Part 64
Lutero, sovvertendo gli ordini e i riti cattolici, e rompendo la tradizione, aveva mantenuto molti dogmi e la gerarchia e il canone dell'autorità, pur rendendola servile al potere temporale, giacchè, ripudiata la scomunica, sol colla spada potea mantenere quell'unità di fede che egli veniva a spezzare; non fece dunque che diroccare l'ecclesiastica gerarchia, a segno che più volte si sperò una riconciliazione. Calvino da quest'inerte uffizialità avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola sparire in faccia all'individuo, per modo che s'affondasse un abisso fra la divinità e i supplicanti: ma neppur egli negò tutti i dogmi e la divinità del Cristo, e ancora la Bibbia come rivelazione pareva il porto contro i dubbj dell'intelletto e le tempeste del cuore. Furono italiani che compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, col repudiare le fondamentali verità; e in nome dell'illimitata autorità della ragione impugnando l'idea stessa, l'ontologia cristiana, sostituendovi il nominalismo e il sensismo, mascherato di razionalità, e solo temperato da quei rudimenti o simulacri ideali, che i dotti Gentili aveano salvato dal naufragio delle verità primitive. Nè credansi gente di stola e di tonaca: ma giureconsulti e medici, che nella Bibbia non trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, a guisa degli antichi Ariani negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del Verbo, ed altre invenzioni (diceano) de' sofisti greci. Qual bisogno avea Dio di far tanti circuiti per salvarci? un atto della sua volontà, e i nostri peccati erano rimessi. Quanto all'istruirci, bastavano le dottrine e gli esempj d'un uomo pieno di Spirito Santo, senza che fosse Dio. Il Cristo è colui che sublimò l'umanità al più elevato sviluppo religioso.
Forse ne dubitavano l'Ochino ed altri Riformati, e probabilmente la Società di Vicenza, della quale discorreremo. A questa apparteneva Giovan Valentino Gentile, figlio del medico Matteo Gentile da Cosenza, che per seguire le idee nuove era spatriato. Valentino professò a Ginevra, e in un libro dedicato al re di Polonia diceva: «Trinità è parola che non leggerete mai nella Santa Scrittura o ne' simboli cattolici, nè quelle parole affatto umane di ομουσιον, persona, essenza, ipostasi. V'è un Dio uno e solo: egli solo è αυτοθεος, che nel Cristo suo figlio infonde la propria divinità; Cristo è la sua immagine: è il simbolo della gloria del Padre; è Dio ma non per se stesso: così lo Spirito Santo, che è la potenza divina messa in azione. Padre, Figlio, Spirito Santo son distinti di persona e di essenza e di grado. Calvino adora una quaternità invece d'una trinità, perocchè insegna che, rimossa l'ipostasi, rimane sempre la divinità, e che ciascuna persona è veramente Dio; onde son quattro dei»[499].
Poichè questa pretesa contraddizione della trinità coll'unità, fatta cardine della dogmatica di Maometto, impiglia le semplici menti, rifletteremo che la pura unità non è adequata a Dio. Dicendosi _uno_, domandasi qual _uno_, che cosa _una_? Si risponde: un Dio; ed è già qualcosa più che la semplice unità; è l'unità con elementi reali, necessarj a un ente vivo e operante; mentre l'unità è un'astrazione, che ha realtà soltanto nello spirito che la concepisce; è cosa negativa, morta. Ma Dio non è una astrazione, una generalizzazione, un teorema dello spirito umano; bensì un Dio vivo e vero, che esiste per sè e in sè; indipendente, autonomo. Vivere è operare; viver eternamente è operare eternamente, onde i teologi chiaman Iddio _actus purissimus_. L'atto ha per condizioni essenziali un principio, un mezzo, un fine. Perciò l'unità, come ente attuale, operante in eterno, deve racchiudere i tre rapporti di principio, mezzo, fine; che sono quelli che la teologia cristiana chiama Padre, Figliuolo, Spirito Santo. Questi tre rapporti sono indispensabili onde percepir l'unità come Dio vivo e vero; onde il concetto fondamentale di Dio trino è essenziale all'idea di Dio uno. Qui non c'è l'assurdo dell'uno che fa tre; nè l'unità è infirmata, giacchè la trinità non afferma tre Dei, ma un triplice rapporto interiore nell'essenza intima d'un Dio unico, in virtù del quale esso è Dio uno, attuale, vivente: è, vorrei dire, il contenuto vivente della sua unità, senza del quale sarebbe un'astrazione vuota.
