Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 49

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Il Caracciolo, frate domenicano, che lasciò una vita manoscritta di Paolo IV, di cui molto faremo uso, riferisce: «Accadde nel 1535 che con Carlo V venne un detto Giovanni Valdes, nobile spagnuolo ma altrettanto perfido eretico. Era costui (mi disse il cardinale Monreale che se lo ricordava) di bell'aspetto e di dolcissime maniere, e di un parlare soave e attrattivo: faceva professione di lingue e di sante scritture: s'annidò in Napoli e in Terra di Lavoro. Di costui furono tre i principali discepoli: frà Pietro Vermiglio, canonico regolare ed abate di san Pietro d'Ara: frà Bernardino Ochino da Siena, e Marcantonio Flaminio, tutti e tre letterati principalmente nelle lingue e nelle lettere umane. Ora costoro, mentre furono in Napoli, per fare brigata maggiore di discepoli s'erano divisi in diversi pulpiti di scrittura santa: il Vermiglio in San Pietro d'Ara leggeva l'epistole di san Paolo..... il Valdes leggeva in sua casa l'istesse epistole.... I nostri Padri scoprirono l'eresie in Napoli, essendo il nostro ordine acerbo persecutor dell'eresie, e che fa professione di difendere la fede cattolica. Il modo con che furono dai nostri scoperti, s'ha da sapere che Raniero Gualanda e Antonio Capponi, per la pratica che ebbero con Valdes e Ochino furono a pericolo anch'essi incautamente di essere macchiati un poco di quella pece. Ma perchè si confessavano dai Padri nostri in San Paolo, però i nostri che ne stavano sospetti si fecero riferire da loro tutto ciò che intendevano da quegli occulti eretici. In questo modo vennero a conoscere i nostri il mal seme che coloro seminavano, e le secrete conventicole d'uomini e di donne che facevano. Le quali da loro scoperte, e scritte al cardinale Teatino (Caraffa) in Roma, se ne fuggirono tutti di Napoli...... In Napoli se ne appestarono tanti, e particolarmente molti maestri di scuola che arrivarono al numero di tremila, come si riconobbe poi quando si ritrattarono.

«Il seme diffuso dall'Ochino fu coltivato da G. A. Mollio di Montalcino, e da frate Angelo francescano, confessore del vicerè, e da Lorenzo Romano, siciliano. Questi dapprima diffuse le sue opinioni sponendo i salmi e l'epistole di san Paolo, e diffondendo il _Benefizio di Cristo_, ma poi confessò i suoi falli al cardinale Caraffa, che l'indusse a palesar molte persone, anche di gran qualità, e far ritrattazione pubblica nelle cattedrali di Napoli e di Caserta».

Qual fosse la dottrina del Valdes non è ben chiaro: i Sociniani vorrebbero trarlo a sè, ma pare avesse sulla Trinità opinioni sue particolari. Nella biblioteca degli Antitrinitarj leggesi: _De Jo. Valdesio quid dicendum? Qui scriptis publicis suæ eruditionis specimina nobis relinquens, scribit se de Deo ejusque Filio nihil aliud scire, quam quod unus sit Deus altissimus Christi Pater: et unus dominus noster Jesus Christus ejus filius, qui conceptus est in utero virginis; unus et amborum spiritus_. Nelle lettere di Teodoro Beza troviamo che un ministro della Chiesa francese di Embden fu imputato d'aver fatto tradurre le _Considerazioni_ del Valdes, folte di bestemmie contro la parola di Dio, senza le note che v'erano apposte nell'edizione di Lione. E avendo egli risposto che non v'avea bestemmie, e che la pietà del Valdes dovea potersi lodare non meno ad Embden che a Zurigo, a Basilea, a Ginevra, gli fu replicato che quest'opera avea fatto assai male alla chiesa di Napoli; che di là l'Ochino aveva attinto le fantasie che lo perdettero; e che molte persone, le quali prima aveano lodato le _Considerazioni_, cambiaron opinione dopochè le ebbero meditate, e il librajo che le stampò a Lione se ne pentì e ne chiese perdono a Calvino[518].

