Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 9

Chapter 93,636 wordsPublic domain

[51] _Quam fœdissima ecclesiæ romanæ facies, cum Romæ dominarentur potentissimæ æque ac sordidissimæ meretrices, quarum arbitrio mutarentur sedes, darentur episcopi, et, quod auditu horrendum et infandum est, intruderentur in sedem Petri earum amasii pseudo pontifices, qui non sunt nisi ad signanda tantum tempora in catalogo romanorum pontificum scripti_. (_Ad ann_. 912, n. XII) Così dice il Baronio, che era cardinale, scriveva per impulso di san Filippo Neri, e per sostenere il papato contro le storie che dettavano i Protestanti, e massime le Centurie Magdeburgesi. Eppure vedasi come riprova i disordini della Chiesa. Nel che anzi eccedette, come l'accusa perfino il Muratori, sì poco papale; e come il provano altri documenti intorno a quell'età.

[52] Questa favola della papessa Giovanna, su cui vedremo trastullarsi i satirici e protestanti, si collocherebbe all'855; non è accennata che da Mariano Scoto, cronista dell'XI secolo, poi narrata a disteso da Martin Polacco, che dettò una storia de' papi fino al 1277. Oltre ch'egli è tardivo, il passo sembra interpolato, mancando in alcuni codici, com'è intruso nella _Storia de' pontefici_ di Anastasio Bibliotecario, il quale altrove a Leone IV fa succedere Benedetto III, non già questo supposto Giovanni VII, e dice che l'elezione fu notificata a Lotario imperatore, il quale si sa che morì nel settembre del 855; sicchè non vi saria bastante intervallo per frammettervi un altro papa. Produssero ultimamente una medaglia del 855, che porta il conio e di Lotario e di Benedetto III; locchè conferma l'immediata successione di questo. Si noti che Leone IX, scrivendo a Michele Cellulario patriarca di Costantinopoli, gli dice come in Occidente era sparso che una donna fosse stata fatta patriarca di Costantinopoli. Il fatto sarebbe men improbabile per una sede, cui dicesi ottenessero anche eunuchi; ma il papa non avrebbe accennato questa diceria, nè il Cellulario avrebbe lasciato di rimbeccarnelo se fosse stata anche solo bisbigliata la storia della papessa Giovanna. Ed è pure da valutarsi che, nei contrasti che allora la sede romana avea colla greca, fra tante ingiurie che il patriarca Fozio lancia contro i Papi, non fa la minima allusione a questa papessa. Lasciam dunque in siffatte cloache l'abate Casti, Bianchi Giovini e simili sozzure.

[53] Cardinali vescovi eran quelli di Ostia, Porto, santa Rufina, Alba, Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di san Giovan Laterano. Cardinali cherici erano i parroci dipendenti da quattro altre chiese patriarcali di Roma. I cardinali diaconi presedevano agli istituti di carità.

[54] Già sotto i Longobardi, Paolo Diacono si lamentava che nessuno frequentasse la chiesa di san Giovanni di Monza, perchè i suoi preti erano concubinarj e simoniaci. Nel 790 girò attorno a Brescia un monaco, annunziando vicina la fine del mondo, in grazia della depravazione de' religiosi: spacciatosi profeta, distribuì i suoi proseliti in cori di angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i frati sinchè egli stesso venne mandato a morte. RODULPHI NOTARII _Hist. rerum brixian._, p. 17.

[55] Il passo fu accertato essere stato intruso. Ad ogni modo si sa non essere questo divieto a' preti di aver moglie che una disciplina, e la Chiesa l'adottò per alte convenienze, pur tollerando in alcun luogo, come fra i Greci. Che a Napoli il matrimonio de' preti e sin quello de' frati fosse riconosciuto vorrebbero indurlo da documenti autentici, ove trovansi soscrizioni, _Ego Petrus, filius domini Stephani monachi: Ego Sergius, filius domini Johannis monachi: Ego Joannes, filius domini Petri monachi..._. (alle pagine 10, 21, 40, 46 della _Sylloge de' Monumenti_ del grande archivio di Napoli). Ma ciò può riferirsi a persone monacatesi dopo vedovate. Il concilio di Melfi nel 1059 limitò il matrimonio de' preti: dopo il concilio romano del 1072 fu proibito. Nelle consacrazioni dei vescovi prescriveansi norme intorno all'ordinare conjugati: e l'arcivescovo Alfano nel 1066, consacrando il primo vescovo di Sarno, gli indiceva _ne bigamum, aut qui virginem sortitus non est uxorem, ad sacrum ordinem permittat accedere: et si quos hujusmodi forte reperit, non audeat promovere_. UGHELLI, _Italia sacra_, tom. VII, p. 571. Barbato arcivescovo di Sorrento, nel 1110 ordinando Gregorio vescovo di Castellamare, dicea: _eique dedimus in mandatis ne nunquam ordinationem præsumat facere illicitam, nec bigamum, aut qui virginem non est sortitus uxorem, neque illiteratum.... ad sacrum ordinem permittat ascendere_. Id., tom. VI, p. 609, ediz. Venezia 1721. Tutto ciò poteva riferirsi a vedovi, e tale disciplina è seguita oggi pure, non ordinandosi chi fosse stato bigamo vero, cioè marito successivo di due donne, o bigamo similitudinario, cioè marito d'una vedova.

