Part 6
Così originava quella sistemazione del mondo cristiano che durò tutto il medioevo. Secondo questa, ogni autorità deriva da Dio. E Dio l'affidò al suo vicario in terra, che virtualmente rimaneva capo dell'intera umanità, raccolta nella chiesa universale, e avea dal cielo la potenza spirituale e la temporale. La spirituale partecipa egli coi vescovi, che la esercitano sotto la sua supremazia; la temporale egli affida all'imperatore da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice, dopo unto da lui, e giuratogli d'osservare la legge di Dio e le costituzioni de' popoli, diviene capo visibile della cristianità negli interessi terreni. Come tale, primeggia sopra tutti gli altri re: giusta il costume ecclesiastico, non è ereditario, ma scelto ogni volta, ogni volta coronato. Le due podestà s'appoggiano l'una l'altra, onde non possono separarsi; neppure possono distruggersi fra loro, diversa essendo la natura della loro giurisdizione. L'imperatore qualche volta pretenderà aver mano nell'elezione dei papi, ma questi zeleranno sempre l'indipendenza della Chiesa e de' suoi capi. Se l'imperatore viola la legge di Dio e i patti col popolo che lo elesse, il papa lo pronunzia decaduto, e lo separa anche dalla congregazione dei fedeli mediante la scomunica. Nei litigi fra l'imperatore e il popolo o i re, il papa proferisce come arbitro supremo, e con una sanzione spirituale[49].
Un sacerdote, senz'armi, senza interessi domestici o dinastici, senza pregiudizj di nazionalità, che decide le contese fra' regnanti, intima l'onestà, la giustizia, la carità a quelli che non conoscono se non il capriccio e la forza; e gli obbliga a obbedire in nome di Dio; è un tipo sublime, che forse non fu mai attuato pienamente: ma esercitò ben maggiore efficacia che non i tanti altri sistemi, fantasticati per mantenere una libera alleanza fra i popoli civili.
Roma, dopo convertita, avea tenuta la Chiesa in dipendenza, come già soleva la religione nazionale: tal dipendenza ora cessava. Fra i popoli germanici antichi però i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano mescolati col potere civile; sicchè, dopo fatti cristiani, ammettevano i vescovi ne' consigli del regno, come duchi e conti e re assistevano ai sinodi ecclesiastici, intrecciandosi lo Stato e la Chiesa, il cristianesimo e la nazionalità. I regni che formavansi di nuovo cercavano una sanzione col fare omaggio al pontefice e dichiararsene vassalli. Quando sol dalla scimitarra d'un soldato o dalla tracotanza d'un feudatario erano decise le controversie, la Chiesa conservava forme legali, esame di testimonj, scritture, contratti; sicchè fu un grande acquisto di libertà pei popoli e un gran ritegno ai principi l'estendersi del diritto canonico, complesso di ordinanze emanate dall'autorità più disinteressata.
I vescovi, in nome di questo diritto e pel carattere che rivestivano, come anche per la potenza cui erano saliti come grandi baroni ed elettori dei re, ammonivano i potenti qualora sviassero dalla giustizia; proteggeano la donna dagli arbitrj brutali; colla tregua di Dio e coll'asilo ne' luoghi sacri rimediavano alle guerre, incessanti ove vigeva il diritto del pugno, cioè della vendetta privata.
Qual meraviglia se il capo de' vescovi crebbe tanto di potenza? Questa non è nell'essenza della sua missione, ma non vi ripugna, e diveniva occasione di svolgere ed ampliare l'incivilimento. Roma provedeva anche ai più lontani popoli, ricevendo reclami, scrivendo, citando, mandando nunzj e istituendo tribunali di nunziatura ove nessun altro ve n'avea[50]; ponendosi arbitra nelle contese dei principi, o di questi coi popoli; dettando leggi comuni, fondate sulla giustizia eterna, e delle quali, anche in circostanze sì mutate, possono alcune trovarsi inopportune, nessuna ingiusta.
Se dunque l'autorità pontifizia giganteggiò, non fu un'ambizione, tramandata per mille anni da un all'altro de' papi, così diversi di origine, di patria, di regola, di costumi, di scienza, di partito, di umori, di passioni, eppure consenzienti infallibilmente nell'ordine delle cose superne; non un palmo di terra s'aggiunsero essi per via di conquista, durante il medioevo; variarono di politica nelle vicende terrene, or cacciati, or prigionieri, ora schiaffeggiati da que' potenti, sui quali imperavano assolutamente nelle materie religiose, e ai quali impedivano di rendersi tiranni.
