Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 8

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Era nel fondo della sala una gran tavola tonda ricoperta d'un bel drappo verde, ed accanto a quella sopra una gran sedia d'appoggio era sdraiato un giovane di forse venticinque anni, tutto vestito da cavalleggiere pollacco, con un morione o caschetto quadrangolare in testa, da un lato del quale sorgeva un superbo pennacchio bianco di penne di colomba, che pareva simbolo a un tempo di pace, d'innocenza e di snellezza. Gli scendevano insino al petto due neri e lunghissimi mustacchi alla cinese: i quali mentre si carezzava e palpava e allungava con la sinistra, con la destra impugnava o più tosto palleggiava e percoteva a quando a quando in terra un'immensa scimitarra, che, non già nuda, ma nascosa in un largo fodero d'acciaio, urtandosi in quello ad ogni scossa, pareva fremere della sua ignobile prigionia. Ed alle percosse ed al fremito della scimitarra rispondendo i colpi degli stivali e dei risonanti sproni contro la terra e contro le spranghe di sotto della tavola, ne veniva tutto insieme un cotale strepito o rimbombio di guerra, che l'eco della capace volta fedelmente ripeteva. Dall'altra parte della tavola, era un uomo di mezzana età, con assai libri e carte innanzi a se sulla tavola, e una seggiola molto modesta di dietro, ma era levato in piè, si vede perchè sua eccellenza s'era levata. In conclusione, questi era il segretario del duca, e l'altro il figliuolo, al quale il duca, quando ci volse così amabilmente il tergo, disse ridendo, ma sforzandosi di reprimere il riso per conservare il decoro ducale:

Buchino, ecco quella ragazza di cui si rise tanto pochi dì sono con la duchessa e con la duchessina.

Uh! Uh! Uh! Uh!

Cominciò a grugnire del riso il duchino, pure guardandomi con certi occhi fra sciocchi e pazzi, e pure affaticando della sciabla e degli sproni il pavimento e la tavola.

Uh! Uh! Uh!... ma come è possibile!...

Seguitava spalancando sghangheratamente la bocca, digrignando i denti, ritirando in dentro il labbro di sopra, e sporgendo in fuori quel di sotto e il mento: moda di ridere che poscia intesi avere il duchino apparato dai droghieri inglesi, quando nei teatri e nei giardini d'Italia vanno faccendo beffe degl'Italiani, che li tollerano.

Poscia che lo sghignazzío del duchino si fu alcun poco chetato, il duca passando dietro la seggiola del figliuolo, andò ad assidersi alla gran sedia curule ch'era dietro la tavola, nel mezzo, fra il duchino e il segretario. Quando sua eccellenza si fu seduta, tossi, sornacchiò e sputò un gran farfallone in su un bel tappeto turco di velluto cangiante ch'era disteso sul pavimento sotto la tavola. Poscia, senza mai degnare d'uno sguardo nè suora Geltrude nè molto meno me, volto al segretario, disse:

Don Cristofano, vedete se il numero delle alunne dell'opera è compito.

Don Cristofano squadernò un gran libro; e veduto non so che in quello, e richiusolo, piegò le braccia e si volse al duca in quella attitudine, io credo, che lo schiavo romano si rivolgeva al suo padrone, dicendo:

Eccellenza sì, è compito.

Dunque non ho che farvi, disse il duca, a suora Geltrude, avendo sempre gli occhi raccolti in giù sulla tavola. È mestieri ch'ella vada in convento. Nè troppo me ne duole, a dirvela fuor de' denti; perchè di simile sorta canagliaccia non vorrei in alunnato.

Suora Geltrude volle umilmente rispondere al duca. Ma sua eccellenza non aveva appena terminato di profferire l'ultima sillaba, quando tutti gli uscieri, che avevamo veduti di fuori, i quali, entrati nella sala appresso a noi, ci si erano di qua e di là schierati intorno, divenuti tutti banditori:

Uscite, Uscite:

Gridarono con una voce così orrendamente strepitosa, ch'io credo che ne tremasse Vicaria e Porta Capuana, e che tutte le madri stringessero al petto i loro figliuoli. E datoci subito di piglio al lembo dei vestiti, e condotteci fuori poco meno che per forza, ci serrarono l'uscio addosso che ancora quel gran tuono muggiva.