Fatto è che molti diedero ascolto al Valdes, ma Nicola Balbani[519], che fu ministro della chiesa italiana a Ginevra, riferisce che, dei convertiti alla riforma in Napoli, la più parte s'accontentavano d'accettare il dogma della giustificazione, riprovavano alcune superstizioni, pure non lasciavano la messa e il resto: quando perseguitati, abjurarono: alcuni furono uccisi come relapsi, fra cui il Caserta che aveva convertito Galeazzo Caracciolo.

Di quest'ultimo, come degli altri nominati nel presente capitolo avremo a dire ampiamente.

NOTE

[511] _Due dialoghi: l'uno di Mercurio e Caronte, nel quale, oltre molte cose belle, gratiose et di buona dottrina, si racconta quel che accadde nella guerra dopo l'anno MDXXI: l'altro di Lattanzio e di uno arcidiacono nel quale puntualmente si trattano le cose avvenute in Roma nell'anno MDXXVII. Di spagnuolo in italiano con molta accuratezza et tradotti et rivisti. In Vinegia con gratia et privilegio per anni dieci_. Senza anno, e si suppongono volgarizzati dal Bruccioli. Sono 148 fogli in-8º. Su questa traduzione fu fatta la francese del 1565.

[512] Le coste d'Italia erano molestate e depredate da corsari turchi, e talvolta da armate. Singolarmente notevole è lo sbarco che, nel 1480, fecero ad Otranto, ove ben ottocento cittadini furono rapiti: i quali, piuttosto che rinnegare la fede avita, subirono la morte, e meritarono d'essere venerati come beati martiri. Sul che or ora pubblicò un'interessante relazione il canonico Giovanni Scherillo (Napoli 1865).

[513] _The benefit of Christ's death, reprinted in fac-simile from the italian edition of 1543, together with a french translation printed in 1551, to which is added an english version made in 1548 by E. Courtenay earl of Devonshire, with an introduction by Churchill Babington_. Londra 1853.

Conosciamo cinque edizioni in italiano fatte a Lipsia dopo il 1835, in tedesco ad Amburgo e a Strasburgo nel 1856; a Vevey e Lausanne nel 1856, ed a Parigi. A Torino nel 1860 se ne formò una stereotipa. Per trovare l'originale bastava ricorrere ala biblioteca della Minerva in Roma, fondata dal cardinale Torrecremata, poi riccamente dotata dal cardinale Casanatta, che fu bibliotecario della Vaticana (1620-1700). I Domenicani di quel convento aveano la licenza di leggere qualunque libro, per veder quali proibire; locchè fa rinvenire in quella biblioteca una quantità di libri, divenuti rarissimi, e fino unici. Clemente XI, nel 1701, avea pubblicato regole per il modo di conservar essi libri separatamente, e comunicarli solo a chi n'avesse formale licenza.

[514] Su questa necessità delle buone opere è famoso il discorso di Lutero dopo uscito dal ritiro della Warzburg. In somma negavasi efficienza a quelle sole opere che soleano profittare al clero cattolico. Vedasi la nota 20 del nostro Discorso XV.

[515] _Histoire des variations_.

Quanto si vacillasse da principio sul punto della giustificazione appare dalle accuse che il padre Spina diede al Caterino e dalle difese di questo _contra schedulam Paulo III oblatam, in qua quinquaginta errorum Catharinus insimulabatur_; e versano la più parte su ciò e sulla predestinazione.

Fu uno de' teologi più reputati di quell'età frà Jacobo Nachiante fiorentino, vescovo di Chioggia (-1569), carissimo a Paolo III, a Giulio III; sentito assai nel Concilio di Trento, e scrittore di molte opere, di cui fanno al caso nostro la _Enarratio maximi pontificatus, maximive sacerdotii Jesu Christi; de primatu Petri: De auctoritate Papæ et concilj. De actis concilj approbandis per papam. De sacrosanctis indulgentiis. De expiatorio missæ sacrificio. De natura et sacramento evangelici matrimonii_. Eppure vi fu chi lo tacciò di errori intorno all'essenza della libertà; del che peraltro lo difende il Tomassino, tom. III, tratt. IV _De gratia_, e il Reginaldo _De mente Conc. trident_., P. II, cap. 77.