Da questa mescolanza di diritti e d'interessi nascevano frequenti cozzi, che costituiscono una gran parte della storia del medioevo, e diedero origine alle eresie politiche, delle quali dovremo occuparci. E per ciò giova chiarire la natura di questo _sacro romano impero_, che col titolo stesso mostrava aspirare ad un primato morale, a modellare il consorzio laico sulla gerarchia ecclesiastica, introdurre ordine legale fra i popoli scomunati; lo che era pure l'intento de' pontefici. Quel primato non vuolsi confondere colla monarchia universale; bensì unificava la podestà laica per disciplinarla sotto la podestà di Dio: rendendosi venerabile non per soldati e forza muscolare, ma pel diritto e per l'idea del dovere, costituiva una gran federazione, dove, sotto un capo elettivo, poteva sussistere qualunque forma di governo; superiorità, non dominio, che rispettava le individualità delle nazioni, pur mettendole d'accordo nello sviluppare ciascuna la propria, e tutte la generale civiltà.
NOTE
[37] Sant'Agostino definisce lo scisma _scissio charitatis_; l'eresia _scissura fidei; hæreticus est qui non sequitur catholicam veritatem; schismaticus est qui non amplectitur catholicam pacem; apostasia est totius fidei omnimoda abnegatio_.
[38] Lo dice san Gerolamo, _De script. eccl._
[39] _Est nobis liber contra hæreses et sectas omnes compositus quem si legere volueritis, damus_.
[40] _De præscriptione_, c. 42.
[41] _Mescolanze_, p. 221, 269.
[42] _De unitate, epist. ad plebem._
[43] _Cod. Theod._, libro XVI, titolo I, legge 2.
[44] Queste scuse non so quanto possano applicarsi ad Agrippino vescovo di Como, del quale parlando nella mia _Storia della città e diocesi di Como_, mostrai il traviamento, e con ciò parvi ad alcuno mancar di riverenza a chi era onorato del titolo di santo. Ma la verità anzi tutto: poi non è detto che Agrippino non si ravvedesse. La mia asserzione, oltre una lettera di san Colombano a Bonifacio IV, appoggiasi a un bellissimo titolo, che or serve di mensa all'altar maggiore della chiesa di Isola nella Comacina, ed è siffatta:
_Degere quisquis amat ullo sine crimine vitam_ _Ante diem semper lumina mortis habet_. _Illius adventu suspectus rite dicatus_ _Agripinus præsul hoc fabricavit opus_. _Hic patriam linquens propriam, karosque parentes_ _Pro sancta studuit pereger esse fide_. _Hic pro dogma patrum tantos tollerare labores_ _Noscitur, ut nullus ore referre queat_. _Hic humilis militare Deo devote cupivit_ _Cum potuit mundi celsos habere grados_. _Hic terrenas opes maluit contemnere cunctas_ _Ut sumat melius præmia digna...._ (polo? sibi?). _Hic semel exosum sæclum decrevit habere_ _Et solum diliget mentis amore Deo_. _Hic quoque jussa sequens Domini legemque Tonantis_ _Proximum ut sesse gaudet amare suum_. _Hunc etenim quem tanta virum documenta decorant_ _Ornat et primæ nobilitatis honor_. _His Aquileja ducem illum destinavit in oris_ _Ut gerat invictus prœlia magna Dei_. _His caput est factus summus patriarcha Johannes_ _Qui prædicta tenet primus in orbe sedem_. _Quis laudare valet clerum populumque comensem_ _Rectorem tantum qui petiere sibi?_ _Hi sinodus cuncti venerantur quatuor almas,_ _Concilium quintum postposuere malum_. _Hi bellum ob ipsas multos gessere per annos_ _Sed semper mansit insuperata fides_.
[45] Alludendosi più volte in questi discorsi a opinioni de' primi eretici, sarà bene accennarne il significato.
Paolinisti e Fotiniani credeano Gesù Cristo semplice uomo, non preesistente alla sua concezione.
Simoniaci, derivanti da Simon Mago che a san Pietro offriva denari per ottenerne la facoltà di comunicar lo Spirito Santo, chiamansi quelli che fan mercimonio delle cose sacre, e più solitamente de' benefizj.
