel miglior senso della parola. Nessun principe potrebbe spendere meno di Pio IX per la Corte sua e i personali bisogni. Egli realizza quanto può attendersi da un monarca amoroso de' suoi sudditi, e può dirsi di lui come del Salvatore, _Pertransit benefaciendo_, e fa comprendere come al passato, in quanto sovranità temporale potrebb'essere la più perfetta istituzione umana. Un uomo ancora nel vigore dell'età, dopo una giovinezza irreprovevole, dopo esercitate coscienziosamente le funzioni episcopali, eccolo elevato alla maggior dignità, rivestito di podestà reale: non conosce fantasie dispendiose, non ha altra passione che di far bene, altra ambizione che d'essere amato; divide il giorno fra la preghiera e gli affari: la sua ricreazione consiste in una passeggiata nei giardini, una visita a una chiesa, a una prigione, a una istituzione di carità. Senza bisogni personali, senza legami terreni, senza nipoti o favoriti; dà libero accesso a tutti: a' diritti e poteri del suo ministero non dà altra estensione che quella de' suoi doveri. L'economia e la semplicità che regolano la sua Corte gli porgono facoltà di moltiplicare i suoi benefizj e lenir la miseria e i dolori. Fa alzare edifizj, come tutti i papi, ma non palazzi sontuosi, bensì opere di pubblica utilità. Mal conosciuto, maltrattato, offeso atrocemente, pagato sol d'ingratitudine, mai non bramò vendetta, mai non fece un atto di durezza; non seppe che perdonare e far grazie. Bevve il calice del nettare e quello del fiele sino alla feccia; udì l'_osanna_, poi il _crucifige_; l'uomo di sua confidenza cadde sotto il pugnale assassino; il suo segretario gli fu ucciso a' fianchi; pure verun sentimento di livore, verun soffio di collera turbò il puro specchio dell'anima sua; non la follia degli uomini, non la loro malvagità lo irrita: segue sua strada con passo fermo e sempre eguale, come gli astri. Il suo cammino non sarà forse sino alla fine che un lungo martirio; e sotto quello aspetto potrebbe alcuno paragonarlo a Luigi XVI; ma bisogna elevarsi a similitudine più eccelsa. Pio IX sa che il discepolo non dev'essere trattato meglio che il maestro; che il pastore d'una Chiesa, il cui fondatore morì sulla croce, non dee meravigliarsi nè mormorare se casca sotto il peso della croce».
[559] «Combatto l'originalità di dar la libertà alla Chiesa, perchè tale originalità mi è sospetta». _Atti della Camera_, p. 1370 «Si rafforzarono con ordini del giorno quelli che diconsi privilegi del poter civile in materia ecclesiastica; nessuno osò affermare che la libertà sia una cattiva cosa: ma i più caldi e i più schietti fecero intendere che le buone cose è meglio tenerle per sè che concederle agli altri: la Chiesa ci è nemica, perchè darle la libertà di nuocerci? Con costoro sarebbe inutile ragionare di giustizia e di diritto. Ma si può loro opporre un argomento utilitario vecchissimo, quello del Machiavello a proposito de' nemici potenti che s'hanno a carezzare se non si possono spegnere». SCIALOJA.
[560] Nel Veneto, anche prima di farvi il plebiscito si pubblicò abolito il Concordato, soppresse le corporazioni religiose, stabilito l'_exequatur_ ecc. Il giorno che a Venezia s'inalberava la bandiera italiana fu insultato il patriarca, non perchè non volesse metterla, ma perchè l'avea messa.
[561] Al Senato si asserì che il papa non mosse lamentanze intorno alle leggi di soppressione e di disamortizzazione; che non mette in dubbio il diritto che ha lo Stato a far ciò; nè potrebbe esprimere più chiaramente l'aquiescenza, se non un assenso. _Atti del Senato_ 1867, pag. 241.
Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo _Regnum meum non est de hoc mundo_, e per sostenere il matrimonio de' preti.
[562] Senza parlar di calci, un altro deputato diceva l'11 luglio: «Il _delenda Cartago_ del partito veramente nazionale e liberale debb'essere rappresentato dallo scrivere sulla nostra bandiera _Cessazione del potere temporale del papato_». Atti, pag. 1292.
[563] _Datum est illi bellum facere cum sanctis et vincere eos._ Apocalissi XII, 7.
DISCORSO LVI.
LE SÈTTE SOFISTICHE. GLI ODIERNI DISSIDENTI.
Mentre gli uni voleano conquistar Roma colla forza aperta, altri lentamente invaderla coi mezzi morali, v'era chi, vedendo inseparabili l'ordine temporale e lo spirituale, asseriva non si riuscirebbe colla forza e colle tresche diplomatiche, ma solo col toglier la fede e distruggere il cattolicismo. Oltre dunque profittare di quelli che, se attirano scomuniche e interdizioni, non professano separarsi dalla certezza della fede e rompere il vincolo dell'unità, il Governo a' suoi fini si ricordò che, irreconciliabili come nel XVI secolo, rimangono sempre a fronte il cattolicismo, sintesi universale della ragione umana, elevata fin alla ragione divina mediante la rivelazione; e la protesta, ispirata massimamente da odio alla supremazia italiana, da pretensione a nazionalità segregata. Fin dal suo apparire noi indicammo come i nuovi suoi simboli e le confessioni non appoggiandosi all'autorità, essa dovesse o tradire la logica, oppure arrivare all'organamento libero della religione, all'unione de' Cristiani non più nella lettera morta, ma nell'idea pura, cioè nelle infinite gradazioni del giudizio individuale. In fatto adoprò indarno evoluzioni dogmatiche o ripieghi costituzionali per avvicinarsi all'unità; cercò indarno qualche autorità fuori di quella che dice antiquata, onde fissarsi tra lo scetticismo puramente materiale, e le forme sfumate del misticismo.
Alcuni fra' Protestanti credono ancora sia necessario alla salute l'accettare la rivelazione cristiana, prestar fede a certi miracoli, a certi dogmi, quali la trinità, l'originale corruzione della natura umana, l'impotenza dell'uomo al bene, le postume retribuzioni. Ma mentre la Chiesa cattolica confida di non venire mai meno perchè i suoi dogmi, trascendenti l'umana capacità, non sono inventati ma dati, e portano l'unità col sottomettere a un capo, pare che fuor di essa non possano darsi più che Metodisti o Sociniani.
Il secolo XVI aveva impugnato l'autorità della Chiesa mediante l'autorità della Bibbia: il secolo XVIII mediante frivolezze e riso battè culto, dogmi, misteri: il secolo nostro combatte il cattolicismo uscendo dal cristianesimo: vuol sottrarre alla Chiesa anche l'interpretazione de' libri santi, neppure il vangelo accettando se non in quanto risponde alle convinzioni del nostro intelletto, sovvertendo gli avvenimenti storici, e l'analisi esegetica applicando fin al subjetto teantropico. Alla salvezza (dicono) si giungeva prima del cristianesimo, e si giunge fuori di esso da coloro cui non fu dato riconoscere la vanità delle loro credenze: si dà un progresso della fede come delle altre scienze; libera l'interpretazione della Scrittura a segno, che nè tampoco occorre definire la divinità, nè riconoscere ajuti o impacci alla libertà morale, nè originale incapacità alle virtù e alla derivante santificazione: all'immensa equità e bontà di Dio repugna l'eternità de' castighi. Escluso il sopranaturale dalla ragion dell'uomo, si esclude anche dagli annali dell'umanità, e per aspirazione ad unificare il sentimento religioso si esclama, «Non più teologia dogmatica non miracoli[564], non superna ispirazione delle Scritture, non redenzione, non comunione dei fedeli: la religione è un sentimento, nè l'intelletto v'ha a fare; la scienza non ha nulla di comune colla fede, anzi la scalza». A persuadere ciò si mira non tanto con violenza e in aspetto di rabbia, quanto col lento e sistematico disfare pezzo a pezzo credenze e tradizioni, ed il sopranaturale e la Chiesa presentare quasi in contrapposto colla scienza e colla civiltà moderna.
La società cristiana si compone di Dio principio supremo; del Cristo, divino mediatore; della Chiesa, società conservatrice eterna dell'incorruttibile verità che unisce gli uomini. Ebbene: dapprima si disse: «Giù la Chiesa, tralignata, meretrice; si conservi Cristo solo, Cristo nudo». Poi si disse, «Cristo è un mito, i vangeli un romanzo: non più Cristo». Presto si arrivò al «Non più Dio»; e nell'impossibilità di far un _credo_ comune, si fa senza _credo_; è ortodosso chiunque è sincero[565]. Ma i sinceri è notevole come ritornino verso l'autorità, siccome vedesi ne' Puseisti. Vi ritornano pure i liberali, che il suffragio popolare riscontrano nelle decisioni de' Concilj e nell'elezione dei papi; vi ritornano quelli che sentono l'istinto dell'ordine, il bisogno di certezza, d'unità di spirito, di comunanza di preghiere.
Nei tempi napoleonici, quando si considerava nemico chiunque non s'incurvava, se perseguitossi la Chiesa cattolica, non si favorì guari la protestante. Se il vulgo colto celiava ancora con Voltaire, il popolo cresceva rispetto ai sacerdoti quanto li vedeva più oppressi nel loro capo. La restaurazione credette consolidarsi mediante l'alleanza del trono coll'altare; e la religione dominante in Italia fu la cattolica, anche ne' paesi sottoposti all'Austria, dove ogn'altra era tollerata, e dove i Protestanti erano ammessi a tutti gli impieghi, non però con pubblicità di culto.
I Valdesi di Piemonte, de' quali accennammo le vicissitudini nel discorso LI. contro i proprj re invocarono l'intervento straniero: ma all'Inghilterra che s'intromise a loro favore, fu mostrato come gli editti contro di essi fossero meno severi che quei d'_altri Stati_ contro i Cattolici. Non crescevano però di numero, nè presumevano far conversioni; e se moltiplicaronsi libri e storie apologetiche, v'ebbero contradditori; fra cui già nominammo il vescovo Charvaz, che, oltre la storia, fece la _Guida del catecumeno valdese_, ribattendone gli errori, e difendendo la religione cattolica ne' suoi dogmi, nel suo culto, nella sua disciplina. Re Carlo Felice aveva permesso una chiesa protestante a Nizza, ma che si predicasse solo in tedesco. Un Buscarlet ministro, non sapendo di tedesco, predicava in francese, ma gli fu vietato nel 1836, senza dar ascolto al conte Truchsses ministro di Prussia, che prese parte per lui. Esso Truchsses cercava trarre uditori alla cappella evangelica che teneva nel suo palazzo a Torino, e volle anche aprirne alcuna di fuori, ma ne fu impedito. Nel 1836 girava per Italia una signora Childers, dispensando Bibbie e stampe eterodosse, fra cui la _Fede Generale dei Riformati_, e una spiegazione del serpente di bronzo[566].
In favore de' Valdesi si mosse di nuovo l'Inghilterra nel 1841, quando Carlalberto ordinò rientrassero nei legali loro confini. Lord Aberdeen scrisse una calda nota al Governo sardo, che rispose con secco diniego. Ma poichè l'opposizione in Inghilterra tornava sempre su quel tema, il ministro rinnovò le pratiche, e il conte Pollone (18 febbrajo 1843) replicò sarebbe errore politico non men che peccato religioso il concedere ai Valdesi di abitare fuori dei loro limiti; volersi conservare l'unità cattolica, e i sentimenti del re e del paese doversi rispettare quanto quelli di Giorgio IV, inesorabile a non voler emancipare i Cattolici[567].
Quanto all'interno, nel 1820 era parso risvegliarsi lo spirito religioso, principalmente per impulso di Felice Neffi; e quella edificazione che più non trovavano nei tempj, molti la cercavano in riunioni indipendenti e riti liberi e più spirituali. Ai pastori ne spiacque, credendo lor privilegio la predicazione: la pietà dissidente tacciarono di Darbismo, e infatti a questo piegò, volendo escludere ogni liturgia fissa e uniforme, ogni sacerdozio privilegiato, quasi conducano al formalismo, all'indifferenza religiosa e alla disperante apatia della Chiesa officiale. Dio non istabilì veruna autorità che organasse la Chiesa di Cristo, nè tale sistemazione è contenuta nel codice sacro: una Chiesa ha unico capo Cristo, nè altro padrone, cioè è sovrana[568], e come tale può star da sè (_congregazionismo_) o confederarsi ad altre (_presbiterianismo_). Presbiteriana è la Chiesa valdese, ma il problema più difficile è stabilire i rapporti fra le Chiese particolari e la generale, in modo che questa non usurpi i diritti e l'individualità di quelle.
Le chiese rimanevano distinte e indipendenti ciascuna, senz'altro legame che della stessa fede e d'un'opera comune, ma nel 1839 si radunarono in parrocchie, poi nella _costituzione della Chiesa valdese_ data dal sinodo del 1855 si consolidò questa novità col pretesto di francheggiarsi a fronte delle difficoltà, anzichè osteggiarsi una chiesa coll'altra. Il progresso delle idee liberali in Italia (diceano gli oppositori) abbastanza protegge ora i Valdesi, mentre la fusione vale quanto il distruggere i membri per formare un corpo: nè la Chiesa generale direbbesi libera quando nol sono le particolari. _Il bisogno dell'unità è pericoloso, e non v'è chiesa generale dove non v'abbia chiese particolari libere, autonome e sovrane._ Sono idee anglicane: e v'è chi vorrebbe introdurre fin i vescovi, sotto il nome di _Moderatore a vita_. Altri invece esorbitante trovano l'autorità concessa alla Tavola di «provvedere per mezzo di regolamenti a quanto concerne il culto pubblico e l'amministrazione spirituale e temporale delle parrocchie»; per lo che il clero riesce ad aver superiorità nella legislazione, nell'amministrazione, nella disciplina, nel culto, fin nell'istruzione pubblica; dispone dei doni e sussidj venuti di fuori. La nuova costituzione trasse alla Chiesa la nomina de' parroci diversi, dal che, oltre altri inconvenienti, deriva che le elezioni emanano da spirito di consorteria e di famiglia, «una delle più triste piaghe del paese, e che vi produce la lebbra che corrose la Chiesa romana, il nepotismo»[569]. Laonde per l'onor del paese e per la pace e la vita della Chiesa chiedeasi prevalesse il congregazionismo, l'indipendenza delle varie parrocchie, ciascuna delle quali nomini i deputati al sinodo[570]. Pertanto restarono divisi in Valdesi _diaconi_ e Valdesi _della tavola_.
Nel 1839 a Filadelfia negli Stati Uniti si costituì una Società _Degli Amici Italiani_, che proponeansi di combattere il cattolicismo nel suo centro, e nel suo capo: e fu denunziata da Gregorio XVI. A Firenze tra l'arcadica fiacchezza di quel governo, e tra le pedantesche gelosie leopoldine contro il clero, potè estendersi il protestantesimo, favorito anche dal gabinetto letterario del Vieusseux, dove radunavansi il fior della città e tutti i forestieri; Matilde Calandrini, stabilitasi a Pisa nel 1831, introdusse gli asili infantili e convertì alcuno all'evangelismo; Enrico Meyer, autore di scritti pedagogici, fe porre un Istituto dei padri di famiglia protestante. L'apostolato invigorì però solo dopo che nel 1848, l'avversione ai pontefici fu innestata dalla nuova politica, colla libertà d'infamare e maledire ciò che era venerato e benedetto. I fratelli Guicciardini, spalleggiati da Mather, dagli Aldbourough e da altri, teneano conventicole, ove leggere e commentare la Bibbia; ma poichè ciò repugnava alle leggi del paese, furono indotti ad andarsene. Un ostiere Madiai, sposo ad una inglese, nel 1852 propagava libri e dottrine protestanti, e poichè, a norma della legge, venne arrestato, se ne levò uno scalpore europeo; l'Inghilterra minacciò richiamare il suo ministro; tutta la diplomazia parve sbigottirsi che alcun pericolo incorressero gli emissarj protestanti: il granduca dovette cedere, e se ne menò trionfo; i predicanti operarono più sicuri, e quest'atto fu una delle accuse che si accamparono per abbattere la dinastia. Ciò spieghi le irriflessive simpatie, onde i Protestanti secondarono le successive sovversioni[571].
Data al Piemonte la costituzione del 1848, i Valdesi aveano ottenuto di essere pareggiati agli altri cittadini, sicchè uscirono dalle loro valli, eressero chiese in Torino e altrove, e poterono gridare: «Ecco finalmente cadute le secolari barriere che intercettavano il passo alla parola di Dio: ormai si può credere diversamente dal prete, e professare senza ostacolo, e diffondere la propria credenza. Venite dunque, fratelli, presto venite, che è giunto il tempo d'evangelizzare l'Italia»[572].
E vennero, diffusero libri, moltiplicarono predicazioni e stampe. Fra queste la _Buona Novella, giornale dell'evangelizzazione italiana_, proponeva un premio di milleducento lire al migliore scritto «sopra la necessità e i mezzi di operar una riforma cristiana in Italia. Convinti che _tutti_ i mali che affliggono l'Italia, di qualunque natura essi siano (!), ha per cagione principale l'ignoranza o l'abbandono dei principj del cristianesimo, e le false interpretazioni date agl'insegnamenti del Salvator degli uomini, dovrebbesi mostrare fino a qual punto il vero cristianesimo sia lungi dall'Italia, e ignoratine i principj; l'indifferenza, l'incredulità, la superstizione invadano le diverse classi della società, donde la decadenza del senso morale, l'indebolimento o distruzione della vita di famiglia; la vita pubblica, le lettere, le scienze, le arti, l'agricoltura, l'industria ed ogni materiale interesse del paese siano incagliati a cagione del suo stato morale».
Il simbolo di quel giornale era amplissimo «Sia facoltà a chi il voglia di non ammettere l'esistenza di Dio (pag. 109). La libertà dei culti non solo si deve estendere a tutte le credenze religiose, ma ben anche a qualunque setta o accademia o scuola che non riconosca nè religione nè Dio» (pag. 234). Ed assicurava che «tutti i giornali del Piemonte obbediscono a una direzione più o meno protestante e non si stancano di proclamare che la coscienza deve esser libera, e che nessuna potenza della terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze con Dio».
Se ne sbigottirono non soltanto i vescovi nostri, ma i conservatori che vedeano minacciato lo Statuto, il cui primo articolo porta che «la cattolica, apostolica, romana è la religione dello Stato»: e che comprendeano il protestantesimo in Italia non poter essere mai culto e chiesa, bensì strumento di perturbazione e distruzione; sovvertirebbe la vita e le consuetudini dell'universalità del paese, precipiterebbe nell'incredulità formale spiriti già alieni dalla fede positiva e dalle pratiche religiose. Chi poi accetterebbe il vanto che si danno di far proseliti fra gl'increduli, e dir a questi, «Non credevi nulla; or almeno a qualche cosa credi?»
La Savoja, non ancor venduta alla Francia, lottò risoluta contro la propaganda; e Guglielmo De la Rive, in un elogio del conte Cavour, palesa quanto ebbe questo ministro a faticare onde superar quella resistenza. Della quale esso dà per ragione il maggior fanatismo de' Savojardi; l'essere in paese povero più forti i pregiudizj, e far parte de' costumi che preservano. Adduce casi ove bisognò tutta la prepotenza del Cavour per obbligare ad eriger cappelle: vi si riuscì a Mornex e altrove; ad Annecy potè costituirsi una comunità indipendente di Protestanti: così ad Aix: e benchè il codice penale castigasse le predicazioni ereticali e la vendita delle Bibbie, Cavour «metteva uno zelo infinito per salvar gli accusati, ne prendeva in mano la causa, la trattava quasi egli stesso appo i magistrati e gli interpreti e rappresentanti della legge»[573].
Perocchè, come la restaurazione politica, così il Governo volle la religiosa, distruggere cioè quel che da diciannove secoli la nazione rispettava. Dell'aprirsi nel 1854 il tempio protestante a Torino si fece una solennità legale coll'intervento della guardia nazionale. Oltre favorir tutti i preti che frangessero la disciplina ecclesiastica, una colluvie di libri combattevano apertamente non solo la sede romana ma il cristianesimo. È anteriore l'opera anonima _Novità del papismo, ove dimostrasi aver la religione protestante esistito pria di Lutero, e che sia quella stessa promulgata da Cristo e da' suoi apostoli_. L'accenniamo fra le tante come relativa al nostro lavoro, al par di quella dell'abate Jacobo Leone, _Roma empia, ossia il paganesimo e volteranesimo professati da papi e da vescovi un secolo prima della riforma protestante, e predicati dai pulpiti di tutta Italia ne' secoli XVI e XVII, dissertazione critica fondata su testimonianze storiche e documenti tratti dal Vaticano_[574].
Molto si diffuse il _Compendio di controversie tra la parola di Dio e la teologia romana_, ove si pone un dettato della teologia cattolica, e vi si contrappongono testi scritturali, spiegati come si vuole: forma opportuna a illudere, perchè afferma senza bisogno di dimostrazioni.
Luigi Desanctis, curato apostata, mandò al pallio un'infinità di scritti, fra cui un _Saggio dogmatico storico sulla confessione_, _Il Cattolico cristiano_, _La coscienza_; e con Vincenzo Albarella d'Afflitto, napoletano come lui, pubblicò i _Principj di fede e disciplina, estratti dalla parola di Dio per servire di base alla Chiesa evangelica di Torino_, ove esponeasi la professione di fede in diciannove articoli; poi la costituzione, le norme del ministero, delle riunioni, la disciplina e i doveri speciali. Nel 1866 stampossi a Firenze il _Catechismo della Chiesa evangelica valdese_.
Altri fuor di paese viveano di apostolato e di libri di quella risma. Tale il Pistrucci, che a Londra teneva una cappella italiana. Ci rincresce di dover associargli Gabriele Rossetti, discreto poeta napoletano, che esule dalla patria dopo il 1821, compose i _Misteri dell'amor Platonico_, ove asserisce che tutti i poeti d'Italia, e Dante alla loro testa, fingendo cantar d'amore, intendeano della protesta contro il cattolicismo[575]; poi in un poema polimetro bestemmiò la Chiesa, della quale pure aveva tradotto molti inni. Giacinto Achilli di Viterbo, già domenicano, nel 1826 privato della facoltà di predicare per colpe che poi svelate il fecero carcerare, riuscì a fuggire a Corfù, trescò non decorosamente nella spedizione dei fratelli Bandiera, poi festeggiato a Londra in aspetto di martire della Inquisizione, mosse processo contro il Newmann, famoso anglicano convertito, che ne aveva rivelato le avventure, per disinganno di chi gli credeva. Molto rumore se ne levò; provaronsi i fatti con testimonj e documenti, ma il giuri non li trovò bastanti[576], sicchè il Newman fu condannato nelle ingenti spese, a pagar le quali concorsero cattolici dei due mondi. L'Achilli andò poi ramingo, nè più se ne seppe. Altrettanto fu del Ciucci frate apostata, che accolto con festa a Londra, pubblicò un romanzo della propria vita, diffuso assai: eppure trovossi ridotto a mantener sè e la famiglia che s'era fatta, col dar lezioni, finchè scomparve. Prete Giuseppe Fiorito d'Acqui, di cinquant'anni fattosi valdese, per disperazione s'uccise nel 1864.
La Società Biblica cominciata a Londra nel 1780, il primo anno raccolse mille lire, nel secondo centomila: nel 1804 si sistemò aggregandosi le congregazioni d'altri paesi protestanti. Una se ne istituì in Prussia nel 1814, che ebbe quarantotto succursali, e nel 1819 avea distribuito mezzo milione di Bibbie. Un'altra in America nel 1849 ne contava settanta affigliate e migliaja dipendenti. Nel Congresso di Londra del 1855, lord Shaftesbury avea vantato che la Società Biblica avea da ottomila aggregazioni, s'erano spesi cento milioni, tradotta la Bibbia in cencinquanta lingue, sparsine quarantatre milioni di esemplari, per istruzione di seicento milioni di persone. Essa dal 1853 al 1864 mandò in Italia centrentamila Bibbie, dalla cui vendita si ricavarono franchi centrentaduemila cinquecento. Posto che ogni copia costi di fabbrica franchi otto, la Società avrebbe scapitato di novecentosettemila cinquecento franchi, detratte le somme esatte, e non calcolando quelli spesi in venditori e magazzinieri. Lagnasi però che il frutto non sia pari al seme, perocchè i _moderni Farisei_ l'impediscono. Per esempio a Milano molti accettarono i sussidj, pochi le dottrine degli Evangelici: sono forse ottocento i convertiti, fra cui dodici o tredici giovani di belle speranze, ma che si sono dati all'industria dell'apostolato perchè poveri e incapaci di educarsi altrimenti, e vivono a spalle dello straniero. Quando i successori de' conti del Monferrato _coi sentimenti della più viva e sincera amicizia_ fecero lega col sultano per garantire l'integrità e indipendenza dell'impero ottomano (5 marzo 1855), e l'esercito piemontese campeggiò a favore dei Turchi in Crimea, quasi a ciascun soldato fu distribuita una Bibbia protestante, che poco deve aver fruttato. E mentre appunto scrivo, quella Società diffonde scritti suoi a piene mani in quel gran convegno di tutti gli splendori della civiltà che è l'esposizione di Parigi; ed ha già speso un milione di lire in libri ed opuscoli in quindici lingue differenti.
Di là vengono i sussidj ai nuovi evangelizzanti. A Nizza nel 1853, un ex-frate napoletano apostolava, ricevendone seimila lire l'anno; vi si diffusero seimila catechismi, mentre altri fluivano da Ginevra nella Savoja; moltissimi in Sardegna; e il maggior generale della brigata che stanziava a Nizza, il 12 aprile 1856 dovè riprovare come contrario al decoro militare l'uffizio che alcuni soldati eransi assunto per denaro di predicare l'eresia.
Nel 1847 erasi cominciato a Londra l'_Eco del Savonarola_ da Salvatore Ferretti, collaborandovi il Desanctis, Teodorico Rossetti ed altri, a spese di qualche mecenate. Sospeso per manco di abbonati, ripigliò nel giugno del 1856, e allora chiariva esistere quattro movimenti protestanti in Italia, l'antipapale, l'antipapista, il protestante, l'evangelico. L'antipapale è di moderati, che vogliono togliere al papa soltanto il dominio temporale, qual impedimento all'unità italiana. Gli antipapisti, separati apertamente dalla Chiesa romana e più numerosi di tutti, combattono il papato con ogni sorta armi. Il protestante dice: «Noi siamo filosofi e quindi possiamo far di meno della religione. Ma il popolo ne ha bisogno, talchè se all'Italia si toglie il papismo bisognerà pur surrogarvi qualche cosa: e il meglio è il cristianesimo riformato». Il partito evangelico predica il vangelo puro: ma per quanto sovvenuto dalle società d'Inghilterra, e _protetto a spada tratta_ dal Governo sardo, non prospera guari.
Visitando il re di Piemonte quell'isola nel 55, gli presentarono un ringraziamento «pei magnanimi sforzi che fa onde stabilire ne' suoi Stati la libertà civile e religiosa». Egli fe rispondere che, «come discendente da lunga serie di principi cattolici e sovrano di sudditi quasi tutti cattolici, non poteva approvare gli acerbi rimproveri inflitti al capo della Chiesa; bensì agli occhi suoi la religione esser il simbolo della tolleranza, dell'unione, della libertà, ed uno de' fondamenti del suo governo essere la libertà di coscienza».
Spaventati dall'irrompere del razionalismo, che negava ogni dogma rivelato e la divinità di Cristo, i Protestanti ortodossi, cioè quelli che ancora han fede nella Bibbia, costituirono una _riunione ecumenica_, che si raccolse a Londra nel 1846 e nel 51, nel 55 a Parigi, nel 57 a Berlino, nel 61 a Ginevra, e che finì coll'_Alleanza evangelica_ nello scopo di fondere tutte le credenze in una sola, e combattere tutte insieme la cattolica. L'assemblea a Berlino trovò che l'accordo fra le varie sètte non era progredito, bensì divisaronsi i modi di osteggiare il papato, e si stanziò una somma per mandare missionarj in Piemonte e nella Toscana, e aprire ricoveri pei preti che apostatassero; in fatto se ne fondò uno a Londra, uno a Basilea, assegnando a ciascuno ducento scudi, ma non prosperarono, e il protestante Leo paragonava la cattolica all'unità del ferro, e l'Alleanza Evangelica alla ruggine del ferro impastata con acqua[577].
Per tale accordo anche i Valdesi assunsero il nome di Evangelici, e con questo fondarono varie stazioni per Italia, professando non badare a differenze di confessioni, bensì convenir tutti all'uffizio domenicale, qualunque credenza professino o comunque interpretino il vangelo. Anzi nell'ultima unione a Ginevra ben venti pastori ricusarono di riconoscere la divinità di Cristo.
Nel 1852, sei dignitarj del collegio di Londra dirigevano una lettera ai preti del Lombardo-Veneto, esortandoli a unirsi alla Chiesa anglicana, staccandosi dalla infedele romana. La _Buona Novella_ nel 1858 diceva esser in Torino una società de' _trattati religiosi_ per l'Italia, che aveva in due anni stampato 2,399,500 pagine; una libreria evangelica aver mandato in giro trentunamille copie di varie opere. Bonaventura Mazzarella pubblicò la _Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia_[578], ove dichiara ch'essi non sono nè protestanti, nè valdesi, nè altro: «son cristiani perchè ripongono tutta la loro confidenza in Cristo, ed evangelici perchè non ammettono vi sia cristianesimo fuori dell'Evangelo.... Tra il ministero evangelico e il clero ufficiale, sia cattolico sia protestante, vi è un abisso. Quello è essenzialmente laico, non forma una casta, non avrà salarj fissi;... fuori della Chiesa è cittadino come gli altri; non ha potere, non onori, non sovvenzioni; esercita il mestiere che imparò...» Chiesto che cosa avesse predicato in Asti, risponde: «Mostrai il contrasto palpabile e spaventevole che esiste tra la vita e le parole di Cristo, e la vita e le parole del papa... Il papato ha ridotto il cristianesimo a un mercimonio... I sacerdoti ebraici che gridavano crocifiggilo, non fecero al cristianesimo il male che gli ha fatto il papato».
Maggior campo e più libero passo offersero all'apostolato eterodosso le conquiste del 1859, e il regno formatosi d'un conglomerato di voti. Non solo da giornali, ma alla Camera inglese da D'Israeli fu confessato che una delle ragioni per cui l'Inghilterra tollerò la spedizione di Napoleone III in Italia, fu la speranza che la santa sede crollasse, e vi si surrogasse il protestantesimo. Italiani residenti a Londra, Avesana, G. De Vincenzi, L. Serena, B. Fabricotti, G. B. Rocca il 2 settembre 1859 pregarono loro Shaftesbury, genero del ministro Palmerston, di farsi capo del movimento protestante in Italia, e di costituire un comitato per l'emancipazione degli Stati Pontificj. Egli accettò, asserendo che libertà e indipendenza non può aversi se non coll'abbandonare il cattolicismo, come hanno fatto gli Inglesi; i quali, per ottener le civili e religiose franchigie, _cacciarono i loro regnanti_, ne scelsero di nuovi, e consolidarono una forma di governo, che il meno possibile diversificasse dall'anteriore.
Appena espulso il granduca, gli Evangelici di Toscana sporsero al Governo Provvisorio una «Dichiarazione di alcune massime religiose professate dai Cristiani evangelici, che in questi tempi si sono manifestati in Toscana, persuasi che il giorno è giunto in cui la nostra patria nel suo seno vedrà svilupparsi ogni onesta libertà», e v'erano firmati Carlo Solaini e Scipione Bargali. Quel Governo lasciò in fatto stabilire cappelle, e i giornali tuttodì svelenirsi contro il papato, mentre escludeva i predicatori cattolici non toscani e proibì di stampare un opuscolo _La Chiesa cattolica romana è la sola vera Chiesa di Gesù Cristo_. Di ciò mosse pubblico lamento l'arcivescovo Limberti, e diceva al presidente Ricasoli: «Voi siete cattolico, e reggete un popolo cattolico; vi corre dunque l'obbligo di amare e favorire sapientemente la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi sapientemente perchè non vi diate a credere che io intenda accattare da Voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono, non servirebbe che a renderla odiosa. Ma quella savia e provvidente sollecitudine, la quale caldeggiando le benefiche istituzioni della Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed efficacia, con profitto grande dello stesso consorzio civile. Questa io vescovo, a voi governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento contrario, e che si procacci di avversare, indebolire e impacciare l'azione cattolica.
«Sono state aperte in questa città pubbliche scuole di errore, e vi si allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del denaro, persone di ogni età e d'ogni classe, e a preferenza la povera e rozza plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carrucolati dalle seduzioni. Lascio ai politici di giudicare, se la tolleranza civile dei culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di sacrificio al dovere, che pur fa duopo ad esser liberi e forti, l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare nelle anime il dubbio che isterilisce o la miscredenza che imbestia; giacchè, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarj portati delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se sia prudente, or che tante e sì diverse ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite così tremendo e pericoloso come quello delle offese coscienze e delle religiose. Ma io vi domanderò perchè, laddove gente uscita da Napoli o da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il Governo, contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi che sacerdoti cattolici salgano il pergamo ad esplicarla e difenderla, se non sono toscani? perchè, mentre i nuovi predicanti vituperano impunemente nelle loro pubbliche arringhe il clero cattolico, e stimolando turpi e feroci passioni lo mettono in sospetto ed in odio, non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote sfolgorare dal pulpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti abominevoli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e pei trivj la sacra persona ed autorità del sommo pontefice, senza che appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, non corrano a farne ai tribunali denunzia, donde processo, moniti e vessazioni? Perchè, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco prezzo giornaletti, libercoli, calendarj, dove l'empietà usa il suo soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma persino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni riverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato un libretto di poche pagine, che a guisa di catechismo, rammenta una grande ed importante verità e avverte i buoni a cessare i pericoli di che l'errore li minaccia? Tolto da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano senza misura i nuovi predicanti e s'affaccendano a diffondere, vendendoli a poco o eziandio regalandoli, libri tutti pieni di veleno e calunnie, di scene invereconde contro il papa, contro i preti, contro i santi, contro i sacramenti, contro ogni cosa a noi più cara e santamente diletta: _Roma empia_, per esempio, _la Camarilla_, _il Prete e la Donna_, _il Gallo di Caifasso_, _gli Errori della Chiesa di Roma combattuti colla parola di Dio_, _la Bibbia in prigione_ e altri siffatti?»
Il ministro Ricasoli rispose che il martirio oggi invano si spera. «A' nostri tempi non si tratta di persecuzione nè di protezione religiosa; si tratta di libertà di coscienza, e di libero esercizio di culto, purchè non sia turbato l'ordine pubblico. Questa libertà, che è un diritto di ogni essere responsabile a Dio, che è un fatto della coscienza universale, ed un principio del diritto pubblico di ogni Stato civile, non toglie che la religione cattolica, se non è più la dominante, non sia la prevalente, e quella professata dal Governo e onorata con tutte quante le maniere. Il limite di questa prevalenza e di questi onori si trova solo nel non escludere le altre religioni, e non impedire gli altri culti. Ciò è cosa nuova nel nostro Stato: ma la Chiesa cattolica non vi perderà, come non ha perduto in quegli Stati dove oramai è vecchia. V. S. non deve credere avversata dallo Stato la religione cattolica se vi sono altre professioni, e se altri culti si esercitano. Questa simultaneità è un diritto, è un fatto indistruttibile. Il proselitismo è proibito e punito: l'eccitazione all'odio scambievole proibita e punita: ogni occasione di pubblico disordine prevenuta, o tolta via. Gli atti di Stato laico e indipendente da ogni estranea autorità non possono essere censurati di avversione ad alcuna credenza quando tutelano la tranquillità pubblica, che il Governo ha il dovere di conservare; e il Governo e non altri può conoscere ciò che le nuoccia, o le giovi. Se egli niega la stampa o la ristampa di qualche scrittura, è mosso da una ragione presente, che il pubblico ordinariamente non raggiunge. Ma ciò non impedisce, che quelle idee non possano esser pubblicate»[579].
Così proclamavasi l'ateismo dello Stato. E molto ivi adoperò il proselitismo, ajutato sì da alcuni preti o rifuggiti dalla Romagna o che davano un calcio alla Chiesa che gli aveva nudriti e educati; sì da opuscoli, non isproveduti di scienza o sfavillanti di spirito; sì dai giornali, per cui era una forma o un supplemento di libertà politica la irriverenza religiosa; sì da politici che voleano assicurarsi (come dice Boncompagni) il suffragio di coloro, per cui ogni angheria diviene scusabile, anzi lodevole quando sia detto «È contro i preti».
Carlo Poggi Laborcena vi pubblicò più tardi (Firenze 1866) un _Triplice progetto di riforma_, ove sostiene che a Gesù Cristo contraffà il papato coll'ammetter la messa, i suffragi per le anime purganti, il giuramento ai tribunali, le lunghe preghiere a Dio perchè interrompa le leggi fisse di natura: il papa è infallibile sol quando sia in grazia di Dio: l'elezione de' sacerdoti appartiene al popolo: mal s'insegna che il principato temporale vantaggi la religione: sono torti del papato tutti i mali che tormentano l'umanità, perchè esso non provede a banche popolari, a proteggere le serve, e fa che alcuni Gesuiti, fingendosi protestanti, impediscano l'unione di tutte le credenze. E propone un'assemblea mondiale, dove si elegga un capo alle chiese cristiane riformate, il quale formerà un collegio di venticinque o trenta individui, per ottenere il trionfo della religione di Cristo e la ricomposizione di tutte le nazionalità.
Gli Evangelici s'avventurarono più volte a molestare le sacre funzioni; in Santa Maria Novella turbarono la benedizione del sacramento, altrove le prediche; a Livorno vollero sepellire un dei loro in terra sacra; e impediti, s'avventarono fin contro l'autorità; spesso si fecero scoppiare bombe nelle chiese o nelle canoniche.
Vi si opposero eccellenti parroci e canonici e predicatori; moltiplicaronsi pubblicazioni religiose, quali l'_Archivio dell'ecclesiastico_, ed altre popolari del padre Morini, del Pierini, del canonico Righi, del Grassi, del Marescotti...: alle antiche associazioni religiose, conservate in fiore, si aggiunsero le nuove di san Francesco di Sales per la propagazione de' buoni libri, di san Vincenzo da Paola per l'esercizio d'ogni carità.
Nelle prime manifestazioni rappresentò gran parte il Gavazzi. Ancor barnabita nella rivoluzione del 1848, cominciò da entusiasta di Pio IX, e finì per essere uno de' più affaccendati demagoghi, tanto che dovettero reprimerlo quegli stessi, che della demagogia faceansi uno sgabello. Inviperito dai disastri, rinnegò il carattere sacerdotale, e fattosi apostolo delle dottrine dissidenti, compariva dovunque la rivoluzione scoppiasse e in coda agli eserciti conquistatori, con violente parole e scritture attizzando le passioni popolari, e con indomita persistenza costituendo cappelle e società.
Appena fatta nel regno meridionale la rivoluzione che spossessò i Borboni, v'affluirono i predicanti, e in capo ad essi il Gavazzi. «Indossata la camicia rossa dei Garibaldini, sulla piazza pubblica era il predicatore quotidiano del popolo, la gazzetta viva e passionata de' Napolitani. Tutto serviva di pulpito per lui; parlava da una finestra, o da un banco di piazza, o da un palco di teatro; suo tema obbligato Francesco II e il papa, sui quali lanciavasi a pugni con una violenza senza esempio. Era curioso vederlo nel palco coperto e pavesato a tre colori, che per lui ergeasi nel Largo del palazzo, vestito di rosso, battersi il capo, darsi pugni nel petto, stringersi come volesse soffocare, lasciarsi cascar melanconicamente sulla sponda; prendersi la testa colle due mani, come volesse staccarsela e avventarla agli uditori... Il padre Gavazzi credeva; di là l'incontestabile sua influenza. Dopo predicato nelle vie parlando di tutto, e facendo decapitare le statue equestri dei re e demolir il forte Sant'Elmo, depose la tunica rossa, e stabilì conferenze meno chiassose in una sala affittata apposta. Per tre mesi quattro volte la settimana, e ogni volta per due ore, davanti una folla accalcata, entusiasta e vestita per bene, inveiva contro il papa con un impeto instancabile. Era una satira oratoria, zeppa d'invettive e sarcasmi, addolcita però da un calor sincero, che attestava com'ei credesse. La domenica rinunziava affatto alla discussione, per insegnare piamente il Vangelo. Non so se questa melodia cristiana facesse molta impressione dopo il batter dei tamburri e le fucilate: ma quest'uomo strano, che aveva il demonio in corpo sulla piazza pubblica, diveniva tutto unzione quando cadeva a ginocchi».
Tiriamo queste parole non dal Perrone o dal Pellicani suoi smascheratori, ma da un panegirista, Marco Monnier, che scrisse sopra Napoli eretica e panteistica. Un altro ammiratore ce lo dipinge sulla piazza del Crocifisso a Messina e di San Francesco di Paola a Napoli, ad inveire contro i Borboni e i Gesuiti, predicare l'unità d'Italia e il re galantuomo; proporre si trasformassero le statue di Carlo III e di Ferdinando in Vittorio Emanuele e in quel Garibaldi «che in mille battaglie, coll'abito forato come un crivello, non potè mai esser ferito». E soggiunge: «Al teatro San Carlo si ebbe lo spettacolo bizzarro di un frate in camicia rossa, che la vasta e sonora sala facea sonare di parole molto insolite, mentre, rialzato il sipario, attori e figuranti, coristi e ballerini a gruppi, ne' loro vestiti teatrali, si spingeano sul davanti della scena per nulla perdere dello intermezzo inaspettato.» Un giorno rappresentavasi la _Battaglia delle Donne_, e finito il primo atto, il padre Gavazzi s'alzò nel suo palchetto, e prese a parlare di patria, di libertà, di Garibaldi, di combattimenti a Capua, in modo che il popolo entusiasta dimenticò affatto la commedia, e coprì d'evviva l'impresario quando venne annunziare che, attesa la circostanza eccezionale, invece degli altri due atti si darebbe l'inno di Garibaldi[580].
Dai primi momenti della rivoluzione si domandò, e pensate se si ottenne dal dittatore Garibaldi un luogo in Napoli, dove esercitare pubblicamente il culto evangelico; gli altri dissenzienti, mercè della legazione prussiana impetrarono pure di aver pubblico tempio; e quivi si combinò come estendere la propaganda nella terraferma e in Sicilia.
Essendo il nome di Valdesi legalizzato da secoli in Piemonte, lo adottarono, quasi desse diritto di fare proseliti, aprir conferenze, cappelle, collegi, e trovarono qualche adepto nella classe media, e padri che vi mandarono i figliuoli. Presa audacia, turbarono qualche volta le funzioni e le chiese: in qualche parte, come a Torre del Greco, vestirono la Madonna coi tre colori; quando si fecero espiazioni per le bestemmie del Renan, un giovane entrò in chiesa motteggiando, e gridò «Morte a Cristo». Di tali e simili atti sdegnato, il popolo diè loro addosso talvolta: ma l'autorità, punendolo col titolo di tutelare la sicurezza personale, non solo diè fidanza ai predicanti, ma arrestò parroci e fedeli che mostrassero avversarli. Taluni, che di prete non serbavano se non l'abito e i proventi, trovarono comodo il mettersi coi novatori, e col titolo di Emancipatori, sotto la guida dello Zaccaro, di Basilio Prota, del Da Foria valdese, formarono una società che repudiava i freni ecclesiastici, e nella _Colonna di fuoco_, poi nell'_Emancipatore_ sputacchiavano la Chiesa stabilita, e menavano moglie, pur continuando il ministero in chiese interdette. Vi si oppose con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle opere.
Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole a Capri; Leopoldo Perez stampava la _Civiltà Evangelica_: il pastore Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a San Pietro di Majella.
Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale, fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.
Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti formarono un _Battaglione sacro_ che, mantellandosi di politica, sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie, esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti valdesi. Infatto la _Buona Novella_ annunziava il 15 marzo 1861 che «due nuove stazioni di Evangelici vennero stabilite dalla Chiesa valdese; una a Milano avendo a capo il signor ministro O. Cocorda, l'altra a Palermo affidata allo zelo del caro nostro fratello, il signor ministro Giorgio Appia». Questi, che già nominammo parlando de' Valdesi (Discorso XLI), era uno de' più valenti, come de' più attuosi, ed oltre gli scritti sulla _Buona Novella_, molti ne stampò a Palermo dalla tipografia Claudiana, fra cui _Roma e la Scrittura_ (1862). Egli sfidò ad una disputa il canonico Domenico Turano e il professore Melchiorre Galeotti, il quale saviamente si restrinse a discutere sull'autorità, cioè a chi competa il possesso e l'interpretazione della Bibbia; e diede una relazione di quel convegno, appunto come vedemmo essersi praticato un tempo dai preti valtellinesi[581].
Insieme colle Bibbie divulgavansi quelle scritture alla moda, che eccitano lo scontento della ragione, e l'indignazione della coscienza colle accuse menzognere. V'andavano compagni libri immorali ed osceni, stimolando insieme la libidine del corpo e quella dello spirito; immagini che la corruzione de' compratori comanda alla corruzione degli artisti, ed ostentavasi il vizio sotto la complicità della pubblica opinione; quasi il Governo, col non sottoporre questa peste al lazzaretto, amasse ajutare il pervertimento morale, che cominciato col violare la creanza, finirà col violar tutte le leggi. Ne venne spavento a' genitori che ricorsero per rimedio all'arcivescovo; e questi in una pastorale ricordò ai padri ed agli institutori, che su loro pesavano le conseguenze lacrimabili della procace infezione (febbrajo 1861). Poco dopo ebbe a pubblicamente congratularsi cogli studenti di quella Università, i quali aveano affissa nell'atrio essa pastorale, e cacciato obbrobriosamente il ministro che intaccava l'onor del costume e la fede sempre inviolata in quell'isola; «e invocato con civile moderazione dal governo un provvedimento contro queste svergognate sozzure di libri»[582].
Mal riuscito, l'Appia tornò a Napoli dond'era venuto, e dove ingloriavasi della conversione del marchese Cresi, e gli succedette Giovanni Simpson, che aprì scuole di poveri fanciulli, massime presso la chiesa della Gancia, divenuta famosa come primo focolajo della rivoluzione, o piuttosto delle rivoluzioni. Le scuole protestanti furono dal Governo autorizzate a radunarsi ed esporre i cartelloni, e popolaronsi coll'allettamento d'alquanti centesimi; mentre la timidezza, consueta negli onest'uomini, distoglie dall'opporvisi, e fa piegare la testa sotto al flagello. Ogni stampa alquanto franca a difendere il vero è resa impossibile quanto ogni associazione, atteso le paure che dominano e l'artifizio di tacciarle di trame contro un ordine politico, che si sa non esser amato. Pure gli Evangelici non v'erano favoriti dalle circostanze che avvertimmo in Napoli; i giornali nel loro senso, come _Il Martello dei preti_, _Lo Specchio della verità_, non durarono, e dovettero confondersi coi politici; sebbene non mancassero apostati che, come accade, inviperivano contro preti e frati ai quali erano appartenuti; e sebbene il Governo e i municipj travagliassero in ogni guisa il culto avito. Le chiese principali, fino il San Domenico, arricchito di trentadue monumenti di illustri siciliani, si videro conversi in caserme o in pubblici ritrovi o in sale d'esposizione; le sacre immagini delle vie furono abbattute: ma il popolo, di cui conculcavasi il sentimento mentre poc'anzi se n'era chiesto il suffragio, vi sostituì stampe e immagini a centinaja, massime al frequente ricorrere de' flagelli o naturali o umani, che fanno deplorabilissima quell'isola, sì degna d'invidia.
Milano, da cui uscirono le più sozze oscenità di libri, di teatro, di figure, emula Torino per gli scritti contro la fede; lascia insultare a' suoi prelati, e il Pantaleo montar sul pulpito della sua metropolitana con una scala a piuoli; scala del popolo (diceva) a differenza dalla scala de' Farisei. Cappelle evangeliche si moltiplicarono e non solo in città, ma per tutta Lombardia. A Como adoprò assai un E. R. al quale diede risposta Antonio Romano tessitore. Quel lago e la provincia ebbero catechizzatori e cappelle, sì per comodo de' forestieri, sì per traviare i paesani. La Valtellina, che nel XVII secolo fece una rivoluzione sanguinosa per non volere protestanti; che anche nel 1797 unendosi alla Cisalpina, domandava che unica religione vi fosse la cattolica, va seminandosi di questa zizania. De' Protestanti fra' Grigioni informò il dottor Mariotti (Londra 1846).