[516] _Lettere vulgari di diversi nobilissimi uomini_. Vinegia 1548.

[517] Vorrebbero distinguere due Valdes fratelli; Alfonso e Giovanni: il primo fosse autor dei dialoghi e segretario dell'imperatore sotto al Gattinara, col quale assistette alla coronazione di Carlo V a Bologna, poi al convegno d'Augusta, ove si proclamò la Confessione luterana. L'altro sarebbe l'eresiarca: ma non parmi evidente la distinzione.

Dalla Società biblica furono ristampate le opere del Valdes a Oxford nel 1845.

[518] BEZA, _Ep._ IV, pag. 200, tom. III, _Opp._

[519] Vita di Galeazzo Caracciolo. Nel processo del cardinale Morene, fatto dopo il 1555, del quale molto avremo a occuparci in appresso, sta questa deposizione d'un testimonio, il cui nome, secondo il solito, è taciuto, come quelli delle altre persone, implicate subordinatamente:

«Volendo io confessar ingenuamente alle VV. SS. Reverendissime (i cardinali inquisitori) tutti gli errori miei dal principio al fine, dico che, essendo io a Napoli circa otto anni sono, pochi giorni prima che andassi a Basignano col N N che era a Napoli; vedendo che io aveva cominciato a lasciar la mala via del mondo, e con desiderio di ritornar alla buona delle buone opere, incominciò a tentarmi sopra l'articolo della giustificazione che siamo giusti pel sangue di Gesù, e non per le opere nostre; mostrandomi molti lochi nel Testamento Nuovo, i quali par chiaramente il dimostrino. E però gli dissi che ciò mi piaceva. Il che detto esso al Valdesio, con cui spesso conversava, e con N ed N che ancor essi erano a Napoli, il Valdes rispose all'N, secondo mi riferì, che non si fidasse di me, sapendo che io era carnalissimo, e perciò il detto Valdes non volle che mai io andassi coll'N a lui, nè che io intervenissi o sapessi li lor ragionamenti. Pure il N mi andava dicendo e confermando sopra l'articolo della giustificazione.

«Ritornato a Napoli in casa del N, andai a visitare l'N, e gli portai certi scritti del N sopra due o tre capitoli dell'epistola di san Paolo alli Romani, dove parlava ampiamente della giustificazione, conforme al libretto del _Benefizio di Cristo_, e domandandomi se N gli avea letti, gli dissi non saperlo, come era vero.

«Mi domandò ancora del signor cardinale Morone, quel che esso teneva della giustificazione: gli risposi che io non sapeva, altro se non che il N e il N grandemente il commendavano a Trento della bella mente e bello animo suo, di esser innamorato di Dio e non delle cose del mondo; che mostrava essere ben capace della giustificazione per Cristo, e che sempre pareva loro che più fosse acceso nell'amor di Dio».

DISCORSO XX.

PRIMI RIFORMATI ITALIANI. PIETÀ SOSPETTA. MICHELANGELO. IL FLAMINIO. IL CARDINAL POLO. VITTORIA COLONNA.

Di mezzo alle gravi sventure politiche, nelle quali perdeva l'indipendenza e ad altre naturali che venivano ad esacerbarle[520], l'Italia si sentì minacciata d'una ancor più grave, qual era di andar divisa negli articoli di fede.

Ci siamo chiariti come qui prima che altrove si svolgesse il seme delle protesta religiosa, tra per meditazione di pensanti, tra per arguzia di letterati, tra per esagerazione di pietà. E appunto i nostri riformatori potrebbero distinguersi in tre categorie. Gli uni che, per passione degli studj e abbagliamento de' classici, attribuivano a questi un'autorità eguale o simile a quella della Bibbia e de' santi padri; volendo emancipata la ragione umana, non le tolleravano neppur i vincoli della fede, o distinguevano un ordine di verità secondo la religione, uno secondo la filosofia; o pretendevano questa con quella conciliare mediante l'ecclettismo che, in fatto di fede, rasenta l'incredulità.

