Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 7
La monaca, ritornata dal suo stupore, tolta la lucerna d'in sul muricciuolo dov'era, l'appressò al mio volto; e veduto ch'io aveva gli occhi vivi e spalancati, mi dimandò, fra benigna e ritrosa, del mio essere, e quale assassino mi avesse ridotta in quello stato. Io non potetti rispondere, ma versai lacrime. Alle quali fatta misericordiosa la monaca, mi fu pia d'alcun soccorso, quanto il luogo e l'ora lo consentiva; e tratto il guancialetto ch'era sulla seggiola ov'ella sedeva, e postolo in terra, e sparsovi accanto un pannicello lino ch'era sopra un'altra seggiola, mi prese alla più gran fatica del mondo fra le sue braccia, e mi posò per terra sul pannicello, che quasi le mancava la lena. E non curandosi d'essersi tutta insudiciata le vestimenta, senza mai lasciare di reggermi il capo con la sua mano sinistra, con la destra mi venne, con alcun asciugatoio e con la medesima sua pezzuola bianca, rasciugando e tergendo non solo il sangue che mi veniva a gran furia dal naso e dalla ferita al capo riapertasi, ma ancora l'osceno olio ond'io tutta spiacevolmente grondava. Poscia, adagiatomi dolcemente il capo sul guancialetto, quasi vergognando ch'io fossi da chiunque altra che da lei veduta ignuda, si tolse il velo dalla testa e me ne ricoperse; e con amorevolezza quasi materna confortandomi ad attenderla qualche momento di tempo, acceso un moccolino di cera alla lucerna, si trasse l'uscio dietro e disparve.
Poco di poi, riapertosi l'uscio, entrò un'altra figura di religiosa, di viso più severo che la prima; la quale soffermatasi alcun istante a riguardarmi, ed ecco giungere l'altra e serrare l'uscio. E fattesi entrambe sopra me, cominciarono a ragionare insieme alcune parole ch'io non intesi, e che mi parvero manifestamente non essere italiane. Dopo le quali, tornato ad aprire l'uscio, mi sollevarono alla meglio, con tutto il guancialetto, il pannicello e il velo, la prima per il capo ponendo le braccia di sotto il guancialetto e con le mani afferrando due becchi del pannicello, e l'altra per i piedi, cui aveva avvolto il pannicello dall'altra parte, e mi trasportarono in una cameretta a mezza scala, dov'era un lettuccio che si vedeva acconciato pur dianzi in fretta. In sul quale posatami, e soprastate alcun poco entrambe per raccogliere il fiato, la religiosa ch'era venuta in aiuto della prima ritornò giù a guardia della ruota, e l'altra mi si sedette allato, tutta piena d'affettuosa pazienza, non ristando mai di nettarmi, di carezzarmi e di fare ogni opera per ristagnarmi il sangue, finchè penò a farsi giorno.
XXIX.
Quando il sole si fu levato, la religiosa venuta in aiuto di quella che m'era stata sì clemente, divulgò il caso mio per tutto l'ospizio, e ne fu fatto il romor grande. Non vi fu nessuno che appartenesse alla Casa, o vi avesse in qual si fosse modo la più lontana attenenza, che, pignendo l'uscio della stanzetta in cui ero, non facesse capolino per vedermi. Monache, preti, balie, ufficiali, custodi, mastruscieri, cuochi, guatteri, facchini, nessuno mancò, finchè, sopravvenuto il mezzodì, comparve il sopracciò in sui passati per ruota, come colà si domandano i miei consorti; il quale, consideratami un istante ridendo, disse alla monaca:
Suora Geltrude, il duca è arrivato, e, avendo udito il ridicoloso avvenimento, domanda voi e cotesto bertuccino. Fate di spacciarvi.