Modena, ch'era stata l'asilo dei più riflessivi osteggiatori delle novità, fu presa maggiormente di mira dai propagatori in questa. Così Reggio. A Guastalla convien che il male sia molto esteso, se quel vescovo crede necessario uscir continuamente a combattere corpo a corpo coi maestri de' dissidenti; e si vide costretto a ritirarsi quando nell'aprile 1867 vi comparve tra le ovazioni il padre Gavazzi. V'è ministro evangelico Francesco Rostagno, giovane di Prali nelle valli valdesi, che quest'anno pubblicò il _Credo di un nuovo protestante_ — _Sfide e vergogne_ — _L'Evangelio di Cristo e le opere di umiltà_, stampati dal Lucchini, il quale se ne scusa dichiarando che «se Maometto gli ordinasse copie del suo Corano, gliele tirerebbe di buon grado e senza scrupoli». Almeno costui professa quel che gli altri fanno e non dicono.
A Ferrara, entrati colla rivoluzione e ascoltati per curiosità, poco operarono gli Evangelici: e le conferenze che tennero in una sala già infamata da orgie carnascialesche, raccolsero pochi proseliti di bassa mano, che neppur tutti perseverarono, ed ebbero risa e sassajuola dal popolo. Nè meglio riuscirono a Bondeno, alla Stellata e in quelle vicinanze.
Poichè il Vergerio, il Muzio, il De Dominis, il Flacio ci menarono sulla costa orientale dell'Adriatico, per tanti titoli attenente alla vecchia Italia, aggiungeremo che la diffusione del protestantismo in quei paesi, asserita dal Vergerio, è smentita dalle carte contemporanee, nè si trova che fossero applicati gli editti dell'imperatore Ferdinando I e dell'arciduca Carlo contro gli eretici e i loro libri. Il vescovo Francesco Josephic croato fu rimosso come sospetto, ma non apostatò: nè è vero quel che leggesi in alcuni, che Primo Tuber stesse canonico a Trieste, e vi apostolasse in San Francesco. Ben vi predicò il gesuita Claudio Jay, e ne sarebbe stato fatto vescovo se sant'Ignazio non gliel'avesse proibito. Stobeo, vescovo di Stiria, chiesto nel 1598 da Ferdinando imperatore se convenisse introdur l'inquisizione, consigliava di no nelle provincie tedesche, perchè essendo infette, ne ridonderebbero guai; bensì per l'Istria contea, Trieste, Fiume, «perchè essendo rimaste illese dall'eresia, essa impedirebbe v'entrasse». Realmente non vi fu introdotta; le persecuzioni che vi accennammo vennero piuttosto da odj di parte e da eccessivi sospetti: e i Gesuiti di Trieste ebbero a faticare ben poco per la purezza delle credenze; assai per quella de' costumi.
Nel 1782, imperante Giuseppe II, gli eterodossi ottennero pubblicità di culto, sicchè in una costoro chiesa egli e il governatore conte di Zinzendorf sono lodati come _amici de' Cristiani_. Ultimamente non vi mancarono predicanti, ma crebbe anzi lo splendore del culto; si pubblicò perfino un giornale ecclesiastico in latino; e la stampa rispetta il cattolicismo, benchè vi siano sei chiese di varj culti e ogni sorta religionarj, eccetto turchi, il cui console è di religione greca, come i vecchi sciah bender.
Nel _Christian World_, giornale americano, il signor Hall riferiva i giganteschi sforzi che i comitati protestanti dirigono a sovvoltare il nostro paese. Uno di Ginevra manda in giro _colportori_, come francesemente chiamano i venditori di Bibbie, e fondò la _Letteratura evangelica_ che stampa opere all'uopo. Un altro a Nizza di Inglesi vi eroga da venticinque a trentacinquemila lire l'anno. La società de' Missionarj Weslejani di Londra moltiplica d'attività in fondare chiese e scuole, occupa da quaranta a cinquanta persone, e spende cenventicinquemila lire l'anno. Da quindici a ventimila un comitato a Napoli, quasi tutto di forestieri; e di colà il Desanctis soprantende a molte scuole in varj paesi, e dispone di un ventimila lire l'anno. Le tante società delle varie sètte presbiteriane di Scozia, d'Inghilterra, d'Irlanda somministrano ai soli missionarj valdesi da settantamila franchi per scuole, stampe, missioni. L'Unione Cristiana americana e straniera nel 1864 passò ai Valdesi circa centomila lire, principalmente per mantenere trentacinque predicanti e spacciatori di libri; inoltre le tavole stereotipe per l'edizione italiana della Bibbia in-8º. Altri donativi vennero d'America e dalla Gran Bretagna.
Al sinodo tenuto il maggio 1865 fu dato ragguaglio che l'evangelizzamento valdese ha in Lombardia sei stazioni; a Milano, Brescia, Como, Valdintelvi, Pavia, Guastalla; con quattro ministri, un laico e tre maestri di scuola: in Piemonte quattordici agenti, tre ministri, quattro evangelisti non ancor consacrati, sette maestri di scuola. In Torino la congrega dell'evangelizzazione italiana ha due scuole con ducento fanciulli ciascuna, la più parte figliuoli di Cattolici, e una domenicale. Congregazioni e scuole e proseliti han pure in Val d'Aosta, a Livorno vercellese, a Montestrutto, Carema, Parella, Borgofranco, Brissagno, Chatillon, Viarengo, Cormajore, oltre Aosta, Pinerolo, Alessandria, donde si estendono a Pietra Marazzi, Montecastello, Bassignana. Nella Liguria esercitano tre stazioni con sette agenti, un ministro, un evangelista non consacrato, cinque maestri; e in Genova ha cencinquantaquattro comunicanti, in Sanpierdarena un evangelista con settanta fanciulli. A Firenze prosperano una scuola teologica e una società di trattati religiosi, con due pubblici ritrovi. A Lucca una buona congregazione; a Livorno la più numerosa, con molte scuole. Nell'Italia centrale adoprano tredici agenti, sei ministri, sette maestri e varj lettori della Bibbia. In Napoli si applaudono dei due agenti Appia e Gregori; un evangelista in Palermo ha congregazione sufficiente. In Sardegna Iddio suscitò un venerabile vecchio, che frutta assai.
Posteriori notizie vantano Simpson Kray, pastore in Palermo, ed altri di Barcellona, di Catania, d'altre stazioni; a Napoli, quattro scuole con undici maestri e quattrocenquaranta scolari: da trecento frequentano le assemblee di Livorno, da cenventi quelle di Guastalla, ove cinquantatre comunicaronsi alla Pasqua: in tutta Italia si hanno ventiquattro stazioni valdesi, con ventisette evangelizzanti, trenta scuole diurne, sette serali; milletrecentottantaquattro comunicanti; e in tutto forse cinquemila cencinquantadue acattolici. Pure gli statistici, per verità troppo fra noi inesatti, calcolano oggi la popolazione del regno italico in venticinque milioni d'anime, fra cui quarantasette mila ebrei, da ventisei mila valdesi, e da cinquecento protestanti di varie confessioni. Vedasi con quanta ragione i ministri facciano dalla Corona riconoscere i Cattolici come soltanto una maggioranza. Oserebbero interrogarla sulla religione col plebiscito?
Secondo lo stesso _Christian World_, quel che domandano gli Italiani sarebbe, che, 1. il laicato ricuperi il diritto di scegliere i proprj ministri e gli amministratori de' beni temporali della Chiesa: 2. i vescovi siano eletti dal clero e dalle congregazioni, salvi i diritti regj: 3. vescovi e metropoliti si rintegrino nelle loro antiche attribuzioni, cessando la servile dipendenza da Roma e i giuramenti di vassallaggio ad essa: 4. celibe o no sia il clero secondo la determinazione individuale: 5. il laicato abbia libertà illimitata di leggere le sante scritture: 6. la liturgia facciasi nella lingua nazionale e in una forma intelligibile a tutti: 7. la confessione non sia obbligatoria, ma volontaria, e la comunione sotto ambedue le specie.
Non crediate però camminino conformi nelle dottrine, eccetto l'odio contro le romane. I più vanno oltre, determinati a mandare a pezzi (dicono) il despotismo papale, ristabilire la primitiva condizione della Chiesa, ed introdurre un buono accordo tra il clero ed il laicato. L'_Eco della verità_ non vuole «esser organo di veruna chiesa particolare, ma della verità evangelica: nè Cattolici nè Protestanti hanno a fare con noi»; e un evangelico di Ferrara al predicatore Franco scriveva nel 1865: «Loro preti non la vogliono capire: si scalmanano ad esclamare contro Lutero, Calvino ecc., ma oggi chi vien più ad insegnare il luteranismo? Noi cristiani evangelici siamo quasi avversi ai Protestanti quanto ai Papisti, perchè i Protestanti più o meno sono Papisti, non essendosi totalmente svestiti del papismo. Legga i _Principj della Chiesa Romana e della Protestante e della Chiesa Cristiana_ e vedrà che noi avversiamo i Valdesi perchè fra loro s'introdussero e sono ritenuti con zelo gran parte degli errori della Chiesa romana; gli Anglicani, i Luterani, i Calvinisti ecc. sono protestanti nazionali, talvolta con gerarchia clericale, talvolta no, ma tutti hanno liturgia che, come nella Chiesa romana, si surroga al culto dello spirito. Noi mettiamo in un fascio Cattolici e Protestanti, e in faccia a questa Babele di sètte che ci vengono da oltremonte ed oltremare, la nostra Chiesa cristiana evangelica, sorta in Italia fra le persecuzioni e cresciuta tra le sofferenze, persevera e prosegue a combattere per la fede che è stata una volta insegnata dai santi; nè altro vuole che la Bibbia, senza Padri, nè tradizioni, nè teologia. Alle vostre calunnie non badando, continueremo nella via del Signore. Nè crediate lo facciamo per ispirito di parte, ma per amor di pace: perocchè desideriamo vivere in comunione con tutti coloro, che in sincerità di cuore invocano il nome del Signore; e quando per furore di sètta i preti d'ogni nome vengono a disturbarci onde imporre le loro forme fracide e rugginose, li compiangiamo. Noi riconosciamo le dissolutezze di Lutero, di Calvino, di Arrigo VIII, e non ci facciamo loro paladini. I Protestanti partecipano ancora del romanismo, e quindi noi non siamo protestanti nè punto nè poco, e ci allontaniamo, prima dai Cattolici e poi dalle sètte, secondo più o meno romanizzano: quelle che meno romanizzano più si accostano a noi, puri fedeli del Vangelo».
Sulla presente condizione delle Chiese acattoliche fra noi informava testè il _Temps_, giornale che molto se ne occupa.
«Tre classi di spiriti s'affannano in Italia a scalzare le fondamenta di Roma: 1. I Protestanti; 2. I preti liberali; 3. I liberi pensatori, framassoni ed altri. Il protestantismo ha egli gran successo? Dalle nozioni che da un anno raccolgo, conversioni d'adulti accadono rare: le più a Bologna, a Livorno, a Firenze, a Napoli. Quivi, e soprattutto a Napoli e a Livorno, libere unioni serali produssero un incontestabile effetto sulla gioventù. A Napoli, nella scolaresca universitaria e presso una certa classe d'operaj, la disputa teologica secondo le idee protestanti prese singolare estensione. Assistetti alcuna volta a questi circoli teologici: vi è molta gente, fra cui intelletti svegliatissimi; parecchi propagandisti godono d'una certa popolarità; due o tre uomini popolari accettarono con entusiasmo le dottrine evangeliche, e le predicano in dialetto napoletano e con modi pittoreschi. Il culto non si pratica ancora che in cappelle senza apparenza esterna. Qualche volta è situata in un pianterreno; e a Firenze in una specie di magazzeno, sulla via della passeggiata alle Cascine. Questa cappella, molto osteggiata dallo zelo de' Cattolici, è quella attorno la quale avvi maggior moto dopo il 1860.
«La prima chiesa consacrata pubblicamente al culto protestante fu quella di Livorno, inaugurata lo scorso agosto[583]. La seconda a Napoli si termina presentemente nel quartiere di Chiaja, in situazione molto vistosa, sulla via che dal centro mette a quella passeggiata. Sarà molto bella; gotica; la porta maggiore e parte della facciata di marmo bianco; fu costruita per contribuzioni de' Protestanti residenti a Napoli, sopratutto degli Svizzeri; un famoso banchiere vi concorse con ottantamila franchi.
«Dove il protestantismo mi sembra aver propriamente vantaggiato è nell'opera delle scuole. In ogni città di qualche importanza è stata fondata una, ed ordinariamente è ben riuscita: quella di Napoli conta cinquecento allievi, e l'opinione la designa per una delle migliori della città.
«In quanto alla Bibbia, gl'Italiani poco ne usano; non è un popolo che legga molto. Tutto computato, i successi del protestantismo sono discreti. Quanto ai preti patrioti di Milano, alla società di mutuo soccorso di Firenze, alla emancipatrice di Napoli ed alle annesse del clero emancipato, dirò che i preti liberali dell'alta Italia e della media, senza esser perseguitati dall'autorità episcopale si sono indeboliti e diminuiti, e oggi sono obbligati di riunirsi alla società emancipatrice di Napoli, la sola restata in vigore. N'è capo il padre Prota, domenicano sui trentacinque anni, che tiene sedute nel capitolo del convento di San Domenico Maggiore: e a dispetto de' superiori e della Minerva di Roma, professa due principj fondamentali: restar cattolico col papa, andare a Roma con l'Italia. In conseguenza non volge al protestantismo; proclama energicamente il suo amore per l'unità all'ombra della cattedra di san Pietro, e grida, Viva il papa! abbasso il papa-re! Le idee di questi ecclesiastici e del padre Prota specialmente, sono liberissime in fatto di disciplina: nel loro giornale si parla del _clericume_, del _pretume_, degli ozianti, delle cappuccinerie come nei giornali laici, e forse in tono più deciso; si denunciano gli abusi de' conventi, si pubblicano fattarelli di scheletri, di fanciulli, di monachelle, degni di Diderot. Tutto ciò che il laicato domanda per la purificazione dell'Italia insozzata dalla superstizione, lo domanda con altrettanta insistenza questo gruppo sacerdotale, entrato senza divergenze nel movimento del paese. Il padre Prota ed i suoi amici hanno pubblicato articoli su tutte le quistioni sorte in questi ultimi tempi, la soppressione de' conventi, i beni del clero; e in forma scolastica han dimostrato che il matrimonio de' preti è lecito, e che nelle circostanze presenti d'Italia, farebbero molto bene a rinunciare al celibato. Però al dogma non toccano, e benchè dimostrino una certa indipendenza anche in simile materia, concludono sempre che bisogna rimanere cattolici romani, uniti al papato, trasformato e privo del dominio temporale.
«Chiamano anche a far parte della loro società persone di varie screziature. Ma quale efficacia esercitano queste associazioni di preti liberali? Il Governo non li seconda: li lascia semplicemente fare, proteggendoli negli urti contro il clero normale. L'opinione li sostiene vagamente in Napoli: ma i caporioni de' partiti avanzati non li carezzano troppo, nè si curano della loro opera: solo Garibaldi formalmente li chiama _sacerdoti e monaci benemeriti_, perchè riconoscono i diritti della patria.
«Nel clero fan qualche propaganda; il padre Prota annuncia ciascun giorno nuovi acquisti nelle parrocchie, ne' seminarj, e perfino ne' capitoli canonicali; ma non avvi precisa statistica de' risultati ottenuti. L'unione della società meridionale con quelle del centro e del settentrione potrebbe recare conseguenze serie in questa grande e difficile impresa, e date certe evenienze. Il popolo italiano ripugna dal cangiar religione, ma sarebbe facile persuadergli che egli non cangia, malgrado un profondo cangiamento: e col tenersi riguardosa su questo punto, la Società ha forse una vera ispirazione.
«Gli austeri protestanti sentono profonda antipatia per lo spirito de' preti liberali. Al grosso del popolo non si dirigono ancora gli sforzi continuati della Società emancipatrice: i predicatori che vengono da lei, come il prelato Santaniello, sono festeggiati dalla folla, ma in qualità di patrioti: sicchè il riformatore religioso rimane in ombra».
Anche testè l'_Eco_ di Firenze sconfortavasi del poco successo dell'evangelizzazione, rimasta finora in una sfera elementare e superficiale, e non trovar negli Italiani quelle buone disposizioni che si speravano; la guerra che vi si fa al prete è più ch'altro politica, onde secondar il Governo e il parlamento: il cristianesimo ripongono in una continua contraddizione al clero; sicchè i predicanti si limitano ad emancipar il popolo dai preti, e sgrossarlo dai pregiudizi volgari; e si errò nell'affidar una chiesa o un'opera di evangelizzazione a taluno, sol perchè nemico de' preti e dotato di qualche capacità letteraria.
Il maggio 1867 la Chiesa valdese teneva l'annuo sinodo alla Torre, di cui pubblicaronsi gli Atti[584]. Consacrato il nuovo tempio, udita la predica del professore Rivoir, il corpo de' pastori impose le mani a Carlo Malan, candidato evangelista a Pisa: e fra le decisioni prese fu che possibilmente l'evangelizzazione si facesse per mezzo di operaj itineranti; e poichè le varie loro stazioni costituendosi in chiese, e nominatamente la fiorentina, che sarebbe la XVII, domanderanno d'esser ammesse come parrocchie della Chiesa valdese, se ne determinino le norme.
Quanto all'evangelizzazione, congratulavansi del suo estendersi, provato dagli operaj accorsi da tutti i punti della penisola. Da quegli atti appare che John Henderson, il quale nell'interesse di quella Chiesa contribuiva ogni anno 750,000 lire, morendo vi fece il lascito di 125,000 lire. Il reverendo Robertson annunziando ciò, e la fondazione d'una _Waldensian aid Society_ in Inghilterra, soggiungeva: «La guerra che voi fate in Italia non è solo a benefizio dell'Italia, ma della Gran Bretagna, della Scozia, dell'Irlanda (_sic_), del mondo tutto: voi crollate le fondamenta del trono del nostro gran nemico: voi discendeste coraggiosamente nel pozzo: noi tenemmo ferma la corda».
Questi fatti, che anche i dissenzienti dichiarano avversi al sentimento comune, per quanto appoggiati dal Governo e da' suoi giornali, potevano compiersi senza grave scontento, non solo del clero, ma degli onesti amatori della patria e dello Statuto? Vero è che, essendosi in pochi anni tanto perduto d'onore, di alterezza, di coscienza pubblica, di sentimento del diritto e discernimento del male e del bene, la prostrazione de' caratteri e la codarda paura che a moltitudini degradate ispirano scrittori o grossolanamente ignoranti o brutalmente maligni, non lasciano all'opinione oppor la coscienza, ai prepotenti le maggioranze; e pochi vogliono affrontare i tedj d'una disputa, o i giudizj della folla, o la disaffezione d'amici e parenti, onde tutelare in pubblico ciò che venerano clandestinamente. Certo non mancarono coraggiosi, persino nel parlamento; ma, con meraviglia sua, sentì salutarsi di inattese congratulazioni un deputato che osò protestare d'essere e voler essere cattolico, e dire alla Camera, «Qui io sono solo, ma dietro me ho tutta la nazione»; e fu qualificato di _cinismo cattolico_ il suo portarvi le lodi di Pio IX, non più sonatevi dopo il 1848.
Contro alle vessazioni e alle inurbanità quotidiane che i dominanti fanno ai riti e alle consuetudini della nazione; contro alla predilezione apertamente concessa agli apostati; contro all'impedire l'obolo che i fedeli danno allo spogliato lor padre, mentre la propaganda eterodossa profonde tesori; contro al rappresentarsi o drammi di sprezzo pei papi e la Chiesa, e in balli e in Opere vescovi e cardinali e i riti più augusti; contro alle irritanti calunnie ripetute a proposito di Calvino, di Galileo, del Bruno, fin di Sisto V e più di Pio IX, tace o bela la folla, che crede far molto col non partecipare al peccato. Ma contro agli insulti recati ai riti, disturbando le devozioni, interrompendo le prediche, schiamazzando all'atto della benedizione, e fin gettando per terra le ostie e il vino consacrato, le moltitudini più volte protestarono a loro modo, a fischi ed anche a colpi; alle case dove ergeansi cappelle o cattedre minacciò metter fuoco il popolo, che allora dovea chiamarsi plebaglia, e asserir che era incitato dai preti. A Palermo, sentendo i ministri insultare alla verginità di Maria nelle conferenze al Ponticello, assalse il predicante. Così ad Adernò: così nel Bresciano. Un Gaetano Giannini, legnajuolo fiorentino sproveduto di studj, era andato evangelizzare a Barletta con uno spacciatore di Bibbie; e adunate fino a cinquanta persone, con loro le leggeva e commentava; e assicurando che venticinque s'erano convertiti, invocava si stabilisse una vera scuola. I preti naturalmente attraversavano i costui armeggi, e i ragazzi gridavano per le vie, _Viva Gesù e morte al diavolo_; sicchè gli adepti s'adunavano in armi. L'autorità ben guardavasi dall'impedire gli evangelizzanti, pure non avrebbe potuto ostare all'universalità del _popolaccio_: il quale nottetempo assalse la casa del Giannini, e al grido di «Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi, Viva la fede» maltrattò quelli che non poterono fuggire. Ciò fu il 19 marzo 1866[585]. Il Giannini campò, e così Teodoro Meger inglese, pastore evangelico; che ricoveratosi ad Ancona, vi tenne una riunione per rassicurare i suoi adepti. Quivi pure poteasi temerne disordini per la reciproca irritazione, onde persone savie andarono a chiedere al prefetto d'impedire le conventicole; ma il titolo della quiete pubblica non valse questa volta, mentre suol valere per impedire feste cattoliche e rimuover vescovi e parroci.
Acquistata nel 1866 al regno d'Italia anche la Venezia, vi accorsero tosto i predicanti, fra cui il Gavazzi ed Emilio Comba, e subito empirono di loro grida le città di san Marco, di san Zeno, di sant'Ermagora; tutto fu inondato de' libri propagandisti, colla sciagurata accompagnatura degli osceni ed immorali. Il cardinale Trevisanato patriarca di Venezia credette dover suo, nella quaresima del 1867, premunire i fedeli contro questo veleno, e contro le «grame dicerie d'un infelice, che avendo miseramente smarrita la fede, vorrebbe strapparla anche dal cuore degli altri». A quella pastorale ne fu opposta un'altra, intestata «Alessandro Gavazzi, per la grazia e bontà di Dio ministro dell'evangelo, a don Giuseppe Luigi Trevisanato, per divina misericordia patriarca di Venezia». Scritto solazzevole e pagliaccesco dichiara egli la pastorale: «composizione di senile imbecillità, condita coi lazzi del trivio: quintessenza di buffoneria, di ragli da sacristia»: qualifica il patriarca «campione d'inurbanità, Sancio Panza del carnevale»; e si scaglia contro la «santa bottega, insegnatrice di un evangelo diverso da quel di Cristo, frutto dell'apostasia, della ventraja, dell'errore; vero paganesimo sotto nome di cattolicismo romano». Subito ad esso patriarca e ai vescovi di Udine, di Treviso, di Padova, si fecero insulti grossolani; in varie chiese di Venezia furono interrotti i predicatori quaresimali da lazzi, da minaccie, fin da percosse; a Verona si impose di sonar sull'organo l'inno di Garibaldi. Scene altrettanto dolorose si rinnovarono altrove con petardi lanciati duranti le prediche o negli appartamenti vescovili, e peggiori nella processione del _Corpus Domini_ a Verona. L'autorità nè preveniva nè difendeva. Un tale nega levarsi il cappello davanti al viatico, e grida ch'è mero pane: un fedele lo abbatte con uno schiaffo, e la punizione cade su questo.
Dicono che tali atti villani sono inevitabili: certo furono o tentati o compiuti anche in paesi ormai non nuovi alla rivoluzione. Appena all'arcivescovado di Catania recentemente eretto, era nominato il padre Dusmet, dovette uscire con una pastorale a calmar il popolo, indignato contro persone che una notte deturparono le immagini pubbliche, collocate «quasi punti di riposo dove il cuore faticato va cercare la pace, la luce, la consolazione ed un po' di quella freschezza che non si trova nell'atmosfera soltanto degli uomini e degli affari». A Comacchio il nuovo vescovo è festeggiato il giorno dal popolo; la sera un altro popolo schiamazzante ne assale il palazzo. A Trani un calzolajo insulta il vescovo che amministra la cresima: diciannove padri di famiglia che ne mostrano indignazione son gettati in carcere.
Udimmo testè come Napoli si segnalasse per quantità di preti, che menarono moglie pur conservandosi sui benefizj, anche parrocchiali. Ivi più che altrove fu esercitata la persecuzione ufficiale, distruggendo immagini, edicole e croci, che ad esuberanza ornavano le vie; si proibì quanto metteano di scenico nel culto quelle fantasie meridionali; se ne misurarono i gesti, i rumori, le genuflessioni; poi nella persecuzione della legge Crispi si relegarono a folla e incarcerarono i sacerdoti. Il cardinale Riario Sforza, ch'era venerato come un san Carlo per l'immensa carità, mostrata principalmente al tempo del cholera, quando dal diuturno esiglio potè tornare, ottenne che le chiese, usurpate dai riti evangelici o amministrate da apostati, fossero restituite al culto cattolico, il che diede occasione a solennità, berteggiate da coloro che chiamano vulgo e lazzaroni quando manifesta i proprj sentimenti quel popolo, di cui jeri avean esaltata la sovranità co' plebisciti; e che, come dagli altri tiranni, così ripugna da quelli che lo obbligano a rinnegare la sua coscienza e le sue abitudini.
E l'_Eco della verità_ parla continuo di minaccie e dimostrazioni fatte contro gli Evangelici, volendo con ciò farli compassionare come vittime, mentre attesta che ripugnano al sentimento popolare, sicchè trovano bisogno di provocare la forza contro i supposti persecutori. Chè veramente ci corre fra il perseguitare e il non lasciarsi insultare; non lasciarsi dire «Voi siete così scimuniti da credere... Voi villani continuate la buffonata delle sagre»: il non lasciar vilipendere l'intera nazione, come si fa secondo un patriotismo di moda[586]. Ma è doloroso il vedere l'Italia dilaniata nell'intimità dei pensieri e de' sentimenti; e incamminarsi a barbarie nuova per gli odj da cittadino a cittadino e per reciproche nimistanze. Vero è che l'indignazione, ispirata sulle prime da questi insulti de' privati e de' magistrati, vien dissipata dall'abitudine, a nulla avvezzandosi gli uomini più presto che all'ingiustizia: quegli stessi che dapprima non sapeano parlarne che col labbro fremente, ora li scusano come colpa de' tempi, come aberrazione politica, come conseguenza inevitabile de' cambiamenti odierni.
È questo l'effetto del giornalismo, che infatuato dalla propria inattaccabilità, non ha più duopo nè di arte nè di verità, bastandogli d'abbassare gli scritti a livello del lettore, anzichè rialzar la mente di questo, e di usar una lanterna cieca che lascia vedere in una sola direzione. Come l'individuo resta ora annichilato nel panteismo dello Stato, così l'aristocrazia dell'ingegno nella trivialità, i libri nel diluvio de' giornali, dove s'affoga il senso comune; lo spirito perde l'individuale libertà davanti all'audacia surrogatasi all'autorità; l'esagerazione, che è il linguaggio delle società scadenti, sopprime la verità ch'è il bisogno delle ordinate e rigenerantisi; spacciando francamente la bugia che non inganna nessuno, neppure se stessa: adoprando tutta l'arte della spudorata calunnia, dell'ipocrita ritrattazione, della maligna interpretazione per iscassinare tutte le credenze; al vizio accordando ogni perdono; alla virtù appena concedendo di scusarsi: e a chi li confutasse apponendo di mancar della carità cristiana, di fallire al precetto cristiano del soffrire e pregare.
Così, vuoti di carità perchè vuoti di fede, esercitano un'abilità senza principj sopra una sincerità senza lumi, in un tempo dove il leggere è divenuto un'infingardaggine mascherata. Ma troppo dell'indole loro fuggevole e di circostanza tengono anche i tanti opuscoli venuti ad appoggio dell'eresia; e dove la mancanza di calma attesta la mancanza di fiducia. Lungo sarebbe l'annoverarli, e scegliendo fra' capi, ci troviamo costretti registrarne uno, che altrove ponemmo fra i campioni della verità, Vincenzo Gioberti. Per un tempo diede la parola all'Italia cattolica, sicchè fu detto che i politici pareano seminaristi, guidati al passeggio da un teologo. Ma già avvezzo a piegarsi secondo le circostanze, dacchè, ubbriacato al vino della disobbedienza, smarrì il lume della verità che era sua passione, s'implebejò in tempestose discussioni e in pagine violente, ove diede sfoghi crudeli alla polemica personale, nel tempo stesso che dall'arsenale teologico traeva projettili contro la Chiesa. Peggio comparve quando un'amicizia più ammiratrice che prudente mandò in luce postumi lavori che aveva appena abbozzati, oppure scritti, come sempre soleva, sotto all'impressione del momento e all'ira degli acerbissimi disinganni che colpirono la sua vasta superbia; scritti che probabilmente avrebbe o distrutti o corretti nei giorni della riflessione; o dove, riferite objezioni di pretto razionalismo, si riservava forse di rispondere, mentre ora parrebbero dottrine da lui concepite e adottate. Più dunque che l'autore, son le opere stampate col nome di lui che meritano riprovazione. Massimamente nella _Filosofia della Rivelazione_, come credere che, tra splendide verità e un'insigne difesa del sopranaturale e del miracolo, uscisse affatto dall'unità cattolica, professando che molti precetti del Vangelo fossero meramente adatti al tempo: che i dogmi della predestinazione, del piccol numero degli eletti, dell'eternità delle pene, del perfezionamento e della espiazione nell'altra vita sono assurdi (p. 342); che la propaganda moderna dee essere principalmente laicale: che l'epoca nostra si può definire la secolarizzazione intera dell'Evangelo? Il dire vi siano tanti cattolicismi quanti gli spiriti umani è conseguenza di quell'altro teorema che l'atto libero concretivo dell'individuo fonda con un _fiat_ la sua fede, e con essa fede il suo oggetto; crea a sè stesso la sua chiesa, il suo Dio, il suo culto, il suo dogma (pag. 189); teoria troppo conosciuta di Hegel, ch'egli forse intendeva confutare. In opposizione diametrale a' suoi primi libri, insiste sulla decrepitezza del cattolicismo, in cui la mancanza di vita è cento volte peggiore dell'eresia e dello scisma; tronco morto che si sostiene pel suo proprio peso e per l'inerzia. Nella _Riforma Cattolica della Chiesa_ mette che il cattolicismo è ridotto immobile da Roma, dalla disciplina ecclesiastica, dalla teologia, onde a volerlo svecchiare bisogna riformar Roma, la disciplina, la teologia. È errore puerile il volere che tal riforma venga da fuor della Chiesa, come con Montano e Lutero; bensì è legittima quando venga da Gregorio VII o dal Concilio di Trento. Pure, qualvolta non possa ottenersi dalla gerarchia, la procurino sopragerarchicamente, non contragerarchicamente gl'ingegni cattolici, rivestiti della dittatura ideale.
Questo surrogare l'autorità dell'individuo o dell'opinione a quella della Chiesa, mena dritto allo scisma e alla protesta. E di fatto egli vede in Roma mancare l'armonia dialettica; il temporale nuocere allo spirituale: ne critica il governo civile, senza suggerire come renderlo perfetto; nè certo diverrebbe tale coll'imitar qualsiasi degli odierni. Quanto all'ecclesiastico, vorrebbe entrasse in una fase di larghezza teologica, di civiltà, di tolleranza, e molte riforme suggerisce alcune buone, altre insensate come gli eroi di Hugo: dividere i preti in sapienti e operanti, in celibi e no: abolire una quantità di pratiche che fanno perdere il tempo; erigere atenei ecclesiastici, dove e il vescovo e lo Stato istruissero; scegliere alle alte dignità scrittori di opere insigni; disapprova le devozioni e le astinenze, dimenticando che questa vita è preparazione ad una eterna. Così Kant, per paura del misticismo, restringeasi a freddo stoicismo.
Se l'esempio suo mostra come il ricalcitrare contro il centro vivente dell'unità cristiana basta per far discendere successivamente tutta la scala della protesta, le varie proposizioni sue convincono quanto, anche astrattamente, sia difficile e complesso il problema del principato temporale. Dopo averlo ne' primi libri esaltato come necessario, benefico, insigne, in questo della _Riforma_, ch'è de' più ostili, nel § II scrive che quel governo «ha difetti ma è capace di miglioramento»: poi nel § XX che «nuoce all'Italia, alla religione, alla indipendenza del papa» e quindi deve levarsi: nel § LXXV pone che «l'odio e la mala contentezza de' popoli muove meno dal governo superiore del papa che dalla amministrazione de' prelati: laonde, essendo il male non nel principio ma nella oligarchia pretesca, vi rimedierebbe un sommo sacerdozio, governato per mezzo del laicato»: e nel LXXVIII, che il diritto temporale di Roma è tanto oggi superfluo e dannoso, quanto dianzi opportuno; tiara e scettro sono contrari e incompatibili. Se nel _Rinnovamento_ propone la spogliazione totale, nella _Riforma_ vuol «lasciargli solo Roma e le sue pendici», oppure al § XC limitavasi alla «secolarizzazione del governo con istatuto rappresentativo».
Bisogna non avere mai scritto per non sapere come all'ultima ripulitura si serbi il dare simetria e accordo; sicchè tali palmari contraddizioni noi attribuiamo all'esser quelle carte nulla più che materiali da costruzione.
Anche quel poco che rimaneva di credenza e riti positivi sembrò soperchio al genio negativo, che vuol unificare col ridurre la convivenza civile e domestica a meri termini di natura, ponendo da banda ogni religione rivelata; e s'annunziò a Milano una società de' _Liberi Pensatori_, imitazione (già s'intende) d'una simile formatasi nel Belgio, secondo la quale la religione sarà qual piacerà a ciascuno di farla: ognuno carezzerà le ipotesi che gli convengano. E le ipotesi ch'essi vogliono imporre sono: — La forza non può comprendersi fuor della materia; non può esserci stata una forza creatrice, onde Dio non fu nè è creatore; non è forza regolatrice, onde non è potente; e non può esser nè buono, nè giusto. Non avendo dunque alcun attributo, non esiste, come non esisterebbe una pietra la quale non avesse nè volume, nè forma, nè peso, nè altra proprietà.
Sono le note teorie di Bruno Baur, di Feuerbach, di Steiner, che diceano: «Non solo non credo all'esistenza del soggetto divino, ma neppure delle qualità divine, alla giustizia, all'amore, alla saviezza che altri immaginano veder nell'uomo: una sola essenza reale vive: l'individuo nel godimento o nel patimento suo egoistico».
Come programma d'azione i Liberi Pensatori adottano: «Non più prete alla nostra morte, al nostro matrimonio, alla nascita de' nostri figliuoli». In conseguenza fin povere giovinette morenti si videro dai genitori negata la consolazione di spirare con Cristo sulle labbra; i padri non presentano i loro neonati al parroco; ai fanciulli non istillano veruna idea superiore alla materia.
Vollero esplicare maggiormente il loro teorema quelli di Siena, il cui manifesto, in ciò che concerne la costituzione civile, porta:
«La società democratica dei Liberi Pensatori procurerà diffondere nelle menti di tutti, ed in ispecial modo della gioventù, i veri principj della _sana morale_, scevre da ogni misticismo religioso, libera da ogni legge di qualsiasi setta religiosa, e regolata solo dalla ragione e dalla coscienza.
«Dimostrerà che al trionfo della sana morale è indispensabile la più estesa educazione delle masse, che deve necessariamente affidarsi ai Liberi Pensatori.
«Farà conoscere essere unico inciampo al trionfo della sana morale il dominio che tuttora si esercita sulle coscienze dalle sette religiose, e perciò aversi a distruggere questa preponderanza spirituale, dovendo ogni cittadino rimaner libero nel santuario della propria coscienza.
«Informerà tutti dei diritti che ciascun cittadino può e deve avere, quali sono: libertà di coscienza e di culto, inviolabilità di persona e di domicilio, libero diritto d'associazione, istruzione gratuita ed obbligatoria, suffragio universale, stampa libera, armamento nazionale.
«La società, forte dei diritti naturali civili, politici, sociali, riconosciuti e garantiti pur dalle leggi, intende operare energicamente, e disporre di tutti quei mezzi che troverà convenienti e sicuri a raggiungere l'alto suo fine, che è il ristabilimento del progresso morale, politico, sociale; mezzo unico a pervenire all'umana rigenerazione».
Non si tratta dunque più di rivestire l'incredulità con formole mistiche, siccome in Fourier o Saint-Simon, o di relegar Dio di là dalle latitudini accessibili alla conoscenza; ma gli si intima «Vattene dal tuo regno»: si nega la coscienza: riguardansi come quistioni oziose l'anima o l'immortalità, come ipotesi per lo meno superflua la creazione; è l'ironia succeduta all'oltraggio; è la comodità del non credere senza tampoco esaminare, eppure straziar di sarcasmi chi pensa altrimenti; a un popolo soffrente non parlar più d'un padre e d'un giudice, e alla sociabilità, alla simpatia, alla solidarietà affidar l'incarico d'asciugare tutte le lacrime; e far sottoscrivere di non tornare neppure in morte alla religione di nostra madre, della nostra famiglia.
Noi cattolici siam fortunati di essere costretti a difendere ciò che v'ha di grande, di sacro, di nobile: ma il fatto spiacque anche agli Evangelici, e da Milano scriveasi all'_Eco_ di Firenze: «Alcuni corrispondenti di giornali religiosi avevano fatto credere in Inghilterra che la società dei Liberi Pensatori avesse posto salde radici in Italia, e Milano ne fosse il centro, dove contasse sessanta mila adepti. I nostri fratelli d'Inghilterra nol credano. È vero che s'invitò il pubblico alle adunanze, si cominciò a discutere lo statuto; ma quando si giunse all'articolo, che obbliga i socj a rifiutare in qualunque circostanza l'opera di qualsiasi ministro di religione, i pochi intervenuti compresero che si volevano Liberi Pensatori schiavi dello statuto, e lo combatterono, e lasciarono l'adunanza dicendo che ognuno è libero pensatore in casa propria, si cesserebbe di esserlo divenendo membri di una società, e giurando osservarne lo statuto».
Per verità il Caraibo è libero pensatore quanto cotesti; nè noi crediamo miglior pensatore un di costoro che Vico e Galileo, che Dante e Manzoni, che Gerdil e Rosmini. Perchè libero, io credo ai dogmi: ho studiato almen quanto voi; e il mio libero pensiero mi portò a repudiare un materialismo che non vuol solo corrompere, ma sedurre; un despotismo che dice alla coscienza «Taci»: un'idolatria della forza che fa esecrare la debolezza e la carità; mi portò ad aderire al cattolicismo che non ammette una verità se non dopo accertato ch'essa viene da Dio; quel Dio che, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.
Fuor d'Italia, gli stessi Protestanti adoprarono le armi loro per combattere il materialismo e il razionalismo, al quale già Bossuet avea previsto che doveva riuscire inevitabilmente la Riforma. Guizot considera il cristianesimo siccome concezione di filosofia divina, che la ragion pura ha diritto di svolgere dalle credenze definite, le quali sono imposte alla coscienza dei fedeli, e particolarmente dalla autorità pastorale che le insegna, le trasmette e le perpetua. Ma i nostri riformati o discutono ancora della giustificazione con Lutero, o col Vergerio rinfacciano alla Chiesa i suoi traviamenti, o con Voltaire ghignano di ciò che ha di più serio l'umanità. Dai giornali non solo, ma dalle cattedre stipendiate si intima a gran voce che le religioni son buone pel vulgo, acciocchè non veda nulla e soffra tutto: pei pensatori sono anticaglie da museo; doversi dare ascolto alla ragion sola, alla ragion pura. Che importa qual idea uno si formi dell'essenza e attività di Dio, del come il mondo esiste? È l'uomo, che, pensando, fece Iddio, questo nome che designa un'ipotesi: l'umanità è uno spettacolo, di cui lo spettatore compone il dramma. La spontaneità creò i miti, poi le legende; ora la riflessione le riconduce all'arte, e piacesi decomporre queste affettuose illusioni. Che è mai la Bibbia se non una bella poesia orientale?
I nostri, incapaci di creare, van dietro ai Tedeschi, nei quali le condizioni d'ogni ricerca feconda, cioè ostinazione al lavoro e passione della verità, son guaste da due difetti, cioè presunzione di sè e sprezzo degli altri; onde riescono stitici nell'ammettere le prove di ciò che è, e temerarj nel ricostruire ciò che dovrebb'essere. Per loro la critica, non più ristretta nell'antico senso di esame e valutazione d'opere d'arte, è il titolo d'una classe di filosofi, i quali, sotto il nome di Kant e di Hegel, rinnovano la formola dell'antico nostro Protagora, l'uomo esser la misura del tutto: tutto da lui comincia e in lui finisce: colle sue idee crea il mondo e Dio: colla sua potenza modifica gli esseri, inventa la società e il diritto e la giustizia: le modifica col continuo e indefettibile progresso; non muore mai, ma la materia di cui è composto si organizza in altre forme: non s'investighino le cause: non si dà assoluto: noi non conosciamo che il fenomeno: ogni verità è relativa; non v'è massime ma solo opinioni, le quali si completano mediante le loro antitesi: bando alla metafisica, all'ideale: solo storia e fisica e meri fatti, sui quali dobbiamo non ragionare ma osservare, non aver ammirazione ma curiosità. Non tenere per vero se non ciò ch'è dimostrato dalla tua ragione: di tutto cerca il perchè e il come, e vedrai che nulla vi è sopra della materia, della forma inintelligente.
Con questo grido di emancipazione, d'indipendenza, s'accordano le scuole filosofiche nel toglier la distinzione fra il sensibile e il soprasensibile, confondendoli nell'unità della sostanza che tutto fa da sè; nello spiegar l'uomo senza il governo della providenza. V'è chi crede che nessuno mai abusasse tanto della parola quanto Hegel, e la travolgesse al suo senso, avendo dottrine ardite e linguaggio ritenuto, sopprimendo le cose e ritenendo i nomi, pensando altrimenti da noi, e affettando parlar come noi. Egli insegna l'identità del no col sì[587], per atto del pensiero crearsi il me ed il non me, e fin la morale e la religione, sicchè l'uomo è Dio a sè, è la legge stessa: società, patria, mondo, devono servire a lui; diritto e dovere più non sono che un calcolo di tornaconto. Di queste dottrine erasi fatto campione il professore Vera, e perciò venne chiamato dal Governo a impiantarle nelle scuole di Milano e di Napoli.
Non crediamo noi a chi ha gran scienza e forte telescopio esistere stelle invisibili? Disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico avea detto la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l'uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l'uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione»[588].
E appunto i Tedeschi applicarono man mano i sistemi delle loro scuole alle origini del cristianesimo, ossia al valore storico de' libri sacri. Il protestantismo per abbattere l'autorità della Chiesa avea cresciuto l'autorità della Scrittura, ma la disarmava isolandola dall'interprete vero: oltre che il canone e l'ispirazione de' libri santi riposano sulla garanzia dell'insegnamento tradizionale. Samler, poi dietro a lui Eichhorn dissero che Cristo e gli apostoli dovettero acconciarsi alle opinioni correnti, e interpretare al modo che dagli Ebrei usavasi allora, il proprio pensiero mascherando per non urtare i pregiudizj. Or come distinguere il pensier vero di Cristo da quel miscuglio? Samler suggerisce a tal uopo il Talmud, gli scritti di Filone, gli apocrifi del Vecchio Testamento: Eichhorn trova più giusto il chiedere tal discernimento dalla sola ragione; ciò che non può ridursi alle leggi immutabili dello spirito umano è concessione ai pregiudizj giudaici. Con questa _interpretazione morale_ uniformavasi a Kant, pel quale la religione non è che il complesso delle regole universali della morale. Da qui partendo, gli elementi storici poco importano; non si badi a critica o esegesi; la morale è indipendente dai fatti, siano miracolosi o no, reali o immaginati.
A tale teorica s'adatta Paulus, francamente mettendo Cristo e gli Apostoli sotto l'influsso delle idee popolari: pure annette qualche importanza agli avvenimenti, spiegandoli al suo modo, e i miracoli riducendo a fatti naturali, mal compresi dall'ignoranza o dall'entusiasmo. Di tali interpretazioni arbitrarie non contento, Strauss risolve il racconto evangelico in una leggenda, Cristo in un mito. Da tutti risultava che gli scritti evangelici non appartengono nè agli autori nè ai tempi a cui sono attribuiti, ma vennero successivamente alterati in guisa, che a fatica vi si discerne qualche traccia della primitiva redazione.
Ecco aperto campo vastissimo alla critica, e Baur e la scuola di Tubinga v'applicarono l'ingegno, l'erudizione, la fantasia, formando cento sistemi diversi, e tutti provati egualmente. I primi apostoli non sarebbero stati che una setta giudaica fin quando Paolo (personaggio più grande di Cristo) proclamò l'universalità della redenzione e l'emancipazione della coscienza dalla legge cerimoniale. I tre Evangeli sinoptici e gli Atti degli apostoli sarebbero scritture o fatte o rimpastate all'occasione del conflitto che nacque fra i primi cristiani ebraizzanti e Paolo, dalla cui tarda conciliazione venne la Chiesa cattolica, che conservò il doppio carattere dei due partiti. Lo spiritualismo rivalse al tempo della Riforma: oggi si compie l'emancipazione del pensiero religioso, spezzando le forme antiquate per ridestare il cristianesimo in ispirito e verità.
Nella primitiva Chiesa, Cristo passava per un uomo potente in parole e in opere, eletto da Dio, colmo dei doni dello Spirito Santo. Solo a mezzo del II secolo si desunse dai Neoplatonici l'idea del Verbo, associandola a quella del Messia, e all'unione morale surrogando la ipostatica; allora si scrissero l'evangelo di san Giovanni[589], le epistole agli Efesi, ai Colossensi, agli Ebrei.
Seguendo questi dotti, si vedrebbe donde attinse a poca fatica Renan, che col lenocinio retorico rese interessante il suo romanzo, quasi come la _Capanna dello zio Tom_, e per altrettanto tempo. Di confutarlo non han bisogno i Cattolici, perocchè essi non credono che sulla sola Scrittura sia fondata la verità storica e morale del Cristo. Un libro di frammenti sconnessi, fatti in diversi tempi, da persone diverse e senza concerto, sotto circostanze speciali, che offre principj ma non isviluppati, non sempre chiari, non coordinati, alcune cose tacendo, altre appena indicando o con simboli e parabole e allusioni, basterebbe egli qual codice della più estesa e incivilita società? potrebbe darsi alla plebe cristiana come norma delle credenze e della condotta?
Ma Cristo nella coscienza della sua Chiesa ne scrisse il compimento senza ambagi, senza lacune, collo sviluppo delle teoriche e delle applicazioni, col pieno accordo dell'insieme e delle parti. Or che critica è cotesta che, nell'interpretare quel libro, rifiuta un sì valido ajuto? perchè vuol ricostituire tutta la dottrina del cristianesimo senza tener conto dell'ulteriore svolgimento del pensiero cristiano? Come chiamasi indipendente, se muove da un pregiudizio, dalla negazione del sopranaturale? Così, non argomentando ma fantasticando, il Dio personale, creatore, redentore è fotografato in una camera oscura, sotto le varie pose dategli dall'artista; ed ora è il fatale assoluto di Spinosa, ora il me di Fichte, ora l'identità di Schelling, or l'idea di Hegel, or il mito di Strauss, ora il galileo di Renan, ora l'umanità di Littré, ora la giustizia di Proudhon.
Dovevamo toccare di ciò perchè qui pure, se non si inventano, si spacciano simili dottrine ai giovani, che ostentano poi un'incredulità, non derivata da forti ricerche, ma cominciata a vent'anni, nelle passioni e nell'ignoranza, e che rinega le verità della fede o della metafisica perchè non hanno l'evidenza di quelle della chimica e della geometria. Ma se vogliono accettare ciò solo che s'intende, non comprendono che novanta su cento uomini non si capacitano come l'uomo possa star sulla terra mentre gira?
Siccome alla ragione antica, la quale poneva come primo assioma che una cosa non può essere e non essere contemporaneamente, si sostituì la nuova che asserisce l'identità del sì e del no, così al diritto antico ed eterno, fondato sulla ragione, sulla giustizia, sui patti, surrogossene un nuovo, che ebbe acoliti e predicatori, ma non ancora una teoria nè una sanzione, se non quella dei fatti compiuti, vale a dire che ciò che riuscì è bene.
