Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 9
Io rimasi immobile in quel mio canto mentre durò quella nuova commedia. Ma non sorrisi, perchè non ne avevo la forza, e perchè in tutto lo spettacolo, il ridicolo era di gran lunga vinto dall'osceno e dall'atroce. Intanto era già notte ferma, ed alcune delle più malconce fra quelle dolorose, già si andavano posando in su i letticelli, dico a due a due e insino a tre a tre per letticello; mezzo spogliandosi quei cenci ch'avevano indosso e mezzo no, e ricoprendosi malamente con qualche altro straccio. Ed io, che avrei mille volte tolto di giacermi tutta la notte in terra più tosto che di contaminarmi di tutte le brutture onde quei lettucciacci parevano ed erano veramente ripieni, nondimeno, non ne potendo più dalla fiera umidità di quello smalto e del muro ov'ero appoggiata, che quasi tutto grondava gocciole freddissime, feci una gran prova di levarmi in piedi, e d'accostarmi a un letticciuolo che m'era più da presso, nel quale mi parve che ci dovesse poter esser luogo per me non vedendovi su che una sola di quelle tribolate. Balzò colei dal lettuccio, come se la tarantola l'avesse morsa, e balzando, mise un tale spaventevole grido e così storse gli occhi e così aprì le fauci, che quando lessi d'Aletto, del cui fischio spaurì tutta Italia, prestai sempre a questa furia il gesto e la sembianza di colei.
Accorsero al terribile segno le tre fattucchiere, alle quali quella loro ancella del grido fece palese ch'io voleva coricarmi nei loro letti senza pagare. Allora la graziosa badessa, come sforzandosi d'inchinare al benigno quella sua cera ferina:
Povera la mia ragazza, mi disse; tu non sai ancora bene le nostre costumanze. Sappi, dunque, che la Madonna non somministra letto nè altro, ma, come già mi pareva di averti detto, quindici once di pane e cinque grani il giorno; e tu hai già avuto tutto per oggi; e vedi che non è poco; e si può dire che non ti spettava, che quando ci sei venuta era valico di molto il mezzodì: ma io non ho mai avuto il mal dello stitico. Il pane, ch'era del buono, credo l'avrai già mangiato, che non se ne vede orlicciuzzo di residuo. E se dei cinque ottimi grani ch'io t'ho annoverati, tu ne hai voluto far limosina, per rimedio forse dell'anima tua e de' tuoi parenti, tu ben facesti, nè io te ne saprei dare altro che lode. Ma per istanotte tu non ti ci coricherai. Perchè il posto del letto costa tre grani per notte; e tu al certo non li hai. O li avresti per disgrazia?... ed allora ti ci potresti coricare.
Io non li ho, rispos'io con un fremito di sì ferale rabbia, ch'io non avrei mai creduto che tanta me ne potesse scoppiare dal cuore, che fu pure albergo perenne di umanità e di dolcezza. E guardandomi come forsennata le mani e le dita e l'ugne, tutte convulsivamente rattratte, se mai bastassero a fendermi il petto e squarciarmi le viscere e porre una volta in terra queste membra, e pure vedendo che non bastavano, con ambo i pugni stretti mi percossi disperatamente la fronte, di sorte che la pezzuola di seta, di cui quell'angelo di suora Geltrude me l'aveva fasciata, si sollevò e cadde in terra, ancora annodata a tondo come un piccolo turbante. Immantinente la raccolse la badessa, e sciogliendola e gualcendola e poi sciorinandola verso la lucerna:
Or vedi, mi disse, e' ci saria pure il modo che tu non passassi una così fiera notte, com'è quella che ti s'apparecchia. Questa pezzuola come già tu déi conoscere, vale meno che nulla, e se tu la vedi tesa avanti il lume, vedrai come ride tutta. E nondimeno io, per fartene servigio, la torrei pe' cinque grani; e ti migliorerei di tre grani, perchè veramente la non vale più di due. E pure mi peggiorerei di tre grani per non vederti morire stanotte su la nuda terra. Tu poi dei cinque grani ne daresti tre a me, che con le mie suore do a nolo questi letti, per non vedervi patire; e Dio sa se ce ne disertiamo: dormiresti accanto a questa mia ancella, che ora mi ha chiamata, e, per giunta, ti rimarresti ricca degli altri due grani.
