Gioia!

Part 7

Chapter 73,742 wordsPublic domain

Essa mi venne a trovare ieri, raggiante, trasfigurata. Prima di salutarmi corse allo specchio e si guardò lungamente, facendo molte smorfie colla bocca e movendo il capo in su e in giù come un idolo chinese un po' pingue.

--Cos'hai?--le chiesi attonita.

--Tu vedi in me,--diss'ella,--una donna felice!

--Che cos'accade? Sei divorziata? Tua figlia si sposa?

--Ma che!--esclama lei.--Figurati che ho trovato il modo di far sparire il doppio mento. È una americana che me l'ha insegnato. È un metodo miracoloso e semplicissimo!... Tre volte al giorno ti metti ritta e pieghi il collo all'indietro, forzando tutti i muscoli; poi giri il capo lentamente da destra a sinistra, e viceversa, sessantaquattro volte. Poi pizzichi fortemente ottanta volte la carne sotto al mento; e, dopo un grande lavacro con acqua gelata contenente venticinque goccie di benzoino, spalmi la pelle colla crema hazeline; poi percuoti il collo colla punta delle dita articolando in gola--ma senza proferirla--dodici volte la vocale _a_; indi....

--_Stop!_--esclamo io--mi dirai il resto un'altra volta.

--L'americana mi garantisce--dice Dora, sedendosi con aria di tranquilla soddisfazione,--che con questo sistema, tra sei mesi avrò a sostegno del mio capo una perfetta colonna d'alabastro.

Io rido. Ma ella seguita con gravità:

--Ti assicuro che tale certezza ha portato nella mia vita un nuovo senso di felicità. Questo doppio mento mi amareggiava l'esistenza.

--Ma dimmi,--le osservo,--e quei dieci anni, o quei ven....

--Non fare dell'aritmetica,--mi interrompe essa.

--Ebbene, durante tutto quel tempo in cui non avevi il doppio mento, sei stata sempre felice?

--Ma no: non ci pensavo,--dice lei.

Ecco, ecco l'errore! È questo. _Non ci si pensa._ Nelle mie Lezioni di Felicità s'imparerebbe a pensare, a pensare a tutto ciò che di buono si ha, a tutto ciò che di sgradevole si potrebbe avere, e a rallegrarsi del contrasto.

Ma Dora continua:--Quando penso che a ventotto o ventinove anni ero così magra e carina....--S'interrompe con un sospiro.--Com'è detestabile ogni mattina davanti allo specchio constatare che si hanno quei dieci anni di più....

--Ma io, tutti i giorni, constato che ne ho dieci di meno!--esclamo, lieta.--Vado allo specchio e mi dico:--Che gioia essere quale sono oggi! Tra dieci anni, avrò dieci anni di più. Ma oggi.... _non li ho_.

--Già,--dice Dora,--ma tra dieci anni....

--Tra dieci anni potrò dire la stessa cosa.

Dora mi fissa pensierosa.--È un'idea,--dice lei.

--Tutto, vedi, dipende dal nostro atteggiamento mentale di fronte alle cose. Prova,--continuo, sentendomi saggia come il mago Alfesibeo,--a guardare la vita sempre da un punto di vista di gratitudine e di letizia. Aprire gli occhi al mattino e dirsi: «Che gioia _aprire gli occhi_!... Vi è, ahimè! chi non li apre più». Alzarsi, traversare la camera e spalancare la finestra: «Che beatitudine poter salutare, ritta in piedi, la nuova giornata!...» Ascoltare, se sei in campagna, il grido degli uccelli; udire, se sei in città, battere i tappeti nel cortile pensando con giubilo: «Quale privilegio, udire questi suoni! Vi è chi vive in un eterno e terribile silenzio!...» E così di seguito per ogni cosa che si fa. Credimi, quando non esiste una vera e seria ragione di affliggersi, è un delitto il malcontento, un crimine il malumore....

Strano a dirsi, si è sempre inclini a credere che i felici.... sono gli altri.

Per i bambini sono felici i grandi. Per i grandi sono felici i bambini. Quest'ultima asserzione, pur così abituale, è falsa anch'essa come la prima. I bambini non sono felici perchè non sanno di esserlo. E, prima condizione della vera felicità, è la consapevolezza.

Quindi nelle mie Lezioni di Felicità si farebbe un elenco di tutte le cose buone, belle--o anche solo normali--che si posseggono, con relativo atto di grazia per ognuna di esse.