Così negli atti non meno che nella scienza viene a impiantarsi lo scetticismo, che proviene dall'osservar le cose da un punto sconnesso, veder le sole particolarità, percorrere una quantità di oggetti senza approfondirne nessuno, senza ordine e serietà, senza l'energia che raccoglie, avvicina, riassume, conchiude. Un tale scetticismo non può esercitar la critica, poichè cerca le objezioni e le difficoltà, non mai la soluzione, manca di quell'elevazione ingenua che indaga la verità per se stessa, e vi trova l'appagamento. Alcuni affettano d'investigare nell'avvenire le verità che da XVIII secoli son divenute patrimonio della civiltà cristiana, mentre non si avrebbe che a difenderle, chiarirne l'intelligenza, assodarne le fondamenta. Ma caduti in un'incredulità che diventa il loro castigo dopo essere stata la loro colpa, mostrano più sempre l'impossibilità di separar il problema filosofico dal religioso, dovendo per sincerità confessare l'insufficienza delle soluzioni scientifiche, e per superbia ricusare di rimontar il corso del razionalismo. Resta dunque solo l'idolatria di se stesso: egoismo dell'intelletto che genera il razionalismo; egoismo della memoria che ripudia gli elementi tradizionali; egoismo della fantasia che affoga nel realismo le arti belle; egoismo della volontà che traducesi nella morale indipendente; egoismo della civiltà che vuol separare lo Stato dalla Chiesa, e proclama il non intervento, cioè l'indifferenza all'ingiustizia, l'opposto alla solidarietà di tutte le nazioni civili nel difendere l'ordine, la proprietà, le tradizioni.
Il dubbio universale, lo scetticismo scientifico, la negazione di quanto non si vede e si tocca, sono l'insegnamento di Giuseppe Ferrari milanese. Non ammettendo stabilità di fede o di dinastie, neppur di grammatica o retorica, predica la legge agraria; fuor del mondo fenomenale la scienza umana non riconoscere che il nulla: essere è parere; pregiudizio l'idea della causalità; vanno abbattuti il Dio personale e il Cristo; «L'uomo è il solo Dio dell'uomo, e questo Dio risiede nella nostra vita — L'errore è sempre immanente nel nostro pensiero — La fede in Dio è l'errore più primitivo, più naturale del genere umano — La logica rende impossibili, come la natura, così il dovere e gl'interessi: se la logica esiste tutto deve perire — La critica ci lega alla terra, e ci vieta d'uscirne — La ragione non ha nulla a cercare, nulla ad apprendere di là dell'apparenza — L'interesse misura la morale — La ragione sta serva all'istinto, e il suo vantato regno si riduce ad una chimera della metafisica — Ardirete negar la ragione alle bestie? esse hanno tutte le nozioni che i razionalisti credono riservate all'uomo — Non abbisogna alcuna voce soprannaturale per insegnarci che i frutti della terra debbono nutrirci, e che la donna ci chiama all'opera dell'amore».
Per lui «la santa irreligione» è l'unico mezzo di liberar l'Italia; «non dimenticando un solo momento che il nostro capital nemico è il papa, che il papa è nemico eterno del genere umano, e la rivoluzione deve balzar dal trono il Cristo, congedare i santi, rinnovare il calendario»; senza ipocrisie annunzia che «emancipare l'Italia è distruggere la cristianità; è un abbattere i due poteri imperiale e papale in tutta quanta Europa»; vorrebbe imitati gli Stati Uniti, dove ogni uomo è a se stesso pontefice e imperatore, e dove i Mormoni si propagano come i Buddisti[590].
«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche, semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti, insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa, l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della metafisica» (_Della Federazione Italiana_).
A queste idee, manifestate esplicitamente nella _Federazione repubblicana_ e nella _Filosofia della Rivoluzione_, come d'uomo che «con rara profondità annienta i sistemi vani ed assurdi della metafisica teologica, e stabilisce i veri principj del naturalismo razionale» applaude il curato Cristoforo Bonavino da Pegli[591], del quale, come già femmo dell'Ochino, del Vergerio, di altri, riferiremo la conversione colle parole sue stesse nella _Filosofia delle scuole italiane_:
«Le opinioni che oggi professo non sono quelle a cui venni educato: nè però si possono attribuire alla forza delle abitudini, o all'effetto di pregiudizj. Ho passato l'adolescenza e la gioventù sotto la disciplina del collegio, o del seminario, la quale trovò sempre in me un allievo non solo docile, ma affezionato e devoto fino allo scrupolo ed alla passione. I miei poveri studj di letteratura, di filosofia, e di teologia non uscirono mai dal cerchio della più pura e gelosa ortodossia romana; i miei prediletti maestri furono i santi, e in capo a tutti Tommaso d'Aquino e Alfonso de' Liguori. Due soli affetti governarono quel periodo della mia vita; lo studio e la pietà: e fino all'età di ventitrè anni, in cui venni ordinato sacerdote, io non ebbi altra occupazione, non gustai altro piacere che la lettura e la preghiera. Dirò tutto in una parola; se non era la prudente fermezza di un padre amatissimo, io sarei entrato, come avea già meco stesso risoluto, nella Compagnia di Gesù, unico instituto dove mi parea più facile di poter saziare la mia brama di sapere con lo studio, e il mio zelo di faticare per Dio colle missioni. Così la primavera della mia vita non conobbe altre gioje che quelle del sacrifizio e del terrore, e non assaggiò altre delizie che quelle dell'orazione e della penitenza. La mia fede avea serbato tutta la semplicità, il candore e l'abbandono dell'infanzia; e sol chi ne ha fatto in sè medesimo l'esperienza può intendere quella misteriosa condizione di un cuore, che a forza di virtù smarrisce la coscienza, per fervore di pietà rinega la ragione, e per amor di Dio volontariamente delira! Ma il sacerdozio fu per me l'alba di una nuova esistenza; e il primo raggio di luce mi balenò alla mente dal confessionale.»
«Al primo contatto dell'anima mia con la realtà della vita umana; a quella storia di miserie e di dolori, che l'uomo e la donna del popolo venivano a deporre piangendo, tremando, nel mio seno, io cominciai a sentire una repugnanza fra la dottrina morale delle scuole, e la voce intima delle coscienze. Indi i primi assalti del dubbio. A tranquillare l'animo mio ripresi adunque lo studio e l'esame de' principi teologici che io avea tenuto sempre in conto di verità eterne ed assolute. Allora per la prima volta io m'avvidi che i miei studi erano stati diretti, non dallo spirito della verità ma da quello di setta; e quando io credeva di averli compiti, m'accôrsi ch'era tempo e faceva mestieri ricominciarli. Non esitai un istante. Un nuovo mondo, ancora in confuso, mi s'apriva allo sguardo; ed un segreto presentimento m'avvertiva, che dietro alle quistioni sulla morale gesuitica sorgevano altre quistioni ben più gravi ed importanti, e sotto i casi di coscienza celavasi tutto il sistema della religione, della scienza, della società e della vita. E non esitai un istante. Quasi per istinto giudicai che la via, per cui mi incamminava, non poteva essere di quelle che guidano agli impieghi, agli onori; ed io incontanente di buon grado rinunciai a quelli che m'erano stati già conferiti; fermai tra me stesso di tenermi in una condizione affatto privata e indipendente...»
«Ripigliai pertanto il corso de' miei studj; e dalla morale dovetti bentosto passare alla dogmatica; indi alla storia, e di mano mano alla letteratura, alla pedagogia, alla filosofia, alla politica. Questo lavoro, che produsse una rivoluzione profonda e incancellabile in tutto l'essere mio, fu da prima una lotta tremenda contro me stesso, contro le credenze succhiate dal materno seno e attinte da venerato labbro, contro gl'insegnamenti della scuola, contro gli anatemi della Chiesa, contro i solismi dell'amor proprio, contro le seduzioni della paura, lotta che costò lagrime di sangue al mio cuore, il quale la intraprese, la sostenne, la vinse da se solo, nel segreto della coscienza, senz'altro testimonio, consigliere o giudice che Dio; lotta, che ogni giorno ad una ad una mi strappava dall'anima quelle convinzioni, ch'io avea sinora professato con tutto l'entusiasmo d'una fede pura ed illibata, a cui per voto avea consacrato il fiore della mia giovinezza, in cui avea riposto le delizie più care, le illusioni più nobili, le speranze più dolci della mia vita.
«Ma dopo aver esaminato le dottrine delle varie scuole cattoliche, mi son rivolto ai principj dei Giansenisti; poi ho consultato i sistemi dei Protestanti, interrogato la filosofia del secolo scorso, ponderato i lavori della critica moderna intorno ai simboli religiosi; e la prima conclusione certa, inconcussa, irrepugnabile, in cui la mente mia trovò il suo punto d'appoggio, fu questa, che il criterio supremo d'ogni verità risiede nella ragione. Stabilito questo principio, la mia emancipazione intellettuale e morale fu compiuta. Con esso pervenni immediatamente alla negazione di ogni ordine sovranaturale, d'ogni teologia positiva, d'ogni autorità teocratica, d'ogni rivelazione divina; esso mi scoprì la legge universale di progresso perpetuo e di transformazione successiva, che dirige la vita del mondo fisico e morale, degli esseri e delle idee, della natura, e della scienza, della civiltà e della religione; e in esso rinvenni quell'armonia dell'intelletto col cuore, che indarno io avea cercato in qualunque altro sistema. Quindi riebbi la pace dell'anima, pace profonda e imperturbabile, che deriva dalla libera contemplazione del vero, dal sentimento della dignità umana dalla conoscenza comechè imperfetta delle leggi dell'universo e dell'umanità, dall'amore disinteressato del bene, dal rispetto spontaneo degli altrui diritti, dall'osservanza volonterosa de' proprj doveri. Così ho sperimentato in me stesso e la vantata felicità del credente, e la pretesa disperazione dell'incredulo; ho provato le consolazioni, e le dolcezze, che ne procura il misticismo, e la filosofia, la Chiesa e l'umanità; E se per giungere a questa meta ho dovuto soffrire, di chi è la colpa? Non è tutta di coloro che pervertono l'intelletto co' pregiudizj, e la coscienza colle superstizioni? Di coloro che sconvolgono la fantasia con lo spettro del demonio e dell'inferno? Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle, professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio, la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?[592]»
Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di trovar la certezza, partendo dall'incredulità? E a tal punto si trovano gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè al pio che s'allieta quando gli è detto, _Riposiamo nella casa del Signore_[593].
Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo XIX»; confuta la teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa, e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che da pochissimi[594]: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca, immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del vero».
Negato ogni ordine sopranaturale, ogni autorità teocratica, mette come legge universale il continuo progresso e la successiva trasformazione. Il Dio d'un'epoca è sempre falso per rispetto ad un'altra più colta. — Dio del secolo nostro è la scienza. — Dio non lo pensiamo in quanto esiste, ma esiste in quanto lo pensiamo. — Il Dio di ciascuno è la personificazione del proprio ideale: onde tutte le variazioni che succedono in questo avvengono in quello. — Dio, providenza, natura è tutt'uno. — Nelle credenze occorre un'affermazione, ma è affermazione di una possibilità, non d'una realtà. — Sarebbe tempo di finirla con tante pie favole circa la natura di Dio, le sue persone, le sue idee, i suoi amori, i suoi voleri, i suoi atti. Il criticismo ha dimostrato che le essenze e le sostanze ci sono affatto sconosciute e inconoscibili. Gli uomini civili del secolo XIX non sono disposti a credere se non quello che intendono. — De' suoi futuri destini l'uomo non ha, e non può avere alcuna conoscenza certa e positiva: la vita avvenire, agli occhi della ragione, è un vago presentimento, un'aspirazione ideale, una certezza istintiva, ma non una teoria[595]. «Quel desiderio che per se stesso vi pare disordine e tormento, è insomma il carattere più nobile e sublime dell'uomo: giacchè, se gli togliete l'aspirazione all'infinito, voi lo disgradate, distruggete l'uomo per farne un bruto. Lo stimolo incessante di un bisogno che non sarà mai appagato ed estinto, è ciò che costituisce la vera grandezza e dignità dell'uomo ciò che lo rende educabile, perfettibile e progressivo senza fine».
E poichè può far senza della religione chi riesca a contenere la propria ragione dentro i limiti precisi della conoscenza scientifica, e interdica a se stesso ogni ricerca, ogni aspirazione ulteriore, vuole che gli Italiani siano «onesti senza temer inferno o sperare paradiso, generosi senza essere nè cattolici, nè cristiani, nè ebrei».
Calcando le orme di Ausonio Franchi, «suo generoso amico ed insigne maestro... inesorabile ed irresistibile critico», il Lazzarini trova strano che l'anima, conservando le sue condizioni di ente finito e personale dopo la morte, possa godere o soffrire in Dio ch'è infinito. Riconoscendo che «il razionalismo teorico si argomenta di abbattere ogni tempio, di estirpare ogni culto, predica la religione della natura e la scienza dell'umanità; esorta la fede a non ispirare nei petti umani che virtù cittadine del mondo: perchè sdegna conservare e correggere, e tende implacato a sconvolgere e distruggere», egli si astiene «da ogni discussione circa la convenienza di un tal programma». Pur confessa che si lascia indietro mille miglia la teorica della ragion pura, la filosofia gallo-eccletica, la teologia dogmatico-razionale, il sistema dell'umana infallibilità. Secondo lui, non è vero che il fatalismo induca gli animi all'apatia ed all'inazione. L'idea del libero arbitrio è l'idea d'un potere che non ha nè può aver limiti: ove pertanto esistesse nell'uomo questa _esecrabile_ strapotenza, egli rimarrebbe sempre tal quale sarebbe nato, impassibile, inalterabile. Costui confida nel progresso civile, e ha «salda speranza che due religioni debbano costituirsi amiche, l'una terrestre e l'altra celeste». Io nol giudico perchè non lo capisco.
Nè sono a tacere i fisiologi e naturalisti. Cabanis, trasformando anche la politica in fisiologia, introdusse la parola razza, così poco precisa, e che divide i popoli nell'egoismo, invece di unirli nella giustizia e nell'incivilimento. Da noi il Gioja, il Lallebasque, Pasquale Borelli, e pochi altri teorizzarono la filosofia della materia con dottrine che si scusano sol perchè furono seguìte da ben peggiori. Perocchè dappoi affinato l'ingegno ad escludere Dio dalla creazione, si suppose una primitiva molecola o cellula che per un'«agglutinazione continuata migliaja di migliaja di secoli», diventa natura, poi uomo, poi Dio: è la scimmia che progredì in uomo, come l'uomo progredirà in animale più perfetto: oggi medesimo la materia organica può animalizzarsi. Anima è un nome che anatomicamente esprime il complesso delle facoltà del cervello e del midollo spinale; fisiologicamente, il complesso delle funzioni della sensibilità encefalica, cioè la percezione degli oggetti sì esterni che interni; la somma de' bisogni e delle tendenze che servono a conservar l'individuo e la specie, e a metterlo in relazione cogli altri esseri; e le facoltà che compongono l'intelletto e la volontà; il potere di muover il sistema muscolare, e d'operar per esso sul mondo esteriore. Nelle nostre Università Moleschott insegna «il pensiero, la volontà, le azioni dell'uomo essere nell'animale un prodotto della naturale necessità»[596]. Così il materialismo s'insinua anche nella scienza che più s'accosta ai dolori dell'umanità, e procede fino alle conseguenze che l'ignoranza vorrebbe trarre dall'uomo fossile e dalle abitazioni lacustri.
Queste dottrine dicono i dotti esser rattacconature di antiche o plagio di straniere; dicono i savj che, mentre mirano a far una rivoluzione, non arrivano che a fare uno scandalo; dicono gli artisti ch'è prodigiosa fatuità l'emettere con pretenziosa serietà idee assurde e stantie. Certo è orgoglio, cioè la meno filosofica delle passioni, il dire «Non è possibile la tal cosa perchè io non la intendo». O forse non s'appoggia a un atto di fede anche la vita intellettuale? e nello stesso ordine naturale si può dimostrare la veracità dell'intelligenza altrimenti che per l'intelligenza? Bensì è comodo quanto facile il sottomettersi solo al proprio talento, credere unico Dio l'uomo, unica potenza il numero, unica legge l'istinto, unico intento il godere finchè si può, e nell'accidia e nella voluttà stordirsi finchè il corpo si dissolva ne' chimici componenti.
Questi scrittori noi vorremmo poter combattere senza ferirli; tanto ci cale della concordia e di dar l'esempio d'un rispetto di cui non attendiamo il ricambio. Ma potremmo non indicarli ai nostri lettori? Soffogarli nella cospirazione del silenzio, come essi fanno di noi, non è possibile, giacchè quel ch'è mostruoso, che esce dalle leggi normali, dal senso comune eccita naturalmente l'attenzione e attira gli animi; nè di loro può dirsi, «Perdona perchè non san quel che fanno». Ma qualvolta alcuno toglie a combatterli, ecco gridarsi alle ingiurie ortodosse, al fiele teologico, alle intolleranze bigotte. La carità non deve giungere sino alla pusillanimità; può unire i simili, non i contrarj. Il filare ragionamenti, accumulare autorità e testi come ci rinfacciano, non è pieno nostro diritto? È possibile rimaner indifferenti quando si ode bestemmiar Cristo e Maria, e ciò che più venerarono i secoli e nostra madre, dichiarar assurdo ciò che credettero tanti sommi ingegni prima del regno d'Italia? E noi, per quanto ignoranti, abbiamo lume di ragione: e mentre essi pel _disprezzo trascendentale_[597] affettano di non guardar i libri nostri, noi studiamo i loro: e noi che apparteniamo ai 40 anni dacchè la storia fu creata[598], come gli Spartani sull'Ilota facciamo esercizj sulla critica, allo studio e alla pratica della quale, cioè al veder co' proprj occhi e pensar col proprio capo, richiamiamo incessantemente coloro, il cui ebetismo non ci pare ancora divenuto cronico, gl'invitiamo a ricuperare quel pane quotidiano dell'anima che è la verità. D'altra parte se, giusta le loro teoriche, un'asserzione non è più falsa che la sua opposta, perchè vengono sì da lontano a insegnarcele? se è indifferente l'adorar nel sacramento Iddio o un pezzo di pane, tollerino che noi crediamo e affermiamo le nostre dottrine, e che veneriamo la ragione come una forza, la quale cerca l'unità, sia quella che consiste nei fenomeni della sostanza, sia quella che sta nell'armonia, cioè la gerarchia.
Si dice, «Son pochi questi dottori». Sì: pochi, ma rumorosi, sostenuti, echeggiati in modo da soffogar i buoni. E se si troverebbe da deplorare un Governo che non si sente bastante autorità per reprimer le teoriche immorali, altro sentimento eccita quando vi appone il suggello dello Stato, quando paga perchè si insegnino nelle Università; cioè costringe la gioventù, se voglia conseguire i gradi accademici, ad abbeverarsi a tali fonti. Basti un'occhiata alle prolusioni de' professori, chiamati a dettare le tante filosofie introdotte dal Mamiani: onde deriva maggior lode a quei pochi che hanno il coraggio d'affrontare la cospirazione degli applausi e de' fischi.
Nel che rivelasi di nuovo il carattere del regno d'Italia, la ostentata nimicizia alla cattolica religione, con quell'ira che, quando non è forte, quando serve ai dominatori del giorno e ad una popolarità di bassa lega, diviene accattabrighe, e non attira che sprezzo. Dichiarata guerra alle istituzioni della Chiesa, e professato volerla affogare nel fango, non bastando l'opprimere si volle anche corrompere, spingendo alla licenza e alla deprevazione; poeti e romanzieri insultarono a Dio, al pudore, alla famiglia, e ottennero denari e decorazioni, applausi e posti, quasi non dissi gloria. Non occorre dire che si volgarizzano subito le produzioni più irreligiose degli stranieri, talvolta aggravandole con note e declamazioni; e non solo il romanzo delle libere pensatrici, ch'è il Renan, all'ipocrito suo sentimentalismo soggiungendo grossolanità irritanti; ma fin _la Strega_ di Michelet, «gran parto dell'umano ingegno», ove si dà colpa alla Chiesa d'aver creato le fatucchiere.
Deplorabile sintomo di debolezza ne' nostri! Perocchè fra tante scritture lanciate dal Moretti di Bergamo, dal siciliano Castiglia, dal veneto De Boni, dal napoletano Petrucelli, dal cremonese Bissolato,... nessuna forse passò i monti; imitatori o plagiarj di Tedeschi, d'Inglesi, massime di Francesi, non capeggiamo fra gli eresiarchi, non possiamo annicchiarci tra le ammirate allucinazioni di Fourrier e Saint-Simon, nè con Neander, Lachman, Schleiermacher, Credner, Weisse, Schotten, Köstlin, Strauss, Wieseler, Reuss, Meyer, Holtzmann, nè tampoco con Pelletan e Quinet; siamo panteisti dietro a Vacherot, critici dietro a Renan, che ci appunta di far predominare l'idea politica[599]; positivisti dietro a Taine, Comte e Littrè; razionalisti dietro Ewald e Baur; socialisti dietro alle sublimi assurdità di Proudhon. E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino. Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei _Promessi Sposi_ o delle _Mie prigioni_: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.
La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete. Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione, giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela ancella. In Milano già nel 1805 v'avea cinque loggie, adulanti fin nel nome di _Reale Napoleone_, _Real Giuseppe_, _Eugenio_, _La Concordia_, _l'Heureuse rencontre_; a Bergamo l'_Unione_, a Verona l'_Oriente dell'Arena_, a Taranto l'_Amica dell'uomo_...; oltre quelle dell'esercito, delle quali era granmaestro Giuseppe Lechi. Dal supremo consiglio di Parigi mandato qui come apostolo, Vidal divenne oratore della loggia madre di Milano, e blandendo alle passioni e all'opinione, raccoglieva i più distinti personaggi, e costituì un supremo consiglio di ispettori generali del 33 grado. Abbiamo a stampe l'_Estratto de' primi travagli del Grande Oriente in Italia_, in cui viene costituita la società, e si andò _fastosi_ allorchè Napoleone concesse come gran commendatore il vicerè: suo luogotenente il Calepio, grandi ispettori il Felici ministro dell'interno, Costabili, Alessandri, Lechi, Degrasse, Tilly, Renier, Pyron; gran dignitarj Luosi, Fenaroli, Pignatelli, Jourdan, Jacob; il pittore Appiani facea da guardasigilli nel capitolo generale, e v'apparteneano Gioja, Romagnosi, Salfi. Furono poi stampati nel 1808 e 9 il _Catechismo dei tre gradi_ e _la Costituzione generale del Grande Oriente in Italia_, francese colla traduzione italiana lurida di francesismi e di adulazioni al dio d'allora. Le adunanze aprivansi e chiudevansi al grido «Viva l'imperatore», e nel 1812 ben 1089 loggie dipendeano dal Grande Oriente di Parigi, coll'entrata di due milioni pel granmaestro di Francia, ch'era Giuseppe Napoleone, e centomila lire per Cambacérès suo vicario. Stromento di sorveglianza pel Governo, per gli ascritti erano mezzi ad acquistare impieghi o legare relazioni, oltre il sommuovere gli altri Stati, e preparare le vittorie dell'esercito. Allorchè questo s'avviò verso l'infausta Russia, fu dato per parola d'ordine _Vittoria e ritorno_ a quella nostra eletta gioventù, che doveva impinguar delle sue ossa le rive della Beresina e del Reno.
Restaurati gli antichi principi, le loggie si ridussero secretissime, e appena qualche vestigio ne trapela ai momenti di politici sussulti. Ma il fatto loro capitale fu il trasformarsi nella carboneria. Questa nacque, o piuttosto da paesi forestieri fu trapiantata fra i boschi della Calabria, per opporsi alla smisurata ambizione dei Napoleonidi; e Murat, spintovi dal ministro Maghella, seppe valersene al concetto che gli spumeggiava in capo di farsi re indipendente di tutta Italia.
Egli ne rimase vittima; i Carbonari sopravvissero, e si restrinsero in cospirazione politica, dissimulata sotto le formole di vendita, di barracca, di carbone, di ceppo, di fornace, di minestra. Sono abbastanza conosciute le iniziazioni, il catechismo, la coccarda di azzurro, rosso e nero, e le sceniche apparenze sotto cui celavansi gl'intenti sovvertitori; perocchè tutta la nostra generazione ne fu partecipe o martire.
Ancona e Bologna erano centro di quelli degli Stati Pontifizj, che raccomandavansi per mezzo di carte da giuoco con segni convenzionali; e che presto cominciarono il terribile giuoco del pugnale. Nel 1817, credendosi imminente la morte del pontefice, si strinsero i nodi, moltiplicaronsi scritture contro il governo papale, e accolte e giuramenti. Il cardinale Consalvi ministro di Stato avvertiva Metternich della trasformazione: il carbonarismo esser ancora sparpagliato, ma l'evenienza più vulgare potea riunirlo: nol credesse un vano sbigottimento da prete: la rivoluzione aver cambiato tattica; e non assale più a mano armata i troni e gli altari, ma li scalza con calunnie incessanti; semina odj e diffidenze fra governati e governanti; rende odiosi gli uni compassionando gli altri: sicchè un giorno le monarchie più antiche, abbandonate dai loro difensori, si troveranno all'arbitrio d'alcuni bassi intriganti, ai quali oggi nessuno degna badare. «Il bisogno di cospirare (soggiungeva) è insito agli Italiani: non bisogna lasciare naturarsi questa mala inclinazione: se no, fra pochi anni i principi saranno costretti a rigori; le prigioni o il sangue porranno un muro fra loro e i sudditi; e si camminerà ad un abisso, che con un poco di prudenza sarebbe facile evitare».
Prevedeva egli giusto?
Non era però ancora stagione da poter altamente proclamare la nimicizia alle religioni; anzi la Carboneria assunse una tinta mistica, proponendosi di vendicar la morte di Cristo; nel simbolo _libertà, eguaglianza, fratellanza_ del triangolo d'acciajo surrogò all'ultima parola quella di _umanità_: pure i suoi intenti arcani ci sono rivelati da questa istruzione data nel 1819.
«Dall'emancipazione dell'Italia deve uscir l'emancipazione del mondo intero, la repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. I nostri fratellii d'oltralpe credono che l'Italia non possa cospirare che nell'ombra, distribuire qualche pugnalata a spie o traditori, e subir tranquillamente gli avvenimenti che di là dai monti si compiono per l'Italia, ma senza l'Italia. Errore funesto, che non convien combattere a frasi, ma svellere coi fatti. E però, tra le cure che agitano gl'intelletti più vigorosi, una sovrattutto non dobbiamo dimenticare.
«Il papato ebbe in ogni tempo azione decisiva sugli affari d'Italia. Pel braccio, la voce, la penna, il cuore de' suoi innumerevoli vescovi, preti, frati, monache, fedeli d'ogni grado, il papato trovò persone sempre disposte al martirio e all'entusiasmo: dovunque piacciagli, ha amici che muojono o s'impoveriscono per esso. Leva immensa, di cui alcuni papi apprezzarono la potenza, ma se ne valsero con una certa misura. Oggi non si tratta più per noi di ricostituir questo potere, di prestigio affievolito: nostro intento finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese, annichilare il cattolicismo e l'idea cristiana, che, rimasta in piedi sulle ruine di Roma, lo perpetuerebbe. Per giungervi senza rovesci che ritardino per secoli la riuscita della buona causa, non bisogna badare ai nebulosi Tedeschi, ai vanitosi Francesi, ai tristi Inglesi che s'immaginano uccidere il cattolicismo chi con una canzone oscena, chi con una deduzione illogica, chi con un grossolano sarcasmo. Il cattolicismo ha vita ben più tenace: ha veduto nemici più terribili e implacabili; ed ebbe spesso il piacere di asperger d'acqua santa le loro tombe. Lasciamo dunque che i nostri fratelli di colà s'abbandonino alle sterili intemperanze del loro zelo anticattolico; lasciamoli beffarsi delle nostre Madonne e della nostra esterna devozione: la quale ci sarà di passaporto per cospirare al nostro intento.
«Il papato è da sedici secoli inerente alla storia d'Italia: l'Italia non può respirare, non muoversi senza beneplacito del sommo pastore: con lui essa ha le cento braccia di Briareo; senza lui, ridotta a impotenza deplorabile, non ha che divisioni da fomentare, rancori rinascenti, ostilità dall'Alpi all'estremo Apennino. Ciò non possiamo voler noi; bisogna cercarvi un rimedio, e l'abbiamo. Il papa non verrà mai alle società segrete: le società segrete facciano il primo passo verso la Chiesa. Non vi basta un giorno nè un mese o un anno: può volersene molti, fors'anche un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore, il combattimento prosegue.
«Guadagnar i papi alla nostra causa, farne proseliti de' nostri principj, apostoli delle nostre idee sarebbe sogno ridicolo; e comunque volgano i casi, se anche cardinali e prelati siano entrati ne' nostri arcani, non è una ragione per desiderarli elevati alla sede di Pietro: quest'elevazione ci rovinerebbe, poichè sola ambizione gli avrebbe condotti all'apostasia; il bisogno del potere li forzerebbe ad immolarci. Quel che dobbiamo domandare e aspettare è un papa secondo i bisogni nostri. Alessandro VI co' suoi delitti privati non ci converrebbe, perchè mai non errò in materia religiosa: bensì un Clemente XIV sarebbe il caso nostro, perchè a mani e piedi legati si consegnò ai ministri de' Borboni di cui avea paura, agli increduli che vantavano la sua tolleranza, e l'hanno esaltato come un gran papa. Se un siffatto capitasse, cammineremmo più arditi all'assalto della Chiesa che non cogli opuscoli dei nostri fratelli di Francia o d'Inghilterra.
«A questo termine arriveremo di certo: ma quando? e come? Tutto è incognito, ma poichè nulla dee sviarci dalla traccia, vogliam qui darvi consigli da inculcar ai fratelli, senza che appaja essere ordini della Vendita.
«Poco è a fare coi vecchi cardinali e coi prelati di carattere deciso, della scuola del Consalvi: dalle nostre officine di popolarità ed impopolarità caviamo armi per render utile o beffardo il potere nelle loro mani. Una parola inventata abilmente, e diffusa in certe famiglie oneste, donde discenda nei caffè, e da questi nelle strade, può annichilare un uomo. Se un prelato giunge da Roma nelle provincie con pubbliche funzioni, sappiatene subito il carattere, gli antecedenti, le qualità, i difetti. È un nemico dichiarato, un Albani, un Pallotta, un Bernetti, un Della Genga, un Rivarola? avviluppatelo di lacci, creategli una reputazione spaventosa di crudele e sanguinario. I giornali forestieri raccorranno questi racconti abbellendoli: e voi mostrateli a qualche spettabile imbecille: con un giornale di cui non capisca la lingua, ma dove vedrà il nome del suo legato o del suo giudice, il popolo crede senz'altre prove. Schiacciate il nemico, qualunque e' sia; schiacciatelo colla maldicenza e le calunnie; e principalmente schiacciatelo nell'uovo. La gioventù bisogna sedurre, strascinare nelle società segrete.
«Per procedere a passi misurati ma sicuri, due cose son di suprema necessità: aver l'aria di colombe ed esser cauti come serpenti; non comunicar mai il segreto ai padri, ai figliuoli, alle donne, e tanto meno al confessore: chi lo facesse, firma il suo decreto di morte.
«Al papa che desideriamo bisogna preparare una generazione degna del regno che fantastichiamo. Ai giovani non dite mai parole empie o impure: per insinuarvi nel tetto domestico, dovete porgervi gravi e morali. Stabilita la vostra reputazione ne' collegi, ne' ginnasj, nelle Università, fate che i giovani desiderino i vostri colloquj; favellate dell'antico splendore di Roma papale. In fondo al cuor dell'Italiano v'è sempre una ribrama della Roma repubblicana. Confondete abilmente questi due ricordi; riscaldate queste nature, gonfie di boria patriotica; offrite loro in segreto libri inoffensivi, poesie scintillanti di nazionalità; e poco a poco elevateli al bollore necessario.
«Gli avvenimenti che s'accelerano troppo pel nostro desiderio, meneranno fra poco un'intervenzione armata dell'Austria. V'è de' pazzi che alla spensierata avventano gli altri ne' pericoli, eppure i cosiffatti trascinano anche i savj. La rivoluzione che si medita non riuscirà che a disastri e proscrizioni; nè gli uomini nè le cose son maturi, nè lo saranno per un pezzo: ma potremo trarne una nuova corda da far vibrare nel cuore del giovane clero; l'odio allo straniero. Rendete ridicolo e odioso il Tedesco; all'idea della supremazia papale mescete sempre i ricordi della guerra del sacerdozio coll'impero; resuscitate le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, e procacciatevi così la reputazione di buon cattolico e puro patrioto, colla quale penetrerete fra il giovane clero e ne' conventi. Quel giovane clero fra pochi anni occuperà i posti; governerà, amministrerà, giudicherà, dovrà eleggere il pontefice; e questo, come gli altri contemporanei, sarà imbevuto di principj italiani e umanitarj. Se volete rivoluzionar l'Italia, cercate un papa siffatto. Se volete stabilire il regno degli eletti sul trono della meretrice di Babilonia, il clero cammini sotto la bandiera vostra, credendo camminar sotto le sante chiavi. Se volete disperdere le ultime vestigia de' tiranni e degli oppressori, tendete le reti come Simone Bariona, non nel mare, ma al fondo delle sacristie, de' seminarj, de' conventi: e qualora non precipitiate, avrete una pesca più miracolosa della sua; colla tiara e la cappa pescherete una rivoluzione, che vada colla croce e il gonfalone; e che basterà a metter fuoco ai quattro angoli del mondo».
Potremmo dubitare che questa istruzione fosse inventata dopo gli eventi, se non ne conoscessimo la data, se non avessimo veduto quelle del Weisihaupt [600]. E poichè la rivoluzione d'allora fallì, un'altra circolare del 20 ottobre 1821 diceva:
«Nell'odierno conflitto tra il despotismo sacerdotale o monarchico e il principio di libertà, v'ha conseguenze che bisogna subire, principj che innanzi tutto bisogna far trionfare. Potevamo prevedere una sconfitta, non dobbiamo dolercene fuor di modo; e qualora non iscoraggi, dovrà, in un certo tempo, agevolarci i mezzi di combattere più profittevolmente il fanatismo. Basta esaltar sempre gli spiriti, e mettere a profitto tutte le evenienze. L'intervenzione straniera in quistioni di politica interna è un'arma effettiva e potente, che bisogna maneggiare con destrezza. In Francia si abbatterà la dinastia, rinfacciandole continuamente l'esser tornata sui cavalli de' Cosacchi; in Italia bisogna render impopolare lo straniero, in modo che, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione, un soccorso estero sia un affronto anche per i sinceri nazionali. Non possiamo affrontar il nemico coll'audacia de' nostri padri del 1793, impacciati come siamo dalle leggi e più dai costumi; ma col tempo ci verrà fatto di raggiungere la meta ch'essi fallirono, e frenando le temerità, giungeremo a rinvalidare le fiacchezze. Da sconfitta in isconfitta s'arriva alla vittoria. Occhio però sempre su quanto accade a Roma. Screditate il pretume con tutti i mezzi; fate al centro della cattolicità quel che alle ale noi tutti facciamo, individualmente o in corpo. Agitate; agitate la piazza con motivo o senza, ma agitate; qui sta la riuscita. La cospirazione meglio ordita è quella che più si muove, e che compromette più persone. Abbiate martiri: abbiate vittime; troveremo sempre chi sappia darvi i colori necessarj».
Vedasi se avessero ragione i pontefici di sgomentarsi a tali preparativi, e vigilare meglio dei re, i quali non aveano nè il coraggio di distruggere, nè la franchezza d'accettare le società segrete. Pio VII, il 13 settembre 1821 ripetè contro la Carboneria le condanne de' suoi predecessori, rivelandone gli errori e le trame, disapprovando altamente il giuramento di segreto assoluto, che proferivasi a modo degli antichi Priscillianisti; ma principalmente la licenza di formarsi ciascuno una religione a suo grado, il profanare nelle cerimonie la passione di Gesù Cristo e i ministeri e i sacramenti, e il proposito di rovesciar la cattedra apostolica. In fatto il giurar di obbedire ciecamente a un archimandrita può mai farsi non dico da un cristiano, ma da un leale amatore di libertà? Chi è legato a un giuramento diverso, come potrà adempiere lealmente i doveri d'impiegato, di maestro, di giudice, di giurato, di deputato?
Leone XII di nuovo sentenziò le società secrete; poi Pio VIII il 24 maggio 1829, quando erano all'apogeo, tornò a battere «quei baluardi dietro cui si afforzano l'empietà e la corruzione». Sopra l'altre indicava «quella formatasi testè per corrompere la gioventù ne' ginnasj e ne' licei. Sapendo i precetti de' maestri esser efficacissimi a formar il cuore e lo spirito, adoprasi ogni astuzia per dare alla gioventù maestri depravati, che la conducano nei sentieri di Baal; onde i giovani sono portati a tal licenza, che, scosso ogni timore della religione, bandita la regola de' costumi, sprezzate le sane dottrine, calpesti i diritti d'entrambe le podestà, non arrossano più d'alcun disordine, d'alcun errore, d'alcun attentato».
La lunga mina scoppiò dietro alla nuova rivoluzione francese del 1831: l'Italia media si sollevò, ma gli eserciti ripristinarono i principi e l'obbedienza. Giuseppe Mazzini genovese, non voluto ricevere nella gran Vendita carbonaria, diretta a sovvertire troni e Chiesa senza usare il pugnale, bensì con mezzi morali sul sacerdozio e la gioventù, costituì la _Giovane Italia_, che tolse a quella il primato. Colle sue idee cosmopolitiche, col tono d'illuminato, colla parola immaginosa che sente del biblico e fa subodorare un profeta, egli affascina i giovani; contenta il popolo col disinteresse, in tempo di sì sfacciati ladronecci; amica i settarj coll'abbracciarli tutti, mentre gli uni esecravano gli altri, e tutti adoprarli nella sua unica associazione educatrice; non minacciavasi morte ai disertori; non v'erano capi invisibili, non inanità di simboli; più che a vantar diritti badavasi a professare doveri; meta il progresso; modo d'attuarlo la repubblica una e indivisibile; tutto pel popolo e per mezzo del popolo.
Ma nel suo programma, oltre l'unità repubblicana della penisola, stava che il popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicesimo a nome della rivelazione continua»[601]. Dio è Dio, e l'umanità è il suo profeta. Dio s'incarna successivamente nell'umanità. L'umanità è la religione. Noi crediamo nell'umanità, sola interprete della legge di Dio sulla terra[602]: Cristo è un santo, la cui voce fu accolta come divina[603]. Il cattolicesimo è spento; forma logora, serbata ancora alcun tempo alla venerazione dei dilettanti d'antichità[604]. L'Europa oggi è in cerca dell'unità religiosa, nuovo vincolo che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo, e quindi senza potenza per trasformare la terra[605].
S'accorge il lettore che, di quanto ci cade nel presente discorso, non cogliamo se non ciò che concerne lo scopo del presente libro. E appunto qui consideriamo Mazzini come quello che la rivoluzione italiana vuole sia religiosa. Egli non è razionalista, poichè a volte ammette il sopranaturale; non è cattolico, ma neppur protestante, giacchè vede che il cattolicesimo si è perduto nel governo dispotico, il protestantesimo si perde nell'anarchia[606]: ha frasi e non bada a concordarle fra loro. Il Lesseps, dando ragguaglio della sua missione a Roma nel 1849, attribuiva a Mazzini di favorire lo scisma religioso non solo per gli scritti, ma per frequenti conferenze con missionarj inglesi e d'altre lingue. Noto è come fosse trattato il clero nel breve dominio de' rivoluzionarj a Roma, ove debaccavano alcuni preti apostati, cortigiani de' triumviri, i quali giunsero perfino a dar la benedizione _urbi et orbi_, come suole il papa dalla loggia di San Giovanni Laterano; e Mazzini esclamava: «Dalle fiamme delle carrozze cardinalizie, arse sulla piazza del Popolo, è uscita una luce che rischiarerà la via sulla quale i popoli s'affratelleranno, un giorno o l'altro, in uno sviluppo religioso, in una fede di opere redentrici e d'amore[607]. Il nuovo governo proclamerà non esservi più chiesa ma popolo di credenti; il papa dell'avvenire chiamerassi Concilio; assemblea costituita d'uomini virtuosi, che sentono il bisogno d'una fede viva, interrogherà il progresso, scandaglierà i mali, decreterà i rimedj, e porrà la prima pietra della Chiesa universale dell'umanità[608]. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio tra il potere spirituale, e il temporale»[609].
Poi quando la capitale del regno d'Italia fu tramutata a Firenze, Mazzini proclamava: «Roma non è una città, Roma rappresenta un'idea: Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che altre volte diedero vita al mondo: Roma è il santuario di _una terza religione futura destinata a dar la vita al mondo dell'avvenire_. Roma rappresenta la missione dell'Italia in mezzo alle nazioni, il verbo del nostro popolo, l'evangelo eterno _dell'unione fraterna_. No, Roma non può annettersi a Firenze, ed è nostro dovere di annetterci tutti a Roma».
[Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua _Giovane Italia_, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».
Più esplicitamente Mazzini spiegò gl'intenti della rivoluzione nell'ottobre 1867, quando Garibaldi assaltava Roma. «Quando noi ripiglieremo Roma, sarà per dissolvere il papato, e a vantaggio dell'umanità intera proclamare l'inviolabilità della coscienza, che la Riforma del XV secolo acquistò solo per mezza Europa, e anche là ne' limiti della Bibbia... Fa più di trent'anni, io scrissi che il papato e il cattolicesimo erano due lampade estinte per mancanza d'olio, cioè del dogma di cui viveano. Il tempo confermò il mio giudizio. A quest'ora il papato è un cadavere, che nulla può galvanizzare. È la maschera inanimata d'una religione... Destituita da ogni sentimento del dovere, d'ogni potenza di sagrifizio, d'ogni fede nel proprio destino, il papato perdette ogni fondamento morale, e il suo fine, la sua sanzione, la sua fonte d'azione. Perciò spira. Ed è un dovere di proclamarlo senza reticenze ipocrite, senza ambagi, senza fingere di riverir ancora ciò che s'attacca, senza dividere il problema, invece di scioglierlo. Per noi tutti, cui sta a cuore d'edificar la città dell'avvenire e concorrere al trionfo della verità, è un dovere di guerreggiar il papato, non solo nel poter temporale, giacchè questo non vi sarebbe modo di ricusarlo al rappresentante riconosciuto di Dio sulla terra... Quei che osteggiano il principe di Roma, professando venerare il papa, ed esser cattolici sinceri, sono convinti di contraddizione flagrante o d'ipocrisia. Quei che pretendono ridur il problema a Chiesa libera in Stato libero, sono o stretti da sciagurata timidità, o spogli d'ogni convinzione morale... Estinta che sia ogni credenza nella vecchia sintesi, e stabilita la credenza in una sintesi nuova, lo Stato diverrà la Chiesa... Lo Stato incarnerà in sè un principio religioso, e sarà il rappresentante della legge morale nelle diverse manifestazioni della vita». Cioè lo Stato unirà in sè il potere spirituale e il temporale, come quel papato, che ebbe «una missione sì grande e sì santa, che che ne dicano oggi i fanatici della ribellione, falsando la storia, e calunniando nel passato il cuore e lo spirito dell'umanità».]
L'_Ausonia_, formatasi a Parigi verso il 1845, avea pubblicato una specie di costituzione per l'Italia, riducendola a federazione sotto due re elettivi e temporarj. Quanto alla religione, essa accettava la cristiana, richiamata ai suoi principj dal Concilio generale de' vescovi della penisola che nominerebbe i patriarchi: tollerato ogni culto; stipendiati dallo Stato i ministri: il collegio de' cardinali rimarrà finchè viva il papa; morto lui, è abolito (Articoli 34, 35). Gli Ordini monastici sono conservati, con libertà ai membri di essi d'uscirne; nessuno vi potrà entrare prima di aver adempito i doveri militari, nè legarsi a voti prima de' 40 anni se donna, de' 45 se uomo (Art. 53). Alla pagina 12, § 6 del gran Processo di Ancona, fatto dalla sacra consulta di Roma nel 1862, è detto che, nel 1849, in una tal casa, fra altri riti massonici, si pose un crocifisso sopra un tavolino, con quattro moccoli agli angoli, poi incrociate le pistole, si spararono, e con uno stilo ciascuno colpirono l'immagine; indi bucatosi il polso della mano e la gamba ove si stringe il legaccio, col sangue scrissero i proprj nomi e il giuramento in un registro[610]. Nel 1850 formossi una nuova società a Londra, di formole più semplici, e cui unico simbolo, «Giuro di cooperare con tutte le forze per la liberazione e unione d'Italia».
Che se non furono coronate dalla riuscita, le trame mazziniane aveano però esaltato gli spiriti, avezzo alle aspirazioni rivoluzionarie, dato il gusto di ciò che sente di criminale, e così reso possibili gli atti tutti del governo ammodernato nel Piemonte. Ivi subito si apersero molte loggie massoniche, le quali cercarono influenza col fondarne di filiali ne' paesi ancora quieti, _mezzi morali_ per quella che taluno chiamò _onesta cospirazione_. Dopo falliti i sanguinarj tentativi del 1853, lo sbigottimento delle sette assassine ajutò anche nelle Romagne il costituirsi del partito piemontese, dal quale derivarono molte insurrezioni parziali. Mentre fin allora le loggie nostrali dipendevano dal grand'oriente francese, allora se ne formò a Torino una indipendente, l'_Ausonia_, di cui primo venerabile fu l'ottagenario Filippo del Pino. Molte altre se ne eressero, poichè, vulgarizzatesi anch'esse al par d'ogn'altra cosa, non sono più, come nell'età precedente, un'eccezione, il divertimento di pochi gaudenti; e la tendenza del nostro secolo a ripristinare le associazioni che i principj dell'89 aveano distrutte, fe dilatare la massoneria. La sua azione manifestossi non solo nelle elezioni, nelle nomine ad impieghi, nella scelta de' ministri, ma nelle congiure e nelle battaglie; di qui i premj o l'infamia, di qui le notizie ai giornali, e l'efficacia del Cavour che n'era granmaestro, e il diroccamento di patria, famiglia, troni per la sola ragione che bisogna esser più forti. Nè si appone al falso chi crede che delle cose politiche l'indirizzo resti in mano della sètta[611]; e al ministro d'una grande potenza che «in nome delle esigenze della società moderna» chiedeagli fosse restituito a' suoi parenti ebrei il giovinetto Mortara, il quale spontaneamente avea domandato di venire alla nostra Chiesa, Pio IX rispose: «Quella che voi chiamate società moderna è la framassoneria». Allorquando fu chiamato in Italia l'esercito francese, le sètte intesero che una gran parte del loro programma religioso e politico andava a compirsi; e i varj gruppi si strinsero nella massoneria.
A mezzo del superbo viaggio la man di Dio abbatteva Cavour. Trattossi allora di eleggere il granmaestro: e poichè non accettò il Nigra ambasciador sardo a Parigi, dal Govean che n'era capo provisorio furono radunati i rappresentanti di ben ventinove loggie, che formarono uno statuto, nel quale riconoscesi il G. A. D. U.; liberi tutti i culti; obbedienza assoluta e secreto: lega colle loggie straniere. Fu decretato il titolo di primo massone d'Italia al generale Garibaldi; ma nella nomina di grand'oriente prevalse il siciliano Córdova, allora ministro di grazia e giustizia. E poichè Garibaldi già presedeva alle loggie italiane di rito scozzese, il cui supremo consiglio risiede a Palermo, ne nacque scisma. Sebbene Garibaldi, dopo un clamoroso viaggio a Londra dove fu accolto con tanto entusiasmo quanto il re Teodoro nel secolo passato, Blücher nel 1814 e il sultano nel 67, convocasse le logge scozzesi a Palermo, nessun vi rispose; e invece al 21 maggio 1864 si tenne una grande adunanza a Firenze, dove apparve che la massoneria italiana contava settantasei loggie, oltre dieci fuori d'Italia e le eterodosse del rito scozzese e dell'egiziano; industriavansi nel sistemare società operaje, banche nazionali, scuole popolari, prosperar l'agricoltura e l'industria, e collegare le nazioni in una sola aspirazione e nella tolleranza di qualunque credenza, ponendo da banda le forme esterne. Colà fu concertata la fusione di tutte le loggie, qualunque ne fosse il rito, per maggiormente operare sui destini dell'intera nazione, sotto un unico grand'oriente, composto di venti membri del rito italiano, venti dello scozzese, che sederebbero a Torino finchè Roma non sia capitale del regno. Granmaestro fu proclamato il Garibaldi; ma non tutti aderirono a quella fusione; onde Garibaldi s'abdicò; e restò solo granmaestro del rito scozzese. Gli fu surrogato provvisoriamente Francesco De Luca, che professò non volersi affratellare colla rivoluzione violenta, nè servirsene ad intrighi egoistici: per le quali ragioni ne fu poi cancellato.