Gli Ariani negano la divinità di Cristo, e i Macedoniani la divinità dello Spirito Santo.
I Nestoriani dividevano la persona di Gesù Cristo, negando che in lui Dio e l'uomo fossero una persona sola; in conseguenza Maria non era madre di Dio.
Gli Eutichiani confondevano le due nature di Cristo, dicendo che una sola erasene fatta dalla natura sua divina e dall'umana.
Manichei e Marcioniti credeano a due principj indipendenti, l'uno del bene, l'altro del male; l'uno creatore dell'anima, l'altro del corpo; l'uno del nuovo, l'altro del vecchio Testamento.
Novaziano negava alla Chiesa l'autorità di rimettere i peccati. I Donatisti invalidavano il battesimo conferito dagli eretici. Aerio rigettava l'episcopato, il pregare pei morti, i digiuni stabiliti, e altre osservanze ecclesiastiche; Vigilanzio il culto delle reliquie e l'invocazione dei santi; gli Iconoclasti tutte le immagini.
I Pelagiani negavano il peccato originale e la necessità della grazia interiore.
I Semipelagiani ammettevano il peccato originale, e non negavano la necessità della grazia interna per compire la nostra salute, ma diceano ch'essa davasi per meriti precedenti, e che l'uomo comincia la salute sua da se medesimo, senza la grazia.
Più tardi Berengario negò la presenza reale e la transustanziazione: gli Albigesi rinnovarono le credenze de' Manichei, e i Valdesi quelle di Aerio e Vigilanzio.
Questi sono i principali eretici, ma l'enumerazione de' singoli è lunghissima, e può vedersi nel _Dizionario delle eresie_ di Pluquet, e nella traduzione francese del Commonitorio di san Vincenzo di Lerins, fatta dall'abate Pavy, il quale ne annovera settantuna nel IV secolo.
[46] _Ep._ XI, 13.
[47] Nelle opere inedite che il cardinale Mai trasse dalla biblioteca Vaticana, si trova un'importante confessione della supremazia del vescovo di Roma, fatta da un patriarca greco, anteriore di mezzo secolo allo scisma. Difendendo esso le immagini sacre, allora combattute da Costantino Copronimo, dice che l'errore degli Iconoclasti poteva essere scusato per ignoranza solo avanti il secondo sinodo niceno. «Fu questo radunato convenientissimamente e con tutta legittimità; poichè, secondo le antiche stabilite regole divine, vi teneva il posto più degno, e presedeva una notabile parte del supremo clero occidentale, cioè dell'antica Roma; senza del quale, niun dogma che nella Chiesa si esamini, quantunque già ammesso per decreti canonici e per consuetudini ecclesiastiche, non si riguarderà mai come approvato e dedotto ad assoluta definizione e pratica. Imperocchè quella Chiesa gode il primato del sacerdozio, e ritiene tal dignità come trasmessale dai due corifei degli apostoli». Συγκεκροήτο γὰρ τοῦτο μάλιστα ενδικῶς, και εννομώτατα επειπερ ἤδη, κατὰ τοὺς ὰρχήθεν τετυπωμένους θειους θεσμοὺς προῆγη κατ’αυτὴν, καὶ προήδρευεν, όσον τε τῆς έσπεριας λήξεως, ἤτοι τῆς πρεσβυτερος Ρώμης, μέρος οὺκ ἄσημον ῷν ἄνευ, ουδὲν δόγμα κατὰ τὴν ηκκλησιαν κινουμενον, θεσμοῖς κανονικοῖς καὶ ιερατικοῖς έθεσι νενομισμενον άνωθεν, τὴν δοκιμασιαν οὺ σκοιὲ, ὴ δεξαιτ’ άν ποτε τὴν περαιωσιν, ώς δὲ λαχόντον κατὰ τὴν ιερωσυνεν εξάρκειν, καὶ τῶν κσρυφαιων ὲξ αποστόλοις ὲγκεχειριδμένον τὸ ὰξιομα.
[48] Stefano II alla dieta di Quiersy 14 aprile 754 statuisce con Pepino un'alleanza.