La monaca, senza scrollarsi punto alla disonestà di quello scempiato, anzi senza pure accennare di averla intesa, composto a maggiore gravità il suo viso, nel quale s'accordavano amabilmente il serio, il nobile e l'affettuoso, gli rispose:
Direte al signor duca, che questa povera fanciulla è appena un'ora che comincia a sentirsi ed a poter profferire alcuna sillaba, ed è oltracciò tutta livida e rotta e pesta e impedita delle membra, e se non morta, non viva; e che però, s'ei gli fosse a grado di vederla per dare ordine che le sia soccorso in tempo, potrebbe scendere quaggiù, e farebbe assai umanamente.
Il sopracciò, rimastosi dal suo svenevole motteggiare, ci volse le spalle senza più! Nè già il duca venne: anzi ci fu inaspettatamente recato, che, dopo alcuni minuti, era andato via dalla parte della chiesa, per assai più gravi bisogne. Suora Geltrude volle poter avere, di suo, un cerusico o un medico o un qualche cavatore di sangue; nè potette, perchè le leggi di quella comunità non consentono che, per nessuno, quantunque insolito, accidente, si domandi altri dottori che i deputati a quella: e tutte le sue pratiche e le sue preghiere ed i suoi sforzi acciocchè si mandasse per alcuni di cotali dottori deputati, senza torne, poi ch'ei non v'era, la licenza dal duca, furono meno che indarno.
E nondimeno, Iddio, che non sentiva ancora voto quel calice ch'egli mi aveva, forse per mia salute, destinato, mi volle ancora a questa volta salva: e col suo dito, che meno non saria bastato, mi ridiede la lena e la favella per raccontare, quanto potetti brevemente, la mia lacrimevole istoria alla religiosa, che confondendo le sue lacrime alle mie, mi giurò di non abbandonarmi.
Quel dì e l'altro appresso, che il duca al tutto non venne all'ospizio, non essendosi per nessun altro disposto di quel che avesse a farsi di me, nè preso provvedimento veruno di medico o di medicine, suora Geltrude primieramente mi stropicciò tutta con diverse maniere di essenze e di spezierie d'un odore soavissimo. Poscia, strappando e tagliando e cucendo suoi abiti e suoi pani lini, non solo mi fece assai fasciature per istringermi la ferita al capo, che di continuo sanguinava, ma ancora mi creò, come improvviso, due camice e due sottane, e una vestetta a foggia di tonacella. e mi diede due paia di calze di refe bianco delle sue, e per una sua donnicciuola mandò a comperarmi un paio di scarpette nuove alla misura del piede mio. Onde io, che, alla mia memoria, non avevo mai veduto tanto bene, ed a cui, da che donna Mariantonia s'ebbe tolte per se certe vecchie ciabatte con le quali ero venuta via dall'ospizio, un paio di scarpe era apparso sempre una lontanissima e incommensurabile felicità, ora, vedendomi preparare un così ricco fornimento, giudicai che fosse giunto il termine de' mali miei, e che finalmente dalle tane delle belve io fossi venuta ad abitare fra gli uomini.
A questo pensiero disparvero tutti i miei dolori. Incontanente ebbi la forza di levarmi a sedere sul letto, di sorridere, di stringermi più e più volte al seno la cara madre che avevo ritrovata dove credetti ritrovare la morte... ma nell'abbracciarla, scopertami involontariamente alcun poco, e sforzata a contemplare il mio misero corpicciuolo, che dai crudi strazi sì lungamente sofferti non mi si vedeva se non l'ossa e la pelle, ebbi orrore di me stessa, e parendomi di non poter vivere, allora appunto che la vita mi cominciava a parere sopportabile, mi ristrinsi di nuovo nel letto lacrimando.
XXX.
Tutto quel dì non mi fu possibile di prendere nutrimento veruno senza recerlo immantinente, benchè io, per appagare suora Geltrude che se n'accorava, mi sforzassi assaissimo del contrario. La notte seguente peggiorai considerabilmente, e non fu un solo quel momento che parve alla mia affettuosa vegliatrice, e da me medesima, ch'io trapassassi. Allora ella accostava la sua bocca alla mia, non per raccogliere il mio spirito fuggente, ma come per infondermi col suo fiato un poco della sua vita in vece della mia che già svaniva. Oh padre! quando seppi qualche lettera, e che lessi e rilessi mille volte Renato, fra l'estasi inenarrabile in cui quel libretto rapisce, quando Amelia si fu renduta suora della Carità, la vestii sempre delle forme e dello sguardo più che angelico di suora Geltrude.