Calvino perseguitò d'invettive Valentino Gentile, come uom da nulla, il quale porge a bevere il fango che attinse alla pozzanghera di Serveto[500], e al gusto corrotto vuol persuadere sia dolce liquore e buona bevanda. Ma l'antitrinitarismo diffondeasi per la Svizzera e ne' Grigioni: e a Lione v'avea poeti che sponeano in versi le dottrine di Valentino. Perchè dunque l'uniformità, almeno a Ginevra, non fosse compromessa, Calvino stese un formulario che la Chiesa italiana di colà dovea giurare, contenente la più ortodossa definizione di quel mistero, e la promessa di non intaccarla direttamente o indirettamente. Firmaronlo cinque italiani, sette ricusarono, fra cui Andrea Ossellani, Marco Pizzi e Valentino, il quale però, non disposto a morir come Serveto, l'accettò poi, ma presto tornò a insegnar le sue fantasie e diceva: «Confesso che il Dio di Israele, che le sante carte ci propongono pel solo vero Dio, e che ventosi sofisti negano abbia un figlio, è il padre di nostro signor Gesù Cristo; e questo, da lui mandato, in quanto è la parola, è il vero e natural figlio del Santo Dio padre onnipotente»[501].
Calvino il fece buttar prigione come spergiuro ed eretico, ed esso pregava Dio illuminasse i suoi giudici e stendeva apologie, ma Calvino rinfacciavagli: «Dal tuo ultimo scritto fummo chiariti che hai lo spirito depravato, pien d'intollerabile orgoglio e di natura velenosa, eretico ostinato. Ripeti quanto vorrai che riconosci Cristo per vero Dio: se solo il suo padre è Dio, è il Dio d'Israele, tu lo rigetti apertamente dal posto ove collochi il Padre solo».
Valentino si ritrattò pienamente, e i giudici sentenziarono: «Benchè la malizia e cattiveria che usasti meriti che tu venga sterminato d'infra gli uomini come seduttore, eretico e scismatico, avendo però riguardo al tuo ravvedimento, noi ti condanniamo ad essere spogliato in camicia, e a piè nudi e testa scoperta con un torchietto acceso in mano, inginocchiatoci davanti, chieder perdono a noi e alla giustizia, detestando i tuoi scritti, che ordiniamo tu ponga di propria mano nel fuoco, come pieni di perniciosa menzogna». Il 2 settembre 1588 Valentino girò in quest'assetto pei trivj facendo ammenda, e giurò non uscir di città: ma appena il potette fuggì in Savoja presso il medico Matteo Gribaldi, ove il seguirono Paolo Alciato e il Biandrata[502]. Appena fuori, gli _scintillò ancora la verità_, il solo padre della parola essere il Dio d'Israele; e perchè il balio di Gex l'obbligò a far una professione della sua fede, egli finse ricever quest'obbligo come un'ordinanza, e la fece stampare dedicandola al balio stesso, che perciò cadde in sospetto. Valentino andò predicando i suoi canoni in Francia, e in Polonia, donde uscì quando quel re, nel 1566, bandì gl'insegnatori delle nuove dottrine, fu in Moravia ed a Vienna, poi essendo morto il suo grand'avversario Calvino, credette poter tornar impunemente in Isvizzera. Ma avendo con ciò rotto il bando, fu côlto l'11 giugno 1566, e dopo regolare processo, decapitato a Berna. Andando al supplizio dicea: «Gli altri han dato il sangue pel Figlio; io son il primo che avrò l'onore di versarlo per la suprema gloria del Padre»[503].
