Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 4

Chapter 43,857 wordsPublic domain

Ciascuna delle tre enormi conche o vasi di terra ch'ella mi aveva mostrati, conteneva, come ne feci l'esperienza, circa a sette di quei secchioni, di maniera che, come intendete, mi conveniva andare almeno dieci volte il dì alla fonte, e dieci volte rivenirne coi secchioni pieni e portarli entrambi al settimo piano. Mi avviai la prima volta, e forse perchè la Madonna mi prestò le forze, potetti i due secchioni voti fino alla fonte. Ma quando gli ebbi riempiti, io mi accorsi che a grandissima fatica ne potevo uno. Allora tutta smarrita e tolta di me, cominciai a percuotermi le guancie e la fronte ed a stracciarmi i capelli, considerando lo strazio che avrebbe fatto di me donna Mariantonia, s'io le fossi tornata con una sola secchia.

Erano di qua e di là dalla fonte sei grandi ricettacoli d'acqua, tre da una parte e tre dall'altra, lunghesso il parapetto dei quali erano assai donne a lavare. Io, percorse ch'io l'ebbi tutte con lo sguardo, tolsi di mira quella che mi parve aver cera più umana, ed accostatamele, le significai, piangendo, il caso mio, pregandola per se mai aveva qualche piccola figliuola, per l'amore che portava a santa Caterina, la cui chiesa era colà rimpetto, di volermi aiutare per quella sola volta a portare una di quelle secchie fino a una casa presso alla chiesa di San Giovanni a Carbonara; che così mi avrebbe salvata dai più crudeli tormenti, ed il Signore gliene avrebbe riprovveduto in cielo.

Oh Dio! com'è feroce l'uomo! Questa donna, che pareva umanissima fra tutte le altre, mi si volse con un piglio così disumano, che a un tratto io temetti di peggio e m'arretrai:

To', non volevo far altro!, mi rispose. Odi malizia per non faticare.

E levando incredibilmente la voce, talchè trasse sopra di me gli sguardi di tutta la gente:

Fatica, fatica, mi gridava in capo quanto n'avea nella gola. Come fate presto ad assuefarvi a non volere far nulla. Grande scioperatucciaccia che tu déi essere.

In un istante fu un gran cerchio di minuta gente intorno a noi, corsa come a un caso gravissimo. S'io non mi morii dalla vergogna, certo non fu cosa naturale, ma ordinamento del cielo, che mi serbava a maggiori sciagure. Tutti, come sapete che si costuma qui in simili casi, ci vollero giudicare. Chi diede ragione alla donna e chi a me, bench'io non profferissi sillaba in mia difesa e stessi come una trasognata; ma nessuno s'offerì d'aiutarmi in quello scambio. Solo un farinaiólo, grasso e grosso, con una immensa pancia ed un enorme naso, accorso anch'egli d'una botteguccia ch'era colà presso, ebbe qualche pietà di me, e portando una delle due secchie nella sua botteghetta, tutta mi venne riconfortando, dicendo ch'io fossi andata pure felice con una sola, e, lasciata quella a casa, fossi tornata per l'altra, ch'egli me l'avrebbe custodita sicuramente.

Così me n'andai con un secchione, che appena potevo con ambo le braccia, non senza essere spettacolo a molti lazzaroni sfaccendati per un gran tratto della via Carbonara.

Io non so come feci a reggere quel peso per le scale. Ad ogni scalino ero costretta di fermarmi, e prendere un poco di fiato per rimontare l'altro. Giunta al penultimo pianerottolo, vidi donna Mariantonia, che fattasi in capo della scala, cominciava a garrirmi della mia tardanza:

Credevo che ti fossi annegata nella fonte, brutta carogna...

Eterno Dio! Qual fulmine, quale Vesuvio scoppiò mai con tanta tempesta, con quanta si precipitò colei per la scala, tosto che s'avvide ch'io tornava con sola una secchia. Senza darmi il tempo di aprire solamente le labbra, ella mi assalì con tanti pugni alle tempie, con tanti calci sul petto e sullo stomaco e con sì nefande bestemmie, ch'io caddi per terra come morta.

XVI.

