Part 4
Altri Ordini si fondarono poi[36], esercito volontario e attivo in favor della Chiesa, ma con armi e ordinamenti diversi dalla comune società. Alcuni erano contemplativi; e son quelli che, ne' momenti ove i popoli operano e non pensano, pensan per essi, e adocchiano l'istante in cui richiamare certe verità, che rimettano in equilibrio l'azione e la riflessione, e far giudicare i fatti non dall'esito, ma da canoni morali. Altri portavano il lavoro, la fecondità, la forza, l'intelligenza umana nelle solitudini, dianzi invase dalle fiere, o dalle paludi, o dalle sabbie; là introducevano la vite, i pomi, le mandrie, le pecchie, l'irrigazione, la coltura del riso, la fabbrica de' formaggi, e risedeano sui beni proprj costantemente, il che quanto importi lo sanno i contadini del nostro secolo; il ricavo ne versavano tutto a miglioramenti, cioè a crescere il capitale di cui vantaggiano i poveri agricoltori; non esigeano da questi che tenui affitti o moderate retribuzioni, a differenza de' piccoli possidenti che vi succedettero. Il nostro secolo, glorioso d'averli distrutti, gl'incolpa che non ricavavano dai terreni tutto quel che si poteva; al qual biasimo non so quanto applauda la plebe, che vivendo giorno per giorno, non si trova più nulla nel passato, nulla nell'avvenire.
Il povero, del quale in oggi tanto si ciancia e per cui così poco si fa, trovavasi onorato e consolato quando vedeva la povertà eletta volontariamente e considerata come meritoria. Le loro sollicitudini agricole insegnavano il rispetto alla proprietà. Il grande avea sgomento di questi cucullati, che senza speranze, senza timori, venivano al suo castello o alla sua reggia a rimproverarne le prepotenze, a chieder la riparazione d'un'ingiustizia, a intimare castighi da cui non li salverebbero nè i torrioni nè i bravi.
Carlomagno dicea loro: _Optamus vos, sicut decet ecclesiæ milites, interius devotos et exterius doctos esse_, e in fatti è da loro soli che ci vennero conservati i libri e le cognizioni di tutta l'antichità. Uomini di preghiera e di penitenza, pure non si credeano estrani alla politica, anzi parlavano alto ai re, teneano i conti e le casse delle città, ripristinavano le paci, tesseano le leghe de' popoli, dettavano nelle Università, raccoglievano gli artisti.
Ma della missione civile li lodano anche i profani e gl'increduli; nè questa era la loro speciale, bensì il purificar il mondo colla carità, domarlo colla rassegnazione, edificarlo con quella sublime vocazione, che lungi dall'invidiosa povertà d'un amore esclusivo, fa che l'uomo si dia tutto a tutti, nei doveri consultando unicamente l'interesse spirituale: e nell'amor di Dio portato all'eroismo, cerca un rimedio supremo all'amor delle creature; sforzandosi a domare i bassi istinti, resistere alla natura corrotta, ed accostarsi alla perfezione cristiana. Mentre disputavano ne' concilj, dettavano nelle Università, maneggiavansi ne' congressi, tu li trovavi al focolare casalingo, senza rumore, senza apparato, in opere di misericordia, in oscuri sacrifizj, purificando i costumi, arrivando fino agli abissi della colpa o della virtù, rigenerando colla fede, colla carità, col dovere, coll'abnegazione. Questa suprema forma del sentimento cristiano tirava i Barbari a civiltà mediante il sentimento; l'umiliazione, la carità universale, l'eroismo di penitenza, divenivano esempj a gente calda d'ire e di concupiscenza; la intera sommessione a un capo, a una regola infondea la coscienza del diritto.
La preghiera, che attestando la debolezza dell'uomo, è potente sino ad espugnare il cielo, e l'ardente confidenza negli effetti di essa, erano carattere del medioevo, quanto divengono incomprensibili all'età nostra, dacchè in tanti luoghi essa ammutolì. Tutti inoltre riconoscevano la solidarietà de' peccati e dell'espiazione, considerando la vita come un castigo, una prova, una preparazione; anche il peccatore domandava la preghiera, la domandava come un'elemosina, ed in ispecialità ai frati, potenza mediatrice presso Dio sdegnato.