Quando Eugenio Sue co' suoi romanzi ebbe prodigato la calunnia e l'ira contro i Gesuiti e la religione, la loggia di Bruxelles gli mandò una penna d'oro. Nel ringraziarla, egli metteasi a cercare con quali mezzi si potrà osteggiare la fede e l'azione cattolica, e ne suggeriva tre: 1, propagare il razionalismo mediante un'associazione di persone che promettano rifiutare i sacramenti: 2, la propaganda dell'unità: 3, il protestantesimo in generale. Il primo si conseguì mediante l'associazione de' solidarj per la sepoltura civile: da questa si arriverà al battesimo civile; la libertà della tomba porterà l'emancipazione della famiglia e della società col battesimo e col matrimonio civile, fondando così la famiglia sulla negazione d'ogni legame religioso, anzi della fede.
E già sentesi l'effetto nell'indifferenza tra le varie maniere di riverire l'ente supremo. La _Latomia_, giornale della sètta, scriveva: «Il protestantismo non è che la metà della massoneria. Ormai bisognerà che esso o ritorni a' Cattolici, o si fermi a mezza via, o progredendo arrivi alla religione massonica». Di fatti avendo un neofito negato di riconoscere il Grande Architetto Dell'Universo, fu definito che ciò non facea difficoltà: e vi fu ricevuto perfino il notissimo socialista Proudhon[612], il quale dichiarò doversi «giustizia a tutti, devozione al proprio paese, guerra a Dio». Il panteismo v'è proclamato, facendo tutt'uno il muratore, il murato, la muratura; l'operatore, l'opera, l'operazione[613]. Pertanto nel 1866 non s'iniziarono più _Alla gloria del G. A. D. U._, ma _In nome della ragione e della fratellanza universale_, e propongonsi di sottrarre l'umanità al giogo sacerdotale; sostituire alla fede la scienza; nel compimento del bene surrogare le austere soddisfazioni della coscienza alle pompose speranze di ricompense eterne: rimuovere dallo spirito la vana preoccupazione di una vita futura, e il feticismo d'una provvidenza soccorrevole. Indipendenza, unità e fraternità delle nazioni; la massoneria italiana non riconoscerà mai altro potere sovrano sulla terra che quello della retta ragione e della coscienza universale: accelerar il tempo che, invece di navi corazzate, facciansi aratri a vapore; e la pace, fecondata dai capitali e dalle braccia ora rapite dalla coscrizione, produca i frutti migliori; del resto tolleranza di tutti i culti, adorazione della scienza, filantropiche cure nell'educazione delle moltitudini, nelle società cooperative, nelle banche di credito; in tutti gli uffizj con cui la Chiesa provedeva al pauperismo del corpo e dell'anima, surrogare il patronato e gli stipendj al volontario sagrifizio di gente, che si facea povera per arricchire gli altri, e per insegnar la sommessione al volere di Dio.
E a miti intenti mostrasi diretta la _massoneria simbolica_ che ha il gran consiglio a Milano e per venerabile Ausonio Franchi. I suoi statuti sono semplici, e in questi stessi giorni pubblicò, nel suo _Bollettino Massonico_, un programma, dove attesta che non è fatta a pascolo d'ambizioni o d'incomposte aspirazioni, non domanda gravi sacrifizj, costanza e concordia nell'opera comune. E mentre il paese fu abituato a reluttare alle leggi e agli imperanti, ora il suddito ribelle, fatto cittadino, ha da concorrere a tener in onore gli ordini civili. Perciò esorta ad estender le loggie, a considerarsi tutti solidarj, a studiare le istituzioni del paese, diffondere l'istruzione, formar _quella sana opinione pubblica che oggi è l'unica e vera sovrana di tutti i liberi paesi_. Queste istruzioni esorta a comunicare, ma agli adepti di primo grado.
Come nel secolo precedente erasi cercato scusa alla sètta col dire che le bolle di Clemente XII e Benedetto XIV fossero o false o abolite, così ai dì nostri bucinarono che Pio IX fosse appartenuto alla massoneria. Egli protestò contro quell'asserto, e scaltriva gl'incauti, ignari del vero e illusi dagli intenti benevoli che vi si professano. I giornali, che aveano applaudito ai Governi d'aver proibito le pie conferenze di san Vincenzo di Paolo, trovarono ridicolo o tirannico il dichiarare che, chi fa parte della massoneria, cessa d'esser figliuolo della Chiesa cattolica. Ma poniam caso che sorgesse una società, la quale senza riguardi dichiarasse: «Noi non sollecita gelosia del cielo, ma vaghezza di rifare il cielo nella terra e nel cuor nostro, e di concorrere all'attuazione di quel regno dei cieli che ci fu promesso da Cristo. — Di tutte le arti, quella che produce e trasforma le religioni è la primissima di tutti i popoli. — Non solo le società segrete non repudiano quest'arte sovrana... ma si può asseverare che si formassero primitivamente per uno scopo non politico, ma religioso. — L'umanesimo è la fede nella quale, più o meno esplicitamente, consentono le società segrete. — Il vasto apparecchio della scienza è una grand'opera di circonvallazione contro l'invadimento della teologia. I sacerdoti dell'umanesimo restituiscono all'uomo tutto ciò che i teologi gli presero per addobbare i loro idoli e aggiungersi potenza. — Il progresso civile si effettua per un continuo ribellarsi dell'umanesimo al tentato monopolio della giustizia. In questo infaticato ribellarsi, la parte della preparazione spetta alle società segrete. — Furono ribellioni dell'umanesimo contro il monopolio sacerdotale della cristianità il risorgimento italiano e la riforma religiosa del secolo XVI. Ma in codesti assalti l'umanesimo non affermava idealmente e giuridicamente se stesso: questo compito era serbato alla gloriosa famiglia de' Liberi Muratori, e a quell'ultima ribellione in cui noi ancora combattiamo. — L'umanità procede verso il giorno, in cui, non riconoscendo più nè città, nè popoli, nè _spiriti privilegiati_; cessando dalle gare, dalle prepotenze, dalle intolleranze; non credendo che il divino sia esclusivo patrimonio di un uomo, nè di una nazione, nè di una chiesa, lo cercherà, lo troverà, e che è più, lo attuerà dapertutto. — Massimo ricettacolo dello spirito è l'umanità intera, le cui membra ponno compararsi al mistico corpo del Redentore. — La rivoluzione crea nel mistero come la natura. — Ogni società segreta è una pallida famiglia di vendicatori, stretti da infrangibile giuramento; i loro riti si direbbero il programma dello sterminio: ma la loro amicizia è tenera e soave. — Come cadono gl'imperi? Rovinano forse da sè per vecchiezza o per istanchezza? si suicidano forse in un'ora di tedio?... Non hanno essi la forza, il diritto storico, la fede, l'abitudine del comando? Che cosa li costringe all'abdicazione?..... La forza misteriosa ineluttabile non emana da quella Provvidenza anonima, che può appellarsi l'asilo delle nostre ignoranze e delle nostre paure, bensì da una provvidenza tutta umana, che elabora nel seno della società medesima i suoi decreti. Lo Stato è colpito dalla mano della società segreta: segreta oggi, palese domani; oggi militante, domani vittoriosa. — I Governi hanno fatto il loro dovere, e le società segrete hanno fatto il proprio. I Governi, dal più al meno, hanno oppresso, e le sètte hanno vendicato e rivendicato... Tutto ciò che ha governato nel mondo non vale certo quanto ciò che in esso ha congiurato. —
Queste professioni desumiamo da uno de' più ingenui, perchè de' meno addentrati neofiti[614], e domandiamo se a questi teoremi religiosi e sociali potesse tacere il custode della verità e vindice della giustizia. Che se la società degli Indipendenti e dei Cavalieri Guelfi metteva tra le massime dell'Ordine che «la religione di Cristo è la migliore, ma il migliore gran sacerdote è il più buon re», altrove ritroviamo un esplicito ritorno al paganesimo, e Maurizio Müller, nella _Riforma religiosa_, pone ricisamente che «il paganesimo ben inteso si accosta al simbolo massonico più che le religioni odierne; e la massoneria ebbe salutevoli ingerenze coll'osteggiare il cattolicismo». Trattasi dunque se devano primeggiare san Pietro o Nerone.
Come già vedemmo nel secolo passato, alla irreligione progredisce compagna la teurgia, sotto la forma di tavole giranti, di spiriti battenti, insomma di comunicazione tra i viventi e i trapassati, fondata sulla rincarnazione degli spiriti. Molti proseliti acquistò per le consolazioni che procaccia il confabulare con persone care perdute. Ne abbiamo altrove ragionato (Vol. II, p. 394), e lo spiritismo, screditato da indubitabili ciarlatanerie, si appiglia al nostro soggetto in grazia delle dottrine che fa rivelare dagli evocati, impugnando le credenze comuni, e pareggiando tutti i culti per quanto diversi; non doversi urtare le convinzioni di chicchessia, ma lasciar che ciascuno sia libero e responsale delle proprie credenze religiose; lo spiritismo, non brigandosi di dogmi o forme particolari, costituisce una religione sociale, santifica tutti gli uomini di mente sana e cuor retto, a qualunque fede appartengano. A chi domandava se sia bene seguir questa o quest'altra, lo spirito rispose «Se credete che la vostra coscienza vi sia invitata, fatelo»[615]. Si procede fra la metempsicosi e il panteismo, facendo p. e. il sole fonte primitiva della vita, al quale, dopo pellegrinato di pianeta in pianeta, le anime singole ritorneranno per far parte dell'anima universale, dalla quale furono disgiunte quando vennero in terra[616].
Niceforo Filalete che dirige _Gli Annali dello Spiritismo in Italia_, scrive che «lo spiritismo è divinamente sublime; è il vincolo che riunisce gli uomini, divisi per le credenze e i pregiudizj mondani, e atterrerà la più forte barriera che separa i popoli, l'antagonismo religioso. Egli si volge a tutti i culti... È un terreno neutro, sul quale tutte le opinioni possono incontrarsi e darsi la mano; le quistioni morali, le sole importanti, sono di tutte le religioni e di tutti i paesi»[617]. Porta dunque esso pure all'indifferenza, la quale sempre si traduce in ostilità alla religione stabilita.
Ma dove questa ostilità si scopre senza reticenze è nella più segnalata personificazione della rivoluzione italiana e la più sincera così ne' fatti come ne' concetti. Giuseppe Garibaldi nizzardo, elevatosi coll'ostinazione de' suoi propositi fra gente meticolosa e fiacca, e con un disinteresse che, a petto all'ambizione e all'avidità degli altri caporioni, fu giudicato miracoloso come le imprese sue da coloro che i miracoli sbeffeggiano; con un'attività che ha bisogno d'esercitarsi qui o fuori, per la patria o per gli estranei, parve attribuirsi la missione speciale d'abbattere il papato. Vi si adoperò colle armi nel 1849, ma respinto da Roma, respintone di nuovo con una fucilata nel 1862, non per questo cessò di gridare contro il cattolicismo e il sacerdozio, zelando un culto solo, quel della santa carabina: alle donne milanesi raccomandava la tenessero appesa al capoletto: il giorno dell'inaugurazione dei tiri a segno fosse surrogato alla festa della natività di Maria; i villani vadan se vogliono a messa, ma adorino la santa carabina.
Non potendosi in lui supporre le artefatte menzogne de' giornalisti, bisogna ritenerlo di buona fede quando attribuisce alla Chiesa quanto di male e d'odioso avviene: furono i preti che vendettero Nizza: furono trame d'ecclesiastici che procurarono le vergogne di Custoza e di Lissa: ai frati sono dovute l'insurrezione di Palermo, questa oscena sconcordia d'Italia, l'odierna voragine delle finanze, fin i disastri naturali che aggravano le sventure d'un popolo, abbeverato d'odio dai giornalisti, e che anima e salute consuma in desiderj e decezioni. Dal quale staccandosi, egli uom del popolo, per iscusare o assecondare i dominanti, concentra ogni ira contro la santa bottega, contro il cancro, contro il verme, la tabe, la rogna d'Italia: incita a dar l'ultimo calcio alla canaglia che la infesta, a rovesciar nella polve quel tabernacolo d'idolatria e d'impostura che s'attraversa in ogni modo e in tutte le vie al progresso umano, quella religione del prete che divide la famiglia umana, e ne condanna la maggior parte a perdizione eterna. Alle società operaje di Napoli diceva: «Faremmo un sacrilegio se durassimo nella religione dei preti di Roma. Fuori dalla nostra terra questa sètta contagiosa e perversa». E all'assemblea unitaria di Palermo: «Noi non siamo per la religione del papa. Papa, cardinali, vescovi cambiino bottega, e vadan il più possibile lontano dall'Italia». E come la Convenzione avea tirannicamente intimato «Fraternità o morte», così egli fe ripetere all'Italia «Roma o morte», conculcando e la coscienza dell'umanità e la libertà delle credenze.
Singolarmente nel 1867, essendosi il ministero proposto di venir ad accordi con Roma, e per riuscirvi avendo sciolta la Camera, Garibaldi uscì dal suo ricovero, e girò l'Italia inveendo contro papa e preti e Cristo, battezzando fanciulli, aizzando le plebi contro un ordine intero della società, senza che l'autorità e la legge avesse o voglia o forza di opporsegli, e sempre gridando: «Roma è nostra: neppure il diavolo può torcela. Non mandate al parlamento deputati che patteggino coi clericali, i quali c'impediscono d'andare a Roma. I milioni che si danno alla Chiesa s'adoprino per fare armi e per dar pane a chi non n'ha: ai prelati bastano quaranta centesimi il giorno: i Paolotti il diavolo se li porti». E fin dogmatizzando annunziava: «Noi siamo nella religione del vero, e la sostituiremo a quella del prete che è la menzogna. Libertà della ragione è la bandiera che opponiamo al cattolicesimo, il quale ha per tanti secoli abbrutito la creatura umana». E al tempestoso congresso della pace di Ginevra proferiva: «V'è cosa più terribile della guerra, il mostro che chiamasi papato, le cui emanazioni pestilenziali innondano il mondo, e arrestano l'umanità sulla via della civiltà. I vostri avi ebbero primi il coraggio d'affrontarle: compite l'opera quando noi daremo al mostro gli ultimi colpi, e abbatteremo il sacerdozio dell'ignoranza per adottare sola la religione di Dio (_sic_)». E ora appunto (ottobre 1867) spinge i suoi armati contro gli ultimi resti del dominio papale, a «crollar il tabernacolo dell'idolatria, dell'impostura, delle vergogne italiane, il piedestallo di tutte le tirannidi».
Invano, come si ispirò sgomento per Mazzini, si vuole spargere il ridicolo sopra Garibaldi. Mito piuttosto che persona, stupendo agente di decomposizione sociale; ammirato pel dono di ispirar la gioventù e spingerla al sacrifizio, riprovato perchè si fa superiore alla legge: se non destarono stupore le iperboliche ovazioni fattegli a Londra fra una plebe che ogni anno brucia un fantoccio schiamazzando «Non più papa»; fra Anglicani che da lui ripromettonsi la distrazione della cattolicità; fra la massoneria mondiale che divinizzava la propria creatura, in un secolo che è costretto crearsi degli Dei per far senza Dio; a chi ci lesse non farà neppur meraviglia il vedere l'entusiasmo durare in un paese tutto cattolico qual è l'italiano, e che altrettanto non n'avea mai mostrato a nessuno fuorchè a Pio IX. E Pio IX, continuo bersaglio de' più abjetti suoi strapazzi, incaricava il professore Tonello: «Dica a Garibaldi che questo povero vecchio, ch'egli chiama il vampiro del Vaticano, gli perdona, e prega per esso, e anche stamattina ha detto messa per lui».
E per verità il gran nemico consolida il papato col far vedere quanto la quistione sia superiore ai mondani intenti, giacchè tutta la cristianità vi prende interesse, e mostrano venir a difenderlo fin quelli che cospirano per abbatterlo. Ma è ben da aspettarsi che l'accolta de' suoi adulatori lo sorpassi; e mentre la ciurma lo acclama Dio e Messia e Cristo[618], e consacra la camera ove dormì a Palermo, e crede che la capanna della maremma ravennate ove morì sua moglie diverrà gloriosa come quella di Betlemme, il vulgo ricco, dotto e patrizio ne rincari le bestemmie, ne echeggi le provocazioni; e la stampa plebea denunzii i mali causati dalla religione, allora appunto quando la nazione più soffre di quelli cagionati dalla irreligione[619].
Ma uomini e fatti tali segnalano il carattere ed il valore d'un Governo. Il quale, esautorato da questi suoi veri padroni e creatori, oltre le incessanti e sin fanciullesche molestie alla Chiesa e agli ecclesiastici[620], oltre l'imputar ad essi ogni delitto, ogni sventura[621], si atteggiò spesso in modo da procurare uno scisma. Governo e parlamento professano ed attuano dottrine repugnanti fin al cristianesimo, sotto uno statuto che pone come unica religione dello Stato la cattolica, apostolica, romana. Alla Camera, nel 26 gennajo 1857, avendo il ministro Lanza proferito che «la religione cattolica sarà il fondamento dell'educazione ed istruzione morale, data dallo Stato negli istituti pubblici», si reclamò, si protestò fino a volere che nell'insegnamento si avesse anzi a combattere la religione cattolica, trascorrendo a segno che Revel riflesse, se altri avesse ciò detto della protestante o dell'ebraica[622], sarebbe stato gravemente ripreso. Ampliatosi poi il parlamento, e dalle elezioni astenendosi coloro che faceansi scrupolo di coadjuvare un ordine di cose originalmente riprovevole, la rappresentanza della nazione fu abbandonata alle sètte, e vi si dichiarò che il cattolicesimo è finito, che tutta l'opera del neonato regno deve consistere nel distruggerlo in ogni luogo, per ogni mezzo: vi si distinse il Dio di Pio IX da quello dei deputati: nel 1866, un giornale auspicato dal Governo (_il Diritto_) scriveva: «La nostra rivoluzione tende a distruggere la Chiesa cattolica, e dee distruggerla, e non può non distruggerla se non vuol perire»; un altro, pure governativo (_l'Italie_), inventava il Dio dell'Austria, e conchiudeva: «Se è vero che Dio esiste, bisogna scompaja col potere che lo invoca, e di cui fu complice. Il mondo moderno lo respinse, egli deve calar nella medesima fossa, in cui sarà gettata la dinastia degli Absburghesi, che fu lo scandalo e il flagello dell'Europa». Il professore Tommasi domandava: «Chi più sa che cosa sia l'evangelo?» Il professore Bertini asseriva un Dio molto diverso dal Dio teologico[623]: all'esposizione universale di Parigi la commissione italiana conferì un premio alla Società Biblica per le sue cure intorno all'istruzione. E ogni giorno, e viepiù or che si diede ai Protestanti il trionfo di poter comprare i beni rapiti alla Chiesa, ascoltando gli sproloqui del Parlamento, più che la nequizia de' concetti e l'inurbanità delle proposte fa stupore la supina ignoranza dei fatti e delle dottrine.
Per verità Iddio è una superiorità, e la superiorità diviene ogni giorno men tollerabile alla democratica eguaglianza. Eppure quest'idea è tanto difficile a cogliere quanto ad eliminare: più se ne ragiona men se n'intende: ma il sentimento la afferma: e Dio è l'ultima parola di quei che sanno come di quei che ignorano. Spingansi le scoperte quanto si vuole, resta sempre alla fine un mistero: contemplato l'universo, analizzati tutti i corpi, l'occhio s'inchina davanti al velo del santuario: più luce si sparge sulle cose sensibili, più v'appare Iddio. Gli zoologi disputano della trasformazione della specie; sta bene: ma coloro che se ne servono per escludere Dio dalla creazione, non fanno che sostituire un'idea all'altra, slontanare le origini, ma nulla provano nè in pro nè contro la divinità. Se non che in tale quistione non si tratta soltanto di Dio. Tolte le credenze positive di cui vive la società, e su cui fondasi il diritto, vacillano l'ordine morale e il civile, più l'uomo non sentendosi davanti ad una podestà maggiore di lui, e che sola ha diritto di regolarlo, ha potenza di soddisfarlo. Il libero pensare è la negazione teoretica della costumatezza, poichè, a guisa della prostituta, passa da un'opinione all'altra, secondo ogni desiderio isolato. L'errore morale più non può essere riprovato, giacchè le infinite suddivisioni arrivando all'assoluto individualismo, perfino la virtù obbligatoria si smarrisce per entro uno scetticismo, che non porge nè dogmi allo spirito nè norme alla coscienza. I triumviri a Roma pubblicavano al 27 aprile 1849 che «la vita e le facoltà dell'uomo appartengono di diritto alla società ed al paese nel quale la Providenza lo ha posto»; a Napoli il medico Renzi recita l'apoteosi di Agesilao Milano e il senatore Imbriani ne fa l'epitafio[624]: Cavour asserisce che colla verità non si governa: perfin l'Azeglio, nel proclama 11 luglio 1859 ai Bolognesi, diceva che «Iddio fece l'uomo libero delle proprie opinioni, sieno politiche o religiose». Qual meraviglia se i socialisti crescono a dispetto del senso universale, e in grazia de' terrori che spargono contro la politica cristiana?
L'immoralità mena al culto della forza, e questa surrogasi man mano che la Chiesa si restringe. _Sit fortitudo lex justitiæ_: chi è debole non è nulla; gli Stati si valutano dal numero de' soldati; il merito consiste nel riuscire; il fine giustifica i mezzi: interessi e scienza s'accordano a veder la religione come un ostacolo alla sovversione sociale, dunque si distrugga; ciò che sa d'ideale ripugna alla critica come principio di condotta, dunque si elimini: il giusto è di rafaccio col suo esempio, dunque si opprima; il diritto sia rappresentato dall'esito; la coscienza dall'utile. Che storia? che convenzioni? che trattati? idee antediluviane. Colla fede periscono la libertà e dignità dello spirito: abolito il creatore nella natura, la providenza negli eventi, non rimane più vita intellettuale spegnendosi la ragione; non vita morale obliterandosi la coscienza; non dignità politica in situazioni false da cui non possono uscire che situazioni disastrose; non gioja schietta inaridendosi il cuore nel mesto spettacolo della morte dell'Eterno[625].
In questo ontoso trionfo de' sofisti e de' violenti, dove il vero vinto è il buonsenso, vedrà altri le cause delle miserie odierne, delle applaudite iniquità internazionali, dell'indifferenza a mali veri per culto a frasi abbaglianti. Noi li guardiam solo come eresie; ma chi volesse salvare i dominanti dall'abisso ove li spingono i loro adulatori potrebbe rammemorare che Voltaire dicea, «Fra venti anni Dio sarà ito», e i re gli sorrideano. Dopo venti anni Desmoulins diceva: «I re sono maturi: Dio non ancora», e i re non poteano più ridere, côlti dal pugnale, dal patibolo, dalla conquista, dalle sommosse, dalle annessioni, fin da quella che i diplomatici chiamano pace, e non è che una maschera della reciproca paura.
NOTE
[564] Sui miracoli abbiamo discorso nel VOL. I, pag. 319. In somma la credenza nel soprannaturale consiste nella persuasione che, al disopra delle leggi che conosciamo, e che operano quotidianamente sotto ai nostri occhi, esiste la volontà creatrice, che essendo indipendente e padrona assoluta dell'opera propria, può sospendere l'azione delle leggi ordinarie per far intervenire leggi d'un ordine superiore che noi non conosciamo, e che fanno parte dell'armonia trascendente del mondo morale. Supremo passo della ragione è il riconoscere che v'è un'infinità di cose che la sorpassano. La ciarlataneria interessata o l'allucinazione possono addurre falsi miracoli: ma ciò non toglie la possibilità di veri: ed oltre quelli che sappiamo per fede, è illogico il repudiare tutti quelli che ci furono tramandati con una certezza non minore che gli altri avvenimenti storici. Rousseau, nelle _Lettres de la montagne_, scrive: «Dio può operar miracoli? Tale quistione, presa sul serio, sarebbe empia quando non fosse assurda; e a chi la risolvesse negativamente si farebbe troppo onore col punirlo: basterebbe metterlo nei pazzi. Chi ha mai negato che Dio possa far miracoli? solo un ebreo può domandare se Dio potea far delle tavole nel deserto».
[565] «Il principio della scuola critica è che, in materia di fede, ciascuno ammette quel che ha bisogno di ammettere, e in certa maniera fa il letto delle sue credenze proporzionato alla sua misura». RENAN, _Les apôtres_, introd., pag. LIV.
Ai membri del Concilio ecumenico protestante tenutosi il 1845 in Berlino, fu diretta questa circolare:
«Voi foste convocati per renderci l'unità delle dottrine, del culto e della costituzione ecclesiastica. A spiegarci con serena schiettezza, noi non crediamo verun di voi così profondamente sepolto nei secoli andati, che non vegga addirittura esser oggimai di pochissima importanza il secondo punto, considerato come principalissimo all'epoca dell'unione. In materia di unità di culto e liturgia, il cattolicismo produsse quanto v'ha di più grande e più perfetto: alla Chiesa nostra manca ciò che dà al culto il più bello e il più incantevole, l'antichità immemorabile e il carattere tradizionale, doti del solo cattolicismo. Ricevete pur dunque proposizioni e progetti; ma non isprecate un tempo prezioso nell'esaminare codesti mezzi con cui le immaginazioni poetiche vagheggiano un culto protestante omogeneo, e il figurarsi migliaja di templi protestanti, mentre assistono alla liturgia, echeggianti d'una stessa prece e di un canto stesso.
«In quanto alla confessione del domma, senza accordar piena libertà non può l'unità di confessione produrre altro che tirannia e servaggio, o scismi e sètte: sicchè _ogni Comune confesserà ciò che gli talenta_, il pastore predicherà _ciò che a lui piace_, e non s'addosserà altro dovere che di attestare, nel prender possesso dell'impiego, d'essere cristiano, e voler servire alla Chiesa. Nulla più può da lui esigere la Chiesa. Deve dunque il pastore in ogni occasione pronunciare _la fede sua personale_, ma esprimendola in termini biblici, per evitare scandalo. Così i fedeli, come sempre dee accadere, compiranno _a modo loro_ e secondo la personale lor fede, ciò che egli lor dice: ma pure dovranno riguardar la parola di lui come parola di Dio. Che se voi riduceste la formola della fede alle idee di coloro che credono di più, è facile prevedere nascerebbero nuove sètte.
Vi si objetterà forse che in tal guisa voi distruggete la Chiesa e spezzate il vincolo dell'unità. A ciò gli uomini di libertà risponderanno che da lungo tempo _la Chiesa venne meno, nè ha più valore alcuno_. Già da due generazioni, anzi da tre secoli, l'arbitrario irruppe nella Chiesa, e governolla. La Chiesa secondo l'idea sua primitiva, appartiene al cattolicismo, e tutto ciò che nel sistema protestante tende a ritornarvi, non solo rinnega il protestantesimo, ma non giungerà mai ad esser altro che un pallido riverbero dell'unità, che è visibil gloria del cattolicismo. Noi vogliamo solo la Chiesa cristiana e niente più; non vogliamo unità di fede circoscritta ad una misura qualunque; giacchè nel cristianesimo la sola cosa essenziale è di essere cristiano. Cercherete di più? volete una confessione che includa anche solo il minimo dei dommi? Ecco tosto per l'unità divien necessario un potere papale, sia di un uomo o di una scrittura; anzi, se l'intento vi riuscisse occorrerebbero tribunali di fede ecc.».
Non so se più bella apologia potesse scriversi dell'autorità e dell'organamento cattolico.
[566] Carte segrete della polizia austriaca, vol III, pag. 17.
[567] Il signor Nicomede Bianchi, che narra questi fatti colla ispirazione del restante del suo libro, è però costretto confessare che il clero cattolico mostrò sempre la più cristiana tolleranza: che il vescovo Bigex e i suoi successori non adoprarono che la parola per ottenere conversioni, e così i missionarj mandativi da Carlalberto.
I duchi di Savoja non cessarono mai di ribramare Ginevra finchè nel 1754 vennero a trattative, secondo le quali il re di Sardegna, riconoscendone la indipendenza, concedeva per venticinque anni l'esercizio del culto riformato nel tempio di Bossey pei villaggi di Troinex, Bossey e Carouge: e per quattro anni per Chêne: cessava affatto a Valeiry e Neydans, ma gli abitanti aveano libertà di coscienza per quindici anni, entro i quali doveano o migrare o farsi cattolici. Molti allora migrarono: ma nel 1780 il senato, a nome del re, autorizzava i Protestanti a esercitare gli uffizj religiosi ne' villaggi vicini, e ai pastori di venir ad adempierli ne' villaggi appartenenti alla Savoja.
Ciascun de' villaggi poggianti sul Solève fu oggetto di discussione in tre congressi: e di quelli ceduti allora alla Savoja, che conteneano settemila persone, la più parte tornarono ginevrini ne' trattati del 1815, restando cattoliche le popolazioni.
D'una cospirazione per tirare non solo Ginevra ma tutta la Svizzera sotto la monarchia di Savoja, nel 1843 e ne' seguenti anni, è traccia nel BIANCHI, _Storia documentata della diplomazia europea_, vol. IV, pag. 190.
È noto come Ginevra tremasse sempre di tornar cattolica; i giorni delle solennità si chiudeano a chiave le porte: era multato in dieci scudi chiunque incontrasse il vescovo d'Annecy nella visita pastorale. Ora mezza la città è cattolica: il consiglio di Stato dovette cedere ai Cattolici un terreno per 13,000 lire, ove fabbricar un'altra Chiesa cattolica. Nel 1864 celebrandosi il terzo centenario della morte di Calvino, non si riuscì a organizzare una dimostrazione antipapale. Appunto mentre scrivo si radunò a Ginevra un congresso della pace (settembre 1867), e le bestemmie che qualche italiano spettorò contro il papa eccitarono tale indignazione, come offesa alla libertà religiosa e alla creanza civile, che l'adunanza dovette sciogliersi.
[568] Questo è l'assunto del Morel nella _Lettre aux Vaudois_.
[569] _De la libre nomination des pasteurs au sein des églises vaudoises_. Turin 1863.
[570] Tra i Valdesi di Torino nacquero frequenti dissidj; tanto più che quella parrocchia facea gola a molti della congregazione. Singolarmente nel 1861, Amedeo Bert, che n'era pastore, venne perfino escluso dal corpo; e il signor Léon Pylat, accusato che lo osteggiasse per soppiantarlo, disse non l'offendeva il supporre che egli ambisse quel tempio, quella cattedra, quell'uditorio; tanto più che il signor Bert, per poco che avesse il senso della decenza morale, non potrebbe rimanervi più a lungo.
Vedasi la «Protestazione giudiziale» sporta dal Bert da Torre Pellice, il 17 luglio 1861, ove si dice che nel colloquio «i discorsi furono improntati di tale violenza da recare spavento ad alcuni membri stessi del corpo ecclesiastico»; e il decano Monastier rimproverò il Pylat di «essere peggiore le mille volte di un eretico impostore».
Nel 1863-64 l'ospizio de' catecumeni in Pinerolo fu minacciato di soppressione. Accorse con tranquillità serena di anima e forza incontrastabile di argomenti a proteggerlo come doveva, e a rassicurarlo monsignor Renaldi, vescovo di quella città, e commise all'abate Bernardi, suo vicario, di redigere una storia della origine e della condizione di tale benefico istituto, «cui dà vita la carità insieme e la cattolica religione; che accoglie e istruisce, che sostenta il povero perseguitato e disconosciuto, e lo sorregge negli intimi convincimenti della coscienza, e nell'adempire agli impulsi e ai lumi che derivano dalla grazia di Dio: non fa nè mercato nè mistero delle altrui credenze e delle sue libere e benefiche prestazioni, e tiene le sue porte aperte così per coloro che, condottivi da legittimi motivi vi accorrono, come per quelli che bramano uscirne, non opponendo mai alla volontà degli accolti la minima resistenza».
[571] Monsignore Rendu dice che da allora cominciò lo sgomento de' Cattolici, poichè «se non c'è vitalità nell'eresia, v'è però una forza ignorante e brutale, capace di rovesciar coscienze malferme; debole per far eretici, ma capace di far indifferenti, increduli, empj». E perciò egli scrisse _Le commerce des consciences_, ove dice:
«Cette grande entreprise a pour appui les gouvernements protestants, et ceux des gouvernements catholiques qui sont momentanément entre les mains des ennemis de l'Église. Elle a pour appui la Société Biblique, dont le revenu, qui s'élève, dit-on, à 80 milions, est emploié en grande partie à acheter des apostasies. Ainsi dans cette inombrable armée de pervertisseurs, il y a des princes, des ministres, des diplomates, des capitalistes, des magistrats de toutes les catégories. Aussi avez vous entendu les crìs qu'ils poussent quand on vient à toucher même légérement à quelques uns de leurs émissaires. On avait peine à comprendre ce que signifiait l'émeute diplomatique qui se fit en faveur des Madiaï. Aujourd'hui le mystère se laisse pénétrer. Quelques commis-voyageurs de la société étaient compromis, il fallait les sauveur, et pour cela l'Europe s'est mise en mouvement. Jamais l'agitation religieuse n'avait été aussi universelle. Jamais il n'y a eu tant d'acord pour combattre la vraie religion..... Ces tentations de démoralisation seraient sans danger si le ministère sard n'y donnait son appui... Ce ministère semble, en cela, obéir au mot d'ordre qui a été donné à tous les gouvernements, de faire la guerre à l'Église (pag. 9)... Le gouvernement anglais s'est mis au service de la Société Biblique. Personne n'a oublié toutes les sourdes attaques, toutes les menaces du gouvernement anglais contre Naples, contre Rome et contre l'Italie. Pour peu que l'on examine au-dessous de cette action britannique, on y trouve la haine du pape et du catholicisme» (pag. 290).
[572] LEON PYLAT ministro valdese, _Protest. et Evangel. de l'Italie_, p. 4 e 28.
[573] Oltre quella curiosa biografia, vedasi _Des efforts du protestantisme en Europe, et des moyens qu'il emploie pour pervertir les âmes catholiques_, par M. RENDU, _évéque d'Annecy_. Parigi 1855.
Nel 1835 a Ginevra si radunarono 250 ministri protestanti pel terzo loro giubileo, e combinarono i modi di propagare la loro credenza, per mezzo di unioni protestanti; da quell'ora sinodi e ritrovi moltiplicaronsi. Egli scrive che «en 1853, vingt-un catéchistes, colporteurs, journalistes, écrivains de libelles diffamatoires on été lancé sur la Savoie pour y fonder des prédications et tenter des conquêtes à l'hérésie. En Piémont comme en Savoie, le voltairianisme aux prises avec l'Église, a cru devoir appeller l'hérésie à son secours. Après avoir réussi à mettre le pouvoir à sa disposition, il a ouvert des temples aux prédicants, et des routes aux colporteurs de mauvais livres. Il a fondé des journaux pour diffamer tout ce qui est honnête et combattre tout ce qui est vrai. L'Italie entière, la France, la Suisse catholique, les Provinces Rhénanes sont en tout sens parcourues par les émissaires de la grande conspiration religieuse, qui, dans son zèle de prosélytisme, embrasse le monde entier».
[574] Torino 1856. È notevole che gli archivj del Vaticano stettero a Parigi dal 1804 al 1816, accessibili al pubblico. Ebbene, in tutto quel tempo, sole dieci domande si fecero di esaminarli.
[575] Vedasi quel che ne dicemmo nel Discorso VII, tom. I, pag. 145.
[576] Il _Times_, giornale professato nemico della Chiesa nostra, seguì attentamente quel processo, e i fatti dell'accusato, «a' cui passi teneva sempre dietro lo scandalo». Udito il verdetto, scriveva: «Siam di credere che grave ferita siasi inflitta all'amministrazione della giustizia nel nostro paese, e che da qui innanzi i Cattolici avranno ben dritto di dire non esservi giustizia per loro qualvolta siano in causa i sentimenti protestanti de' giurati e de' giudici».
Anche un giornale svizzero evangelico si doleva che «mentre la Chiesa cattolica continuamente accoglie protestanti i più illuminati, e distinti per moralità, la nostra è ridotta a non reclutare che frati lascivi e concubinarj».
[577] Il Leo, professore nell'Università di Halle e autore d'una storia d'Italia, rispondendo ad una lettera del pastore Krummacher di Luisburg, 3 febbrajo 1853, nel giornale _Volksblatt_, così giudica della Società Biblica in Italia. «Mi andate dicendo che il papa ha chiamato la Società Biblica una peste. Sia pure. Ma prima di tutto voi mi permetterete di distinguere tra la scrittura santa e una società privata; e confesserete che in alcune circostanze, per buono che ne sia lo scopo, una società rendesi una vera peste quando i mezzi e il metodo non sieno convenienti. Abbiate la buona fede di esaminare quello che tanti emissarj della Società Biblica fanno nei paesi cattolici mancando affatto di riguardo e di pudore: come per essi tutti i mezzi sono buoni per distribuire la santa scrittura senza il menomo discernimento alle persone che son le meno atte a comprenderla, e le meno preparate per mancanza di soda pietà: come essi si danno ad insegnamenti, che giudicano forse innocentissimi, ma che ingenerano confusione negli spiriti, straziano la moralità, sconvolgono l'autorità sociale e l'ordine ecclesiastico, e non hanno in ultima analisi che un'influenza rivoluzionaria. Considerando il complesso degli intrighi inglesi nell'Italia settentrionale in questi ultimi dieci anni, non posso voler male al papa se, dal suo punto di vista, ha chiamato la Società Biblica una peste; tuttochè sia la meno colpevole nella cospirazione che rese cotanto infelice quel paese, ha però servito di strumento agli autori di quelle miserabili macchinazioni. Di tal moneta l'Inghilterra paga l'Italia per averle un tempo recato la religione cristiana: la paga d'un modo che la rende infinitamente responsabile dinanzi a Dio!... Questo zelo inconsiderato apre nell'Italia una strada al commercio e alla politica dell'Inghilterra, che vi si introduce colla Bibbia alla mano. La Bibbia è la pelle dell'agnello sotto la quale si cela il lupo, e il risultato sarà la selvatichezza religiosa, l'annichilamento di qualunque autorità, fin di quella della verità. Infelice paese, come era bello ne' suoi costumi e nei sentimenti! Quanto gentile era il suo popolo per poco che si scostasse dal punto ove lo straniero avea portato l'immoralità! Quanto dolce, ingenua ed incantevole era, or fa appena tre anni, l'indole di questi uomini! Quante ruine accumulate dappoi! Sì, caro amico, se fossi papa e italiano, io farei lo stesso; alzerei le grida contro questi aberramenti».
[578] Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia, dichiarata da Bonaventura Mazzarella e confutata da Giulio Nazari. Asti 1857.
[579] Appunto nel riferire questi atti, il giornale governativo diceva: «Monsignor Limberti non doveva dimenticare che la gerarchia cattolica non ha autorità veruna nello Stato, per lo che non doveva assumere un linguaggio per ogni rispetto inconvenientissimo, allorchè si dirigeva all'autorità sovrana dello Stato, indipendente da qualunque altra autorità, specialmente da quella che pretende la Curia romana.
«La difesa imprudente del dominio temporale del papa nuoce al clero cattolico e per la parte spirituale e per la parte nazionale. Per la prima nuoce, perchè è repugnante alla religione, alla storia, alla necessità delle cose che il vicario di Cristo debba esser necessariamente principe della terra: nuoce per la seconda, perchè il dominio temporale del papa essendo ridotto una vera piaga d'Italia, un ostacolo alla ricostituzione della sua nazionalità, e diciamolo francamente un ostacolo alla quiete e alla sicurezza degli altri Stati cristiani, mette il chiericato in contraddizione coi suoi doveri verso la patria, e tutto ciò per il funesto spirito di fazione soffiato in questi ultimi anni dall'antica pretensione curialesca, e più ancora dalla rincrudita sètta gesuitica.
«... Il gran nipote del gran Napoleone compirà l'opera, per la quale il pontefice avrà regno senza aver sudditi, cioè vittime; l'Italia avrà la sua nazionalità senza aver una lotta clericale degna del medioevo, e non de' giorni nostri: la religione cattolica riprenderà tutto il suo divino splendore astersa dalle macchie di un regno tirannico e incivile; l'Europa, anzi il mondo tutto avrà pace, perchè dugento milioni di cattolici saranno confermati nella purità evangelica da un sacerdozio che direttamente o indirettamente non corromperà la morale, mischiando al vangelo le pretensioni mondane d'un potere proscritto da Dio e dalla coscienza umana».
[580] FELIX MORAND, _Sermons du père Gavazzi_. Parigi 1861.
Su tutto ciò possono vedersi _Revue Germanique_, _février 1863_.
NEIGEBAUER, _Das Glaubens Bekenntniss der italianischen evangelischen Kirche, nebst einer kurzen Nachricht über die neusten religiösen Bewegungen in Italien_. Magdeburg 1855.
C. NITZSCH, _Die evangelische Bewegung in Italien nach einem mehrjährigen Aufenthalt in Italien geschildert_. Berlino 1863.
Una memoria nel _Magazin für die Literatur des Auslands_ 1863, n. 32, 33.
_Das Evangelium in Italien, ein zeitgeschitlicher Versuch von_ LEOPOLD WITTE. Gota 1861.
[581] _L'autorità della Chiesa, dispute e polemiche con un ministro valdese, per_ MELCHIORRE GALEOTTI.
TURANO, _Il Cattolicismo esposto ai Valdesi_. — Poi _Risposta al signor Giorgio Appia valdese, in occasione del suo opuscolo Roma e la Scrittura_. Inoltre il De Giovanni confutò il libro di P. Leorati _Che cosa è la messa_; Petronio Grima scrisse _Sulla Confessione_, monsignor Celesia vescovo di Patti una pastorale: Giuseppe De Castro, _L'Apostasia in vendita e la fede in cattedra ecc._
[582] «Vadano altrove, che qui nella terra dei Cattolici, nel santuario della Sicilia, ove aura nemica non è riuscita giammai ad avvelenare i semi e i fiori della fede apostolica, non fa presa qualunque reiterato impegno di pervertirla. Qui si provò di penetrare la seduzione pelagiana, e fu respinta; si provò la miscredenza ariana, e fu disdegnosamente rimossa; non trasandò Porfirio di rapirci dal cuore i misteri colle reti ingegnose e fantastiche della speculazione alessandrina, e non incontrò sorte migliore dei primi; si provarono gl'Iconoclasti di combattere e smorzare anche in noi quei fervori che fecero la prima gloria nazionale d'Italia, nelle memorande lotte sostenute con quei feroci sterminatori delle sacre immagini, che resero agevole ai Musulmani la preda di tante cristiane provincie: si provarono i Musulmani, per lunga stagione di servitù ed obbrobrio, a spegnere la nostra fede; ma invano. Voi sapete la gloria degli antenati; sapete i lieti rinnovamenti della virtù antica al venire dei prodi Normanni; e come per essi rialzata la fede, combattuta ma non vinta, si aperse un'epoca di nuovi prodigj, che sono eternati nelle memorie dell'isola, parlanti ancora col sacro linguaggio delle arti consacrate nello splendore delle nostre basiliche; e più che saperlo, sentite di essere la posterità di quella stirpe di generosi e magnanimi, che lasciarono i monumenti dei loro trionfi nel sacro recinto dei luoghi dedicati alla religiosa e civile pietà».
[583] Dicemmo molto anteriori quelle di Torino e Genova. Testè ne fu fabbricata una ne' quartieri nuovi di Milano.
[584] _Eglise évangélique vaudoise. Synode de 1867, publié par ordre du Synode_. Pignerol 1867. Secondo il regolamento allora stabilito, un evangelista dee avere L. 3500, o 2500 se è in luogo poco importante: un aggiunto L. 150 al mese: L. 125 un ajutante o un istitutore; L. 80 un colportore.
[585] Nessun atto d'accusa potrebb'essere più forte che l'apologetica narrazione fattane nell'_Eco della verità_ di Firenze, 31 marzo.
[586] Il Pylat, ministro a Nizza, dice che «gli Italiani sono o increduli, o scettici, o indifferenti, o superstiziosi: son quel che volete, fuorchè cristiani secondo il vangelo. Non conoscono nè possedono la parola di Dio: ignorano le grandi verità del vangelo.» _Prot. et Evang. de l'Italie_, § 2 e 9.
E del Gavazzi scrive che «non sa se non divertire un branco di scimuniti, ostentando la camicia rossa e gesticolando come un istrione», p. 14.
Un giornale mazziniano di Genova scriveva: «Noi non crediamo di aver molto a consolarci del fatto del proselitismo protestante per le sue conseguenze politiche, stante le dottrine che sono inculcate; molto meno per gli effetti religiosi. L'Italia nostra non è destinata a rifare il cammino che da tre secoli percorrono la Svizzera, la Germania e l'Olanda... Il volgersi delle opinioni alle dottrine de' Protestanti sarebbe in Italia una sventura e un regresso». _Italia e Popolo_, febbrajo 1854.
[587] Chi ha pratica con Hegel sa che dimostra come -8 + 3 = 11; che +y - y = y; che -a × a = +a^2. Vedi la _Grande Logica_, tom. IV, p. 52. Egli stesso dagli infinitesimi induce l'identità dell'essere col non essere. L'infinitesimo (argomenta) è la quantità presa nell'istante in cui, cessando d'esser niente, non è ancora qualcosa. Se cessa d'esser niente, è dunque qualcosa: non essendo ancora qualcosa è niente: dunque è al tempo medesimo qualcosa e niente: sicchè sono identici qualcosa e niente.
[588] Gli uffizj della filosofia sono ben designati da Pio IX nella bolla dell'11 dicembre 1862 all'arcivescovo di Monaco.
«Se i cultori della filosofia si limitassero a difendere i veri principj e i veri diritti della ragione e della loro scienza, non meriterebbero che elogi. La vera e sana filosofia ha un posto elevatissimo. Spetta ad essa il far una ricerca diligente della verità, coltivare con cura e certezza e rischiarar la ragione umana, la quale, sebbene offuscata dalla colpa originale, non fu però distrutta; concepire, ben comprendere, metter in luce quel ch'è oggetto della conoscenza di essa ragione, e una folla di verità; dimostrar quelle molte che anche la fede propone alla nostra credenza, come l'esistenza di Dio, la sua natura, gli attributi suoi, e far tale dimostrazione con argomenti dedotti dai proprj suoi principj; giustificar tali verità, difenderle, e così preparar la via ad un'adesione più dritta nella fede a questi dogmi, e anche a quelli più reconditi, che sola la fede potè comprendere; di modo che siano in certo modo compresi dalla ragione. Questo dee fare la bellissima ed austera scienza della vera filosofia».
[589] L'evangelo di san Giovanni è quello ove la divinità di Cristo è più chiaramente affermata: perciò i critici s'affissero maggiormente a impugnarlo come differente dai tre sinoptici. Fin dal principio del II secolo lo troviamo impugnato dagli Alogoi, oscuri eretici dell'Asia minore, accennati da Epifanio. Nelle controversie fra i Gnostici e i Cristiani giudaizzanti lo troviamo citato. Eracleone, alquanto dopo, ne faceva un commento, del quale un frammento è addotto da Origene. Taziano, discepolo di san Giustino, lo comprendeva nell'_Armonia de' quattro Evangeli_. Sant'Ireneo, Clemente alessandrino, Eusebio di Cesarea vi alludono spesso. Era dunque conosciuto fin dai primi tempi: e soltanto dopo dodici secoli un certo Evanson inglese, nella _Discordanza dei Vangeli_, prese a dubitarne. Nata la critica audace de' Tedeschi, Herder e più Bretschneider nel 1822 suscitarono dubbj, estesi poi da De Wette e Schwegler, e più da Ferdinando Cristiano Baur (1844), che coll'_Esame critico de' Vangeli canonici_ iniziò tutte le temerità della scuola di Tubinga. Ma Tholuck, Neander, Lücke, Hengstenberg, Bleek, Maurice, Ewald, Döllinger ed altri hanno ristabilito la perfetta integrità del quarto evangelo e la sua conformità coi sinoptici.