[56] Il cronista Arnolfo da principio mostrasi caldissimo dell'indipendenza della Chiesa milanese dalla romana, disapprovando altamente la plebe che tumultuava contro gli eretici. Ma dopochè nel 1077 intervenne all'ambasceria con cui i Milanesi implorarono perdono da Gregorio VII, cangiò stile, protestando «non dissentire punto da quelli che riprovavano le consacrazioni simoniache e l'incontinenza de' preti» (Lib. IV, 12); oggimai vedere ben altrimenti di prima, e confrontando il presente col passato, arrossire non già pei barbarismi del suo stile, ma d'avere sventatamente riferito i fatti e i detti altrui: _cumque præteritis præsentia scriptis scribenda conferret, rubore perfusum fideliter erubescere, nec barbarismos in verbis egisse, sed aliorum quælibet dicta vel facta temere indicasse confundi_ (IV, 43). Col che veramente indica piuttosto aver imprudentemente recato fatti e detti, che non mentito alla verità.

Landolfo Seniore invece, parteggiando affatto per l'indipendenza della Chiesa milanese, non solo svisa i fatti contemporanei, ma anche i precedenti, volendo sempre esporli come tipo e specchio de' presenti; esalta tutti i vescovi precedenti, e massime Eriberto da Cantù; trova le virtù e i meriti tutti ne' concubinarj, asserendo con leggerezza e mentendo con impudenza, come avviene de' settarj.

[57] _Permittis ut ecclesiæ tuæ clerici, cujuscumque sint ordinis, velut jure matrimonii confœderentur uxoribus. Quid est, pater, quod tibi soli vigilas, et his pro quibus priorem exigendus es rationem, tam inerti securitate dormitas?... Præsertim, cum et ipsi clerici tui, quidem satis honesti et literarum studii sint decenter instructi. Qui dum ad me confluerent, tamquam chorus angelicus et velut conspicuus ecclesiæ videbantur eniteres_.

Ottocento anni dopo, Royer Collard in Francia diceva: «Nel 1793 le persone della mia età videro la filosofia del tempo, sostenuta dal terrore, ammogliar alcuni preti. Che preti erano? che donne sposavano? I pochi che restano ancora di tali vergognosi matrimonj stanno sotto la riprovazione universale. La pruova non si rinnoverà; ma se fosse, non esito affermare che il prete ammogliato salendo all'altare desterebbe orrore al nostro popolo cattolico, e l'indignazione pubblica lo dichiarerebbe incapace e indegno del sacerdozio».