XXXIII.

Convento si domandano colà quelle tane di cui poco innanzi vi toccai. Alle quali per volermi menare senz'altra formalità, non ci si era appena riserrato dietro quel grande uscio, che in un canto di quella prima sala vedemmo aprirsi un usciolino ch'io non aveva scorto dianzi, e due uscieri di quelli che ci avevano cacciate fuori, ci furono sopra come due veltri. Uno di questi due era quel medesimo ch'era venuto in prima a chiamarci nella loggia; e faceva con quell'altro assai cenni e sogghigni. Ed io che non aveva per anche imparato che gl'infelici appaiono sempre ridicoli alla gente, mi guardava stupefatta per tutta la persona, se mai avessi nulla indosso che fosse cosa da far ridere.

Intanto, se bene, come intendete, non al tutto selvaggia di quell'ospizio, nondimeno io ignorava compiutamente gli andari che quivi si tenevano per le fanciulle di età già provetta: e però non mi sapevo ancora risolvere della fiera disperazione che scoppiò nel viso di suora Geltrude dopo le ultime parole del duca. Ma quando que' due uscieri, per interminabile immensità d'andirivieni, c'ebbero condotte in una lontana stanza, tutta intorno intorno scaffali di grossissimi volumi, la quale io riconobbi essere quella stessa dove in uno di quegli scartabelli era stata registrata la mia consegna alla coppia Volpe, io fui ben chiarita del tutto. Perchè alla tavola ch'era nel mezzo della stanza sedeva quel medesimo sopracciò sui passati per ruota, ch'era venuto primieramente a domandarci ed a sbeffarmi il primo dì che, nella cameretta a mezzo le scale, suora Geltrude era tutta intesa a richiamarmi dalla morte alla vita. Il quale, poi che gli uscieri gli ebbero notificata la sentenza del duca, fece di me quello strazio che si conveniva alla sua viltà, ridendo anche di suora Geltrude, alla quale, dopo infiniti altri amarissimi motteggi, finalmente, smascellandosi delle risa:

In fè di presso ch'io nol dissi! soggiunse; voi v'eravate presupposta che per abbigliarla così da nuova sposina, che il duca volesse rimettere della sua giustissima austerità. Ma come san Dionigi nè san Martino non v'impetrarono tanto lume di grazia da farvi accorgere che simile rifiuto di plebaglia non istava bene in alunnato?

Suora Geltrude gli diede del manigoldo e del facchino; e reprimendo a crudissima forza, per non crescerne gioia a quel furfante, le calde lacrime che già le rompevano dagli occhi, gl'impose, come la padrona al suo domestico, di recare al duca, che quando non le fosse presto riparato l'infame torto che se le faceva, acconciandomi fra le alunne, ch'ella intendeva d'aver dimandata la sua licenza e di restituirsi al suo monastero di Regina Coeli, donde si era creduta chiamata a meno ingiurie, ed a vivere fra gente meno discortese e meno salvatica. Nè le villanissime parole, che ne seguitarono contro a me meschinella, del sopracciò e degli uscieri, nè l'incredibile turbamento di suora Geltrude, che già più non bastava a rattenere il pianto, potettero impedire ch'io non raccogliessi da tutto quel dialogo, che suora Geltrude era una delle bennate e gentili religiose francesi, invitate dall'ospizio a reggere e ad educare un centinaio di sue fanciulle nominate alunne dell'opera, le quali, per avere avuti più propizi i santi, non erano state balestrate nelle fiere gole ov'io n'andava; che il numero di queste alunne non era fatalmente di cento, ma si allargava o restringeva a beneplacito del duca; che negli undici dì ch'io era stata come in bilico della vita in quella stanzetta, suora Geltrude aveva fatto ogni estrema opera d'avermi seco fra le alunne; e che, dopo averne avute mille promesse e mille riscontri da tutti gli ufficiali dell'ospizio e dal duca stesso, finalmente i suoi pietosi sforzi erano riusciti al felice fine che avete letto.