Gian Paolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere nel 1564 e 65 a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso»; da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma frenetico sin alla rabbia»[504]. Son della scuola stessa l'abbate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri. L'Alciato, l'Ochino, il Biandrata furono tra i diciassette teologi, che il waivoda Radzivil adoperò per tradurre la Bibbia (_Biblia swieta, tho iest ksiegi stárego y noweyo zakonu ecc._, 1563).
Matteo Gribaldi detto Moffa, da Chieri, legista reputato, professò in Francia e Spagna, indi chiamato a Padova nel 1548 collo stipendio di 800 e poi di 1100 fiorini, vi acquistò tal fama, che la sala non bastava agli ascoltatori. Mal dissimulava le proprie opinioni, favorevoli ai novatori, finchè sospettato autore del libro che dicemmo stampato a Basilea nel 1550 ove si descriveva la morte di Francesco Spiera, fuggì. Antichi suoi discepoli il presentarono a Calvino, e questo, sospettandolo infetto dell'eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, ricusò riceverlo, nè assentirgli tampoco un colloquio, temendo non parlasse a favore delle dottrine accusate. Bruciato poi il Serveto, l'invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; ma perchè l'intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo alla professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguitato come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire tornasse cattolico[505].
Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino (1550-1635), portento di sapere in fanciullezza. Fuggito con altri compatrioti a Ginevra, vi sposò una delle profughe lucchesi, ed ebbe cattedra di legge colà, poi ad Eidelberga, a Sedan, a Nimes; ed era a gara disputato dalle Università di Francia e d'Italia per le opere sue di diritto e di filosofia, ora cadute in dimenticanza. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben proveduta. Dopo molti anni abjurò in fatto; allora a Padova insegnò diritto civile, poi conseguì di tornar a Valenza, ove morì. In un'elegia latina diede il compendio della propria vita.
Risoluti antitrinitarj furono i sienesi Dario Soccino e i suoi fratelli, Alberico che professò giurisprudenza a Oxford (-1608) con eleganza ed erudizione[506]; e Scipione che dettò ad Eidelberga e altrove, e latinizzò i due primi canti della _Gerusalemme Liberata_ appena usciti.
Lelio Soccino nel 1546 ancor giovanissimo fu ammesso nell'Accademia di Vicenza, ove tenea conferenze per ispiantar la credenza in Cristo; e per cogliere meglio il senso della Bibbia, studiò il greco, l'ebraico, l'arabo. Vedendo pericoloso manifestar in patria credenze particolari, ne uscì, e per quattro anni viaggiò la Francia, l'Inghilterra, i Paesi Bassi, la Germania, la Polonia; da ultimo si fissò a Zurigo. Poichè i primi riformati abborrivano dalle dottrine unitarie, Lelio finalmente le ascose in modo da passare per un dei loro ed esser caro a Melancton e ad altri caporioni. Egli domandava a Calvino: «Maestro, _quid_ d'un cristiano che si sposò a una cattolica?» E Calvino rispondea: «Non è permesso a un cristiano unirsi a donna che disertò il Cristo. Ora tutti i papisti sono in tal caso: papista e musulmano è tutt'uno»[507].
Ma Calvino ne subodorava i dissensi, e gli scriveva nel 1552: «Quel che v'ho detto già altra volta or ve lo ripeto sul serio; se non correggete cotesto prurito d'indagine, temete di incontri gravissimi». L'avviso e il supplizio di Serveto insegnarono a Lelio a dissimulare, onde continuò ad esser ben voluto fra persone di sensi diversissimi. Abbiamo lettera di Pietro Paolo Vergerio, da Vicosoprano, 20 giugno 1552 al Pellicano, dove fra altro gli dice: «Il nostro Lelio meco dimorò per tre settimane, poi se n'andò a suo padre, ma so io traverso a quanti pericoli. Dio lo scampi». Bullinger, sempre conciliativo, ben l'accolse, ma Giulio da Milano scriveva a questo da Poschiavo il 4 novembre 1555: «Mi dici che Lelio, sospetto a noi, e da molti buoni fratelli tenuto apertamente per anabattista, a te fece una buona confessione, e sottoscrisse alla sana dottrina che fu sempre nella Chiesa cattolica; e mi esorti a tenerlo come purgato da ogni sospetto. Ti bacio per lo zelo che hai della casa di Dio, e fra noi l'ecclesiastica tua autorità è di tal peso, che ci soddisfa ciò che soddisfa te; onde farò che le nostre chiese tengan Lelio per fratello, sebbene non facilmente si dissiperà la macchia. Ma prego il Signore che Lelio creda come a te confessò. Non volevo; ma per cautela tua ti narrerò che Lelio tenne mano con Camillo Renato, a segno che, abbandonata la verità cattolica, non vergognò a Chiavenna, a Ginevra e altrove professarsi anabattista; e credo che tu non ignori l'astuto e tortuoso ingegno di Camillo, che ogni dì più si palesa; nè puoi credere quanto flessibile sia, e con quante tortuosità questo serpe ci sfugga, se non si tenga bene. Ma che dico di Camillo, se tutti gli anabattisti sono di tale perfidia che non temono soffiare or caldo or freddo?[508]».