[58] Gregorio VII, nella famosa lettera al vescovo di Metz, non esita a mettere il papa di sopra dei re. «Questa dignità di monarca, inventata da' pagani, non dev'essere soggetta all'eterna autorità di san Pietro, che la misericordia di Dio ha depositata in mano dell'uomo per salute de' redenti? Re, principi, duchi, imperatori hanno ereditato questi nomi pomposi da uomini dannati eternamente, i quali con rapine, perfidie, violenze, assassinj, esercitarono sopra i loro simili l'esecrando diritto del forte, e fatti despoti dominavano con tirannico orgoglio. Chi può dubitare che i ministri della Chiesa, i sacerdoti di Cristo, i successori di Pietro devano esser venerati per padri e maestri dei re, dei popoli, del genere umano?... Un semplice esorcista è rivestito d'un'autorità superiore a qualunque principe, perchè discaccia gli spiriti maligni. Il pio sacerdote governa i suoi simili a salute dell'anime loro, ad onore e gloria di Dio: mentre i potenti del mondo non regnano che per soddisfar all'orgoglio ed a materiali passioni. Un monarca cristiano, quando giace sul letto di morte, implora l'assistenza del prete che gli rimetta i peccati, e salvi da Satana, e lo guidi dalle tenebre agl'eterni splendori: vedeste mai un prete o un laico in agonia rivolgersi al suo re? Qual principe della terra si arroga di riscattare un'anima dall'inferno in virtù del santo battesimo? E ciò che forma la sublimità della religione cattolica, il mistero che gli angeli contemplano e le potenze infernali paventano, dov'è il monarca che possa con una sola parola creare il corpo e il sangue di Cristo? Chi dunque dubiterà che l'autorità del pontefice non sovrasti a quella del re? Quegli non cerca che le cose di Dio, e vive austero fra le vanità della terra; questi si occupa solo del proprio interesse, e opprime i fratelli a danno della propria salute. Quegli è membro del corpo di Cristo; questi dell'angelo della menzogna. Quegli rinnega i suoi appetiti, macera il corpo per regnar un giorno con Dio: questi regna quaggiù per esser in eterno schiavo di Satana. Appena qualcuno ne troviamo che sia stato virtuoso e prudente. Chi di loro ebbe il dono de' miracoli come Antonio, Benedetto, Martino? Ma la santa sede conta da Pietro in poi cento vescovi ascritti alla milizia celeste, ecc.». [59] L'agosto 1098 tenevasi un concilio a Roma, e 8 cardinali, 4 vescovi, 4 preti, fautori dell'antipapa, firmarono una lettera sinodale «a tutti quelli che temono Dio ed amano la salute della repubblica», per premunirli contro le eresie introdotte o rinnovate da Ildebrando; le quali erano il celibato de' cherici e il divieto delle investiture laicali.

[60] La condizione a cui si sarebbe ridotta l'Europa se la spada fosse prevalsa al pastorale, può argomentarsi da quella d'un paese che ora fa molto parlare, per la speranza di riunirla alla Chiesa nostra, la Bulgaria. Il Turco lascia eleggere il clero ai Cattolici, ma vende le più alte dignità. Il patriarca che comprò per 400,000 lire l'alto suo seggio, rivende i vescovati fin per 50,000; questi fan mercato coi papassi o curati, che possono accumulare fin 15 o 20 cure. Così tutto va all'incanto, e quello cui meno si bada è il merito o il servizio delle anime. Chi compra cerca rimborsarsi con tutti i mezzi. Uno de' mezzi è il divorzio, pel quale richiedesi una dispensa costosa, onde non l'ottengono che i ricchi. Pei poveri ci son altri ricavi. Se per qualche sopruso si fa appello al patriarca, il vescovo ne compra la connivenza; se le plebi minacciano diventar cattoliche, il patriarca punisce, cioè cambia di posto il vescovo: e così la tirannia del sultano vien a pesare fin sugli infimi: e i vescovi, invece di rivelare al popolo i diritti che acquistò cogli ultimi atti del Tanzimat, del Hatti-Scerif, del Hatti-Humayum, glieli nascondono attentamente.

[61] Quelle false decretali, che per lungo tempo si dissero inventate a Roma, diffuse in Ispagna, e di là nel mondo, introducendo nuovi canoni e diritto nuovo per consolidare l'autorità dei papi a scapito di quella dei vescovi, apparvero tutt'altro a leali cercatori, protestanti e cattolici. La prima indagine avrebbe dovuto cadere sul corpo del delitto, e si provò che tutti aveano discorso senza conoscerle sia nei testi, sia nell'unica informe edizione fattane da Merlin nel 1530. Un'esatta descrizione ne porse il dottore Philipps: poi l'abate Migne le stampò nel vol. CXXX della sua _Patrologia_, con una dissertazione del dottore Denzinger professore a Wurtzburg.

Risulta di là che la Spagna non le conobbe mai; che fino al secolo XI uscente non ebbero mai autorità in Italia: a tal segno che nel 1085 il cardinale Otto, il quale fu poi Urbano II, incontrandone primamente alcune in un concilio tedesco, le ripudiò con disprezzo: che l'opera fu compilata in Germania, probabilmente da Benedetto Levita, cherico dell'arcivescovo di Magonza Autcario, verso l'834.

