Part 7
DON FLAMINIO. Onoratissimo Eufranone, ve si appresenta innanzi il reo di tanti mali, accioché con moltiplicato supplicio lo castighiate. Io essendo ardentemente innamorato della bellezza ma assai piú dell'onestá di Carizia, e veggendo che mio fratello m'avea prevenuto a tôrsela per moglie, l'invidia, l'amor, la gelosia facendono lor ultimo sforzo in me, l'infamai appresso lui, accioché, egli rifiutandola per onorar la sua fama, me la togliesse io per moglie. E Leccardo, vostro servo di casa, m'aperse la porta di notte;...
EUFRANONE. O Dio, a che sorte d'uomini ho dato in guardia la casa mia!
DON FLAMINIO.... non pensandomi che la vostra iracondia avesse a terminar in atto sí sanguinoso. Tu, giusto monarca del cielo, a cui solo è concesso di penetrar gli occulti seni del cuore, tu mi sia testimone come non fu mai mia intenzione offender voi né d'infamar lei, ma sol ch'ei la lasciasse per tôrmela io per moglie; e tu mi sia ancor testimone come non fu mai donna di piú candido onore né mai macchiato di picciol neo di bruttezza. Prego la vostra bontá, ché sovra di me pigliate la vendetta della morte di vostra figliuola e dell'offesa dell'onor vostro.
EUFRANONE. Oimè, che le vostre parole m'hanno passato l'anima: voi avete ucciso lei, me e la madre in un colpo, e uccisi nel corpo e nell'onore! Oimè, che or ora m'uccidi la mia figliuola! ché allora pensando al mancamento ch'avea fatto all'onor suo, mosso dalla disonestá del fatto, il desio della vendetta non mi facea sentir la doglia. O sfortunata fanciulla, o anima innocentissima, o figlia viva e morta unicamente amata da me, tu sola eri l'occhio, mente, mano e piede del tuo padre infelice: con teco compartiva gli affanni della mia povertá e come un comun peso la sopportavamo insieme; la tua compagnia non mi faceva sentir i difetti del tempo e mi faceva cara la vita. O invano nata bella e onorata: o nocente bellezza! o dannoso e mortale dono di natura, misera e infelice onestá! dunque per esser tu nata bella e onorata hai voluto perder l'onor e la tua vita? Deh! qual prima piangerò delle tue morti, quella del corpo o quella dell'onore? di quella del corpo non devo pianger molto, ch'essendo nata mortale e figlia d'uomo mortale, non ti potea mancare il morire; ma piangerò la morte della tua fama, ch'essendo nata figlia di padre onorato, coll'innocente tua morte hai infamato te e il tuo parentado.
DON FLAMINIO. Il reo pentito del suo errore ti porge il pugnale, ché vendichi con la tua mano il torto che ti ha fatto.
EUFRANONE. A che mi giova il vostro pentimento e la vendetta che cercate da me? mi restituirá forsi viva e onorata la mia figliuola? Infelice e sconsolato conforto! Ahi, figlia, ahi, cara figlia, essendo io falsamente informato che tu avessi fatto torto all'onor tuo, fu tanto l'impeto dell'ira ch'estinse l'affetto paterno e ti corsi col pugnale adosso. Tu pur volevi dir le tue ragioni, e la furia non me le fece ascoltare. Oh che bei doni maritali che ti portai! un pugnale. Oh che bel letto che ti apparecchiai! l'arca e la sepultura. Figlia d'infelice e sfortunato padre, chi t'ha prodotto al mondo t'ave uccisa: aresti trovato piú pietá in un barbaro che in tuo padre! O dolore insopportabile, o calamitá mondane! e perché vivo? perché non m'uccido con le mie mani? Ahi! che tu con un leggerissimo sonno se' passata da questa vita e sei uscita di travagli, son finiti i tuoi dolori; ma a me che resto in vita resteranno perpetuamente impressi nel cuore i tuoi costumi, la tua bontá, la tua onestá e la riverenza che mi portavi. M'hai lasciato orbo, afflitto e pieno di pentimento: oh fossi morto in tua vece, vecchio canuto e stanco dal lungo vivere!
DON FLAMINIO. Eufranone, ascoltate di grazia.