_Statuimus cum consensu et clamore omnium, ut tertio kalendas majarum (_29 aprile_) in Christi nomine hostiliter Longobardiam adissemus; sub hoc, quod pro pactionis fœdere per quod pollicimus et spondemus tibi, beatissimo Petro clavigero regni cœlestis et principi apostolorum, et pro te huic almo vicario tuo Stephano egregio papæ summoque pontifici, ejusque successoribus usque in finem sæculi, per consensum et voluntatem omnium infrascriptorum abatum, ducum, comitum Francorum, quod si Dominus Deus noster pro suis meritis sacrisque precibus, victores nos in gente et regno Longobardorum esse constituerit, omnes civitates atque ducata seu castra, sicque insimul cum exarcatu Ravennatum, nec non et omnia quæ pridem tuæ per imperatorum largitionem subsistebant ditioni, quod specialiter inferius per adnotatos fines fuerit declaratum, omnia quæ infra ipsos fines fuerint ullo modo constituta vel reperta, quæ iniquissima Longobardorum generatione devastata, invasa, subtracta, ullatenus alienata sunt, tibi, tuisque vicariis sub omne integritate æternaliter concedimus, nullam nobis nostrisque successoribus infra ipsas terminationes potestatem reservatam, nisi solummodo ut orationibus et animæ requiem profiteamur, et a vobis populoque vestro patritii Romanorum vocemur_. Seguono i confini.
Sull'autenticità di questo documento vedi il Troya, e BRUNENGO, _Le origini della sovranità temporale dei papi_. Roma 1862.
[49] Nell'elezione dell'imperatore, l'arcivescovo di Colonia gli domandava:
Vuoi mantenere con tutte le forze la santa fede cattolica?
Vuoi esser difensore e protettore alle sante chiese e ai ministri di esse?
Vuoi al santo padre il pontefice romano riverentemente prestare soggezione e la fede dovuta; non violare la libertà ecclesiastica; mostrarti a tutti benigno, mansueto, affabile secondo la regia dignità; e condurti in modo da regnar a utilità non tua, ma del popolo tutto; ed aspettar il premio de' tuoi benefizj non in terra ma in cielo?
Dopo coronato, l'imperatore giurava: «Professo e prometto in faccia a Dio e agli angeli suoi, di osservare le leggi, far giustizia, confermar i diritti del regno, prestare il dovuto onore al pontefice romano e agli altri vescovi e vassalli; conservare le cose donate alla Chiesa».
Queste idee sulla distribuzione del potere non le deduco da teologi o romanisti; ma nello _Specchio di Svevia_, costituzione della Germania antichissima, è detto che Cristo, principe della pace, lasciò in terra due spade per difesa della cristianità; ed affidolle a san Pietro, una pel giudizio secolare, l'altra per l'ecclesiastico: la prima è dal papa _imprestata_ all'imperatore (_des weltichen Gerichtes Schwert darlihet der Papst dem Kaiser_); l'altra rimane al papa affinchè giudichi stando s'un palafreno bianco, e l'imperatore dee tenergli la staffa acciocchè la sella non si scomponga; significando così che, se alcuno resiste ostinatamente al papa, l'imperatore e gli altri principi devono costringervelo colla proscrizione. Nessuno può scomunicar l'imperatore fuorchè il papa, e questo per tre sole cause: se dubita della fede vera; se ripudia la moglie; se turba le chiese e le case di Dio. Quando si scoprono eretici bisogna procedere contro di essi ai tribunali ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni principe che non punisce gli eretici è scomunicato. E se fra un anno non venga a resipiscenza, il papa lo priverà dell'uffizio principesco e di tutte le sue dignità. SCHILTER, _Antiq. Teuton._, T. III.
[50] Vedi CELESTINO MASETTI, _Dei vantaggi arrecati alle nazioni cristiane dai Romani Pontefici per mezzo delle nunziature apostoliche_. Roma 1842.
DISCORSO III.
ETÀ FERREA DEL PONTIFICATO. I CONCUBINARJ. LE INVESTITURE. GUERRA FRA IL PASTORALE E LA SPADA.
La nostra religione è inalterabile nella essenza; ma nella sua attuazione esterna toccando alle cose umane, trovasi esposta alla contaminazione degli interessi e delle passioni terrene. Nuove irruzioni di Saraceni ed Ungheri, e orrida sequela di sventure aveano colpito l'Italia; lo stesso rinnovamento che i papi aveano sperato ricostruendo l'impero d'Occidente riuscì a nuovi disastri, causati dal disordine feudale, che annetteva la giurisdizione al possesso, cioè tramutava ogni possidente in principe, con diritto di giustizia e di guerra. Ne seguiva uno stato di perpetui e personali conflitti, e la depravazione che accompagna la guerra permanente.
