Gioia!

Part 3

Chapter 33,734 wordsPublic domain

--Non occorre che aspettiate,--diss'io;--lasciatemi il sapone e un asciugamano.--E togliendo dalla borsetta (unico mio bagaglio, poichè il resto mi aveva preceduta a Ginevra) alcune monete d'argento, gliele porsi augurandole buon Natale. Essa ringraziò con effusione; indi, salutandomi e raccomandandomi di «badare alla porta», uscì.

Io udii risuonare a lungo i suoi passi per l'andito sonoro.

Chiusi con cura la porta ch'essa aveva lasciata semi-aperta e mi dedicai alla mia toilette. Non fu spiacevole occupazione; m'incipriai; mi lucidai le unghie; constatai che i miei occhi non erano per niente gonfi; appena un leggero arrossamento delle palpebre tendeva a darmi--colla mia carnagione bianca e i miei capelli color rame--un'aria un poco tizianesca. Pensai con soddisfazione alla mia entrata nel gran salone di Château-Mirval, all'effetto che produrrei sui parenti milionari, al primo sguardo di Lucien.... Indi mi disposi a tornare sul _quai_ ad aspettare il treno.

Richiusi la borsetta, gettai un ultimo sguardo nello specchio e m'avviai alla porta.

Afferrai la maniglia. Non girò. Spinsi la porta--non cedette. Tirai la porta--non si mosse. Tentai di scuoterla--era rigida, solida, incrollabile. Mi guardai d'intorno in cerca d'una finestra. Non ve n'era.

Allora chiamai. Chiamai: «Custode!... Facchino!... Portiere!...» Nessuno rispose; nessuno venne. Tutti erano a casa a fare il pranzo della Vigilia. Tutti erano intorno agli alberi di Natale accesi; ed io ero qui rinchiusa nella «Toilette pour Dames, luxe, 50 centimes».

Udii da lontano un fischio, seguìto quasi subito dal fragore del treno che entrava nella stazione. La disperazione mi colse; poi rinacque la speranza: qualcuno sarebbe venuto; qualche «dama» che per 50 centesimi....

Nulla. Nessuno venne. Urlai, strillai, diedi dei calci nella porta e nel muro, corsi in su e in giù, aprii e richiusi una porticina in fondo su cui spiccavano due lettere maiuscole dell'alfabeto inglese....

Un altro fischio, un rintocco di campana, un rullìo: il treno usciva dalla stazione--andava a Ginevra senza di me! La festa del fidanzamento avrebbe luogo senza la fidanzata.

Colla calma della completa stupefazione sedetti sull'unica seggiola--quella della custode--e cercai di riordinare i miei pensieri sconvolti. Non c'era più treno per Ginevra fino alle 2 del mattino. Viceversa c'era un treno proveniente da Ginevra alle 23,28. Pensai: Lucien prenderà quel treno e verrà a cercarmi. Chiederà, cercherà; interrogherà il bigliettario, il capostazione.... Il bigliettario non mi aveva veduta, poichè avevo preso il biglietto direttamente da Glion; ma il capostazione, sì. Durante quei pochi minuti in cui avevo girato per la stazione prima di venir qui, l'avevo scorto col suo berretto rosso; ed anch'egli mi aveva veduta. Era un capostazione giovane, con baffetti biondi.... e se li era arricciati, guardandomi. Sì, sì! il capostazione direbbe a Lucien d'avermi veduta; mi cercherebbero, mi troverebbero, mi salverebbero!

Ma erano le 19,10. Come far passare le ore fino alle 23,28? Non avevo altra occupazione che di lucidarmi le unghie; non avevo altro da guardare che il lavabo di marmo, la saponetta rosa, l'asciugamano e la tavola; non avevo altro da leggere che le due lettere maiuscole sulla porticina in fondo.

Mi chiusi nei miei pensieri. Pensai a Lucien, al mio avvenire con lui.... pensai al pranzo di famiglia.... agli alberi di Natale accesi per il mondo....

