Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 5

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Io non mi rammento di altri avvenimenti che mutassero l'uguaglianza di quei giorni, se non ch'io era spesso malata. Ma poi insensibilmente la malattia mi divenne abito, anzi seconda natura. La mia vita divenne uno sforzo continuo; e m'avvezzai a reggermi in piedi, a camminare e ad affaticarmi in ogni più strapazzata maniera, quando più mi prostravano a terra il languore e le febbri causatemi dallo stento e dai patimenti infiniti che sopportavo. Pure, essendo tutto il mio vestito quel cencio col quale venni via dall'ospizio, non ostante che la mia complessione fosse assai cresciuta, e non giudicando donna Mariantonia che alle fanciulle si convenisse andare altrimenti che scalze, avveniva talvolta che dal freddo mi gelavano i piedi e in tal guisa mi si fendevano, che il camminare mi diveniva assolutamente impossibile. Allora io giaceva per qualche dì come morta sul pagliericcio, non senza infinite bestemmie e mali trattamenti e battiture di donna Mariantonia, ch'era costretta a disertarsi, pagando un grano il dì a un'altra fanciulla, che faceva per quei giorni, ma meno percossa di me e meno faticosamente, le veci mie.

XXI.

Era del mille ottocento ventuno. Io era giunta all'undecimo anno dell'età mia, e divenuta alquanto altetta della persona, se non che, sotto la sferza del dolore, venivo assai tenue e minuta. Pure non potettero gli stenti miei sterilire tanto la natura, che qualche segno di giovinezza non cominciasse già a spuntare in sul mio seno. Oh giorni! Oh momenti eternamente ineffabili d'affanno, di dolcezza e di speranza! Era di marzo. A un tratto mi si mutò la scena del mondo. Fin allora io m'era sentita lentamente mancare, e tutto intorno a me m'era sembrato che lentamente mancasse. La distruzione, la morte, il nulla mi era apparso la meta finale a cui tendesse ogni cosa creata, e l'assenza del dolore mi era sembrato il desiderio più grande che potesse nascere nel cuore dell'uomo. A un tratto mi parve che l'universo moribondo rinascesse. Una vita, una forza nuova ed incognita e più che umana, mi parve che penetrasse nel seno d'ogni cosa e di me stessa. I cenci che appena mi coprivano, cascavano in pezzi come prima; come prima io nè mangiava, nè dormiva, nè riposava, e d'ogni altra cosa più necessaria alla vita sostenevo inopia come prima. E nondimeno ogni giorno, ogni ora, ogni fiato dell'aura vitale, in cui nuotava allora qualunque cosa terrena, mi rendeva assai maggiore di me stessa e d'ogni angoscia e d'ogni stento: e pareva che m'infondesse una nuova anima, tutta diversa da quella di prima già spenta; e mi pareva che con questa io trionferei l'universo sulle ali del vento. Il fine al quale io era stata creata non mi parve più nè l'assenza del dolore, nè il riposo, nè la morte; ma la vita, il movimento, il piacere, la felicità, il paradiso. A questo paradiso, a questa beatitudine sovrumana ed ignota ed incommensurabile ed infinita io mi slanciava da un istante all'altro fra i voli della mia fantasia. Ma l'infinito non poteva capire nell'essere mio ch'era finito! Alla fine, dall'altezza di tutti i cieli io precipitava come nel più basso baratro della terra, e la perdita di quel paradiso mi ritornava alla disperazione. E già quasi il prestigio dispariva. Ma quella disperazione non era più freddo desiderio di morte, ma calda, ardente, smaniosa ansietà di piacere, dalla quale riscoppiava ad ora ad ora la speranza.