Con alcuni pochi, e massime italiani profughi, Lelio manifestavasi e coi parenti suoi a Siena. Disgustato dell'intolleranza di Calvino, scrisse _De hæreticis quo jure, quove fructu coercendi sunt gladio vel igne, dialogus inter Calvinum et Vaticanum_, opuscolo senza nome d'autore nè di stampatore, ma fatto nel 1554[509]: poi in Polonia professò apertamente le dottrine antitrinitarie, alle quali convertì Francesco Lismanin confessore della regina Bona Sforza.
Sigismondo I re di Polonia avea mostrato devozione ai papi, massime a Leon X, supplicando questo a metter pace fra i principi onde respinger i Tartari, i Moscoviti, i Turchi, molesti al suo regno. Si oppose alla Riforma, proibendo ai giovani di frequentar le Università di Germania, e dichiarando incapaci quei che l'abbracciassero: ma ve la diffusero l'opera del mantovano Stancario e l'esempio del marchese di Brandeburgo, gran maestro dell'Ordine teutonico, il quale apostatato, fondò quel che poi divenne regno di Prussia. Paolo III mandò in quel regno Giovan Angelo Medici che fu poi Pio IV, commissario dell'esercito pontifizio contro Turchi e Luterani. I Polacchi, per benemerenza al gran re, aveangli permesso di elegger successore il figlio Sigismondo Augusto I, natogli da Bona Sforza; il quale, per non inimicarsi i signori, condiscese alle nuove dottrine, propagatesi principalmente a Danzica, in Livonia e in molti palatinati: nè sì tardò a ottenere, che, ne' _pacta conventa_ offerti al re, vi fosse la tolleranza degli Ussiti, Luterani, Sacramentarj, Calvinisti, Anabattisti, Ariani, Sociniani, Antitrinitari, Triteisti, Unitarj.
A Sigismondo Augusto il Soccino era stato raccomandato da Melancton: sicchè ben accolto da lui e da' gentiluomini polacchi, ne ottenne lettere di raccomandazione pel duca di Firenze e pel doge di Venezia onde poter venire a raccogliere l'eredità di suo padre (1559), contrastatagli per le relazioni sue cogli eretici. Ma fu in quel tempo che la sua famiglia andò dispersa, come diremo, ond'egli tornò in Isvizzera e morì a Zurigo il maggio 1562. Aveva composto nel 1561 una parafrasi del capo I di san Giovanni, spirante arianesimo[510].
Fausto Soccino, nipote e allievo di Lelio, nacque a Siena il 5 dicembre 1539; bello scrittore, parlator facile, gentile di modi, studiò giurisprudenza, poi le scienze a Lione; e udita la morte dello zio, corse in Polonia per raccorne i libri, e vi fu accolto come predestinato a metter l'ultima mano alla dottrina ariana. Per allora tornò in patria, e stette dodici anni presso la Corte di Firenze in onorevoli impieghi: poi quando i suoi parenti furono perseguitati, si mutò a Basilea nel 1574, malgrado le dissuasioni del granduca; studiò teologia, riducendola a senso diversissimo dall'abituale; e pubblicò opere anonime, come de _Jesu Servatore_; ma per una disputa avuta con Francesco Pucci nel 1578 dovette partirsene. Allora fu chiamato in Transilvania e Polonia, dove l'eresia antitrinitaria erasi radicata, e poichè Sigismondo Augusto avea concessa libertà di religione a chiunque fossesi staccato dal papismo, poterono far quivi professione aperta quegli Unitarj che altrove erano bruciati; e presto a Cracovia, per cura di Gregorio Pauli, formarono una congregazione distinta, con collegio, stamperia, annuo sinodo, e seguitarono a prosperarvi sin al 1658 quando vennero espulsi.