E lentamente--oh! come lentamente!--le ore passarono. Ogni tanto emettevo qualche strillo per il caso che qualcuno potesse udire. Ma la mia voce in quel silenzio mi gelava il sangue. Cominciai ad aver paura, a guardarmi attorno; mi pareva di veder muovere delle ombre negli angoli della stanza.

Allora provai a dire tutte le preghiere che sapevo; poi tutte le poesie che ricordavo. Cominciai con «_Napoléon écolier_».

«À genoux, à genoux au milieu de la classe, L'enfant mutin, Dont l'esprit est de feu pour l'algèbre, et de glace Pour le latin!...».

Ma il terrore mi riprese, mi agghiacciò. Il cuore mi batteva così forte che pensai: «Adesso morirò di sincope. Mi troveranno domani, giorno di Natale, seduta qui, morta--tragica e ridicola in questa esecrabile «Toilette».

Le 22. Le 22 e un quarto. Le 22 e mezzo. Le 23. A momenti sarebbe arrivato il treno da Ginevra.... e Lucien! Questo pensiero mi agitò tanto che mi misi a gridare e non smisi più; gridai, gridai frenetica e forsennata, e i corridoi vuoti echeggiarono dei miei urli stridenti.

Un passo! Sì, era un passo. Smisi di strillare un attimo per ascoltarlo, poi ripresi più forte. Il passo si fermò; indi riprese, affrettandosi, avvicinandosi: e una voce chiamò:

--Allò! allò! Dove siete?

--Qui! qui! qui!--e lo stridìo della mia voce si ripercuoteva in tutti gli angoli.

--Ma dove?

--Qui! _Toilette pour Dames! Luxe! Cinquante centimes!_--ululai. E caddi, quasi svenuta, sulla seggiola.

Dopo molto lavorìo colla maniglia la porta si aprì, e il mio salvatore apparve sulla soglia. Era il capostazione.

Mi guardò stupefatto.--_Mais qu'est-ce qui arrive?_

--_Qu'est-ce qui arrive? Qu'est-ce qui arrive?_--feci io, balzandogli incontro come una Furia.--_Arrive_ che io dovevo essere a Ginevra per il mio pranzo di fidanzamento e che sono qui, da quattro ore, a strillare, a soffocare, a spasimare....

--Oh! che disastro!--esclamò il capostazione; ma mi parve di scorgere sotto ai suoi baffi biondi tremolare un sorriso represso. Questo m'infuriò.

--È iniquo--gridai,--è infame. Farò un processo, a voi, alla Compagnia, alla Direzione, alla Federazione. Sì, vi processerò; perchè non avete il diritto di rinchiudere una creatura in questo posto immondo la notte della Vigilia di Natale....

E il mio pianto sgorgò.

--Creda, sono desolato,--diss'egli;--ma non capisco....--e tenendo la porta aperta girò due o tre volte la maniglia e poi la chiave ch'era al di fuori.--La serratura funziona perfettamente.

--Già--esclamai sarcastica.--Perfettamente! Difatti....--E con un riso di scherno gli volsi le spalle.

--Ma sì; funziona perfettamente,--disse lui calmo e cortese.--Guardi lei stessa.

--Non è vero, non è vero!--gridai, e afferrando la porta la chiusi con violenza.--Non funziona affatto!--E gli mostrai, tentando di riaprire, che la maniglia non girava.

Un poco impressionato, egli l'afferrò a sua volta. La mosse, la scosse; spinse la porta, tirò la porta. Niente. Solida, ferma, incrollabile, quell'uscio resisteva ad ogni sforzo. Egli si volse e mi guardò.

--Siete pazza?--disse, e i suoi occhi mandavano lampi,--ci avete chiusi dentro!

Io fremetti di sdegno.--Uscite,--gli dissi, con gesto di comando.--Uscite subito di qui. Lasciatemi sola.