E mentre mi diceva queste parole con assai ungimento, e come se non avesse avvertita la mia orribile disperazione, stendeva la mano quasi per porgermi il fazzoletto, e come veramente pentita della troppo larga profferta. Io, già tutta indolenzita la persona per la mortale umidità di quel suolo, già stracca e rifinita dal digiuno, e più dalle orrende afflizioni della giornata, non potendo più tenere il capo levato, che già la tomba e le streghe e la lucerna cominciavano a vacillarmi e rotearmi intorno, ebbi appena la forza di spingere un tal sì fuori della bocca, che la strega stette un momento sopra di se, incerta della mia deliberazione. Poi, vedendo ch'io, già barcollando, cercava il tettuccio a tentoni, quella sua fida ancella, sostenendomi alcun poco il fianco, mi v'accompagnò; e mi vi compose su alla meglio così come stavo, senza spogliarmi, ed ella medesima mi vi s'appiattò allato. Le vecchiarde disparvero col fazzoletto, non si ricordando, come il dì seguente me n'addiedi, di darmi i due grani. Ed io, guardando fiso il moribondo lume della lucerna, perchè non mi avanzava nè pure la forza di distorne gli occhi addolorati, li chiusi finalmente al morire di quello, come s'io mi morissi anch'io; e chiudendoli mi parve che, da che avevo veduta l'ultima volta suora Geltrude, io avessi camminati dieci lunghi anni di sciagure.
XXXVIII.
Non fu sonno quello ch'io dormii, ma una certa sonnolenza o litargia di relassamento. E quale sonnolenza! Il volgo ha sempre sulle labbra mille dettati e proverbii, che accennano di felicità sognate da infelici. Ma io credo e so per esperienza che lo sventurato sogna sventure; e che il fato, insieme col vero bene, gli dinega anche il finto.
L'ora ch'io giacqui risupina su quel duro paglione, io non sognai già gli accidenti della giornata, come il più delle volte interviene. Ma non è in questo vero mondo che ci è dintorno, o in quell'altro che ha vita solo nella fantasia degli uomini, nessuna o cosa o ombra, o brutta o terribile, ch'io non sognassi quella notte. Cadaveri, becchini, feretri, mortori, sepolture, scheletri che mi minacciavano, e, volendo io gridare, m'imponevano silenzio accostando l'ossa del dito al cavo del teschio, assassini coi pugnali nudi che m'erano sopra e già mi sgozzavano, l'oceano furibondo in una notte caliginosa ed io sola sur un battello e intorno a me mare e cielo da per tutto. Mi fu veduta alla fine una larva squallidissima, ed avea le sembianze della massima fra le tre maliarde. Mi s'appressava lenta e minacciosa da prima, ma quando mi fu vicino, aprì la bocca per mordermi. Gli occhi si fecero fuoco e le uscirono della fronte, ed ella ingigantendo, toccò la volta col capo che ripercosso tornò sul mio. Ed io volli gridare e non potevo, e mi destai; e mi trovai sulla fronte il pugno della fida ancella che mi dormiva a fianco.
Tu non ci lascerai dormire persona stanotte, mi disse l'ancella, con cotesto tuo sordo gemito; che m'hai già rotto il capo. E se vuoi piangere, piangi il giorno, e la notte farai bene a farci dormire.
E levandosi a sedere sul letto, io non so donde si togliesse quegli arnesi: ch'io le vidi, a una sola percossa di fucile, trarre il fuoco della pietra, e accenderne l'esca e il zolfino, ed all'ultimo un piccolo moccolino, che appiccò così com'era acceso all'estremità del trespolo che le sporgeva da capo, e vi ripose accanto gli altri arnesi. Come più tosto ci si potè vedere, mi fece un gran cipiglio adirato, e sollevando quello straccio che le serviva di coltre, vi si asciugò il pugno bagnato del freddissimo sudore onde tutta la fronte mi gocciolava. Di poi scese nuda del letto, e grattandosi, anzi graffiandosi per tutta la persona in un certo modo assai sconcio e plebeo, si gittò in dosso quello straccio; e tolto di sotto il letto, ove, si vede, lo aveva preparato, un bicchieruolo di vetro tutto rotto agli orli, nel cui fondo aveva qualche gocciolo d'olio, andò a rifornire ed a riaccendere la lucerna.
