Part 2
_Poichè oggi tu non vieni, andrò alle corse con Clerici e Giorgio di Vallefuoco. Stasera Silvestri mi conduce a udire le poesie indiane del Tagore. Tu sai che cosa è per me la poesia!..._
_In ispecie quella indiana._
_Sempre tua!_
(LUI)
La statuetta non mi riesce. Il viso pare velato da non so quale mestizia; sulle labbra non vi è più un riso ma un «rictus», e le occhiaie sono piene d'ombra. Forse, dopo tutto, ci vorrà una modella.
. . . . . . .
Viviana fu oggi da me per pochi istanti. Era strana. Mi fissava con uno sguardo di fuoco e un sorriso di gelo. Mi disse che Clerici era di fuori in automobile. D'improvviso mi ha domandato:
--Per quanto tempo m'amerai?
Io risi.
--Hai forse qualcuno che aspetta il suo turno?...
--Rispondi!--fece lei colle labbra strette.
Allora le presi le due mani:
--Per sempre.
--Uh, che orrore!--esclamò con una risata cinica.--Non voglio. Voglio essere amata per poco tempo.
--Perchè? perchè?
--Perchè.... le cose lunghe diventano serpi!--mi disse lei.
E mi lasciò.
Più conosco le donne e meno le comprendo.
(LEI)
Sincera! Volevo essere sincera con lui. Ma qual'è la donna che può essere sincera con un uomo?
È nostro destino mentire, mentire sempre. Mentire all'uomo, per non perderlo, quando non lo si ama.... Mentire, mentire mille volte di più, per non perderlo, quando lo si ama!
Se ad Andrea io svelassi tutto il mio cuore, se gli gridassi sul viso:--Ti amo! Ti amo! Non posso più vivere così.... Portami via, tienimi con te per sempre!... oppure, dammi la morte! Fa ch'io piombi dal tuo abbraccio nel Nulla!--egli mi guarderebbe stupito con quei begli occhi tranquilli e profondi, e penserebbe con un lieve senso di noia e di stanchezza:--Mio Dio! Come è eccessiva ed esaltata questa donna!
Non è così fatto il cuore degli uomini? L'eccessiva passione, l'esaltazione del desiderio, la dedizione completa, invece di avvincerli li allontana.
_Mio caro_,
_Impossibile vederti questa sera. Vado al Regio con Oldofredi a udire il concerto di musica boema. Tu sai quanto adoro la musica.... in ispecie quella boema._
_Addio._
_Viviana._
_A meno che ciò ti dispiaccia?..._
(LUI)
Strano questo bisogno che hanno le donne di correre di qua e di là coll'uno e coll'altro....
Probabilmente se io la pregassi di non andare, mi troverebbe geloso e tirannico e mi prenderebbe in odio.
_Amor mio_,
_Nulla di ciò che a te piace può dispiacere a me._
_Andrea._
(LEI)
No. Nel cuore della donna l'amore non è la gioia: è lo strazio, è lo struggimento, è una fosca e frenetica disperazione senza ragione e senza rimedio.
Non c'era concerto al Regio iersera. Egli avrebbe potuto accertarsene, guardando il giornale. Poteva telefonarmi; accorrere, protestare, pregare; poteva rimproverarmi, ingiuriarmi, insultarmi.
Niente! Si è rassegnato. Come la sua statua, la sua aborrita e orrenda statua: «la Rassegnazione che sorride al Dolore».
Io odio la Rassegnazione. Odio la gente che si rassegna. Odio le statue. Odio tutto.
(LUI)
Il modello in creta di «Gioia» è terminato. È indubbiamente ciò che di meglio ho fatto finora.
Melzi mi fa osservare che dico sempre questo di ogni mio lavoro più recente.
Sarà così.
Tuttavia «Gioia» mi sembra senza contestazione il mio capolavoro.
Viviana ne sarà felice.
(LEI)
Vorrei morire! morire subito, fulminata ai suoi piedi! Non posso più vivere, non posso più mentire. Non posso più sorridere colla Tigre che mi sbrana e mi dilania. Non penso più che alla morte, al silenzio, alla pace, all'oblio.