Si insegnerebbe ai bambini che il fatto di avere due occhi che vedono, due orecchie che odono, due piedi che camminano, sono altrettante fonti di felicità. Imparerebbero a rallegrarsi di tutto: C'è il sole--che gioia! Piove--che bellezza! Tira vento--che allegria! Fa caldo--che gusto! Fa freddo--che piacere!

Nel mio corso per gli adulti vi saranno altri esercizi: Sono innamorata--quale estasi! Non sono innamorata--che tranquillità!... Ho tanta gente d'intorno--che divertimento! Sono tutta sola--che pace!... Sono giovane--che giubilo! Sono vecchia--che riposo!... E così via.

E tutti i frequentatori dei corsi, i grandi come i piccoli, dovranno tutti i giorni e a tutte le ore dire a sè stessi e agli altri:--Io sono felice!--Solo così sapranno di esserlo; e solo sapendo di esserlo lo saranno.

Si dirà che questa è una specie di felicità.... forzosa. Ma non c'è come farsi delle abitudini! E, come ci si esercita negli sports, o nelle lingue estere, così si può esercitarsi alla gratitudine e alla letizia, e formare un'abitudine preziosa: _l'abitudine della felicità._

Le lezioni si dividerebbero in corsi speciali. Le lezioni sulla «Felicità nell'Amore», per esempio, sarebbero senza dubbio assai apprezzate e frequentate....

Espongo queste teorie a Dora, che le ascolta con scettico sorriso. Ma a questo punto m'interrompe:

--Tu affermi delle cose insensate,--dice.--La felicità nell'amore è una contraddizione in termini. L'amore, lo sanno tutti, è sinonimo di sofferenza.

--Chi non ama,--sentenzio io--non può essere felice.

--E chi ama,--ribatte Dora--non può essere che infelice.

Ma io non mi lascio turbare da questi cavilli.--Le classi di Felicità nell'Amore,--continuo imperterrita,--saranno le più ardue, ma saranno anche tra le più utili. Le allieve di questo corso si divideranno in due categorie: quella delle «Amate» e quella delle «Amatrici». La grande maggioranza delle donne appartiene senza dubbio a quest'ultima categoria; ma vi sono donne che, per caso fortuito o per qualità intrinseche, appartengono alla prima.

--È vero,--dice Dora con un sospiro.

--Strano a dirsi, quasi tutte le «Amatrici» preferirebbero appartenere alla categoria delle «Amate....» ed hanno torto.

--Hanno torto?--esclama Dora.--Perchè?

--Mia cara, la felicità della donna più amata che amante, è apparente più che reale. Non è forse più felice l'artista che il suo modello? Non dovremmo noi preferire all'inerzia passiva dell'ispirare una passione, lo struggimento divino del risentirla?

--Mah!...--dice Dora stringendosi nelle spalle.

--Eppure, troviamo che le «Amatrici», le donne nate col fuoco sacro della passionalità nel cuore, guardano con invidia, invece che con pietà, le fredde e passive loro sorelle--le «Amate»--che come statuette d'amianto, s'ergono illese tra le fiamme dell'amore altrui, insensibili alle passioni ch'esse ispirano senza condividerle.... Perchè, bada bene, non appena le condividono, ecco che passano anche esse nell'altra categoria, quella delle «Amatrici....» e allora devono seguire un corso di lezioni del tutto diverso....

--Comincio a confondermi,--dice Dora, fissandomi con occhi alquanto vacui.--Lìmitati a spiegarmi il tuo «corso di Felicità per le Amatrici».--(E noto che Dora arrossisce).

--Questo,--sentenzio io,--si suddividerà in tre classi: _la felicità cinica; la felicità magnanima; e la felicità assoluta._ Alle allieve che prescelgono la «felicità cinica» si insegnano vari precetti, utili ad evitare gli amori sfortunati. Per esempio: La donna, nella relazione amorosa, sia sempre l'ultima a cominciare e la prima a finire; cioè, non s'innamori mai lei per la prima, nè si disinnamori lei per l'ultima.--(Vedo le labbra di Dora che si muovono ripetendo sottovoce questo saggio ammonimento).--Secondo precetto: «Non correre mai appresso a un uomo nè a un tram, perchè ce n'è sempre un altro che segue....». E così via.

--Cinico davvero,--dice Dora.--Passiamo all'altra classe.