Il terzo dì si attese fino alle due pomeridiane, allorchè fu udito giù per la corte un gran roteare di carrozza, e un grande scalpitare di cavalli, e un frustare interminato. Suora Geltrude si fece al finestrello della mia cameretta, il quale rispondeva sulla corte, ch'era delle ampissime: e vide ch'era il cocchiere di sua eccellenza (così quivi dicono al duca), che, per acconciarsi all'ombra, stringeva e rivolgeva indietro una bella muta di quattro britanni destrieri. Incontanente si udì, presso alla cameretta ov'io giaceva, una voce alta e imperiosa. Ed era sua eccellenza in persona che montava le scale. Suora Geltrude non gli diede il tempo di sparire; e uscita subito della cameretta, e fattasegli animosamente incontro, non so che gli disse, nè so che n'ebbe; ma se non le fu possibile d'indurlo ad entrare nella cameretta, lo indusse almeno a permettere che finalmente si mandasse per il cerusico.
Non vorrei che voi credeste che, non già il cerusico, che non fu potuto avere per essere in quei dì andato a Salerno, ma il medico, che fu domandato in quello scambio, fosse venuto quel dì medesimo. Anzi venne soltanto alle due pomeridiane del dì seguente, ch'era il quarto da che il fiero accidente m'era intervenuto. Battevano, dunque, le diciannove ore quando l'uscio della cameretta, spalancato furiosamente da un usciere, vomitò dentro un'onda di giovani sconosciuti; i quali tutti, all'abito, alla cera ed al portamento, rammentavano don Gaetano. Quando costoro furono tutti dentro, non altrimenti che sogliono i soldati nei loro esercizi, fecero ale di se, lasciando per mezzo di essi libera l'entrata a un esimio barbassoro di provetta età e di rigogliosa sembianza, che, con passo solenne, appoggiandosi a un bastone o più tosto a una lunga mazza, incurvava affettatamente il dosso, non perchè tale fosse l'abitudine della sua persona, ma come oppresso dal gravissimo pondo della sua scienza. Come per consuetudine, e senza più quasi avvertirlo, alternava i suoi sguardi quando alle svariate ragioni di ciondoli che gli pendevano dal sinistro petto della giubba, dei quali pareva che tutto si venisse pascendo, e quando a coloro nei quali s'abbatteva. E veduto che da poter ammirare il suo smisurato sapere non era quivi se non io e suora Geltrude, già cortesemente levatasi in piedi al suo entrare, del suffragio delle quali stimo che poco si curasse, inacerbì il viso sì considerabilmente, che quel conforto che l'infermo sente all'appressarsi del medico, sola medicina talvolta del male e dei rimedi, tornò in maggiore spavento.
Postosi a sedere e incavalcato l'un ginocchio sull'altro, que' suoi novizi mediconzolini gli fecero siepe intorno. Ed egli non guardando nè me nè suora Geltrude nè i mediconzoli, ma, per enfiatura, i muri e il cielo della stanza, domandò, non si vedendo a chi e come uomo che ha l'animo assai di lungi da quel che dice, quale fosse il male mio. Suora Geltrude, rimessasi a sedere, gli venne narrando con eloquentissima brevità il caso succedutomi, non tacendogli, com'io avessi già prima il capo ferito, e come per ben quattro dì non fossi stata soccorsa per modo veruno. Le quali ultime cose ella non potette dire altrimenti che a fatica grandissima, perchè il barbassoro, alla novella dell'olio e della buca, cominciò a sghignazzare strepitosamente, quasi invitando que' suoi studenti a fare altrettanto. I quali sbellicandosi alla volta loro delle risa, furono cagione che assai guardie e custodi e serventi che si baloccavano scioperati per le scale e per la corte, e che insino i cocchieri, i famigli, i donzelli, i mazzieri e gli altri straordinari del duca, per l'appunto allora allora arrivato, traessero tutti al portentoso romore.