I principi e i baroni invidiando le vaste ricchezze e il conseguente potere acquistato dalla Chiesa, ne voleano almen qualche porzione. Ogni vacanza di vescovadi e del papato apriva l'arena a brogli, a corruzioni, a violenze; disputandosi la mitra e la tiara, siccome un tempo la corona imperiale. Gli imperatori, quali tutori della Chiesa, credettero rimediarvi col presedere alle elezioni e confermarle: ma ciò che prima era una protezione, un rimedio a deplorabili abusi, divenne un'arroganza e un peso quand'essi non tennero per legittima l'elezione d'un papa se non fosse approvata da loro. Secondo le norme feudali, ogni dovere veniva da un impegno personale; il possesso medesimo era una concessione, simboleggiata con atti materiali e solenni, e condizionata a patti espressi. Tale natura aveano anche i possessi, di cui gli imperanti o i baroni investivano le chiese e gli ecclesiastici, a titolo di regalie. In conseguenza essi pretendevano di godere di quei beni, duranti le vacanze (_regalia utile_), e conferire i benefizj mentre i vescovadi vacassero (_regalia onoraria_): pel qual modo l'imperatore e gli alti signori investivano i prelati non solo dei beni, ma della dignità, cioè non solo collo scettro e la spada che significavano il possesso temporale, ma anche coll'anello e il pastorale che esprimevano la podestà spirituale, e ne riceveano l'omaggio e la promessa di soggezione. Era un mettere in ceppi la Chiesa, e stornarne lo spirito; imperocchè, le fazioni portando imperatore ora un Franco, ora un Italiano, ora un Tedesco, a capriccio di questi modellavasi la scelta de' papi; la tiara acquistavasi per intrighi di donne, cabale di politicanti, violenza di bravi; papa Formoso, forse perchè mostratosi avverso alla fazione italiana, era fatto disseppellire dal suo successore, e giudicare, e condannare ad avere mozzo il capo e le tre dita con cui benediceva, poi gittato nel Tevere, disacrando quelli che da lui aveano ricevuto l'ordinazione; Teodora e Marozia portavano al supremo seggio i loro favoriti e parenti; la fazione di Albano o quella di Tusculo, l'italiana o la tedesca ergeano, deponeano, richiamavano i papi, fino a crearne uno di 18 anni (Giovanni XII). Questi disordini[51] sono raccontati colle esagerazioni consuete ai partiti, fino a dire che sedesse papa una Giovanna, la quale poi, nella solennità d'una processione, fu côlta dal travaglio del parto[52].
Quasi non trovasse in se stessa gli elementi della propria rigenerazione, la Chiesa li domandava all'autorità secolare. Ottone Magno di Sassonia, ottenuta a Roma la corona imperiale, prestò omaggio ligio a papa Giovanni XII, confermandogli le donazioni di Pepino, di Carlomagno, e di Lodovico il Pio; poi informato de' turpi portamenti del pontefice, lo depose, e fece decretare dai prelati che spetta agli imperatori dar l'istituzione ai papi e l'investitura ai vescovi (964). Così il romano impero, rinnovellato ai tempi di Carlomagno come principio d'equilibrio politico e tutela della sociale giustizia, per le mal determinate attribuzioni veniva a collidersi coll'autorità pontifizia, e tra le violenze e la vigliaccheria, capitali nemici della libertà, l'uno perdea del carattere sacro, l'altra dell'indipendenza.
Badie e parrocchie _commendavansi_ a qualche secolare, cioè se gliene attribuivano i frutti, i pesi negligendo o affidando a qualche frate. Gli uomini di retta coscienza rifuggivano dai turpi maneggi, sicchè le sedi rimanevano a persone o basse o perverse; che entrate nel gregge o colla violenza di lupi o collo strisciar di serpenti, come poteano esserne vigili custodi? I vescovi che aveano ricevuta la dignità ed altre ne speravano dal principe, favorivano gl'interessi di questo; cercavano oro in ogni modo per poter con questo comprarsele, poi se ne rifaceano col trafficare delle cose sacre; doveano andar in guerra o mandare i loro uomini, e sostenere viaggi, e alla Corte sfoggiare di fasto profano; non di rado le dignità venivano in premio di umili e vergognosi servigi e fin del peccato; canoniche e monasteri, più che di cantici e litanie, risonavano di trombe, latrati e nitriti; anteposta la spada alla virtù e alla scienza, alla religione la superstizione che n'è la peggiore avversaria, come i prelati poteano più riprendere e correggere vizj, ne' quali essi erano tuffati?