--Magari!--rispose lui, sgarbato.--Siete voi che me ne avete impedito.

Il mio furore non ebbe limiti.--Andate via!--strillai; e poi, come quello mi guardava con occhi saettanti, mi misi a urlare di nuovo:--Aiuto! Aiuto!... Ah! ah! ah!...

Egli non badò più a me. Chino accanto all'uscio, esaminava la serratura; quindi, subitamente risoluto, cominciò a dare delle potenti spallate nel legno. (Mi passò per la mente che se Lucien, colle sue esili ed aristocratiche spalle, avesse tentato un'impresa simile, avrebbe dovuto poi stare otto giorni in letto).

Ma la porta resisteva. Il capostazione si guardò intorno; indi, buttando per terra il berretto rosso che finora aveva tenuto in testa, afferrò il tavolino, lo alzò in aria brandendolo per le gambe, e, con quanta forza aveva, lo scaraventò contro la porta.

Il tavolino andò a pezzi; ma la porta non crollò. Una lunga striscia bianca sulla vernice scura del legno rimase, unico testimonio dell'inutile violenza.

Il mio compagno di prigionìa allora si appoggiò al muro, e colle mani in tasca guardò la porta. Gettò un'occhiata verso il piccolo uscio in fondo alla stanza, ma di sopra a quella tramezza si scorgeva la continuazione della parete a indicare che di là non v'era uscita.

I suoi occhi tornarono, irosi, alla porta screpolata, e a me. Io m'ero accasciata su quell'unica seggiola che pareva un isolotto in un mare di desolazione; ai miei piedi giacevano i rottami del tavolino. Avevo cessato di gridare; la violenza di lui m'aveva intimidita e calmata.

Forse il mio atteggiamento di mansueta disperazione lo commosse, perchè disse con voce abbastanza umana:

--Mi dispiace per lei. Comprendo quanto sia penosa la sua situazione; e quanto la mia presenza l'aggravi.

Chinai il capo senza rispondere. Veramente, io non la pensavo così. La presenza di un essere umano, chiunque fosse, m'era di conforto; se non altro mi impediva di aver paura, quella paura frenetica e sragionata che mi assale talvolta nella notte e nella solitudine. Forse avrei dovuto aver paura anche di quest'uomo, di quest'estraneo col quale ero qui rinchiusa, lontana da ogni soccorso; ma a dir vero egli non m'ispirava alcun senso di terrore. Era molto giovane e molto biondo. I capelli, scompigliati dai suoi gesti violenti, gli cadevano in ciocche soleggiate sulla fronte; erano bionde le ciglia aggrottate, e biondi i brevi baffi sopra la bocca risoluta. Aveva il mento quadro, indicante fermezza di carattere, ma una fossetta profondamente incavata ne attenuava la durezza. (Pensai al mento alquanto fuggente di Lucien, e mi dissi ch'egli certo doveva essere di carattere assai più malleabile ed arrendevole di costui. Infatti sapevo Lucien anche troppo suscettibile alle influenze femminili!...).

Lo sconosciuto stava ritto, immobile, addossato al muro colle braccia conserte. Io alzai gli occhi al suo viso fosco e chiesi, tremante:--E adesso?

--Adesso,--disse lui,--arriverà il diretto di Ginevra ed io non sarò al mio posto.

--Allora la cercheranno!--esclamai subitamente sollevata.

--Sì, mi cercheranno!--ribattè lui con un sorriso ironico,--ma non qui.

--Cercheranno anche me,--dissi con un piccolo singhiozzo, pensando a Lucien.

--Chi? Chi la cercherà?

--Il mio fidanzato,--risposi, chinando il capo. Avevo ancora il cappello da viaggio e il velo grigio in testa, e ne ero tutta avviluppata come da una nube malinconica.--Non vedendomi arrivare alle nove a Ginevra, avrà preso il primo treno per venirmi a cercare.

