Gioia!

Part 8

Chapter 83,811 wordsPublic domain

--Va, bene,--dice lui. E ripete--Addio.--Poi volge lo sguardo in giro sulla spianata dove tutto è gelido e scintillante, sugli abeti già incappucciati di bianco e sull'immensa cerchia di cime algide nel cielo freddo. Certo, io gli appaio solinga e sperduta in tutto quel grandioso biancheggiare, poichè d'improvviso, rivolto ai monti e al cielo, e stendendo la mano come se volesse additarmi a loro, grida:

--Ecco la piccola Annie che se ne va tutta sola, per il mondo pieno di neve!

Ciocca fa turbinare la frusta in un gran gesto che a Carducci piace, e i cavalli partono al galoppo verso la valle.

Io resto sola nel mondo pieno di neve. Ma mi sembra che Carducci mi abbia raccomandata alla cura dei giganti montani, e mi par di sentire che essi si chiudano amici e protettori intorno a me.

Quando sotto alle nevi le capanne spariscono, piegano i pini, si spezzano i fili telegrafici e sui «Pass» non si passa più, io, in una slitta aperta--ritta, rigida e gelata accanto a due guide e un pecoraio--scendo alla valle.

A Pont-Saint-Martin il proprietario dell'«Albergo Posta» mi accoglie stupefatto, e corre a prepararmi un thè di tiglio fumante col kirsch. Sua moglie mi sveste degli abiti irrigiditi e gelidi, e appena sono a letto riappare con una boccia d'acqua calda in una mano e una grande fetta di lardo nell'altra.

--Questo per i piedi e questo per lo stomaco,--dichiara risoluta.

Inorridisco.

--Ma è impossibile ch'io mangi quella roba!--dico coi denti stretti, contemplando la fetta di grasso che le penzola bianco e lucido dalla mano.

--Ma che mangiare!--esclama lei, ridendo; e, maternamente, me lo applica sul petto.--Non vorrà mica morire di polmonite!

Il tiglio, il kirsch, la boccia e il lardo esplicano i loro benefici effetti e al mattino mi sveglio gaia e affamata.

Prendo il treno per Milano, dove fa molto più freddo che a duemila metri d'altitudine, e dove--non più difesa dai miei giganti amici--il Naviglio mi getta al collo il suo abbraccio di grigia umidità.

Mi ammalo; ho la febbre, la tosse. Invoco il tiglio e il lardo; invano! Il dottore mi prescrive altri rimedi.

Al mio capezzale siede una dolce amica mia e di mia madre: Emilia Luzzatto. Sono stata a scuola coll'unica sua figlia, Evelina--rapita dalla tisi nello sbocciare dell'adolescenza--ed ella mi adora.

--Signora Emilia.... vieni qui!... (l'abitudine mi fa rispettosa, la malattia mi permette la familiarità). Senti.... se devo morire....

M'accorgo con un piccolo tremito che ella nè protesta nè ride, come avrei sperato. Dice:--Ebbene?--e le lagrime le scendono dagli occhi.

--Se devo morire.... avverti....

--Chi?

Chi? Me lo domando anch'io. Papa è a Yokohama con la sposa nuova che ancora non ho potuto imparare a chiamare mamma. I miei fratelli? Arnaldo è a Tokio, Ferruccio a Nuova York; Anselmo a Buenos Ayres; Louise a Kew; Eva a Petermaritzburg. La più vicina è la mia mamma.... che dorme nel piccolo cimitero protestante di Milano.

Allora dico:

--Avverti Carducci.

Ed ella lo avverte.

Carducci arriva, più fosco e accigliato che mai. Mi guarda un pezzo, senza parlare, poi dice:

--Guarisci; e ti farò un regalo.

--Che regalo?--mormoro io.

--Vedremo,--risponde. E se ne va. Sparisce. Sparisce anche la signora Luzzatto.... Sparisce tutto.