Quanto al fondo, le decretali non toccano pur un punto che già non fosse stabilito; e scopo loro è di sorreggere i diritti de' prelati a fronte de' metropoliti, cioè sostenere l'indipendenza de' vescovi, anzichè ringrandire il potere pontifizio.

[62] Al contrario de' nostri, la quistione eterna della libertà e della predestinazione fu la prima che i teologi maomettani dibattessero: e i Kadariti, sostenitori della libertà, e i Giabariti, o Predestinaziani, precedettero le discussioni sugli attributi di Dio.

[63] _Epistola_ 243.

[64] _Pantheon_ 464.

[65] Arnaldo è diventato un mito, e in conseguenza la storia di lui fu oscurata peggio che mai, principalmente a' nostri tempi: e chi lo difendesse viene stampato eretico dagli esagerati d'una parte, gesuitante dagli esagerati dell'altra chi l'incolpasse: arti abituali colle quali il secolo nostro pretende arrivare alla verità. Metter nè un Lutero nè un Ciciruacchio al XII secolo è anacronismo, quanto il metter all'età nostra un san Pietro o un san Francesco d'Assisi. I nostri Ghibellini che volevano umiliare il papa, non per questo erano ligi all'imperatore germanico; che se a questo si attaccavano i tirannelli per prepotere nelle città e per uccidere la libertà comunale, i pensatori volevano, o almeno ideavano, un imperatore romano che stesse in Italia. Lo dice chiaro anche Dante, che pure si appassionò per Enrico VII; perchè sempre gli Italiani, da Narsete sino a Felice Orsini, sperarono liberarsi dagli stranieri per mezzo degli stranieri. Forse i Romani, e Arnaldo con essi, avevano sperato di sbalzar il papa coll'opera di Federico, il quale, come se ne vanta il suo cugino e storico Ottone di Frisinga, qui portò _pro auro arabico teutonicum ferrum; sic emitur a Francis imperium_: ma il prefetto della città, che in occasione delle prediche di Arnaldo era stato insultato e peggio, fe prendere questo bresciano, e giustiziare.

Il contemporaneo Geroldo di Reichersperg (nel libro I _De investigat. Antichrist. ap._ GRETSER, _Prolegomena ad scriptores adversus Waldenses_, _cap._ 4) dice: _Quam ego vellem pro tali doctrina sua, quamvis prava, vel exilio vel carcere, aut alia pœna præter mortem punitum esse, vel saltem taliter occisum, ut romana Ecclesia sive curia ejus necis quæstione careret! Nam, ut ajunt, absque ipsorum scientia et consensu a præfecto urbis Romæ, de eorum custodia in qua tenebatur ereptus, ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinæ idem præfectus a romanis civibus perpessus fuerat; quare non saltem ab occisi crematione et submersione ejus occisores metuerunt quatenus a domo sacerdotali quæstio sanguinis remota esset. Sed de his ipsi viderint, sane de doctrina et nece Arnaldi idcirco inserere præsenti loco volui, ne vel doctrinæ ejus pravæ, etsi zelo forte bono, sed minori scientia prolata est, vel ejus necis perperam actæ videar assensum prœbere_.

Del resto, in quei giorni il papa ed i cardinali erano affatto in arbitrio del Barbarossa, che giunse fin a portarli via: e il suddetto Ottone di Frisinga dice: _Mane facto, quia victualia nobis defecerant, assumpto papa et cardinalibus cum triumpho victoriæ læti discessimus_ (p. 989 dell'edizione del Muratori).

Meglio del Tamburini e d'altre meschinità dei Giansenisti del secolo passato, vedi H. FRANKE, _Arnold von Brescia und seine Zeit_. Zurigo 1852.

[66] Questo fatto è vero? Lo negano i più, quasi un'insolenza, a torto imputata al papa: sì poco conoscono i tempi! lo sostenne il benedettino Fortunato Olmo in un curioso opuscolo: _Historia della venuta a Venetia occultamente nel 1177 del papa Alessandro III e della vittoria ottenuta da Sebastiano Ziani doge_. 1629. Ripigliò questo assunto Carlo Lodovico Ring nel _Saggio storico per illustrare un fatto finora messo in dubbio, della vita di due contemporanei, entrambi aspiranti alla Signoria del mondo_ (tedesco). Stuttgard 1835.