--E qui, non trovandola,--fece il giovane, sempre con lieve aria di motteggio,--vorrà subito interrogare il capostazione. Irreperibile anche quello! Sarà una bella situazione,--soggiunse con un'amara risata,--quando portieri, facchini e fidanzato apriranno la porta e ci troveranno qui.

Io trasalii. A questo non avevo pensato.--Mio Dio!--esclamai,--e il conte Lucien è un vero Otello!

Il giovane, a queste parole, dètte in un'improvvisa risata, e continuò a ridere e ridere, col viso all'indietro e la testa appoggiata al muro.

Rise tanto ch'io fui molto offesa. Mi alzai con dignità; avrei voluto uscire, con tranquilla alterezza, dalla presenza di quello stolto giovinetto ridacchiante.... ma dove andare? Non c'era che da avviarmi altezzosa verso la porta colle due iniziali....

In quel momento ecco da lontano il brontolìo, il rullìo, il fischio del treno da Ginevra. Il capostazione smise di ridere e mormorò tra i denti un'amara esclamazione.

Con clamore e clangore, con stridìo e cigolìo il treno entrò nella stazione e si fermò, con un lungo sospiro stridulo in scala discendente.

Restammo entrambi silenziosi, immobili, ascoltando. Non altro rumore ci giungeva traverso le mura massicce della stazione--non voci, non passi--nulla eccetto il profondo, asmatico respiro del treno. Allora il capostazione alzò le mani alla bocca e con due dita, allargando le labbra, emise un lungo e potente sibilo. Lo ripetè tre o quattro volte. Nulla! Aspettammo irrigiditi una risposta, un suono. Nulla.

Allora io mi rimisi a gridare con quanta voce avevo (e mi pareva fievole e poca) e non sapendo che cos'altro gridare, gridai alternatamente: «Aiuto!» e «Lucien!...» A mia grande mortificazione vidi che quell'uomo se ne divertiva; anzi non gli riusciva più di emettere il suo fischio perchè le labbra gli tremavano nel riso.

Un rintocco di campana e il treno, sibilante e rantolante, si mosse. Ben presto il pulsante battito si fece più ritmico, più rapido, più lontano.... e il silenzio ricadde.

Restammo per un gran pezzo immobili, impietriti.

--E adesso?--diss'io di nuovo.

L'altro non rispose.

--Quanto tempo dovremo restar qui?

--Fino alle sette del mattino, quando la custode verrà ad aprire.

--Misericordia!--esclamai, e chinando il capo tra le mani, piansi.

--Farebbe meglio a togliersi il cappello e cercar di dormire,--disse lui.

Obbediente e piangente tolsi il cappello e il velo, e quando li ebbi tolti non sapevo dove metterli; se sul lavabo o per terra. Mi decisi per il lavabo: e, deponendoli, gettai uno sguardo nello specchio.

Mi vidi una piccola faccia smunta e gli occhi spiritati e gli ondulati capelli in disordine. Tuttavia non ero bruttissima. Già.... se avevo potuto piacere al conte Lucien de Lussain-Maldé, così difficile a contentare.... Nello specchio incontrai lo sguardo del capostazione; arrossii, e tornai a sedermi.

. . . . . . .

Come passarono le ore? Non lo so.

Ogni tanto guardavo l'orologio, e, dopo due o tre ore, quando lo riguardavo erano passati dieci minuti! Pensai alla zia Clotilde e al suo piede; pensai a Lucien, che certo s'aggirava, frenetico e disperato, pei corridoi della stazione....

Invece no. Seppi poi che in quel frattempo egli (arrivato difatti col treno delle ventitrè) adesso saliva nella nebbia e nella neve da Montreux a Glion; saliva a piedi perchè a quell'ora non c'era più funicolare; e lo accompagnavano--fiutando l'articolo sensazionale--un redattore del _Journal de Genève_ e due altri cronisti che i de Lussain avevano invitato per render conto della festa. La strada è lunga, ripida, scurissima; e i tre salivano cupi, tragici, gelati, sdrucciolando nella neve e nel fango, coi colletti rivoltati fino al naso.... salivano verso la dormente zia Clotilde per svegliarla di soprassalto e gettarla nel pànico e nella disperazione....

