Gli animali alla guerra

Part 6

Chapter 62,110 wordsPublic domain

Meno male quando li chiamano _albatros_, uccelli di tempesta; quantunque si è potuto osservare che tutti i loro velivoli, quando tira vento forte, poco si fidano di volare: siano Albatros, Etrich, Aviatik, o i cari _Tauben_. I quali tutti poi, all'ingrosso, visti da terra, presentano la medesima figura di uccellacci da rapina, falchi e non colombe. Caso mai, qualche volta, guardati contro la luce, quando nel virare si sbandano, mostrano luccicori da coleotteri: e anche il volo hanno rigido e ronzante come mostruosi cervi volanti. Ma se vogliamo paragonarli ad uccelli, per via dei piani che hanno piegati e smussati come ali, non v'è da uscire dalla famiglia dei falchi e dei gheppi. Ai quali somigliano veramente quando filano e incrociano minacciosi sui paesi, come uccelli di rapina sui pollai e i pulcini. Sono tristi e neri; debbono parere uccelli del malo augurio ai soldati del loro stesso campo. Certo anche gli Austriaci, quando vedono passare sulle loro linee gli aereoplani nostri, non debbono in cuor loro benedire chi ha inventato l'aviazione; ma devono riconoscere che, in sè, gli aereoplani italiani non sono lugubri come i loro. L'ala verde e l'ala rossa dei nostri apparecchi fanno pensare piuttosto a una grandiosa libellula meccanica; o più precisamente non fanno pensare ad altro se non ad un aereoplano che tiene ad essere ben visibile, che non vuoi lasciar dubbio sulla sua qualità di nemico quando vola sopra gli accampamenti nemici, e li osserva e li fotografa e fa tutto quello che deve fare un aereoplano in guerra.

Molte azioni di buona guerra può fare l'aereoplano esploratore, con vantaggio del suo esercito e suo proprio pericolo; dunque da guerriero e non da assassino. Quella di gettare a caso le sue bombe sulle piazze affollate è la più odiosa, ma anche la più facile; il bersaglio è il più largo e il solo che non si nasconda. Impresa non dissimile dalla cattiveria del ragazzo crudele che si diverte a buttar paglia accesa sopra uno stuolo di formiche intente al lavoro, per il gusto di vederle sbandarsi da tutte le parti. Ma nel moto del formicaio sbandato rimane sempre qualche formica che si divincola accanto a qualche compagna stecchita. E nella piazza, quando è dileguato il fumo della bomba scoppiata, anche il bombardiere austriaco deve scorgere dei punti neri che non si sono mossi, che non si moveranno più. È possibile che un giorno quel bombardiere racconti ai suoi figliuoli che questa è stata la sua parte in guerra: ammazzare dall'alto, quasi dal sicuro, dei borghesi, delle donne, dei ragazzi?

Ma egli sperava di ammazzare dei soldati, possibilmente degli ufficiali, dei comandanti, perchè la guerra che fa l'aereoplano--così pretendono gli Austriaci e i Tedeschi--è specialmente una guerra contro i comandi. Ragionamento simile a quello degli anarchici criminali che tirano una bomba nella folla, facendo finta di credere che volevano soltanto uccidere un sovrano o un ministro. Così ragionano e fanno Austriaci e Tedeschi che hanno fatto la guerra per vendicare--hanno detto--un loro principe assassinato da un anarchico serbo: ma Gabrilo Princip non sparò sulla folla: cercò le sue vittime sole e non fallì il segno.

L'aviatore tedesco e austriaco invece tira ai comandi sapendo di colpire qualcun altro; e più spesso non tira ai comandi, che non sa dove sono, ma sulle piazze dove vede che gente c'è.

Questa gente--si pensa--dovrebbe ripararsi quando compaiono i tristi mosconi della morte. Dovrebbe, ma spesso non lo fa. E si capisce che non lo faccia, perchè l'idea che veramente un uomo voglia in quel modo, a freddo e a casaccio, ammazzare qualcuno, chiunque, non un soldato nemico, è un'idea contro natura a cui gli uomini non riescono ad abituarsi. È troppo nuova nella sua ferocia. E la gente rimane, guarda curiosa: innocentemente sarebbe disposta ad ammirare l'uomo che vola, tranquillo fra i lampi degli _shrapnells_. Su codesta ingenuità ammirativa del nostro popolo per ogni forma di coraggio e su l'errore antico che coraggio significhi anche lealtà, devono contare gli aviatori nemici che tirano bombe sugli abitati. Tirando sono sicuri di non colpire nè stazioni, nè depositi, nè comandi, ma di ammazzare qualche innocente, sì. La maledizione li perseguita e fa che ogni loro colpo sia un assassinio più bestiale. Le loro vittime--è un destino che non sembra casuale--sono state per la maggior parte donne e fanciulli.