Ma fra gli Unitarj medesimi v'avea scissura. Figurava tra essi Giorgio Biandrata d'illustre famiglia saluzzese, dottore nell'Università di Montpellier, poi di Pavia, che scrisse intorno all'ostetricia e alle malattie muliebri quel che di meglio fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly, waivoda della Transilvania, lo portò al grado di prender in moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non pare giusto annoverarlo fra gli espulsi da Vicenza[511], attesochè nel 1552 lo troviamo a Mestre, senza disturbi: di là pare fuggisse a Ginevra, dove udendo Calvino, lo stomacava con continue quistioni, e mentre un giorno mostravasene soddisfatto, eccolo al domani tornar alla carica come cosa nuova. Di che sdegnato, Calvino gli disse: «Il tuo volto mi palesa il mostro sottile che occulti in cuore», e più fiate lo rimbrottò aspramente perchè correggesse la perfidia e le fallacie e le tortuose frodi, delle quali era stanco[512].
Il Biandrata proponea le sue difficoltà anche a Celso Martinengo, ministro della Chiesa italiana, sempre con eguale incontentabilità. Da Calvino eragli stato promesso dimenticar il suo fallo, ma mentre assisteva a una lezione di questo, visto entrar un berroviere della repubblica, dubitò si volesse imprigionarlo; e fingendo sangue di naso, fuggì a Zurigo, poi fu capo d'una chiesa istituita da Nicola Olesnieski signor di Pinczowia. Quando poi Sigismondo Augusto spalancò la Polonia agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due sinodi, collaborò collo Stancario alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radziwil, gran cancelliere di Lituania; fatto anziano delle chiese dipendenti da Cracovia, sostenne calorose dispute, tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consiglier intimo. Il Radziwil lo deputò al sinodo di Xians con lettere commendatizie e con seicento scudi da offrire, come pure al sinodo di Pinczowia, dove esibì una confessione di fede, che parve ortodossa, professando creder a Dio uno e alle tre ipostasi distinte, e all'eterna divinità e generazione di Cristo, e alla processione dello Spirito Santo. Eppure Calvino l'avea posto in mala vista, e scrivea molte lettere ai fedeli di Polonia perchè cacciasser il Biandrata: _nullus est apud alias gentes: vos admiramini non secus atque angelum e cœlo delapsum. Vestras delicias minime vobis invideo_[513]. Lo taccia anche di barbaro stile, senza troppa ragione.
Turbato dall'insistente persecuzione di Calvino, nel 1563 migrò in Transilvania dove lo invitava il principe Giovanni Sigismondo; divenne archiatro e consigliere intimo di Stefano e Cristoforo Batori, e a lui Soccino dedicò la seconda sua risposta a Volano.
Nel 1566 sostenne al cospetto di tutta la Corte una disputa pubblica, appoggiato da Francesco David; ma questi l'oltrepassò bentosto, non solo negando che Cristo è Dio, ma volendo non fosse adorato; lo perchè il Biandrata gli si inimicò. E già la Polonia era invasa da un'infinità di sètte: per metter qualche rimedio alle quali il Biandrata chiamò Fausto Soccino. Non tardò a guastarsi anche con lui, il quale confessa che il Biandrata avea reso molti servigi alle loro chiese, ma che, per ingraziarsi re Sigismondo Augusto, non solo s'intepidì nel favorire gli Unitarj, ma blandì i Gesuiti. Tant'è antico il tacciar di gesuita chiunque dissente dall'opinione del giorno, foss'anche un antitrinitario! Parve in fatti non si fosse staccato decisamente dal cattolicismo, a segno che la Corte polacca l'adoperò in varie nunziature: gli avversarj lo imputarono d'avarizia; dissero morì d'indigestione, o soffocato da suo nipote Bernardino; nel che Soccino vede «un giustissimo giudizio di Dio, che usa gran severità contro quelli che abbandonano la sua causa per interessi umani».
