Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 6

Chapter 63,931 wordsPublic domain

Mi condussi finalmente alle sedici ore, e mi parve per la prima volta d'intendere l'eternità, che insino allora era stata per me una parola vota di senso. Le convulsioni che mi ha sempre causato l'aspettare, divennero una specie di manía. Guardavo verso il canto di Santa Sofia; già vedevo, già toccavo il garzonetto... O padre! non è poesia, ma è prosa, ma è tutta verità, s'io vi dico che più volte strinsi le braccia dietro a quel fantasma, e altrettante mi tornai al petto con esse. Entrai nella piccola corte, per l'instinto ch'ebbi sempre di nascondere quanto potevo il mio dolore: e perchè quel dolore onde allora mi struggevo, mi pareva una cosa così gentile, così cara, così sacra, che nessun mortale non mi pareva degno di contemplarlo. Quivi cominciai a fare un disonesto strazio de' miei capelli, cominciai a battermi le guance, a percuotermi questo infausto seno, nido di così tenace e doloroso affetto, a stracciarmi ed a troncarmi quanto potevo con le unghie e coi denti tutte le mie tenerissime e bianche carni, ed a fare, in fine, quasi presaga dell'avvenire, ogni mio potere per distruggere in sul loro spuntare queste che poi furono chiamate bellezze, e causarono la mia totale perdizione.

Più dell'aspettare mi disperava il pensiero che quella mia gentucciaccia sarebbe tornata a casa giusto circa il mezzodì; e dovendo, come avevo inteso la notte essere inevitabile, sgomberare della città tutto quel viluppo di studianti, donna Mariantonia non mi avrebbe già mandata per l'acqua alla fonte, ma tenuta a casa perch'io l'aiutassi in quel trambusto. Ed allora come avrei più veduto il mio amore?... In un momento s'oscurò il cielo, e cominciarono lampi spessissimi, che parvero trasfondere io non so che d'elettrico e di ardente nel mio sangue che già bolliva.

Ora come verrà?... cominciai a dire, cessando di percuotermi e congiungendo le mani in sul mio grembo. E se la pioggia lo bagna? e se un lampo lo abbarbaglia? e se un fulmine l'incenerisce?...

Questi pensieri annullarono la mia ragione già traviata. Uscii sulla piazza, e m'incamminai su per la via dell'Orticello, seguitando la mia invisibile stella. Pervenni alla porta che domandasi di San Gennaro, e quivi si terminava per me il mondo conosciuto. Quando m'affacciai alla piazza detta delle Pigne, che allora mi parve immensa, infinita, io ne presi quella impressione, io credo, che prese Vasco di Gama dal Capo di Buona Speranza. Entrai in un caffè ch'era a sinistra della porta sul rialto che serve di sentiero, dimandando per dove s'andava alla Croce al Sacramento. Quivi era una gran mano di giovani scioperati, chi con sigaro e chi con pipa, tutti sdraiati laidamente sopra seggiole e canapè, ch'erano intorno intorno e in mezzo, con un ginocchio sull'altro, disputando di teatri e di farse, d'istrioni e di saltatori, come della cosa pubblica più grave e più importante alla salute di tutta Italia. V'era la padrona assisa al banco; la quale io domandai della via. Quella me l'insegnava più tosto benignamente. Ma io non so perchè, tutti quelli scioperati ch'erano quivi, cominciarono a sbeffare me e lei, e intorno al mio essere tutta lacera e scalza e molle ed aver gli occhi pregni di lacrime, chi diceva una scempiataggine e chi un'altra; e ne ridevan tutti come di cosa assai sollazzevole. Ed alcuni che m'erano più da presso, mi davano, così per modo di celia, di piccoli calci nei fianchi con la punta de' loro stivali, e cominciarono leggermente l'uno a rimandarmi all'altro come una pallottola, e poi ne facevano le grasse risate. Io poverina, tutta confusa e rossa nel viso per la vergogna, non ebbi più spazio nè vigore d'imparare la via, nè la padrona che per non dispiacere ai signorini rideva anch'essa d'insegnarmela. Onde Dio solo sa come giunsi, fra gl'indegnissimi scherni di quella canaglia, a trarmi fuori del caffè, non ostante che piovesse dirottissimamente. Cominciai a camminare verso la diritta della porta, sullo sterrato che va lungo le antiche mura della città. La pioggia infuriava, e dagli antichi terrapieni si vedevano rovinare giù dai vani de' merli infiniti fiumi d'acqua. M'abbattei in un villano, il quale si menava innanzi un asino, che a furia di vergate non poteva fare che camminasse più che tanto. M'arrischiai di domandargli la strada; e questi fu più cortese ch'io non mi pensava. Levando il dorso della mano, mi mostrò a dito poco lungi una via che saliva alla prossima collina, dicendomi:

In fondo a quella è la Croce al Sacramento.

Era la pioggia divenuta uno spaventoso diluvio. Non si vedeva quasi più nulla. Rovinava dalla via de' Vergini un torrente, che qui chiamano lava, o più tosto un rapidissimo fiume, che correva precipitosamente con mille gorghi e rigiri per l'ampissima strada. In mezzo a quella era una sorta di ponte di legno, sostenuto da gravi ruote e da pesantissime catene, sotto il quale quel torrente passava; ed era data una via a chi da una parte della strada volesse passare a un'altra. Io mi trovai quasi in capo a questo ponte, ch'era il solo oggetto ch'io vedeva con qualche certezza. Nella direzione medesima del ponte vedevo, a traverso le onde che piombavano dal cielo, la via Saponara, in fondo alla quale io già m'immaginava che avrei trovato il mio solo bene. Vidi una canuta e stanca vecchierella, sopra cui batteva la pioggia e il vento in tal modo, che pareva dovesse annichilarla; e pure non s'abbandonò d'animo, e salì il ponte, che le acque già quasi parevano sommergere, e giunse dall'altra sponda a salvamento. Mi feci cuore, o più tosto un dio, di cui allora mi era sconosciuto il nome ma non la fatale possanza, mi strascinò già cieca com'ero divenuta degli occhi e della mente, e salsi il ponte. Il quale giusto in quell'istante fu coperto e rovesciato e strascinato via dalla crescente e impetuosissima piena dell'onde, e si sommerse, e mi sommersi anch'io, e l'onde si chiusero sul mio capo.

XXV.

Quando mi destai, mi trovai nella bottega d'un sellaio rimpetto l'Orto Botanico. Ero tutta livida e pesta ed affranta per la persona, e mi grondava a larga vena il sangue dalla tempia medesima che nel cominciare della mia infanzia avevo rotta a uno spigolo d'un marmo nella Casa della Nunziata. Io mi sentiva tutta indolenzita, e con la sinistra mano asciugavo stupidamente il sangue che mi veniva giù dalla tempia su gli occhi e nella bocca, e sbadigliando come dopo un lungo sonno, guardavo in viso coloro che m'erano intorno, senza ancora riconoscere me stessa nè rammentarmi del caso seguíto.

Era già quasi notte quando, ripresa in massima parte la virtù dei sentimenti, compresi tutto l'orrore dello stato mio. Il dolore della ferita al capo e di tutte le membra lacere e sanguinose, non mi parve più cosa sopportabile. Il braccio destro non potevo più muoverlo solamente; e solo dal vederlo e dal male non dicibile che vi sentivo, m'accorgevo di averlo ancora. Mi guardavo tutta e mi pareva un sogno. Mi pareva di vivere così in ispirito; ma che nessuna facoltà corporale rispondesse più alla mia volontà nè agli usati uffizi della vita. Oh padre mio! com'è terribile il sentimento di sentirsi vivo, e di non aver più nè gambe per camminare, nè braccia per operare, nè voce per parlare. Desiderai un'altra volta di morire: ma abituata, così com'ero da gran tempo, a non isperare più nessun bene, non badai molto a sperare il bene sommo dei mortali, la morte.