--_La felicità magnanima_? In questa classe impareremo a trovare in noi stesse tutta quella gioia che, erroneamente e illogicamente, abbiamo l'abitudine di esigere che altri ci diano. Una volta convinte che ogni gioia deriva da ciò che _noi sentiamo_, e non da ciò che gli altri sentono per noi, si arriva a non preoccuparsi se, o no, il nostro amore è contraccambiato. È una forma, questa, di superiore e sagace egoismo.--Io sono brutta? Che importa! Purchè colui ch'io amo sia bello.--Io non gli piaccio? Che importa! Pur ch'egli piaccia a me!--Egli mi è lontano? Ma io lo tengo chiuso nei miei pensieri dove lo trovo quando voglio.--Si noti che queste teorie, esposte con tutta franchezza all'oggetto amato, hanno un altro vantaggio. L'uomo, lo sappiamo, è assai vano. Quindi non accadrà mai che, di fronte a un simile atteggiamento, l'idolo mascolino non finisca col commuoversi. Egli si dirà che questa donna che l'ama senza scene, senza pianti, senza rimproveri, senza esigenze, che gli parla sempre di lui, approvando tutto ciò ch'egli fa, ammirando tutto ciò ch'egli dice, in fondo lo interessa più di un'altra. Egli si abituerà a mirarsi in lei come in uno specchio--uno specchio alquanto adulatore--e così avverrà che un giorno l'«Amatrice magnanima» si troverà d'un tratto promossa nella categoria delle «Amate»!

--Oh, guarda un po',--mormora Dora, impressionata.--Hai forse ragione.

--Ed ora veniamo alla terza classe: la _felicità assoluta_. Qui si avrà l'insegnamento più prezioso di tutti; qui si insegnerà alla donna ad amare unicamente ciò che ha. Amica mia, quando noi avremo imparato a dirci che la cosa, o l'essere, che possediamo è l'unico che desideriamo, quando saremo convinte che ciò che ci appartiene, per il solo fatto che _è nostro_ è l'unico degno del nostro amore--ecco che avremo trovato invero il segreto della felicità!

--Va bene,--ribattè Dora, dopo un attimo di silenzio,--ma se questa cosa, se questo essere, che oggi è nostro.... domani ci sfuggisse....

--Ah!--rispondo io,--appena ci sfugge, non è più nostro; quindi, automaticamente, cessiamo di amarlo. E cessando di amarlo cessiamo--o evitiamo--di soffrire. Del resto, ciò che è nostro bisogna saperlo tenere. E lo si tiene appunto colla felicità. Colla felicità _nostra_! Poichè non è che la donna felice che può rendere felici gli altri. Credimi; la Malinconica, la Rassegnata, la Sacrificata, nella vita quotidiana, è un tribolo a sè stessa e un tormento agli altri.

Dora ride e mi abbraccia.

Da quel giorno Dora ed io cogliamo la gioia a piene mani dovunque la troviamo; ed è sorprendente in quanti e quali angoli vicini e remoti la troviamo, per quanti sentieri romiti e battuti essa sboccia e fiorisce!

Volgi il capo, sconosciuta amica mia che leggi, e vedrai che tu pure già ne hai piena la casa, il giardino e il cuore....

VIII.

«L'Apollinea Fiera»

(RICORDI DI CARDUCCI)

Carducci mi disse:

--Vuoi parlare colla Regina?

--Sì, caro Orco,--diss'io, molto contenta.

--Allora, aspetta qui. Vado a dirglielo.

E Carducci si avviò per la salita ripida e verde sopra a Gressoney la Trinité, verso un gruppo di ufficiali, brillanti nel sole in cima all'altura.

In mezzo a loro un fluttuante velo cerulo, un bagliore di chiome dorate: era Margherita che passava in rivista le sue truppe alpine. Vestiva il pittoresco costume Gressonese: breve gonna scarlatta e corsetto di velluto nero; intorno al capo un gran velo celeste.

--Un momento! un momento!--Corsi dietro a Carducci che si fermò.--E alla Regina che cosa dovrò dire?

--Non tocca a te dire; sarà lei che ti parlerà. E tu, bada di rispondere assennata e di non farmi sfigurare.

Carducci riprese la via; ma fatti pochi passi si fermò di nuovo e si volse a me.--Spero che frattanto non andrai a vagabondare pei boschi secondo il tuo solito,--ammonì severo.--Hai capito? Stai lì, fin che ti chiamo.

--Starò qui,--diss'io. E rimasi ferma, col cuore un poco agitato; mentre vedevo allontanarsi la breve, poderosa figura col suo bastone ferrato e il gran cappello di feltro grigio alla Buffalo Bill.