Tali ce li dà la storia: e per quanto esecri la verità, il secolo dee rassegnarsi a sentirlo ripetere da chi n'ha il coraggio. L'esservene sempre stati attesta come s'annettano strettamente colla Chiesa, benchè non essenziali ad essa. In fatti, chiunque volle intaccarla cominciò sempre dallo screditare questa sua milizia, che rappresenta la guerra che l'ideale fa al reale.
Non sono essenziali alla religione, dicono. Verissimo; ma è uno de' sofismi più usitati e più speciosi il rispondere alle objezioni con una proposizione vera in sè, ma che non ha a fare con quella di cui si tratta; stornando così l'attenzione, e mettendo per conclusione quel che è soltanto un divagamento. Verissimo; non sono essenziali, ma neppur lo sono e la chiesa e la predica, e tant'altre cerimonie, introdotte in una religione di spirito e di verità: ma forse alla società civile sono indispensabili i re, gli eserciti, le monete, anzi nè tampoco il vestire? Non sono essenziali alla Chiesa, perchè nessuna cosa contingente è essenziale a ciò che è eterno; ma son necessarj a mantenere l'alito ecclesiastico.
Più accortamente si dice che poterono esser buoni un tempo, ma perdettero opportunità. I frati son pianta repubblicana, e per intendere san Francesco ci vuole il popolo, non società principesche e costumi cortigiani e pensare aristocratico quali oggidì, nè l'abdicazione dell'attività, della volontà, delle opinioni di ciascuno in man d'un governo o d'un giornalista: ci vorrebbe quell'Italia alla vecchia, tutta democrazia, e forze distinte, e fede, e municipj. Il materialismo d'oggi che ha mai a vedere in questi sacrifizj di spirito, fatti in vista di premj che non sono denari, nè godimenti? Eppure anche tra le beatitudini odierne, tra questo ammirato incremento dell'industria e degli interessi materiali, il cuore ha de' bisogni che non restano appagati dal teatro, dalla borsa, dal telegrafo; anela a qualcosa di più alto e più grande, che i padri nostri chiamavano Dio. Trascinati nel vertiginoso progresso, noi variamo ogni giorno pensamenti, convinzioni, bandiera, modo di pensare e d'operare, di nulla stabilmente convenendo; sino la beneficenza riducesi a un'istituzione civile, a soscrizioni, lotterie, amministrazione. Ma giacchè si vanta come conquista del tempo la tolleranza, vogliasi consentirla anche a chi pensa che, in tale sfasciamento, non abbiano a riuscire superflui questi Ordini; che tra l'indifferenza eretta in teoria, e i pregiudizj malevoli, e il vitupero chiassoso, e l'avido urtare di tutti contro tutti, possano svolgere e applicare le istituzioni caritatevoli, educare la classe più numerosa, non foss'altro, a sopportare una disuguaglianza, della quale non vede la ragione, non conosce i compensi; a risparmiare i gendarmi, unica salvaguardia quando è tolta la difesa morale; a pregare per coloro che li maledicono.
Ecco per quali guise la Chiesa svolgeva il benefizio della redenzione nella società civile, adoprando continui strumenti l'autorità, la ragione, il sentimento; non usurpava, ma raccoglieva i poteri che cascavan di mano alle antiche autorità; alla violenza de' nuovi padroni opponeva la ragione, la santità, la scienza, e il diritto che avea di giovare alla plebe cristiana; ristabiliva i dogmi della responsalità personale e dell'autorità, scassinati dall'accentramento romano; mediante un potere ammesso e consentito dalle anime, costituiva una repubblica morale, dove la moltitudine non diveniva confusione perchè ridotta a unità, nè l'unità diveniva tirannide perchè era moltitudine, e la cieca sommessione era mutata in ragionevole obbedienza.
NOTE
[3] _Hoc inveni quod fecerit Deus hominem rectum; et ipse se infinitis miscuerit quæstionibus_. Eccles. VII, 30. _Deus constituit ab initio hominem, et reliquit illum in manu consilii sui... Ante hominem vita et mors, bonum et malum, quod placuerit ei dabitur_. Eccli. XV, 14-18.
[4] _Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo_. PLINIO, _Naturæ hist._, v. 14.