Esco sul balcone e guardo il fiume che scorre calmo e lucente sotto alle mie finestre. Perchè non correrei fuori nel grigio crepuscolo e mi lascerei scivolare giù in quell'argentea profondità? Dopo un breve attimo di terrore, di soffocazione, di disperata lotta, calerei lentamente al fondo, e vi giacerei immobile, calma e placata, colla fronte al cielo.... E le tranquille acque mi scorrerebbero sul viso.
Oh, dolce giacere immobile e supina sotto quel liquido e mobile frescore! oh, dolce sentire l'acqua scorrere sopra il mio viso!...
Perchè non morire?... O allora.... dirgli tutto?
(LUI)
Ho deciso di concorrere per la Fontana Monumentale di Piazza Solferino.
(LEI)
Gli ho detto tutto. Tutto!
Gli ho detto:--T'amo troppo. Soffro troppo. Voglio lasciarti.
--Ma perchè soffri? Non t'amo forse? non t'amo?--mi chiedeva lui smarrito.
--Sì, sì! m'ami!--E gli accarezzavo i capelli, mentre dentro la tigre mi lacerava e mi sbranava.
Allora egli mi è caduto ai piedi.--Dimmi che cosa debbo fare! Che cosa vuoi che faccia? Io non ti capisco. Non so perchè soffri, non so perchè dici che ti rendo infelice.
--Non lo so neppur io,--risposi singhiozzando.
Allora egli mi chiuse tra le braccia come fossi una bambina.--Vuoi che lasciamo tutto? Vuoi venir via con me? Vuoi?... Vuoi che si vada lontano dove nessuno ci conosce a vivere insieme per sempre?
. . . . . . .
Mio Dio, mio Dio! Vi ringrazio.
Partire con lui!... Andare lontano, dove nessuno ci conosce! Vivere insieme!... per sempre!...
La tigre è morta.
(LUI)
«Alea jacta est». Partirò con lei.
Sarà quel che sarà.
MAGGIO
(LEI)
Come sono felice! Come sono felice!
Forse non è tanto il pensiero della fuga con lui, della vita con lui, che mi esalta, ma il fatto _ch'egli lo voglia_.
Una immensa tranquillità, una pace blanda è scesa sulla mia anima e quasi non riesco a comprendere e a ricordare le turbolenti angoscie dei giorni passati. Perchè soffrivo tanto? Non lo so più.
Oldofredi, il pittore, è venuto a trovarmi oggi e mi ha guardata stranamente.--Che cosa avete?--mi ha chiesto.--Come siete translucente e raggiante!--Indi ha soggiunto:--E perchè non lavorate? Perchè non scrivete più?... Badate che l'ingegno non è un dono, ma una responsabilità. L'ingegno è un debito da pagare, è un dovere da compiere; non è un fiore da puntarsi nei capelli!
Io sospirai.--Lo so, lo so; ma che volete? Una donna non può scrivere se non è innamorata. E quando è innamorata.... non può scrivere!
--Forse è vero,--disse Oldofredi colla sua voce un po' cavernosa.--Ma vi è un momento, momento fugace, effimero, evanescente, tra un amore che sta per tramontare e un amore che sta per nascere, in cui può fiorire il capolavoro. State in attesa, o Viviana! di quel momento fatale e vitale. E non lasciatelo passare invano.
Rimettermi a scrivere? Creare un capolavoro? Ah, lo vorrei!
È vero.--L'ingegno non è un fiore da puntarsi nei capelli!...
(LUI)
Più ci penso e più mi afferra la febbre della partenza, mi appassiona l'idea di lasciare dietro di me il passato, e slanciarmi nell'avvenire. Ciò che da principio mi spaventava, mi pareva una follia quasi colpevole, quasi imperdonabile, mi sembra ora l'unica cosa giusta e grande e felice ch'io abbia concepito mai, ch'io possa realizzare mai.