Non perchè io muoia; ma perchè dormo. Dormo per quattordici ore e mi sveglio senza febbre.

--Che regalo?--dico appena apro gli occhi, a Carducci che è riapparso; e accanto a lui sta la signora Emilia tutta ridente.

Carducci ripete:--Vedremo. Adesso pensa a guarire.

Pensai a guarire. Carducci tornò via tranquillizzato e ritornò a trovarmi qualche mese più tardi.

Andai alla Stazione Centrale ad incontrarlo. Molta gente lo conosceva e lo salutava. Come ero solita, gli diedi due grandi baci, uno di qua uno di là sulle guancie, ed egli li subì col suo abituale cipiglio; io mi appesi al suo braccio e uscimmo dalla stazione a cercare una carrozzella.

Ma prima di salirvi Carducci a un tratto si volse a me con severità:--Mi farai il piacere,--disse,--di non baciarmi sempre nelle stazioni:

Io rimasi sorpresa e mortificata.

--Ma altrove non vi bacio!... Non vi bacio che quando partite e quando arrivate,--esclamai.

Carducci crollò il capo.--Appunto. Non è necessario,--disse seccamente.

--Ma sì che è necessario! Vi bacio quando arrivate per la gioia di vedervi, e alla partenza per il dolore di lasciarvi.

Carducci scosse di nuovo rabbiosamente il capo, e fece il suo gesto abituale d'impazienza battendosi un dito sul labbro per farmi tacere. Se non era che il vetturino ci guardava credo che avrei pianto.

Salimmo in carrozza per andare al suo albergo; io ero molto mortificata e non parlai.

--Sei guarita?--diss'egli dopo un poco.

--Sì,--mormorai.

--Ti ho promesso un regalo.

--Ma allora ero ammalata.

--Io non prometto per promettere,--disse Carducci iroso.--Ti ho promesso un regalo e lo avrai.

--Che regalo?--feci flebilmente.

--Ho pensato che ti darei un cavallo.

Un cavallo! Io subito ebbi l'impulso di gettargli le braccia al collo, ma memore dei suoi divieti me ne astenni. Gli afferrai la mano.

--Quando?

--Subito,--disse lui.

Subito!... Mi sentii mancare.

--E dove si compera un cavallo?

--Non lo so,--disse Carducci.--Domanderemo al cameriere del Savini. Tanto, bisogna far colazione.

Fermò la carrozza all'Albergo Àncora dove sempre alloggiava e vi lasciò le valigie; indi proseguimmo fino alla Galleria.

Al Savini il cameriere, il maître d'Hôtel e il direttore ci dissero che i cavalli si comperavano al Tattersall. Anzi, mandarono subito ad avvisare il proprietario, cavalier Rossi, che ci saremmo andati.

A tavola mi colse un dubbio.

--Ma siete abbastanza ricco, caro Orco, per comprar cavalli. Avete denari che bastino?

--Sì. Ne ho molti,--disse Carducci.--Ho venduto ieri un libro a Zanichelli.

--Che libro?

--Non importa. Tanto tu non lo leggi. È una nuova edizione d'antiche cose; e lo Zanichelli me lo ha pagato moltissimo.--Carducci pose la mano sulla tasca della giacca.--Me lo ha pagato tremila lire.

--Tremila lire!--Io rimasi sbalordita davanti ad una simile cifra.--Tremila lire!...

Passata la prima meraviglia, osservai:--Dunque, in fondo.... conviene anche molto, di essere poeti.

Carducci sorrise.--Sì, sì. Conviene. E adesso taci un po'.

Ma io non potevo tacere, e dopo un istante ricominciai.

--Forse non vi dispiacerebbe se parlassimo un poco.... del colore e della forma....

--«_Del Colore e della Forma?_»--fece Carducci aggrottando le ciglia.--Non conosco. Di chi è? Sarà qualche pedanteria.

--Di chi è?... che cosa?

--Questo libro che tu dici.