Poscia che suora Geltrude ebbe ridotto al silenzio quel mio carnefice, discostatasi un tantino da me, come se volesse fare a poco a poco quello che non era bastante a fare tutto insieme, ed asciugatisi gli occhi con la sua pezzuola bianca in modo, quanto era possibile, ch'io non me ne avvedessi, rivoltasi a me:

Addio, angeletta mia, mi disse con una soprabbondanza di tenerezza che ancora mi sforza al pianto, addio. Tu non meritavi di nascere dalla miseria o dalla colpa, o almeno meritavi di nascere fra un popolo meno barbaro o meno reo. Ma non t'avvilire. Io t'annunzio dolore e pianto e spietata morte su questa terra. Ma Iddio, quell'Iddio al quale non mi è nè pure conceduto d'indirizzarti con quella vivissima fede che m'infiamma, certo non t'inspirò un'anima celeste se non perchè dovevi adornare il cielo del tuo martirio. Segui dunque il tuo alto destino, e levando la mente a Dio calpesta e copri dell'orrore stesso delle tue miserie quegli scellerati che te n'hanno coperta.

Al fine di queste parole suora Geltrude tremando disparve. Io rimasi instupidita guardando l'ultimo lembo del velo di lei che svolazzò dietro l'uscio, e il sopracciò ch'era seduto, e i due uscieri ch'erano in piedi, e me stessa in una spera che m'era di rimpetto. Nè credetti di perdere suora Geltrude per sempre. Nè voi crediate, o Padre (concedetemi la trista superiorità del dolore), che, quando alcuna grande sventura sopravvenga, che l'uomo ne comprenda a un tratto la immensità. Se così fosse, pochi sventurati vivrebbero; e si vede, per l'opposto, che pochissimi muoiono. Ma fra tanta stupidità non potetti fare a meno di non ammirare quanto mai sia grandissima la malvagità degli uomini; che quello sciagurato godeva tanto del mio supplizio, senza che io lo avessi pur mai veduto, o gli avessi mai fatto, o gli potessi mai fare alcun male al mondo!

XXXIV.

Io non trovo più parole che bastino ad esprimere la grandezza de' miei dolori; e nondimeno mi resta a dire assai. E poichè nulla di ciò che mi viene alla penna può agguagliare la disperazione che mi vinse, quando, ritornata un poco in me stessa, mi cominciai ad accorgere d'aver perduta suora Geltrude, me ne passerò in silenzio.

Il sopracciò, senza mai cessare di pigliarsi giuoco di me, trasandò insino a domandarmi delle mie condizioni con parole tanto immodeste, che io, ch'ero l'innocenza stessa, non le compresi. Di poi scrisse in uno di quegli scartafacci il dì e l'ora della mia, com'egli diceva, passata per ruota, e della mia entrata nel convento. Finalmente mi consegnò in anima e corpo a' due uscieri che mi menassero a marchiare, e quindi mi menassero al convento. Costoro, impostomi di camminar loro innanzi, e messami per un lungo e tenebroso corridoio, quando credettero di non poter essere veduti da nessuno, cominciarono a brancicarmi protervamente, a darmi scappellotti e pizzichi ed a gioire della mia disperata confusione.

Io povera infelice, se bene non intendessi tutta l'infamia di questi modi, pure mi parvero cosa troppo disonesta. Nè sapendo che altro mi fare, cominciai a mettere le più acute grida che mai, ed a piangere dirottamente. Allora quegli assassini, battendomi quanto poterono menar le mani, cominciarono a gridar forte che s'io non voleva andare in convento con le buone, vi sarei andata con le cattive; e che sì, ch'essi avrebbero mandato per i soldati ch'eran giù di guardia, e che gli ordini di sua eccellenza si volevano eseguire a ogni modo. E tirandomi violentemente per le maniche e per il lembo della vesticciuola, come se io non fossi voluta andare da me e facessi loro resistenza, destarono una grande indegnazione del fatto mio in tre o quattro ufficiali del luogo, che essendo tratti ai miei gridi, lodarono assai il buon zelo de' due uscieri.