Un giorno, era il mezzodì, e il cielo era di una così viva serenità, e l'aere così tepido e odorato, che quasi parea che la natura si guardasse in seno a se stessa, come compiacendosi d'essere tanto bella. Io andava con la secchia alla fontana. Quando fui presso al palazzo Santo Buono, levando gli occhi a caso, vidi un vecchio curvo e canuto, che con la destra si appoggiava a una lunga canna e con la sinistra al braccio d'un giovinetto, che alla sembianza, ed all'amore col quale lo guidava, mostrava d'essergli figliuolo. Se la fantasia non m'inganna ancora, io non immaginai mai angelo del paradiso tanto bello, quanto era quel garzonetto. Era bianco fino al pallore, avea gli occhi d'un vivo cilestro, i quali egli volgeva languidamente, come affaticato e stanco da un lungo soffrire, e molti biondi capelli e alquanto crespi gli scendevano morbidamente sugli omeri. Oh padre! Chiunque dice che la povertà avvilisce; chiunque ne rivolge gli occhi schivo come da cosa paurosa e brutta, io vorrei che avesse veduta quella coppia. Quale nobiltà, quale riposo nel sembiante del vecchio; quale affetto, quale innocenza negli occhi del giovinetto! Qual mai decoro traspariva dai cenci medesimi che li ricoprivano! S'indovinava, ma non si udiva, ch'essi domandavano la vita per Dio. E quando io ebbi un poco coltivato lo spirito, e ch'io lessi di Omero e di Belisario ciechi e mendichi che un garzoncello guidava per mano, mai, per entro il prestigio dell'antichità e della favola, non seppi immaginare due più nobili figure.

Quand'io levai gli occhi al garzonetto, riscontrai i suoi, che mi sembrarono come da lunga pezza fissi sopra di me. Oh padre! Io non credo al fascino: ma certo l'onnipotenza d'uno sguardo sarà sempre il più inesplicabile de' misteri. Io vidi o mi parve vedere in quegli occhi un sentimento di compassione per lo stato mio; e credetti a un tratto che fra me e lui altro sentimento non fosse scoppiato se non la simpatia della sventura. Ma mi corse un lungo brivido per le membra e per l'ossa: e questo brivido, che pur era amarezza e dolore, mi sembrava piacere. Quello fu il primo istante in cui questa parola non fu più senza senso per me. Oh gran Dio! Quanti e quanto nuovi sentimenti mi si successero con la rapidità del fulmine nel più profondo dell'anima. Quella che mi parve alla prima una dolce riconoscenza alla pietà ch'egli mi aveva, si trasformò magicamente in un tenero sentimento di compassione per lui. Mi apparve (chi il crederia?) più infelice di me! mi sembrò ch'egli avesse bisogno di me, e ch'io fossi fatta per consolarlo. In che modo io avessi potuto consolarlo, non sapevo vedere! Pure mi pareva, che avvicinandomi a lui, stringendomelo forte forte al seno, e colmandolo di mille miei baci, che così io lo avrei consolato. Alla fine mi tremarono le ginocchia, mi sentii come mancare, poi ruppi in un dirottissimo pianto, e mi parve che s'egli avesse sostenuta e stretta me sul suo seno, e mi avesse ricolma di suoi teneri baci, che solo su quel seno io avrei trovato quella pace, alla quale avevo indarno sospirato dal dì che fui conscia di me stessa.

XXII.

Riavutami un istante dal mio strano turbamento, e rasciuttemi le lacrime col lembo della mia vesticciuola, il garzoncello ed il vegliardo entrarono lentamente nel palazzo Santo Buono. Il giovinetto si rivolse più volte per vedermi; e quando fu per isvoltare il peristilio della corte, affisse gli occhi sopra di me così pietosamente, che parve che il cuore gli si spezzasse.

Un istante appresso disparve; e con lui sparì il prestigio dell'ora, del sole, della stagione e dell'universa natura; ed io mi feci fredda come il ghiaccio.

Il dì seguente, quando, in sulla più bell'ora della mattina, io cominciai le mie gite alla fontana, sentii sciogliermi le ginocchia appena rividi l'aria aperta. Sudavo e gelavo a un tempo, e mi palpitava il cuore in un modo così concitato, che pareva che allora allora mi si schiantasse. Ma non mai, non mai, in tutte le dieci volte ch'io ritornai alla fonte, mi fu conceduta la cara vista, in cui io aveva risposto tutto il mio bene, tutta la mia speranza. Quando rivenni l'ultima volta dalla fonte, entrai, senza quasi avvedermene e come un automato, nel palazzo Santo Buono, se forse mi fosse dato di vedere il giovinetto. Ma il portinaio, ch'io non aveva veduto, mi fece accorta di se con un fiero calcio, gridandomi in capo che non si conveniva alla scalza e stracciata canaglia d'entrare ne' palagi de' principi.