--Ma no! ma no! Del colore e della forma del cavallo!

--Già,--brontolò Carducci, crollando le spalle,--mi pareva impossibile.... Basta. Adesso lasciami mangiare in pace.

Sulla forma convenne con me: il cavallo doveva essere grande. Grande e grosso, dicevo io; grande e magro, diceva lui. Ma sugli altri particolari non fummo d'accordo. Io lo volevo bianco colla coda mozza. Carducci lo voleva nero colla coda lunga.

--Ma, caro Orco....

--Basta;--fece Carducci,--ti ho detto di lasciarmi mangiare in pace.

Ma Carducci non doveva mangiare in pace. Un professore di filosofia, che faceva colazione a un'altra tavola, lo scorse e venne a parlargli. Dopo che ebbero discusso varie cose io riparlai del cavallo; e il professore si offrì di venire con noi al Tattersall.

A me parve provvidenziale. Un professore! Ci aiuterebbe nella scelta. Tanto più che se ne intendeva, avendo un fratello capitano di cavalleria.

Al Tattersall il direttore ci accolse con agitata e premurosa affabilità. Era circondato da molti uomini--maestri d'equitazione, palafrenieri, garzoni di stalla, che in cerchio ci contemplavano.

Allora davanti a noi passarono i cavalli: passarono cavalli grigi e morelli, cavalli bai, cavalli sauri, cavalli pomellati; passarono al passo, al trotto, al galoppo destro, al galoppo sinistro, in appoggio e caracollo.

Carducci ed io li fissavamo incerti. Ad ogni nuovo cavallo che appariva io dicevo:--Voglio questo!

Specialmente mi colpì un magnifico baio con due belle calze bianche sulle gambe posteriori.

Ma il professore di filosofia con cipiglio da conoscitore sentenziò:

--«Balzano da due vale quanto un bue».

E questo mi raffreddò.

Indi ne apparve uno tutto bianco, colla coda lunga e la criniera increspata come se gli avessero fatto _l'ondulation Marcel_.

--Questo!--esclamammo in coro tutti e tre; ma il cavalier Rossi si affrettò a spiegarci che il puledro--un arabo puro sangue--apparteneva alla cavallerizza di un Circo Equestre Americano; e lo fece ricondurre via.

Ma ecco comparire un altro stallone, un morello altissimo, quasi gigantesco: breve coda irrequieta, orecchie mobili, nervose; occhi lampeggianti in cui balena nell'angolo il bianco iniettato di caffè.

Entrò con passo danzante, alzando i piedi come se la terra gli facesse schifo. Era tutto nero, eccetto due calzerotti bianchi alle gambe posteriori e uno alla gamba anteriore.

--È magnifico!--esclamai.

Il professore al mio fianco citò:--«Balzano da tre, cavallo da re!».

--È questo, è questo ch'io voglio,--dissi con fervore a Carducci; e anche lui guardava assai ammirato la formidabile bestia.

--Pare il cavallo dell'Apocalisse,--disse il professore.

Il cavalier Rossi vedendo il mio entusiasmo mi chiese se volevo provarlo.

Mi prestarono una amazzone, e hop! eccomi in sella, così in alto che mi sembrava d'essere in cima a una torre.

Feci dapprima a passo il giro del maneggio: veramente non era a passo, ma sempre a quel trottigno saltellante e caracollante; mi pareva che facessimo, il cavallo ed io, come nella _Mignon_, la «danza delle uova». Poi partimmo al trotto, un trotto molto alto, un po' duro, che a scosse e sbalzi mi fece cadere il cappello e spuntare la treccia; indi dal piccolo galoppo ci lanciammo al galoppo allungato; e lì veramente sentii il cavallo perfetto sotto di me. Pareva alato!

Facemmo alt; e mentre io, ancora in sella, mi riappuntavo le treccie, Carducci si avvicinò ad accarezzare il collo lucente del morello.

Anche il Professore si avvicinò, ma guardingo.