Costoro, sbatacchiato violentemente l'uscio della stanzetta, che s'era rinchiuso dietro al medico, chi potette capire nella stanzetta, entrò, e chi no, sporse il capo dentro a più potere; di modo che furono innumerabili le teste, che qual ritta e quale curvata, ci furono vedute riempiere tutto il vano di quell'usciuolo. Del quale accidente il medico, non che darsene alcun fastidio, fu anzi il più contento uomo del mondo. E poichè per quella volta la fortuna non gli aveva posto davanti un auditorio più scelto, risolse d'aversi quello, qualunque si fosse, che poteva. Laonde, ritornato assai grave e circonspetto nel viso, slungò un cotal poco più il ginocchio di sotto, e battendo della mazza in terra, rivoltosi a me, senza però guardarmi troppo fisamente, mi disse ad alta voce:
Andiamo, via: che ti senti?
Io poverina, scema più che mai di forze per la dieta di quattro dì, già prossima a soffocare dall'aria mortalmente rarefatta di quella cameruzza, e, nel tempo stesso, fieramente sdegnata degl'increscevoli portamenti del medico e della sua scempiata domanda, stetti un momento sopra di me, quasi risoluta di non rispondere. E nondimeno già, per adolescente qual ero, assai ben avvezza a dissimulare gl'insulti della bassa e della mezzana canaglia, gli risposi che mi sentivo vinta dai patimenti e quasi moribonda; con voce così tenue e così fioca, ch'io credo certissimamente ch'egli non aveva intese le mie parole, quando si volse alla nobile udienza, e facendosi dai principii della medicina, disse cose nuove ed incredibili, e parlò parole sesquipedali. E discendendo da Ippocrate insino a Hanneman, fermò, più tosto in greco che in italiano, la diágnosi del mio male, e concluse che l'acetato di morfina, ministrato nella dose di un trilionesimo di grano, era medicina certissima alle mie infermità.
Dopo la quale conclusione, confermata con innumerabili nomi francesi, inglesi e tedeschi, tutti non facilmente pronunziabili, i quali nondimeno, per il fato singolarissimo d'Italia, riuscivano assai solenni e sonori a quella plebe, rizzatosi in piedi, senza degnare tanto basso da salutare, non dico me, ma suora Geltrude, ci volse rapidamente il tergo, e scomparve in meno che non lo dico, seguitandolo la sua fiorente scuola, e tutto il restante di quella prestantissima ragunanza.
L'usciolino si richiuse sopra di loro: e noi ci rimanemmo libere da un così disonesto frastuono, ma assai più incerte di quel che fosse da fare, e col capo assai più scempio e svanito, che mai prima non s'era state.
XXXI.
La natura e le cure più che materne di suora Geltrude mi furono vero medico e vera medicina. Appena, partita che fu quella marmaglia, l'aria della stanzetta si fu alquanto rinnovata, e che la respirazione cominciò a divenirmi più leggera, nè la mestizia di suora Geltrude, nè la mia mortale debolezza, non bastarono a rattenere il riso, che surse spontaneo sulle labbra di entrambe. Suora Geltrude, pigliato animo del mio sorridere, mi recò incontanente una tazzetta di brodo, ch'io mi sforzai di bere, e che bevvi. Nè avendone ancora ai miei dì assaggiato gocciolo, dopo poco tempo che l'ebbi bevuto, sentii corrermi non so che di mirabilmente vitale per le vene e per l'ossa, ch'io non aveva mai più sentito. Adagio adagio potetti di nuovo sollevarmi a sedere nel letto, di nuovo la ferita risaldò; e per non ve l'allungare, dopo una settimana di questa cura fui in istato di levarmi.