Quando mi risentii, mi trovai donna Mariantonia addosso che mi cacciava due sudici cenci bagnati nell'aceto, uno nelle nari e l'altro nella bocca; non che le importasse punto della vita mia, ma perchè, s'io fossi morta, non le sarebbe più avanzato nessuno, onde avere qualche novella del suo perduto secchione. Non ricuperai così bene la virtù de' sensi ch'io non mi rimanessi come stupefatta. Donna Mariantonia, fuori di se e balbettante dal dolore, e pure chiamando ad ogni poco la secchia, così com'ell'era scinta e scapigliata, mi strascinò sulla via. Quivi ai pugni ed ai calci mischiava talora alcuna carezza, reprimendo con memorabile sforzo il suo furore, per il desiderio che la stringeva di recuperare l'arnese smarrito. Così ebbi io un attimo di tempo per dirle che l'avevo lasciato alla bottega del farinaiólo ch'era in sulla piazza di santa Caterina. Don Gaetano, intanto, fattosi alla finestra e vista la disperazione di colei che sola volgeva la chiave del suo cuore, anch'egli, a uso Catanzaro, scese in farsetto sulla via con un berrettino bianco a cocuzzolo in testa. E udito il caso e profferto il suo braccio a donna Mariantonia, che con l'altra mano mi teneva forte perch'io la menassi dov'io diceva, c'inviammo tutti verso la piazza di santa Caterina, non senza avere appresso un codazzo di lazzaroni accorsi ai tronchi gridi ed allo smarrito volto di donna Mariantonia.

Essendo già quasi il mezzodì, il buon farinaiólo era ito a desinare a un'osteria fuori la porta Capuana, ed aveva lasciata sua moglie a guardia della bottega e del secchione. Arrivati che fummo in sulla piazza, donna Mariantonia vide da se la botteguccia, e torreggiarvi entro l'immensa corporatura della padrona; e dietrole, fra molti sacchi di farina e bugnole di crusca, il suo amato secchione. Onde, studiato quanto potette il passo, cominciò, in atto fra brusco ed allegro, a domandare a colei il suo secchione.

Si sdegnò a simili modi l'altera venditrice di farina, e parendole che donna Mariantonia, quasi sospettando della sua interezza, avesse voluto farle scorno nella venerabile presenza degli onesti lazzaroni che ci seguitavano, quasi tutti amici o conoscenti antichi della casa sua, se le levò incontro, e ripiegando le braccia, ed appoggiando il dorso delle mani nei fianchi:

E che credevi tu, le disse levando altissimo la voce, ch'io fossi una qualche mariola come tu sei, che sei sempre richiesta a corte per le masserizie che tu vai rubando a tuoi studenti? O credi tu di farmi paura con cotesto studente calabrese che t'è al fianco; che se lo vede il mio marito, te lo scortica vivo vivo...

E con mirabile agilità di lingua continuava a proverbiarli entrambi.

A me mariola... A me studente calabrese, santo diavolo... risposero, quasi a un tempo stesso, donna Mariantonia e don Gaetano. E il proverbiare la donna a vicenda, e l'azzuffarsi tutti tre insieme, e l'essere don Gaetano cacciato per terra senza berrettino e tutto lacero e rabbuffato, fu tutt'uno. Le donne, rimaste padrone del campo, si ghermirono come due uccelli di rapina. Si stracciarono i capelli a ciocche, si graffiarono i visi, si troncarono a furia di morsi le carni, ed entrambe al punto medesimo toltisi i pettini d'argento dal capo, si sforzavano scambievolmente, con ogni estrema prova, di ficcarsene gli aguzzi denti nella gola. Tutti gli sforzi dei lazzaroni ch'erano intorno, per separarle, furono indarno. Alla fine uno di costoro corse al corpo di guardia del commessariato di polizia del quartiere a chiamare il feroce, che sapete che così si domandano qui i birri e qualunque servente della famiglia. Giunse il feroce, ed è mirabile a pensare come in un subito il suo venerando aspetto sedò la battaglia. In meno che non lo dico, ci trovammo tutti nel cospetto del commessario sul commessariato, donna Mariantonia, la farinaióla, don Gaetano, un viluppo di lazzaroni stati testimoni del fatto seguito, la secchia ed io. Il commessario non ebbe bisogno d'imporci silenzio; perchè fra tanta moltitudine non si udiva più uno zitto. Poscia ch'ebbe interrogato il feroce del fatto, disse una gran villania alle due donne, ma una grandissima a don Gaetano, aggravandolo, non so perchè, di tutta la colpa, e dandogli ripetutamente dello studente, come se gli avesse dato del ladro e del ruffiano. Di poi comandò che la Mariantonia, così la chiamava, avesse ripreso il suo secchione, e tutti si fossero tornati con Dio alle case loro: ma prima si fossero abbracciati e baciati nella sua presenza, per dimostrare di non aver più rancore veruno: altrimenti li avrebbe tutti ritenuti. Onde vi fu un grande abbracciarsi e un gran baciare, massime fra le due donne ancora tutte insanguinate; con un sordo fremito di tenerezza e d'approvazione dei presenti lazzaroni: ed usciti dal commessariato, e consegnatami la secchia a strascinare, ce ne tornammo tutti in santa pace alle nostre case.