--Vedono che mantello?--diceva il direttore,--vedono questa rete magnifica di vene?...

Difatti sul collo e sulla spalla del morello fremente si disegnava tutto un intrico di delicate venature pulsanti. Il professore le esaminò con diffidenza.

--Che non sia un principio d'arteriosclerosi!--mormorò.

Scesi di sella, e dietro richiesta del direttore, provai vari altri cavalli. Ma tutti mi parvero meno interessanti della grande bestia nera. Allora mentre quattro o cinque dei cavalli venivano condotti a passo in giro alla pista, Carducci in mezzo al silenzio domandò:

--Quale di quei cavalli non costa più di tremila lire?

Per un momento tutti tacquero. Poi il direttore si passò due o tre volte la mano sui baffi prima di rispondere. Fu per me un momento di grande ansia. Finalmente con gesto regale stese la mano.

--Quello lì.

Era il cavallo dell'Apocalisse--era il balzano da tre!

--Glielo lascerò per duemila settecento lire,--disse il magnanimo cavaliere.

Carducci mise subito la mano al portafogli; ma il direttore con un gesto lo fermò e lo invitò ad entrare nel suo ufficio. Insieme si allontanarono.

Io mi volsi tutta agitata a uno stalliere che stava vicino.--Come si chiama?--domandai.

--Francesco Impallomèni,--rispose quello.

--.... Ah sì?

Per non offenderlo attesi qualche minuto prima di spiegarmi meglio.--E.... il cavallo che nome ha?

--Il morello? Si chiama Rebecca.

--Rebecca! Che orrore! Perchè Rebecca?

Lo stalliere cacciò in fuori il mento e abbassò gli angoli della bocca fino a parere una rana.

--Mah!... Lo sa Lei?

--Rebecca?--ripetei desolata, volgendomi al professore.

--Sarà forse Babieca,--disse l'erudito.--Babieca è il nome del celebre cavallo del «Cid el Campeador».

--Non mi piace affatto quel nome,--diss'io; e siccome Carducci ricompariva (a fianco del cavaliere, tutto sorrisi) io dissi subito che volevo cambiar nome al mio cavallo.

---E che nome vuoi dargli?

--Voglio chiamarlo: «O Sauro Destrier della Canzone».

--È troppo lungo--disse Carducci.--E poi non è sauro.

Il professore suggerì molti nomi classici: Pegaso.... Chirone.... Bellerofonte.... e vidi che Carducci si stancava e s'impazientiva.

Allora tagliai corto.

--Che ne direste, caro Orco, se gli dessimo il vostro nome? Mi pare che nello sguardo.... e forse nel carattere.... assomigli un poco a voi. Potremmo chiamarlo «Giosuè Cavallo», per distinguerlo da «Giosuè Poeta».

Carducci tornò di buon umore.--Sta bene,--disse.--E adesso basta. Io devo trovarmi alle quattro col marchese Visconti Venosta a visitare il Castello Sforzesco.

E con un breve gesto di saluto se ne andò.

Il professore mi salutò anch'esso frettolosamente, e lo seguì.

E io?... E il cavallo?... Dove l'avrei portato? Che cosa ne avrei fatto? Ero ospite in casa della mia cara amica, signora Luzzatto, che abitava un piccolo appartamento in via Borgo Spesso. Mi vedevo, io, arrivare alla sua porta con quel cavallo!... Spiegai al cavalier Rossi la situazione, ed egli fu gentilissimo; si offrì di tenerlo al Tattersall finch'io non avessi trovato una scuderia conveniente. Avrei semplicemente pagato la pensione. Un'inezia! Dodici lire al giorno.

Dodici lire al giorno! Una specie di formicolìo mi percorse, fermandosi soprattutto nelle mie ginocchia.... Dodici lire al giorno!