Mi strascinarono finalmente in quella medesima sala dov'io era stata un'altra volta marchiata quando fui ricacciata nella buca dalla donna di Santa Anastasia. Quivi mi apparvero le cose medesime che già mi vennero vedute altra volta. Monache arcigne, balie sguaiate, e il grosso rettore, e quei da' maschi occhiali che bollava, e quel giovanaccio di pelo rossigno che scriveva; e mai non mi sarebbe parso che fossero passati quattro lunghissimi anni. Gli uomini e le cose spesso si cangiano in un istante, e spesso ancora durano un gran pezzo nel medesimo stato: ed anche ciò è incostanza!

Gli uscieri baciarono religiosamente la mano al padre rettore; e mentre io me gli accostava anch'io asciugandomi gli occhi con una mano, e l'altra distendendo a quella del rettore, gli uscieri mi diedero un forte spintone, quasi che io mi fossi mostrata ritrosa di baciargliene. Poscia gli dissero ch'io era quella fanciulla del fatto dell'olio, che sua eccellenza mandava in convento. Del che poi che tutti ebbero preso il solito sollazzo, gli uscieri mi fecero appressare al torchio, dove mi tolsero con molta grazia la pezzuola scempia di seta, che suora Geltrude mi aveva appuntata al collo. Al quale, poscia ch'io ebbi la consueta stratta di corda, i due uscieri, obbliando di rendermi la mia pezzuola, fra gli scherni e i motteggi universali mi condussero via dalla sala nelle scale. E quindi uscimmo nella corte.

XXXV.

S'egli è lecito alcuna volta paragonare le cose piccole alle grandi, se mai nel lungo tempo che siete dimorato in Roma, dopo aver passeggiate piazza del Popolo e piazza di San Pietro, vi sia venuto posto il piede a caso in alcuna delle bocche del ghetto, e ne abbiate un istante considerati i miserabili e puzzolentissimi tuguri, quella impressione che voi ne avete presa, quella presi io allora delle prime chiostre di quel singolare convento, quando dalle sale e dalle logge che vi ho descritte mi vidi giunta, in fondo alla corte, sulla fiera entrata di quello. L'uscio era a caso aperto; e in sulla soglia non mi parve vedere nè uomini nè donne, ma tre nuovissimi animali, tutti a squame verdastre, con un becco uncinato, con gli occhi tondi e rossi, col mento aguzzo e ricurvo che quasi si congiungeva col becco, e con gli artigli neri levati in su quasi per isforzo, ma tendenti verso la terra come a loro sede naturale. Questi animali ivi chiamano monache; nè di monache hanno altro che un sudicio cencio bianco in capo, accollato alla gola con un funicello, a uso cane; e il resto del corpo era coperto di un altro cencio, vario di colore in ciascuna, non già appuntato in modo umano, ma gittato su alla peggio, non altrimenti che si vede talvolta nei pubblici ridotti alcuna scimmia, ritta in sui piedi deretani, andare attorno coperta d'uno straccio, e procacciare la ventura del suo maestro. A questa sorta d'animali, che al primo vedermi, digrignarono gli arsicci e rari denti, non so se arrabbiando o ridendo un cotal riso d'inferno, mi consegnarono gli uscieri da parte di sua eccellenza, e menando via le gambe, si rivolsero più volte a salutarmi per istrazio.

Mi fu nota, finalmente, alla voce, l'umanità, non altrimenti conoscibile, di questi tre animali. Perchè l'una di esse che m'era più da presso, maravigliando la lindura del mio vestimento, ne parlò alcuna gioiante parola alle compagne. Un'altra, che aveva ferma la mano all'uscio, lo lasciò. Quello si riserrò da se, ch'era a saliscendi; ed io, che venivo dalla luce viva della corte, non potetti veder più lume in quell'oscuro laberinto. Camminavo, intanto, percuotendo ora qua ora là la fronte, perchè le monache, già ristucche e frementi del mio brancolare, mi spingevano oltre con le mani. L'occhio non tardò ad assuefarsi a quella tenebría; e quando io ebbi ben veduto dove la fortuna mi aveva precipitata, compresi quanto è mai infinito il mare della sventura, e quanto ne avanza ancora di sconosciuto a chiunque più si crede di averlo in tutta la sua immensità navigato.