Erano già dieci giorni ch'io non vedeva più nè il vecchio nè il giovinetto. Prima ch'io lo vedessi, era un gran tempo ch'io aveva perduta la consuetudine di piangere. Ma dal dì che lo vidi, m'era stato nuovamente conceduto questo divino benefizio, e mai non tornavo dalla fontana e non vedevo il palazzo Santo Buono, ch'io non fossi costretta a farmi adagio adagio dietro la cantonata di Santa Sofia, e quivi sotto una bella immagine della Vergine ch'era affissa nel muro, versare, fra spessissimi singhiozzi, un torrente di calde lacrime; chiamando l'ignoto giovanetto, se non col nome che aveva, con quello almeno che gli aveva dato il mio cuore, di vita mia, di anima mia, di mia sola speranza, di mio angelo, di mio universo, e raccomandandomi alla Vergine, che almeno un'altra sola volta me lo mostrasse. Seppi di poi che quell'immagine era un capolavoro di Raffaello, involato nell'anno novantanove dalla casa di un medico valorosissimo, che dal popolaccio del suo rione, al quale egli aveva per lunghi anni prestato i soccorsi dell'arte sua senza ricompensa veruna, fu a colpi di pugnali e di mazze trucidato e sfracellato, e il tronco corpo gittato dalla finestra.

L'undecimo dì, era verso le ventitrè ore, io tornava con la secchia dalla fontana, allorchè presso la medesima cantonata di Santa Sofia riconobbi subito all'angelico viso il garzonetto, che senza il vecchio m'attendeva. Appena mi vide, l'angeletto mi s'appressò, e, sollevandomi dal peso importabile della secchia, mi pigliò dolcemente per la mano, e mi condusse in un solitario viottolo, ch'era accanto a quella cara immagine. La quale riguardando e pure credendola sola autrice di tanto mio bene, quali lacrime d'ineffabile dolcezza e di riconoscenza mi piovvero dagli occhi, e quante!... Appena ci fummo sottratti alla vista degli uomini, l'angelo mio mi strinse al suo seno palpitante, e con le sue calde labbra inghiottendo le lacrime ch'io versava a torrenti; era più alto di me e mi baciò sulla fronte. Poi curvato il collo tutto bello di giovinezza, m'afferrò con le sue labbra le mie e mi vi stampò un bacio di memoria immortale. O Creatore del Tutto! Allora dovevi chiamarmi alla tua pace... ma forse temesti che anche nel paradiso io ti avrei ridomandata la terra.

Dimmi, anima mia, come ti chiami?... mi domandò l'angeletto. Ginevra, io risposi singhiozzando.

E intanto, carezzata e stretta e ribaciata da lui, io, fuori di me e senza sapere che fosse, cominciai, mischiando stranamente alle lacrime un sorriso di tenerezza, cominciai a stringermelo al seno ed a baciarlo anch'io... ed a ribaciarlo.

Quando ci fummo riposati lungamente l'uno sul seno dell'altro, ove il cuore taceva, il mio angeletto, sollevatomi leggerissimamente il capo con ambo le mani, mi disse:

Amore mio, quanto mai sei bella! Com'è mai possibile che il cielo abbia potuto condannare alla sventura una sua abitatrice, quale tu sembri negli atti, nel volto e in tutta la tua angelica persona. Tu mi sembri uno di quei fantasmi che mi si sono talvolta rappresentati alla mente, quando standomi col mio babbo le lunghe ore in qualche tempio, mi è stata dalla divina parola promessa la beatitudine dei cieli, tutta accompagnata dalle incantevoli forme delle anime eternamente beate. O mio solo bene, mia sola speranza, quanto apparisce strano ed inesplicabile il contrasto ch'è fra gli squallidi cenci che ti ricuoprono e la tua tenera e trasparente carnagione, ed il tuo viso bianco e rosato a un tempo, e quegli occhi neri e quelle nerissime chiome che ti si smaltano sugli omeri. O fanciulla del paradiso, fa ch'io non ignori chi sei; che il cuore già mi dice, che come nelle mie membra mal coperte e brutte di povertà e di dolore, scorre un sangue nobile e gentile, che così nobile e gentile debb'essere quello che ti trasparisce dalle membra e dal volto.