Poscia che il mortifero incubo o la villana percossa della donna m'ebbero destata, io non potetti più chiudere le palpebre. L'ancella mi si ricoricò allato tuttavia borbottando; e il suo borbottío, e il passeggiare che facevano la grotta e i letti topi grossissimi, piattoloni e lucertole verminare, e lo scrosciare dell'acqua che veniva giù a furia dalle grondaie prossime al finestrucolo di quella prigione per una gran pioggia che s'era messa, mi tennero desta tutto il rimanente della notte.
Non andò guari che un raggio di luce si fu messo per quel foro ingraticolato di ferro, e cominciò a farmi la rete sul lettuccio. Questo raggio di luce non m'arrecò speranza e salute, come il dì dinanzi; ma disperazione e languore di morte. Versai qualche altra lacrima, ma presto mi racchetai per debolezza estrema. Fino che non vidi la luce del dì, non avendo tocco nulla di cibo da trentasei ore, sentii qualche stimolo di fame. Ma il primo raggio che mi ferì gli occhi, m'estinse quello stimolo, e non mi conoscendo più la forza di alzare un solo dito, nè avendo nessuna cagione di sperare la mia liberazione, mi risolsi di morirmi di fame. Ed avendo non una volta udito dire, che chi si muore o di sua mano o per qualunque altra operazione della sua propria volontà, cade fra le bocche di Lucifero per giudizio inesorabile di Dio, che non consente che l'uomo repugni all'ordinamento di Lui quando per suoi imperscrutabili fini destina alcun mortale a una lunga agonia su questa terra; ne prendevo un grande spavento. E nondimeno, acquetandomi nella mia assoluta impossibilità di poter vivere in quelle eterne tenebre, fra quelle anime già in vita dannate, mi parve finalmente che niente di peggio io avrei potuto mai trovare nel vero inferno. E parte, non troppo buona loica, ignorando che non si può volere e pentere al tempo stesso, mi confortavo di poter ottenere già prima di morire il perdono da Dio della mia morte. E raccolte tutte le forze dell'anima mia nel profondo di me stessa, e volta la mente a Dio, lo pregai con ferventi preci a rivolgere un istante sopra di me il suo divino sguardo, ed a considerare se non gli paresse che il calice della mia passione fosse già consumato. E perdonando con intensa volontà a chiunque mi avesse fatto male sulla terra, ed a' miei ignoti genitori, ed alle balie, ed alla donna di Sant'Anastasia, ed a donna Mariantonia, ed al duca; di tutti i sentimenti amari ch'io conservava nel cuore contro agli uomini feci olocausto a Dio in redenzione di quel peccato nel quale avevo a cadere. E pregandolo, alla fine, ad aver misericordia dell'anima mia, ed a riguardare con giusti occhi quella mia operazione, compostami con gravosa pena sul letticciuolo, tutta mi disposi ad attendervi la morte, che non mi pareva troppo lontana, tanto mi sentivo esausta e rifinita.
XXXIX.
In questo mezzo l'ancella, levatasi, andò a letto per letto gridando in capo a quelle malarrivate, che si levassero. Ma in capo a me gridò indarno. Io a gran fatica la udii, e per nulla non mi curai della sua intimazione.
Erano, credo, le quindici ore, quando sopravvenne la badessa con le due suore del dì dinanzi, ed altre suore assai; e tutte, ai vaghi lineamenti dei loro volti, pareva che si rendessero l'aria l'une all'altre maravigliosamente. Mi si posero tutte a considerare; e veduto ch'io m'incamminava a gran passi per quella via che tutti dobbiamo correre ultimamente, non si diedero più nessun pensiero del fatto mio. Ma cavata di molta stoppa dalle loro profondissime tasche, l'andarono distribuendo a molte fra quella giovanaglia, acciocchè la filassero e ne facessero parecchie paia di lunghe e grosse calze. E la badessa, incorandole al nobile lavorío:
Orsù, giovani valorose, diceva; così oggimai conviene che voi vi spoltroniate. Questa bella stoppa, acciocchè voi sappiate, è di alcune egregie donne di Caserta, e me l'hanno recata acciocchè io ne faccia fare di belle e di morbide calze, chi ai mariti e chi ai fratelli, che stanno espiando nelle pubbliche galere qualche lieve colpa di gioventù, come d'essersi gittati alla strada o cose altre. Voi già sapete ch'io ve ne pagava un grano il paio di fattura; ma ora ve ne pagherò solamente un tornese: e Dio sa s'è troppo! che di ciò che vi do pei lavorii, mai non ne ricolgo la metà. E mai nessuno non si pentì tanto del fatto suo, quanto io d'essermi messa in questo ginepraio. Ma i fatti son maschi e le parole femmine, dice il proverbio. Ed io, come femmina, non so far altro che parole; e sempre mi lascio vincere dal mio buon naturale.