[590] _Atti della Camera del 1867_, p. 1348. Anche nel luglio 1867 eccitava a «cominciare la guerra interna contro il pontefice... distruggendo per sempre la teocrazia italiana». _Atti della Camera_, pag. 1346. Son notevoli le sue parole nella tornata del 29 novembre 1862 sul «bisticcio, sull'epigramma di _libera Chiesa in libero Stato_, appena degno d'alimentare il giornalismo. Qual diritto avete voi (chiede) con un essere da voi stessi riconosciuto sovrumano, di dirgli che deve abbandonarvi città da lui occupate sin dai tempi di Carlomagno?... Se gli date la libertà gli date il regno. Per la Chiesa la libertà consiste nel rimanersi in casa propria senza censure, senza darvi alcun conto di sè». E in fatto nel 1867 si oppose allo scioglier la Chiesa dalle servilità del _placet_, dell'_exequatur_ ecc., e volle mantenere le barriere regie fra il popolo e i ministri del suo culto.
[591] _Studj filosofici e religiosi sul sentimento._
[592] _La filosofia delle scuole italiane._
[593] _Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi, in domo Domini ibimus._ Ps.
[594] _La religione del secolo XIX_, 1853.
[595] _Il Saggiatore_ del 24 novembre 1865, e _Studj filosofici e religiosi_.
Nella sua _Religione del secolo XIX_, vol. II, p. 266, così giudica i preti che s'intitolano liberali: «La bontà del prete in che consiste? Nell'ossequio e nell'adempimento delle leggi della sua Chiesa e nello zelo ardente e costante che mette, conforme al proprio grado, a propagare la sua fede, inculcare i suoi precetti, mantenere i suoi diritti, il suo culto, la sua gerarchia, la sua disciplina.... Un sacerdote non può essere liberale se non a patto di essere un cattivo prete... Uno strano abuso di parole commettono i patrioti a chiamare preti buoni i ribelli alla Chiesa, e preti cattivi i fedeli alla loro professione. Il linguaggio di quasi tutta la stampa liberale pecca di una simile immoralità. Contro di chi sono rivolte le sue quotidiane invettive? Contro quei vescovi, parrochi, preti e frati, che, consapevoli del giuramento prestato alla Chiesa nella loro ordinazione, spendono la vita ad osservare e far osservare in tutto il suo vigore quella legge ch'essi tengono dettata dalla bocca stessa di Dio. Ed all'opposto a chi sono profusi i loro elogi cotidianamente? A quegli altri ecclesiastici, che, fastiditi del loro stato e degli obblighi con esso contratti, rinnegano con le parole e con le azioni il loro abito, disdegnano il loro ministero, e si ribellano dai loro superiori. Non vi ha qui un giudizio sommamente ingiusto? Come ecclesiastici non sono anzi i primi che meriterebbero lode e biasimo i secondi? Il clero è una milizia che ha necessariamente la sua disciplina particolare: chiunque fa parte di quella, si assoggetta volontariamente a questa. Rimaner sotto le bandiere e calpestare i regolamenti è un procedere che, chi rispetta, non dico la legge morale ma il senso comune, non approverà giammai per riguardo a nessun corpo regolare. Quando poi, non pago dello scandalo e del disordine della sua insubordinazione, un soldato se l'intenda col nemico e parteggi per lui, in tutte le lingue del mondo il fatto suo si chiama un _tradimento_. E nella milizia ecclesiastica non deve forse valere lo stesso principio e lo stesso criterio? Ma i panegiristi dei preti liberali e i vituperatori dei preti reazionarj rovesciano di pianta e l'uno e l'altro, imputando agli uni l'indisciplina a merito e il tradimento a gloria, ed agli altri la subordinazione a colpa e la fedeltà a delitto...».
[596] _Evolution des fonctions cérébrales_, p. 44. Aprendo come rettore l'Università di Vienna quest'anno, il più celebro medico di colà, il signor Hyrtl proferiva un discorso che ebbe gran diffusione in tutta la Germania, come avviene di ciò ch'è appropriato al tempo, o manifesta sentimenti, che vivono nella maggior parte, ma che non osano palesarsi per paura di quei venti o trenta gridatori, i quali da sè s'intitolano opinion pubblica. Tolse egli dunque a combattere la predicata scuola dei filosofi e fisiologi che non riconoscono nulla in fuor della materia, che non ricevono se non ciò ch'è dato dai sensi, che nell'uomo non vedono se non una scimmia alquanto migliorata. La presente condizione della scienza, egli asserisce, non dà verun fondamento a tali teoriche; non le giustifica quanto or si sa della struttura del cervello, delle fibre nervose, de' gangli. «L'ente supremo che in luminosi caratteri scrisse da per tutto la sua volontà, avrebbe egli potuto deporre ne' nostri cuori questo anelito all'infinito, se non dovesse mai venir soddisfatto? La scienza qui cessa dalle sue investigazioni, e l'indagatore più ardito rimane assiderato; riprende i suoi diritti la fede; quella fede che la scienza non può nè repudiare nè provare, ma può dimostrare che il contrario non ha verun fondamento nella natura delle cose. Ove questo lume divino si estingua in noi, il suicidio dell'anima nostra non lascia più di quest'orgoglioso signore del mondo se non un po' di concime saturo di azoto pel campo ove la sua spoglia sarà sotterrata... Ma tutto ci pruova che un pensiero ultimo, un pensiero astratto sorvola ai sensi; e questo pensiero conduce all'idea di Dio e all'anima divina che ne emana. La verità, la necessità sua stanno nella lunga catena di conclusioni, in cui il materialista ravvolge i suoi principj. Nè l'osservazione, nè l'esperienza ci insegnarono, sopra la natura delle cose, nulla di più di quel che sapesse l'antichità; e quel metodo esatto delle scienze naturali, che giustamente si loda, non portò il minimo appoggio alla tesi materialista; essa rimane nè più nè meno di quel che era, un'opinione fondata su principj arbitrarj, e non una _conoscenza derivata da principj certi_, come il grande oratore romano definiva la scienza. Le deduzioni sue non posano sulla chiarezza e sulla forza inespugnabile delle argomentazioni, bensì sull'audacia di coloro che la propagano, e sulla pendenza universale dell'età nostra che favorisce quella propaganda. Il materialismo non riportò mai una vittoria durevole; non la riporterà neppure nel secol nostro».
[597] «Il disdegno è delicata e religiosa voluttà... è una elevazione d'anima che s'ottiene mediante l'abito del disprezzo». RENAN, _Essais_, p. 188.
[598] «La storia non conta ancor quarant'anni di vita». RENAN, _Essais_, p. 106.
[599] Narvay, francamente ateo, accusa Renan di cappuccineria. Tanto avea ragione quel che dicea che si è sempre gesuiti per qualcuno.
[600] Qui sopra a PAG. 394. Io autore ebbi altre volte a pubblicare come non appartenessi mai a queste società, ma avessi occasione di conoscerle; un giorno forse si vedrà in ciò la spiegazione di fatti, che neppur la universale disattenzione odierna potè trascurare. Maneggiandosi caldamente nel 1833 una sollevazione della Lombardia, e quei cospiratori, meglio avvisati che non altri di poi, pensando predisporre un organamento da surrogare a quel che distruggevasi, ne vollero consigli dall'illustre giureconsulto Romagnosi. Egli, che già aveva subito un processo e carcere nel 1821, temette di vedervisi esposto in quella sua tarda età, e dichiarò non avrebbe trattato colla società se non per mezzo del Cantù. Questi dunque dovette esser informato di quel solo che importava all'ordinamento; poi quando i cospiratori si volsero in fuga, lasciarono a lui la scarsissima cassa: gli imprigionati non tacquero, e ne venne al Cantù processo e prigionia.
[601] _Iniziativa rivoluzionaria de' popoli._
[602] _Proclama agli Italiani_, 1853.
[603] _Prose politiche_, pag, 221.
[604] _Prefazione a uno scritto di Didier._
[605] _Prose politiche_, pag. 32.
[606] _Prose politiche_, pag. 39.
[607] _Italia del popolo_, 1849.
[608] _Manifesto del comitato nazionale._ Londra 1851.
[609] _Prose politiche_, pag. 43.
[610] Che i Framassoni a Roma nelle loro adunanze celebrassero una messa s'un altare illuminato da sei candele nere, e dove ciascun membro dovea portare una particola consacrata, e quivi depostele in una pisside, erano colpite dai pugnali de' fratelli, potè credersi una delle baje consuete contro chi vuolsi infamare: ma pur testè fu asserito che altrettanto pratichino alcune loggie di Parigi, di Lione, di Aix, d'Avignone, di Châlons, di Marsiglia. Vedi monsignor di SEGUR, _I Framassoni, cosa sono, e cosa fanno, cosa vogliono essere_. Parigi 1867.
[611] Un giornale che deve intendersene, _le Temps_, nell'agosto 1866 scriveva: _Quelqu'un qui voit de haut, me disait: En Italie, le vieux lévier maçonnique mène plus de choses qu'ailleurs. Il a fait et imposè des ministres; il en fera et en imposera d'autres_. E Massimo d'Azeglio scriveva al signor Rendu: «In Italia tutte le posizioni sono prese sotto l'influenza delle sètte».
[612] Proudhon, che è il rivoluzionario più ardito dell'età nostra, il più accannito demolitore della Chiesa cattolica, la crede tutt'altro che vicina a perire. «Le minacce di scisma e di protestantismo, che di tempo in tempo si fanno contro il papato, sono sogni stravaganti che dimostrano solo il disordine degli spiriti. Lo scisma, ove pure si volesse attuare sul serio, vale a dire ove avesse per reale movente il sentimento religioso, l'idea cristiana, sarebbe il trionfo del papato, mostrando com'è salda ancora la pietra, su cui è stata edificata la Chiesa. Il protestantismo poi è morto; e oggi sol Tedeschi paraboloni osano ancora dirsi cristiani mentre negano l'autorità della Chiesa e la divinità di Gesù Cristo. Si va strombazzando che coloro i quali riveriscono il papa nello spirituale, voglionsi considerare quali ipocriti; che l'idea che rappresenta il papa è cosa vecchia, e da sacrificare col resto. A maraviglia; ma è giocoforza che a sì fatta idea ne venga surrogata un'altra; e per tale scopo si richiede altro che la _professione di fede del Vicario Savojardo_. Quale compenso hanno dato i trentatrè anni di guerra contro i Gesuiti? Quale vantaggio si può attendere oggi dagli attacchi avventati ed insignificanti della stampa libera contro il papato? Nessuno; il cattolicismo, per confessione degli avversarj stessi del papato, starà sempre come l'unico rifugio della morale, il faro unico delle coscienze. Per l'immensa maggioranza de' fedeli la religione è ancora il propugnacolo delle coscienze, il fondamento della morale... Quando io affermo, che qualora il deismo e il dottrinarismo, arrivassero a scuotere la santa sede, non farebbero altro che dare maggior vigore alla Chiesa o al cattolicismo, non ragiono come partigiano del papato, sì bene come _libero pensatore_. In queste materie innanzi tratto voglionsi considerare i fatti. Ora i fatti dimostrano che la religione ha profonde e vaste radici nell'anime de' popoli: che dove, sotto un'influenza qualunque, essa viene a rallentarsi, sottentrano le superstizioni e le sètte mistiche d'ogni forma; che la trasformazione di questo stato religioso delle anime in uno stato puramente giuridico, morale, estetico e filosofico, che dia piena soddisfazione alle coscienze e alle aspirazioni dell'ideale, non è compiuta in nessun luogo; che in tal guisa i popoli sono costretti di vivere in presenza di religioni autorizzate come in mezzo a sètte indipendenti antagoniste; che in questo stato di cose, ogni attacco alle religioni e specialmente alla cattolica, avrebbe il carattere di persecuzione: che in fine, sebbene si giugnesse a spodestare il papato, non si potrà mai distruggerlo; anzi, più si moltiplicheranno gli attacchi, più trionferà. Tali fatti sono spiacenti al razionalismo, anche irritanti, ma pure sono incontrastabili, ned è possibile attenuarli. No, una religione, una Chiesa, un sacerdozio non si può distruggere con persecuzioni e con diatribe. Nel 1793 noi ci provammo ad abolire il cattolicismo colla persecuzione e colla ghigliottina. Il turbine rivoluzionario, che volea purgare il clero, non riuscì che a dare alla Chiesa maggior forza, nè mai si vide tanto fiorente quanto sotto il consolato. Trent'anni prima, Voltaire aveva intrapreso di renderla _infame_: ma Voltaire istesso e la sua scuola furon dichiarati _libertini_. Atteso il costoro libertinaggio, la Chiesa afferrò lo stendardo della morale, e da quell'ora niuno potè ritorglierlo. Nel 1848 tutti le rendevano omaggio e le stendevano la mano». _L'unité et la fédération en Italie._
[613] _Auteur, œuvre et action en même temps, le G. A. D. U. englobe tout: rien n'a été, rien n'est, rien ne peut étre déhors de lui... Ce tout qui nous renferme, et que nous appellons la nature, l'univers, c'est l'infini: l'être infini complexe et un, que l'ordre maçonnique, adaptant son langage à la fiction simbolique, vénère sous le nom de G. A. D. U._ — FRAPOLLI, _La framaçonnerie reformée_, Turin 1864. Oltre i già citati a pag. 418, vedasi _Storia e dottrina della framassoneria scritte da un framassone che non lo è più_, Vienna 1862, 3ª edizione italiana. Reghellini di Schio, oltre un _Esame del mosaismo e del cristianesimo_, ha la _Maçonnerie considerée comme resultat des religions egyptienne, juive et chrétienne_; e _L'esprit du dogme de la Franche maçonnerie, recherches sur son origine et celle de ses differents rites, compris celui du carbonarisme_, 1836 e 39. GYR, _La maçonnerie en elle même_. Liegi 1859. Il sacerdote Luigi Parascandalo pubblica ora a Napoli _La framassoneria figlia ed erede dell'antico manicheismo_. Ciò darebbe nuova ragione a noi di ragionarne fra le eresie.
In alcune storie moderne della framassoneria trovo data molta importanza a Lelio Soccino, come se nel 1546 a Vicenza avesse formato una cospirazione contro il cattolicismo coll'Ochino. La società fu dispersa per le persecuzioni, e si venne al nucleo degli Illuminati. L'Ochino vi giovò assai, talchè l'illuminismo sarebbe nato in Italia.
[614] DE CASTRO, _Il mondo secreto_. Son tutte frasi della breve prefazione (pag. 31, 33, 42, 24), ov'egli abilmente condensò le teoriche di molti lavori in proposito. Cristo per lui non è che un programma massonico, adottato dalla massoneria italiana, e dalla madre loggia Dante Alighieri.
[615] _Annali dello Spiritismo in Italia_, pag. 471, e vedi GALEOTTI, _La fede cattolica e lo spiritismo: L'odierno spiritismo smascherato_.
[616] Vedi il giornale _La Salute_, 30 luglio 1867.
[617] _Annali 1864_, pag. 308.
[618] Spesso le gazzette annunziano le acclamazioni fattegli come a vero Messia, a Cristo, a Dio. Si stampò una _Dottrina Garibaldina, catechismo da farsi ai giovinetti dai 15 ai 25 anni_, che parodia il nostro.
«Fatevi il segno della croce. — In nome del padre della patria, del figlio del popolo, dello spirito di libertà, così sia.
«Chi vi ha creato soldato? — Garibaldi.
«A qual fine? — Per onorar l'Italia, amarla e servirla.
«Come compensa Garibaldi quei che amano e servono l'Italia? — Colla vittoria».
Fin qui non è che scherzo: dopo comincia l'empietà sulle tre persone che sono in Garibaldi, sulla seconda che si fece uomo per salvar l'Italia ecc. Poi vengono i comandamenti: Non ammazzare se non quei che s'armano contro l'Italia: Non fornicare che a detrimento dei nemici d'Italia: Non rubare che l'obolo di san Pietro ecc.».
[619] Più volte un giornale de' più devoti alla nostra rivoluzione, quello dei _Débats_, dovè dire: _Que penser d'une ville, où un journal ose imprimer de pareilles lignes?_
[620] Tra le persecuzioni fanciullesche è questa. Accorreasi, nel giugno 1867, da ogni parte del mondo a Roma, a celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro. Tutta Italia era invasa dal cholera: Roma quasi immune. Un deputato denunziò in parlamento la sanità pubblica esser minacciata da questo concorso a Roma: e si stabilì che quei che ne tornavano venissero sottoposti a suffumigi e disinfettazioni. Si faceano quasi solo a preti: e un sindaco del Veneto tenne in quarantena il vescovo reduce. Aggiungete l'asserir continuamente che il papa è moribondo: che arresta e condanna ecc. Ire che si manifestano con tali mezzi, come qualificarle?
[621] Il ministro del culto nel 1861 disse che «il tempio del Signore fu convertito in conventicola di macchinamenti contro l'ordine pubblico». Scoppiata la rivoluzione di Palermo del 1866, fu imputato di essa l'arcivescovo, pio ottagenario, e non si pubblicò nella gazzetta ufficiale la sua nobilissima protesta. Di quel fatto si preso occasione per disperdere tutte le corporazioni religiose di Sicilia, e proibire che si porti l'abito monastico. Così avendo l'incendio distrutto preziosi capi d'arte in San Giovanni e Paolo a Venezia, dell'accidente s'accusarono i Protestanti, che hanno una cappella attigua; mentre d'altra parte se ne imputava la negligenza de' Cattolici, e si propose di levar tutti i quadri dalle chiese per unirli in una galleria.
[622] È un fatto abbastanza notevole che, nel 1867, bucinandosi che la famosa casa Rothschild faceva un grosso prestito al regno d'Italia, ipotecandolo sui beni ecclesiastici che allora appunto si confiscavano, l'altro ebreo e rinomatissimo banchiere Mirés scrisse una lettera pubblica per dissuaderne il barone, capo di quella casa. Oltre accennare ai modi generosi con cui i papi hanno sempre trattato gli Ebrei, proteggendoli nel medioevo quando erano dapertutto respinti e perseguitati, poi aprendo con Pio IX le porte del ghetto in Roma, mostrava come, col metter la mano sui beni ecclesiastici senza consenso del pontefice, attirerebbe alla sua nazione l'odio di tutti i Cattolici, e ridesterebbe così quelle antipatie, che hanno causato sì lunghe molestie alla nazione ebrea.
Di rimpatto in quell'occasione avendo un deputato riflesso che, come rapivansi alla congregazione cattolica le sue proprietà, avesse a farsi lo stesso colle israelitiche e le valdesi, parve indegno l'accomunare ad altri un'intolleranza, che si dee gravar solo sulla religione di tutta la nazione. Perocchè nel tempo stesso domandavasi che «le concessioni fatte alla Chiesa cattolica si estendessero contemporaneamente non solo a tutti i culti e a tutte le credenze, ma a tutti i privati cittadini» (_Atti_, pag. 1287). Anche il protestante Guizot vedeva che «la libertà religiosa è in Italia nel più grande scompiglio; poichè, mentre è accordata al protestantesimo, è negata ai Cattolici. Il nuovo Governo d'Italia violentemente attacca la libertà della Chiesa cattolica non solo ne' suoi rapporti con lo Stato, ma anche nel suo organismo proprio e interno: le nuove sètte divengono libere, e la libertà della Chiesa vi è conculcata». _L'Eglise et la société chrétienne_, ch. 18.
[623] «Il vero Dio è molto diverso dal Dio teologico. È un Dio, il quale non fa dipendere la salvezza delle anime umane dall'affermazione di certi dogmi, ma dal puro amore della verità, congiunta alla pratica della giustizia e della beneficenza. È un Dio, del quale non tanto importa accertare l'esistenza, quanto avere un giusto concetto della sua natura, conciossiachè egli si compiaccia tanto in chi afferma, quanto in chi nega la sua esistenza, quando l'uno e l'altro sia convinto di rendere con ciò omaggio alla verità». Lettera al padre Passaglia, nel _Mediatore_ 31 gennajo 1863.
[624] A Parigi un tal Leballeur-Villiers, leggendo un cartello dove il Berezowski, che tentò uccidere il czar nel 1867, era qualificato d'assassino, disse: «No, è piuttosto un giustiziere». Tanto bastò perchè il tribunale lo condannasse.
[625] _Le monde, sans revenir à la crédulité, et tout en persistant dans sa voie de philosophie positive, retrouvera-t-il la joie, l'ardeur, l'espérance, les longues pensées?_ RENAN.
DISCORSO LVII.
LE DIFESE.
Parve che, col suffragio universale in politica, s'introducesse anche la competenza universale in fatto di dottrine e pratiche sacre; la parola scienza si contrappose a qualunque insegnamento dogmatico o religioso; nè tra l'atomo primitivo e l'essere pensante e libero si volle mettere altro che la forza, operante per secoli che non cominciarono e non finiranno. Guerra dunque a questa parentela delle anime che è la religione: guerra dai Regalisti, che confondendo lo Stato colla società, a quello sottomettono la Chiesa, altro non vedendo che individui rimpetto ad esso, e creando il cesarismo democratico che accentra tutto nel Governo, fin le coscienze, e titolo di libertà politica ricusano ad ogni libertà morale e indipendenza individuale; guerra dagli Unionisti che in una stessa chiesa, non ostante la diversità del simbolo, vorrebbero ridurre anglicani, ruteni, romani, accusando d'angustia il cattolicismo che respinge l'amplesso della verità coll'errore[626]; guerra dagli Unitarj, che proclamano la morale del cristianesimo, ma senza dogmi; guerra dai Latitudinarj che accettano del cristianesimo quel che residua dopo eliminate le differenze tra cattolici e protestanti; guerra dagli Umanitarj che sola religione riconoscono la natura; guerra dai Razionalisti, che, nei culti stabiliti, non vedono l'espression della fede, e solo alla scienza libera e indipendente, al pensiero filosofico domandano il secreto degli umani destini, la regola delle credenze e delle azioni, alla ragione sola attribuiscono tutti i progressi dell'umanità, compreso il cristianesimo, che fu un prodotto, tra filosofico e popolare, del genio e del cuore dell'uomo. Separata la ragione dalla fede, la separano anche dalla morale arrivando alla negazione del dovere; e al cristianesimo di canoni positivi e di sanzione sopranaturale surrogano massime d'elastica argomentazione, o affermazioni panteistiche, o negazioni materialistiche e scettica fluttuazione.
Con questa opposizione, sociale, religiosa, civile, principesca, alla distruzione di tutto l'ordine storico e morale faticano e applaudono persone che mai non conobbero i grandi lavori dell'apologetica cristiana, non apersero mai un'esposizione scientifica dei dogmi: sentirono un dubbio, uno scherno; lo trovarono conforme all'istinto proprio e all'indole del tempo, e se ne munirono contro la fede, a cui gli aveva educati la madre.
La qual fede porta che la ragione non abbia bastante lume, nè la volontà forza bastante per conoscere o raggiungere il fine, al quale l'indirizzo e l'assistenza non può darsi che dall'alto: sicchè tolto il Cristo, che rialzò l'umanità caduta, il Cristo che amò gli uomini sino a morir per essi, rimane soppressa la carità, e reciso alla radice l'albero dell'odierna civiltà. Perocchè l'anima non si lascia decomporre nelle sue facoltà come la statua di Condillac; e se ha la ragione, ha pure il sentimento e l'immaginazione; vuol conoscere, ma anche amare.
Contro di questi varj nemici ebbe a combattere la Chiesa, e in prima nell'ordine pratico colle antiche sue istituzioni e con nuove. Alla Congregazione di propaganda si crebbe attività. Gregorio XVI dal 1831 al 45 creò centonovantacinque vescovadi, e trentasei vicariati apostolici; ripristinò la sede vescovile d'Algeri; affidò agli Oblati di Pinerolo la missione di Ava, e del Pegù; istituì il vicariato dell'Africa centrale; dai selvaggi dell'Oceania ebbe lettere affettuose e doni singolari; favorì l'opera pia a tal uopo istituita a Lione, e morendo lasciò scudi diciasette mila alla Congregazione di Propaganda, e i suoi libri al Collegio Urbano che aveva affidato ai Gesuiti. Ventidue nuovi vicariati istituì Pio IX, massime nella Cina e Cocincina, e nel Bengala e in altre parti dell'India e dell'Africa: ristabilì la gerarchia in Inghilterra; la rinnovò in Olanda; la rintegrò nella Spagna riconciliata.
La Propaganda nel 1860 contava settantun vicarj apostolici, nove prefetti apostolici, tremila ducensessantasette missioni, con sei milioni seicento sessantaduemila e ottantaquattro fedeli; ed oggi annovera centuno vicariati e cenventisette prefetture. In appoggio di questa immortal gloria e gioja del pontificato, moltissimi collegi di Roma educano i Germanici, gli Ungaresi, i Greci, i Ruteni, gl'Irlandesi, i Belgi ecc., oltre quelli di varie congregazioni religiose, massime di Gesuiti, di Redentoristi, di Lazaristi. Il collegio Urbano, ubertoso semenzajo di missionarj, fu coadjuvato dalle pie società delle missioni (1854), dal collegio ecclesiastico Pio inglese (1852), dal Seminario francese (1853), dall'Americano (1858), e da altri fondati a Parigi, a Lione, in Irlanda, a Genova, a Milano, a Torino; i cui alunni accorrono dovunque i trattati schiudono un nuovo paese, spesso li prevengono; onde dalle Montagne Rocciose fino al Gange, dalla Cina al capo di Buona Speranza apronsi chiese, si consacrano sacerdoti, e le mazze colle quali i selvaggi spaccavano la testa de' nemici si convertono in croci, nel cui segno tutti divengono fratelli.
Così, oltre essere cattolica per l'imperturbabile stabilità de' suoi dogmi, come quando restringeasi fra dodici nel cenacolo di Gerusalemme, la Chiesa si rifà delle molte jatture con tante conversioni, le quali sono specialmente notevoli in Inghilterra[627].
Le istituzioni pie e caritatevoli, ricchezza delle età precedenti, che tanto aveano deteriorato nella rivoluzione, si diede opera a restaurarle, meglio conformandole all'indole del secolo. Gli Ordini religiosi, che dapertutto erano stati spenti, vennero ridesti almeno in parte, e fra essi, «annuendo alle pressanti suppliche di vescovi e di personaggi altissimi», anche quello dei Gesuiti, carico dei meriti e delle maledizioni di tre secoli. Coi Gesuiti furono confusi i Liguoriani da coloro che di quel marchio infamano chi mostra dottrina e zelo più dell'ordinario. Fra' nuovi Ordini introdotti rammenteremo gli Oblati della Beata Vergine senza speciali voti; i sacerdoti della Carità dell'abate Rosmini, diretti a perfezionare il sacerdozio: e le Figlie della Carità, istituite in Francia sotto la direzione di san Vincenzo di Paolo, ed ora moltiplicate in Italia e in molte guise imitate, principalmente da Maria Maddalena di Canossa veronese nell'intento di servir ai poveri e perfezionarsi nell'amor di Dio e del prossimo, ed esser sorelle di quei che non hanno sorelle.
Nuove opere di carità si propagarono; come a Milano la _Pia unione_, benedetta dal popolo e beffeggiata dai gaudenti col titolo di _Società del biscottino_ per le chicche onde ricreava i poveri malati dell'ospedale, mentre ai sani compartiva sussidj, lavoro, educazione, ricreazioni, rifugi di pericolanti e pericolate; a Firenze il ricovero delle traviate aperto dalla Frescobaldi Capponi; a Imola l'unione di San Lorenzo; a Bologna la pia opera de' vergognosi; a Modena lo stabilimento di sant'Orsola per l'educazione di fanciulli poveri; ad Ancona, a Cremona, a Napoli, a Torino, a Venezia, a Brescia, a Bergamo, a Novara, larghe e molteplici beneficenze del Baroni, del Manini, della Ciceri, della contessa Barolo, del Massa, del Cottolengo, dei Cavanis, dei conti Passi, della Rosa Govona, della contessa Bellini. L'Olivieri, e il padre Lodovico da Casoria riscattavano bambini mori; il Botta e il Moriondi somaschi prendeano cura di fanciulli discoli; l'Assarotti e il Fabriani dei sordomuti, speciale attenzione delle Suore della carità.
Non so se agli eretici possa darsi miglior confutazione che la santità di queste opere, che sono derise dai fortunati, e dagli statolatri attraversate nell'esercizio del bene e nella libertà del sagrifizio.
In quest'ordine pratico non mancarono eccessi ed illusioni. Nel disastro di tutte le credenze v'è sempre anime amorose e passionate, che si vendicano dell'ateismo e dello scetticismo non solo col ristabilir la fede religiosa, ma inabissandosi in Dio col misticismo, che, quando invade, più non conosce freno, repudia l'autorità, tramuta la tradizione in simboli, e tutto assorbe nell'oggetto del suo amore. Di sue aberrazioni s'ha un testimonio nella _Vera idea dei così detti millennarj cattolici_, lettera d'un prete cittadino (Luigi Giudici) ad un parroco campestre (Lugano 1816), seguìta da un'_Esposizione e dilucidazione_; poi dal _Nodo della quistione del giorno_, e dalla _Risposta ad alcuni dubbj_; sempre in lettere, di cui l'ottava è _Vera idea dell'errore millennario_: e la sesta, _Giudizio sull'opera del padre Giuseppe M. Pujati toccante il sistema millennario cattolico lambertiano_.
Anche Agnese Maria Firrao, monaca di Santa Chiara a Roma e istitutrice d'una riforma del terz'ordine, acquistò reputazione di santità, ebbe estasi, rivelazioni, poi convinta di frode si ritirò a penitenza.
Francesco Antonio Grignaschi, parroco di Cimamulera in Valdossola, nel maggio 1843 pretendeva aver saputo in confessione esistere una setta adoratrice del diavolo, ne' cui ritrovi compivansi inaudite nefandità, usavansi le cose sacre ad atti impudichi, trafiggeasi con pugnali l'ostia consacrata; costoro aver tramato di uccidere Carlalberto mentre in Alessandria assisteva alla coronazione dell'immagine di Maria. Corse egli per rivelarlo al re, e nol trovò; al vescovo di Novara, e nol trovò; onde recossi a Roma per chiedere al Sant'Uffizio di poter denunziare le persone rivelategli in confessione. Tale facoltà niun vescovo, neppure il papa avrebbe potuto concedergli; ma a suo modo egli espose il fatto al conte Broglia ministro sardo, e questi alla Corte, e mandò la lista de' cospiratori che comprendeva anche alti impiegati e cittadini onorevolissimi, i quali, a sentir lui, aveano patto espresso col demonio, da cui riceveano denaro, erano trasportati all'adunanza mensile, dove, oltre le nefandità, si divisavano i modi d'abbattere la religione e i troni[628].
Queste rivelazioni occuparono il Sant'Uffizio non men che la diplomazia e il Governo sardo; ma pajono delirj d'un pazzo, forse al pari delle dottrine da lui foggiate, e dove supponeva d'esser un nuovo Cristo, venuto a rigenerare il mondo pervertito, e recare una nuova rivelazione. Fin dal 1842 cercò accreditare nella sua parrocchia un santuario, a cui s'accorresse da tutte le parti, e vi s'adoperava col pretendere di conservar le tradizioni della Chiesa, e col circondarsi di meraviglioso che colpisse le immaginazioni. Pertanto insinuava ch'egli avesse rivelazioni: una tal Giovannona, che fe passare come prediletta della Madonna, e che parlasse con questa, e ne recasse i comandi a lui curato, l'assicurava che avrebbe a patire quanto il Verbo umanato; sarebbe crocifisso, sepolto, e risorgerebbe a compier l'opera della redenzione. Morta costei il 1846 nel fior dell'età, nell'uffizio di ricever rivelazioni e far miracoli egli le surrogò Domenica Lana, che arrivò a spacciare esser la stessa Maria Vergine sposa di Dio.
Nel libro _Crux de Cruce_, tolto da quanto il Grignaschi dettò ad uno de' suoi e pubblicato da Giuseppe Provana, si spiegano errori inescusabili: la Chiesa di Cristo sarà distrutta, per venir poi riedificata colla cruenta riproduzione del sacrifizio della croce: sarà mondata colla verità dalla confusione degli errori che la infestano: non le furono rivelati ancora tutti i secreti di Dio: per la redenzione il peccato fu vinto, ma non distrutto[629].
Chi ci ha letti sa i modi e le conseguenze di tali opinioni. Il magistrato volle reprimere quelle eccentricità scandalose; mancando però l'esplicita dichiarazione de' fatti imputati, non si venne a condanna. Il cessar della _persecuzione_ crebbe gli spiriti al Grignaschi; pie signore, fin sacerdoti lo appoggiarono, quasi fosse vittima delle ostilità che allora si cominciavano al clero e alla fede: quel che anche una vulgare prudenza bastava a prevedere, cioè i disastri del 1849, parvero profezie; tanto che il Grignaschi si avventurò ad asserire d'esser vero Cristo, incarnato per purgare il mondo dall'iniquità, e piantare una nuova religione. Ai parroci vicini e a varie persone a Casale, a Domodossola, a Vercelli, e principalmente ai Franchini e a Viarigi fe tali asserzioni, dapprima coll'allettativa del segreto, poi coi vanti delle solennità con cui era ricevuto, e della folla che traeva alle sue prediche. D'allora le stesse immondezze divenivano merito, siccome comunicazione del corpo di Cristo: distinguevasi il sentire dall'acconsentire, al modo de' Quietisti, lo spirito assorto nella contemplazione e la carne concupiscente. I proseliti egli ricevea con riti e giuramenti di secreto; fra loro costituiva gradi e cariche; e se ne serviva di stromenti per conoscere i fatti altrui e mostrarsene indovino. Vi univa il lacchezzo politico, promettendo Pio IX convertito, l'Italia unita sotto un solo vessillo; mentre agli scontenti prediceva il ripristino degli ordini antichi.
Molti gli credettero, e n'erano spinti ad atti di virtù, a limosine, a sacrifizj: interi villaggi, massime Viarigi e i Franchini, n'erano agitati: finchè il magistrato arrestò questi turbatori della quiete, e li processò. L'avvocato fiscale Minghelli asseriva che e lo Statuto e il Codice impongono al Governo di vigilare che nel regno non s'introducano altre religioni fuori della cattolica dominante e delle tollerate, per evitare il disordine della società[630]; sicchè il professare principj che intaccano o menomano la forza della religione cattolica dev'esser represso e punito, perchè colpisce la società nel punto più vulnerabile.
Colla consueta passione tolse a difenderlo l'avvocato Brofferio, come un infelice, spogliato delle insegne sacerdotali, rejetto dalla sede pontificia, denunciato dalla cattedra episcopale, e asseriva che una condanna non chiuderebbe al Grignaschi l'avvenire «che a lui incontestabilmente appartiene».
Il Grignaschi in una lunga difesa dicea press'a poco che, se Cristo può discendere nell'ostia e transustanziarla, lo può anche in un uomo. Il prete Marrone, che era uno de' più costanti proseliti, in un lunghissimo discorso sostenne la divina missione del Grignaschi, accumulandone le prove[631]: il che fece anche il Ferraris, adducendo fatti proprj, guarigione da mali, scoperta di secretissimi suoi pensieri, apparizioni, rivelazioni, che non lasciavano dubitare essere volontà di Dio si credesse quel ch'esse attestavano; giacchè egli non era «uomo di pregiudizj, nè di superstizioni, nè di panico timore, neppur troppo corrivo a credere lo straordinario e il nuovo». Luigia Fracchia ex-monaca, una delle più infervorate alla nuova credenza, e strumento del Grignaschi, da molti miracoli e rivelazioni che ebbe, parevale attestato «il medesimo, che trovasi nella Eucaristia, trovarsi pure sotto le spoglie di quel sacerdote», ond'essa corse a lui riconoscendolo per vero Cristo, e adorandolo.
Il 15 luglio 1850 fu proferita la condanna di relegazione per dieci anni contro il Grignaschi, oltre l'emenda pubblica: minor pena agli altri; la Fracchia a due anni d'ergastolo.
Tanti casi sopraggiunsero, che quel processo, cagione di tanto rumore, fu dimenticato a segno, che ben poco potemmo noi raccogliere dalle memorie, e a fatica ne trovammo i documenti[632]. Eppure non ci parve superfluo il richiamarlo a memoria, perchè vogliano i lettori confrontarlo con altri che ci vengono qua e là indicati, valersi del presente per ispiegare il passato, e, non foss'altro, divenir meno superbi di quello, e più indulgenti verso di questo. Soggiungeremo che il Grignaschi trovò credenti ed apostoli non pochi nelle diocesi d'Asti, Novara, Casale, anche probi e colti, da' quali fu tenuto in reputazione di santità anche dopo che le sue dottrine andarono condannate; e oggi stesso non mancano veneratori al _Profeta_ e al suo _mistero_.
Alcuni seguaci ebbe pure il polacco Adamo Mickiewic[633], e più Andrea Towianski, il quale, dalla Svizzera tornando spesso a Torino, guadagnò proseliti a quella che intitola l'Opera di Dio; persuadendo che dalla presente corruzione non si possa uscire se non accettando il soccorso del Signore, il quale ora appunto dà la sua misericordia alla Chiesa e alle nazioni. Tutta la luce del Towianski riposa in questa unità, d'adempiere la volontà di Dio mediante i sagrifizj di Gesù Cristo; e crede che Dio nella sua misericordia permetta oggi d'estendere l'azione salutare della Chiesa chiamando l'uomo a conoscer meglio que' sagrifizj, ed applicarli alla vita privata e pubblica. Non proclama egli dunque una dottrina nuova, ma la grazia e la vita che riconciliano con Dio e col prossimo, e credesi eletto per ricevere il pensiero di Dio e trasmetterlo a quest'età. Un libro suo intitolato _il Banchetto (Biesada)_ lo fece perseguitar a Parigi come a Roma, ma dichiarò non esser che una improvida raccolta di conversazioni intorno all'epoca superiore della via e del regno di Gesù Cristo. Quei che gli credettero esercitano l'amore con zelo e calma, quasi donati di particolar luce cristiana dalla misericordia divina[634], ma i Cattolici domandano donde egli deduca la sua missione.
È ben notevole come, fra tanto mareggiare nel dubbio e tanto fremere d'anime nate all'odio, s'incontrino ancora esempj d'allegrezza esultante o di profonda tristezza nel contemplare ciò ch'è fuori di questa valle di lacrime, astraendosi dalle presenti materialità per affissare in Dio il pensiero, la volontà, il sentimento, e abbandonandosi alla carità, talvolta sin al peccato, e sin a dare un carattere sensuale all'amor divino. Una nostra leggenda racconta d'un artista che dipingeva una Madonna Assunta sopra una cupola altissima. Per osservar l'effetto d'una mano tesa verso la terra, egli piegossi indietro senza avvertire che il palco finiva, e ne precipitava a sicura morte. Ma in quell'atto stese la sua alla mano ch'egli stesso avea dipinta, e quella il prese e lo sostenne, sicchè fu salvo dalla credenza nell'opera propria.
In un secolo di tanti errori, le opere e le istituzioni non sarieno bastate senza il sussidio della scienza; nè questa mancò. La teologia si tenne sempre all'altezza che le è propria, singolarmente in Roma come scienza della Chiesa cattolica, immobile nelle verità dogmatiche, progressiva nello scoprir le relazioni fra i termini. Perocchè la Chiesa, oltre il pensiero immutabile, eterno come Dio, ne ha uno sottomesso all'andar del tempo e de' luoghi; quello è il dogma rivelato, questo è scienza umana delle opinioni che al dogma s'innestano, e perciò partecipa della maggiore o minor cultura, e dee progredire colle dottrine e la civiltà, non solo pareggiandole nello sviluppo, ma sovrastandovi in estensione, profondità, eccellenza[635]. Come Napoleone quando vagiva ad Ajaccio non era quello che vinceva ad Austerliz, così la teologia è diversa in sant'Agostino e in san Tommaso, negli scolastici e nel Bellarmino. L'unità e l'uniformità sono due cose distinte, e un Padre notò che la veste di Cristo era inconsutile, ma quella della Chiesa ha diversi colori; ed oggi è mutato il modo di studiare il sovrintelligibile e di ridurlo coll'intelligibile a una concordia che il vulgo crede impossibile. Nell'esaminare la dottrina, gli effetti della dottrina, i titoli della dottrina, deve la teologia procedere sinteticamente, giacchè la dogmatica cattolica è il più compatto sistema che sia e la maggior unità, dove ogni dogma è tutta la scienza, nè l'uno può dall'altro disgregarsi senza intaccare l'integrità; a differenza dell'eresia che s'industria nell'analisi spicciolata, disgiungendo il fedele dalla Chiesa, il cristiano da Cristo, la fede dalla carità. Pei Cattolici la rivelazione è perenne nella Chiesa, come il sagrifizio; e non rivela o ispira cose nuove, ma tien perennemente viva la ispirazione originale, e fa che l'umano pensiero e la società cristiana viepiù s'addentri nelle verità rivelate. Quest'opera immanente e continua attribuì Cristo allo Spirito Santo che avrebbe mandato dal cielo dopo compiuta la redenzione. «Io (diceva) v'ho parlato stando presso di voi, ma fuori di voi: v'ho messo innanzi il corpo della verità; ma queste cose lo spirito Paracleto ve le suggerirà dentro; e sarà con voi in perpetuo, e voi lo conoscerete perchè sarà dentro di voi: egli è spirito di verità, e tutta ve la insegnerà: renderà testimonianza di me; mi glorificherà, perchè procede dal Padre come me, e da me stesso procede, e attinge dalla mia fonte, e riverserà a voi»[636]. Onde non v'è pericolo che l'insegnamento interiore discordi mai dall'esteriore, poichè sono due forme della stessa verità. Di qui la Chiesa trasse la preghiera con cui domanda lo Spirito che illuminandola la introduca in tutta la verità[637].
Le dispute fra probabilisti e tuzioristi non ci riguardano, e più volentieri diremo come la polemica applicò cognizioni complesse a sventare le ipotesi e i paradossi che i moderni aggiunsero agli antichi, discutendo le profezie, i miracoli, le testimonianze.
Il padre Pianciani nella _Cosmogonia naturale comparata col Genesi_ difende il Pentateuco dagli attacchi de' naturalisti, come già avea fatto a Roma il Wiseman nelle famose _Conferenze_, abbandonando quei timidi che s'affiggono a interpretazioni troppo materiali, eppure astenendosi da affermazioni premature e compromettenti. Così il Ballerini, il Nardi, il Detorri, il Regis, il Gaude, il Pacifico, il padre Secondo Franco, il Ghiringhello... la teologia rinfrancarono colle scienze umane, e richiamarono le menti all'austera scienza dei dottori in quella ampiezza che comprende l'intelligenza come la sensitività, l'esame come la certezza naturale, la libera speculazione e l'autorità, l'indagine dei fatti interiori e la rigorosa deduzione de' principj. Tale affacciasi la teologia in san Tommaso, sulle cui orme vanno il padre Liberatore, il Capecelatro, l'Alimonda, il De Crescenzio (_De intellectu philosophiæ_ 1863). Voghera discusse sulla podestà e infallibilità del papa e della Chiesa. Fin trenta edizioni ebbero le _Istituzioni_ del padre Perrone, autore di opere insigni pei più dotti e per le scuole, come d'altre popolari, quali l'_Apostolato cattolico e il proselitismo protestante_; il _Protestantismo e la regola di fede_; il _Piccolo catechismo intorno ai Barbetti e Valdesi_; il _Catechismo intorno alla Chiesa cattolica_; il _San Pietro a Roma; Lucilla disingannata_, ove confutava un tristo libro del Monod.
L'Audisio, dopo educata l'eloquenza sacra, ragiona del _diritto pubblico_ della Chiesa; come l'Avogadro, il conte Solaro della Margherita, i vescovi d'Imola, d'Ivrea, di Mondovì[638] ed altri dibattono le quistioni sociali e civili: e non è per difetto di maestri se sì mal le conosce quella turba che più crede sapere quanto ha meno studiato. Essa rinfaccia che non vi sono più i Tommasi, i Bellarmino: quasi gli Ariosti, i Galilei, i Raffaelli abbondino nella presente universale decadenza. Ben è a dire che la discussione è difficile quando l'oppositore ignora i principj, come non si può convincere dell'assurdità del moto perpetuo chi non sa gli elementi della meccanica.
In concorrenza con imprese forestiere, le compilazioni della _Biblioteca Ecclesiastica_, della _Biblioteca dei padri e dottori latini_ diffusero studj di cui troppo era bisogno.
Alle produzioni dell'esegesi tedesca, e del razionalismo contro l'ispirazione e la canonicità delle Scritture non abbastanza si opposero studj d'ermeneutica sacra, e di patristica[639], e quell'alta teologia che eleva la critica ad invenzione; pure possiamo compiacerci del Secchi, di Bernardo Rossi, del Maj, del Patrizj, del Cavedoni; l'Ungarelli e il Vercellone compirono sul testo sacro lavori da non iscomparir a petto di qualunque straniero, e mostrare che l'intelletto umano sa rivendicar la sua indipendenza sempre, e lanciarsi all'esercizio individuale anche commentando.
Le bestemmie mistagogiche del Renan eccitarono a risposte il Passaglia, il Capecelatro, il Ghiringhello, l'Isola, il De Riso, il Delitala, il Grimaldi, l'Arnaldi, il Vitrioli e molti altri; dopo i quali la semplice lettura de' vangeli basta a convincerci che, al sommar de' conti, il nostro Cristo è migliore che non tutte coteste invenzioni.
Del resto la teologia ha una storia come l'altre scienze, ed è nobile esercizio dell'attività intellettuale il seguitarne le fasi; in che guisa gli atti della ragione umana s'applicarono al divino oggetto della rivelazione; con qual metodo queste verità furono esposte, spiegate, provate, combattute; qual nuova filosofia di Dio e dell'uomo ne origina: qual parte ha esercitato nell'incivilimento umano e nel progresso della società. Ma se si tornerà al bisogno del vero per altre vie, bisognerà bene che la teologia si atteggi al nuovo arringo, giustificando i fatti su cui fonda la sua autorità, a norma delle presenti condizioni dello spirito umano e delle profonde modificazioni che la controversia religiosa ora subì: alleandosi intrepidamente alla scienza per arrivare alla grande unione della fede, del raziocinio, dell'esperienza.
La predicazione si fece più austera che non avesse cominciato col Barbieri; e se possiamo citare pochi oratori che accoppiino familiarità e decoro, logica rigorosa ed eloquenza passionata, è consolante che in molti luoghi si tengono conferenze (_Bausa_, _Franco_, _Perrone_, ecc.) per trattare dottrinalmente i punti che gli avversarj gettano in pubblico. Si estesero le missioni, in cui pare che il sopravvenire d'un prete straniero a predicare e confessare ridesti le coscienze, assopite alla voce del parroco consueto.
Dalle altezze della filosofia come s'inizia l'errore così è necessario proceda e si rinfranchi la difesa della verità. Nè qui ci mancarono sommi ingegni.
Già al vulgare sensismo di Locke e di Condillac[640] eransi opposti fra di noi il cardinale Gerdil, che sostenne non poter l'idea dell'ente derivare dai sensi, e neppure esser idea formata: il Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente e la generale idea dell'essere, dedotta dal pensante; Ermenegildo Pino, che il principio d'una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della ragione umana. Pure non tolsero che le inezie sensiste fossero propagate fra noi, senza malizia dal padre Soave e con arte dal Lalebasque (Pasquale Borelli) e dagli ex-preti Compagnoni, che tradusse il Tracy, e Melchior Gioja, il quale della morale faceva un ramo dell'economia politica e una scienza della felicità, sicchè ponea fra i delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificar la carne. Verso la verità e la natura si tentò ritornare o per via dell'ecclettismo coi Francesi, o del senso comune cogli Scozzesi, cercando conoscere la natura dell'uomo e la sua finale destinazione. Le dottrine di Kant, che toglievano la coscienza all'intelletto relegandola nella sensibilità, non ebbero molto seguito fra noi, dove furono limpidamente esposte e oppugnate da Pasquale Galluppi.
Il siciliano padre Gioachino Ventura (1792-1861), fermo a innestare la filosofia sulla rivelazione, ripudia l'intuito delle idee eterne; e staccato dal tradizionalismo di Bonald e di Lamennais, ricusanti ogni certezza fuor della parola di Dio, s'attenne a san Tommaso, il quale insegna che come la Grazia suppone la natura, così la fede suppone la ragione. Pertanto dalla prima opera sua _De modo philosophandi_ modificossi assai. Dietro a quella sì cara illusione dell'alleanza della libertà politica colla religione cattolica, lasciossi trarre nel turbine rivoluzionario; ma lo svolgersi degli avvenimenti, che sono la logica delle idee, gli portò quella rettificazione de' proprj concetti che è la ricompensa delle intelligenze sincere. Le sue _lettere a una protestante_ sono calzanti; come belle le ultime prove di temperar colla fede così la libertà civile come l'autorità sovrana, di librare la ragion filosofica colla cattolica; al qual uopo portò anche sul pergamo l'esposizione dottrinale del dogma.