Ridotti usufrutto secolare anche i benefizj ecclesiastici, restava solo che il clero ai tanti vantaggi aggiungesse quello di trasmetterli ereditariamente. A ciò tendeva l'eresia de' Nicolaiti, che fondandosi su condiscendenze antiche, più o meno accertate, domandavano il matrimonio dei preti. Così nella Chiesa introducendo le dignità ereditarie, assurdità ch'essa avea sempre rejetta, sarebbero divenuti retaggio domestico i beni ch'eranle attribuiti qual patrimonio universale de' poveretti.
Se mai fu momento in cui potesse dubitarsi della promessa di Cristo sull'eterna conservazione della sua Chiesa fu allora; tanto pareva spento lo spirito di santità e carità. Pure non mancarono i rimedj ad essa consueti; decreti di morale e di disciplina per parte de' concilj, riforma degli Ordini monastici antichi e introduzione di nuovi, come furono quelli de' Camaldolesi, de' Cluniacesi e de' Certosini, donde uscirono modelli di meravigliosa santità e carità, quali san Pier Damiani, san Giovan Gualberto, il beato Andrea da Vallombrosa, san Romoaldo, san Nilo, e ben presto Gregorio VII.
Questi era Ildebrando, di Soana nel Sanese, di profonda erudizione, di costume integerrimo, di cuor retto e ponderato giudizio nell'ideare, di ferma prudenza nell'eseguire. Per tali meriti salito ad alte dignità ecclesiastiche, e stomacato dell'universal corruttela, si propose di correggere il mondo, correggendo la Chiesa che n'è il capo. Sinchè vendevansi le sedi pastorali, sinchè le dignità vi si ottenevano per moneta e brighe, sinchè il libertinaggio facea propendere ai principi venditori più che ai pontefici emendatori, potea sperarsi che i vescovi recuperassero l'indipendenza d'autorità, della quale avean fatto gitto per acquistare indipendenza di costumi? Ildebrando deliberò di rompere il triplice vincolo che incatenava il clero alla società, cioè i terreni, la famiglia, la podestà. A tal fine bisognava cozzare coi re che ne scapitavano di potenza, coi preti che perdeano comodità alle passioni, colle perverse abitudini e la cupidigia de' godimenti. A imprese sì gravi richiedesi un uomo straordinario; e uomini tali non vanno misurati col metro comune.
Accostatosi ai papi eletti dagli imperatori, li persuadeva a rinunziare, e farsi legittimamente rieleggere dal clero e dal popolo; e perchè vi brigavano le fazioni, indusse ad affidare l'elezione ad un'accolta di cardinali vescovi e cardinali cherici[53], «salvo l'approvazione del clero e l'onore dovuto all'imperatore».
Spiacque ai grandi il perdere un privilegio da cui traevano e lucro e influenza, e ricorsero all'imperatore Enrico IV (1061) perchè desse egli un papa, scegliendolo a preferenza nel «paradiso d'Italia»; voleano dire nella dissoluta Lombardia, acciocchè avesse viscere da compatire la fragilità umana. Ed egli scelse Cadolao vescovo di Parma, che sostenuto dalle armi imperiali e dalla fazione di Tusculo, s'insediò; ma Ildebrando fece dai cardinali proclamare il rigoroso milanese Anselmo da Baggio, che s'intitolò Alessandro II. Ne derivò guerra civile, finchè Cadolao restò vinto, e Alessandro confermato dal concilio di Mantova.
Com'egli morì (1073), il popolo tumultuariamente gridò papa quel che da molto tempo faceva i papi, cioè Ildebrando, che assunse il nome di Gregorio VII. Munitosi anche dell'assenso dell'imperatore, affronta a viso aperto la simonìa e l'incontinenza, cerca che alla forza prevalga il pensiero, che all'oltrepotenza dell'impero sovrasti l'efficacia del sacerdozio, come al corpo l'anima, come il talento alle braccia.