XVII.

Pare che l'aspetto del commessario avesse intenerito di molto il cuore di donna Mariantonia, e mansuefatto i suoi costumi. Mentre si tornava a casa, ella non si vendicò sopra di me degli aspri colpi, di cui sentiva dolersi per tutta la persona; ma si contentò solamente di avvertirmi che da indi innanzi, poichè io non era buona da portare due de' secchioni in una volta, ne avrei portato un solo; ma sarei tornata non dieci ma sì venti volte il dì alla fontana, dieci la mattina e dieci la sera.

S'arrivò a casa, dove s'erano già ridotti gli altri sette signorini ovvero studenti; e facevano un grandissimo baccano per le due stanze. Si tiravano sul muso l'un l'altro alcuni sudicissimi libri ch'erano presso che tutti per terra, e formavano la biblioteca di queste future speranze della patria. Si ghermivano per il naso, si strappavano le camice, si bisticciavano e proverbiavano insieme con le più villane vituperazioni; e se non ch'io vidi donna Mariantonia sorridere a quelle loro svenevolezze, io avrei creduto ch'eglino s'abbaruffassero da dovero.

Le figure di costoro non potranno mai più escirmi dalla memoria. Due di essi erano nipoti, l'uno cugino l'altro germano, di don Gaetano; e tanto gli somigliavano entrambi con quel loro filo di voce e quella loro cadenza calabrese, che li avresti creduti tutti e tre gemelli. Ma tirandosi su per architetti e non per dottori come don Gaetano, avevano barbe e mustacchi lunghissimi. Due erano di Bari, d'assai provetta gioventù, di piccola ma larghissima complessione, con grassissimi e sbiavati visi, dove non si vedeva il segno solo d'un peluzzo; e vestivano entrambi da abate. Gli altri tre erano tre fratelli Aquilani, dei quali il viso era interamente sepolto in una foltissima selva di peli. Costoro, con quei pochissimi danaruzzi al mese che potevano cavare dalla loro famiglia, vestivano così attillatamente, che al primo vederli, s'indovinava ch'erano provinciali.

Poco di poi il nostro arrivo, rimastisi un poco dal fare il chiasso, s'affollarono tutti intorno a donna Mariantonia e a don Gaetano, domandandoli della causa del loro esser ito fuori a quell'ora e in quel vestimento, e dei lividori che apparivano spessissimi sul viso e sulla fronte di entrambi.

Quando ebbero inteso il caso, mi considerarono un istante. Poscia, applaudito all'egregio fatto di donna Mariantonia, ed avvertitala del loro indomito appetito di desinare, cavarono fuori chi sigaro e chi pipa, e fumando e pipando, cominciarono ad affumicare in tal modo tutta la casa, ch'io poverella, che non ero ancora fatta a quest'ultimo benefizio della civiltà moderna, ritrattami in cucina e gittatami sul pagliericcio, mi sentiva girare il capo e ad ogni momento venir meno.

Mentre, dopo una tanto travagliosa mattinata, mi giacevo così tra viva e morta sul pagliericcio, fui riscossa da donna Mariantonia, che mi disse:

Ginevrina, per istamane don Peppino, mostrandomi uno de' due abati, mi fa il piacere di accompagnarti egli proprio a prenderci il desinare al palazzo. Via, spacciati.