E perchè no? Sono un artista, dunque sono libero. Dovunque io vada porto le mie due mani con me; porto con me i miei occhi e la mia anima; e porto con me Viviana, ispirata e ispiratrice.
Partire! partire con lei! Ricominciare la vita in un paese nuovo, ignoto, vasto, generoso; lavorare, sostenuto dal meraviglioso amore di quella creatura meravigliosa!
(LEI)
Partire!... Esiliarsi!... Lasciare l'Italia e tutto ciò che l'Italia rappresenta per me! La luce.... l'incanto.... l'ispirazione!...
Questo pensiero talvolta mi spaventa.
(LUI)
Giro per questa città come un allucinato.... o come un dio: già rimoto, già staccato da tutto e da tutti.
Come mi sembrano poveri e pietosi quelli che restano qui, in questo ambiente ristretto, sordido, meschino, dove ogni giorno s'incontrano le medesime persone, i medesimi pregiudizi, le medesime piccole amicizie e piccole ostilità. Tra un mese sarò lontano da tutto ciò. Lontano!...
E tutte le acque dell'Atlantico scorreranno tra me e questi pallidi giorni del passato!
(LEI)
Da due giorni non vedo Andrea. Lavora febbrilmente alla sua statua, o corre in qua e in là preparandosi alla partenza.
Fui stamane nello studio di Oldofredi che s'apre su un grande giardino soleggiato.
Ne esco ebbra di colori. Donne azzurre e donne arancine, donne drappeggiate e donne ignude, donne sdraiate e donne ritte, donne vaganti per lunghi misteriosi corridoi o danzanti all'aperto sotto cieli verdastri punteggiati di lucciole.... Quanta fantasia, quanta stranezza, quanta suggestiva ambiguità in quest'arte!
Già, l'Arte!... In fondo, come dice Oldofredi, non c'è altro di bello al mondo. L'Arte! figlia del Sogno, sorella dell'Amore!...
(LUI)
Oggi ho detto a mia madre e a mio fratello che partivo. La loro disperazione è indescrivibile. Sembrano annientati, terrorizzati.
--Che cosa faremo?--piangeva mia madre,--io vecchia, lui malato, senza di te?
Sono fuggito. Mi pareva d'essere un carnefice.
(LEI)
Ho voglia di lavorare; di scrivere un nuovo libro.
Che sia questo il momento fatidico pronosticato da Oldofredi? Ma quale sarebbe «l'amore che tramonta», e quale «l'amore che nasce»?
.... Pensiamo al capolavoro.
In un libro ciò che conta soprattutto sono due cose: il titolo--e la fine.
La fine è subito trovata. _Lui_ la abbandona, e _lei_ muore. (Non è forse freschissimo ma è sempre bello).
Ma il titolo? È cosa più ardua.
Inviterò tutti i miei amici per venerdì sera: farò servire il thê à la russe; del caffè fortissimo; del vino di coca, e delle pillole di fosforo. E tutti dovranno aiutarmi a trovare un titolo, un titolo strano, strabiliante, per il mio nuovo libro. Lo dirò anche ad Andrea, sebbene non abbia molta fantasia.
_Andrea_,
_Ti aspetto domani sera, senza fallo!_
_Viviana._
(LUI)
Questa sera l'ho udita ridere come nei primi giorni in cui la conoscevo. Veramente non rideva con me. Io andavo da lei credendo di trovarla sola, ma il salotto era pieno di gente.
Mi accolse festosa salutandomi da lontano colla mano alzata e il sorriso raggiante.
--Oh.... Andrea Galeazzi! Che piacere!...
In quell'istante mi parve che tutte le acque dell'Atlantico scorressero tra me e lei.