[67] Son passi dei documenti raccolti da Huillard Bréolles nella _Vie et correspondance de Pierre de la Vigne, avec une étude sur le mouvement reformiste du XIII siècle_, Parigi 1865. E per non citare i cattolici, vedasi _History of Frederick the second_, by T. L. KINGTON. Londra 1862, 2 vol.

[68] Col nome di _Questioni siciliane_ furono trovati nella biblioteca di Oxford, e li pubblicò Michele Amari nel _Journal Asiatique_, 1853, p. 240.

[69] _Semper fuit nostræ voluntatis intentio, clericos cujusque ordinis, præcipue maximos, ad illum statum reducere quales fuerunt in Ecclesia primitiva, apostolicam vitam ducentes et humilitatem dominicam imitantes_.

[70] Brunetto Latini dice di Federico II: «Les cuers ne hacit à autre chose fors que a estre sires et souverains de tout le monde. Il cuidoit bien par lui et par ses filz sousprendre tot l'empire et la terre tote, en tel manière que ele n'issist jamais de leur subjection. _Tesoro_». L. i.

DISCORSO IV.

I PATARINI. GLI ORDINI MENDICANTI. LA SCOLASTICA.

Sebbene i nostri non s'ingolfassero in tante sottigliezze e sofisterie intorno alla divinità, alla natura sua, a' suoi attributi, quanto gli Orientali, più vicini a quell'India dove pajono naturali l'ascetismo, la contemplazione e l'idealità, pure, dall'impero greco, ove sempre vivea, trasmetteasi anche in Italia l'eresia, proveniente dall'antica Gnosi, e a guisa d'un vulcano dava fumo di tratto in tratto, come sentimento però, anzichè come idea pura. Claudio, di nazione spagnuolo, in Francia diresse la scuola istituita poco prima da Carlomagno, e predicava, e commentava le divine scritture, onde Lodovico il Pio lo propose a vescovo di Torino verso l'820. Quivi cominciò dal solito titolo di correggere abusi e superstizioni; e dicendo non dover le immagini usurpare il culto che a Dio solo è dovuto, le toglieva; spezzava le croci; non più feste di santi; non più lampade nelle funzioni, non pellegrinaggi a Roma; dal che passò anche a sostenere errori intorno alla divinità del Verbo. Il popolo suo ed i vicini gliene vollero male; Pasquale I lo disapprovò; molti scrissero sin dalle Gallie e dall'Irlanda, per difendere l'antica consuetudine, distinguendo il culto reso ai santi e agli angeli da quello alla divinità; adunatosi un sinodo, Claudio ricusò intervenirvi, chiamandolo _congregationem asinorum_. Morì del 830, e quanto riprovata dai Cattolici, tanto la sua memoria fu poi esaltata dai Protestanti, che, per la smania di darsi antenati, pretesero vedervi il fondatore della Chiesa valdese. Dalle confutazioni fattene allora non appare ch'egli negasse la presenza reale, o la transustanziazione, nè alcuno de' sacramenti, nè la primazia de' pontefici, nè asserisse la privata interpretazione delle sacre scritture, che sono i fondamenti del protestantismo.

A mezzo il secolo IX, Pietro vescovo di Padova scoprì nella sua diocesi una setta che ghiribizzava sulla Redenzione, e che solo cinquant'anni dopo fu dissipata dal vescovo Gozzelino. Nel mille, a Ravenna un Vilgardo sosteneva che la verità sta nei detti di Orazio, Virgilio, Giovenale, e si hanno a preferire ai dogmi cattolici[71].

Eriberto da Cantù, operosissimo arcivescovo di Milano dal 1018 al 1045, seppe che alcuni eretici tenevano convegni nel castello di Monforte presso Asti, e citatone uno di nome Gerardo, l'esaminò sulla loro fede. La risposta fu: «Crediamo nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, che soli hanno la facoltà di sciogliere e legare; e il Padre è l'eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliuolo è lo spirito dell'uomo, cui Dio amò; lo Spirito Santo è l'intelletto delle scienze divine, dal quale tutte le cose sono regolate: non riconosciamo il vescovo di Roma o verun altro, fuori d'un solo che quotidianamente visita i nostri fratelli per tutto il mondo, e gli illumina; e quand'è mandato da Dio, presso lui si trova il perdono dei peccati. Osserviamo la castità, benchè ammogliati; non mangiamo carne; digiuniamo strettamente; leggiamo ogni giorno la Bibbia; molto preghiamo, e i nostri _maggiori_ s'alternano dì e notte nella orazione. I beni teniamo comuni; e il morir ne' tormenti ci è dolce per isfuggire i castighi eterni».