Per palazzo s'intendeva la cucina del palazzo San Marcello. Mi consegnò una maniera di portavivande, o, per meglio dire, una sorta di secchio o di vaso di latta con lungo manico, strascinando il quale io mi messi a seguitare don Peppino.

Il palazzo San Marcello era a Chiaia. L'abate, solo per l'acuta fame che lo pungeva, s'era indotto ad accompagnarmi, considerando che se no, Dio sa quando si sarebbe desinato. Onde studiava il passo in un modo non troppo credibile. Io, non potendogli tener dietro, lo perdevo ad ora ad ora di vista. Allora egli tornava indietro a furia, e dandomi qualche strappata pei capelli e chiamandomi figliuola di mala femmina, cercava di farmi, com'egli diceva, spoltronire.

Giunti alla cucina del principe di San Marcello, trovammo don Gennaro in farsetto, con un gran grembiule innanzi, e con un berretto bianco a cocuzzolo in testa. Io, a quel titolo di capocuoco, aveva immaginato dovergli trovare intorno una gran mano di cuochi, a cui egli imperasse. Ma in vece non vidi nè anche un solo guattero, e vidi don Gennaro che ministrava tutto da se. Ora aggiungeva carboni nei fornelli, ora versava acqua bollente da un paiuolo in una pentola, ora lavava e governava d'ogni maniera orciuoli nappi e stoviglie. Costui, fatte sue amorevolezze a don Peppino, non mancò, appena mi vide, di comandarmi nei più vili ministeri della cucina. Ma poichè don Peppino gli faceva gran ressa, scoperse un gran numero di cazzarole, tegami, padelle, pentolini ed altri arnesi, e da tutti o tagliando col coltello o pigliando col cucchiaio, toglieva uno scampolino e lo poneva nel vaso ch'io aveva portato. E quando l'ebbe ben pieno, ci accommiatò con infinito giubilo di don Peppino, che fra gli odori di quei fumanti manicaretti, era già quasi divenuto deliro.

Tornati a casa, trovammo una sudicia mensa apparecchiata nella stanza degli studenti. Donna Mariantonia dichiarò che per quel primo giorno, atteso anche il trambusto seguíto, aveva avuta la pazienza di sostenere essa quella fatica: ma ch'io avvertissi bene per l'innanzi, che quella era cosa non da sua pari e che spettava di farla alla serva. La tovaglia era così ruvida e sporca, che faceva stomaco. Tovagliuoli o scodelle o tondini o bicchieri, non ve n'era punto. Solo in mezzo era un largo piatto ed un grosso orciuolo, entrambi di rozzissima creta. Intorno intorno erano le forchette e i cucchiai di ferro rugginoso. A un canto della mensa era il secchione pieno dell'acqua ch'io aveva attinta alla fontana; dal canto opposto era un gran fiasco di vino, che donna Mariantonia per quella sola mattina s'era degnata d'andare a comperare da se medesima al prossimo vinaio, o come noi diciamo, cantina, ai Gradini de' Santi Apostoli. Agli altri due canti erano due grandissimi pani assai bruni, ed un altro simile era sur una seggiola allato al posto dove già sedeva donna Mariantonia.

Ecco s'andò a tavola. Io ebbi ordine di servire tutto ad un tempo, o per meglio dire, di riversare la vivanda dal portavivande nel piatto. Questa, come avete inteso, oltre alle salse ed ai condimenti che la rendevano odorosa e squisita, era una rarissima mescolanza di forse una quindicina di elementi diversi, quanti erano gli scamuzzoli che don Gennaro aveva pianamente ritagliati alle altrettante vivande preparate per il principe.