EUFRANONE. Non voglio ascoltar piú, ché quanto piú apro e apparecchio l'orecchie al vostro dire, piú apro e apparecchio gli occhi al pianto. Ma perché i cavalieri d'onore sogliono difendere e non opprimere gli onori delle donne, vi priego, se le ragioni divine e umane vi muovono punto, fate che quella bocca che l'ave accusata, quella l'escusi. Usate questa pietosa gratitudine: andate in Palazzo dinanzi al viceré vostro zio, raccontate la veritá, accioché, divolgatosi il fatto per sí autorevoli bocche, le restituiate l'onore e si toglia tanto cicalamento dal volgo.
DON FLAMINIO. Poiché non posso giovarle col spender la robba, la vita e l'onore, le giovarò con la lingua: onorerò lei, infamerò me stesso; e son tenuto farlo per obligo di cavaliero. Andiamo insieme innanzi al mio zio, accioché di quello che farò ne siate buon testimone.
SCENA VIII.
LECCARDO, BIRRI.
LECCARDO. (Aspettar che si mangi in casa è opra disperata. Tutti stanno colerichi: intrighi di amori, di morti, di cavalieri, e cacasangui che venghino a quanti sono! Al fuoco non son pignate né spedi su le brage: i cuochi e guattari son scampati. La casa di don Flaminio deve star peggio: il budello maggior mi gorgoglia _cro cro_, la bocca mi sta asciutta, la lingua mi si è attaccata al palato, il collo è fatto stretto e lungo; e che peggio mi potrebbe far un capestro? e si temo d'esser appiccato, cosí mi par d'esser appiccato due volte).
BIRRI. (Ci incontra a tempo: costui è desso).
LECCARDO. (Veggio birri e devono cercar me. Chi si arrischia a molti perigli, sempre ne trova alcuno che lo fa pericolare: ho scampato la furia di un legno, non so come scamperò quella de' tre legni).
BIRRI. Prendetelo e cercatelo bene.... Ha molti scudi; questi son nostri.
LECCARDO. (O dinari rubati, ve ne tornate al vostro paese: oh quanto poco avete dimorato meco!).
BIRRI. Camina camina!
LECCARDO. Dove mi strascinate?
BIRRI. Al boia!
LECCARDO. Nuova di beveraggio: che vuol il signor boia da me?
BIRRI. Accomodarti un poco la lattuchiglia della camiscia intorno al collo con le scarpe che non stanno bene accomodate.
LECCARDO. Il ringrazio del buon animo: mi contento che stiano come stanno; e volendole accomodare me l'accomodarò con le mani mie.
BIRRI. Presto presto!
LECCARDO. Ché tanta fretta?
BIRRI. Ti vol appicar caldo caldo.
LECCARDO. Che l'importa che sia freddo freddo?
BIRRI. Le cose fatte calde calde son buone.
LECCARDO. Che son io piatto di maccheroni che bisogna che sia caldo caldo? Ma io vo' morir appiccato per non morir sempre di fame; ma se volete appicarmi, fatemi mangiar prima, ché non muoia di doppia morte, e della fune e della fame.
BIRRI. Camina!
LECCARDO. Son debole e non posso caminare.
BIRRI. Le buon'opre tue ti fan meritevole d'una forca.
LECCARDO. Per vostra grazia, non per mio merito: ed io ne fo un dono alle Signorie Vostre come piú meritevoli di me.
BIRRI. La tua gola ti ha fatto incappare.
LECCARDO. I topi golosi incappano al laccio.
BIRRI. Sei stato cagione che sia morta la piú degna gentildonna di questa cittá per la tua golaccia.
LECCARDO. E se non lo faceva per la mia gola, per chi l'aveva io a fare?
BIRRI. Ma tu troppo ti trattieni.
LECCARDO. Avendo a morir strangolato, ponetemi di grazia un fegatello in gola, ché quando il capestro mi stringerá il collo di fuori, la gola mi stringerá il fegadello di dentro, e il succo che calerá giú mi confortará lo stomaco e lo polmone, e quello che ascenderá su mi confortará la bocca e il cervello: cosí morendo non mi parrá morire.
BIRRI. Se non camini presto, ti darrò delle pugna.
LECCARDO. Almanco dite a' confrati, che m'hanno a ricordar l'anima, che portino seco scatole di confezioni e vernaccia fina che mi confortino di passo in passo.
BIRRI. Non dubbitar, ché andrai su un asino con una mitra in testa, con trombe e gran compagnia; e il boia ti sollicitará con un buon staffile.
LECCARDO. O pergole di salciccioni alla lombarda, o provature, morrò io senza gustarvi? o caneva, non assaggiarò piú i tuoi vini? Prego Iddio che coloro, che t'hanno a godere, sieno uomini di giudizio e non sciagurati che ti assassinino! Adio, galli d'India, caponi, galline e polli, non vi goderò piú mai!