[5] Il soprannaturale trascende la natura, non però vi ripugna, altrimenti sarebbe falso. Il dire che Dio può fare che una cosa sia e non sia nel tempo stesso, sarebbe una repugnanza alla natura; il dire che tre Dei sono un Dio solo, sarebbe l'assurdo.
[6] _Quam fidem ab Ecclesia perceptam custodimus, et quæ semper a Spiritu Dei quasi in vase bono eximium quoddam depositum juvenescens et juvenescere faciens ipsum vas in quo est. Hoc enim Ecclesiæ Dei creditum est munus, quemadmodum ad inspirationem plasmationi, ad hoc ut omnia membra Ecclesiæ vivificentur... Ubi enim Ecclesia, ibi et Spiritus Dei; et ubi Spiritus Dei, illic Ecclesia et omnis gratia: Spiritus autem veritas. Quapropter qui non participant eum, neque a mammillis matris nutriuntur in vitam, nequaquam percipiunt de corpore Christi procedentem nitidissimum fontem, sed effodiunt sibi lacus detritos de fossis terrenis, etc_. IRENEO, III, 24.
[7] _Unum caput est, et origo una, et una mater fæcunditatis successibus gloriosa. Illius fœtu nascimur, illius lacte nutrimur, illius spiritu animamur... Hæc nos Deo servat, hæc filios regno quos generavit assignat... Habere jam non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet matrem_. CIPRIANO, _De Unit. Eccles._
[8] _Cum toto sacramento, cum propagine nominis, cum traduce Spiritus Sancti, in nos quoque spectat persecutionis obeundæ disciplina, ut in hæreditarios discipulos et apostolici seminis frutices_. TERTULLIANO, _Scorpiace_, cap. 9.
[9] LUCA X, 16.
[10] MATT. XXVII, 20.
[11] LUCA, _ib._, MATT. XVIII, 17.
[12] _Ut unitatem manifestaret, unitatis ejusdem originem ab uno incipientem sua auctoritate (Christus) disposuit_. CIPRIAN., _De Unit. Eccles._
[13] _Epist. I ad Chorint._, cap. XL.
[14] _Quamvis apostolis omnibus post resurrectionem suam parem potestatem tribuat, et dicat. Sicut misit me Pater et ego mitto vos; accipite Spiritum Sanctum; si cujus remiseritis peccata remittentur illi, si cujus teneritis, tenebuntur; tamen, ut unitatem manifestarent, unitatis ejusdem originem ab uno incipientem sua auctoritate disposuit. Hoc erant utique et cæteri apostoli quod fuit Petrus, pari consortio præditi et honoris et potestatis, sed exordium ab unitate proficiscitur, et primatus Petro datur ut una Christi ecclesia, et cathedra una monstretur_. CIPR. _ib._
[15] _Ad hanc enim ecclesiam propter potiorem principalitatem necesse est omnem convenire ecclesiam, hoc est eos qui sunt undique fideles, in qua semper ab his qui sunt undique conservata est ea quæ ab Apostolis est traditio_. IRENEO, III, 43, 2.
[16] _Ad Ephes._, IV, 4.
[17] Sopra la letteratura cristiana ci siamo diffusi nella nostra _Storia Universale_, libro V, cap. 32, 33. Qui diamo solo ciò che verrà in uso nel procedere di quest'opera. Così non intendiamo far una piena esposizione della fede nè de' traviamenti, ma accennar solamente i punti, sui quali cadranno le dissensioni che verremo a raccontare.
I dogmi possono disporsi in
1. Teologia propria, cioè di Dio, e suoi attributi, creazione, providenza, e appendice di quella la creazione dell'uomo, e di angeli o démoni;
2. Antropologia teologica, innocenza primitiva, peccato originale;
3. Cristologia, sulla persona e le opere del Salvatore;
4. Caritologia, o teorica della Chiesa e dei mezzi di salute;
5. Escatologia, cioè della morte, immortalità, purgatorio, resurrezione, giudizio finale, paradiso, inferno, fine del mondo.
[18] Il simbolo non fu scritto nè fatto scrivere dagli Apostoli, ma tramandato oralmente: e da sant'Agostino (_De tradit. symboli_) si raccoglie fosse proibito a' catecumeni scriverlo, ma imparavasi a mente. Da ciò le varianti; oltrechè a ciascun vescovo era lecito farvi cambiamenti. P. es. Rufino ci reca il simbolo qual recitavasi dalla Chiesa romana, più incontaminato, e quale dall'aquilejese, a cui esso prete apparteneva. Eccoli a confronto:
Romano. _Credo in Deum patrem omnipotentem_.