O gran Dio! come io precipitai dal paradiso nell'inferno a quella inchiesta! Io grondai tutta, m'annegai in un pelago di confusione, e desiderai veracemente che la terra s'aprisse per inghiottirmi. I quattro anni che avevo valicati in casa il cuoco mi avevano fatta pur troppo accorta che gli uomini credono, che l'essere in sul primo vagito gittata dalla miseria o dalla paura nella buca de' reietti, sia un'infamia che debba perpetuamente, sino alla morte e dopo la morte, pesare sul capo della vittima.

In fine Iddio mi concesse tanta forza, ch'io non mi morii, ma giunsi a dirgli:

Amore... dimmi prima chi tu sei... e poi ti dirò delle mie sventure.

Ed essendomi io tutta arrossita nel viso:

Ginevrina adorata, mi disse, tenendomi sempre le sue mani sulle tempie e sulle guance, e così sostenendo un poco levato verso di se il volto che naturalmente per vergogna mi s'inchinava, tutto quello che vuoi ti dirò. Io non sono più io dal dì che ti vidi. Angelo mio, mi pare che se il mio babbo mi avesse data una sorella, che così io l'amerei, come ora ti amo. Babbo era il più famoso chimico che siesi conosciuto qui: dico era, perchè si può dire ch'egli già più non vive. Alcuni venerabili vegliardi, tutti poveri come noi siamo, che sempre vengono a visitarlo, dicono fra loro sommessamente, ch'egli fu il primo ad introdurre lo studio di quella scienza in questo ch'essi chiamano estremo canto dell'universo civile. Costoro dicono pure ch'egli doveva morire ventidue anni fa sul patibolo, dove morì un suo più che fratello, che non mi ricorda il nome, che aveva il primo formato qui un orto di piante rare e medicinali, come quello ch'è ora in Foria, e gli fu divelto a furia dal popolo, come malefico effetto d'incantesimo diabolico: dove morirono, finalmente, tanti grandi uomini così nelle armi come in tante altre o arti o scienze, che non so nominare: e dicono, che, per lunghi anni, mai più quest'infelice contrada non sarà bella d'uomini somiglianti, perchè dal sangue, essi soggiungono, può rinascere sangue; ma non ingegno, nè sapere, nè grandezza altra verace. Mio padre scampò quella morte, perchè un generale di certi popoli barbari, con la forza dei quali si commettevano qui tutte quelle atrocità, fu meno barbaro de' nostri medesimi cittadini, e, dimandatolo esso, come per farne uno scempio maggiore, lo mandò in esilio. Babbo andò ramingo in Francia, dove fu sforzato di accettare un tozzo di pane il dì dal forestiere: e mi racconta sempre che nessuno assenzio è amaro quanto quel pane. Otto anni di poi mi racconta che tornò qui con una moglie francese, dalla quale ebbe me: ma la mia nascita costò la vita a mia madre, e fu la prima mia sventura. Poi ebbe un impieguccio, col quale sosteneva sottilmente la sua vita. Sett'anni fa lo perse, e poco di poi in non so quale sperimento chimico acciecò. Così fummo ridotti all'estrema mendicità in cui ora ci troviamo. Il dì che seguitò a quello in cui gli occhi miei si scontrarono ne' tuoi, babbo infermò, ed è ancora infermo in un tugurio che abitiamo dalla croce al Sacramento. Rotto e stanco dall'età, dall'inedia e dal morbo, giace sopra un misero letticciuolo come un tronco inerte. Gli occhi, quel solo spiracolo dell'anima e della vita, sono già spenti. Io moribondo pongo le mani sul suo cuore per sentire se palpita, appresso l'orecchio alla sua bocca per udire se respira. Parmi talvolta di nulla sentire, di nulla udire, e gitto un grido disperato, piango la sua morte, e mi sento morire io stesso. Poi mi rilevo, lo guardo, mi viene dalla sua vista lo spavento del cadavere, mi riappresso agonizzante, gli ripongo la mano sul cuore, che risponde languidissimamente al tremito di essa. Allora ritorno col mio volto sul suo pallido volto, lo bagno delle mie lacrime, lo riscaldo col mio fiato anelante; poi rimango tramortito sopra lui. Questa è la vita che meno. Ma, oh Dio, Ginevra, è già un'ora che noi siamo abbracciati, che l'anime nostre sono confuse insieme, anzi sono una sola. Lo spavento di trovare mio padre estinto mi divide, come con una scure, da te. Dio mio! che separazione! che nuovi movimenti io sento nel mio cuore! Come m'è divenuta cara la vita dal momento che ti vidi! come mi pare di conoscerti, d'essere stato sempre al fianco tuo, dal primo giorno ch'ebbi la coscienza di me stesso. Ginevrina mia, credimi: mi pare che fino a questo momento io sia andato ansante, anelo in cerca di qualcosa, ed ora mi pare che questa cosa io l'abbia trovata e che sei tu e che fossi tu ab eterno. Stringimi, stringimi forte al tuo seno...