Il Graziano, nella vita del cardinal Commendone, ritrae al vivo gli scompigli nati in Polonia per le discordie fra re Sigismondo Augusto e Bona Sforza sua madre, e l'insinuarsi delle opinioni erronee. _Ex Germania, Gallia, Italia corruptores aderant, ac prohibente nemine, et inanissime quoque dictis applaudente, sua quisque somnia venditurus, cœtus æmulantium studia profligatæ dottrinæ habebant, et licentia linguæ grassabantur. Eodem Bernardinus Ochinus confugerat, et præter cœteros magno concursu et assensu audiebatur etc_.
Esso Commendone al cardinale Borromeo scrivendo il 6 luglio 1564, dopo narrato del libro del Sarniscki calvinista, soggiunge: «Monsignor Varmiese ebbe jeri avviso di Posnania che lì s'intendeva per lettere dell'arcidiacono di Cracovia come frà Bernardino Ochino era venuto in Cracovia, e che apertamente si era accostato a' Trinitarj, e che apportava di più non so che altro dogma di poligamia». E da Parzow il 28 febbrajo 1565: «Gli eretici di questo regno, vedendosi fra loro così divisi, per far pruova se possono in qualche modo ridursi tutti sotto una setta, ed unirsi insieme contro i Cattolici, jeri ed oggi nelle case di tre principali eretici hanno fatto tre conventicole di Confessionisti, di Sacramentarj e di Trinitarj, e preso partito di tentare se possono per qualche via accordarsi con gli altri. Io da un di loro, il quale vacilla alquanto, e suole venir da me talvolta, ho inteso come, la state passata, essi Trinitarj avevano risoluto di far un conciliabolo generale in Polonia, al qual fine erano venuti a Cracovia di Transilvania il Biandrata, di Moravia l'Alciato, il Statorio (Stancario?) e il Gentile, e di Germania l'Ochino: ma dagli editti fu poi interrotto questo loro disegno, e i sopradetti furono costretti fuggirsi fuori del regno, eccetto l'Ochino, il quale fu intrattenuto secretamente, finchè uscendo anch'esso ultimamente dal regno, se n'è morto in Slesia».
Anche il cardinale Osio, scrivendo a Nicola Cristoforo Radziwil intorno alle infinite sette pullulanti in Polonia, soggiunge: _Fortasse non ignoras in dubium nunc revocari (quod etiam apud et ethnicos facere capitale fuit) num sit Deus qui rerum humanarum aliqua cura tangatur. Ausus est hanc quæstionem tractare B. Ochinus, unus omnium impurissimus hæreticus, qui simul et inimicum et defensorem agit: qui plurimis etiam blasphemiis scatentes de sancta Trinitate dialogos edidit, quos patri tuo dicare veritus non est. Vides igitur ad quod extremæ barathrum impietatis ventum sit postea quam ab unitatis cathedra discessum est_ (da Colonia 1584).
E nuova confusione vi portò Fausto Soccino, passato in Polonia nel 1579, perocchè dalle carte dello zio aveva tratto fuori un altro simbolo che differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo i numerosi suoi scritti, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia è d'origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d'essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, che esso acquistò colla morte, coll'obbedienza e colla risurrezione. Concepito per opera dello Spirito Santo, e perciò detto Figliuol di Dio, prima di assumere il ministero di maestro degli uomini fu rapito al trono di Dio, ove ricevette gl'insegnamenti, perciò tanto sublimi. In premio della sua obbedienza fu, dopo morte, elevato alla dignità divina, con dominio sopra tutte le cose terrene e celesti. A lui possiamo ricorrere dunque con fiducia, e dobbiamo adorarlo come Dio. Con ciò opponevasi agli Unitarj transilvani; e in fatto nel catechismo di Racow fu scritto: «Non è degno del nome di cristiano chi non rende a Gesù Cristo onori divini».