Altri, vedendo la depravazione insinuatasi nella Chiesa di Dio, e gli ecclesiastici tuffarsi in cure secolaresche, dal riprovare l'abuso passavano a censurare la Chiesa, fino a reluttare all'autorità di questa, che unica ha il diritto di riformare.

Altri, ritirandosi dal mondo contaminato, si esaltavano nella penitenza, e pregavano che Dio la infliggesse alla Chiesa tutta. Un'ortodossia rigorosa, capace di tanto odio quanto amore, arriva a non comprendere ciò che per poco si scosti dalla fede. Una esagerata preoccupazione morale, la passionata credenza alla giustizia di Dio portano a una vita cupamente austera, scevera d'ogni dilettamento, e tra mortificazioni poco proprie della stirpe umana, e ancor meno della italiana. Di questi già avemmo il tipo ne' discepoli del Savonarola, che, pur disapprovando molto nella Chiesa, arrestavansi davanti alle decisioni e all'organica venerazione di essa. Pietro Paolo Boscoli, uno de' siffatti, per congiura di Stato condannato a morte in Firenze, ebbe a se Luca della Robbia, grave letterato, e gli commise di dire ad un certo loro amico, abbandonasse le umane lettere che gonfiano il cervello, e si convertisse tutto agli studj e alla disciplina della cristiana filosofia. NARDI.

Dagli eccessi della pietà, o dagli ardimenti del pensiero che, interpreta sì, ma accetta il dogma esposto dalla Chiesa, corre gran distanza alla rivolta della ragione individuale e mutevole contro la credenza universale ed inalterabile, nè i nostri spingeano il desiderio di riformare sino al proposito di distruggere.

A dir vero, nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze, che represse ingagliardiscono; e la vicinanza faceva che, coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Mentre i Tedeschi invidiavano a noi il papato come fonte di ricchezza e di potere, i nostri s'accorgevano che esso conservava all'Italia quell'importanza, che sotto ogni altro conto smarriva, e che qua attirava persone, affari, denaro. Tutti i principi, tutte le case magnatizie tenevano uno o più de' lor membri nel Sacro Collegio o nelle prelature, i quali e godevano pingui prebende, considerate come appannaggi de' cadetti d'illustri famiglie, ed esercitavano autorità come legati, nunzj, protettori de' regni, elettori del papa. Gli artisti aveano dalla devozione i principali loro esercizj, nelle chiese, ne' conventi. I letterati si chiamavano riconoscenti ai papi e ai cardinali, che li prendevano per secretarj o clienti. Le classi inferiori non erano state guaste dal rinato paganesimo, nè il raziocinio, limitato fra gli scienziati, sovvertiva le coscienze popolari. Poi, se Lutero avrebbe potuto sopra le profonde convinzioni di Dante, qual presa poteva avere fra i contemporanei dell'Ariosto che ride di tutto; ride dei dogmi come e più di Lutero?

Quante famiglie si onoravano d'aver dato prelati, e papi, e fino qualche santo alla Chiesa! stando solo alla Toscana, di nobili case usciano i sette fondatori dell'Ordine de' Serviti: Buonfigliuolo Monaldi, Buonagiunta Manetti, Manetto dell'Antella, Amadio Amidei, Uguccione Uguccioni, Sostegno Sostegni, Alessio Falconieri. I Ricci gloriavansi di santa Caterina; gli Orsini di sant'Andrea; i Falconieri delle beate Giuliana e Carissima; i Pazzi di santa Maddalena; i conti Guidi del beato Carlo; i Soderini della beata Giovanna; i Vespignano del beato Giovanni; del beato Ubaldo gli Adimari; i della Rena di Certaldo della beata Giulia; i Gambacurta di Pisa del beato Pietro, e via discorrete. Fuori di là, i Latiozi di Forlì aveano avuto il beato Pellegrino; i Malatesta di Pesaro la beata Michelina; i Borromeo di Padova santa Giustina; poi seguivano tutte le famiglie papali; poi, dove la storia venisse meno, supplivasi con tradizioni e sino con favole, quasi non s'avesse per casata insigne quella cui mancasse un santo. E per vero, qual più bel titolo di nobiltà che il contare fra gli antenati eroi da paradiso? e qual empietà il disperdere e profanare que' vanti e quegli avanzi degli avi! Il culto delle memorie non si rinega dalle nazioni, se non quando siano rese imbecilli dall'intrigo e dalla rivoluzione.