Io non vidi nè sala nè camera nè andito alcuno di figura regolare, ma una maniera di fossi in forma di trapezi, in solo alcuni dei quali, non altrimenti che in fondo alle catacombe, veniva da qualche spiracolo della volta un raggio di luce pallida e sinistra. La quale, intromettendosi per i vani dei più tosto fori, che usci onde quei fossi comunicavano fra loro, non bastava già a fare che in quelli che non avevano nessuno spiracolo ci si vedesse, ma bastava solamente a scoprirne tutto l'orrore. Lo smalto, o più tosto lo spazzo, di queste tombe era quasi tutto tenero e smosso dall'umido, ed in più luoghi sfondato dall'antichità, e l'intonico assai ben grossolano delle mura e delle basse volte era d'un certo colore livido e nericcio, e tutto grommato e impastricciato d'una muffa, che, non dico nulla dell'odore, ma al solo vederla, causava uno svenimento. Per i canti e per le mura di queste tombe erano certe meschine assi o tavole, quale poggiata sopra due piccoli trespoli di legno appena asciato, e quale da una parte poggiata sopra uno di questi trespoli, e dall'altra fitta in una specie di fosserella operata nel traverso del muro. Sopra ciascuna di queste tavole era o un poco di paglia coperta con un pannaccio di canape grossissima, o un sacconcello. Sopra la paglia o il sacconcello giaceva, il più, qualche giovinetta della mia età, quasi immobile per debolezza: talmente che, al primo vedere tutte queste cose insieme, io le presi per altrettante piccole bare, sopra ognuna delle quali fosse distesa una giovinetta morta. Le tre arpie mi spinsero nell'ultima e nella più tetra di queste tombe, e quivi mi lasciarono con altre quindici o venti mie semivive coetanee.

Io era ancora come insensata fra una tanta e così orribile novità, nè nulla per anche non ci sapeva raccapezzare. Mentre, rannicchiata in un cantuccio della muraglia, contemplavo lo sbadigliare e il prosternarsi doloroso di quelle miserabili, e udivo il pietoso lamento di alcune, che giacevano senza quasi più poter dare volta, e le sommesse ma disperate voci di quelle che potendosi appena tener ritte, andavano errando per quel sepolcro, la più brutta delle tre arpie, quella propriamente che s'era allegrata del mio vestimento, ritornò. Quelle fra le giovinette giacenti che ebbero la forza di levarsi, si levarono almeno a sedere sul letto, quelle che vagavano, si fermarono, ed io mi accorsi che costei era come la reina di quell'eterno pianto. Ella recava nella mano sinistra un pezzo non troppo grande d'un pane vecchio e nerissimo, quale io non l'aveva mai veduto nè nel tugurio di Santa Anastasia, nè in casa di donna Mariantonia: tanto che a un tratto io l'ebbi preso per un ciottolo ch'ella avesse tolto per sue bisogne. E porgendo a me quel tozzo con la sinistra, e profondando a più potere la destra in una certa tasca a vangaiuola ch'ella aveva in sul fianco, ne trasse una moneta di rame di cinque grani, e me la porse ancora dicendo:

Tè, questo ti concede la Madonna. Il resto che ti facesse mestieri, te lo procaccerai con la fatica delle tue mani, se già tu non fossi, come il tuo volto me n'ha ben l'aria, una qualche grande scioperata.

Dettomi ciò, scomparve.

Ed io, che per quella cotale stupida vivacità, causata talvolta del soverchio turbamento de' nervi, non era ancora tanto oppressa che, come sempre segue allo schiavo, avessi perduta insino la facoltà di ragionare, mi maravigliai forte d'una così importabile scarsezza. Perchè suora Geltrude mi aveva raccontato, che, a malgrado di tutte le antichissime ladronerie, per le quali quell'ospizio, edificato cinque secoli fa da alcuni ricchi cavalieri napoletani, che fra i pericoli d'una fiera guerra se ne botarono a Maria Vergine Annunziata, e di mano in mano riccamente dotato dalla munificenza di molti principi e di molti pontefici, fallì di così enorme somma che appena il sacrifizio di quarantamila ducati l'anno di rendita bastò a soddisfare i creditori, nondimeno ancora conserva l'entrata di sessantaquattromila ducati l'anno.