Erano, come già sapete, otto studenti, ai quali già da lunga pezza le mascelle sonavano; sì che donna Mariantonia fu nona fra cotanta fame. Oh s'io avessi uno stile che non resistesse di continuo al concetto della mente! se le mie parole potessero parlare mai altro che amarezza e dolore! come vi descriverei l'amore, la tenerezza che traboccò dagli occhi e da tutto il viso degli studenti, appena si videro innanzi quello strano pasticcio. Tutti gli occhi furono volti in un istante verso donna Mariantonia, che, tolta la forchetta ed inforcato il primo pezzo di carne, diede come il segno a tutta la mandria fortunata, che, ognuno stendendo la sua forchetta, ridussero, in meno assai che non lo dico, i due grandi pani e quella vivanda presso che all'ultima estremità. Allora donna Mariantonia, visto l'imminente pericolo, pure aiutandosi con la destra e coi denti quanto poteva, con la sinistra fece cenno che si fermassero alquanto, e mettendo fuori alcune sorde parole, rotte e smozzicate dal boccone che divorava, li ammonì di lasciare qualcosa, se volevano che la sera vi fosse da cena. A questo gli studenti, lasciato, non senza qualche malinconia, l'estremo avanzo della vivanda, si gittarono sopra il terzo pane ch'era sulla seggiola, e sul fiasco del vino, che passò intorno intorno, di bocca in bocca, con ineffabile celerità. Poscia nettaronsi tutti leggiadramente il grifo alla tovaglia ch'era sulla tavola. Alla fine vollero rinfrescarsi con una poca d'acqua pura di fonte; e ciascuno togliendo a vicenda l'orciuolo, lo tuffava nella secchia con tutta la sudicia mano, che quivi lavava, e bevuto, lo passava a un altro che faceva il medesimo.

Così con infinita allegria si terminò il desinare, senza che nessuno avesse pensato a gittare un tozzo di pane a me, ch'ero digiuna dal giorno innanzi.

XVIII.

Poscia che il desinare fu finito, gli studenti ricominciarono a fumare disperatamente. Donna Mariantonia corse a serrare in un armadio, ch'era dietro il suo letto, il rimasuglio della vivanda, e qualche cantuccio di pane, che, per una specie di grandiosità da studenti, era avanzato allo scempio universale. Poi m'impose di sparecchiare, e di governare tutti gli arnesi da tavola; e solo dopo ch'io mi fui per altra lunga pezza arrabattata, e ch'ella mi sentì assai prossima a morire di stento, mi concedette alcuno di quei cantucci, molto argomentando intorno alla salubrità del pane e dimostrando con evidenti ragioni che nulla ci ha al mondo di più nutritivo; massime pe' giovanetti.

Di poi mi comandò ch'io ricominciassi i miei viaggi alla fonte, dove mi convenne tornare diciannove altre volte; sì ch'era notte buia, ed io mi ravvolgeva ancora con la secchia per la lugubre via Carbonara. Battevano le due ore di notte ai Santi Apostoli, quando io venni con l'ultima secchia dalla fontana. I due abati e il fedelissimo don Gaetano erano già a casa. Donna Mariantonia si veniva a quando a quando stringendo al seno quella testina di cetriolino, in un'attitudine, della quale, la Dio mercè, io non era allora capace a comprendere tutta la svenevolezza; altrimenti io credo che mi sarebbe venuto a recere dal fastidio. Ella mi comandò di mettere subito la tavola, ch'era ora di cena. Quando fu apparecchiato, volle imbandire da se quel residuo di vivanda, quasi temendo ch'io non ne portassi via alcun briciolo con gli occhi. Fu chiamato a cena. Donna Mariantonia ammonì don Gaetano e i due abati, che, cenando essi, lasciassero pur da cena agli altri cinque signorini, ch'erano fuori; ed avrebbero cenato tardi al loro ritorno a casa. In fine, questa parola cena rimbombava per tutta la casa, come se si fosse trattato della più lauta imbandigione.

Quando la signora e i tre signorini furono a tavola, la signora mi chiamò e mi bisbigliò all'orecchio, in tal modo che tutti udirono, ch'io votassi una certa specie di vasi, ch'erano per le stanze. Ve n'era due grandissimi nella stanza degli studenti, ch'era la medesima dove si cenava, ed uno meno grande nella camera nuziale. Questi tre grandi arnesi, che si tenevano dì e notte in camera con infinita offensione delle nari, bastavano ad ogni uso.

Io che, forse non ultima delle mie sventure, mi portai dal nascimento un instinto indomabile di nettezza, ed un odorato così fine e così sensitivo, che come un grato odore tutto mi rallegra e consola di beate speranze, così un odore malvagio mi accresce incredibilmente il fascio della vita, levai gli occhi al cielo, come per dirgli ch'era troppo. Poi rammentandomi quante volte li avevo inutilmente levati, li ritornai a terra, e fatto rocca del cuore, ubbidii ai comandamenti della padrona.