Mio padre mi mandava un assegno di duecento lire al mese; e ogni qualvolta passavo un mese in villeggiatura o all'albergo, per tre mesi non avevo più nulla. Allora andavo a rinchiudermi in campagna in casa di mio fratello dottore; oppure, come ora, mi rifugiavo dalla signora Luzzatto e stavo un po' di tempo con lei.

Corsi subito in via Borgo Spesso. Arrivai pallida e stravolta.

--Che cos'hai?--esclamò con ansia la dolce signora.

--Ho un cavallo!--balbettai.--Un cavallo nero, grandissimo, balzano da tre.

--Riposati un poco,--disse la signora Emilia, con dolcezza ferma.--Mettiti subito a letto.

E vidi che andava verso l'armadietto delle medicine per cercare il termometro clinico.

La convinsi, con qualche difficoltà, che non deliravo. La pregai anzi di venire a vedere Giosuè Cavallo; ma ella, che aveva di tutte le bestie e in ispecial modo dei cavalli un'invincibile paura, non ne volle sapere.

--E che cosa ne farai? Dove lo terrai?

--Non so.... non so,--balbettai smarrita.--Non crede che.... l'onorevole Riccardo.... forse.... saprebbe dove metterlo?

--Mio marito?

--Sì. Potrebbe anche montarlo qualche volta, se volesse.

La signora Luzzatto alzò gli occhi al cielo.

--Meglio non parlargliene,--disse.

E non gliene parlai.

La mia vita fu allora tutta subordinata a Giosuè Cavallo. Volevo stare in città? No; dovevo andare in campagna perchè Giosuè Cavallo ci stava meglio e costava di meno. Volevo restarmene tranquilla? No; mi toccava andare di qua e di là, per monti e valli, al trotto e al galoppo, per passeggiare e disciplinare Giosuè Cavallo (che se stava due giorni in scuderia diventava una belva). Volevo fare un viaggio a Londra a vedere mia sorella? Impossibile lasciare Giosuè Cavallo; e ancora più impossibile condurlo con me. Mi affondavo sempre più in difficoltà finanziarie per far nutrire, albergare, governare Giosuè Cavallo.

Tutte le mie conoscenze mi consigliavano, chi una cosa chi l'altra.

--Bisogna renderlo. Bisogna venderlo. Bisogna dirlo a Carducci.

Renderlo? Venderlo? Mai!

Dirlo a Carducci? A che pro? Relativamente povero anche lui,--che cosa avrebbe potuto fare? E poi egli era così felice di avermi fatto questo regalo, che per niente al mondo avrei voluto dargli un simile dispiacere. Subito, il giorno seguente alla compera, egli aveva voluto vedermi cavalcare all'aperto. Andammo sui bastioni ed io gli passai davanti a galoppo molte volte. Egli era raggiante.

--È bello Giosuè Cavallo,--diceva.

--Io vado a Legnano,--soggiunse,--domattina, in carrozza col prefetto. Potrai venire anche tu; a cavallo.

Così feci. Nell'amazzone presa a prestito dal Tattersall, issata a sommo di Giosuè Cavallo negro-splendente al sole, trottai e galoppai ora davanti, ora dietro, ora a fianco della carrozza, a grande soddisfazione di Carducci e divertimento del prefetto.

La strada era lunga--trenta chilometri!--ed era dura al trotto rigido del morello; dopo un'ora circa io sentivo già ogni singola vertebra della mia spina dorsale, e avevo il torcicollo e un crampo indescrivibile nel braccio sinistro. Giosuè Cavallo non andava mai al passo. Neppure per un istante cessò dal suo trotto rigido e sobbalzante se non per mettersi a quel caracollante trottigno, quasi un passo di danza, così bello a vedersi e così estenuante per chi è forzato ad eseguirlo.

Ma dalla carrozza Carducci mi guardava con un sorriso pacato e soddisfatto; e chiudendo i denti sul labbro repressi le mie sofferenze.