Mentre i razionalisti dicono «La ragione è tutto», e i tradizionalisti «La ragione è nulla», noi diciamo «La fede e la ragione si scontrano nella verità» e su ciò fondasi la dottrina di Antonio Rosmini roveretano (1797-1855) che vuol elevare il mondo della scienza e della verità sulle ruine della sofistica e della menzogna. Pose egli innata l'idea dell'essere possibile, che poi accostò all'ente reale, svolgendola in tutta la comprensione e le forme, e repudiando quelli che trascurano i vincoli, per cui tutti gli enti sono connessi fra loro. Teologo al tempo stesso che argutissimo dialettico ed eminente filosofo, trattò le quistioni più scabrose e sottili, e se per quelle della coscienza fu denunziato alla Congregazione dell'Indice, ebbe la gloria d'uscirne senza taccia, a gran conforto della numerosa schiera de' suoi seguaci[641]. La sua _Teosofia_ comparsa postuma fu giudicata l'opera più poderosa che si leggesse dopo san Tommaso. Di specchiata virtù e sincera fede, dalle eminenti speculazioni scendeva alle più minute pratiche della vita e della pietà; istituì i sacerdoti della Carità per l'esercizio d'ogni opera utile al prossimo, e le suore della Provvidenza per istruire fanciulle. In giorni procellosi pubblicò le _Cinque Piaghe della Chiesa_, ch'erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto, l'insufficiente educazione del clero inferiore, la disunione dei vescovi, la nomina di questi lasciata al poter laicale, la servitù de' beni ecclesiastici. L'acerbità di qualche espressione e la inopportunità coi tempi fecero censurare quest'opera, e l'autore vi si sottopose docilmente.
Non così piegossi il Gioberti, del quale ripetutamente avemmo a discorrere, e che rifacendo con metodo sintetico, ed esponendo con stile retorico la filosofia cattolica tradizionale dell'ente, già con finissima analisi esposta dal Rosmini, la esagerò sino alla formola _L'Ente crea l'esistente_: ponendo così fra sè e l'autore del _Nuovo Saggio_ un inutile dissenso. Con forza irresistibile abbatte psicologi e soggettivisti, peccando però nel giudicar tali alcuni che nol sono.
Nè vuolsi dissimulare che i più dei filosofi nominati sono ecclesiastici, smentendo anche in ciò coloro che appajano chierica e ignoranza[642]. Si schierano essi sotto que' due campioni, Rosmini e Gioberti, pure mirando a qualche novità; e come la teologia li rattiene da teorie esiziali alla morale e al diritto, nella metafisica sostengono generalmente l'elemento intellettuale objettivo, l'intuizione immediata del primo vero, pertinenza divina, respingendo così lo scetticismo.
Il _Saggio teoretico del diritto_ del gesuita Tapparelli sverta, come le dottrine sensiste del Locke e del Condillac, così le cesariane del Burlamacchi e del Romagnosi; subordina il diritto alla morale, senza però confondere il giusto coll'onesto, esterno quello, interno questo, quello obbligatorio, questo spontaneo.
Il padre Bonfiglio Mora e il Sanseverino (_Philosophia christiana cum antiqua, et nova comparata_ 1862) posero la filosofia cristiana a riscontro della moderna.
Augusto Conti cerca il metodo compositivo, fondato sulla coscienza dell'uomo, non già solitario, ma con tutte le sue relazioni, le quali bisogna riconoscere quali sono: onde in una comprensione universale riunisce gli aspetti particolari del soggetto filosofico, per arrivare alla rigenerazione morale della coscienza.
Il Bertini nella _Idea d'una filosofia della vita_ combatte l'antropomorfismo, cioè l'umanesimo esagerato, che supponendo originalmente buono l'uomo, deve immaginare un Dio nient'altro che clemente, la cui giustizia vendicativa è mera finzione andromorfica: e pensa che la filosofia critica, la quale, per dimostrare la veracità dell'umana intelligenza si vale soltanto dell'intelligenza, non può arrivare ad alcuna ferma conclusione. Sgomentato dall'assalto mossogli da Ausonio Franchi nella _Filosofia delle Scuole italiane_, scivolò cogli scettici, e ne' _Dialoghi sulla questione religiosa_ (1861) pose a colloquio un teologo inetto, con un filosofo arguto, il quale argomenta che la certezza della fede non deriva da motivi religiosi, ma da atto della volontà: e che ogni religione, la quale faccia dipendere la salute dell'anima da certe credenze, è di necessità intollerante.
E sia pur vero che la ragione naturale non possa generare una fede sopranaturale; ma ciò non importa ch'essa non arrivi a generar una certezza naturale e piena. Ripudiamo poi affatto quel suo distinguere il dio teologico dal dio filosofico, del quale non importa tanto accertare l'esistenza, quanto formarsi un giusto concetto della sua natura; giacchè, si affermi o si neghi l'esistenza sua, egli se ne compiace del pari, purchè ciò venga da convinzione.
Come non deploreremmo tante avventatezze e fantasie buttate fuori col titolo di filosofia della storia? la quale non potrebbe essere che un connettere gli avvenimenti positivi a un piano divino, sicchè dall'avvenuto può argomentarsi quel che avverrà. Ma perduta la fede perdesi anche la ragione; laonde i sistemi nuovi son immaginazioni o ciarlatanesimo per annebbiar le menti giovanili nelle scuole imposte dal governo, in modo che neppur conoscano i fatti. Perocchè già vedemmo come da Cartesio, passando per Spinosa e Kant, s'arrivasse alla completa dissoluzione con Hegel: moda tedesca che vuolsi impiantare in Italia dopo che i suoi la repudiarono. Il dubbio di Kant è la fonte de' traviamenti moderni, e bisogna guarirne tornando all'esperienza e al buon senso. Ma l'esperienza deve estendersi a tutti i fatti, non restringersi a qualche applicazione, come fa quando esclude il sentimento, quando ama e odia, e le opinioni proclama come principj, e dal regno materiale deduce le leggi dello spirito, più nella novità confidando che nella verità, allettando col bizzarro anzichè col semplice e naturale, più ch'altro temendo la disapprovazione de' giornali e l'obblio de' contemporanei. Così pretendesi andar alla conquista della verità spogliandosi di parte delle armi che si possedono: a forza di sottigliezze si trae un codice di obbligazioni da un principio che non le racchiude: adopransi a turbare la ragione maggiori sforzi che non se ne vorrebbero a trarre dal buon senso facili regole, e revocare gli spiriti a se stessi, cioè al bene. Iddio ha dato all'uomo pensiero, libertà, amore, diverse e stupende realtà, colle quali mira alla realtà infinita; a Dio che è luce alla ragione, oggetto all'amore, scopo alla volontà, che egli fece, ma che non costringe.
Principio della filosofia è, la ragione esser capace di discerner il vero nell'ordine morale, e quel complesso di massime che costituiscono la religione naturale. La religione riconosce questa forza alla ragione: sol nega che essa sia sovrana: onde può benissimo associarsi colla filosofia, purchè questa convincasi che la religione è divina, che non si compone di tesi discutibili una a una, ma d'un accordo di dogmi rivelati dalla verità eterna in un libro sacro, affidato a un'autorità viva e infallibile. La filosofia erra quando le sue conclusioni contraddicono al dogma: ma possono allearsi mediante un atto reciproco. Per parte della religione, esso sta nelle decisioni dogmatiche della Chiesa: resta che la filosofia pronunzii il suo: e forse essa non potrà progredire se non ammettendo qual postulato la coesione del finito coll'infinito, della libertà colla necessità, della creatura col creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza del me, e dare alla verità una sanzione superiore alla filosofica.
Al cristianesimo, la cui direzione è essenzialmente tradizionale, conferisce non poco la storia. Che se ella era stata, come alcuno definì, una vasta congiura contro la verità; se, non collocando gli uomini al loro tempo, facea piuttosto romanzi, e supponeva agli uomini e al tempo propositi che non ebbero perchè non aveano ragione di averli, e calunniava la verità nel passato per opprimerla nel presente; alcuni la revocarono a migliori uffizj, e istrutti dall'urtar in tante ruine di cose che credeansi immortali, esaminarono il vario indirizzo che via via presero il pensiero e l'attività degli uomini: col che i fatti non appajono più come fenomeni accidentali, ma sviluppo, seguito, effetto di precedenti, causa di susseguenti. Tale ci pare trovarla nei lavori del padre Tosti, del Capecelatro, del Balbo[643], del Troya, del Cantù, del Mozzoni. E ben della storia fatta seriamente e con un pensiero calmo e imparziale fa bisogno tra le passioni e i pregiudizj, e quando la critica è sì morta da lasciar credere a tutto ciò che venga asserito ne' libelli; i Congregandisti, i Calderari, i Gesuiti avvelenatori ed assassini, i Paolotti cospiratori, le monache prostitute, l'accordo fra clericali e borbonici, a Roma il brigantaggio pagato col denaro di san Pietro, la cuffia del silenzio a Napoli, e tant'altre menzogne elevate fino all'assurdità; quando un'ignoranza prodigiosa presta alla Chiesa dottrine di fantasia, assolutamente diverse, talvolta opposte alle sue.
Le storie contemporanee son tutte ossesse dalle passioni, e servili all'opinione decretata e adulatrice: pure alcune potranno leggersi non senza profitto, come il Farini e il Ravitti.
Non abbiamo una storia ecclesiastica, e fu tradotta persino una, che in grandissima parte non era se non traduzione dell'Orsi. Le vite dei papi ricevemmo da stranieri, e se le Memorie del cardinale Pacca ci introdussero ai dolori di Pio VII, quelle del cardinale Consalvi dovemmo aspettare da Francia.
Il padre Brunengo nelle _Origini della sovranità temporale dei papi_, e il Theiner nel _Codex diplomaticus dominii temporalis sanctæ sedis_, hanno raccolto tutti i documenti che chiariscono l'origine e i progressi del principato pontifizio; questo principato esposto ogni tratto ad assalti cui sembra dover inevitabilmente soccombere e che poi ne risorge, perchè dietro ad esso stanno la libertà e l'indipendenza della Chiesa.
E ripetiamo come la restaurazione e la difesa della verità cattolica sia stata assunta da molti laici. Ed «è bene (come disse un di noi in parlamento) che la protesta venga da chi dai frati, dai preti, dai vescovi, non ha nulla a chiedere, nulla a sperare nè per sè nè pe' suoi; nulla, se non che all'estremo giorno lo mandino confortato nella fiducia del perdono».
In ajuto della verità venne anche l'archeologia, frugando le catacombe, e traendone fin un'iscrizione del 71 di Cristo, affreschi del primo secolo, vasi di vetro, sculture del II, III, IV, musaici del IV, illustrati dal Marchi, dal Garrucci, da G. B. Rossi, che danno risposta senza replica alle negazioni di protestanti e razionalisti.
Non saremo noi che loderemo quelli che abusano della pietà con leggende indiscrete, e con idee antiquate, servili, irose convertono la religione in istrumento di riazione. Nè malgrado questo inverecondo abuso saremo noi che condanneremo la libertà della stampa, mercè della quale ci è dato di francamente saettare coloro che la fanno detestabile e i Governi che la depravano. Una stampa gladiatoria che si sostiene col quotidiano stimolante dell'empietà e del sensualismo, in gara d'immoralità grossolane contaminando ed avvilendo gl'intelletti e i cuori, e dando una febbre di bugia e d'esagerazione la quale tratto tratto prorompe in rivoluzioni, parve essere disapprovata dalla Chiesa, ma disapprovate anche certe censure legali, che lasciano la parola soltanto all'errore e alla tirannia. Congratulandoci di aver ottenuto le libertà a cui tutta la vita aspirammo, la libertà di far il nostro dovere, di pretendere il giusto, di dire il vero a tutto nostro rischio e pericolo, gemiamo delle restrizioni che vi domandano persone ignare del giusto, ostili al vero, impaccianti il bene.
Pio IX esortò più volte i Cattolici a ribattere colla stampa la bugia e l'immoralità sotto la guida de' proprj vescovi[644]. E dacchè quel che un tempo le madri, la scuola, il pulpito, oggi lo fanno unicamente gli opuscoli e i giornali, e questi, in gara di paradossi, schizzano ogni giorno il lor veleno a milioni di lettori, ogni giorno ripetendo che il papa è un brigante, i preti ingannatori e riazionarj, Cristo un romanzo; e irresistibilmente tiranneggiando deputati, ministri, popoli, sicchè non osano attaccarli nè il fisco nè la finanza, moralmente costringono gli uni a commetter l'ingiustizia, gli altri a neppur riconoscerla, e sanzionano il male col dichiararlo bene, parve un dovere l'adoprar gli stromenti dell'errore e del delitto a tutela della verità, a salvare gli avanzi del buon senso e della buona creanza. Fra i molti giornali vuol distinta menzione la _Civiltà Cattolica_, fondata «collo scopo di proclamare la riverenza del suddito alla legittima autorità e del superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione della forza alla legge morale, unità di morale sotto l'insegnamento della Chiesa cattolica, unità della Chiesa sotto il governo del vicario di Cristo»; e il santo padre ne perpetuò l'esistenza erigendone la compilazione in collegio gesuitico[645]. Se non che le due parti possono ingannarsi nell'eccesso dell'ammirazione e della denigrazione: e la verità, quando non converte, irrita. Ma chi mira a un grande scopo sacrifica i dissensi secondarj, e in faccia all'urgente pericolo sociale è colpa lo scindersi su quistioni parziali, e l'arrogarsi di decidere che è fuori della Chiesa chi non ne fu legalmente respinto. Le questioni sociali, politiche, economiche, sono da ciascun fedele risolute secondo il Vangelo, che è legge suprema, inappellabile. Ma non sempre si scorge a prima vista il principio morale, secondo cui va sciolta una quistione complessa d'economia sociale; poi i mezzi d'applicazione differiscono secondo gli spiriti e le considerazioni da cui sono dominati. Tale diversità di particolari costituisce la vita; e la carità c'impone di usar tanto più di amorevolezza e tolleranza, quanto meno ne aspettiamo il ricambio.
Queste erano industrie individuali; ma ridesti tutti gli errori delle età passate, proclamatine di nuovi; la Riforma, da analitica e religiosa fattasi sintetica e civile, diretta a corrompere la società tornandola pagana, invadendo tutti gli ordini dialettici e le appartenenze della vita civile, era necessario che la Chiesa v'opponesse i rimedj eroici che usò ne' tempi peggiori. Che se un Concilio è ora difficile, quando la onnipotenza degli Stati ha tolto alla Chiesa quella libertà, colla quale un tempo udiva e ascoltava gli ordini del suo capo, e vedeva i fedeli docili alle sue decisioni, benchè non munite di bajonette, di multe, di carceri; d'altro lato la miracolosa facilità delle comunicazioni fra i più lontani può supplire a quello che una volta non otteneasi che colla riunione. Pio IX pensò dunque raccogliere le molteplici decisioni delle varie chiese intorno all'immacolata concezione di Maria.
Già indicammo per un errore de' più divulgati come de' più funesti il dire che la dommatica cristiana si presentasse dapprima come vaga e imperfetta, nè acquistasse forma determinata e senso evidente che poco a poco. Questo ridurla alla condizione delle opinioni umane, non solo attenua ma distrugge il cristianesimo, gli toglie il carattere divino della fede e la legittima autorità sulle anime. Il Verbo incarnato diede tutta la perfezione alla verità religiosa: nulla potette esservi aggiunto: la Chiesa fu custode del deposito, non impedendo però le investigazioni, e quel che Vincenzo Lerinese chiama i progressi della luce nell'unità dogmatica. Se non si avesse che la parola scritta non si darebbe progresso. Colla tradizione invece, l'albero, rimanendo pur lo stesso, si sviluppa: le generazioni, ereditando la sapienza de' padri, v'aggiungono qualcosa di proprio. Nella costituzione _Ineffabilis Deus_ dell'8 dicembre 1851 il pontefice riconobbe, colle parole d'un antico, che il dogma stesso cresce quanto all'esteriore manifestazione, mediante la virtù educativa della Chiesa, sempre però nel senso medesimo[646].
Il mistero dell'immacolata concezione era un diamante chiuso nella pietra, cavatone poi ma scabro, indi lavorato, alfine messo in isplendida luce. I teologi, anche i più fra i Domenicani che pur n'erano considerati come avversarj, lo riconosceano: veniva festeggiato con particolare solennità; era proibito il disputarne o chiamarlo in dubbio. Già Benedetto XIV avea fatto stendere la bolla per proclamarlo dogmaticamente, poi gli avvenimenti lo rattennero. Ora Pio IX, nei giorni più miserabili del suo esiglio a Gaeta, come se le tempeste politiche in nulla scotessero la nave di Pietro, mandò una circolare ai vescovi, interrogando l'opinione delle loro chiese su quell'asserto, e se gioverebbe definirlo dogmaticamente. Uditone il voto, più di ducento si adunarono col sacro collegio, fra cui più devoti quelli di Francia, quasi ad espiare le senili reluttanze gallicane; nè vollero tampoco discutere i termini dell'apostolica decisione, colla quale il dicembre 1854 fu definito come dogma che Maria Vergine fu concetta senza la macchia originale.
La Chiesa adunque, mediante il suo senso tradizionale, leggeva in modo chiaro e formale il dogma dell'Immacolata Concezione in quel libro confidato alla sua prudenza, ove ad essa «è dato conoscere il mistero del regno di Dio, mentre agli altri è proposto in parabole, sicchè vedendo nol veggano, e udendo nol comprendano»[647]; insieme riconosceasi la fondamentale, eppur negletta fede nel peccato originale, e sublimavasi la dignità della donna, fra la quale e il maligno fu dichiarata dal principio eterna l'inimicizia. Quest'atto ove una concordia e unanimità colla Santa Sede, qual mai non si era veduta ne' secoli precedenti, facea spiccare il senso dell'episcopato disperso nella parola di colui che accentra in sè la vita della Chiesa, recava nuovo consolidamento all'autorità suprema di Pietro[648] che, cosa insolita, definiva un dogma dalla cattedra senza il concorso formale della Chiesa adunata in Concilio. Tutta la cristianità ne fece festa: alcuni pochi reluttarono[649], e i soliti fragorosi vollero condannarlo, senza tampoco intenderne nè il fondo, nè i motivi, nè la portata.
Altro atto segnalato di Pio IX e documento d'alta autorità fu l'enciclica _Quanta cura_ dell'8 dicembre 1864. Il fatto capitale del nostro tempo è il conflitto della rivoluzione colla società: quella trionfa dapertutto fin nelle azioni e nei detti di coloro che la combattono: sola Roma resiste colle lotte aperte dell'intelligenza e le secrete dell'anima. Come tiranno ogni principe, così i ciarlieri chiamano antipatriotico ogni uom religioso; ma non è vero ch'essa osteggi la libertà politica perchè mette l'autorità divina sopra le fantasie del giudizio umano: condanna la libertà che invade le cose certe e inviolabili; non la ricusa nelle contingenti; e aspira solo al governo morale d'un mondo, cui è più vanto lo sprezzare che il comandare. Quistioni le più ardite, affermazioni che sgomentano una società, capace solo di dubitare e negare, si discutono a Roma, perchè si è sicuri di giungere all'evidenza mediante il legittimo uso della ragione. E sebbene Roma abbia sempre repugnato dall'offrirsi come una specie di suprema consulta che dottrinalmente pronunzii sopra punti teorici, senza che dagli avvenimenti siano sottoposti di forza alla sua giurisdizione, in questi ultimi tempi derogò dalla proverbiale sua lentezza nel formulare avvisi intorno a questioni di grave importanza per la dottrina e la condotta.
Nella presente enciclica esponeva il pontefice qualmente gli antecessori suoi, difendendo la religione, la verità, la giustizia, avessero avuto a cuore di svelare e condannar le eresie, contrarie alla fede e all'onestà, e causa delle rivoluzioni che funestano la Chiesa e lo Stato; egli stesso in varj atti aver riprovato i mostruosi errori che oggi recano tanta jattura alle anime e alla civil società; vie più detestabili in quanto mirano a distruggere la salutare forza che la Chiesa Cattolica deve esercitare non meno verso gli individui che verso le nazioni, i popoli, i sovrani, e l'armonia fra il sacerdozio e l'impero; ed applicando allo Stato il principio del naturalismo, insegnano che il progresso civile esige una società costituita e governata senza riguardo alla religione, o senza divario tra la vera e le false; non si reprimano i violatori della cattolica se non lo richieda la pubblica quiete; si proclami in ogni società bene costituita la libertà di coscienza e di culto, e a ciascun cittadino facciasi illimitato arbitrio di manifestare i proprj pensieri a voce o per iscritto.
Rimossa la religione dalla società, si ottenebra la nozione del giusto, e al dritto si sostituisce la forza materiale, onde si annunzia che la volontà del popolo è legge suprema, ad onta d'ogni argomento umano o divino, e diventano diritto i fatti compiuti. Ammesso ciò, la società non ha altro scopo che di procacciarsi ricchezze, altra cupidigia che di comodi e piaceri; si riprovano gli Ordini religiosi; si limita la facoltà di far limosina; non si rispettano i giorni festivi, come ripugnanti alla pubblica economia. Perfin dalle famiglie si vuole svellere la religione, asserendo la società domestica esista solo in forza della legge civile; da questa dipendere i diritti de' genitori e specialmente quello d'istruire ed educare i figliuoli, con ciò allontanando dai giovani non ancora depravati la dottrina cattolica; e a tal uopo sottraendoli al clero, dichiarato nemico al progresso.
Altri impugnano i diritti della Chiesa e della santa sede sulle cose d'ordine esteriore, sottomettendole all'arbitrio dell'autorità civile, sino ad affermare che le leggi ecclesiastiche non obblighino in coscienza nè abbiano vigore se non siano promulgate dalla podestà civile. Per conseguenza non badano alle condanne contro le società secrete e gli usurpatori de' possessi della Chiesa; anzi dicono conforme al diritto pubblico e alla teologia che questi il Governo rivendichi; non essere la podestà ecclesiastica distinta e indipendente dalla civile; potersi negar obbedienza ai decreti della sede apostolica che non riguardino il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la disciplina.
Altre empie dottrine sono disseminate con libri, opuscoli, giornali avversi a verità e giustizia, fino a negare la divinità di Cristo. Pertanto i vescovi raddoppino di zelo per allontanare il gregge dai pascoli insalubri, e mostrare ai fedeli che anche la felicità terrestre dipende dalla religione; che la podestà regia è conferita non pel solo governo del mondo, ma per presidio della Chiesa, e ai principi niuna cosa può recar tanta gloria e vantaggio quanto il lasciare che la Chiesa usi delle sue leggi e della sua libertà.
A ottener tutto ciò il pontefice invocava le preghiere e la penitenza, e perciò bandiva un giubileo.
All'enciclica andava compagno l'indice (_Syllabus_) di ottanta errori, ch'esso pontefice in diversi tempi avea notati in lettere encicliche o allocuzioni, e che formavano un complesso di dottrine sulla Chiesa e i suoi diritti: sullo Stato e i limiti della sua podestà; sulle ragioni della famiglia; sulla fede e la ragione; insomma su quanto è di vivo ed attuale nell'umanità. Il sillabo li distribuiva sotto dieci capi. Il primo concerneva il panteismo, il naturalismo, il razionalismo assoluto, cioè la negazione della personalità o della providenza divina, della rivelazione, de' miracoli scritturali. Il secondo il razionalismo moderato, che equipara la teologia e la filosofia, e crede possa la ragione per forze proprie giungere alla vera scienza de' dogmi, nè si deva sottomettere la filosofia a veruna autorità, ma trattarne senza alcun riguardo alla rivelazione. Il terzo riguarda gl'indifferenti e i latitudinarj, che non pongono divario fra le religioni; e anche _fuori affatto_ della Chiesa di Cristo poter salvarsi. Nel quarto si combattono il socialismo e comunismo, le società clandestine, le bibliche ed altre che tendono a sfrenare il clero e i fedeli. Nel quinto enumera errori intorno alla Chiesa e a' suoi diritti; cioè quelli che la fanno dipendente dal governo civile, che asseriscono i papi e i Concilj ecumenici avere trasceso i limiti della loro podestà e invaso quella de' principi: avere errato nel definir punti di fede e disciplina; non aver la Chiesa diritto ad alcuna podestà temporale diretta e indiretta; non ad acquistare e possedere; non a dominio temporale; non a immunità o foro privilegiato; non alla direzione dell'insegnamento teologico: il romano pontefice non esser principe libero, operante nella Chiesa universale; il pontificato potersi trasferire in altro vescovo o altra città; istituirsi chiese nazionali, disgiunte dall'autorità papale, e Concilj nazionali, che definiscano assolutamente.
Il sesto gruppo colpisce errori intorno alla società civile in sè e rispetto alla Chiesa; cioè l'ingerenza dello Stato anche nelle cose sacre, come fa coll'_exequatur_, coll'appellazione d'abuso, coll'annullare i concordati, col giudicare le istruzioni che i pastori della Chiesa pubblicano a regola delle coscienze, e far decreti sopra l'amministrazione dei sacramenti; col dirigere l'istruzione delle scuole pubbliche e fin de' seminarj, e sottrarre al clero l'insegnamento, che così, separato dalla fede, cerchi solo le cose naturali e i vantaggi materiali; coll'impedir che i vescovi e i fedeli comunichino col papa, e voler presentare i vescovi e fin deporli, proibire o limitare la professione monastica, e autorizzare chi la abbandona; sopprimere famiglie religiose e benefizj e occuparne i beni; e proporre che la Chiesa deva segregarsi lo Stato.
Quanto all'etica naturale, riprovava il tener la morale come indipendente dalla sanzione religiosa e dall'autorità divina ed ecclesiastica, l'asserire che uniche forze siano le materiali, nella cui somma consista l'autorità; che i fatti compiti equivalgano a diritto, per quanto ingiusti; che sia obbligo assoluto il non intervento; che si possa ribellarsi al legittimo principe, e per amor di patria mancare al giuramento e trascorrere a iniquità.
Nel capo ottavo appuntavasi il matrimonio civile, dove il sacramento è considerato mero accessorio, sicchè non sia indissolubile, e possano contrarlo anche gli ecclesiastici.
Il nono riguarda il principato civile del pontefice, e l'asserire assolutamente che l'annullarlo gioverebbe alla Chiesa.
Il decimo colpisce quel liberalismo _odierno_, che non vuol più la cattolica come unica religione dello Stato, ma pretende piena libertà di culti; e vuole che il pontefice non solo possa, ma debba venir a transazioni con siffatto liberalismo.
Il sinodo tridentino aveva raccolto tutti i dettati ereticali e pronunziatone l'anatema, segnando la precisa linea fra la verità e l'errore, senza transazioni nè compromessi. Altrettanto faceva il sillabo in tanta nuova esitanza, combattendo il falso senza serbare alcun legame con esso; colpendo l'eresia intellettuale del razionalismo o panteismo, l'eresia sociale della statolatria, l'eresia religiosa di separare la civiltà dalla rivelazione. Allora negavasi il papato nell'ordine religioso, ora negasi nell'ordine della civiltà, indietreggiando alle dottrine pagane: quello volle ravvivar la pietà e la fede de' credenti, questo richiamar la civiltà cristiana all'autorità, ridurre in armonia la scienza colla fede, la patria colla Chiesa, la libertà colla legge, la vita con Cristo, e con ciò salvare non men la Chiesa che la società, scassinate da quegli errori.
Non c'è vituperio che non siasi lanciato a questa enciclica e al sillabo, più che nel secolo precedente alla bolla _Unigenitus_. Non teologi, non moralisti, neppur uomini di Stato, ma le persone meno competenti, e più passionate, giovani che non sanno il catechismo e ancor meno perchè credergli, la sentenziarono d'eccessiva, se non altro d'inopportuna; e che valea meglio tacere, e non suscitare nuovi, o irritare vecchi nemici. In Francia i giornali la tradussero con istrane alterazioni, che parevano d'insigne mala fede, sinchè fu dimostrato ch'erano d'ignoranza. Non importa: le loro asserzioni vennero aggradite dalla solita spensieratezza del pubblico, e tanto più che il Governo, il quale ne permetteva la discussione non solo, ma fin l'adulterazione ai giornalisti, vietò ai vescovi di pubblicarla.
In Italia s'accettò quella disapprovazione come tutto quanto arriva di Francia, e senza prender cura neppur di leggerlo[650], si fe dire al papa quel che mai non avea; s'interpretò a capriccio; se ne fece un mostro che atterrisse i deboli e desse ridere ai capameni; e nel frasario plateale restò come una «sfida alla civiltà, alla filosofia, alla ragione».
Delle opportunità è giudice la Chiesa stessa; e se gli avversarj ne tolsero pretesto a molestarla, n'avrebbero côlto un altro o fattolo nascere. Non vedemmo anche nel Cinquecento imputarsi il papa delle inimicizie che si suscitarono a lui, o ch'erano suscitate dall'averlo abbandonato? Ben è notevole che, mentre in Francia fu proibito di pubblicare il sillabo, e condannato per abuso il vescovo che lo sostenesse, nel Belgio, nella Gran Bretagna, nell'America, in Germania fu divulgato liberamente, combattuto, difeso, senza che ne pericolasse lo Stato. E mentre i discorsi che i re pronunziano dal trono sono discussi per un momento, poi dimenticati, questa parola rimase; fu intesa dal mondo tutto, nel mondo tutto combattuta, eppure i secoli non ne cancelleranno una proposizione[651].
Il sillabo non obbliga se non quei che gli credono; non adopra coazione: siete voi così illiberali da impedire a me d'avergli fede? E il papa potè pubblicarlo perchè libero: se fosse suddito poteasi impedirglielo, come vorreste voi; voi abborrenti dalla libertà, mentre dal sillabo nessuna libertà fu tolta in nessun luogo, nè rotta veruna istituzione moderna. A cotesti freddi fanatici vorremmo chiedere se la Chiesa non abbia tanto diritto di difendersi, quanto essi ne pretendono d'assalirla. Tutti i giorni baldanzeggiano oltraggi contro ad essa, al papa, a Cristo; si cospira alla Camera colla parola, alle Università coll'insegnamento, ne' giornali colla sguajataggine, nei caffè colla vulgarità, nei teatri colle rappresentazioni, colle armi fra le bande cui non può frenare nè il ministero nè il re; i Governi non indietreggiano da nessuna odiosità, da nessun ridicolo per regolamentare una Chiesa, di cui o sconoscono o rinnegano le dottrine; fomentano la diserzione del sacerdote e l'apostasia: stipendiano chi dalle cattedre impugni Dio, l'anima, la ragione; dichiari immorale il vangelo, superstizioso ogni culto, scimmia l'uomo, vera soltanto la materia, cancro della religione e della società il pontefice; sono divulgati dalla stampa e usufruttati dagli abili quanti irrompono voti sacrileghi, sentimenti atroci; è applaudito ad ogni follia che si stampi, a ogni dio che si inalzi, a ogni sètta che rinnovi il grandioso libertinaggio dell'antico gnosticismo accoppiando il burlesco e il sublime. Quando mai Cristo fu tanto esposto agli sputacchi della frenesia patrizia, della ricca plebe, della ciurma scrivente? I principi che un tempo tormentavano il papa in secreto, ora l'assalgono apertamente, volendo esser Attila piuttosto che Carlomagno, e gli impongono urlando di benedirli. La nazione più non fa risalir al cielo le sue prosperità e le sue sventure, nè la preghiera attraversa più le lacrime di questa valle per salire a Dio. Non credendo che in sè, bisogna giungere a non obbedire che a sè, non preoccuparsi che de' bisogni fisici, degli appetiti sensuali; non cercar l'intelligenza che per far crescere i bisogni, ed eccitare a nuovi godimenti.
Ebbene! se un cristiano alza la voce, e denunzia questa rinnovata barbarie alla pubblica coscienza, se una libera voce ne avverte i fedeli, perchè dovrebbero esserne maledetti? Perchè scandolezzarsi quando il papa e i vescovi si lagnano di tante ingiustizie; quando proclamano che la società non dev'essere abbandonata all'arbitrio di una persona o d'un parlamento: quando fra tanti disastri fisici compiangono i morali? Presto si arriva a praticare i vizj che si cessa di biasimare, e la Chiesa che ordina i fedeli al vero e al giusto, come può non protestare contro la falsità e l'ingiustizia, contro gli errori del pensiero che possono recar sì gravi disastri? Essa vuole l'inviolabilità del diritto e del giuramento, la riverenza al potere, anzichè la rivoluzione, la quale nasce dall'egoismo che fa preferire la volontà, gl'interessi, la gloria propria all'altrui, e per rivendicarli conculcare i diritti del prossimo. Dottrine contrarie corrompono; la santa sede, guardiana delle massime sociali, non deve premunire? Essa che fa predominare l'idea sopra i fatti, può non condannare la dottrina de' fatti compiuti, la sovranità del fine, l'egoismo del non intervento, la legittimità del pugnale, l'onnipotenza del numero, la ribellione come unico rimedio al despotismo elevato sulla base della democrazia? Questi errori sociali erano già combattuti da economisti, da filosofi, da politici; quanto più lo doveano dalla Chiesa, stato perfetto, ideale normale, che vuole il vero assoluto?
Che tutti siano raccolti «nell'unità della fede e nella conoscenza del Figliuol di Dio»[652] è l'aspirazione della Chiesa: ma ciò le toglie forse di correggere anche, come un padre cui spetta il dovere di garantire i figliuoli dai proprj istinti o dalla seduzione? le toglie di curarsi delle istituzioni civili, di metter le verità divine sopra gli opinamenti umani? L'enciclica e il sillabo non fanno, nè domandano di più: cercano la pace intellettuale e il rinascimento delle convinzioni.
Quando si volle sbandir dalle scuole i classici profani come tarlo della società, prelati e dottori difesero i metodi antichi[653]. Così è della filosofia pagana. V'è chi attenua le forze dell'uomo, o spingendosi coi Luterani fino a negare il libero arbitrio, o fermandosi ad attaccare il valore della ragione individuale, o dando all'atto umano spiegazioni che pajono compromettere la libertà. Chi ammetteva non aver l'uomo cognizioni se non per una rivelazione primitiva (_tradizionalisti_) non potea riconoscere altra scienza che la divina, e perciò escludere la filosofia. Ma nel 1855 essendo sorta una scuola che annichilava i titoli della ragione, Pio IX proclamava l'accordo della ragione colla fede, entrambi derivanti dalla stessa fonte immutabile di verità che è Dio, e le prove razionali esser valevoli a dimostrarne l'esistenza, la spiritualità dell'anima, il libero arbitrio; l'uso della ragione preceder la fede; bene san Tommaso, san Bonaventura e altri scolastici aver proclamato che la ragione umana è una tal quale partecipazione della ragione divina, e aver messo le prove razionali come preamboli della fede; il raziocinio dell'uomo non creare la verità, ma trovarla: prima d'esser trovata esiste: quando la trovammo ci migliora[654]. Il cristiano non crede prima di ragionare; obbedisce perchè crede, sicchè l'obbedienza è atto di ragione come di fede.
Parimenti nel sillabo è difesa la ragione dai sofismi dell'identità de' contrarj; è frenata quell'esorbitanza che giunge fino all'onnipotente nulla di Feuerbach, fino a negar tutto, anche la fede. Pure molti tennero ancora la filosofia in discredito; riguardando la ragione come non affatto accecata dalla primitiva caduta, ma sì poco veggente che nulla può aspettarsi da ciò ch'ella insegni. I savj non negano la competenza della ragione nelle quistioni di cause prime e cause finali; la rivelazione stessa presuppone una serie di certezze razionali, senza di cui non si può nè stabilir la fede nè renderne conto.
Quando, dopo la rivoluzione del 1830, a Parigi pubblicavasi con buone intenzioni _l'Avenir_, che proclamava la libertà dei culti e la segregazione della Chiesa dallo Stato, Roma dichiarò che tali dottrine non possono essere presentate da un cattolico come un bene desiderabile, sebbene in alcune eventualità la prudenza esiga di tollerare pel minor male. Chi applaudirebbe all'indifferentismo delle leggi fra il vero e il falso? l'irresponsabilità morale dell'errore come si concilia colla morale obbligazione di cercar il vero? Pure, se male è l'errore, può non esser male la legge che lo tollera. Il soffrire gli acattolici, come Dio fa levare il sole anche sopra l'empio, è prudenza civile, e Roma vi si conforma. Oggi gli Stati ammettono che ciascuno professi la sua religione con egual libertà, ed ottenga l'egual protezione pel suo culto. Ne deriva maggior unità nel corpo sociale, perchè tutti gli abitanti d'un paese, qualunque ne siano le credenze, son più interamente cittadini della stessa patria; e la religione cattolica, cui virtù prima è la carità, accetta questa condizione, massime dove il dissenso è già entrato, perocchè dove tutti i cittadini fossero unanimi nel vero, neppur bene relativo sarebbe il seminar lo scandalo e la discordia. Altro però è l'ordine civile e temporale, altro lo spirituale e religioso; tutte le credenze religiose restino eguali avanti alla legge, ma non avanti alla verità, e il papa condannando l'indifferentismo, fa distinzione tra la verità dottrinale e la possibilità pratica. Una volta l'infedele, lo scomunicato era un ente maledetto, con cui non doveasi cambiare parola: ora Gregorio XVI ricevette affettuosamente il capo della Chiesa rutena, persecutore accannito della nostra: ma non per questo si deve imporre come norma di civiltà l'anarchia delle intelligenze, nè le necessità relative trasformare in pratiche assolute.
Il dichiarare che uno può giungere a salute in qualunque credenza purchè osservi le leggi morali, e che ogni culto sia buono, è tolleranza che la religione cattolica non può accettare, come il geometra non accetterebbe che un quadrato possa esser il doppio d'un altro, come le accademie repudiano chi propone il moto perpetuo, la quadratura del circolo, la trisezione dell'angolo. L'uomo non ha l'arbitrio di credere quel che vuole, bensì il dovere di credere la verità, e il diritto di giungervi per mezzo della persuasione, non mai della violenza. Non è una strada su cui, partendo da due estremi, si possa incontrarsi a mezzo: la verità è indivisibile, nè si può abbandonarne una parte: suo carattere costitutivo è l'esser una, immutabile, universale, indefettibile, e di generar la certezza. Non può dunque transigere coll'errore, nè riconoscer il diritto di professarlo, o accettare gli acconcimi chimerici e funesti che altri gli propone nel solo scopo d'inimicarle l'opinione plebea. Con ciò la Chiesa non s'arroga di giudicar le coscienze o accorciare la misericordia di Dio: nè esclude dalla salute quelli che stanno incolpabilmente nell'errore, oppure quanto all'arcane disposizioni dell'animo e della Grazia ponno appartenere tuttavia al regno interiore di Dio e alla Chiesa spirituale, che accoglie in seno molti figliuoli non appartenenti alla sua comunione esteriore. Molto meno gli esclude dalla carità, e dalla tolleranza civile che concede l'esercizio di tutti i diritti anche ai seguaci d'altra religione: in ciò la visione del diritto concorda coll'insegnamento evangelico. Il meglio d'una società considerata umanamente può richiedere si lascino praticare varj culti; ma l'impedire per ciò di considerar come religione dello Stato la cattolica, è ciò che il sillabo riprova.
A questo documento applicando le norme più ovvie della buona interpretazione, primamente bisognerà distinguere le proposizioni assolute dalle relative, potendo talvolta esser falso in tesi quel ch'è ammissibile in ipotesi. Alcuna delle proposizioni è condannata qualor si prenda come universale e assoluta. Per esempio, chi «mette come obbligatorio il principio del non intervento», condanna ogni intromissione ne' conflitti altrui, mentre il farlo no, l'accorrer nella casa del vicino quand'esso batte la moglie, il separare due che si accoltellano, il disarmare l'assassino, se anche non fossero obblighi di carità, sono regole di condotta, e questa può esser buona o cattiva, savia o imprudente.
La condanna d'una proposizione falsa non implica necessariamente l'affermazione della contraria, che potrebb'essere ella pure un errore. Il negare che un corpo sia bianco non significa che è nero. Chi dice che non è vero che in aprile piova sempre, non asserisce che faccia sempre sereno. Il non ammettere che sia identico liberale e onest'uomo, non esclude che il liberale possa essere onesto. Il sillabo appunta il dire in forma assoluta che «è permesso ricusar obbedienza ai principi legittimi»: ma non è necessaria illazione che in nessun caso ciò sia permesso.
Talune proposizioni si condannano perchè equivoche o sconfinate, e sol nel senso di chi le dice. Così alla sentenza che «la suprema sociale perfezione e il progresso civile, _ætate hac nostra_, esigono imperiosamente che la società umana sia costituita e governata senza tener conto della religione, senza metter divario tra la vera e la falsa», chi in tali termini si soscriverebbe? o al dire che nessuna autorità ecclesiastica o civile deve a nessun cittadino restringere la libertà illimitata (_omnimoda_) di manifestare e dichiarare i proprj concetti, qualunque sieno, colla voce, colla stampa o in qualsiasi altro modo?
È a riflettere inoltre che questo è un indice che dà i titoli, le rubriche delle condanne, o piuttosto delle note, il cui vero tenore esplicito bisogna ricavare dal documento proprio cui si riferisce; e che esso indice nella sua concisione può sembrare esorbitante dove non l'è il testo[655].
La logica impone ancora di pesare i termini delle proposizioni condannate. In un atto sciaguratamente solenne si era detto che _il papa può e deve riconciliarsi, transigere colla civiltà moderna_. Se lo deve e nol fa, egli manca al suo dovere. Or donde a costoro il diritto di sentenziar che il pontefice vien meno a ciò che deve? Poi transigere vuol dire mutarsi, cedere alquanto del suo per mettersi d'accordo con un altro. Ora la verità non può mutarsi, nè rimetter ombra de' suoi diritti per accordarsi coll'errore. Dicendo papa, intendete non l'uomo o il principe, sibbene la religione. Ma con ciò che la civiltà ha di bene, certo non fa contrasto la religione, nè quindi ha duopo di transigere; dovrebb'ella accordarsi con quel che ha di male? Dicono che essa non camminò collo spirito moderno. Or bene, qual è la verità cattolica che sia divenuta errore, o l'errore che sia divenuto verità? Iddio non dà una legge a ciascun secolo. Se intendete per civiltà strade di ferro, telegrafi, vapori, scienze, arti, Roma non solo non vi ripugna, ma n'è attrice e promotrice. Essa è l'autorità che regola il progresso; ma non per questo vi si incurva, non l'accetta quando presume abbatter tutto il passato, rompere la tradizione della verità, confondere il bene e il male, negar il sopranaturale e il dogma, proporre unico bene il godimento attuale; quel progresso che è l'idolatria dell'io umano. Se intendasi dei governi rappresentativi, delle elezioni popolari, della discussione a voce o per iscritto, queste son forme che la Chiesa praticò prima che i Governi; ma scaltrisce i popoli allorchè, sotto i nomi speciosi di civiltà, di libertà, si mascherano errori religiosi, intellettuali, morali, politici, sociali.
La Chiesa condanna gli abusi delle libertà politiche, e il voler di queste far la regola assoluta di condotta, come condannò le tirannie dispotiche[656]; ma non riprova le costituzioni, anzi le benedice col permettere vi si presti giuramento. Acconciandosi alle necessità del tempo e delle cose in cui vive, fa il ben possibile, pur reclamando il bene desiderabile; irremovibile nei dogmi, cammina colla società quando questa non ricalcitra alle idee, immutabili anch'esse, del diritto, della giustizia e dell'autorità, dell'obbedienza, del vizio, della virtù.
Ora che la voce di libertà è in così varj toni cantata dai cortigiani della folla; che con essa ubriaca le passioni chi vuol salire in alto; salito, trovasi incapace di resistere a nuovi sopraggiunti per la via stessa, talchè trovandosi disarmato in faccia all'anarchia, dall'indipendenza disordinata non sa che rifuggire alla dittatura democratica, la quale, non potendo legittimarsi colle idee, si sorregge colla pura forza, facendone stromento di universale depressione, e sol concedendo l'arbitrio di tutto ciò che contamina il cuore e l'intelletto delle moltitudini: ora che al dominio sfrenato si surroga il dominio corrotto, togliendo ogni stima al Governo, ogni devozione all'autorità, solleticando vergognosamente gl'interessi e l'avidità di godimenti vivi, istantanei, incalzantisi; chiamando bene tutto ciò che serve, male tutto ciò che resiste, la Chiesa sola dovea considerar inerte questo conflitto della libertà che senza autorità è anarchia, e dell'autorità che senza libertà è tirannide?[657]
La ragione, inorgoglita dei progressi che crede aver fatti senza la Chiesa, e che affidò ai Governi, crede bastar da sola a raggiungere qualunque verità, a governare il mondo secolarizzando la scienza, la politica, il lavoro. Pretensioni opposte ha la Chiesa, e queste esprime l'enciclica, che domanda alla ragione umana soltanto di non ribellarsi alla ragione divina; domanda ai popoli non che rimpastino i loro codici, o rineghino i principj decantati, ma solo che lascino la piena libertà del bene, che non concedano all'errore i diritti che competono alla sola verità, che non turbino colle loro ingerenze la famiglia, ultimo ricovero della libertà e dignità morale. Essa protesta contro lo spirito del secolo, tutto spedienti, freddo calcolo di utilità, ingordigia di guadagno, e vuol che non credasi costretta a riconciliarsi coi vantati progressi, bensì che essi si riconciliino col vangelo; che almeno ne' paesi liberi non si imponga alla Chiesa di stare separata dallo Stato; nè che l'autorità derivi dalla maggioranza delle teste, nè che il fine giustifichi i mezzi, che la ingiustizia fortunata abolisca la santità del diritto.
No: il cristianesimo non è un ascetismo, che deva tenersi lontano da quanto si riferisce all'umano consorzio; esso è idea e vita, sistema e spirito; e perciò è ingiustizia il segregarlo dallo Stato. Chi ammetta che la Chiesa possiede essa sola la verità, e con questa i più puri principj di giustizia, di saviezza e di tutte le virtù sociali, deve pur credere che una società diretta da essa sarebbe, anche nell'ordine temporale, la più perfetta e felice, e perciò la più desiderabile, sebben non sempre possibile.
È artifizio della rivoluzione (lo ripetemmo) l'impadronirsi di alcune idee dell'epoca, vantarsene inventrice, e volerle impiantare in onta all'ordine. Così fece la Riforma; così la rivoluzione d'adesso, col gridare alto le idee dell'89, la fratellanza, la libertà, l'eguaglianza in faccia alla legge, i poteri elettivi, i governi parlamentari, i congressi, tutti concetti che la società cristiana possedeva già, e che mai non ha repudiato; essa che ha il vangelo per statuto, l'elezione per applicarlo. Se alcuni si sbigottiscono di questa vertigine del mutare, del sovvertire, del rinnegare il passato, e si angustiano nello scrupoloso ribrezzo d'ogni novità, v'è cattolici che lealmente accettano le istituzioni moderne, che rassegnandosi alla necessità degli scandali, confidano nel progresso providenziale; avendo sempre visto la Chiesa camminar alla testa della civiltà per rialzare tutto, tutto salvare, tutto unire.
Il sillabo è il documento che continuo si rinfaccia al sommo pontefice, accusandolo di sostenere la verità pura, mentre accusavasi di non badar che al suo dominio temporale; accusandolo di avverso alla società, mentre la difendeva contro gli errori più ad essa perniciosi. Perocchè coloro che testè aveano detto «Crocifiggilo, non vogliam altro re che Cesare», ormai annunziano apertamente, «Fra il tronco cattolico e l'ascia democratica non resta che la corona». I lamenti del papa attestano che non si può chiedergli accordi quando non gli si usano che torti: eppure fra tante prove non mancano consolazioni a quei che si sentono qualche fiamma nel cuore, qualche elevazione nello spirito, e la più insigne è il vedere la concordia di tutti i vescovi del mondo col pontefice: verso il quale, non spinti dall'obbedienza, ma attratti dall'amore accorsero nel 1854 tutti, eccetto gl'italiani che non fossero esuli: e tra le faccie irose e le bocche spumanti degli avversarj, che lo minacciano eppur disperano, egli minacciato eppur sicuro e sereno, ricordarsi che l'Uom Dio fu pure l'uom dei dolori, dell'ingratitudine, delle calunnie, degli insulti, benedire alla intera cristianità, e pregar Dio che non domandi troppo severo conto ai persecutori, nè le pietre del diroccato Vaticano rotolino ad abbattere troni, case, tombe.