BIRRI. Presto, finimola.
LECCARDO. Fratelli, di grazia, dopo che sarò morto sepellitemi in un magazin di vino, ché a quell'odore risusciterò ogni momento.
BIRRI. Camina, forfante leccardo!
LECCARDO. Forfante no, Leccardo sí.
ATTO V.
SCENA I.
DON RODORIGO viceré della provincia, EUFRANONE, DON FLAMINIO.
DON RODORIGO. Dunque mi sará forza, per non mancar ad una giustissima causa, incrudelir nel mio sangue? che la prima giustizia ch'abbia a fare in Salerno sia contro il mio nipote, qual amo come proprio mio figliuolo?
EUFRANONE. Signor viceré, chi non sa reggere e comandare a' suoi affetti lasci di reggere e comandar agli altri, né si deve prepor la natura alle leggi: però non dovete far torto a me perché costoro sieno a voi congionti di sangue e di amore.
DON RODORIGO. In me non può tanto la passione che mi torca dal dritto della giustizia, né mi muove rispetto d'altri né proprio affetto, ché quanto mi sento vincer dall'amore tanto mi fo raffrenar dalla raggione.
DON FLAMINIO. Giudice, non zio, io vengo ad accusar me stesso: ho infamata e uccisa l'amante mia! Non chiedo pietá né perdono: usate meco le vostre raggioni, datemi tanti supplici quanti ne può soffrir un reo. Vuo' con presta e vergognosa morte purgar gli errori che per me son avvenuti, ché i fatti dell'onore ricercano testimonio d'un chiaro sole. Toglietemi questo avanzo di vita, toglietemi da tanta miseria: qua non lenti consigli di vecchi ma uno espedito decreto ché muoia; e voi sète reo giudice e inumano, se non volete che con la morte finisca la mia miseria. E perdonatemi se non uso con voi quelle parole rispettevoli che a voi si devon per ogni ragione.
DON RODORIGO. Non si deve condennar a morte chi sommamente desia di morire, ché la morte gli sarebbe premio, non castigo. Egli desiando la vostra figliuola per isposa fece l'errore, e l'error fu piú tosto dell'etá che suo, ché non gionge ancora a diciotto anni.
EUFRANONE. E voi con la giustizia vincete gli animi; né un error fatto per poca etá deve privare un padre di sua figlia. E voi sète giudice e non avvocato che debbiate escusarlo.
DON RODORIGO. Perché gli innamorati han l'animo infermo d'amore e la ragione annebbiata da furori, i loro errori son piú degni di scusa che di pena, e la giustizia ha gran riguardo ne' casi d'amore.
EUFRANONE. Se l'amor bastasse ad escusar un delitto, tutti gli errori si direbbono esser fatti da innamorati e l'amor si comprarebbe a denari contanti.
DON RODORIGO. Perché le sète padre, la soverchia passion non vi fa conoscer il giusto; e un cor turbato e agitato dall'ira non ascolta ragione.
EUFRANONE. Fui padre d'una e, se mi è lecito dir, onestissima figlia; e i vostri nepoti per particulari interessi me l'han uccisa e infamata.
DON RODORIGO. Quando il reo è di gran merito si procede alla sentenza con piú riguardo.
EUFRANONE. La morte e innocenza di mia figlia gridano dinanzi al tribunal di Dio giustizia contro i vostri nepoti, ché non restino invendicate.
DON RODORIGO. Dio sa quanto desio uscir da questo intrigo con onor mio, e volentieri mi contenterei spender una parte del mio proprio corpo, e mi parrebbe come nulla mi levassi, anzi mi parrebbe esser intiero e perfetto. Eufranone mio, poniam caso che don Flaminio morisse publicamente: resuscitará per questo la tua figliuola?
EUFRANONE. No, ma da un publico supplicio vien a verificarsi la sua innocenza.
DON RODORIGO. Anzi questo garbuglio ha nobilitato la fama della sua pudicizia, perché Leccardo è giá preso e, menato dinanzi al giudice, ha confessato che il tutto sia successo con non men scelerato che infelice suo aiuto; e come caggion del tutto è stato condennato a morire, se il capestro non gli fa grazia della vita. Ma ditemi, fratello: non ci è altro modo di restituir l'onore alle donne che far morire il reo publicamente?
EUFRANONE. Ditelo voi che reggete.