Ed io forte forte lo stringeva...

Stringimi questa mano, che ad ogni tua stretta io sento passarmi nel cuore una beatitudine sovrumana...

Ed io la stringeva, ed erano entrambe di ghiaccio!

Tornami a baciare, Ginevra...

Ed io gl'infiggeva sul petto, sulle labbra, sul volto, sugli occhi e su quei celesti capelli io non so quante migliaia di baci... ed egli snodando le mie nere chiome, le accostava alle sue labbra come cosa sua, e con un sentimento, che non si può dire con parole, di beatitudine e di disperazione insieme, le baciava e poi tornava a baciare.

Seguitava ad esprimere quanto poteva lo stato dell'anima sua, ed io pendeva fra attonita e palpitante dal suo labbro, perchè ogni sua parola m'era una rivelazione di quello che io sentiva nel profondissimo dell'anima mia, e non bastava ad esprimere. Alla fine, diradicandosi da me come una quercia dal suolo dov'ella è fitta da più secoli, rivolse gli occhi al cielo quasi accusandolo di tanto dolore, trasse un sospiro disperato; e facendosi la più tremenda forza, mi respinse convulsivamente da se, perchè altra via di staccarci non v'era, raccomandandomi che il dimane, in sul mezzo dì, io l'avessi atteso sotto l'immagine... e si allontanò da me soffermandosi ad ogn'istante, come strascinato a un tempo da due avverse possanze, dalla magia della mia presenza e dall'immagine del padre moribondo. Un momento di poi, fra il crepuscolo di quell'ora, io vidi sparire l'incantato fantasma dietro la curvatura del vicoletto; ed appoggiata al muro medesimo dov'egli mi aveva lasciata, rimasi come un cadavere in piedi, finchè battette l'ora all'oriuolo di San Giovanni, e m'avvertì dello scempio che mi attendeva a casa donna Mariantonia.

XXIII.

Ritornai lenta e penserosa sulla gran via Carbonara, non felice, non infelice, ma annullata dalla folla de' nuovi pensieri e de' nuovi sentimenti che mi aveva destato la stupenda visione che mi era apparsa. Io andava a casa come si va al patibolo, e s'io avessi potuto sperare un momentaneo ricovero da qualunque più inospito mortale, mai più non vi sarei tornata. Ma la solitudine e la notte mi spaventavano: onde io, tutta rassegnata a morire sotto i colpi della mia padrona, e parendomi assai felice sorte quella di morire per una causa così cara, salsi le scale non più pensando a quello che mi sarebbe convenuto soffrire fino al seguente dì, ma al già troppo sospirato momento di rivedere l'amor mio.

Un avvenimento assai improvviso sopraggiunse a liberare me, ed a turbare l'annosa pace di donna Mariantonia.