Intanto s'affollava gran popolo innanzi la bottega per vedere la giovinetta che, com'essi dicevano, la lava s'aveva pigliata; e il sellaio e la sua donna già temevano gravemente pe' loro arnesi, e già si pentivano del sentimento di compassione che li aveva sospinti a raccettarmi nella loro bottega. Tutti domandavano, e tutti rispondevano a un tempo; tutti narravano il caso mio senza saperlo, e tutti l'udivano senza ascoltarlo; ed era un bisbiglio ed una confusione incredibile. Pure di mezzo un tal frastuono io ricavai, che il ponte, portato dalle acque a gran furia, s'era rincontrato nell'altro ponte ch'era più innanzi e s'era fermo: che il mio corpo era più volte comparso e sparito sulla superficie delle onde; e che finalmente s'era intoppato nel ponte rovesciato, ma già la foga dell'acque ne lo levava; che tutti guardavano e compativano al fiero accidente, ma nessuno non si scrollava; e che allora un lazzarone, o che facesse meno stima della sua vita che tutti gli altri riguardanti, o che, quel che torna lo stesso, avesse l'animo più alto e generoso, si slanciò fra le onde, ed afferratami per un piede, me ne trasse fuori com'un cadavere.

Il lazzarone era quivi, e tutti lo mostravano a dito; ed egli se ne stava modesto quanto poteva nell'aureola di gloria che lo circondava, e con un viso in cui era dipinta una cotal grossolana bontà, che considerandola, e pure rammentando ch'egli era un lazzarone, lasciava intendere che gli uomini sono più infelici che malvagi; e che, se riescono malvagi, è sola colpa di quegli scempi o di quegli scellerati che non sanno o non vogliono educarli.

Intanto la calca cresceva; e la donna del sellaio, sentendo l'imminente pericolo, s'appigliò ad un partito che me la fece, sempre che poscia ripensai a lei, tenere per donna di molta discrezione. Volta al mio salvatore, gli disse:

Tu vedi in che stremo della vita è questa ragazza. O che non vai tu dal commessario a dargli avviso del seguíto?... Chi sia quest'infelice non è via alcuna di saperlo, ch'ella non può parlare: e il caso mi par bene da partecipare alla corte.

Il lazzarone andò, e poco di poi venne un birro ed uno scrivano con tre Tedeschi a prendere per iscritto il seguíto. Per fortuna il birro era di corto passato dal quartiere di Vicaria a quello di Foria, e conosceva donna Mariantonia, la quale, come albergatrice di studenti, aveva continua pratica con quella qualità di gente; e per conseguenza conosceva anche me e mi riconobbe. Onde fattosi far largo dai Tedeschi col calcio degli archibusi, mi pose sopra un biroccino menato a mano dal lazzarone, e conducendo me, il lazzarone, il sellaio e la sua donna al corpo di guardia del commessariato del quartiere di Vicaria, ci consegnò ad altri birri e scrivani e Tedeschi ch'eran quivi e s'andò con Dio. Questi ci sostennero tutti, mi portarono su e mi riportarono giù non so quante volte, interrogarono ed esaminarono minutissimamente il sellaio, la sellaia ed il lazzarone, fecero una sorta di processo addosso a tutti e tre, e poi costrinsero il lazzarone a pagare il nolo del biroccino, ed il sellaio a pagare le spese delle loro processure. Onde mi rammento che queglino andarono via maledicendo l'ora che mi avevano salva e raccolta dalla morte, giurando che mai più per l'avvenire non avrebbero soccorso un moribondo.

XXVI.

Io rimasi giù nel corpo di guardia come un cadavere, sopra le tavole dove si sdraiano la notte i soldati. In sulle tre ore di notte, io credo, un birro venne per me con un facchino, dal quale fui menata a braccia, dietro esso birro, a casa donna Mariantonia. Quivi trovai un nuovo mondo.

Era in tutta la casa uno scompiglio incredibile. Gli studianti avevano avuto ordine espresso dal commessario di partire fra le ventiquattro ore dalla città e tornare ai loro paterni focolari; nel silenzio della solitudine avrebbero potuto meglio che fra gli svagamenti della città, intendere a qualunque più nobile e più nuova disciplina. Gli antichi boschi ond'erano folte le labbra e le guance dei tre giovani aquilani e dei due nipoti di don Gaetano, erano stati crudelmente abbattuti da un barbiere, che il commessario aveva loro apparecchiato a tal fine nel suo cospetto. Donna Mariantonia era disperata. Tutti i suoi preghi e tutti i suoi scongiuri al commessario, tutti i suoi lezi e tutte le sue carezze agli altri sopracciò ed ai sergenti della famiglia, erano stati indarno. Aiutava come un automato gli studenti a fare le loro valige; ma stava come smemorata e senza comprendere nè quello che udiva, nè quello che vedeva.