Era l'aprile, e il sole, tutto pregno di vita e di speranza, percoteva risplendentissimo su quel mio benchè assai misero finestrello. Suora Geltrude, tutta lieta e serena di cogliere l'ultimo frutto delle sue angeliche cure, fatta recare una conca ripiena d'acqua limpidissima e tepida, mi tolse la camicia che avevo, ch'era anzi sudicetta che no, ed appressata la conca al lettuccio, e fattami discendere in quella, mi venne tutta lavando con una delicatissima spugna intrisa d'un fine sapone di rosa. E rasciuttami bene la persona con un asciugatoio nitidissimo, mi sciolse e ravviò, e lasciò stare sciolti in forma di zazzerina, i miei foltissimi capelli, i quali, acciocchè il mio capo capisse meglio nella buca, donna Mariantonia aveva ristretti e rannodati, non senza un'infinita fatica; perchè avendomeli ella stessa poco dianzi tagliati per venderseli, erano assai ben corti. Poscia m'aiutò a mettere una camicia di bucato, un paio di calze, e, per la prima volta della mia vita, le scarpe, e mi vestì di sua mano una sottana e la vesticciuola. All'ultimo, cavatesi della tasca due belle pezzuole scempie di seta, m'appuntò l'una al collo con uno spilletto d'acciaio vermiglio, e dell'altra mi fasciò assai morbidamente la fronte, ove la margine della ferita era ancora un cotal poco livida e sanguigna.
Quando suora Geltrude m'ebbe così caramente vestita, prese leggerissimamente il mio capo con ambe le sue mani, e rialzatolo un pocolino, mi baciò nella bocca e nella fronte. Ed a me, che, oltre alla consolazione di vedermi così abbigliata, imparavo per la prima volta a conoscere i non dicibili piaceri della nettezza, mi pareva sensibilmente di avere lasciato in quella conca, nella quale ero primamente discesa dal letto, il grave fascio de' mali miei.
Suora Geltrude, presami per la mano, e condottami fuori della cameretta, e fattami soavemente montare sull'altro pianerottolo delle scale, per corridoi e viottoli molti mi fece riuscire in una bellissima loggia, avanzo degli antichi giardini nominati della Duchesca; che tutta ancora adorna e maestosa d'un bel colonnato dorico, così come veramente era, così pareva una cosa reale. Quivi, per entro il colonnato, interrotta dal quale è sempre più maravigliosa una prospettiva, forse perchè ogni bellezza, se da alcun velo apparisce tramezzata, viene più sovrumana, si vedeva il Vesuvio, che, quasi pegno di pace alla terra ed al mare, facea grembo di se alle onde placide e turchinissime del golfo; e mandando dalla bocca un gitto di fummo sottilissimo e leggero, pareva in lontananza, non già il più orribile dei vulcani, ma un vaso ove ardesse l'odorato profumo onde tutta oliva l'aria che ne circondava. Quindi accompagnando dell'occhio il dolcissimo declivio del monte, l'incontrava il colle di Camaldoli, come un piccolo altarino, sul quale gli uomini della contrada venissero ad offerire umili sacrifici al gran dio del fuoco, acciocchè fosse più tardo a vomitare l'inferno sulle città e sulla campagna. Apparivano finalmente le montagne di Stabia, di Castellamare e di Sorrento, ben cerulee e bene spiccate dal cilestro dell'orrizzonte, e tutte terminate a frastaglio ed a lineette greche: e Capri, all'ultimo, quindi visibilmente divelta da un'antichissima rovina.
O Padre, quanto è mai vero, che tutte le maraviglie non sono nella natura, ma in noi. Io, che, dal primo dì che fui menata via da quell'ospizio, aveva e da Sant'Anastasia e dalla via Carbonara, e, più che altronde, dalle altissime finestre di donna Mariantonia, contemplate mille e poi mille volte quelle eterne bellezze, e mi erano sembrate o insipide o nulle, ne presi quel dì una cosa così grande e stupenda e più che umana impressione, che sempre che poscia me ne rammentai, ed ancora ora che vergo qui queste carte, sono interrotta dalle più cocentissime lacrime.