Era il dì ventiquattro di marzo. La vigilia di questo giorno è memorabile a Napoli; perchè vide entrare nella città gli Austriaci, ai quali ondeggiava su gli elmi una selva d'incruente mortelle. A quei giorni io mi trovai spesso fra le archibusate nella via Carbonara, e, come fu sempre il costume qui, vidi dal più abbietto popolaccio vilipendere quanto v'era di uomini più gentili ed onesti e venerabili. Senza sapere per anche che fosse al mondo coraggio o paura, io, benchè non ancora fuori di puerizia, non aveva mai temuto per me; che gl'infelici, anche bambini, mai non temono di morire. Bene mi si rizzarono più volte le chiome quando pensai all'amato garzonetto, benchè ancora non l'avessi stretto a questo seno. Quando giunsi a casa, trovai innanzi all'uscio di scala un birro, gente della quale era allora gran difetto: però supplivano obbedientemente i soldati austriaci; e di questi ve n'era tre col birro. Costui era venuto per gli otto studenti, da parte del nuovo commessario del quartiere, che li voleva allora allora tutti otto nel suo cospetto. Ma di costoro solo i due abati e don Gaetano erano a casa. Onde donna Mariantonia, tutta smarrita nel volto, pregava il birro con parole e con gesti e con toccamenti eloquentissimi e tutti accomodati a spetrare il cuore di tal maniera d'uomini, dicendo, che i più di coloro non erano a casa e sarebbero tornati assai tardi, però le concedesse sola una notte, e la mattina li avrebbe ella stessa accompagnati tutti in sul commessariato a levata di sole. E:

Via, bello figliuolo, gli diceva sorridendogli così un poco sotto lo sperticato naso, ch'egli pareva a quando a quando prostendere come l'elefante la sua proboscide, fammelo questo piacere di non mi mettere a quest'ora tutta la casa a soqquadro; fammelo per cotesto caro musino...

Ed accoccò tale un bacio sulle luride labbra di quello schifoso manigoldo, ch'io ancora sudo a pensarlo.

Il birro più che mai allungò il naso, nè trovò più nel suo cuore l'usata ferocità. Onde, facendo occhiolino a donna Mariantonia, così a quella maniera sgherresca, e pure volendo conservare il decoro della sua dignità, le disse:

Donna Mariantonia, vossignoria li condurrà tutti e otto in commessariato domattina alle quattordici ore, o io verrò qui per essi alle quindici.

E volgendole amabilmente il tergo, e pure sogguardandola come per averne maggiore speranza al bel desiderio che gli era surto nel cuore, ne andò con Dio; e i tre Austriaci, stati fino allora immobili come tre pezzi di masso, rivolgendosi e movendo dietro a lui con esemplare rassegnazione, diedero finalmente qualche segno d'essere animali.

Dopo la costoro partita, donna Mariantonia, che probabilmente aveva indovinata la causa della chiamata, fu inconsolabile. Non ebbe nè il tempo nè la mente di pensare a me; ed il mio fallo, che in qualunque altro tempo sarebbe stato capitale, quella sera passò perfettamente inosservato.

XXIV.

Tutta la notte non fu potuto dormire, perchè donna Mariantonia e don Gennaro, presedendo nell'assemblea degli studenti, discorsero e disputarono le ragioni della richiesta. Fu unanime sentenza che il nuovo governo volesse rimandare ai babbi tutti gli studenti provinciali ch'erano nella città, e l'afflizione fu grandissima ed universale. Pianse donna Mariantonia, pianse don Gennaro; e questo s'intende. Furono bagnate le selvose guance de' tre giovani aquilani e de' due nipoti di don Gaetano; e furono umidi gli occhi (chi il crederebbe?) de' due pingui abati pugliesi. Ma rimasero secchi i due occhiolini che giravano nell'angusta fronte di don Gaetano, che, come vigliacco, non versò mai una lacrima.

La mattina seguente scendemmo tutti processionalmente le scale, e donna Mariantonia, chiudendosi dietro l'uscio, che serrava a saliscendi, l'inchiavò e si nascose la chiave nel petto. Quando fummo nella via, m'intimò di aspettarla quivi sull'uscio, ed essa ne andò con don Gennaro, don Gaetano e gli altri sette studenti alla volta del commessariato.

Erano avanti l'uscio da via, che non era de' suntuosi, tre piccoli scalini, sopra il primo dei quali io mi sedetti; stracca e stordita dalla veglia della notte e dal desiderio, caro e tremendo a un tempo, di rivedere il giovinetto. Già, da che s'era involato dagli occhi miei, gl'istanti m'erano sembrati secoli. Senz'avvedermene, io aveva sempre gli orecchi intesi a contare i tocchi dell'oriuolo di San Giovanni. L'oriuolo batteva l'ore ad ogni quarto; e mai non ne udiva il suono ch'io non rimanessi attonita e disperata della sua spietata lentezza.