Subitamente un pànico mi colse. Più lo vedevo avvicinarsi al risplendente gruppo in cima al colle e più cresceva la mia trepidazione. Pareva che la salita la facessi io; mi mancava il respiro e mi batteva rapidissimo il cuore. Laggiù a sinistra la foresta d'abeti oscura e silenziosa m'invitava alla fuga.

Allora ricordai la poesia inglese «Casabianca», che narra del mozzo sul bastimento incendiato a cui il padre dice: «Rimani qui finch'io torno».

«The boy stood on the burning deck Whence all but he had fled....»

Invano i marinai dalla scialuppa gli gridano: «Vieni! Salvati!» Al fanciullo fu detto: «Rimani»; ed egli non si muove.--Il padre non torna perchè le fiamme l'hanno divorato. Ed egli non si muove e le fiamme divorano anche lui.

Avevo sempre di queste immaginazioni epico-romantiche nella mente; mi figuravo di essere l'eroina di grandiose ineffabili avventure anche nelle circostanze più semplici e negli avvenimenti più comuni della vita.

Questo certo non era un avvenimento comune. Parlare con una regina! Parlare con _quella_ regina, che pareva uscita fuori--per un istante solo, in punta de' piedi!--da un meraviglioso racconto delle fate, nel fluttuante velo celeste, sullo sfondo abbagliante delle Alpi nevose e del cielo....

Vidi il gruppo dividersi per lasciare il passo al poeta. Poi si richiuse ondeggiando intorno alle due figure centrali.

Quasi subito il gruppo nuovamente si aperse; una figura si staccò dalle altre e scese verso di me. Non era Carducci. Era un ufficiale--un colonnello di artiglieria--risplendente e magnifico. E a me, cui sempre danzavano nella testa i versi, balzò subito in mente la canzone puerile e deliziosa di Giovanni Rizzi che avevo imparato non molto tempo prima, a scuola.

«C'era una volta un cavalier cortese Colto, leale e pieno di valor, Combattuto egli avea pel suo paese Ed era detto il Colonnello d'or! Chè d'or gli sproni avea, d'oro il caschetto E, sopra tutto, il cor.»

Il Colonnello d'or si fermò davanti a me, presentandosi in un fiero e cavalleresco saluto.

--Allason,--disse.

Io risposi inclinando il capo.

--Sua Maestà m'incarica di condurla presso di lei.

--Grazie,--mormorai tremante; e al suo fianco ascesi il verde e ripido pendìo.

. . . . . . .

O Colonnello d'or!... Ti ho riveduto poco tempo fa per la prima volta dopo quel giorno; non eri più Colonnello; in grige chiome portavi la divisa di Tenente Generale.

Accanto a te le tue due figlie sorridevano.

Col fiero e cavalleresco saluto militare, ti ripresentasti a me:--Allason.--E subito mi riparlasti di quel lontano giorno radioso....--Gressoney.... la Regina.... si ricorda?...

Sì, sì; ricordavo.

Ed ecco che ieri ti ho riveduto ancora. Ieri! Eri steso, fermo e immoto, sul tuo letto. E non salutavi più nessuno. Se anche la tua Regina, che tanto amavi, fosse entrata nella tua camera, tu non ti saresti alzato, non ti saresti mosso per renderle omaggio o per offrirle uno solo di tutti quei fiori che ti circondavano in fasci profumati.

Accanto a te le tue due figlie piangevano.

Ma! oh miracolo! tu, uscendo dal tempo, ne avevi trionfato. I grigi pesanti anni tra quel lontano giorno luminoso ed oggi erano svaniti, erano caduti da te come un logoro mantello da trincea, e tu uscivi fuori nella morte, bello e baldo nella superba divisa, colle medaglie sul petto e la sciabola vicina alla mano.... Guardandoti, mi balzarono ancora nella mente i vecchi versi da tanti anni scordati:

«C'era una volta un cavalier cortese Colto, leale e pieno di valor....»

. . . . . . .

«Nell'adamàntina luce del serto» la Regina mi aspettava. Accanto a lei ritto e immobile stava Carducci; mi pareva di scorgere nel suo sguardo rivolto a me una certa trepidanza e preoccupazione. Anche gli ufficiali in cerchio guardavano tacendo.

Il mio spavento crebbe. (Oh silenziosa selva di abeti!).

Ma la sovrana mi tendeva sorridendo la mano e davanti a quel sorriso la mia timidezza svanì. Mi parlò. Subito mi parve d'essere sola al mondo con lei. Virtù veramente regale, ella dava, parlando, l'impressione che tutto di me le fosse noto e che nulla all'infuori di me la interessasse.