E il capostazione ed io, rinchiusi nella «toilette de luxe», ci guardavamo inebetiti ascoltando da lungi un suono festoso di campane....

Bérangère tacque.

--Ebbene?--chiesi io.

--Ebbene?--fece Bérangère, e colle dita irrequiete tornò a far saltare il topo rosso dall'una mano all'altra.

--Come andò a finire? Come passaste la notte?

--Ma, non so,--fece Bérangère;--faceva un gran freddo.... camminammo in su e in giù.... Poi ci parlammo. Io gli narrai di Lucien, ed egli mi parlò di suo padre, un vecchio dottore di La Chaux-de-Fonds e di una sorella «bionda come una lampada accesa». Mi piacque il paragone: e pensai, guardandolo, che anch'egli era biondo come una lampada accesa. Le sue chiome flave parevano mandar luce.

Poi parlammo di letteratura e di musica. Egli era stato in Ispagna e in Germania prima della guerra; aveva letto «_Also sprach Zarathustra_», e gli piacevano le sinfonie di Mahler.

Io gli recitai «À genoux, à genoux au milieu de la classe»; e poi egli, seduto sul lavabo, mi cantò dei brani d'opera.

Stava appunto cantandomi il _Leitmotif_ delle Figlie del Reno, allorchè uno strepito alla porta ci fece voltare. Era la custode, esterrefatta, che dalla soglia ci contemplava.

Ma come! Erano già le sette del mattino?...

E di nuovo Bérangère tacque.

--Ebbene?--diss'io.

--Ebbene; quando, dopo aver calmato e consolato la zia Clotilde, mi presentai nel pomeriggio al Château-Mirval, la contessa mi accolse con gelida cortesia; disse che suo figlio era sofferente, ma che, probabilmente, quando stava meglio, mi avrebbe scritto....

Indi mi porse, con gesto regale, alcuni giornali: la _Gazette de Lausanne_, le _Journal de Genève_ e _La Suisse_.

Il primo narrava in forma serio-comica «_L'Avventura di una Fidanzata_». Il secondo, più faceto, intitolava il suo articolo: «_Fortunato Capostazione!_». Il terzo, oh! il terzo!...

In cima alla colonna spiccavano a grandi caratteri queste parole: «_IDILLIO DI NATALE IN UN...._» .... e qui le due iniziali che sai!

Non ho più veduto Lucien.

.... Basta! Sono molto felice. La zia Clotilde mi regalò per le nozze una collana di perle di ottantasei gemme scelte; una meraviglia! Quanto alla Peugeot, non saprei cosa farmene. Capirai, abbiamo tutti i viaggi gratuiti!...

--E infine,--soggiunse Bérangère, disfacendo il topo e facendosi vento al viso roseo col fazzoletto rosso;--aspetto tra poco l'arrivo di qualcuno.... di qualcuno.... che forse sarà anche lui «biondo come una lampada accesa!».

III.

Tenebroso amore

PARTE PRIMA

L'Amico--quell'«amico» che troviamo sempre nelle novelle e nei drammi, il modesto e mansueto amico che non vive di vita propria ma esiste soltanto per accompagnare con brevi commenti ed esclamazioni i discorsi del protagonista--quell'amico (utilissimo anche in questo racconto) disse, come dice sempre:

--Ma.... _ella_ ti ama!

--Sì; ella mi ama,--disse cupamente Manlio.

--E non ti tradisce.

--No,--disse Manlio, con un profondo sospiro;--non mi tradisce.

(Da quel sospiro che cosa deduce l'intelligente lettore?

Deduce: _a_) che Manlio parla di sua moglie.

_b_) che questa moglie è probabilmente grassa e sulla quarantina.