XXXVI.

Non essendo sedia nè scanno alcuno da sedere in quelle grotte, ed io non avendo più la forza di reggermi in piedi, mi sedetti per terra in quel cantoncello dov'ero. Poscia, sentendomi mancare ogni lena, lasciai cadermi di mano il pane e la moneta; e qualche minuto appresso ruppi in un così dirottissimo pianto, che quasi i singhiozzi mi soffocavano. Così mi sfogai alla fine per più di tre ore a piangere, non guardando più in viso a nessuno, nascondendo quanto potevo le mie lacrime, e non accusando più nè il cielo nè la terra nè gli uomini de' mali miei, perchè avevo imparato ch'era tutto inutile.

Quando fui bene stracca di piangere, velai così un poco gli occhi di un certo sopore che non si poteva dire propriamente sonno, ma più tosto una oppressione e uno sfinimento di cuore. Alla fine anche da questo sopore mi sciolsi, e potetti, bene sfogata e bene desta, considerare a mio bell'agio tutto l'orrore dello stato mio.

Erano oramai le ventiquattro, e già da meglio che un'ora non si vedeva più lume nel luogo ove io era. E pure tardò di molto ancora a venire una di quelle tre streghe, ma non già la reina, con una lucernuzza di terra in mano con solo un lume già mezzo morto. Venuta in fondo della bolgia, levò lo scarno braccio che pareva una negromantessa nel solenne esercizio dell'arte sua, e la posò in sur una specie di mensola di legno che sporgeva del muro ov'era stata confitta. Di poi tornava indietro, e in andandosene, mi guardò un momento e fece sceda di me verso le mie compagne, che avevo fatto sgabello del sinistro braccio al mio capo stanco. E senza pure far segno d'avvertire com'era piaciuta la sua sceda, s'andò con Dio.

Al fioco lume di quella lucernuzza io vedeva gli occhi delle mie compagne tutti spalancati e fissi su quel tozzo che m'era da presso. Ed il famelico luccicare di quegli occhi mi messe nel cuore tanta pietà del fatto loro, che al tutto dimentica di me stessa, raccolsi il tozzo di terra, e levando a gran fatica il mio destro braccio, volontieri ne feci loro servigio. In un baleno il tozzo volò di mano in mano e di bocca in bocca; e più d'una si rammaricò gravemente di qualche arrabbiato morso avuto nella mischia su le mani o sul mento. Alla fine una più ardita fra loro, avvicinandosi a me, mi disse, quasi all'orecchio, ma in modo che le altre compagne udirono:

Poichè sei tanto generosa, che non ci regali tu quella moneta ch'è in terra? Certo per oggi la t'è inutile, perchè di nutrimento nè, come veggo, hai bisogno, nè potresti ormai procacciartene, ch'è già notte. Così stasera darai la buona ventura a noi, che prima al sommo Iddio e poi a te ne renderemo grazie infinite; e dimane con una simile che tu n'avrai, potrai cavarti ogni tua voglia.

Io che all'aspetto dell'altrui miseria non pensai mai alla mia propria, di subito gliene diedi. Ma io non vidi mai mastini allora sciolti uscire addosso al poverello con quel furore e con quella tempesta, che quasi tutte quelle sciagurate, insino quelle che per fiacchezza erano giaciute tutto il dì su i lettucci, precipitarono addosso a colei che aveva già tolta la moneta. I gridi, i pugni, i calci, lo stracciarsi a ciocca a ciocca i capelli, il tirarsi contro a vicende i trespoli e le tavole dei letticciuoli, e il rompersi tutte a sangue, furono cose non più udite o vedute. Finalmente comparvero le tre maliarde, e con voce ch'io non avrei mai creduto che ne avessero tanta nella gola, minacciarono pene sterminatissime se quel tafferuglio non si chetava. E chetatosi il tafferuglio, e inteso il fatto come stava, la reina strappò la moneta a quella prima cui io l'aveva data, e, volgendo le spalle con le altre due sue vecchiarde, se l'appropriò come cosa a lei debita per legge.

XXXVII.