GIUGNO
(LEI)
_Carissimo Andrea_,
_Ma come puoi pensare ch'io voglia rinunciare al nostro progetto? Mi credi dunque incostante e leggera? frivola e senza cuore?_
_È perfettamente vero che i Laforêt mi hanno invitata a passare l'estate nel loro castello di Revoire. Ma non per un istante ho pensato ad accettare l'invito._
_Il mio pensiero è con te; lo sai._
_Viviana._
P. S. _Mi pare che di tutti i titoli suggeriti l'altra sera, «Narciso» è quello che mi piace di più. Anche «Pervertimenti» non sarebbe male...._
_Tu, che ne dici?_
_Oldofredi mi ha promesso le illustrazioni._
(LUI)
La statua è finita.
Tutto è pronto.
Agli amici più intimi ho già detto addio.
Il mio cuore è in tumulto.
(LEI)
_Perdonami, Andrea! Perdonami!_
_Non parto. No. Non posso partire con te. Sarebbe la peggiore delle follie, sarebbe la più atroce delle crudeltà._
_Pensa, pensa quanto saremmo infelici._
_Sì: dopo un anno, dopo due anni--forse anche prima--pensa quanto soffriremmo tu ed io. Tu più di me!... O io più di te!... Non lo so._
_So che verrebbe presto tra noi l'ora atroce del rimpianto e dei rimproveri._
_Oggi ci sembra che l'esistenza intera non basterebbe alla nostra sete d'amore. Oggi, che tutto ci separa, che non possiamo mai saziarci l'uno dell'altro, mai guardarci abbastanza, mai parlarci abbastanza, ecco, ci irrompono dal cuore, ci fioriscono sulle labbra le grandi parole enfatiche di tutti gli amanti: la Lontananza!... l'Isolamento!... l'Eternità!..._
_Ma quando fossimo isolati, quando fossimo lontano, quando--dissetati e placati--ci trovassimo soli di fronte l'uno all'altra nella perpetua solitudine accoppiata degli amanti che vivono fuori della legge.... credi tu che non ne soffriremmo?_
_Tu forse non lo credi. Ma io lo so._
_Quando tu, per amor mio, avessi lasciato dietro di te tutto ciò che ti fu caro, tutto ciò che ha formato fino ad oggi la tua esistenza: tua madre, tuo fratello, i tuoi amici, i tuoi impegni, i tuoi doveri,--ne avresti rammarico e rimpianto._
_E quanto a me?... Oh, Andrea, io non sono che una piccola anima meschina; sono come tutte le donne--o quasi tutte--che, pur anelando alla vietata gioia vogliono anche la decorosa rispettabilità; che pur non volendo rinunciare al piacere, non intendono derogare dalle convenienze; che vogliono la passione ma non lo scandalo; che vogliono l'abbraccio degli uomini ma anche il saluto delle donne...._
_Tu mi odierai; tu mi disprezzerai! E avrai ragione._
_Ebbene, disprezzami, odiami, ma non soffrire. Non voglio, non voglio che tu soffra per me. Non lo valgo, non lo merito._
_Io ti ho sempre mentito. Io ti scrivevo delle lettere tristi quando ero gioiosa, ti scrivevo delle lettere gioiose quando ero triste; e anche ora, ora che vorrei essere così sincera con te, forse.... non lo sono._
_Forse la verità è un'altra._
_Non lo so. So che tu non devi, che tu non devi soffrire per me._
_Andrea, Andrea! Dimmi che non soffri._
_Viviana._
(LUI)
_Non importa se io soffro. Segui la tua strada._
_Quanto a me non affliggerti. Anche prima di conoscerti ero triste._
_Addio._
LUGLIO
(LEI)
È finito. Finito!
Quando penso a lui, solo laggiù, nel suo studio tetro e desolato, mi sento morire.
Perchè l'ho amato? Perchè ho sofferto? Perchè l'ho lasciato?...
Non so. Non capisco il mio cuore.
Parto domani per Castel Révoire; con Flavia.
Viene anche Oldofredi.
(LUI)
Quanto vano gioire e vano soffrire! Ecco: torno qual'ero; torno alle mie silenziose creature.
E di tutto questo turbine di voluttà e d'angoscia, di tutta questa bufera che è passata sul mio cuore, che cosa resta?
. . . . . . .