Il delirio in cui quella scena mi rapì, l'ora tepida e tranquilla, quel senso ineffabile di dolcissima malinconia causato sempre dalla convalescenza, e quel, direi quasi, soave tremito delle ginocchia ch'ella porta sempre con seco, onde mi parea d'essere tanto leggera che il mio piede non toccasse più la terra, mi fecero credere fuori di questo mondo in un altro meno reo e meno infelice, ove mi fosse conceduto alla fine di ricongiungermi per sempre al mio adorato garzonetto, che in quel punto mi parve mio ab eterno, e mi parve che senza lui io non fossi tutta, ma fossi la metà di me stessa. E sentendomi per le guance le tenere mani di suora Geltrude, e stupida guardandola nel volto, e parendomi ch'ella fosse un angelo di quel paradiso nel quale io mi sentiva novellamente salita, già quasi le confidava il caro segreto del mio cuore, quel solo che ancora non le avevo aperto... allorchè venne un usciere del duca a dimandarci.
XXXII.
La stridula voce dell'usciere, e l'agitata perplessità del viso di suora Geltrude, mi ruppero, a guisa d'una bolla d'acqua, la cara visione che m'era apparsa. Suora Geltrude non rispose sillaba, ma, senza mai lasciare di guidarmi per mano, s'incamminò tacitamente appresso a quello.
Per corridoi e scale moltissime pervenimmo a un'immensa sala, dove, presso d'un uscio grandissimo, ma perfettamente chiuso, erano altri assai uscieri messi a nero, ritti in piedi, con le braccia ripiegate sullo stomaco, e, quel che non è facile ai Napoletani, tutti taciturni. Quivi giunte, l'usciere cui eravamo venute dietro, ci fe cenno del viso e della mano di fermarci, quasi fosse dentro da quell'uscio la dea Cerere d'Eleusi, de' cui misteri rompere l'augusto silenzio fosse troppo grave peccato. Poscia, aperto, pianamente e il meno che gli fu possibile, l'imposta destra di quell'uscio, e ficcatosi di traverso nella sottile apertura come un'anguilla, se la trasse subitamente dietro, quasi avesse temuta la profanazione del tempio. Riuscito poco di poi, ci accennò con la mano che si fosse atteso un tantinetto. Rientrò, riuscì, tornò ad entrare e tornò a riuscire non so quante decine di volte, accennandoci sempre misteriosamente che si dovesse attendere. Nè v'era sedia o panca veruna dove poter sedere, ed io già mi sentiva tutta venir meno. Onde suora Geltrude, non ne potendo ella stessa più dalla noia, volse le spalle a quel servidorame, risoluta, che che ne dovesse seguire, d'andarsi con Dio.
Non eravamo appena mosse, che quell'usciere ci corse dietro, bisbigliando nell'orecchio a suora Geltrude, che oramai sua eccellenza il duca già ci sapeva colà, e che bisognava attendere a ogni modo. E mentre suora Geltrude gli poneva in considerazione che le religiose non si tengono ad aspettare le ore intere agli usci nè pure dalle grandissime maestà, e ch'ella era ben ferma di partirsi, ed ecco sua eccellenza, quasi avesse inteso il susurro e la causa di esso, dare una furiosa strappata di campanello. L'usciere non ci consigliò più ma c'impose di rimanere; e, levando le berze assai ridicolosamente, in meno che non balena, entrò, riuscì, aprì ambo le imposte dell'uscio, e ci chiamò dentro.
Allora apparvero i penetrali di Priamo, o più tosto apparve un'altra ampia sala, e sua eccellenza con un gran latoclavo, con infiniti nastri, ricami e ciondoli rappresentanti o pianeti e costellazioni celesti, o animali terrestri, o cose altre pellegrine. Sua eccellenza era presso al muro destro della sala, che con un leggiadro spazzolino di piume spolverava la cornice d'un gran quadro di Raffaello, e, per conseguente, si trovò alquanto rivolto verso di noi, quando l'usciere ci mise dentro. Ma noi non avevamo appena avuto il tempo d'inchinarci, quando sua eccellenza, dilatatasi e rigonfiatasi un istante verso di noi, per tema forse che noi non perdessimo alcun micolino di ciò che gli ornava la parte sinistra del petto, senza credere convenevole di rispondere al nostro inchino, ci volse in un attimo il suo pingue groppone.