Dopo una sì eloquente diceria, ch'ella profferì con tal enfasi, ch'io, temendo d'esserne io il subbietto, mi riscossi palpitando, la badessa andò via con l'altre suore. Le elette fra quelle giovani donne si messero all'affannoso mestiere, che, a lavorar tutto l'anno, prometteva loro un sei grani di guadagno; e l'altre se ne stettero, chi a dondolarsi immodestamente su i lettucci, chi a vagare con le mani spenzolate per la chiostra, chi a cantarellare goffamente, che il cervello me ne scoppiava fuori della fronte, e chi a rampicarsi, con ogni più strano argomento, sulla muraglia, per tentare, afferrandosi all'ingraticolato del finestrello, di veder qualche viso d'uomo di fuori.
Io era in quella prima età, in cui tutto, insino la sventura, insino la morte, è poesia. Allora l'uomo, ignaro della fatale tenacità onde la natura, provvedendo alla conservazione delle specie, inchioda l'animale nella vita, immagina che il torsela sia cosa facile. Forse è questo un benigno risguardo della Provvidenza. Perchè, come egli avviene che l'uomo più agevolmente sopporti quei mali da cui crede di potersi sciogliere a suo libito, e sia poi impazientissimo di quelli ai quali si crede inevitabilmente soggetto, così in quel primo mare di dolore in cui affatichiamo in sull'uscire della puerizia, l'inganno che ci tiene tutti, di poterne uscire a riva sempre che la tempesta infierisca troppo, ci mena, come per un sogno, di giorno in giorno, e quasi ci addormenta in seno all'onde. Sopravviene poi l'età del disinganno di tutto, anche del potersi torre così agevolmente la vita. Ma ci trova già da lungo tempo battuti e fatti alla scuola del dolore; e già accomodati, quel che ci parve impossibile nelle prime lezioni, a sopportare e ad esercitare il tristo e difficile mestiere della vita.
Battette il mezzodì all'oriuolo dell'ospizio, ed apparvero nella cameraccia due di quelle oscene suore, se già non vi paia ch'io troppo contamini questo nome; ma non la badessa, nè quell'altre due sue fedeli segretarie. L'una portava con ambo le mani una larga e fumante pentolaccia, con entro qualcosa che gittava intorno intorno un grande odore. L'altra portava un monte di scodelle di creta rozzissima, e sulla scodella ch'era in cima del monte erano molti cucchiai di piombo. L'una e l'altra posarono in terra la pentola e le scodelle. Quella delle scodelle tolse la scodella ch'era in cima e la pose anche in terra accanto al monte delle altre, e cavatisi di tasca assai pezzi di quel buon pane della sera dinanzi, ne distribuì uno per testa a tutte quelle tapine. Allora queste, in meno assai che non lo dico, quale levandosi del letticciuolo e quale deponendo in qualche cantuccio la rocca col pennecchio o la calza, togliendo ognuna una scodella e un cucchiaio si assisero in terra a cerchio intorno alla pignatta, con le gambe incrocicchiate sotto le cosce, perchè altrimenti non sarebbero potuto capir tutte intorno a un'olla sola; nè in altra guisa, che vediamo talvolta, in qualche stampa di costumi orientali, stare i Turchi a quel loro strano desco, se non che quivi, in luogo di tappeti e di piumacci, v'era quello smalto umido e sfondato.