.... Quel meriggio alla table-d'hôte del Miravalle (io sedevo tra Carducci e Piero Giacosa) si parlò molto della regale udienza. Cioè io parlai poco e Carducci non parlò affatto. (Già, egli era «d'indole orsina» e amava di tacere quando non aveva nulla d'importante a dire). Ma Piero Giacosa raccontava molte cose; e, passando dagli eventi del mattino ad apprezzamenti generali sull'augusta dama, osservò:

--Sì; Margherita è veramente regale. Ma è anche.... veramente donna.

--Perchè? Come mai?--chiesero le molte signore presenti.

Il professor Piero si volse a me.

--Quando per la prima volta le parlai di voi e delle vostre poesie, Sua Maestà m'interruppe subito colla domanda tutta femminile: «Ma.... è bella?»

In coro io colle altre signore chiedemmo:

--E che cosa rispondeste?

Confesso che attesi non senza trepidanza la risposta.

--Risposi,--e Giacosa si volse a me con un affabile sorriso:--«Bella? È.... peggio, Maestà».

--Peggio? Perchè?--chiesero le signore.

--Peggio? Che cosa vuol dire?--chiesi io, non poco mortificata.

Giacosa mi guardò di nuovo con quel sorriso.

--Non ve ne lagnate. Era una risposta lusinghiera,--disse.

E sorrisi anch'io assai riconfortata.

--Era una risposta scorretta,--tuonò Carducci d'improvviso.--Ella non aveva alcun diritto di fare simili apprezzamenti.

Tacemmo tutti, mortificati e compunti. Io non sapevo cosa fare del mio sorriso. Fortuna volle che i camerieri entrassero nella sala portando maestosamente, nel nostro silenzio, dei polli arrosto, supini in un'insalata smeraldina.

Contemplando il piatto che il cameriere mi porgeva con benigno sussiego, sentenziai con voce alta e melliflua:

«Del pollo il vol, e del tacchino il passo.»

E presi un'ala di pollo.

Carducci si volse di scatto con fosco cipiglio.

--Eh? Cosa? Cos'hai detto?

Io ripetei la sagace sentenza.

--È una poesia,--spiegai,--e significa che bisogna prendere l'ala del pollo e la gamba del....

Carducci m'interruppe sdegnato:--Ma che poesia!--esclamò, crollando le spalle con ira ed impazienza.

Qualcuno rise (probabilmente ero io!) e il temporale si dileguò.

Non fu quella l'unica volta che Carducci si adirò con Piero Giacosa, a cui tuttavia era legato da viva amicizia. Giacosa era spiritoso e brillante e amava gli scherzi. A Carducci gli scherzi non piacevano. O allora dovevano essere degli scherzi assolutamente puerili e semplici. Le parole ambigue e le frasi a doppio senso gli erano odiose e lo incollerivano subito.

Già, egli sorrideva poco. E non rideva mai.

In quello stesso pomeriggio venne nel giardino del Miravalle il conducente Ciocca da Pianazzo; teneva per le redini un cavallo da sella per una delle tre signore Serra-Zanetti che abitavano l'albergo. Ma poichè il tempo si guastava, la signora non volle uscire e il buon Ciocca se ne tornava via col suo cavallo allorchè, uscendo dall'albergo con Carducci per andare a pranzo alla «Cascata», io lo vidi.

--Lascia stare quel cavallo,--mi disse subito Carducci scorgendolo da lontano; poichè io avevo l'abitudine di accarezzare il muso ad ogni cavallo che vedevo. Anche in città, egli s'irritava molto a vedermi andare con mano tesa verso tutti i cavalli di «brum»; e sempre, avvistando qualche malinconico ronzino fermo accanto al marciapiede colla testa bassa e un ginocchio ripiegato, Carducci esclamava da lontano:--Lascia stare quel cavallo.

Ma era impossibile lasciar stare il cavallo di Ciocca, fermo nel giardino a portata di mano, che aveva un naso marrone, lungo e aristocratico, un ciuffo tagliato a frangetta e una stella bianca in mezzo alla fronte.

Poichè si andava verso Pianazzo, Ciocca mi offerse di montare ed io con entusiasmo accettai.

Ma nè lui, nè Carducci sapevano farmi montare in sella; e stavo per l'appunto ignominiosamente tentando di arrampicarmici coll'aiuto di una sedia portata da un cameriere, allorchè apparve Giacosa, che accorse e con pronta destrezza mi issò in arcione.