Aquilejese. _Credo in Deo patre omnipotente invisibili et impassibili_.
Romano. _Et in Christum Jesum unicum filium ejus, dominum nostrum_.
Aquilejese. _Et in Christo Jesu, unico filio ejus, domino nostro_.
Rom. e Aq. _Qui natus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine_.
Romano. _Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, tertia die resurrexit a mortuis_.
Aquilejese. _Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, descendit ad inferna, tertia die resurrexit e mortuis_.
Rom. e Aq. _Ascendit in cœlos, sedet ad dexteram Patris: inde venturus est judicare vivos et mortuos_.
Romano. _Et in Spiritum Sanctum. Sanctam Ecclesiam. Remissionem peccatorum. Carnis resurrectionem_.
Aquilejese. _Et in Spiritu Sancto. Sancta Ecclesia. Remissione peccatorum. Hujus carnis resurrectione_.
Dalle catechesi di Massimo vescovo di Torino (_Homil. in traditione symboli_), di san Pietro Crisologo vescovo di Ravenna (_in Symb. apost_.) e da altri raccogliamo i simboli delle diverse Chiese, dove trovansi introdotte le parole _conceptus, passus, mortuus, catholicam, sanctorum communionem, vitam æternam_, dappoi addottate nel simbolo comune, qual già si trova ne' sermoni 240, 241, 242, posti in appendice ai sermoni genuini di sant'Agostino nell'edizione dei Padri Maurini.
Alcune di quelle aggiunte pajono arbitrarie e quasi futili; ma tendevano a confutare alcuni errori divulgati. Così nel surriferito simbolo aquilejese, il _descendit ad inferna_ si oppone agli Apollinaristi ed Ariani, che negavano l'anima a Cristo, quasi ne facesse vece la divinità; l'_invisibili et impassibili_ è contro i Noeziani e Sabelliani, che diceano esser nato e aver patito il Padre Eterno: l'_hujus carnis_ contrasta a chi teneva che dovessimo risorgere con un corpo aereo e celeste.
Gli esegeti tedeschi danno pel più antico simbolo che si conosca, quello della Chiesa copta, usato nella Chiesa d'Alessandria. Eccolo:
«Il vescovo o il prete dirà al catecumeno: Credi al solo vero Dio, padre onnipotente, ed al suo figlio unigenito signor nostro e salvatore, e allo Spirito Santo vivificatore, trinità consustanziale, una sovranità, un regno, una fede, un battesimo; alla santa Chiesa cattolica, apostolica, alla vita eterna?» Il catecumeno risponderà: «Credo».
Poi il vescovo od il prete gli domanderà: «Credi tu nel N. S. G. Cristo, figlio unigenito di Dio Padre? Credi che egli si è fatto uomo come noi per azione miracolosa dello Spirito Santo sopra la Vergine Maria; che fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, e morto per la nostra redenzione; risuscitò il terzo giorno rompendo le catene; che siede alla destra del suo Padre nel cielo, e che verrà a giudicar i vivi ed i morti quando apparirà esso e il suo regno?
«E credi nel Santo Spirito vivificatore, che purifica tutto nella santa Chiesa?» e il catecumeno risponderà: «Credo».
Vedasi uno studio del protestante Michele Nicolas nella _Revue moderne_ 1865, giugno.
[19] Vedi GRUNER, _De odio humani generis, Christianis a Romanis objecto_. Coburgo 1755.
[20] Nelle epistole _passim_.
[21] Decreto 11 giugno 1855 della S. Congregazione dell'Indice.
[22] LUCA XXII, 29.
[23] _Sap._ XIV, 22 e seg.
[24] S. PAOLO _ad Galat._ v. 19.
[25] Secondo Eusebio (_Vita di Costantino_, II, 65), l'imperatore scrisse ad Ario: «Son persuaso che, se io fossi tanto fortunato da recar gli uomini ad adorare tutti lo stesso Dio, questo cambiamento di religione ne produrrebbe un altro nel governo»: e soggiunge che s'adopera a questo scopo «senza far troppo rumore». Avea dunque chiaro concetto della rivoluzione ch'egli operava.