Ancor più magnifico fu il vedere, nel 1867, mentre voci autorizzate intimavano che la fede è ita, che nessuno più crede alle storie vecchie, alle vecchie Bibbie, mentre l'ostilità sorda o dichiarata de' Governi scrollava quest'ultimo argine degli arbitrj, e il Governo più vicino sconsacrava le chiese, disperdeva i monaci, carpiva i beni della carità, e intimava a Dio «Vattene dal mio regno; ritirati nel tuo cielo»; a un semplice desiderio di questo così bersagliato pontefice, accorrere da tutte le parti del mondo i vescovi per santificare alcuni martiri del Giappone[658], e celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro: accorrere su quel lembo di terra che ancor gli rimane, quasi ad attestar novamente non solo la loro sommessione alla suprema autorità, ma il bisogno che vi sia un paese indipendente da nazioni e da partiti, ove la Chiesa non sia tollerata come ospite[659], ma tutte le nazioni possano adunarsi come in casa propria: accorrere a riconoscere che, mentre in diciotto secoli tutto il mondo cambiò, e tutto oggi è sovvertimento e incertezza, sola immobile sta la pietra, sulla quale Cristo edificò la sua Chiesa. Le feste del 29 giugno ricordavano il concorso ai primi giubilei ne' secoli credenti, sicchè parve angusta la basilica vaticana: ma ciò che più colpiva era la serena e fiduciosa maestà del pontefice, che aveva una parola, un consiglio, un conforto per ciascuno dei quattrocento vescovi accorsi, fra cui quelli d'Italia che aveano sofferto, ma creduto, ammirato, sperato; per le innumerevoli compagnie di preti; per le cento città d'Italia che rappresentate da mille cinquecento cittadini, gli offersero ciascuna una raccolta di disegni e cenventi pagine d'indirizzi e una limosina filiale, che esprimessero la stabilità del papato e la devozione degli Italiani per esso. In tutte le lingue si predicò, si orò, si attestò che la fede non è morta, che l'unità non è scomposta, nè lo sarà fin alla consumazione dei secoli; che la società può esser ancora salvata dall'autorità, purchè non la demoliscano coloro che han maggiormente il dovere e il bisogno d'appoggiarvisi. Poichè la grandezza sta nella semplicità, racconteremo come l'ultimo giorno che il Santo Padre diede udienza ai vescovi che gli presentarono l'indirizzo di adesione incondizionata, mentre stava per dar loro la benedizione apostolica, si sentì suonare l'_Angelus_. E il papa alzatosi, recitò la salutazione angelica, e vi risposero i vescovi. Erano più della metà di quelli di tutto l'orbe cattolico, sicchè mai alla Madre di Dio non era stata offerta così solenne salutazione.
Immenso conforto ne dovette venire al cuore esulcerato del pontefice, il quale ai vescovi congregati diceva: «Con letizia voi circondate i sepolcri gloriosi de' beati apostoli Pietro e Paolo, e con somma devozione li venerate. Siete in Roma, e quasi con un senso di novità fissate lo sguardo nel sacerdote massimo, costituito sopra tutta la casa di Dio, che vedete impavido al suo posto parlar a tutti con fiducia, e tutti esortare all'integrità della fede e ad una inconcussa speranza, sino a che giunga l'aspettato giudizio. Siete in Roma, e tenete in cuore e vedete cogli occhi la solidità di quella pietra sopra la quale Cristo ha edificato la Chiesa. Mentre i progetti dei popoli sono sparsi al vento, i consultori della nequizia o cadono nella stoltezza, o sono sradicati dalla terra; e i superbi capitani colpiti in guerra; e i principi ingannatori confusi, questo edifizio sta fermo non per potenza d'armi e di re; ma nella parola di Dio. Le nazioni ascendono a questa Sionne dall'austro e dall'aquilone, dal mare e dal deserto, perchè questa terra, benchè piccola, può essere abitata senza timore, nè la spada oltrepassa i suoi confini: la pace e la sicurezza custodiscono le porte della Città. Voi gioite pensando che sol per le dovizie della bontà di Dio poteste convenire in questa santa Sionne; voi che poc'anzi vi siete trovati in tante angustie, che avete sostenuto afflizioni, obbrobrj, tribolazioni, carceri, e con pazienza avete sopportato la rapina dei vostri beni, veduto i templi di Dio convertiti in spelonche di ladroni: i tesori della casa di Dio mandati a distruzione e rapina: i sacerdoti rimossi dall'altare e cacciati dalle abitazioni loro, e le sacre vergini gementi e squallide. Ed ora confortate l'amarezza dell'animo con una santa esultanza. A questa partecipando, noi ci rallegriamo con voi, perchè avete ereditato gloria ed onore col patire, ed alle mitre vostre aggiungeste la corona d'oro della fortezza. In mezzo a tanta letizia dell'orbe cattolico, innalzate le preci al Signore che può salvare; state confidenti, nè abbiate paura della moltitudine de' nemici: non è abbreviata la mano del Signore, non è otturato il suo orecchio. Egli esaudirà, ed apparirà vestito di giustizia e di vendetta; snuderà la sua spada, e con essa percoterà le nazioni e i re che ignorarono la giustizia, e i popoli che contristarono il suo Cristo. Allora i giorni della tristezza e del lutto convertiransi in gaudio, e colle vesti delle giocondità canterete un nuovo cantico a colui che ci trasse dalle mani degli inimici; sederete, nella venustà della pace, nei tabernacoli della fiducia e nell'opulenza del riposo». E ai rappresentanti d'Italia rispondea: «Da questo giorno comincia l'ora della misericordia. Han detto ch'io odio l'Italia. Deh se l'amai sempre! ho desiderato la sua felicità, e sallo Iddio quanto pregai e prego per questa infelice nazione. Non è unità quella che si fonda sull'egoismo. Non è benedetta l'unità che distrugge la carità e la giustizia, che conculca i diritti dei ministri di Dio, dei buoni fedeli, di tutti».
Come egli avea mostrato quanta fiducia metta nel voto de' vescovi suoi fratelli col radunarli intrepidamente attorno a sè, una splendida speranza diede alla Chiesa promettendo, ciò che mai non sarebbesi sperato in tanta incertezza di cose e ostilità d'eventi, di congregarli ben presto ad un Concilio generale, quasi la rivista che, alla vigilia d'una campale battaglia, fa chi è risoluto a morire, ma non avvilirsi davanti a nemico. Se più non occorre di fissare o chiarire dogmi, molto resterà a fare, per armar la scienza a lotte nuove contro il razionalismo irruente, che nega non solo la fede ma la ragione a nome del progresso; per vincere collo splendore della tradizione cattolica il conflitto tra ciò che v'ha di più vivo, l'amore o l'odio della libertà: fare dall'unità vivente e parlante in un Concilio accomodar la disciplina alle esigenze nuove; regolare il diritto canonico alle dottrine politiche ed economiche e ai problemi sociali; spiegare gli equivoci innestati dal delirio della stampa, potenza sconosciuta ai tempi addietro; vagliare il buon grano tra la paglia e il loglio delle teorie contemporanee; combinare le nuove relazioni della Chiesa collo Stato, sicchè possano la giustizia e la libertà ottenersi con mezzi giusti e liberali, e richiamarsi alla ragionevolezza, alla tolleranza, ai sentimenti della natura gli spiriti languenti nel dubbio, traviati dall'orgoglio, angustiati dall'egoismo.
NOTE
[626] In tal senso il tentativo più insigne fu l'_Eirenicon_ del Pusey; bell'anima che fra gli Anglicani ridestò il sentimento religioso, rinnovò i riti del battesimo, conseguì che anche l'Inghilterra tollerasse i frati (e primi ad assumervi l'abito furono i Rosminiani); dissipò molte prevenzioni contro la Chiesa cattolica, e v'incamminò molti eletti spiriti, sebben egli non siavi per anco arrivato: onde Pio IX paragona quella scuola alle campane, che chiamano gli altri alla chiesa, esse non v'entrano. Pusey vorrebbe considerar la Chiesa greca, la latina, l'anglicana come tre rami d'uno stesso tronco, tre figlie d'una stessa madre, separate per dissensi non fondamentali, e che per iscambievole vantaggio dovrebbero riunirsi. È memorabile la risposta che vi fece il cardinal Patrizj nel 1865, di cui parlammo nel vol. I pag. 426. Vedi pure qui sopra, a pag. 448 e 489.
Fra i molti libri intorno all'_Eirenicon_ è a raccomandare _La pace nella verità_ del Harper.
Il 25 novembre 1865 fu tenuto un sinodo degli Unionisti inglesi con rappresentanti della Chiesa russa, per divisare come togliere lo scisma colla Chiesa romana. Gli Unionisti vorrebbero si mettesse da banda il dogma, e tutti si accordassero nella preghiera. Ma vi si risponde con sant'Agostino, _Lex orandi, lex credendi_: poter noi pregare _pei_, non _coi_ fratelli separati; e l'unità non poter essere generata che dalla verità.
È qui luogo a citare l'opera d'un italiano, che compare adesso a Parigi col titolo _La Primauté de Saint-Pierre prouvée par les titres que lui donne l'Église russe dans la liturgie, par le_ P. C. TONDINI _barnabite_. Egli mostra ne' libri liturgici, che la Chiesa russa ricevette dalla bisantina, contenersi evidenti prove della supremazia di san Pietro e de' suoi successori; e non solo supremazia d'onore, ma anche di giurisdizione, e allega ben quarantasei passi, che crede potrebbero di molto aumentarsi.
[627] Nel 1860 la Società Piana a Lucerna tenne un'adunanza generale, a cui convennero da cinquecento rappresentanti delle varie sezioni, e vi fu letta la risposta che Pio IX faceva all'indirizzo che cencinquantamila Svizzeri gli aveano spedito per consolarlo delle sue tribolazioni. I Bulgari venivano all'obbedienza, con migliaja di Greci scismatici.
Testè, nel _Morning Herald_ giornale protestante, leggevo: «Il romanismo s'introduce sotto mille sembianze ne' nostri templi, ed è accettato benevolmente da gran parte dell'aristocrazia inglese. I nobili dell'Westend e di Belgrav vanno a confessarsi, e vi mandano i loro figliuoli. Questa perversione allaga la maggior parte della nostra città». E Finch soggiungeva: «Davvero io temo non v'abbia fra l'aristocrazia una sola famiglia esente dall'infezione del papismo».
Si sa quanto ivi proceda il ritualismo anche nella Chiesa legale, talchè si fanno altari stabili e non più solo di legno, si ardono ceri e incensi, si pongono crocifissi ecc. Di rimpatto in questi ultimi tempi la corte _des Arches_ ebbe grandissima importanza per la grave quistione portatavi nel 1851 contro Gotham, ministro della Chiesa officiale, che sosteneva non esser necessario il battesimo: poi testè contro gli autori degli _Essays and Reviews_, che negavano l'autenticità e divina ispirazione de' libri santi, quindi l'unità della specie umana, la colpa originale, la redenzione, e perciò la personalità di Cristo e dello Spirito Santo ecc. Wilson e Williams furono condannati sopra alcuni punti speciali, ma sull'insieme furono rimandati. Appellaronsi al Consiglio Privato, e questo gli assolse. Tanto quella Chiesa legale è radicalmente impossibilitata a respingere l'eresia.
[628] N. BIANCHI, _Storia Documentata ecc._
[629] _Pascha Domini et fidelium._
I. Pascha, quod transitum sonat, theologice est transitus Dei ad hominem lapsum, hominisque lapsi ad Deum suum: unde vicissim reconjunctio fit post divisionem inter eos allatam a peccato originali.
Hujusmodi antem reconjunctio unius ad alterum stat et exurgit de mysterio corporis et sanguinis Jesu Christi, mediatoris inter Deum et hominem, qui propterea vinculum est hujus reciprocæ reconjunctionis hinc-inde-et-in se.
Per ipsum enim, et cum ipso et in ipso Creator redit ad creaturam suam, et vicissim creatura ad suum Creatorem; ac restauratur completurque hujusmodi regnum Dei, quod destructum fuit ab origine mundi. Christus est regnum Dei, et vita æterna; per ipsum enim regnat perpetuo Deus in hominem ob assumptam sibi humanitatem, ac perpetuo vivit in homine. Ultro oblatus est in cruce sacrificatus Christus pro peccatis mundi, ut iterum viveret vita æterna; abluit peccatores in sanguine suo, sibique eos adnectit tamquam palmites ad vitem, quod fit per sacramentum baptismatis. Sed sicut palmes diu nequit vivere in vite, neque crescere, nisi ipsa vites eidem tribuat de semetipsa in ejus alimoniam, et palmes sedulo accipiat, ita homo Christo insitus nequit diu vivere Christo, nisi Christus eidem se tradat in alimoniam, et christianus sedulo accipiat et manducet.
Quare Christus fecit ad hoc semetipsum panem ac potum, porrigitque carissimis germinibus, ut edant et inebrientur et crescant in regnum Dei, et vitæ æternæ fructus faciant uberrimos. Ita sane fuit Pascha Domini et fidelium, et hoc stat in mysterio corporis et sanguinis salutaris Dei.
II. Verumtamen Pascha, seu transitus Dei ad regnum in hominem lapsum, et vicissim hominis lapsi ad regnum in Deum, nondum impletum est. Necesse est enim ut ipsa natura humana lapsa assumatur in Christum, Christo unificetur, ac sic regnet in Deum, et Deus in eam. Tunc tantum plene restitutum erit regnum hoc, plenumque fiet Pascha inter Deum et hominem lapsum. Hæc est beata spes quam expectamus, et unde solummodo consummabitur homo in Deum.
Principio nonnisi caro hominis lapsi a verbo assumpta est in semetipsum, qui erat vita æterna. Caro autem hominis lapsi non est humana natura lapsa; et hæc uti talis nondum regnat in Deo. Modo humana lapsa natura non participat et communicat Deo, nisi prout communicat et participat Christo, mediatori inter Deum et homines; participat autem et communicat Christo, prout Christus participat et communicat cum homine lapso. Sed cum non assumpserit Verbum in semetipsum humanam naturam lapsam, bene vero carnem tantum hominis lapsi, patet quod Christus non participat et communicat humanæ lapsæ naturæ, nisi solummodo in ejus similitudine quatenus lapsa est. Licet enim Christus sit verus et realis homo, nullimode tamen de lapsis est, cum sit quidem in similitudinem lapsi hominis factus, sed absque peccato.
Quæ cum ita sint, omnino liquet huc usque hominem lapsum non participare et communicare Deo per Christum nisi per similitudinem, in quam lapsus est. Nondum enim Christus in naturam propriam accepit lapsam naturam humanam ipsam. Quare Pascha hoc Dei impletur in mysterio corporis et sanguinis Christi, quod est ipsum Pascha ac regnum nostrum ac Dei: implebitur autem mysterium corporis et sanguinis Christi cum implebitur ipse Christus: implebitur autem ipse Christus cum in ipso natura humana lapsa recepta fuerit; recipietur autem in Christo humana lapsa natura, cum electum de plebe a Patre ac de semine David Christus susceperit in semetipsum, et quocum unum fiet consummatum.
III. Pascha hoc in corpore et sanguine Christi, unde fiet tantopere desideratum a Deo regnum et expectatum ab hominibus, inceptum per Verbi incarnationem progressive pergit usque ad suum complementum.
Hinc, posito opere primo tamquam fundamento, manducaturus Christus Pascha suum cum discipulis suis, in ultima cœna, sic Lucæ 22 testatus est: «Dico vobis quia ex hoc (puncto temporis) non manducabo illud (Pascha) donec impleatur regnum Dei». Immediate enim ac statim a principio non potuit a Verbo in semetipsum suscipi lapsa humana natura, quæ maculata erat, maledicta et sub servitute peccati. Oportuit ergo ut a Verbo prius susciperetur humana caro simpliciter, et in ea homo factus pateretur, sicque in sanguinis sui pretio hominem lapsum redimeret, ablueret a peccatis et sanctificaret, ac, uno verbo, renovaret in ipso opus Dei. Quod cum perfectum sit, lapsa natura humana ejus qui Christo vivit, susceptibilis facta est in Christi naturam; et cum ipse eam susceperit implebitur Pascha et mysterium regni Dei, seu adveniet regnum Dei plenum.
Ex hisce sequitur quod hoc opus sit complementum Redemptionis a Redemptione exurgens; fit enim in virtute pretii sanguinis Christi, per quem passum et crucifixum, factus est homo lapsus denuo filius Dei, ac proinde susceptibilis in naturam ipsius Dei primogeniti ut fiat unum cum ipso, sicque regnum Dei appareat. Ipse Christus est qui meruit ut humana lapsa natura per semetipsum, cum semetipso, in semetipso uniretur Deo in perpetuum, unum facta in natura cum Christo ipso. Quare opus hoc, quod credimus et testamur perfectum esse his diebus, appellandum est Pascha de Paschate, redemptio de redemptione, crux de cruce.
Pascha quidem de Paschate, quia per transitum primum in Christo Dei in hominem, et hominis in Deum, quo posteriori Paschate hinc semper perfruuntur qui Christo vivunt, ac illud perficiunt in semetipsis magis magisque quo sæpius ac dignius sacramento corporis et sanguinis, ubi stat Pascha hoc, Christi impinguantur: tunc enim fit et completur Christus in multis, ac multi in Christo.
Redemptio de redemptione; quia per redemptionem primam qua Christus redemit hominem a servitute peccati, ac transtulit ad libertatem filiorum Dei, fit hæc secunda redemptio, primæ complementum, unde homo lapsus, ac in sanguine Christi regeneratus, in Christo modo assumitur de maledictione terræ ad regnum in Deum. Homo totus tunc est in Deo per Christum, ac per eumdem gloria et honore coronatur, paulo minus ab angelis imminutus accipit regnum Dei, in universa terra omnia subjiciens sub pedibus suis, dominans in medio inimicorum suorum, confringens reges, et conquassans capita, judicans in nationibus. Deus a dextris suis; propterea cum regnum acceperit in universa terra, de torrente omnipotentiæ ejus in via hac bibet, et exaltabit caput. Ita sane per redemptionem primam, qua homo lapsus in sanguine Christi ereptus est a servitute peccati ad libertatem filiorum Dei, a statu maledictionis ad illum benedictionis, dignus factus fuit qui etiam eriperetur ab exterioribus peccati et maledictionis consequentiis, quæ miseriæ sunt scilicet vitæ hujusmodi labores, dolores, humilatio humanæ dignitatis, mors etc. Quæ cum omnia in Christo victa sint dum homo lapsus in Christi naturam recipitur, ea sic vincit humana natura lapsa in Christo; accipitque in eo jura omnia restituta. Hæc est altera redemptionis victoria, ab illa exurgens et complens regnum Dei expectatum, et in terra revelandum in sua potestate, gloria et majestate. Revelabitur autem regnum hoc sic completum in Christo, cum revelabitur Christus ipse completus in gloria sua, et lætabuntur in rege suo et una cum eo regnum accipient in universa terra, a mari usque ad mare et a termino usque ad terminum orbis terrarum, donec omnia renovaverit et subjecerit sub pedibus suis, et evacuaverit omnem principatum et potestatem, et regnum tandem plenum et perfectum eorum qui scripti sunt in libro vitæ attulerit ad Patrem, reddita unicuique mercede sua.
Crux de cruce, quia, dum per hoc Pascha homo lapsus in Christum et vicissim transit, homo iste consequenter subit ipsam crucifixionem Christi in natura sua. Christi sacrificium in cruce consummatum manet naturaliter semper in hoc mundo, nec præterit; oportet enim illud continuo offerri Deo pro peccatis actualibus post baptismum commissis; ergo manet hic quotidie Christus crucifixus. Crucis hoc sacrificium non deficiet, nisi cum advenerit ævum sanctum, quando erit deleta iniquitas, et finem acceperit peccatum in populo Dei, et cum Christus etiam manebit in hunc mundum solummodo in gloria, in majestate sua, penitus devicta morte. Subiens iste ergo homo Christum in hac vita, ut fiat unum ac idem naturaliter cum eo, necessario subit crucifixum; in illo crucifigitur crucifixione ejus, seu ipsam crucifixionem ejus portat vere et naturaliter. Insuper fit ille qui positus est hic in signum, cui contradicetur: sicque denuo apparet contradictionis signum cui tenebrarum filii necessario contradicunt, et contra illud fremunt. Hinc reapse crux de cruce, unde renovabitur ac perficietur Jerusalem; cum vero hoc Paschatis mysterium revelabitur, videbitur Christus crucifixus se se offerens in sanguine suo citra mortem, cum sit ipse Christus mortuus resurrectus.
IV. Hisce de paschate lapsi hominis in Christum persolutis, modo nobis est inquirendum quomodo hoc mysterium fieri possit quin Christus immutetur, aut homo assumptus destituatur nullomodo. Quare hoc dicimus factum esse per consecrationem, et eodem ferme modo, quo sub speciebus panis et vini constituitur Christus in Missæ sacrificio, licet cum aliqua differentia. Quemadmodum enim, dum verba consecrationis proferuntur, panis et vinum, ut ita dicam, moriuntur et sub illorum speciebus Christus statuitur; ita etiam, proferente Deo eadem verba in homine, ille homo moritur, et ejus loco divina victima statuitur sub ejusdem figura. Non moritur ille homo uti homo, sed moritur uti homo ille, seu cessat esse homo ille qui erat, et reapse amplius non est ille homo qui erat, sed est homo Deus Christus. Caro, sanguis et anima ejus conversa sunt in carnem, sanguinem et animam Christi. In sacramento Eucharistiæ facta est destructio panis et vini substantiæ quæ pertransiit; in hoc autem nulla facta est detractio hominis; sed tantum immutata est per Dei omnipotentiam; adeo ut quæ fuit substantia simplicis hominis ea hominis-Dei facta sit. Nulla ergo hic fit detractio hominis substantiæ, sed natura ejus sic conversa et immutata in Christum adest, et adest meliori modo quam antea, seu eo melius existit quo meliorem eum fecit immutatio. Fecit igitur illum Deus corpus, sanguinem et animam Christi sui in terra viventium; et si ita fecit eum, ita est absque ulla contradictione, et est Jesus Mariæ filius, qui de ea natus est, passus est, atque mortuus resurrectus.
Sed dices: Si in hoc mysterio substantia hominis non destruitur assumpti, tunc esset in Christo duplex anima, et in ipso immixta essent caro et sanguis, quæ de virgine nata non sunt. Hinc immutaretur Christus, quod est absurdum. Anima hominis producta et inspirata fuit ab anima Verbi initio, quod autem e substantia Verbi emissum est non potest denuo ab illo absorbi?... Et hoc est quod evenit quoad animam hominis illius: absorpta est, et non destructa, et subsistit subsistentia Verbi, facta Verbum ipsum. Caro autem et sanguis Christi in ultima ejus ætate num ea fuere precise identice ipsa quæ de Virgine nata sunt? Non sane: quia in tempore substituta fuere ab alia carne et sanguine, quod per cibum efformatum fuit. Nihil ergo efficit quod caro et sanguis alius accedat ad Christum, dummodo substantialiter et in natura ei uniatur. Nam tunc illud carnis et sanguinis, in ejus naturam transactum, est reapse caro et sanguis Christi qui de Virgine natus est.
Assumpsit ergo Christus sibi naturam hominis illius, illamque sibi adjunxit perpetuo in naturam: et _ille homo_ non est amplius _homo ille_, sed est homo-Deus Christus Jesus. Deo Gratias.
APPENDIX.
Et post hebdomadas sexaginta duas occidetur Christus.
DANIEL. cap. 9.
Christus veluti hostia pro peccatis quotidianis populi sui in terra singulis diebus offerenda manens sub eucharisticis speciebus, si nullum esset omnino aliquando peccatum in populo suo, nihil omnino tormentorum ipse passionis suæ sentiret, quibus patiendis in hoc statu victimæ semper subjectus est, eorum renovata causa, idest peccato. Palmites huic divinæ viti insiti per baptisma, ac propterea unum cum ea facti, ejus crucifixionem suscitant quotidie quoties per peccatum moriuntur in ipsa. Hæc mortis plaga in membris Christi Christum dilaniat, rursum adapertis vulneribus crucifixionis ejus, iterum idcirco crucifigentes sibimetipsis filium Dei. Et nisi victima hæc ea simul esset quæ et resurrexit, adeo ut, resumpta perpetuo anima sua post mortem, impossibile sit quod eam denuo deponat, plusquam sane millies in die iterum pateretur Christus, quo cœpit peccatum renasci, ac inundare in populo sanctificato. Sustinet tamen agones omnes, et omnia tormenta mortis, licet non possit anima ejus a corpore separari, quod propterea imo est mors continuata absque termino, quæque toties multiplicatur, quoties a singulis membris post susceptum baptisma, et rursum post acceptam pœnitentiam semper peccata multiplicantur.
Quare in sacramento corporis et sanguinis Christi, ubi positum redemptionis opus continuatur, mortem Domini annuntiamus donec veniat; donec scilicet veniat et in hunc mundum ea gloria corporis sui, qua gaudet in cælis ad dexteram Patris. Tunc enim necessario deficiet hæc hostia et sacrificium, cum appareat in passibilitate sua. Hisce præmissis tamquam fundamento, demonstramus quomodo Christus in hominem lapsum transitus per Pascha, de quo sumus locuti, iterum et directe ab hominibus crucifigatur revera prout de eo prædictum est.
Aggredientes igitur demonstrationem hanc, dicimus per hoc Pascha Christi in naturam hominis lapsi, in comperto est quod Christus novam subierit incarnationem, ac propterea humanitate informatus sit, quæ crucifixionem ejus passa non est; et, cum ea humanitas sit ipse Christus, patet quod ille per Pascha hoc refectus, restauratus, ac quodam modo renatus evaserit. Sic mulier circumdedit virum (de quo mysterio docebit vos Spiritus, quia modo non potestis portare) sic terra germinavit salvatorem, et ipse tamquam virgultus ascendet coram Deo de terra sitienti. Attamen certum est quod nihilominus resideat in intimo, ut ita dicam, Christi virus crucifixionis ejus, idcirco supressum et curatum quod ibidem veluti sepultum ac suffocatum, reviviscere nequit, nec inde irrumpere in humanitatem ejus ad eam dilaniandam atque ad eam crucifigendam. Ad hoc enim necessarium est ut virus illud ab hominibus directe suscitetur in personam Christi apparentis, quemadmodum a principio crucifixionem ipsam in eum intulerunt, directione saltem operis, si non intentionis. Directe autem ab hominibus, directione saltem operis, virus illud contra Christum excitatur, dum Christi personam sic in nova carne apparentem negant, blasphemant, contumeliis afficiunt, opprobriis saturant, in carcerem detrudunt, inter sceleratos eum reputantes.
Tunc enim saltem directe peccatur in Christi personam, cum prosternendo unius peccati effectus ac gravatus apparet, dum excitat in ipsum crucifixionis virus sepultum ac curatum, quod propterea crudeliter irrumpit in novam ejus humanitatem, in qua sic denuo crucifigitur, et quidem crucifixione prima in toto suo effectu a populo suo. Nec populus excusationem a crimine deicidii habere potest ne hac quidem vice secunda, cum Pater sufficienter clarificaverit Filium suum, ut saltem deterrererentur a necessario opere, et edocti ipsa Filii gratia sumptibus ostinationis, perfidiæ judaicæ antea scrupolose viderent, consulerentque scripturas.
Ast nihil horum. Istum dicunt esse Christum? Ergo prosternamus eum, ergo crucifigatur. En sane argumentum et hodierna die pontificum sacerdotum, qui propterea concitaverunt plebem contra Christum Domini, ut Pilatus in eum conjiceret manus, et de eo faceret juxta voluntatem eorum. Cum autem compleverit Christus et hoc secundum sacrificium, per quod accipit regnum a Patre, revelabitur in hac sua crucifixione, et videbunt quid fecerunt et in quem pupugerunt. Completum erit hoc alterum Christi sacrificium de primo exurgens quum pervenerit hora ad hoc a Patre designata ut compleatur. Sane lux magna, ad confusionem ac terrorem Pharisæorum, fulgebit super caput ejus a Patre, et Angeli eripient eum de Cruce ac sepulchro suo.
Ex quibus videtur quomodo intelligenda sint verba Christi de Joanne apostolo tunc quum dixit: «Sic eum volo manere donec veniam»; Joannes enim erat figura humanitatis illius quæ in filium Mariæ Virginis evadenda erat, ac crucifigenda prout diximus.
Illa ergo humanitas crucifigenda erat reapse in Christo, sicque crucifixa hic remanere debet pro peccatis quotidianis, dum ipse Christus veniat in gloria sua.
[630] Diceva: «L'art. 1 dello Statuto dispone: — La religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi —.
«Questo articolo dice che la religione cattolica è la sola religione dello Stato, per denotare essere volontà di tutta la nazione che nel regno non si professino, e non siano riconosciute fuori di quella altre religioni, quand'anche avessero un'esistenza di lunga durata, o fossero penetrate in altre società: e ciò perchè considero la religione cattolica la sola vera, l'unico e solo elemento sociale, che imperando sui cuori colla santità delle dottrine, con la dolcezza de' precetti, mantiene potentemente la moralità nei cittadini.
«Si limita poi quell'articolo a dichiarare che tollera gli altri culti, non già perchè voglia approvarli, o gli abbia in affezione, ma perchè vide esser forza di sopportare quegli abusi, quelle credenze non ortodosse, abbracciate da una parte di popolo che sarebbe stato, non che impolitico, crudele di privare della patria. Facendo bene attenzione che non si estese la tolleranza a tutti i culti che esistono nel mondo, o possono esservi introdotti; lo Statuto restrinse la tolleranza a quelli che ora, al presente, vale a dire all'epoca di sua promulgazione, avevano un'esistenza riconosciuta, cioè erano stati approvati dalle leggi e dai regolamenti in questi regj Stati. In una parola non havvi che la religione cattolica e romana che goda in tutta la sua pienezza del diritto di città, mentre gli altri culti sono considerati come stranieri, ammessi soltanto nell'esercizio ed al godimento di determinati diritti, sotto speciali condizioni dalla legge imposte.
«Se è vero, che ciascun cittadino può quella religione accogliere, che più a lui piace, egli non può in questi Stati professarla, a meno che non sia la cattolica romana, od uno de' culti tollerati: ben inteso che io prendo le parole _professare una religione_, nel significato di _confessare pubblicamente_, di _riconoscere palesemente_ i principj di essa; e come corollario riconosco che un cittadino, il quale abbracciasse una tutt'altra religione, un tutt'altro culto, e non la professasse mai, sotto l'impero dello Statuto non incorrerebbe in veruna sanzione penale».
[631] Il Marrone, _con aria e contegno da ispirato_, tenne al tribunale un lungo discorso; fra il resto narrava il modo con cui succedono le conversioni. «Si sentivano i peccatori improvvisamente ispirati a credere che don Grignaschi era Gesù Cristo in un modo irresistibile. Ciò accadeva per lo più allorchè lo sentivano predicare, o quando udivano la di lui messa, ed anche talvolta quando si trovavano alle loro case od anche in campagna. Rimasti sull'istante grandemente commossi, e contriti de' loro peccati, andavano subito a confessarsene con intensissimo dolore e con un diluvio di lagrime, assoggettandosi a qualsiasi penitenza in espiazione della colpa, disposti a farne confessione pubblica, come infatti accadde di alcuni peccatori; tanto era l'odio delle offese fatte a Dio e l'amore della propria umiliazione. Nè queste erano conversioni di sole parole o di pochi giorni. I più inveterati nel vizio abbandonarono sul momento le loro bestemmie, i giuochi smodati, le oscenità, le pratiche scandalose ecc., e perseverarono mesi e mesi nel bene incominciato, a fronte dei non credenti, che continuamente gli insultavano, dei sacerdoti che lor negavano i sacramenti, dei vescovi che li tacciavano d'eretici e scomunicati, in fine a fronte delle minaccie della prigionia.
«Ciò posto, io argomento: _Iddio non può concedere ad un falso profeta la podestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, non potendo Dio cooperare alla seduzione e all'inganno. Ora Iddio ha concesso a don Grignaschi la potestà di autenticare con veri miracoli la sua missione_, perchè è cosa pubblica che convertì innumerevoli peccatori, e _istantaneamente_, dove sta il massimo dei miracoli; e li convertì per _autenticare la missione di don Grignaschi_, col convertirli confermava altresì nella credenza, che don Grignaschi era Gesù Cristo, poichè la conversione accresceva la loro convinzione, e i più perfettamente convertiti erano anche i più fermi nel credere. _Dunque don Grignaschi non è un falso profeta. Ma questi concede di essere Gesù Cristo quando da alcuno viene sinceramente riconosciuto per tale. Dunque lo è veramente, perchè altrimenti sarebbe un falso profeta._ Il che non può essere come abbiam detto, perchè Dio avrebbe cooperato alla seduzione ed all'inganno».
[632] Requisitorie dell'ufficio fiscale generale, sentenza e atto d'accusa contro ecc.
Dibattimento nella causa criminale vertita davanti il magistrato d'appello di Casale contro il sacerdote F. A. Grignaschi già parroco di Cimamulera e complici, adorno del ritratto del sacerdote Grignaschi. Casale 1850; sono 288 pagine.
Oltre l'opuscolo _Crux de Cruce_, ci fu dalla cortesia di monsignor Bernardi procurato, con altre curiosità, un manuscritto dove si spiegano le dottrine del Grignaschi. Quel titolo deduceva egli dal motto delle profezie di Malachia, secondo le quali Pio IX è appunto intitolato _Crux de Cruce_. E asserisce che dai primi tempi della Chiesa fino al secolo X il mistero della doppia croce era conosciuto; la qual seconda croce, più grande per esprimere una crocifissione più dolorosa, porta un sacerdote avente sul petto il monogramma C. H. S., e dalla bocca gli escono le profezie, che gli angeli raccolgono, ecc.
Nelle lettere che accompagnano l'opuscolo è detto che i sovvertimenti della Toscana e della Romagna avverrebbero anche in Piemonte: che Pio IX non vedrebbe la fine del 1849: che Roma cesserà d'essere la regina del Tebro; e la sede della cristianità sarà in una città del Piemonte, e piemontese il suo capo: non vi saranno più sètte, e la cristianità fiorirà come ne' primi tempi: l'Italia sarà una, prospererà, diverrà una nuova Palestina, ma dopo gravissimi disastri, pei quali il mondo sarà decimato, non rimanendo che gli eletti. Tutto ciò fu comunicato a Carlalberto.
[633] Da Vitale Albera milanese e dall'ingegnere Tentolini cremonese, avvolti con noi ne' processi politici del 1834, noi avemmo larghe informazioni e caldissime esortazioni per le dottrine adamitiche del Mickiewic, che come poeta noi eravamo stati i primi a far conoscere in Italia. È notevole che il Mickiewic, in una _Storia popolare della Polonia_, sostiene che «tutte le libertà politiche de' paesi Slavi del Nord derivano dalla Chiesa d'Occidente».
[634] Fra molti altri scritti vedasi _Dunski, sacerdote zelante e zelante servitore dell'opera di Dio_. Torino 1857.
[635] Un'idea passata nella sfera dei fatti si sviluppa e ingrandisce, o scema e si corrompe, a segno da cangiar perfino i proprj elementi. Il deismo non è corruzione, ma svolgimento del calvinismo, come ben riflette Newmann nel _Saggio sulla evoluzione della dottrina cristiana_. Gli Ebrei stettero aggavignati al passato, e si corruppero. Il cristianesimo progredì. Caratteri dello sviluppo sono 1º la conservazione dell'idea primitiva: 2º la continuità de' principj: 3º la potenza d'assimilazione: 4º i presentimenti di futura grandezza; 5º la deduzione logica, 6º la facoltà di conservarsi, 7º la durata.
Il cristianesimo è un fatto che si svolse in relazione diretta coll'idea che lo creò. La Scrittura, come non ebbe la missione speciale di far nascere la grande idea, così non la racchiude in sè; bensì è nello spirito del lettore. Ma gli è essa comunicata già perfetta al primo presentarsi alla sua intelligenza, o svolgesi per gradi nel cuore e nell'intelligenza di lui? Sarebbe assurdo sostenere che la lettera morta del vangelo racchiudesse tutte le modificazioni possibili che questo potesse subire attraversando il mondo. Il cristianesimo differisce dalle altre filosofie e religioni non per la sua specie, ma per la sua origine; non per la natura sua, ma pel carattere fondamentale, che è l'esser vivificata continuamente non dall'intelletto solo, ma dall'alito divino. Può dunque crescer di sapienza e d'altezza come religione del genere umano, ma l'autorità che esercita e le parole che pronunzia ne attestano l'origine miracolosa.
Come religione universale e perpetua, modificherà necessariamente i suoi rapporti e il modo suo d'azione, giusta il mezzo sociale tra cui s'attua. I principj, mentre son fermi, domandano sempre applicazioni nuove: queste sono sviluppi, e talvolta i falsi sviluppi ne provocano di nuovi. Lutero, attenendosi alla Bibbia, ne traeva un nuovo modo di spiegare la giustificazione. Il Concilio di Trento, confutandolo, dicea qualche cosa nuova; nuova di deduzione e di forme, qual non erasi usata prima che occorresse d'opporla alla falsa.
E Protestanti e Cattolici hanno un'autorità identica _a priori_, la Scrittura. Ma i Protestanti rinfacciano a noi d'aggiungervi opinioni discutibili come verità fondamentali. Pure la Scrittura non può essere base solida; non ha in sè la pruova della sua canonicità; non dà assoluta risoluzione di un'infinità di quistioni supreme, quali il rito o il modo della remissione de' peccati dopo il battesimo, lo stato delle anime nell'altra vita e dopo la risurrezione; eppure come si darebbe un reale sviluppo nel cristianesimo, se si togliesse la disciplina della penitenza?
Una seria riflessione conduce a credere che le profezie antiche e le rivelazioni nuove e tutta la storia sacra presuppongono un graduale svolgimento della dottrina cristiana; e così doveva essere, giacchè, se l'uomo precipita ne' suoi atti, Iddio che è eterno manifesta lentamente i suoi disegni. È pertanto necessaria nel cristianesimo un'autorità che determini e ajuti questo svolgimento e pesi la diversa importanza di ciascun punto dogmatico; è viepiù necessaria, perchè il cristianesimo si presentò al mondo non come un'istituzione, ma come un'idea. Quest'autorità è la Chiesa.
Si dirà che dell'infallibilità di questa non si ha certezza assoluta: ma degli apostoli e della Scrittura abbiam forse altro che una certezza morale? Se il cristianesimo, come fatto dogmatico e sociale deve empire i secoli, bisogna possieda un'autorità infallibile; altrimenti saremmo esposti a perdere l'unità di dottrina conservando l'unità di forma, o viceversa dovremmo scegliere tra un agglomeramento d'opinioni e uno sbricciolamento di partiti, tra l'indifferenza dei più e il fanatismo d'alcuni. Qualunque controversista o storico per trattare la gran quistione del cristianesimo bisogna adotti una ipotesi, e la più semplice, naturale, soddisfacente è quella d'un'autorità infallibile, anzichè quelle del caso, dell'anticristo, dell'evoluzione, della filosofia orientale, di non so quali altre.
Se la rivelazione dovette svilupparsi, e a tal fine le era necessaria un'autorità infallibile, giusti sono e legittimi gli svolgimenti odierni, sono manifestazioni dell'ordine divino, come appare dalla loro continuità e dall'armonico loro ampliarsi. Se sorgessero sant'Atanasio o sant'Ambrogio, ritroverebbero la loro comunione, la loro dottrina nel cattolicesimo, che sviluppò il cristianesimo sotto l'autorità del papa e de' Concilj nelle sue forme e nelle sue istituzioni, man mano che la corruzione dei tempi e gli attacchi degli eretici faceano sentirne il bisogno.
Ciò valga di giudizio intorno al libro della principessa Cristina di Belgiojoso _Formazione del dogma cattolico_. Pio IX scriveva ai vescovi dell'impero austriaco il 17 marzo 1856: «È falso che non v'abbia progresso di religione nella Chiesa di Cristo. Progresso v'è, e grandissimo: ma è il vero progresso della fede, non il cambiamento: bisogna che l'intelletto, la scienza, la saviezza di tutti, come di ciascuno in particolare, delle età, dei secoli, di tutte le Chiese, come degli individui, cresca e faccia grandissimi progressi, affinchè più chiaramente si comprenda ciò che prima credevasi oscuramente; affinchè la posterità abbia il vantaggio d'intendere ciò che l'antichità venerava senza intenderlo; affinchè le pietre preziose del dogma divino siano lavorate, adattate esattamente, artisticamente ornate, e arricchiscansi di grazia, di splendore, di bellezza, nel medesimo senso, nella sostanza medesima; di modo che, servendosi di parole nuove, non però si dicano cose nuove».
[636] _Hæc locutus sum vobis apud vos manens. Paraclitus autem, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia quæcumque dixero vobis... Ego rogabo Patrem, et alium Paracletum dabit vobis, ut maneat vobiscum in æternum, Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere... vos autem cognoscetis eum, quia apud vos manebit, et in vobis erit... Docebit vos omnem veritatem... Testimonium perhibebit de me. Non enim loquetur a semetipso, sed quæcumque audiet loquetur... Ille me glorificabit, quia de meo accipiet, et annuntiabit vobis. Omnia quæcumque habet Pater, mea sunt: propterea dixi: quia de meo accipiet et annuntiabit vobis._ San Giovanni XIV e XVI.
[637] _Mentes nostras, quæsumus Domine, Paraclitus qui a te procedit illuminet, et inducat in omnem, sicut tuus promisit Filius, veritatem._ Orazione nella feria 4 dell'ottava di Pentecoste.
[638] In questo momento l'instancabile vescovo di Mondovì, G. T. Ghilardi, pubblica _L'episcopato e la rivoluzione in Italia, ossia Atti collettivi dei vescovi italiani in difesa dei diritti della Chiesa intaccati dal cesarismo_.
[639] Fra gli esegeti levò qualche rumore per le originali interpretazioni l'abate Michelangelo Lanci, i cui _Paralipomeni alla illustrazione della Sacra Scrittura per monumenti fenico-assiri ed egiziani_ (Parigi 1846) vennero proibiti. Erano un seguito alla _Sacra Scrittura illustrata coi monumenti fenico-assiri ed egiziani_, che, a dir suo, fu compra e soffocata dal governo papale. Si difonde principalmente sul libro di Giobbe, e tratta dell'origine della parola e della scrittura. Sul libro di Giobbe pubblicò un saggio l'abate Maglia, cappellano all'ospedale di Ginevra. Il papa gli facea scrivere: Cristo disse, _scrutate le scritture_, e il papa vede con gioja che voi fate uno studio serio e continuo di questo libro. Egli pensa che studiar le profezie, ricercar il secreto de' proverbj, e compiacersi nel senso misterioso delle parabole è occupazione da ecclesiastico. Non gli fa meraviglia che negli oracoli sacri voi notiate cose nuove, o non abbastanza rischiarate, perocchè contengono una tale profondità di sentenze, una tale sublimità d'insegnamento, una tale multiplicità di misteri, che si può trarne ricchezze sempre nuove, come da una miniera inesauribile.
[640] È noto che il Condillac fu dal duca di Parma chiamato a educare il principe Ferdinando. Barruel scrive fosse mandato apposta dagli Enciclopedisti per qui innestare le loro idee. Voltaire diceva: «Se il duca non è convertito dall'abate Condillac, nessuno vi riesce». Il _Corso di studj_ da lui pubblicato, oltre insinuare una filosofia affatto sensista, mostravasi sempre ostile al potere ecclesiastico, massime nella storia; e il vescovo di Parma non volle mai dargli l'approvazione.
[641] Decreto 10 agosto 1834. E vedi nota 8 del nostro discorso XXXI. Il Gioberti (_Della riforma cattolica_) disapprova la congregazione dell'Indice come di nessun effetto: e vorrebbe sostituirgliene una di opposizione alle false dottrine; una specie di congregazione polemica. Eccola.
[642] Ventura, Liberatore, De Giovanni, Pestalozza, Mancino, Mazzini, D'Acquisto, Melillo, Toscano, Romano, Sciolla, Corte, Buscarini, Milone, Maugeri, Fornari, Prisco, Salvoni....
[643] A chi lo rimproverava d'avere, nelle _Speranze d'Italia_, blandito al papa, perchè era allora venuto di moda, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti de' quali palesano almeno un lungo e _indigeno_ studio delle cose patrie, han fatta italiana la moda nostra da un vent'anni, cioè prima che fosse straniera». Nota al capo IV.
[644] Allocuzione 20 aprile 1849. Se non ci fosse stata la libertà, il Governo avrebbe potuto proibire le tante scritture che ora propugnano il principato pontifizio.
[645] Breve 12 febbrajo 1866.
[646] _Christi Ecclesia, sedula depositorum apud se dogmatum custos et vindex, nihil in his unquam permutat, nihil minuit, nihil addit; sed omni industria vetera fideliter sapienterque tractando, si qua antiquitus informata sunt et Patrum fides sevit, ita limare, expolire studet, ut prisca illa cœlestis doctrinæ dogmata accipiant evidentiam, lucem, distinctionem, sed retineant plenitudinem, integritatem, proprietatem, ac in suo tantam genere crescant, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu, eademque sententia._
E quanto alla condanna di eresie che sembra nuova, San Tommaso riflette: _Multa nunc reputantur hæretica, quæ prius non reputabantur, propter hoc quod nunc est magis manifestum quod ex eis sequatur._ Summa, pars I, quæs. 33, art. 4.
[647] _San Luca_, VIII, 10.
[648] Dopo varie commissioni, una specialissima fu deputata per estendere la bolla: e ne formavano parte i prelati Pacifico, Cannella, Barnabò, e i gesuiti Perrone e Passaglia.
Giacchè abbiamo recato le pasquinate, rechiamo pure un anagramma, che certo è uno de' più meravigliosi.
AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM
si converte perfettamente in
INVENTA SUM DEIPARA ERGO IMMACULATA.
È pur bello quest'altro:
SIXTUS QUINTUS DE MONTE ALTO
in
MONS TUTUS IN QUO STAT LEX DEI.
[649] Nella diocesi di Pavia alcuni preti protestarono contro la dichiarazione di quel dogma. Francesco Lavarino di Vercelli dopo quella dichiarazione pubblicò _La mia opinione intorno alla teandria di Maria Vergine e della Chiesa cattolica_, 1856. Col metodo di Kant vuol provare che l'opera della redenzione è comune a tutta la Trinità, ma personale al Verbo ch'è il solo redentore. Maria e la Chiesa fanno parte integrante dell'opera della redenzione; quella come casa immacolata che contiene il Redentore per generazione e per anticipazione de' suoi meriti infiniti; questa come casa immacolata che racchiude il Salvatore per rappresentazione e per partecipazione conseguente de' suoi meriti: onde sono teandriche non per sè, ma pei meriti infiniti del Redentore: e Maria, Cristo, Chiesa formano una trinità nell'unità.
[650] Sarà un caso, ma qualunque volta a chi esecrava il sillabo io domandai se l'avesse letto, mi fu confessato di no. Alla tornata del parlamento dell'11 luglio 1867 il deputato Mancini, enunziate varie proposizioni del sillabo, proruppe: «Io domando se parole più dissennate di queste siansi mai scritte da penna umana». _Atti_, pag. 1298.
[651] Sull'enciclica possiamo notare l'opera del vescovo Dupanloup, le _Conférences sur les droits de l'Église, de l'État, de la famille, et de l'individu_ dell'abate Roques: dell'abate Maupied _l'Église et les lois éternelles des sociétés humaines_; dell'abate Peltier la _Doctrine de l'encyclique 8 décembre, conforme à l'enseignement de l'Église_; del Matignon _La liberté de l'ésprit humain dans la foi catholique_ ecc. In Italia ne scrissero moltissimi.
[652] _San Paolo agli Efesi_ IV, 13.
[653] Oltre il vescovo d'Orleans, vedansi i gesuiti Cahour e Daniel _Des études classiques_, e la lettera del cardinale Patrizi al vescovo di Quebec.
[654] _Non ratiocinatio talia vera facit, sed invenit. Antequam inveniatur veritas, in se manet, et cum invenitur nos innovat._ De vera religione C. 72.
[655] Di questa norma si vale principalmente, per ispiegare l'enciclica e il sillabo, il vescovo Ketteler nel capo XII della recente sua opera _Deutschland nach dem Kriege von 1866_.
[656] San Tommaso riprova i governi assoluti perchè _in servilem degenerant animum, et pusillanimes fiunt ad omne virile opus et strenuum_. De regimine principis, L. I, 3.
Voltaire nel 1768 al conte Schwaloff ambasciatore di Russia diceva; «Non c'è che la vostra illustre sovrana che abbia ragione: essa paga i preti: essa apre o chiude loro la bocca: essi stanno a' suoi ordini e tutto è tranquillo».