--Che strana sella,--osservai, quand'ebbi il piede nella staffa e le redini incrociate all'inglese sulle dita.--Mi pare che vi sia un corno di troppo.

Giacosa rise.--Paese che vai.... corna che trovi,--disse. E si volse a Carducci con un sorriso.

Ma «l'Orco» aveva subito assunto la sua fisonomia dei momenti foschi. Con occhi lampeggianti e feroci squadrava il professore.

--Come sarebbe a dire?--domandò con voce fremente.

--Sarebbe a dire niente,--rispose l'affabile Piero.

Quella serenità parve incollerire ancor più Carducci. Lo vidi stringere le mascelle e chiudere i pugni.

--Misericordia!...--pensai,--bisogna intervenire!--E dall'alto del mio cavallo (ricordando il successo della mattinata) sentenziai:--«Del pollo il vol....»

Ma non essendovi alcun pollo la frase mancò totalmente il suo effetto e la collera di Carducci non si placò.

Giacosa ebbe il cortese pensiero di allontanarsi rapidamente, ed io cercai con furtivi calci di far impennare il cavallo di Ciocca onde creare una diversione.

Ma il cavallo non era di quelli che s'impennano. Era un cavallo pensieroso e circospetto che ogni momento si fermava a scacciare con un calcio languido qualche mosca che lo disturbava.

--Aspettate, Ciocca,--dissi,--questo cavallo vuol sedersi a guardare la vista. Preferisco scendere.

--No, no!--esclamò Ciocca, afferrando la redine e trascinando il letargico quadrupede per la via maestra.--Stia pur su. Non abbia paura!

Paura, io, che montavo come un fantino!...

Così, scortata da un lato da Carducci e dall'altro da Ciocca che mi teneva le redini, proseguimmo nel sole del tramonto; e in cuor mio pregai che nessuno c'incontrasse. Ma per fatalità tutti i villeggianti di Gressoney, di Saint-Jean e della Trinité parevano essersi dati convegno in quell'ora su quella strada. C'era il dottor Ry, c'era il professor Vivante, c'era il giovane Dezza, c'erano tutte le signore e le signorine della vallata. La mia vergogna era grande.--Se mi vede anche la Regina, muoio,--pensai.

Ma la Regina non uscì dalla luminosa Villa Peccoz e, come il cavallo volle, si arrivò all'Albergo della Cascata.

Umiliatissima mi lasciai scivolare dalla sella e misi piede a terra.

--Tu monti molto bene,--disse Carducci, che aveva scordato le sue ire.--Guardandoti, pensavo alle Valchirie.

Allora, per fargli piacere quasi ogni giorno Ciocca portò all'albergo uno dei suoi alti ed asimmetrici bucefali ed io salivo in sella e uscivo per sentieri e praterie, mentre Carducci camminava accanto senza parlarmi e senza guardarmi, mormorando tra sè e sè, gesticolando un poco, pensando o componendo.

«Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de' cavalli, Sovra i nembi natando, l'erte criniere al cielo....»

. . . . . . .

Sull'altipiano della Trinité una sera si fermò a guardare le cascatelle che tutt'intorno dall'alto delle rocce scaturivano scintillanti, incendiate dallo splendore del tramonto.

--Guarda l'oro sull'acqua,--mi disse.

Obbedii.--Non è acqua,--osservai (a Carducci dicevo tutte le fanciullaggini che mi venivano in mente).--Lassù in alto stanno sdraiate supine le fate, e lasciano pendere lungo le rocce i loro capelli sciolti.

--Sarà così,--disse Carducci contemplando le cascate increspate e rutilanti e facendosi schermo agli occhi colla mano.--Sarà precisamente così. Lo dirò anch'io.

E difatti lo disse più tardi in una lettera a me. Quella lettera è ristampata nelle sue Opere col titolo «Elegìa del Monte Spluga».

L'estate finì; e Carducci doveva ritornare a Bologna. Ma io volli rimanere a vagabondare pei monti, nel freddo e nelle bufere.

Lo vedo ancora alla partenza, seduto in carrozza--e Ciocca già a cassetta--guardarmi con quegli occhi vividi e sempre un poco corrucciati sotto l'ombra del grande feltro.

--Addio,--mi dice, alzando il cappello e scoprendo le grige chiome.

--Addio, caro Orco.--E soggiungo:--Vi ringrazio di essere stato così paziente e buono con me.