DON RODORIGO. Ne dirò uno, e credo che ne restarete sodisfatto, se sète cosí galante uomo come sète predicato da tutti. Voi avete un'altra figliuola chiamata Callidora, non men bella e onorata che Carizia: facciamo che don Flaminio sposi costei, accioché le genti che hanno inteso il caso della sorella non sospettino piú cosa contraria all'onor suo. Voi con la sua ricchezza vi ristorerete in parte del danno avvenuto; e se la vostra famiglia Della Porta è famosa per antica gloria d'uomini illustri, or si rischiara con i titoli di questo nuovo parentado, per esser la casa di Mendozza delle piú chiare d'Ispagna; e a lui poi per penitenza del suo fallo gli resti un perpetuo obligo di servitú e di amore verso la vostra dilettissima figlia. Il viceré non vuol mancar alla giustizia, ma don Rodorigo vi priega che questo viceré non sia constretto a farla; e voi, se sète prudente e savio, dovreste prevenirmi con i prieghi di quello che or priego voi.
EUFRANONE. Signor viceré, se ho parlato cosí senza rispetto, ne è cagion il dolor acerbo della morte della mia figliuola, non il desio della morte di vostro nipote. Purché venghi reintegrato nell'onor pristino, facciasi quanto ordinate.
DON FLAMINIO. O zio, non di minor osservanza e di amor di colui che mi ha generato, che piú onorata giustizia, piú santa vendetta non arei saputo desiderare. Io ben conosceva che la mia morte non toglieva la macchia impressa nell'onestá di donna, né per morte fineva l'amor mio. Desiava servir e riverir Callidora sotto l'imagine della morta sorella; d'accettarla per moglie indignissimo mi conosco: l'accetto per mia signora col tributo impostomi d'averla a servir sempre, e mentre duri la vita duri l'obligo. A voi, mio suocero Eufranone, m'inchino, con ogni umiltá che devo, a ricevermi per servo: la vostra dote saranno i suoi meriti, le mie facultá communi a tutto il parentado.
EUFRANONE. Ed io per genero vi accetto e per figliuolo.
DON FLAMINIO. Concedetemi che vi baci la mano se ne son degno; se non, i piedi.
EUFRANONE. Alzatevi, signor don Flaminio, ché la vostra soverchia creanza non facci me malcreato: ardisco abbracciarvi perché me lo comandate.
SCENA II.
DON IGNAZIO, DON RODORICO, DON FLAMINIO, EUFRANONE.
DON IGNAZIO. Intendo, signor don Rodorico, che per accomodar il fallo di don Flaminio l'avete ammogliato con l'altra sorella.
DON RODORICO. Io per non partirmi dalle leggi del giusto e per non veder la disperazion di tuo fratello, mi è paruto accomodarlo in tal modo.
DON IGNAZIO. Ma non vuol la legge del giusto che per accomodar uno si scomodi un altro.
DON RODORICO. A chi ho fatto pregiudizio io?
DON IGNAZIO. A me, a cui la rimasta sorella si convenia per piú legittime ragioni.
DON RODORICO. Per che ragioni?
DON IGNAZIO. Prima, avendo io ingiuriato Eufranone, a me tocca la sodisfazione togliendo io la rimasta sorella, ed egli allor sará reintegrato nel suo onore. Appresso, restando io offeso da' suoi inganni e vituperevoli frodi, a me tocca disacerbarmi il dolore con le nozze dell'altra sorella; ché niuna bastarebbe a farmi partir dal cuore la bellezza, onestá, maniere e tante maravigliose parti di Carizia, che sua sorella. Egli, che con tanta sceleratezza ha turbato il tutto, sará rimunerato; ed io verrò offeso, che ho operato bene. Né convien ad un occisor della sorella che divenghi marito dell'altra; e avendomi tolto la prima moglie, non è convenevole che mi toglia la seconda; e tante e tante altre raggioni, che se volessi dirle tutte non si verrebbe mai a capo.
DON RODORICO. Caro figliuolo, non sapevo l'animo vostro: ho avuto pietá della sua vita come una imagine della vostra; e stimava che a questo vostro fratello, ancorché fusse vostra moglie, per compiacergli glie l'avessi concessa.
DON IGNAZIO. Il voler tôr a sé e dar ad altri mi par cosa fuor de' termini dell'onesto.
DON FLAMINIO. Ella è mia moglie; e non comporterò mi sia tolto quello con violenza che mi ho procacciato per l'affezion del mio zio e acquistato con ragioni dal padre e con la fede. Fatto il contratto, volete voi rompere le leggi del matrimonio?