Di quest'eresia conobbe i pericoli l'arcivescovo, tanto che menò contro Asti i suoi vassalli, e presi per forza i miscredenti, nè potendo tutti indurli a ritrattarsi, non potè impedire che la nobiltà milanese li mandasse al fuoco, ch'essi subirono come un martirio. Ciò è riferito da Landolfo Seniore[72], specie di spirito forte, al quale, come dicemmo, non possiamo concedere troppa fede; e certamente è fantasia di lui questo discorso.

Nella lotta fra gl'imperatori e i pontefici, l'opposizione a questi o risolvevasi in eresia, o almeno scassinava l'autorità pontificia. Tra quelle feconde contese ridestosi, il popolo veniva ad accampare gl'interessi e i diritti proprj là dove prima non discuteano che baroni, capitani e re. Allora, nel punto di smarrirsi, vie meglio si pronunzia il carattere di quel medioevo, cui i gran savj credono poter dispensarsi dallo studiare col dichiararnelo immeritevole. E davvero questa nostra età, tutta regia, tutta sistemazione legale, tutta decreti e volontà generale, dove l'inchinarsi agli impiegati disavvezza dall'inchinarsi a Dio, mal può comprendere quella ove dominava la più grande e la più libera varietà; un'aristocrazia affissa a titoli storici, e una democrazia con tutti i problemi e gli sperimenti moderni; insofferente di dipendenza, eppur venerabonda del valore; passioni energiche ad intraprendere con audacia e compire con mezzi violenti, poi tranquillantisi in un convento, fieramente espiando i fieri delitti, o frapponendo un intervallo fra le tempeste della vita e il riposo eterno; un'ignoranza alimentata da spettacoli strani, da credenze bizzarre, eppure avida di sapere, entusiasta per tutto ciò che avesse nome scienza; e che non conoscendo se stessa, e bramando di trovare un'armonia fra le istituzioni sociali, sentiva bisogno di lasciarsi guidare, se non potea farsi illuminare. Quindi affollarsi alle università per udire i gran sapienti; quindi accettare il miracolo come un fenomeno ordinario; rigide pratiche e penitenze esagerate, insieme con licenza gigantesca; pratiche empie e sordide, insieme con affettuose devozioni; mania del nuovo, con attaccamento al vecchio; ingenuità selvaggia di popoli nuovi, con raffinata corruzione di rimbambiti.

Il cristianesimo, dettando precetti morali purissimi in contraddizione all'indole e allo stato di quella società, e con istituzioni robuste ingiungendone l'osservanza, produceva quelle posizioni tanto strane, e que' contrasti tanto drammatici; ordine ed anarchia, santità e scostumatezza, carità e ferocia, nobilissimi concetti attuati selvaggiamente, come nelle crociate; insomma la barbarie temperata dal cristianesimo, e il cristianesimo contaminato dalla barbarie.

La moltitudine vivacchiava senza riflettervi; i più si sgomentavano o sbalordivano, ma altri ragionavano: e troppo scostansi dal vero coloro, i quali figurano che nessun dubbio siasi elevato contro la fede, dal perire del razionalismo antico fin al mostrarsi del moderno. Già nel XIII SECOLO, parlando di Federico II, trovammo il pensiero incredulo, che ripudia il fondamento stesso dei dogmi, e crede tutte le religioni sieno invenzioni umane, e l'una valga l'altra; donde l'indifferenza e il naturalismo, derivanti dalla scienza araba, ed espressi nel libro dei Tre Impostori.

Pietro Valdo, mercante di Lione, verso il 1180, venduti gli averi suoi, predicò che la Chiesa aveva traviato, e bisognava richiamarla alla semplicità evangelica, sbandendo il lusso del culto, la ricchezza de' preti, la potenza temporale de' papi. I suoi seguaci si dissero _Poveri di Lione_ o _Catari_, cioè puri, e tanto erano persuasi di tener tutto quanto tiene la Chiesa cattolica[73], e di non uscire dal vero, che chiesero al pontefice la permissione di predicare[74]: ma bentosto negarono l'autorità del papa, e dietro a ciò altri dogmi cardinali, e pretesero libera anche ai laici la predicazione.