Quando si fu cenato, donna Mariantonia disse ch'io sparecchiassi. Poscia, non senza gravi minacce, m'ingiunse di aspettare desta il signorino ed i signorini nella camera degli studenti; nè ardissi passare per la sua stanza per andarmi sul sacconcello, se non dopo l'arrivo di tutti. Di poi, chiuso quell'estremo avanzo di mangiare in un cassettone, ch'era quivi, ne consegnò la chiave a don Peppino; e fatta, così transitoriamente, la considerazione che alle fanciulle non si conveniva dar da cena la sera senza nuocere non mediocremente alla loro salute, se n'andò a letto. Don Gaetano, sbadigliando, disse che v'andava ancora egli, perchè aveva sonno; don Peppino e l'altro abate si coricarono nel loro lettuccio, riponendo la chiave del cassettone sotto il loro guanciale; ed io rimasi alla fioca e vacillante luce d'un piccolo lumettino da notte, che donna Mariantonia aveva lasciato acceso in un poco d'olio galleggiante sull'acqua in un bicchiere.

XIX.

Era fitto inverno. Tutto taceva: se non che i due abati ad ora ad ora russavano. Io non poteva chiudere le palpebre, parte per la paura degli strazi della donna se non fossi stata pronta ad aprir l'uscio a don Gennaro ed agli altri cinque studenti ch'eran fuori, e parte per la naturale vigilia ch'è sempre causata dall'inedia e dal turbamento de' nervi. L'immaginativa mi s'accese. Parvemi che il gran segreto della vita mortale mi fosse aperto per la prima volta; nè mai in questa più provetta età mi accadde di avere una così viva rivelazione delle condizioni dell'essere. Quel giorno, tutti gli altri scorsi, e la vita intera mi parve un fantasma, un sogno, un incubo doloroso, ma accompagnato dalla tremenda realità della veglia. Mi parve che, a traverso il guizzo di quella lampada, mi trasparisse come per lampi un ordine infinito di nuove ed ineffabili sciagure, le quali, pure essendo dolore e pianto, si trasformavano in non so che d'umano; ed ecco larve, spettri, sembianze ora note ora ignote, trasformarsi da belle in orrende, e ingrandirsi, e impiccolirsi, e sparire, e ritornare. Oh padre! qual notte! Quale ignoto e spaventoso mondo abitano in quelle ore gl'infelici! Alla fine, erano, credo, le sette ore della notte, quando giunsero i tre Aquilani, che, presa la chiave di sotto il guanciale degli abati, aperto il cassettone, trangugiato quel pochissimo di residuo cibo e fumato a posta loro, entrarono nel letto più grande e si furono presto addormentati. Poco di poi tornarono i due congiunti di don Gaetano, e dietro a loro don Gennaro, che a quell'ora terminava d'imbandire da cena al suo padrone. I due giovani si lamentarono un cotal poco sommessamente a don Gennaro del saccheggiato piatto, dove non rimanevano più nè anche i segni dell'antica vivanda. Don Gennaro promise loro che gliene avrebbe rifatto il dì seguente; e così queglino chetandosi si raccolsero nel terzo lettuccio, e don Gennaro entrò con placido animo nella sua camera. Io passai di là per ridurmi in cucina sul sacconcello, e passando vidi don Gaetano e donna Mariantonia, ciascuno al suo posto, che fingevano d'essere sepolti nel più profondo sonno, e don Gennaro, che piamente spogliandosi i suoi panni, si preparava ad entrare accanto alla sua pudica consorte.

XX.

Un raggio di dolorosa luce ed un crudo brivido di freddo mi destarono la dimane dal breve letargo che mi aveva oppressa sul sacconcello. Quale fu il primo giorno, tali furono tutti gli altri dei quattro anni ch'io passai in casa di donna Mariantonia. Un uomo grandissimo disse che ogni giorno, rispetto al precedente, somiglia ad un racconto narrato due volte: e disse vero per una parte non numerosa del genere umano. Ma se la madre di quel grande uomo lo avesse abbandonato nella buca de' reietti, io credo ch'egli avrebbe tolta altronde l'immagine, e il dì che segue a un altro avrebbe paragonato più tosto alla ripetizione del parossismo d'una febbre acuta e dolorosa.