Questo fatto dell'acchiocciolarsi tutte a tondo fu operato con rara speditezza. Le due maestre si accovacciarono nel modo stesso alle due estremità del diametro; e profondando elleno le prime il cucchiaio in quel capace pentolone, diedero le mosse a quei barberi, che di poco avevan mestieri a giungere al palio.
Forse avete veduto, padre mio, fra i vostri villerecci diporti, se talvolta la contadinella in sul mezzodì, con un catino di crusca sotto il braccio, s'avvia dalla casetta nel giardino, gridando, ti ti, ti ti; che tutti i polli le corrono appresso a stormo, e come più tosto ella ha posato in terra il catino, tutti sono intorno intorno a quello, e non vi capendo entro tutte le loro testoline, i più piccini ficcano il loro picciol collo di sotto quello dei più altetti, e se taluno leva il capolino per raccogliere lo spirito o per ingozzare il beccato, ed ecco un altro, che non aveva potuto rompere l'ordinanza, porre immantinente il capo donde quello l'ha tolto. Questa immagine mi rendette quel ghiotto e saporito desinare. Eran ceci soffritti nell'olio, e me ne veniva alle nari un così aguzzo e appetitivo odore, ch'io non so com'io abbia a fare a discacciare la vergogna o a trovare le parole per dirvi che quell'odore mi vinse.
Di subito mi ricorsero al pensiero tutti i diavoli e tutti i martorii dell'inferno, e così come pur dianzi mi erano sembrati nulli a quelli che mi s'apparecchiavano sulla terra, così allora mi parvero troppo più insopportabili. Nessun oratore, nessun dialettico seppe mai trovare tanti sillogismi per persuadere ad altri l'assunto suo, quanti ne trovò in un baleno la mente mia per persuadermi ch'io dovessi continuare a vivere, e per conseguente, mangiare di quella vivanda. Incontanente mi ritrovai la forza di levarmi a sedere sul letto, e per insino di scenderne, e tenermi ritta, e camminare; e facendomi dal posto dove quelle così esquisitamente mangiavano, dissi con quel filo di voce che m'avanzava:
O sorelle, darestene un cucchiaio anche a me, acciocchè io non mi muoia al tutto di fame?
Perchè no, rispose quella che pareva la più benigna fra le due suore. Se tu hai, non dic'altro, un altro solo grano in tasca, tu ne potrai torre una buona satolla.
Come, soggiuns'io, non è cotesto il nutrimento comune di tutte le mie compagne?
Povera la mia bimba, ella mi rispose con amara e velenosa ironia. Io non so se tu non intenda, o se veramente tu non voglia intendere, quello che hai già bastantemente udito. La madonna non dà nè ceci, nè olio, nè letto, ma quindici once di pane il dì, e cinque grani. Il pane gli è questo, (e ne cavò della tasca, che n'era piena, un tozzo simile a quello del dì davanti). Dei cinque grani, tre ne vengono a noi per il letto, se già tu non volessi dormire in terra stanotte. Restano due, che non bastano, perchè questa vivanda costa tre grani per testa. Abbimi dunque per iscusata, ed eccoti i due grani che t'avanzano.
O come! dissi io, respingendo con un poco di sdegno la mano ch'ella già mi stendeva per darmi i due grani; o chi dà l'altro grano il dì all'altre fanciulle?... Quegli lo darà anche a me.
Senti! disse la suora. All'altre fanciulle lo danno le loro mani. O non vedi tu com'esse hanno lavorata la calza e filata la stoppa tutta la mattina, tanto che la carne s'è loro spiccata dall'ugna? Tu sai solamente levarti a ora di desinare, e trarre all'odore. Ma se tu guardi un poco più in là, tu t'accorgerai che questi ceci, chi non se l'è faticati, non li mangia.