[26] Anastasio Bibliotecario trasse dagli archivj del Vaticano il catalogo degli arredi donati da Costantino alla basilica di san Giovan Laterano; baldacchini, statue, vasi, croci, candelabri, lumiere, altari, patene, coppe, urne, incensieri, d'oro, d'argento, con pietre fine; tanto da sommare a 683 libbre d'oro e 12,943 d'argento, oltre la doratura di tutta la volta della basilica; sicchè varrebbero quasi 2 milioni di lire. Costantino vi aggiunse beni fondi da rendere L. 230,000 l'anno, e l'annuo tributo di 130 libbre d'aromi. Critici serj e prudenti sostennero l'autenticità di questo catalogo.
[27] Farebbe concedere da Costantino al papa la sovranità su Roma, l'Italia e le provincie d'Occidente. Forse fu inventata nell'VIII secolo, ed inserita nelle Decretali del falso Isidoro. Ma già nel XII secolo l'autenticità ne era impugnata: poi Lorenzo Valla la repudiò con ragioni, a cui aderirono anche i più caldi difensori della Santa Sede.
[28] Il concetto di tutto il medioevo fu appunto che gl'imperatori abbandonassero Roma perchè era destinata providenzialmente a divenire e restar metropoli della cristianità. Lo cantò Dante in una delle più belle parti del divino poema.
[29] Da ciò chiamaronsi Nicolaiti i concubinarj, eretici dell'XI secolo.
[30] Lib. III, _Adversus hæres._, c. 3.
[31] Ep. 91, nell'anno 382.
[32] Leg. 7. Cod. _de Summa Trinitate_.
[33] _Contra Parm._, L. II.
[34] _Contra Petil._, L. II, c. 57.
[35] _Nihil asperum, nihil grave nos constituros speramus_. Prologo di san Benedetto.
[36] A quattro regole principali possono ridursi tutti: 1º quella di san Basilio, che prevalse in Oriente; 2º quella di sant'Agostino, adottata dai canonici regolari, dai Premonstratesi, dai Domenicani e dagli Ordini militari; 3º questa di san Benedetto a cui si annettono Cistercensi, Camaldolesi, Vallombrosiani, Certosini; 4º quella di san Francesco con cui cominciano gli Ordini mendicanti.
Leone XII avea divisato di riformar le regole e il vestire de' frati, riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e gran carità, che servissero al popolo sussidiando i parroci, e prestandosi agli spedali. Il secondo tutto all'educazione e istruzione della gioventù, e a sostenere gl'interessi della religione e del buon costume. Il terzo di contemplativi che predicassero, salmeggiassero, e aspirassero all'evangelica perfezione.
DISCORSO II.
PRIME ERESIE. CONSOLIDAMENTO DELLA PRIMAZIA PAPALE. GLI ICONOCLASTI.
Il sangue dei martiri non aveva ancora finito d'irrigare la pianta immortale del cristianesimo, e già in seno a questo alcuni, come l'antico serpente, valeansi della parola per diffondere l'errore, o restringere a concetti particolari le verità generalissime enunciate dalla Chiesa, creando scismi ed eresie[37]. Già al tempo degli apostoli, alcuni ebraizzanti, pur riconoscendo la divina missione di Cristo, voleano conservare il mosaismo, che, come troppo ristretto e nazionale, era ripudiato dai nostri, aspiranti ad una religione universale[38]. San Paolo si duole delle dissensioni nella nascente Chiesa; san Pietro venne a Roma per oppugnare Simon Mago, il quale aveagli esibito denaro per ottenerne la facoltà di conferire lo Spirito Santo: onde da lui è denominata la prima e quella che sarà ultima delle eresie, la vendita delle cose spirituali. E quel santo scriveva agli Ebrei: «Pascete il gregge a voi affidato, senza sforzare, ma spontaneamente secondo Dio; non per cupidigia di lucro, ma volontariamente». E ne' canoni apostolici è registrato: «Se alcun vescovo o prete a denaro abbia conseguito la dignità, venga deposto esso e chi l'ordinò; e dalla comunione affatto escluso, come Simon Mago da me Pietro». Ecco la colpa, ecco il castigo.