_c_) che Manlio ha un cuore modernamente irrequieto e infedele).

--Io non so di che cosa ti lagni,--disse l'amico.--Sei un uomo arrivato; sei un poeta stampato. Hai girato il mondo; ti sei divertito; ne hai fatto di tutti i colori....

--Ah no!--gridò Manlio--no! Non è vero. Non ne ho fatto «di tutti i colori»....--E sprofondando le mani nelle tasche soggiunse, crollando il capo:--Ed è questo, questo appunto che mi affligge.

L'amico (di cui la missione è di raccontare diffusamente al protagonista ciò che questi sa assai meglio di lui) enumerò la serie di brillanti conquiste fatte dal fortunato Manlio:

--La Tortola.... la Vannucci.... Carlottina.... Vilfrida.... Cicì.... la Soresina....

--Sì!... sì!... sì!...--gemette Manlio.--Ma quelle.... erano tutte dello stesso colore.

L'amico si stupì.--Che cosa vuoi dire?

--Voglio dire,--e Manlio appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona guardando con aria ipocondriaca il soffitto,--voglio dire che quelle donne non erano di tutti i colori. Erano tutte più o meno bianche; chi un po' più chiara, chi un po' più scura; chi d'un bianco latteo, chi d'un bianco niveo, chi d'un bianco d'avorio.... Ora tutto quel biancore mi è venuto a nausea. Il mio cuore e i miei nervi reclamano delle tinte più forti e fosche, del pimento più carico e più caldo.... I miei sensi reclamano.... un tenebroso amore!--E Manlio si passò una mano fine e «psichica» (come l'aveva un giorno definita una Americana dilettante di chiromanzia) si passò dunque la mano psichica sulle lunghe chiome ondulate che portava spazzolate indietro dalla fronte e gonfie in cima al capo, à la Pompadour.

L'amico--che aveva i capelli semplicemente castani e tagliati a spazzola--crollò la testa.

--Manlio, tu leggi troppa letteratura psico-analitica,--disse.--Queste inquietudini intellettuali morbose, questa ricerca di stranezze, diremo così _cromatiche_, le ho trovate già nei libri di....--(ed enumerò vari autori moderni a cui io qui non desidero fare della réclame).

--Ti sbagli,--rispose Manlio.--Questa mia brama, questo mio struggimento ha una tutt'altra origine. Tu sai che quando ero in Libia le donne indigene, per me.... posso dire che non esistevano. Le avevo in orrore colle loro forme nere e le loro chiome lanose.... Ebbene, strano a dirsi, partendo, quasi non ero ancora a bordo che già provavo come un senso di rammarico.... che so io!, di rimpianto; come se avessi mancato qualche cosa, come se fossi passato accanto a un fiore senza coglierlo, a una sensazione senza provarla.... Allora quando l'altra sera il maggiore Hubert Elia mi lesse certi suoi bellissimi versi intitolati: «La Migiurtina»....

--Ah! vedi che c'entra la letteratura!--esclamò l'amico.

--.... questo rimpianto, questo desiderio retrospettivo, si acuì fino alla sofferenza.

«Chi t'ha foggiato in questa forma pura Di bronzo antico, figlia del deserto? Quale artefice l'agile cintura Ti assottigliò con lo scalpello esperto?...»

citò Manlio, fervido e fremente.

--Ah sì, sì! bellissimo,--mormorò l'amico, che non amava la poesia.

«Ma tu sei tutta caldo bronzo aurato....».

--Di chi parli?--interruppe l'amico.

--Ti dirò. Questa specie di nostalgìa vaga, questo desiderio fluttuante e indefinito, da ieri si è fissato su un essere vivo e tangibile, ha preso forma materiale e umana....

--La forma di chi?--chiese l'amico.

--Stasera vedrai!--pronunciò Manlio misteriosamente (anche per mantenere tesa l'attenzione del lettore).--Vieni con me all'Alhambra. Trovati sulla porta alle nove precise.