Nulla ricordo del breve soggiorno a Legnano; certo all'indomani mattina stavo abbastanza bene per escogitare delle sciocchezze; così, allorchè Carducci e il prefetto furono scesi nel vestibolo, mi feci portare dal cameriere della legna in fascina, e rompendola a pezzetti ne riempii la valigia di Carducci. Accadde poi che, a metà strada del ritorno, volendo egli mostrare al prefetto certi suoi appunti, aprì la valigia, e il «ricordo di Legnano» che io gli avevo preparato gli si presentò agli occhi.

--Ma come? Ma questa non è la mia valigia! Che cos'è tutta questa legna?--esclamò Carducci incollerito.

Allora al galoppo precedetti sempre di gran tratto la carrozza, e voltandomi scorgevo Carducci feroce che, aiutato dal prefetto, buttava via i pezzetti di legno sparsi tutt'all'intorno.

--Se tu mi fai ancora di codeste stoltezze,--gridò Carducci appena fui a portata della sua voce,--bada bene che ti porto via il cavallo.--Ma la sua ira non mi impressionò troppo. Visto che per lo più quelli che lo avvicinavano--intimiditi dal suo cipiglio o dalla sua grandezza--mantenevano intorno a lui un'atmosfera di gravità e soggezione assai noiosa, credo che, in fondo, le mie monellerie lo riposassero da tanta grigia solennità. Quanto alla minacciata punizione di portarmi via Giosuè Cavallo, certo nulla lo avrebbe più stupito, o addolorato, che se io gli avessi detto:--Sì, sì! Portatemelo via; esso rappresenta per me sotto ogni rapporto una _bestia nera!_

Me ne guardai bene. Ed egli ripartì per Bologna convinto di avermi fatto il più meraviglioso dei doni; soddisfatto di sè, di me e di Giosuè Cavallo; felice di aver speso così bene--lui, che non era nè ricco nè prodigo--una così importante somma.

Dopo tre mesi Giosuè Cavallo mi aveva completamente rovinata. Per lui mi arrabattavo in una continua ricerca di denaro; per lui mi guastai coi miei parenti più cari a cui chiedevo costantemente denari in prestito; per lui annunciai sulle quarte pagine dei giornali che davo lezioni d'inglese, tedesco, francese, italiano, di pianoforte, chitarra e canto. Il suo baldo passo caracollante mi conduceva, smarrita, dai neri abissi della disperazione alle verdi vette del monte di Pietà.

E per lui io nutrivo quel sentimento complesso fatto di passione e d'ira, di angoscia, d'amore e d'esecrazione che si prova per chi ci costa molto dolore, molte umiliazioni e molti denari.

Egli prosperava, superbo, prepotente, lucente, facendo i passi sempre più alti, sempre più sdegnoso di toccare la terra. Ed io lo guardavo, spaurita e rapita, e sognavo di balzargli in arcione un giorno e via! a carriera, traverso monti, valli e frontiere, fino a giungere ad una certa rupe gigantesca che sovrasta la Via Mala--da Carducci amata e cantata--ed ivi precipitarmi con lui nella voragine....

«Dammi dunque, apollinea, fiera, l'alato dorso Ecco, tutte le redini io ti libero al corso.... O indòmito destrier, Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta Cavallo e cavalier.»

Perchè non lo feci! Sarebbe stato un gesto degno di lui e di chi me l'aveva dato. Forse non ero degna io di una fine così gloriosa. Disertai. Come quegli amanti che dicono: «Moriamo insieme», e poi al supremo passo l'uno vilmente si ritrae, così io lanciai solo nella morte Giosuè Cavallo invece di balzare grandiosamente nel buio con lui.

Volli che morisse? Non lo so; nè voglio oggi ricordare la folle catastrofe che lo spezzò, e che portò me pure vicino alla morte. In ciò ch'io feci ebbi coraggio e viltà.

Ma la viltà maggiore fu che non osai dirlo a Carducci.