Resta una statua intitolata: «_Gioia_».
II.
Notte di Vigilia
Un invito da Bérangère! Dopo un anno di silenzio. Stupita rileggo il biglietto postale:
«Diletta Annie,
So che sei in Isvizzera. Dove passi il Natale? Perchè non a Montreux, colla tua sempre affezionata amica
Bérangère?».
Io ripasso mentalmente la lista delle diverse persone con cui ho promesso di passare quest'anno il Natale: con Jack a Dublino; con Maman a Nervi; con Vivien a Glasgow; con Barbara a Torino; con Silvia a Roma; con O'Kelly a Parigi.... Secondo una mia abitudine, nei momenti d'incertezza faccio saltare in aria un soldo perchè decida della mia sorte: se è testa--Bérangère; se è croce, no.
Il soldo balza, gira e cade. È croce. Dunque è esclusa Bérangère. Ma allora, rifletto io, chi prescegliere tra tutti gli altri a cui ho promesso?... Ritentiamo la sorte!
Stavolta è testa. Dunque Bérangère.
Ed io le scrivo:
«Cara Bérangère,
Aspettami nel pomeriggio della Vigilia.
Tua Annie»
Chiusa la lettera, mi si affaccia un dubbio: Bérangère Tarnier? Era fidanzata un anno fa al conte Lucien de Lussain-Maldé di Château-Mirval; poi non ne ho più saputo nulla. Sfumate le nozze? o smarrito il _faire-part_?
Mi decido a indirizzare: «Bérangère Tarnier, Montreux»; e il mattino del 24 dicembre salgo nel treno Berne-Genève con gente di ogni paese e d'ogni colore, politico e fisico. Di fronte a me un grande e magnifico Bey egiziano guarda con cupi occhi sfilare il paesaggio da cartolina illustrata, sognando certo le sue pianure torride, i suoi deserti sabbiosi, la sua gente oppressa dal ferreo pugno britannico.... Accanto a lui un uomo biondo, ancor giovane, di cui i tragici occhi azzurri hanno scandagliato le profondità ultime del dolore; lo riconosco: è Von Hindenburg, nipote del chiodato Feld-Maresciallo. Presso a lui, rosea e ridente sotto al grande cappello nero, Mary Snowden, la propagandista del Labour-party inglese, la bionda Amazzone degli operai. Nell'angolo di fronte a me due giapponesi, a cui io mi sentirei tentata di dire: «_Anatanohà Taxan Kiri!_» in purissimo nippone; ma me ne astengo perchè non so più che cosa voglia dire. Alla mia destra, biondo-ricciuta come l'immortale suo fratello, la sorella di Paderewski mi saluta con affetto.
E il treno corre....
Qui ci starebbe un po' di descrizione di paesaggio svizzero sotto la neve; ma le descrizioni di paesaggio si possono trovare in molti libri scritti da altri autori.
Quindi salto subito, come in un viaggio cinematografico, alla stazione di Montreux; ed ecco anche Bérangère, sorridente e soave, che dalla piattaforma mi saluta sventolando il fazzoletto di seta rossa. (È sempre stata un poco socialista, Bérangère!).
--Prenderemo il thè qui nell'Eden Palace,--dice, traendomi verso un Grand Hôtel vicino alla stazione.--Dopo, verrai a casa mia.
Quando siamo nell'Hall, installate in due grandi poltrone, le chiedo:
--Parlo con mademoiselle Tarnier o con madame la comtesse de Lussain-Maldé?
Ella, senza rispondermi, si slancia in una poetica dissertazione sul Natale; sul mistico significato della Vigilia di Natale, del giorno di Natale, della notte di Natale.... Indi improvvisamente mi chiede:
--Tu, come hai passato la notte della Vigilia, l'anno scorso?
Io riordino rapidamente i miei pensieri; poi rispondo:--Nascosta in una casa di Londra con cinque o sei Sinn Feiners evasi dalle carceri irlandesi. E tu?