Quando mi vide così moribonda, non fece nessun atto di maraviglia: e quando ebbe inteso come il caso era passato, disse che saria stato meglio che la lava m'avesse pigliata da vero; l'avrebbe sollevata dal peso del mio mantenimento, che diveniva importabile per lei ora che non l'era più conceduto di tenere a dozzina studenti. Mi fece gittare sul pagliericcio e visto il sangue che io grondava dalla tempia, disse non so che triviale dettato, che voleva significare, che se io era così malconcia, questo non era nè più nè meno del merito mio. Il birro e il facchino le domandarono la mancia; ma furono in vece accommiatati con le male parole; e s'udirono per lunga pezza i loro vocioni per le scale, perchè il facchino voleva qualcosa per il suo viaggio che il birro non gli volle dare.

XXVII.

Il dì seguente in sull'aurora tutti gli studenti partirono, chi da un lato e chi dall'altro. Quando don Gaetano disse addio a donna Mariantonia, costei si sfogò con un sospiro che parve che le svellesse il cuore. Certo l'era svelta quella sola rendituzza, con la quale l'era sembrato potersi innalzare sopra la sua condizione; ed il dover ritornare pura moglie di cuoco, senza aver più in casa il signorino di Catanzaro per bracciere e gli altri signorini per ospiti (benchè in tutti paresse sempre conoscere i segni dell'antica zappa), l'era troppo insopportabile dolore. La casa rimase deserta. Don Gennaro sentenziò che bisognava subito riallogarla, non essendone da lui solo sopportabile la pigione. Andò fuori; e un momento di poi venne gente, con la quale donna Mariantonia ebbe presto conchiuso il negozio.

Intanto io giaceva sul pagliericcio, senza potere nè parlare nè muovermi, ma vedendo e intendendo tutto e perfettamente conscia della grandezza del mio male. Non isperavo più ben nessuno, perchè sentendo di non poter vivere, sentivo ancora di non poter mai più rivedere il mio angeletto, nè sapere nè anche, prima di morire, se il suo babbo fosse mancato, e in quale stato egli si fosse rimasto. Donna Mariantonia in tutto quel giorno non mi porse cibo, non mi fasciò la ferita, nè mi soccorse in guisa veruna, nè pure un solo istante si volse a guardarmi per conoscere se io era spirata. Solamente l'udivo talvolta lamentarsi con cupa amarezza, di non aver avuto bastante riguardo all'incostanza delle cose umane quando mi tagliò e gittò via così facilmente il segno della Nunziata, ed ora eccole il mio peso, non punto leggero, sulle spalle. Ed io credo fermamente ch'ella non senza ragione mi lasciasse la ferita aperta, sperando ch'io dovessi morire svenata; e sono anche certissima che mi avrebbe ammazzata, se non avesse temuto d'esserne richiesta a corte e punita con la forca. Io le costava forse un grano di pane il dì, che monta a tre carlini il mese; e ho udito dire che ier l'altro un ciabattino, nella via della Taverna Penta presso a Toledo, abbia dato del succhiello nelle reni a un suo amico, che non gli potè rendere incontanente la metà d'un grano che gli doveva. Ma così profondata nel pelago della morte, io non morii, perchè la natura pare tanto più gelosissima della sua vittima, quanto più grande è il dolore al quale l'ha ab eterno destinata.

Il dimane era il dì dello sgombero. Donna Mariantonia e don Gennaro, per non ispender nulla nel trasporto della loro robicciuola, la trasportarono adagino adagino da se stessi. Alla fine, quando non v'ebbe più altro in casa, mi presero a braccia con quella pietà ch'era tutta loro, e strascinandosi il sacconcello dietro alla peggio, mi portarono in una bottega o casolare terreno nella via di Pontenuovo, ch'era rimpetto all'uscio nostro; il quale casolare, per cittadino, poco differiva da quello di Sant'Anastasia: e quivi, posto in un canto il sacconcello, mi v'ebbero tosto gittata sopra.