Pio VI, nelle lettere apostoliche del 10 marzo e 13 aprile 1791, diceva: «Noi riconosciamo appieno, anzi vogliamo che le leggi del governo politico spettanti alla potestà civile restino affatto distinte dalle leggi della Chiesa. Ma quando affermiamo che bisogna obbedire alle prime, vogliam pure che quelle appartenenti alla nostra autorità non siano violate dal potere laico. La maggior parte de' vescovi previdero questo nostro sentimento a tal riguardo, dichiarandosi disposti a prestare il giuramento civico per tutto ciò che spetta alla giurisdizione secolare. Ma si proclama una libertà senza limiti, e non si lascia neppure al cittadino francese la libertà di coscienza».
Qual dei due è più liberale?
[657] Quando nel 1863 l'imperatore de' Francesi, sgomentato dall'orrido scompiglio sociale, «donde doveri senza regole, diritti senza titolo, pretensioni senza freno», proponeva un congresso europeo, il pontefice gli suggeriva esser duopo che «i principj della giustizia siano ripristinati; rivendicati i diritti lesi; stabilita, principalmente nei paesi cattolici, la preminenza reale della religione cattolica».
[658] San Francesco Saverio avea gettato i primi semi del cristianesimo nel Giappone, il 1549; e prosperarono così, che nel 1587 già contavansi seicentomila battezzati, e Roma prevedeva non lontano il momento, che colla croce la civiltà nostra si costituirebbe nell'estremo Oriente. Quand'ecco un usurpatore scompiglia il paese; come avviene in Europa, le prime ire si avventano contro i cultori di Cristo: e il 5 febbrajo 1597, ventisei persone cadeano, primizie del cristianesimo di colà.
[659] Il ministro Sella diceva in parlamento che «l'Italia intende convincer l'Europa che essa sa dare l'ospitalità al capo della Cristianità».
DISCORSO LVIII.
CONCHIUSIONE.
Ammirasi in questo momento all'Esposizione universale di Parigi il quadro, ove Kaulbach rappresentò il tempo della Riforma (_Das Zeitalter der Reformation_). Vi grandeggia nel mezzo Lutero, che nelle braccia elevate mostra aperta la Bibbia, volendo dar a intendere che da lui derivassero o rilevassero tutti i grandi che attorno gli stanno aggruppati. Poco badando all'unità di tempo, son fra questi Abelardo, Dante, Petrarca, non meno che Shakspeare, Cervantes, Galileo, Gustavo Adolfo; a tacere i novatori de' varj paesi, vi compajono Erasmo, Reuclino, Pico, il Machiavello, Nicola di Cusa; fra gli artisti non solo Durer, ma Rafaello, Leonardo, Michelangelo; e Guttenberg inventore della stampa, e Colombo scopritore del nuovo mondo, e Bacone autore del Nuovo Organo, e Harvey e Vesalio innovatori dell'anatomia, e Copernico e Keplero legislatori dei moti celesti, e i più insigni re e i maggiori capitani e statisti.
Il quadro presenta ad una sola occhiata quello a che molti s'industriarono, il confondere l'insigne movimento della rinascenza colla protesta anticattolica; e chi vi guarda coll'irriflessiva curiosità odierna si persuade che tanti eletti ingegni nascessero dalla Riforma o per essa o con essa, talchè ella segni l'apogeo dell'intelligenza umana.
Noi in tutta quest'opera c'ingegnammo di discernere questi due fatti, i quali, se sono ben distinti negli altri paesi, possono dirsi opposti nel nostro, dove splendidissima rifulgeva la civiltà allorchè il cammino vigoroso e unanime ne fu o riciso o sviato dallo scindersi la cristianità in due campi ostili, e dal cessare Roma d'essere la capitale di tutto il mondo civile, e l'unica educatrice dell'incivile.
Nè minore ingiustizia appare in coloro, che delle sventure piombate sulla patria nostra accagionano l'essersi ella conservata coi papi; e al paragone di lei esaltano le nazioni, fra cui rimasero appena conoscibili vestigia della grande unità cristiana, che formava un giorno la gloria dell'Europa[660].
L'Italia, malgrado qualche traviamento, rimase nell'unità della fede e della carità, sia nei tempi ove la ragione tiensi sbigottita lasciando predominare la superstizione, sia in quelli ove essa baldanzeggia producendo l'incredulità. E vi rimarrà, confidiamo, traverso alle nuove e diverse e ben meglio sistemate e risolute minaccie.
Le eresie antiche, le quali spesso erano una ricerca della verità, e le eresie nuove, che sono un contraddire alla verità ritrovata, provocano confutazioni e discussioni. In un secolo che osa investigare tutto, tutto dire, se v'è errore non può essere che volontario.
Dopo che la Chiesa disputò a lungo per sceverare la menzogna pronunziando «Questo è falso. Chi dice così sia anatema», oggi conviene dare l'affermazione de' veri, e dire «Il cattolicismo è questo e questo». Allora apparrà come non è vero che esso sia esclusivo: comprende anzi e riunisce tutte le verità, mentre gli eterodossi ne pigliano solo alcune, disseminate e tronche, e ripudiando qualche punto, rimettono tutto in problema, negando, escludendo, restringendo ciò che è fisso ed universale.
Se in questo campo abbia l'Italia fatto quanto e come era da aspettarsi nel centro della cattolicità, lo dicano gli spassionati; lo dica il veder come pochi de' nostri libri arrivano ai forestieri, mentre noi traduciamo da loro anche i più deboli, e le effemeridi pascoliamo di articoli stranieri.
Ed io non meno degli altri ebbi a cercar di fuori i sussidj al presente lavoro: di fuori mi vennero i più cari, direi i soli eccitamenti e conforti, allorchè, come altri coll'argomentazione e colla polemica, credetti prestare servigio alla verità col raccontare. I fatti fragorosi di cui si diverte quella mima che hanno travestita da storia, scarsi ci si presentavano: scarso quel che dovrebb'essere lo scopo principale delle scienze e delle arti, e che in Italia viepiù è trascurato, lo studio delle anime. All'esame di queste e delle opinioni divergenti noi portammo scarso ingegno, ma pazienti studj, costante sincerità, e rispetto al nostro tema e ai nostri lettori. Ci proponemmo d'evitare ogni asprezza, a costo d'esser tacciati d'indifferentismo, e non lasciammo che l'amore o la collera, l'entusiasmo o l'indignazione, l'espansione o l'ironia alterassero l'imparzialità, ben diversa dall'indifferenza. Veterani della libertà, non crediamo aver detto parola che rinnegasse la vera o blandisse la falsa, o sminuisse i diritti della ragione nel pensiero o negli atti. Non in caccia di novità e di paradossi, non con audacia e abilità, ma con intento sincero e chiara esposizione rivendicammo la verità, e non abbiam fatto a fidanza colla leggerezza di un'età insofferente d'ogni ricerca laboriosa e d'ogni seria conclusione, e appagantesi al rumore di frasi, facili a spacciare perchè non richiedono nè criterio, nè fatica, nè pudore.
Lo spirito d'oggi negativo, spoglio di critica, che ai cultori della sapienza coscienziosa affigge il titolo di cappuccini; e a chi professa le dottrine di Agostino, Anselmo, Tommaso santi, di Cartesio e Leibniz, di Vico e Gerdil e Rosmini, le dottrine che ci diedero Dante e Michelangelo, il Tasso e Bramante, Palestrina e Volta, la potenza delle nostre repubbliche e la magnificenza delle nostre città, avventa la taccia d'austriacanti e di reazionarj, ci avrà derisi di occuparci in lavori da canonici, in disquisizioni di età tramontate; ma noi chiederemo perchè ne giudicherebbe altrimenti se il lavoro fosse fatto da un acattolico e contro alla Chiesa. E cattolici sono i più degli Italiani: che se il numero non accresce diritto, non deve però scemarlo.
Noi abbiamo delineato la teologia de' primi tempi, solo in quanto toccava il nostro assunto; ne vedemmo lo splendore e i traviamenti nel medioevo, poi la trasformazione col rinascimento. Allora sorge una filosofia che presume bastar a se stessa, e considera supremo vanto l'emanciparsi dalla teologia, prendendo le mosse unicamente dall'uomo, dai sensi, dalla ragione, in conseguenza ritentando tutti i sistemi che già erano stati sperimentati prima della rivelazione.
Il secolo XVIII, sprovisto di coscienza, di sentimento storico, di passione per la verità, di rispetto per l'autorità e la tradizione, confidando senza limiti nella ragione umana, col dogmatismo negativo preparò il nostro, che doveva riuscire a uno scetticismo, assoluto eppure irrequieto. Allora proclamavasi la religione degli onesti uomini, in contrasto da una parte col Vangelo, dall'altra coll'epicureismo. Oggi si affetta l'indipendenza della vita civile, e alla religione si surroga qualche concetto di sociale egoismo. Allora con Voltaire si volgeva in burla tutto quanto ha diritto al rispetto; al miracolo davansi vulgari spiegazioni; la stella di Betlem era una delle solite comete, il passaggio dell'Eritreo una marea bassa, la morte di Lazzaro una sincope, l'acqua cangiata in vino un regalo improvisato agli sposi; Cristo non era morto, ma erasi appiattato, e Paolo l'incontrò alquanti anni dopo sulla via di Damasco; tutte le religioni erano scaltre combinazioni de' sacerdoti, propagate mediante prestigi.
Tutto ciò era predicato da scrittori che vantavansi spiriti forti, cioè eccezionali, e che ogni objezione rigettavano col beffarla di pregiudizio. Nel XIX invece l'empietà è consentita da' savj, è attuata con sembianza d'autorità dai Governi: questi s'impiantano senza Dio, mentre gl'individui operano come Dio non fosse, e non più per lepida schermaglia degli scriventi, ma per sistema dei governanti; non per negare la tripersonalità e deridere il Vangelo, ma per iscuotersi da ogni autorità; non per sostituire al verbo divino il verbo umano, e alzare una credenza contro l'altra, ma per negarle tutte, eliminare ogni dato tradizionale, i faticosi acquisti di tanti secoli di studio sagrificando alla fatuità de' giornali o di libri che n'hanno la forma e il peso; molestare, distruggere non solo le credenze avite, ma tutte.
Altri più serj, mediante teorie storiche e psicologiche, posate con serietà, dedotte con rigore, pretendono impugnare fin la creazione; e supposta una cellula prima, (che ad ogni modo bisognerebbe chiedere donde provenga) la vedono per milioni di secoli trasformarsi in corpi inorganici, poi negli organici, e via via perfezionarsi fin alla scimmia, poi all'uomo che ne deriva. E quest'uomo, in cui il ventre fu precursore del cervello, non è altro che materia e forza, poichè i risentimenti della coscienza sono irritazioni dei visceri, rimandate al cervello; il pensar nostro è fosforico lampo. Ma mentre si dice all'uomo, «Tu sei figlio di scimmia», gli si dà la superbia della prima tentazione: «Tu sei simile a Dio». Lo spinosismo pone il mondo, identificato con Dio, come fondamento a diritti e doveri, a speranze e certezze, all'esistenza della società e degli individui, sicchè il sopranaturale è dichiarato assurdo, nè si ha cura che a studj materiali, applicati e immediatamente profittevoli. Eppure negar il miracolo è negar Dio, poichè Dio è il miracolo in potenza: il miracolo è Dio in atto.
Nella farraginosa varietà d'opinioni, irreconciliabili fra loro, nè d'accordo che nell'osteggiare il cattolicismo, al tirar dei conti non rimane che lo scetticismo; negata l'irremovibilità del vero e la sua necessità, credesi supremo perfezionamento il dubbio. Trovammo scettici leggeri nel XV secolo; trovammo nel XVIII gli enciclopedici, che propagarono al resto d'Europa e all'Italia nostra la negazione frivola e beffarda; ma dettavano in mezzo a generazioni credenti; parlavano da cristiani anche nello scassinare le credenze. Divenuto predominante l'industrialismo, fatto cura unica il denaro come fonte di godimenti, di distinzioni, di felicità, la teorica si ridusse a meri fatti, le dottrine a consuetudini. Se pareva debolezza il capitolar con Dio e col diavolo, fu poi regolarità dacchè l'uno non si distinse dall'altro, attesa l'identità dei contrari; dall'educazione si eliminò ogni idea superiore ai sensi, e così si tolse la suprema efficacia delle prime ispirazioni. N'è conseguenza il ridersi della rivelazione, presentare il cristianesimo come qualcosa di melanconico, di cupo, di nemico alle gioje dell'arte, e resuscitare il paganesimo: sicchè udimmo Feuerbach, più risoluto di Giuliano e di Porfirio, non iscorgere nel cristianesimo che bruttura e ridicolaggine, a fronte alla bellezza e poesia gentilesca; e Göthe tener al capoletto l'Apollo, acciocchè elidesse le ascetiche immagini de' santi, ed esclamare che quattro cose detestava: il tabacco, le cimici, le campane, il cristianesimo.
Questa inurbanità gittava egli a pascolo del secolo inurbano, eppure avea confessato che mai non seppe valutar le cose al giusto come a Roma, che quel soggiorno avrebbe sulla sua vita un'influenza benedetta; l'arte stessa lo forzò a mostrarsi religioso ne' rimorsi di Margherita, a far che i canti della Pasqua commovessero fin quel suo tipo del pensiero umano abbandonato alle forze proprie maravigliose e impotenti.
Essi pochi, essi beati, essi con pace, essi con senno, non badano ai dolori profondi che chiedono pace e obblio; che per sostentar le lunghe speranze e la penosa rassegnazione hanno bisogno esempj di disinteresse e d'abnegazione: essi gaudenti ripetono quel che, censettantasette anni dopo Cristo, il giudice che condannava a morte sant'Epipodo: «Noi onoriamo gli Dei coll'allegria, con feste, musica, giuochi, divertimenti. Voi adorate un uom crocifisso, che ripudia la gioja, ama i digiuni e la sterile castità, condanna il piacere. Che ben può farvi costui, che non seppe salvar sè dalle persecuzioni di gente miserabile? Te lo dico affinchè tu abbandoni le austerità per godere le gioje del mondo, colla serenità, che s'addice alla tua età».
Che sperare da dottrine siffatte? Il cristianesimo mette la dignità e il valore dell'uomo nella coscienza intima; il paganesimo nell'esterna legalità. Pel Cristiano la perfezione consiste nel riconoscere l'ordine stabilito da Dio e sottomettervisi; pel Pagano basta l'adempiere alla legge civile. Il perfetto Cristiano è quello che meglio osserva la legge di Dio, e se quelle dello Stato vi ripugnano, osa disobbedirle: pel Pagano è cittadino perfetto quel che non offende le leggi, benchè lo faccia senza coscienza. Abbiasi dunque la forza per farsi obbedire esternamente, e la società sarà beata[661]. Lo vediamo!
Oltre la vita animale, ne abbiamo una intellettuale, una spirituale; cioè, oltre il corpo, esistono spirito e Dio. Le verità morali e religiose che hanno per fine il perfezionamento, per oggetto il bene, bisogna procedano da altra sorgente che le fisiologiche: e quella sorgente è la fede. C'è fede umana e fede divina. Oggetto di questa è il principio superiore e divino della natura umana; è Dio stesso. La fede umana porta che non si è uomini se non si ammettono certe verità sulla esistenza propria, sull'essenza della natura umana. E col coraggio della fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione individuale, si cresce la sapienza de' padri, e si trasmette migliorata ai figliuoli, abbattendo il nemico comune, lo scetticismo; separando le cognizioni sperimentali da quei disegni che Dio realizza nel mondo, e di cui vuol nasconderci il mistero.
Nè solo al fatalismo orientale noi opporremo la proclamazione della libertà umana, al panteismo buddistico la personalità di Dio, all'assorbimento nel gran tutto l'immortale retribuzione delle anime: ma aspiriamo all'unità di credenze, persuasi che la prima condizione di difender bene la verità è l'accettarla tutta intera.
Il protestantesimo, appoggiandosi solo all'individuo, accentrando ogni potere objettivo nell'io umano, reputando se stesso autorità suprema ed assoluta, cioè principio, legge, fine d'ogni istituzione, porta la morale autonoma nella volontà, l'autonomo pensiero nell'intelligenza, nell'arte, nel raziocinio, nell'economia, nella politica. Gli è perciò che gli apologisti cattolici combatterono sempre più quel sofisma fondamentale della Riforma, che è la negazione assoluta e universale dell'autorità, sia nell'ordine ideale, sia nel reale.
Nell'immenso scompiglio cagionato da una rivoluzione che presuntuosamente posò infiniti problemi, e forse neppur uno ne sciolse; quando un esecrabile jeri fa tremare d'uno spaventoso domani, il cattolicismo rimane grandioso rappresentante dell'autorità, in cui si conciliano la ragione e la fede, la stabilità e il progresso. E viepiù sentesi il bisogno di tornarvi, perchè l'obbedienza, quando non è figlia dell'affezione, è madre del rancore, e perchè al fine si trova che, anche agli occhi della logica, la sola autorità avea ragione. Perocchè chi dico cattolico sa che cosa esprime; mentre chi dice «Io son protestante» fa una negazione, come chi dicesse «Io non sono cinese». Il Cattolico non crede una cosa se non quando s'accertò che è rivelata da Dio, e mentre alcuni dicono «Il tal maestro insegna», ed altri «Maestro mio son io», egli ripete col Vangelo: _Magister vester unus est Christus_[662]. Così tiene un complesso di verità, una traccia sicura di condotta; in tempo che interessi e passioni rendono difficile il pensar giusto quanto l'operar giusto, s'appoggia ad un'autorità infallibile: non foss'altro, colla sommessione alla Chiesa si sottrae al mostruoso procedere di tanti che abusano della ragione per isragionare, alle follie che s'annicchiano in quel vuoto che il disparir della religione lasciò all'ostentazione d'un interesse pubblico, tutto a danno delle classi più amorevoli.
Fidato in questa, il credente, alla persecuzione sapiente o legale oppone la pazienza, e la fiducia che un giorno, se pur non si riconcilieranno Gerusalemme e Roma, verranno alla Chiesa stessa tutti quelli che credono al Vangelo. Ora un tal fatto sarebbe possibile se ognuno lo interpretasse a suo senno? È dunque necessario il cattolicismo, e questo non può rinunziare a nessun dogma, nè alla comunicazione della Grazia per mezzo de' sacramenti, di cui è dispensiero il sacerdote; onde sta la promessa divina che dalla persecuzione usciranno salvi il sacerdozio, i sacramenti, l'infallibilità della Chiesa.
Nella qual persecuzione gli arretrati e i servili continuano nel calunniare preti, nel sopprimere frati, nel canzonar monache, nel cuculiare psicologi, nel vilipendere la coscienza e la rivelazione come ostacoli al progresso; e s'affollano intorno al pretorio gridando ai moderni Pilati «Crocifiggilo, se no ti denunzieremo a Cesare come clericale». A questo grido, qualche apostolo rinnega, gli altri si nascondono, e la ciurma incalzando urla come al tempo di Tertulliano, _Christianos ad leonem, tantum quod christianos_.
Unico divario è che la persecuzione non si fa violenta, bensì ipocrita, fin a chiamarsi libertà; libertà il non poter prendere in mano un giornale, un opuscolo, senza dovervi leggere un attacco o violento o profondamente perfido contro la religione; libertà l'impedire che un padre o un marito possa condurre in giro la figliuola o la moglie senza che l'occhio e l'orecchio ne sieno contaminati da nefandità; libertà il contrafare ai sentimenti e alle abitudini d'un intero popolo per lasciar imbaldanzire gli Ebrei e i Vandali, in cui balìa fu consegnata la società; libertà il vietare atti innocenti e pii, anzichè reprimere coloro che gli oltraggiano, e che ridono vedendo sanguinare i cuori, cui sono strappate le più care abitudini; libertà l'impugnare la verità, e il farsi lecito qualunque atto, quasi sia libero il matematico di negare che tre e due fanno cinque; quasi sia libero Iddio di peccare; quasi abbia a considerarsi più libero l'Americano perchè può trafficare di Negri, e il Cinese perchè non gli è proibito trucidare i proprj bambini.
Eppure la crisi maggiore, l'eresia più funesta non sono le persecuzioni, il parlamento, i ministri: a questi flagelli la Chiesa è avvezza da Nerone a Napoleone, da Simon Mago a Renan, da Eutropio a Cavour. Chi piantò la forca per san Pietro pose le fondamenta del Vaticano. Gli attacchi stimolano a nuova energia; la persecuzione infervora lo zelo, obbliga allo studio, al riserbo, alla moralità. Pericolo maggiore che l'ostilità organizzata sono il silenzio, la noncuranza, il «Che cos'importa?» L'uomo di moda non contesta la nostra fede; ci perdona, ci compatisce d'averla, ma non badasi a dissuadercene, a confutare, neppur ad ascoltare le nostre ragioni; nè noi possiamo convincerlo, perocchè non discute, non ammette, non nega; ossia, negando tutto, si dà aria di nulla negare; ha ben altro di che occuparsi! Questi gran savj non odiano, non bestemmiano: si crogiolano nell'indifferenza; Cristo può esserci o no; è facoltativo; dei sacramenti e del papa che ci cale? Giovincelli che non hanno mai pensato, ripetono quel che intesero dire, la scienza aver distrutto la religione; e questo disprezzo, sofisma del cuore, dispensa dalla riflessione, dallo studio.
A siffatti s'aggreggiano anche buoni cattolici, che credonsi chiamati, non curano d'essere eletti: che cresciuti nella religione de' loro padri, non la repudiarono mai, professano il _credo_, ammettono dalla divinità di Cristo fino ai capelli di santa Filomena, ma non se ne brigano, ma operano come se nulla ne fosse: fede morta: ortodossia venuta da pigrizia, contro della quale già tonava Dante:
Considerate la vostra semenza: Fatti non foste a viver come bruti, Ma per seguir virtude e conoscenza[663].
A questa atonia, a questa diatesi astenica bisogna opporre l'azione, il fervore, la dottrina; poichè è poco onore subir il male che si sente e non fare ogni sforzo per guarirne; è duopo esaminar il pericolo ed armarsi alla difesa, invece di crogiolarsi a maledire il secolo come ministro d'opera infame e satanica.
Una delle prime cause del male è il poco studiare e praticare la disciplina ecclesiastica, onde ben predicava Vincenzo Di Paolo, che «è colpa de' preti se le eresie prevalsero, e se l'ignoranza troneggia fra i poveri popoli». Per verità pessimi nemici della Chiesa sono i sacerdoti che non intendendo la propria vocazione, nè sapendo di che spirito siano[664], amano se stessi anzichè le anime; confidano negli uomini anzichè nella virtù; e la storia mostra sempre alla decadenza del sacerdozio tenere appresso gravi crisi della società cristiana.
Se il clero del secolo passato, ossequioso alla podestà che lo vilipendeva, transigendo coi filosofi che lo flagellavano, per omaggio all'ora presente vilipese l'ora passata, oggi invece rimbalzò sotto i colpi, e chiarì che si può essere nobilmente liberale, eppure irremovibilmente cattolico; inseparati dal pontefice, eppure obbedienti al magistrato; soffrir tutto senza mancare al proprio dovere, nè smentire o palliare le proprie convinzioni.
Per far accettare da un'età tutta indipendenza, un'autorità che parla e deve esser creduta, che ordina e vuol essere obbedita; per serbare la dignità del sacerdote che non la deve se non al suo carattere; che davanti a tutti si batte il petto confessando d'aver peccato assai, eppure giovane e povero vede il vecchio, il magistrato, il sapiente, piegarsegli davanti per accusarsi e chiedere d'essere riconciliato, il miglior mezzo, l'argomento più decisivo è il praticar le virtù del proprio stato. Così la dottrina si traduce in azione, come l'errore si confonde col vizio.
Il progresso d'oggi non è più quel della rivoluzione della quale affetta osservare i principj: è rivoluzione non più religiosa che sociale, e aspira alla totale emancipazione da ogni potere costituito, sia politico sia religioso; a sopprimere ogni senso di venerazione.
In mezzo di una società smidollata dalla sensualità, barcollante nel vuoto delle credenze, impregnata di dubbj e di beffa, dai giornali inebbriata di declamazioni e di sofismi, quando l'assolutismo amministrativo sfibra gli animi; nè lascia muoversi che sotto l'impulso del Governo; quando l'insaziabile aspirazione a felicità superne si soffoga nella sazietà di piaceri e ricchezze e nell'_organizzazione dei cinque sensi_; quando l'arte si raffina nel render popolare l'irreligione; quando ogni tradizione è negata dal capriccio dell'idea personale o affogata nella vertigine di novità; quando la filosofia dichiara inimicizia alla religione, le leggi alla proprietà, la letteratura alla famiglia, è impossibile impedire al dubbio di nascere, alla ragione di esercitarsi sulla fede. È impossibile arrestare il pensiero nel suo precipizio quando la fede religiosa è estinta nel dubbio o nello scherno, quando gli scettici abbattono fin ciò che costituisce il fondo della nostra ragione; quando da tutte parti si acclama che questa ubbriachezza è trionfo della libertà sull'assolutismo, dello spirito sulla materia, del bene sul male. Or che, come la società civile, così la religiosa subisce un gran mutamento, ed è minacciata sì nell'attuazione esterna, sì nelle credenze, si parlerà di fare come nel buon tempo antico? Ma se le verità sono eterne, varia secondo i tempi l'amministrazione loro e il modo di distribuirle. La fede del carbonaro è buona e invidiabile nel semplice credente, ma per coloro che sono stati posti sentinella d'Israele, apresi un'arena, ove combattere ogni giorno e con tutte le armi l'ignoranza e il sofisma.
La Chiesa ponendo come fine dell'uomo il conoscere Iddio per amarlo e servirlo, ci obbligò a coltivare l'intelligenza. Nè la religione può essere solo una poesia, un affetto; vuol conoscere ciò che crede, vuol essere principio d'azione, sforzo di virtù personale e sociale, fondata sopra la verità che rischiara l'uomo pel suo dovere, additandogli la sua destinazione. Onde prestare un ossequio razionale è obbligo conoscere i nemici, e alla propria convinzione dar l'appoggio di sostanziale dottrina, trasformare (secondo la frase d'Origene) l'evangelo sensibile in evangelo intelligibile. Già san Paolo c'intimava: «Non siam più fanciulli che ondeggiano ad ogni vento di dottrina, ma procuriamo arrivar nella fede alla statura d'uomo perfetto». Bisogna armarsi tutti, come nell'altra invasione della barbarie: proclamar regole sane, mostrare e dare abitudini regolari e robuste di critica, per ripararsi dalla menzogna stampata e insistente; mantener salda la ragione a fronte dell'assurdo, echeggiato dai masnadieri letterarj a una gente che, perduta l'attenzione nell'intelletto come il rispetto nella volontà, applaude qual vincitore chi continua a gridare.
Una delle più abili perfidie del cesarismo fu l'insignorirsi dell'educazione, sia coll'escludere ogni insegnamento religioso dalle scuole comuni, e dopo scatolizzatele costringer i figliuoli a frequentarle; sia coll'abolire i seminarj, o restringerli, come volea Giuliano, a non insegnar che teologia. I genitori reclamino e adoprino la libertà di allevare i figliuoli ad altre scuole che quelle ove è messa in pericolo la loro fede, e dietro ad essa il resto.
Ricordiamoci che i maggiori effetti la Riforma gli ottenne sempre fra persone sprovvedute di dottrina, e che perciò lasciavansi lusingare dalla promessa d'istruzione. Ed anche nella deplorabile storia della ragione contemporanea, gli spiritisti e altri mistici, non meno che i pretesi Evangelici si consolano d'aver insinuato qualche nozione e qualche credenza a chi nessuna ne aveva.
All'intelligenza bisogna dare il maggiore sviluppo, estendendo la conoscenza delle verità, scrivendo pel popolo senza affettate sentimentalità, nè esagerazioni iraconde e minacciose, ma col linguaggio che arriva all'intelletto e al cuore; persuadendosi che, in tempo di rivoluzione, è più difficile conoscere qual sia il proprio dovere che non l'adempirlo. Bisogna coltivare il popolo il quale non è buono se non per l'elemento religioso: e il prete ha per esso parole tanto semplici quanto evidenti e credute, _et docet et ducit_.
Nello stemperato dominio che alla menzogna assicurano i giornali, dalle insistenti declamazioni la folla lasciossi persuadere che la Chiesa sia complice di tutti gli abusi, ostacolo a tutte le novità, e perciò la tolse in odio e in disprezzo, e volle il progresso senza di essa, anzi contro di essa. È dunque necessario mostrare che le scoperte naturali crescono l'aureola della rivelazione sopranaturale, ch'essa contiene il germe di tutte le libertà, come i limiti alle loro trascendenze. Ben perciò i moderni apologisti non si ristettero a dissipare le taccie apposte alla Chiesa, ma tolsero a mostrare la bellezza suprema di quel compiuto sistema di verità che la Chiesa presenta, con ciò attestando che essa non è soltanto un concetto speculativo, ma il fatto più decisivo della storia, e destinato a governare la società e utilizzarne tutti gli elementi; non presumendo di possedere essa sola la scienza, la filosofia, la politica, ma tutte abbracciando le forme dello scibile e degli istituti civili, tutti gl'incrementi del diritto pubblico e della critica.
Non bisogna addormentarsi un sol momento, non fidarsi al miracolo, non a protezione di braccio secolare o d'ordigni governativi, è necessario a tutti studiare a fondo la religione, se non si vuol perdere la fede; e combattere da sè il materialismo politico e sociale in ogni ramo dell'attività umana, in ogni fase dell'esistenza pubblica e privata.
Il prete, ajuto di Dio[665], in questa lotta contro la triplice concupiscenza, deve mostrarsi non inferiore in dottrina ai laici, perchè difficilmente si onora uno che si reputa meno colto e meno savio: e tra il gelo del razionalismo e la grossolanità del materialismo deve non arrestarsi alla mezza scienza, ma cercare la vera. Or che gli esegeti tedeschi vogliono ricondur la storia originaria del cristianesimo alle leggi pure dello spirito umano, abolendo la distinzione di naturale e sopranaturale; or che i filosofi politici a gara ventilano i problemi religiosi, e massime quelli che concernono la natura ed il valore del cristianesimo; or che tutti cercano l'uomo volgendo le spalle a Cristo, il prete deve mostrare _Ecco l'uomo_: e quei problemi affrontare senza gli scrupoli e le paure che un tempo ispirava l'indagine scientifica: ripudiare i pregiudizj; non confondere la legenda colla storia; non credere tutti i miracoli colla leggerezza con cui il bel mondo crede ai novellisti; non riconoscer mai utile la pia frode. Per tal modo gli uomini che nascono curiosi e creduli, poi divengono curiosi e investigatori, si condurranno ad essere curiosi e credenti. E s'anche non possa ottenersi che gli erranti ritornino alla verità, almeno se ne cerchi la buona fede e la carità, che possono avvicinarli alla riva della salvezza.
S'incolpano molte volte di poca carità i nostri perchè guardano con iracondia una società ebbra d'interessi e di godimenti, che, preoccupata nelle funzioni più umili dell'attività; giudica vergogna il ricusarsi a una scelleratezza ammantata di pubblico bene; loda il tradimento calcolato e l'ipocrisia a freddo; colloca la prudenza nel fluttuare tra obbrobriose contradizioni e sfacciate palinodie; dove l'egoismo del pensiero, passato nell'azione, produce una guerra universale di aspirazioni, di concorrenze, di accuse o d'epigrammi che fan l'uffizio del pugnale; dov'è implacata la congiura della mediocrità contro il talento, del servilismo contro la libertà, dell'ignoranza contro il sapere, del vizio contro l'onestà; dove anche gli spiriti eletti vanno falsati dalle consuetudini rivoluzionarie, fin a tollerare non solo, ma applaudire ciò che sulle prime faceva ribrezzo e nausea.
Chi veda in qual modo siano trattati i buoni da scrittori ingordi d'abjezione, che armano cittadini contro cittadini, tanto più sfacciati perchè i Cattolici non vi oppongono la bocca d'una pistola; chi oda tutto ciò ch'è cattivo chiamarsi cattolico; chiamarsi ragione e gloria tutto ciò che vi contraddice, e strapparsi l'aureola alla Chiesa, al papa, a tutto quanto è grande, inculcando così il disprezzo d'ogni autorità, e preparando lo sterminio della società, dovrà giudicar severamente i nostri se talvolta s'irritano? Ma tanto più domandiamo la moderazione da quei pochi che, nell'età infausta, continuano ad osservare, riflettere, preparare; che cercano la verità indipendentemente dall'utile che ne deriva; che sanno resistere alle minaccie, alle seduzioni e fin alla più lusinghiera di tutte, la popolarità.
Tutte le filosofie che montano se non conducono al bene? e il bene come trovarlo fuor della sua fonte? Le verità morali pajono così comuni, che sia pedantesco il ripeterle: ma pur troppo son dimenticate, sicchè giova l'insistere su di esse fino alla noja. Un tempo il pensier primo era Dio, poi l'anima, infine il corpo. Ora tutto si dà ai soli interessi materiali; se prima faceasi l'esame di coscienza, ora si fa il bilancio: se qualche volta si pensa alla religione, non la si vuole più universale o nazionale, ma domestica; un'ipotesi qual compie ad ognuno di formarsela: e il dileguarsi del gusto delle cose superne si cerca mascherare col dare finezza e solidità maggiore al senso morale, quasi questo possa sussistere anche toltogli l'appoggio delle credenze morali. «Basta esser onesto: che bisogno di Dio?» ripetono, dando per novità idee vecchissime; e così, separano la ragione speculativa dalla ragion pratica, l'idea del bene da Dio che n'è la sorgente: e cavando la morale fuori della teodicea, la vogliono fuori anche della metafisica, e la chiamano indipendente! Facile è prender un nome: il difficile sta nel farselo confermare dagli altri.
Ma primo dovere dell'onest'uomo sarebbe appunto riconoscere Dio, e rispettare la società che lo accetta, nè tale potrà dirsi chi manca d'una virtù così importante com'è la religione. La coscienza! ma che è essa senza Dio? L'ha il ribaldo che assassina; l'ha il selvaggio che mangia suo padre; e solo alla luce del bene noi riconosciamo il male. L'onest'uomo trova scuse nel tempo, nel carattere proprio, nel suo temperamento; rimane fido ad un principio, ad una causa fino a quando gli anni non l'avvertano che val meglio acconciarsi colla opposta; si compiace d'essere men ribaldo del tal ladro, men turpe della tal meretrice; ma costantemente morale non riesce che il pensiero cristiano: solo il Vangelo dà sempre precetti, a cui basta la coscienza, e consigli a cui vuolsi l'eroismo.
L'odierno funesto divorzio fra la Chiesa e il secolo piantò un falso concetto d'indipendenza, per cui l'uomo non sopporta se non ciò che rileva da lui stesso, l'egoismo spegne la carità, l'abnegazione, l'umiltà, la santità; e mentre la giustizia di Dio ridusse la ragione indipendente a divenire micidiale di se stessa, innumerevoli mali fisici, intellettuali, morali intuonano quanto danno derivi dal mancare delle virtù cristiane, e quanto sia bisogno di ritornarvi.
Una delle principali è il coraggio di professar le proprie credenze senza rispetti umani; il coraggio di dirsi figli della Chiesa, conoscerla, amarla, partecipare ai suoi dolori, viver delle sue speranze; il coraggio di sventare un'accusa conosciuta falsa, o di sbugiardare un'asserzione sfacciata. Ma la paura de' giornali paralizza la penna che vorrebbe scrivere la verità per chi è degno d'ascoltarla; e vestendo di tolleranza la pusillanimità, fa tacere per non sentirsi chiamare satirico e malevolo; e a troppi va applicato quel del Decreto, che fa traditori non solo coloro che mentono, ma anche coloro che dissimulano la verità[666].
E ben importa che tutti i Cattolici, ma più i sacerdoti operino il bene; oppongano la carità che unisce, all'egoismo che segrega, e che pensando a se solo riesce ingiusto, insolente, inesorabile, avido, incapace a ravvisar le proprie ignominie, e perciò intollerante del patimento e dei sagrifizj; cogli atti manifestino la permanenza di Cristo nella sua Chiesa e nella società, ricordando che Iddio, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.
La Chiesa predicò sempre il progresso degli individui, poco il progresso delle nazioni e delle loro forme sociali. Eppure Cristo rigenerò e l'individuo e la società, nè noi dobbiamo lasciare che soli i nemici del Cristianesimo usufruttino quest'idea cristiana, ma far palese il lavoro latente dell'individuale miglioramento.
A smentire poi l'accusa di pusillanimità intellettuale e di malvolere verso la scienza, i credenti non devono lasciarsi sorpassar dagli altri nello studio e nell'applicazione delle dottrine sociali; devono svolger i problemi che sì potentemente commuovono ora gli spiriti; dovrebbero essere a capo di tutte le società di miglioramento sociale, non esitando a impiegarvi tempo, denaro, sforzi, ardore; ricordandosi che le quistioni di libertà, d'eguaglianza, di fratellanza, di asili, di governi rappresentativi, di suffragio popolare, di famiglia, di pauperismo, di ospedali, di limosine, di soccorsi alla povertà vergognosa, di cura per le madri, per gli esposti, del lavoro di donne e di fanciulli, furono introdotte dal Vangelo.
Quando alcuni socialisti scompaginano la società, altri pretendono rifarla, e tra la scienza e la fantasia inventano varj sistemi; quando sovrastano grandi mutamenti sociali, importa conoscere le mutue relazioni fra la Chiesa e l'impero civile per trarne canoni ai progressi nel diritto pubblico, e convincere di follia il voler segregare la Chiesa dallo Stato, mentre fra essi non può darsi che un accordo, indefinibile è vero e discrezionale perchè di opportunità, ma con mutue compensazioni.
Ecco venti anni che l'Italia è avvoltolata nel turbine della rivoluzione, dove, come fu detto alla tribuna francese il 15 aprile 1865, si considerò progresso soltanto l'insurrezione o spontanea o spinta, e dietro ad essa rovesciar un Governo e chiamarne un nuovo; dove si generò dapertutto sorda resistenza, acrimonia diffidente, indefinita scontentezza: dove offuscate le nozioni di giustizia e diritto, posti in pericolo tutti i miglioramenti; dove l'incertezza del domani, e il diffidare di tutte le cose e di tutte le persone turbano ogni godimento. Il gran problema non è l'unità o la federazione, la monarchia o la repubblica, la tirannide principesca o la popolare, nè tampoco l'indipendenza o la servitù: bensì se l'uomo e la società devano esser regolati dall'autorità o dalla forza, dalla Chiesa o dalla rivoluzione, dal capriccio umano o dalla provvidenza divina; se norma degli atti, criterio delle risoluzioni devano essere i principj del 89, le dicerie parlamentari, i minacciosi vaniloquj de' giornali, oppure le eterne norme del decalogo, i precetti della Chiesa, le verità interpretate da chi ha la certezza di non errare.
Lo scherno scalza le credenze, ma non distrugge il bisogno di credere; e il sentimento religioso è talmente insito nella natura umana, che durerebbe anche quando sparissero i simboli e le istituzioni che gli servono d'espressione e d'appoggio. Nè il senso comune non si spegne mai in tutti, ma può indebolirsi in una società particolare; e ciò è peggio che non l'errore metafisico. Pure non convien disperare, giacchè è difficile trarre un'intera generazione sotto l'impero della falsità; e quando infuria la procella il navigante domanda la sua direzione agli astri, non ai marosi.
Che se pure le minaccie odierne si compiranno, e v'avrà interruzione nel regno visibile di Dio, per provare che l'unità non deriva da possessi terreni da grandezza nel mondo[667], noi sappiamo che la redenzione è mistero d'amore e di misericordia, e Dio, come sul Calvario, permette l'ingiustizia affinchè i frutti di essa facciano ravvedere l'uomo. Confidiamo dunque non tarderà a sorgere il giorno, che, visto non poter vivere il mondo senza autorità, verrassi a cercarla alla sua sorgente; che la civiltà umana sarà il corpo del cattolicismo; che la Chiesa costituirà l'unità vera, cioè l'unità degli spiriti, e accorderà alle idee politiche moderne tutto quel che non ripugna ai dogmi fondamentali; farà sparire tra essa e la società rivoluzionaria il dissenso e le male intelligenze, di cui tanto giovansi i suoi nemici. Allora si compiranno le grandi conquiste della Chiesa cattolica, e l'indipendenza del sacerdozio nell'applicare lo verità superne alle opere della carità, della redenzione, del progresso.
E qui prendiamo congedo, forse per l'ultima volta, da questa che un tempo diceasi «Bella Italia ov'è la sede del valor vero e della vera fede»: quest'Italia che fu il sogno della nostra giovinezza, la cura della nostra virilità, l'affanno della nostra vecchiaja. Gli storici futuri dovran narrare che vi fu tempo ove, gli abjetti errori dell'arianesimo e dello scetticismo, e i sottili della sofistica, abbattuti al rinascere della critica, dopo tanti secoli disepellironsi, muniti non solo dalle grida del parlamento, della taverna, della stampa, ma dalla pubblica autorità; diranno quanti anni durò questo regresso, finchè di nuovo la critica ridestò la coscienza e il senso comune. Noi dobbiam finire nelle circostanze più gravi e nelle prospettive più vertiginose, senza nulla conchiudere, nè tampoco prevedere, se non che il restauramento generale deve cominciare da quello di ciascun individuo. Limitandoci a voti, noi, come il pontefice, auguriamo l'indipendenza ai popoli, la libertà alla Chiesa; e deh possano i tuoi vigneti, o Italia, e le campagne tue non cessar di produrre vino e grani pei sacrosanti misteri, nè sugli altari arricchiti da' tuoi marmi e dall'arti tue cessare l'illuminazione de' tuoi oliveti: l'aure, che carezzano i laghi e i colli tuoi e il duplice mare, possano al pellegrino, che da tutto il mondo viene a visitare la metropoli del mondo, recar sempre la melodia de' cantici che risuonano concordi dall'umile cenobio fino a quelle basiliche, la cui incomparabile magnificenza è un'altra dimostrazione del cattolicismo. Consacrati i tuoi progressi, sanate le piaghe dalla benedizione del Padre, possa tu esser veramente una nell'unità delle credenze e dell'amore, veramente libera nella libera Chiesa, degna di produrre ancora menti che sappiano ammirare, cuori che sappiano amare.
NOTE
[660] Già nel Discorso XX abbiamo addotto l'opinione di Cardwright. Napoleone Roussel a Parigi 1854 pubblicò in due volumi _Les nations catholiques et les nations protestantes, comparées sous le triple rapport du bienêtre, des lumières et de la moralitè_; tutto in esaltazione delle genti protestanti per raffaccio alle cattoliche, e specialmente dell'America del nord a quella del sud, della Scozia all'Irlanda, de' Cantoni svizzeri protestanti agli altri, della Prussia all'Austria. Egli si vale di cifre e d'autorità, e ogni lettore sagace comprende come con queste possa provarsi qualunque assunto. Dell'Italia parla nel vol. II, e si propone di non discorrerne prima del secolo XVI, perchè prima d'allora l'Italia non era affatto papale, nè i papi s'erano alleati ai re per gelosia de' popoli: argomento precisamente opposto a tutto quello che adducevano i novatori del XVI secolo. Aggiunge che il ridestarsi delle lettere e delle arti è dovuto ai profughi di Costantinopoli (nel paese dove già aveano fiorito Dante, Petrarca, Boccaccio, Giotto, Giovanni da Pisa!) sicchè il rinascimento fu pagano non cattolico, e la prova n'è che i papi lo soffocarono, e che proibirono di studiare il greco e l'ebraico!
A dipingere poi l'Italia di questi tre secoli, infila le declamazioni di Enrico Martin, del Sismondi, del Quinet, di lady Morgan, di Lamennais, di Didier, di Briffault, di Cambry, di Maltebrun, di giornalisti, di tutti quelli mai che compiansero l'ignoranza, la grossolanità nostra, la sudiceria di Bergamo e di Venezia, la corruttela di Firenze, la ciarlataneria di Napoli, l'accattonaggio universale, e «l'abjetta povertà di quella Roma dove s'inghiottirono le ricchezze di tutta Europa». Ognun vede come sarebbe facile opporvi altrettanti passi laudativi: ma l'autore, che nulla vi mette del suo, conchiude: «Vorreste voi abitare la Calabria? terreste per moglie una napoletana? vi venne mai in capo d'esercitar il vostro commercio a Venezia, la vostra penna a Roma? Confidereste il ben vostro, il vostro onore a questi frati mendicanti; a questi gesuiti, ai cardinali che siedono a' teatri fra donne galanti? (_sic_)... Al papato, al solo papato devesi l'onta dello stato attuale d'Italia: ella è così, perchè il cattolicismo non può far di meglio».
Si noti che l'autore scrive in Francia, paese cattolico: ma a libri siffatti non bisogna confutazione: basta a combatterli il più vulgare buon senso.
[661] «Tutto quello che nello Stato si toglie alla sovranità di Dio, si aggiunge in fatto alla sovranità del carnefice». Chi lo dice? Louis Blanc.
[662] _Matteo_ XXII, 10.
[663] _Inferno_ XXIII.
[664] _Jesus conversus increpavit illos dicens: Nescitis cujus spiritus estis_. Luca IX, 45.
[665] _Dei sumus adjutores_. I Corint. III.
[666] _Non solum ille proditor est veritatis qui transgrediens veritatem palam pro veritate mendacium loquitur, sed etiam qui non libere veritatem pronuntiat_. Decretum Gratiani, 2 _pars_.
[667] Che Roma sia necessaria sede del pontefice tolse a dimostrare il padre Giuseppe Burroni, _De romanitate primatus apostolici, seu de nexu indissolubili quo primatus sedi romanæ adhæret_. Torino 1867.
AGGIUNTE E CORREZIONI ALL'OPERA
Nessuna speciale agevolezza a suoi studj l'autore ritrovò, sia ne' privati sia ne' governi del suo paese, e tanto meno nell'odierno. Biblioteche e archivj non potè usare se non come un cittadino qualunque: alcun favore chiesto ad uffizj pubblici gli fu negato; possessori di carte e di libri non sempre vollero essergliene cortesi. Gli è forza accennarlo per iscusar un difetto di tutti i suoi lavori, qual è di non aver usato le migliori edizioni, e non sempre essersi valso delle medesime ad assicurare le citazioni, come avrebbe solo potuto se collocato in una biblioteca.
E nel presente lavoro, moltissimi anni meditato traverso a quelle crisi che portano seco tanti frantumi d'umana dignità, neppure ottenne le facilitazioni, che a qualche straniero si erano abbondate, perchè richieste diplomaticamente da governi che non disgradano le lettere, e con troppo scarso esito ha invocato la limosina di consigli e avvertimenti nella lunga incubazione dell'opera sua. Siffatta è l'abitudine degli studj in Italia, che chi vi si applica deve nascondere ciò che fa, quasi una colpa che trami, onde non offendere anticipatamente le incontestate glorie de' mediocri: tanto meno può chiedere ajuti e collaborazione. Dopo pubblicata l'opera, forse neppur un giornale d'Italia l'ha tolta ad esame. È una discolpa che egli cerca alle imperfezioni di un lavoro, il cui intento essendo nuovo, avrebbe avuto tanto bisogno di coadjuvamento, di consigli, di materiali. È ben sconfortante il trovarsi solo, senza chi vi accompagni negli studj, vi soccorra nelle ricerche, vi applauda o vi critichi, s'interessi a quel che fate! Pure ciò ha procurato a questo, come agli altri libri dell'autore, maggiore indipendenza, non avendo avuto a sacrificare ad amici, come non voleva tremar di nemici.
Ridotto alle uniche forze sue, egli trovò durante la pubblicazione molte cose: e in parte le inserì forse dov'erano meno opportune, a scapito di quella geometrica disposizione, della quale egli si mostrò sempre geloso. Il conte Pietro Guicciardini raccolse da seimila volumi ed opuscoli di eterodossi e di loro contradditori, e volgarizzamenti della Bibbia, e trattati socciniani, e ne fe dono alla biblioteca Magliabecchiana. Per negligenza officiale rimasero lunghissimamente nelle casse, e appena adesso si stanno sballando e disponendo. Con festosa premura ne avrei offerto almeno il catalogo se ancora fosse fatto: così non potei che profittare della parte che già è disposta. Da qui l'autore trasse materia di nuove aggiunte, che colle correzioni suggeritegli da qualche amico o dal tempo e dalla riflessione metterò qui, per assettarle poi se mai il libro ottenesse quel che tutti gli altri suoi, il vantaggio di nuova edizione, almeno postuma, e giovarne le traduzioni che già ne sono cominciate.
I pochi lettori serj vogliano avergliene compatimento, e ai futuri studiosi augurino tempi e compagni migliori.