Ciò svogliava in generale gli Italiani dal buttarsi alla riforma. E poichè la grandezza maggiore, la potenza, la ricchezza all'Italia è sempre venuta dall'esser sede di que' pontefici, ai quali appunto si intimava guerra, l'interesse che vi spingeva i forestieri ne disamorava i nostri, che aveano anzi a indispettirsi contro questo Lutero, il quale accanniva le genti germaniche contro l'Italia, maestra e vittima de' compatrioti di lui.

Di queste ragioni umane si ammantò la grazia che Dio concedette al paese nostro di non unire, a tant'altre organiche divisioni, anche quella delle credenze e del culto.

Però l'Italia rimaneva ancora conquassata dalle intraprese dei tirannelli contro i popoli, per le quali i principati quasi da per tutto si erano sostituiti al governo dei più. La lotta non era finita allorchè cominciò a predicarsi la Riforma; e pel consenso che hanno fra loro le proteste contro l'autorità, poteva credersi che i reluttanti, e sopratutto i profughi, si alleerebbero coi dissenzienti, e cercherebbero introdurne le idee in patria. Viepiù poteano esservi spinti i Toscani, i cui oppressori temporali erano pontefici e cardinali; e i Romani, troppo spesso incapricciati di far dispetto al loro sovrano. Potevano così complicarsi la religiosa colla quistione politica; e ricondurre que' sciagurati momenti, ove un paese rimane governato da' suoi fuorusciti.

Nulla avvenne di ciò: e per quanto noi abbiam in altro luogo[521] esaminato partitamente i maneggi de' rifuggiti, non incontrammo ombra di quest'alleanza.

Ma se l'amore delle novità non invase nè le plebi, nè i principi, e se quelli che si brigavano di regolare la propria fede erano pochissimi a fronte di coloro che ne usavano e ne viveano senza punto analizzarla, erra chi crede che la Riforma non abbia fra le Alpi avuto ed estensione, e conseguenze civili e politiche.

Se non che, mentre in Germania fu partito de' principi, in Francia partito de' nobili, in Italia fu principalmente da letterati. Dopo che la protesta fu formulata in Germania, la estesa reputazione de' dotti italiani fece che i novatori forestieri ne sollecitassero l'adesione, e cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Alcuni di qua si tenevano in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto carteggiavano coll'erudito Melantone, il principale apostolo di Lutero, amante la pace e mediatore, ma senza iniziativa. Gli studenti tedeschi che qui, e principalmente a Padova e a Siena[522] venivano a raffinarsi, e i nostri che s'addottrinavano nelle Università germaniche, servivano a trasmettere le nuove dottrine.

Fin dal 1520 Burcardo Scenk, gentiluomo alemanno, scriveva a Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse dai pulpiti la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo[523]. Lutero stesso per lettere felicitavasi che tanti di quella città avessero accolto la parola di Dio[524], e teneva corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler, che fervorosamente s'adoprava a diffondervi le innovazioni. Di là erano diretti esortamenti a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani[525].