Il sangue era ristagnato da se; io cominciava a ritornare; ma sarei morta di fame, ultimo partito al quale s'era appigliata donna Mariantonia per levarmisi dinanzi; che richiestane a tutte l'ore, mai non mi porgeva alcun nutrimento. Io credo che, se bene ancora fanciulla, io l'avrei volentieri appagata del suo desiderio, e non avrei più nè domandato, nè preso cibo quando mi fosse stato porto, per cessare una volta i miei patimenti. La qual cosa io aveva più volte tentata prima di vedere quel garzoncello: nè mai m'era stato possibile di venirne a capo; perchè allora le mie braccia giovavano a donna Mariantonia. Ma dopo ch'io ebbi sperata, anzi gustata, tanta felicità sulla terra, quanta fu quella di riposare il mio stanco capo sul seno di quell'angelo di bellezza e d'amore, la morte cominciò a farmi un orribile spavento. Però cominciai a domandar del pane, che donna Mariantonia mai non mi dava. Ma io lo ridomandava con maggiore istanza quando una nostra vicina veniva a visitarci, e mi lamentavo, contra il mio solito, più pietosamente ch'io poteva; e così era forza alla donna di concedermi un tozzo di pane, se non voleva essere tenuta quello ch'ella era. Così sostentavo amaramente la mia vita, che più tosto che da quel tozzo di pane, ch'io conquistava ben di rado, m'era sostenuta dal vivo fuoco della speranza, che mi correva e nutriva tutte le vene, di rivedere l'adorato garzonetto.

Chi vi può dire, o padre, le bestemmie, gli scongiuri, la disperazione di quella coppia, ch'io non fossi morta, come pareva che fosse dovuto seguire? Chi vi può dire quanti parlamenti si tennero la notte, quanti partiti, e tutti crudelissimi e spaventevoli per me, furono proposti? Quante volte nelle ore in cui tutti gli altri mortali si ristoravano col sonno dalle fatiche e dai dolori del giorno, io fui spietatamente percossa e stretta alla gola; e nessuna via, pure ch'ella desse speranza di non apparire, fu lasciata intentata per finirmi. Io già lessi che in Inghilterra, dove non si permette lo sparo dei cadaveri, è una setta di scherani, che vivono vendendo ai cerusichi per loro esperimenti i cadaveri di quei forestieri che possono pervenire ad ammazzare. Costoro, montando addosso alla loro vittima, premendole mortalmente i ginocchi sullo stomaco e ponendo le loro labbra sulle labbra di lei, ne succhiano, per così dire, lentamente il fuggente spirito; ed è fama che nel cadavere nessun segno di morte violenta non resta impresso. Io credo ch'io non sarei più da gran tempo, se don Gennaro e donna Mariantonia avessero conosciuto questo modo di morte.

E nondimeno tutti gli sforzi loro furono indarno. La ferita cominciava a rimarginarsi; io cominciava a poter dare volta sul pagliericcio e giacere un poco su i fianchi; e la mia guarigione non pareva troppo lontana. All'ultimo, una notte don Gennaro e donna Mariantonia non rifinirono mai di bisbigliare, ma così adagio, ch'io non ne potetti intendere nè anche una sola sillaba. La mattina seguente donna Mariantonia mi si mostrava tanto amorevole, che mi parve un portento novissimo. Mi fu larga non di pane solo, ma ancora d'un poco di zuppa che fece bollire con qualche fronda d'alloro. Mi lisciò, mi carezzò; mi ravviò e rannodò i capelli per la prima volta dal dì che mi tolse; e la sera, essendo venuta la vicina a veglia, mi diede in presenza di lei un assai affettuoso bacio. Io era fuori di me, e non mi sapevo risolvere della strana visione che mi appariva. A notte profonda don Gennaro tornò con un gran fiasco in mano. Sufolato qualche parola all'orecchio della moglie, si appressarono entrambi al mio sacconcello, e dicendomi amorosamente che mi volevano condurre a una cenetta che avevano a casa certi loro amici, e sollevandomi molto dolcemente dal saccone, donna Mariantonia mi si pose a portare in braccio, ch'io non avrei mai creduto che mi potesse. Don Gennaro con la sinistra mano sosteneva il diritto gomito della moglie, sul quale io pesava di tutta la mia persona, e con la destra portava il fiasco. Sarebbe stata quella notte un gran lume di luna, se le nubi non l'avessero oscurata. Mi portarono per alcuni viottoli ch'io non riconobbi bene, sempre carezzandomi e baciandomi con infinito affetto. Finalmente, fermatisi di botto, la luna trasparì un momento dalle nubi ed io mi trovai presso alla buca della Nunziata. Quivi, spogliarmi nuda, versarmi sulla testa tutto quel fiasco, ch'era pieno d'olio, ficcarmi a forze giunte nel buco, e darmi un fiero calcio che, sdrucciolando, mi fe trovare nella ruota che rapidamente girò, fu un punto solo[2].