Io non potrò vedere mai più un _Taube_ senza pensare alla strage di casa Donda. Su Cormons gli aereoplani austriaci venivano tutti i giorni più volte al giorno a spiare. La popolazione borghese non se ne faceva caso; chi era in casa ci rimaneva, chi era fuori restava fuori; le donne che prendevano acqua alla fontana di piazza alzavano appena la testa quando le batterie antiaeree ne segnavano l'arrivo con i loro colpi. Fra quei colpi, l'aereoplano non aveva voglia di trattenersi.

Così alla sfuggita qualche bomba l'aveva già tirata, ma verso la stazione o su qualche parco vicino; non aveva fatto che qualche buca in terra, qualche falciata nell'erba. Soltanto una volta con una scheggia aveva riferito un ferito che attendeva nel treno della Croce Rossa fermo. Quel mattino però l'aereoplano pareva più insistente; era passato e ripassato, tagliando il paese proprio in mezzo. Un momento ognuno lo vide al proprio zenit; era così basso che se ne distingueva il ronzio duro del motore. Mirava sulla piazza, facile mira. Si udì uno sfrigolìo, poi uno schianto e del fumo dietro il muro.

Aveva colpito sì questa volta, nel giardino di casa Donda. Le schegge erano saltate oltre il muro del giardino sulla casa dall'altra parte della strada, a cinquanta metri; una era entrata per una finestra senza far male a nessuno.

Nel giardino invece aveva colpito in pieno; sei uccisi di un colpo, schiantati come la granata che li aveva schiantati. C'era una mamma con i suoi due figliuoli e un nipote: c'erano un vecchio ed un carabiniere che si erano riparati sotto un platano frondoso. La bomba era precipitata tra i rami, stritolandoli; era scoppiata ai piedi dei sei raccolti lì: il loro sangue era schizzato lungo il tronco del platano come se la bomba fosse stata caricata a sangue.

Non volli veder altro: ma vidi correre gente impazzita, ma sentii urla--oh! non erano i colpiti che urlavano!--, ma ho sempre negli occhi un ragazzo, un cugino, che piangeva piangeva mentre un carabiniere lo teneva sotto braccio perchè non vedesse, non cadesse per terra. Furono portati lenzuoli e gettati su quella povera carne lacerata. La mamma ed i bambini erano tutta la famiglia di un uomo che in quel momento era fuori di paese: quando ritornò, i cadaveri erano stati portati via. Nel giardino dei suoi bambini non c'era che una buca piena di calce e calce sull'albero senza rami, e calce da per tutto, che non si vedesse tutto quel sangue.

La guerra è la guerra--ghigna un tedesco--e, stupido anche nella ferocia, chiama i suoi aereoplani colombe.

Il falco e la colomba.

Volerà ancora la colomba della Pace sulle case degli uomini degni di vivere in pace; ma per salvarla c'è da dare ancora al falco della guerra quanto sangue ci vorrà.

Così ammonisce l'antichissimo mito che la sapienza umana degli Indiani fermò nel canto universale del _Mahâbârata_.

Era il tempo che gli uomini e gli altri animali, non ancora dimentichi delle origini comuni, vivevano sulla terra, ospiti di uguale diritto, e parlavano insieme delle necessità comuni e della giustizia che ne equilibra i contrasti.

Il re Uçivara, savio e magnanimo, sedeva nel parco silenzioso quando una colomba gli volò in seno, con volo spaventato: la inseguiva un falco dal becco forte e dalla fronte bassa. La colomba chiuse le ali tremanti sulle ginocchia del re, implorando salvezza. Il falco infatti si fermò senza ghermirla, ma prima che il re lo avesse scacciato, cominciò a parlare: l'uccello da preda aveva anche una sua certa logica di bestia sofista e disse:

--Re Uçivara, io so che tu sei giusto e vuoi mantenere la tua fama di giusto. Ora, per pietà verso codesta colomba, commetti, un'azione di grande ingiustizia. Per non privare costei della vita, tu privi me del cibo che mi è destinato. Poichè è legge divina che i falchi mangino le colombe.

Rispose il Re:

--Ma è anche legge divina che chi implora salvezza la trovi sulle ginocchia del giusto.

Oppose il falco, ghignando negli occhi malvagi:

--La legge a cui m'appello è la legge della necessità. Necessità vuole che tutti gli animali viventi abbiano il loro cibo. È natura dei falchi procurarselo con la forza del volo e degli artigli che hanno infinitamente più robusti dei colombi. Tutti abbiamo diritto di vivere.