Sapevo che gli avrei dato un vero e grande dolore. Egli mi scriveva ora--più sovente del solito--per domandarmi notizie di Giosuè Cavallo.

«Mi piace pensare che è tua quell'apollinea fiera. Mi piace pensare che ho potuto farti un dono così bello. In cima alla mia mente sta l'imagine tua e sua, lanciati al galoppo, ondeggianti la nera criniera e le tue lunghe chiome al vento.... Così, o Loreley pellegrina, sei volata fuor della veduta mia».

Io aborro ed esecro la menzogna. Tutto mi sembra comprensibile e perdonabile all'infuori dell'inganno. Ebbene, io allora--credo di poter dire che questa fu l'unica volta!--ho mentito e ingannato. Alle sue domande rispondevo brevemente, evasivamente, ma non avevo il coraggio di dirgli la verità.

Un giorno mi annunciò prossima una sua visita.

Tremai. Scrissi che dovevo recarmi subito a Napoli. Mi pareva assai lontano.

Ma Carducci ne fu contento.

«Via, dunque, bionda di cavalli agitatrice, a riva più cortese!».

Anch'egli sarebbe venuto tra breve per un sol giorno laggiù, onde salutare una regale Amica, e vedermi passare, sull'azzurro sfondo del Mediterraneo, lanciata a volo «sulla fiera gentil».

Allora, giunta a Napoli confidai la mia angoscia a un poeta--Arturo Colautti--che era venuto a trovarmi. Lo pregai di andare incontro a Carducci e dirgli subito la verità.

Non volle; non osò.

Un ufficiale ch'era con lui mi disse:

--Perchè dargli quel dispiacere? Troveremo un cavallo che per un'ora personifichi il tenebroso corsiero da lui regalato.

Allora fu per tutta Napoli un febbrile cercare di cavalli neri. (Se ne ricorderà forse ancora quell'ufficiale--Maggiotto, allora capitano dei bersaglieri; oggi solennemente installato nel Ministero della Guerra. E il marchese Lillo Catalano.... e il conte Bruno Torri....). Davanti al balcone della casa in strada Caracciolo dove io avevo preso alloggio, fu uno sfilare di foschi corridori: di morelli grandi e grossi, di morelli lunghi e magri; di morelli ombrosi e morelli generosi, di morelli con balza e senza balza.... Ma nessuno--ah! nessuno--che assomigliasse a quello donatomi dal poeta.

La scelta cadde finalmente su di uno portatomi da Maggiotto.

Il cavallo si chiamava «Ras Alula»; era nero, era grande, era balzano da tre. Ma qui la somiglianza cessava. Ras Alula era un mite, era un remissivo, un rinunciatario, un vinto della vita. Per quanto io lo molestassi con morso, scudiscio e tacco per animarlo, per farlo inalberare come soleva il mio nobile corsiero, Ras Alula scoteva la testa placidamente, partiva a un piccolo trotto, e se a furia di strappi e strapponi, di frusta e sperone riuscivo a farlo galoppare, si dimenava nel molle movimento d'una sedia a dondolo, con pendula coda e testa ciondolante.

Io ero disperata.

--Non si sgomenti,--disse Maggiotto, lisciandosi la barba nera e fissando lo sguardo, più focoso assai che non quello del suo cavallo, sul mite e gigantesco Ras Alula.--Ci penso io.

E ci pensò. Appena annunciato l'arrivo di Carducci alla Villa, io che aspettavo, già troneggiante sul titanico e quiescente Ras nel cortile di via Caracciolo, vidi arrivare di corsa Maggiotto col suo attendente. Maggiotto afferrò la redine, mentre il soldato passava dietro la groppa del cavallo.

Sentii un improvviso fremito percorrere la bestia, che nitrì, e tirò un violento calcio.

--Ma che cosa gli fate?--gridai.

--Niente, niente,--rise Maggiotto;--un po' di zenzero sotto la coda!--E abbandonò la redine mentre il soldato balzava indietro.