Io mi volsi dov'ella m'additò, e vidi in su certi lettucci in fondo della spelonca non poche di quelle cattivelle, e, il più, le fanciulle; delle quali, perchè m'erano alle spalle quand'io giaceva sul letto, non m'era punto avvisata che non avessero fatto cerchio alla pignatta. Queste, non altrimenti che il cane rode l'osso, si rodevano quell'orribile pane, e pure guatando di traverso alla pignatta ed al fummo che ne usciva, e col capo all'insù quasi bevendo col naso l'odore ch'ella gittava, mi messero nel cuore una gran pietà del fatto loro, benchè io cominciassi ad averne una non minore di me medesima. E non irricordevole in quel punto de' due grani non rendutimi la sera innanzi da quella loro badessa:
Or bè, le dissi; due grani avete già; e due ne ha la badessa di miei, che non me li rendette iersera, ed ecco un grano più dei tre che voi dite. E lasciatemi, per pietà, torre un boccone di questi ceci, ch'io non mi muoia. Ed abbiatevi anche il pane; ch'io non avrei la forza di masticarne nè d'inghiottirne un solo boccone, tanto mi dolgono i denti e le gengive, e tanto ho arida e risecca la gola.
O Vergine Maria, rispose la strega adirata. Quanto mai è lungo e noioso il noviziatico di questa fanciulla; e com'è perfidiosa e linguacciuta. Sì signora, si ritennero i due grani per la lucerna che v'avete goduta iersera e stanotte; e costa due grani per testa la settimana. E se tu l'hai tu il capo di zucca, che ti possa far lume la notte, noi non l'abbiamo già noi. A tempo di carestia pan veccioso, disse il proverbio. Se tu hai fame, e tu mangiati questo pane, ch'è buono. E non mi rompere più il capo.
E così detto, e gittatomi quel tozzo nel viso, si rimesse alla danza del cucchiaio, visto che, perchè ella non l'avesse menata mentre aveva parole con me, non però era stata punto intermessa dall'altre.
Allora l'altra buona suora, che l'era al dirimpetto, non ignara, io credo, della pezzuola della sera innanzi:
Ascoltate, suora Rachele, le disse. Voi siete umanissima fra tutte le suore, e so che assai v'incresce di questa povera fanciulla, comunque, per ben educarla, vi sforziate di parere brusca nel viso. Ma udite. Insino ch'ella non possa togliere a lavorare alla volta sua, ella vi darà quella sua tonacella di merino di Francia; e poichè la benigna stagione lo consente, si rimarrà con sola quella sottana che ha di sotto, che veggo ch'è assai recipiente. Io voglio aver detto insino ch'ella ne avrà per un mese di buon desinare. Che ne dite, eh!; sarebb'egli troppo a pagargliene tre carlini?... E se la tonacella non vale tanto, voglio più tosto avervi a rifar di mio. Ma, a dirvela, non mi regge più il cuore di vederla languire a quel modo.
Suora Rachele faceva le lustre di balenare come se la tonacella fosse valuta assai meno dei trenta grani. Ma io, spogliandomela senza più, gliene diedi, e mi rimasi in gonnelletta, che quasi a un tratto ebbi scorno di me stessa. E vedendomi parte del seno ignudo, mi ristrinsi ed appuntai con frettolosa e tremante mano la camicia al collo, come seppi il meglio, con quello spilletto d'acciaio che a fatica avevo recuperato dagli uscieri, quando mi spuntarono la pezzuola, che poi non mi rendettero. Suora Rachele piegò studiosamente la tonacella, e ripiegata se la messe in seno. Ed io, ingegnandomi anch'io di accoccolarmi in quel foltissimo cerchio, soddisfeci di qualche cucchiaiata di ceci all'imperiosa necessità della natura.
XL.
Ma già sono io stessa troppo sazia di andarmi ravvolgendo fra tante e sì inaudite meschinità. Le quali s'io mi sono potuta risolvere a raccontarvi tutte così com'elle furono, io spero che prima Iddio e poscia voi, o padre, me ne avrete qualche conto nel ponderare la giusta espiazione delle mie colpe. Non è piccolo rinnegamento di se, nè piccolo trionfo sopra l'orgoglio concreato dell'uomo, il raccontare tutta la verità d'una vita oscura e tribolata. Perchè gli uomini, e leggendo e scrivendo, cercano il nobile e il maraviglioso, in fine, il poetico, ed abborrono sopra ogni cosa il prosaico; cioè, cercano l'ideale e il fantastico, in fine, il falso, ed abborrono sopra ogni cosa il vero. Questo annullerà sempre ogni utilità delle vite e delle memorie che altri scriverà di se stesso. Perchè la vita è il vero, e il vero è prosa; e di Giovanni Iacopi ve ne fu un solo.