E l'amico, il quale, s'intende, non ha mai nulla da fare per conto suo, accettò.

PARTE TERZA

(Il lettore dirà:--Il tipografo ha sbagliato. Qui doveva esserci la «Parte Seconda» non la terza.

Invece no. Poichè la letteratura d'oggi esige qualcosa d'inatteso e d'originale, io ho escogitato questo modo di stupire il lettore.

_L'inversione!_ Fargli leggere prima la fine della mia opera--Parte Terza--e poi la continuazione--Parte Seconda. Basta questo semplicissimo mezzo per generare nella sua mente quella confusione necessaria a convincerlo che si trova di fronte a un capolavoro.

Dunque ecco la fine del mio racconto).

Dopo questo trasecolante avvenimento.... (il lettore non sa di quale avvenimento si tratti, ma appunto in questo sta l'interessante) si sparse per la città sul conto di Manlio una dicerìa macabra e misteriosa.

Donde nacque?... Chi l'originò?... Mistero. Ma il nefando sospetto serpeggiò, subdolo, da casa a casa, da ristorante a caffè, da strada a piazza. E un giorno tutti lo sapevano, tutti lo dicevano. Manlio De Luca aveva ucciso sua moglie!

--Ma perchè, perchè l'avrebbe egli uccisa?--gridava l'amico (di cui oggi la missione era di saperne meno di tutti gli altri), perchè?--E battendo coi pugni sul tavolino di marmo del Caffè più frequentato, urlava:--Perchè?

--Perchè Manlio è un poeta, e quindi un degenerato,--diceva l'uno.

--Ma se voi stessi,--ribattè l'amico,--ma se voi tutti avete sempre detto di Manlio che non era che un mezzo poeta. Quindi non poteva essere che un mezzo degenerato. E per uccidere la moglie bisogna essere un degenerato completo.

Su questo punto si fu d'accordo. Ma un altro suggerì:

--L'avrà uccisa perchè aveva quarant'anni ed era grassa.

--Ma lui ne ha quarantotto!--gridò sdegnato l'amico.--E se la signora Clotilde era grassa, non era più facile farle fare la cura Guelpa (Digiuno e Purga, Quintieri L. 3.50) che ammazzarla?

Vi fu un breve silenzio. Poi qualcuno disse:

--L'avrà uccisa perchè ella lo amava troppo.

--Mio Dio!--fece l'amico, abbassando le palpebre e inarcando le sopracciglia,--se dovessimo uccidere tutte le donne che ci amano troppo!...

--Eh.... già!--sospirarono tutti. E tutti abbassarono gli occhi e inarcarono le sopracciglia con un'aria di rassegnazione e di lieve stanchezza. E chi aveva i baffi se li arricciò.

--Non ha ucciso! No! Non ha ucciso!--gridò l'amico, alzandosi in piedi pallido e fremente.

E poichè tutti lo guardavano, egli per non diminuire l'effetto di quel momento drammatico, si calcò in testa il cappello, e cupo, a lunghi passi, colle spalle curve, lasciò il Caffè, dimenticando di pagare la consumazione.

E Manlio? Aveva egli davvero ucciso sua moglie? E se non l'aveva uccisa dove la teneva?

Da oltre due mesi nessuno aveva più veduto la signora Clotilde. È vero che la sua suocera, e anche qualcuna tra le sue amiche più intime, avevano ricevuto qualche biglietto da lei, o che almeno parevano scritti dalla sua mano. In queste brevi comunicazioni ella diceva:

«_Non state in pensiero per me.... Sto bene.... Mi rivedrete un giorno...._».

Ma questi oscuri messaggi non facevano che accrescere vieppiù i sospetti.

E intorno a Manlio, divenuto cupo, evasivo, impenetrabile, si addensò la fosca nube del sospetto.

E qui possiamo tornare indietro alla

PARTE SECONDA