DON IGNAZIO. Io non rompo le leggi del matrimonio, ma difendo le mie ragioni con un'altra legge. Ed io non patirò che un frettoloso decreto sia fatto con infame pregiudizio dell'onor mio; e ti conseglio che lasci tal impresa, perché verremo a cattivo termine insieme.
DON FLAMINIO. Pazzo è colui che accetta consigli dal suo nemico: e meco venghisi a qualsivoglia termine, ché con l'armi son per difendere quel che la mia sorte m'ha donato; e te lo giuro da quel che sono.
DON IGNAZIO. D'ingannatore e di traditore!
DON FLAMINIO. Don Ignazio, se, mentre siamo vissuti insieme, t'ho fatto altro inganno e tradimento fuor di questo, veramente son un ingannatore e traditore; se questo, che ho fatto per amore, si ha da chiamar «tradimento», diffiniamolo con l'armi.
DON RODORICO. Don Flaminio, tu parli troppo liberamente e fuor de' termini.
DON IGNAZIO. Zio, voi ne sète cagione, ché la vergogna degli errori commessi, quando vi si trapone autoritá d'uomo degno, diventa audacia. Si è fatto superbo per la mia viltá, ché se per l'offesa fattami l'avesse dato il dovuto castigo, non saria tale. Ma ella sará mia, o che tu voglia o non voglia; e diffiniamolo con l'armi. E ti ricordo che alla vecchia tu aggiungi nuova offesa.
DON FLAMINIO. Chi m'ha da tôr Callidora me la torrá per la punta della spada!
DON IGNAZIO. Grida come se fusse ingiuriato e non avesse ingiuriato altri. Ma se m'hai vinto con le forfantarie, non mi vincerai con l'armi; e vedremo se saprai cosí menar le mani come ordir tradimenti.
DON RODORICO. (Cercando accomodar uno, ne ho sconcio doi). Fermatevi, fermatevi! questo è il rispetto che mi portate? questo cambio rendete a chi ve ha allevati e nodriti come padre? non vi son io padre in etá e maggiormente in amore? cosí abusate la mia amorevolezza?
DON IGNAZIO. Zio, chi può soffrir le stoccate delle sue parole, che pungeno piú della punta della sua spada? Ma io sarò giusto punitore dell'ingiuste sue azioni.
DON RODORIGO. Ferma, don Ignazio! ferma, don Flaminio! Oh che confusione di sdegno e di furore, oh che misero spettacolo d'un abbattimento di doi fratelli!
SCENA III.
POLISENA, DON IGNAZIO, DON FLAMINIO, EUFRANONE.
POLISENA. Fermate, cavalieri! fermate, fratelli! e non fate che lo sdegno passi insin al sangue.
DON IGNAZIO. Di grazia, madre, toglietevi di mezzo, accioché, mentre cerchiamo offenderci l'un l'altro, non offendessimo voi e facessimo error peggior del primo.
POLISENA. Se le figliole mie sono cagione delle vostre risse, offendendo la madre loro offendete il ventre che l'ha prodotte: questo ventre sia bersaglio de' vostri colpi!
DON IGNAZIO. Di grazia appartatevi, madre, ché per téma d'offender voi non posso offender il mio nemico.
POLISENA. O figlie nate sotto fiero tenor d'iniqua stella, poiché in cambio di doti apportate a' vostri sposi scandalo e sangue! E a che sposi, a che fratelli poi! a' piú chiari e valorosi che vivono a' nostri secoli. Non son le mie figlie di tanto merito che le lor nozze siano comprate col prezzo del sangue di sí onorati cavalieri. Cari miei figliuoli, se amate le mie figliuole, è debito di ragione che amiate ancora la lor madre, la qual vi priega che lasciate il furor e l'armi e ascoltiate quello che son per dirvi.
DON IGNAZIO. Io non lasciarò la mia spada s'egli prima non lascia la sua.
DON FLAMINIO. E s'egli prima non lascia la sua io non lasciarò la mia.
POLISENA. Io sto in mezzo ad ambidoi, e l'uno non può ferir l'altro se non ferisce prima me, e la spada passando per lo mio corpo facci strada all'altrui sangue. Ma a chi prima di voi mi volgerò, carissimi miei generi, carissimi miei figliuoli? Mi volgerò a voi primo, don Ignazio: voi prima mi chiedesti amorevolmente la mia figliola per isposa. Se non è in tutto in voi spenta la memoria dell'amor suo, s'ella vi fu mai cara, mostratelo in questo: che siate il primo a lasciar l'armi. Com'io posso stringervi la destra, se sta nella spada? come posso abbracciarvi, se spirate per tutto odio e veleno?