GINEVRA O L'ORFANA DELLA NUNZIATA.

PARTE SECONDA.

_Euntes autem discite quid est: Misericordiam volo, non sacrificium._

MATH. IX. 13.

Per ultimo, imparate che significhi: Voglio carità, non oblazioni.

MATT. IX. 13.

GINEVRA O L'ORFANA DELLA NUNZIATA.

PARTE SECONDA.

XXVIII.

L'ospizio della Nunziata è diviso in due parti. Delle quali l'una, quella sola ch'io conosceva, levandosi in due alti ordini di piani, dà sopra tre ampissime vie; e tutta ad immense volte ed a sale smisurate, pare sia stata edificata per abituro di Fingal e de' suoi compagni, e che veramente vi mormori per entro il suono dell'età che furono. L'altra, tutta quasi interna e tenebrosa, sembra deputata più tosto alle bestie che alle creature umane, ed ha distinto il suo fondo in forse cento angusti, umidissimi e quasi diruti covili.

Dei tremila bambini in circa che sono gettati ogni anno nella buca, duemila e cinquecento muoiono, la più parte di fame. Gli altri cinquecento vanno scemando nel modo che segue.

I maschi, come più acconci a pascere, con la fatica delle loro misere braccia, l'accidiosa ingordigia della gente minuta, sono quasi tutti presi, come già fui io dalla donna di Santa Anastasia e da donna Mariantonia, avanti di giungere all'età de' sette anni. Ai quali coloro che hanno non so se la ventura o la sventura di pervenire, sono mandati al grande albergo dei poveri, ch'è in sull'entrare della città a chi viene d'Europa, detto più comunemente e forse più ragionevolmente dal basso e dall'alto volgo, il serraglio, come se chiudesse o varie condizioni di peregrine belve, o gli eunuchi e le donne del soldano. Ma delle femmine si fa migliore governo.

Queste, se non s'imbattano in alcuna stregona che le conduca a rendere lo spirito altrove, pervenute ai sette anni, sono condotte, come tante anime semplicette, innanzi al supremo moderatore dell'ospizio, che suol essere, il più, qualche sterminato baccalare di nobiltà. Il quale, novello Minosse, consideratele un istante, secondo che gli vanno o no a sangue, le manda a libito, e senza che nessuna abbia potuto peccare più o meno d'un'altra, chi nel primo ordine delle smisurate sale fra le elette, che per instituto non possono oltrepassare le cento, e chi nei covili fra le reprobe, che non sono mai più di dugento cinquanta.

Padre mio adorato, le cose nuove avrebbero bisogno di nuovi vocaboli ad essere descritte. Ma se, non per anche giunta a' sei anni, l'essere a viva forza intromessa in quella maladetta buca messe così fieramente a ripentaglio la mia vita, considerate, ora che avevo già valichi gli undici anni, in quale compassionevole stato io apparissi alla religiosa ch'era di guardia alla ruota, dopo che que' due carnefici ebbero recato ad effetto il loro nefario trovato.

La religiosa, che per la insolita resistenza incontrata dal troppo grave peso, girò violentemente la ruota, al primo vedermi si tirò un passo indietro inorridita. Io sembrava più tosto un mucchio di ossa sfracellate e di carne franta e sanguinosa, che una creatura vivente. Non sentivo più di me, e tutta quasi vinta d'ogni sentimento, contemplavo stupida, e come per un sogno febbrile, la piccola cameretta assai somigliante a un sepolcro, la pallida lucerna che la illuminava, e il viso spaventato della religiosa, che il pallore del lume rendeva più funesto.