Il re Uçivara forse aveva voglia di rispondere che, nel caso speciale del falco, non ne vedeva la necessità; ma poichè, come i veri giusti, era propenso a riconoscere anche le ragioni dell'avversario, rimase un po' turbato da codesto argomento, che il falco, abile nei sofismi, rinforzò passando dall'aspro al flebile:

--Di certo, perchè lasciandomi morir di fame, non morirei soltanto io; resterebbero soli, senza cibo e senza difesa, mia moglie e i miei figli. Anch'io ho nella rupe una buona compagna che tien caldi i nostri cari falchetti. Io li amo come tu ami i tuoi figli. Perchè vuoi lasciarmi morire?

Il Re, pietoso, mentre accarezzava la colomba accoccolata sulle sue ginocchia, pensò di dover giustizia anche alla fame feroce del falco e dei suoi falchetti. Perciò gli venne un'idea:

--Hai ragione. Ma tu potresti mangiare anche un altro cibo. Io te ne darò, dimmi quale; lo avrai.

--E sia; accetto un compenso per il grave danno che mi fai. Ma, prima, devi giurare che mi darai del cibo che ti chiederò, qualunque sia. Giuri?

Il re Uçivara pensò che qualunque carne del suo celliere, di manzo o di lepre, avrebbe contentata la fame del rapace causidico, e giurò.

Allora il falco disse:

--O Uçivara, se vuoi tanto bene alla colomba, mettila sulla bilancia e taglia dal tuo proprio corpo un pezzo di carne che pesi quanto codesta colomba. Di quella carne io sarò contento.

Il Re aveva giurato: prese la colomba che teneva sulle sue ginocchia, e la depose sopra un piatto della bilancia; poi, tratta la spada, si tagliò un pezzo della sua carne viva e lo pose sanguinante sull'altro piatto della giustizia terribile....

Qui il mito indiano fa che il falco si manifesti per quello che era, il Dio Indra, che aveva voluto mettere a prova la giustizia e la pietà del Sovrano giusto e pietoso.

Oggi altro significato dà il simbolo feroce.

Il falco è il popolo rapace insaziabile che ha spiccato il volo per ghermire e divorare la colomba della pace: è la Germania, è il germanesimo che aveva fame di carne pacifica. Alla minaccia si sono levati i popoli che avevano pietà della pace, e gli hanno chiesto perchè osasse tanta crudele ingiustizia. La belva teutonica si è appellata alla giustizia della Necessità, della _sua_ necessità: voleva carne altrui perchè aveva da ingrassare le sue belvette sempre più fameliche. Se avevan più fame--ha detto--avevan diritto a più cibo: quella violenza era giusta perchè quella fame era vera: lasciatemi mangiare, senza contrasto, la colomba di cui sono ghiotta.

Ma i popoli giusti hanno detto che la colomba doveva essere salvata. E, se l'oscura legge che domina la vita degli uomini, esige che, per salvare la pace, si dia alla guerra tanto di carne viva quanto è il peso di quella, esse hanno accettato il sacrifizio, con dolore, ma con fede: per la giustizia e per la pietà le loro vene colano il fiore del sangue. Ma gli occhi non piangono, sbarrati dallo spasimo; guardano il falco mostruoso con l'odio divino che santifica la vendetta.

Perchè la giustizia eterna si compia, la guerra, che in questo primo tempo è stata di difesa, diventerà domani guerra di punizione. E la stirpe dei falchi sparirà dalla terra contristata: e sia pure a prezzo della nostra carne. Così la colomba della pace torni a volare sicura nel mondo, che è labirinto di misteri, ma potrebbe essere un parco di sogni, quando venga tempo che fioriscano tutti i suoi germogli di amore.

FINE.

INDICE.

PREMESSA Pag. IX

Austriaco.... austriaco.... tedesco 1

Cavalli senza cavalleria 4

Cavalli e Guide a cavallo 16

Cavallacci 27

La gloria del mulo 34

Cani di guerra 39

Cani redenti 45

La bertuccia Cecco Beppe 51

Confidenze canine 62

I gatti che non ci sono 70

Quando la gatta non è in paese 79

Fastidi 85

«Italia, detta dai giovenchi» 97

Buoi e profughi 106

Animali da cortile 113

Un cuculo 121

Selvaggina fortunata 132

Trasfigurazioni 144

Piccioni sospetti 158

Colombe e «Tauben» 168

Il falco e la colomba 178

Note del Trascrittore.

Corretti gli ovvii errori tipografici. Copertina creata del trascrittore e posta in pubblico dominio.

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