DON IGNAZIO. Non mi comandar questo, cara madre; ché costui, solito a far tradimenti, veggendomi disarmato, che non mi tradisca di nuovo.
DON FLAMINIO. Tien mano alla lingua se vòi ch'io tenghi le mani all'armi.
POLISENA. Ed è possibile che possa tanto la rabbia in voi che pur sète stati in un istesso ventre? rabbia piú convenevole a' barbari che a' vostri pari?
DON IGNAZIO. Noi non siamo piú fratelli ma crudelissimi nemici. Sono rotte le leggi fra noi della natura e del convenevole: un fratello che offende non è differente dal nemico.
POLISENA. Non fate vostre le colpe che son della fortuna. Questa sola ha peccato nell'opere vostre, questa sola ha conspirato ne' vostri danni: l'un fratello vuol uccider l'altro fratello! Cercáti una vittoria nella quale è meglio restar vinto che vincere. Per acquistar una moglie perdernosi duo mariti: volete che le vostre spose siano prima vedove che spose? volete che coloro, ch'eran venuti per onorar le vostre nozze, onorino le vostre esequie?
DON IGNAZIO. Dite presto, madre, che sète per dire.
POLISENA. Che voce potrá formar la mia lingua tutta piena d'orrore e di spavento, veggendovi con l'armi in mano e che state di ponto in ponto per ferirvi? Almeno ponete le punte in terra, e colui che sará primo a inclinar la spada dará primo testimonio dell'amor che mi porta.
DON IGNAZIO. Ecco ch'io v'obedisco.
DON FLAMINIO. Ed io pur voglio obedirvi.
POLISENA. Don Ignazio, di che cosa vi dolete del fratello?
DON IGNAZIO. Egli, senza averlo giamai offeso, tradendomi, mi ha tolto il mio core che era la Carizia; la qual essendo morta, son certo che mai morirá nel mio core quella imagine che prima Amor vi scolpí di sua mano, né spero vederla piú in questo mondo se non vestita di bella luce innanzi a Dio. Per non morirmi di passione avea pensato tôrmi la sorella per isposa, la qual sempre che avesse veduta avrei veduto in lei l'imagine sua e gustato l'odor del sangue e del suo spirito. Or ei, cagion di tanto male, mi vuol tôr la seconda: io che ho oprato bene ricevo male, ed egli che ha oprato male sará guiderdonato.
DON FLAMINIO. Egli cerca tôr a me Calidora concessami dal padre e dal mio zio, della qual sono acceso talmente che sarò piú tosto per lasciar la vita che lei. L'amor mio non è degli ordinari, ma insopportabile, inmedicabile, non vuol ragione.
POLISENA. Se amavate Carizia, com'or amate Calidora?
DON FLAMINIO. Non potendo amar quella che è morta, l'anima mia si è nuovamente invaghita di costei.
POLISENA. Or poiché l'amate tanto, vostra sia; e farò che don Ignazio ve la conceda.
DON FLAMINIO. Con una medicina mi sanarete due infermitá, di amore e di gelosia; e vi arò sempre obligo delle due vite che mi donate.
DON IGNAZIO. O madre, non vi promettete tanto di me, ché ancorch'io volessi non potrei.
POLISENA. Ben potreste, sí.
DON IGNAZIO. E s'avesse il potere non avrei il volere.
POLISENA. Vi darò rimedio: che avrete Carizia.
DON IGNAZIO. La morte sola saria il rimedio, ché cavandomi dal mondo, il spirito mio s'unisse col suo.
POLISENA. Vo' che senza morir godiate la vostra Carizia: sperate bene.
DON IGNAZIO. Come può sperar bene un afflitto dalla fortuna?
POLISENA. Carizia ancor vive per voi.
DON IGNAZIO. So che lo dite accioché fra noi cessino l'ire e li sdegni; ma con queste speranze piú m'inacerbite le piaghe.
POLISENA. Dico che è viva.
DON IGNAZIO. O Dio, sognando ascolto o sogno ascoltando?
POLISENA. Dico che vegilando ascoltate il vero.
DON IGNAZIO. Il mio cuore non è capace di tanta allegrezza, e s'io non muoio per allegrezza è segno che nol crede. Non sapete che l'innamorati appena credeno agli occhi loro? ma se è vero, fa' che veggia colei da cui dipende la vita mia.