Più il cristianesimo cresceva e illustravasi, l'orgoglio s'ingegnava a trovarne qualche lato debole, e scalzarne le basi. Alcuni negavano ricisamente il Cristo, mentre, mediante il platonismo, appuravano le teoriche gentilesche. Altri ringiovanivano le ebraiche, massime colla cabala: i Gnostici dicevano che Cristo fosse un mero simulacro, e pretendevano a una scienza superiore ai culti pagani, alla religione mosaica, alla cristiana, eppure indipendente dalla rivelazione, togliendo alla Chiesa l'autorità infallibile per ridurla a un sistema, da perfezionare coi sistemi imperfetti della filosofia, agognando di raggiungere colle forze proprie un'altezza inaccessibile alla ragione; eresia che tratto tratto rinacque coi mistici, credenti alla intuizione immediata, e aspiranti ad una perfezione più che umana. Manete spiegava l'esistenza del mal morale e del fisico col supporre una divinità benefica ed una maligna. Gli spiriti forti diceano fin d'allora che le differenti maniere d'intendere e adorar Dio fossero, non essenziali forme di dottrina, solo varianti vedute dell'intelligenza cristiana.
Giustino martire, autore dell'_Apologia_, avea composto un libro contro tutte le eresie e sètte, e lo esibiva all'imperatore Antonino[39]. Anche Ippolito scrisse la Confutazione delle eresie; un Catalogo delle eresie san Filastro vescovo di Brescia; e Tertulliano nelle _Prescrizioni_ sostiene che le eresie non sono strade ad appurare il cristianesimo, perchè ciascuna è nuova in paragone della verità che esistea fin dal principio: perchè l'eretico non ha regola nè fine nel disputar contro la Chiesa, abbandonato com'è al proprio giudizio: perchè quelle opinioni contraddicono una all'altra, e ciascuna pretende essere la verità. Inoltre ciascuno si crede in diritto di cangiare e di modificare per proprio talento ciò che ha ricevuto, come per proprio talento l'autor della sètta lo ha composto. L'eresia ritiene sempre la propria indole col non cessar d'innovare, e il progresso è simile all'origine; ciò che fu permesso a Valentino, lo è pure ai Valentiniani; i Marcioniti hanno la stessa facoltà che Marcione, nè agli autori d'un'eresia compete maggiore diritto d'innovare che ai loro seguaci; tutto cangia in esse, e quando se ne cerca il fondo si trovano nel loro seguito differire in molti punti da quel ch'erano alla loro nascita[40].
Origene, volendo acconciare il platonismo col cristianesimo, indagava nelle storie evangeliche un triplice senso: mistico, storico, morale: in modo che una narrazione biblica poteva esser non vera letteralmente; teoria di alcuni recenti esegeti tedeschi. Combattè molte eresie, ma v'inciampò egli stesso o ne gettò i germi, forse solo perchè mancavagli quella precisione del linguaggio, che derivò da distinzioni raffinate nei dibattimenti.
Perocchè, nel silenzio e nell'isolamento cui li costringeva la persecuzione, molti aveano concepito e insegnato in buona fede idee, che poi si scopersero erronee allorchè la Chiesa parlò alto e d'accordo. Ma questa non aveva definito molti punti; sicchè v'ebbe erranti fra' più grandi maestri, quali Tertulliano, Eusebio da Cesarea e questo Origene; o fra austeri monaci, e fin tra martiri. Talvolta anche il proposito di sfuggir un errore traeva nell'opposto; perchè Origene sottilizzava i corpi fino a spiritualizzarli, Audio ed Epifane abbassavano la divinità sino alla figura umana; poi restavano le traccie del paganesimo nell'insegnamento e nei costumi: poi intromettevansi gl'imperatori, volendo coi decreti modificare la più libera delle facoltà, la coscienza.
I Pagani, incapaci di discernere la linea sottilissima che il vero disgiunge dal falso, voltavano in beffa quell'ostinarsi sopra inezie cavillose e in quistioni di parole, e dichiararono semenzajo di garruli litigi questa religione, che vantava d'essere una di fede, di spirito, di culto. Ma erano ben altro che di parole le quistioni che doveano assicurar le nozioni sull'essenza di Dio, contro il misto di idee platoniche e cabalistiche colle evangeliche, insinuato da falsi dottori.