Bérangère nervosamente gira e rigira entro le mani il suo fazzoletto rosso e ne fa qualche cosa che somiglia a un topo, con coda e orecchie; poi lo fa saltare da una mano all'altra.
--Io?...--dice, come per guadagnar tempo;--Ah! Io!...--E improvvisamente si chiude il viso nelle mani.
Vi è nella sua voce un'espressione che non comprendo. Orrore? Estasi? Disperazione? Non so.
--Dimmi,--le ordino, colla tazza di thè in mano, mentre di fuori nel crepuscolo....
(Qui leggere due pagine di un altro autore).
--Ebbene,--dice Bérangère,--ascolta.
--Ero venuta a passare un mese dalla zia Clotilde qui sopra, a Glion, dovendo poi raggiungere per le feste natalizie la famiglia del mio fidanzato a Ginevra. La sera della Vigilia vi doveva essere da loro a Château-Mirval un pranzo di famiglia seguìto da un grande ricevimento per partecipare al mondo che l'erede dei Lussain-Maldé si fidanzava.... a me. Da Parigi era annunciato, per l'occasione, l'arrivo di parenti milionari che portavano in dono a lui una Peugeot 40 HP., e a me una collana di perle con sessantotto gemme scelte. Tutta la festa doveva rivestire un carattere di grande etichetta e solennità.
Fu deciso ch'io lascerei Glion, accompagnata dalla zia, alle due del pomeriggio, arrivando a Ginevra verso le quattro. Indi, thè di gala; pranzo intimo; ricevimento fastoso.
Il giorno 23 mandammo a Ginevra bauli e valigie; il 24, alle due, uscimmo dall'albergo e ci avviammo alla stazione della funicolare per scendere a Montreux.
Ed ecco che sulla strada nevosa e ghiacciata mia zia scivola, cade, si sloga un piede.
Agitato ritorno tra le braccia del portiere all'Hôtel! affannati telefonamenti al dottore di Montreux--assente! a quello di Territet--presente ed accorrente. Compresse d'acqua vegeto-minerale. Altri telefonamenti ai de Lussain-Maldé, Château-Mirval, Ginevra. «Verrò, io sola, col prossimo treno. Arrivederci stasera alle 21,10». Disperate proteste dall'altra estremità del telefono. Laceranti gemiti dal letto di zia Clotilde. Nuove compresse d'acqua vegeto-minerale. Tristi riflessioni: niente thè di gala! niente pranzo intimo! Unico conforto: arriverò a tempo per il fastoso ricevimento.
Difatti alle 17,50, avviluppata in fluttuanti veli da viaggio, scendevo nella neve e la nebbia alla Funicolare Glion-Montreux; alle 18 e 20 m'aggiravo quaggiù nella stazione di Montreux con quaranta minuti da aspettare. Era buio; faceva freddo; la sala d'aspetto era lugubre e deserta. Nessuno viaggiava in questa serata. Pensai al pranzo di famiglia--tavola risplendente, visi sorridenti, vini spumeggianti, discorsi augurali, ed io, a fianco di Lucien, eroina di tutti i festeggiamenti.... Un'irrefrenabile tristezza mi morse il cuore e mi riempì gli occhi di lagrime. Ma subito il pensiero di arrivare in casa de Lussain cogli occhi gonfi, frenò il mio pianto, e decisi di andare nella _Salle de Toilette_ a dare un ultimo ritocco ai miei capelli ondulati, un soffio di cipria alle mie guancie.... Quest'idea mi confortò.
M'avviai per il vasto andito deserto, percorsi un altro lungo corridoio ed arrivai davanti all'uscio della «_Toilette pour Dames. (Luxe). 50 centimes_». Girai la maniglia ed entrai.
La custode aveva già lo scialle in testa per partire e stava riponendo in un armadietto il «luxe», costituito da un pacco di forcelline, una scatola di cipria e una saponetta rosa. Parve contrariata dal mio arrivo.
--Capirà,--mormorò,--è la Vigilia. I bambini aspettano ch'io vada ad accendere l'albero di Natale.