A Venezia si ristamparono la spiegazione del _Pater_ di Lutero, anonima; i _Luoghi comuni_ di Melantone, col titolo di _Principj della teologia di Ippolito da Terranegra_. Perocchè i falsi nomi erano un artifizio d'eludere le ricerche; e il Commento sui salmi di Bucer apparve sotto il nome d'Arezio Felino, le opere di Zuinglio sotto quello di Coritio Pogelio, o di Abideno Corallo; così Postel s'intitolava Helia Pandoches: Giulio da Milano trasformavasi in Girolamo Savonese: anzi il Commento di Lutero sull'epistola ai Romani e il Trattato della giustificazione si diedero per opere del cardinale Fregoso. Questi mascheramenti eludevano la vigilanza; altre opere giungevano entro botti di vin di Borgogna o di Tokai, o in balle di panni e cotonerie. Francesco Calvi, di Menaggio sul lago di Como, donde il suo cognome di Minicius, e ch'era stato anche tipografo apostolico, teneva bottega di libri a Pavia, e ito a cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, le propalò in Lombardia.

Che fin dalle prime fossero accolte in Italia le dottrine nuove ce n'è altro testimonio Martino Bucer, il quale tradusse dal tedesco in latino le postille di Lutero, e stampate nel 1526 a Basilea, le dedicò ai fratelli italiani. Ma Bucer repudiava la consustanziazione, accettata da Lutero, sicchè alterò varj passi: di che altamente irritato, Lutero l'assalse con ogni peggiore ingiuria, talchè quel mite ristampò a parte i passi genuini, e v'aggiunse esse lettere di Lutero.

Il qual Lutero scriveva a Baldassare Altieri, veneziano e secretario dell'ambasciadore d'Inghilterra, si guardasse dalle dottrine di Bucer, di Bullinger, di Pellicano, di altri intorno alla eucaristia, come da pestilenziale eresia; e interrogato dai nostri sopra la presenza reale, anatemizzava Zuinglio ed Ecolampadio, «dottori contagiosi e falsi profeti». Bucer, inclinato alla pace, dirizzò una lunga lettera «agli Italiani fratelli che invocano Cristo con pura fede a Bologna e a Modena, venerandi e carissimi», congratulandosi che ogni giorno avanzassero nella cognizione di Cristo, e a sempre nuovi la partecipassero; gli duole siano nati dissensi fra loro intorno all'eucaristia: stiano contenti di sapere che si pascono della carne e del sangue di Cristo, cioè in Cristo vivono più pienamente, e in sè vivo il sentono viepiù. E qui spiega la quistione nata su tal punto, concludendo di ricevere quei simboli con pietà, non offenderli con curiose e profane disquisizioni, dalle quali confida guariti anche i Tedeschi[526].

Si ha una lettera, che alcuni nostri da Bologna, nel 1533, scrissero al signor di Planitz, ambasciadore del duca di Sassonia all'imperatore, attestando di approvare la Chiesa protestante, e d'insistere pel Concilio[527]. L'anno stesso stampavasi in italiano il _libro_ di Lutero dell'emendazione e correzione dello stato cristiano.

La bolla di Clemente VII, del 15 gennajo 1530, deplora che in diverse parti d'Italia avesse attecchito la pestifera eresia di Lutero, non solo tra persone secolari, ma anche ecclesiastiche e tra regolari, mendicanti o no, a segno che alcuni con discorsi, e fino con pubbliche prediche infettavano altri. Pertanto autorizza gli inquisitori domenicani a procedere contro costoro, ed anche Carmelitani o d'altri Ordini mendicanti: possano istituire vicarj e comissarj abili, purchè di trent'anni; ed essi e questi possano assolvere i ravveduti. Maggiori privilegi concede ai Crociati, che dagli inquisitori s'erano istituiti ne' varj luoghi per averne ajuto e consiglio.

Paolo III, con bolla del 14 gennajo 1542, confermava questi provedimenti informato che a Bologna, a Milano e in altri luoghi v'avea secolari e religiosi, che allegavano indulti e privilegi per tenersi immuni dalla giurisdizione degli inquisitori, e così proporre e disputare pubblicamente proposizioni scandalose, erronee e talvolta ereticali, con iscandalo e pericolo.

Già abbiamo veduto come il cardinale Sadoleto si lagnasse della defezione degli spiriti: e il cardinale Caraffa dichiarasse a Paolo III che l'eresia luterana aveva infettato l'Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero. Più ancora significano le baldanzose speranze di alcuni apostati.