Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 3

Chapter 33,995 wordsPublic domain

Mentre quell'uomo mi avvolgeva la stringa al collo, una di quelle donne si accostò alla mia monaca, che m'era dappresso, e mostrandole un piccolissimo bambino che le boccheggiava sulle braccia, disse:

La guardi, suora Amalia. Eran due gemelli. L'uno è morto stanotte in ruota (e voleva dire, prima che, sorta l'aurora, fosse dalla sala terrena, in cui mette la buca, portato nei corridoi superiori); l'altro, ch'è questo, ora sta morendo.

E tutto questo diceva con una cera, se non lieta, certo poco lontana dalla letizia!

Io levai gli occhi, e vidi un piccolo mostro, il cui aspetto mi fece tanto male alla fantasia, e tante volte, in tutto il tempo della mia vita, mi tornò quell'immagine come a guizzare innanzi agli occhi, ch'io poscia ho sempre compreso con quanta ragione si proibisca alle donne universalmente, e in particolare alle incinte, di guardare qualunque animale sia generato con membra fuor dell'uso della natura.

Poscia ch'io fui marchiata, la monaca mi condusse a baciar la mano al padre rettore, che così chiamavano il sacerdote che ho dianzi descritto. Questi, quand'io gli ebbi baciata la mano, me l'aggiustò sulla mia povera testina, che mi doleva quanto è mai possibile, e stringendomela forte, e poi dandomi due o tre amorosi scappellotti, che, nello stato in cui ero, mi parvero tre colpi di mazzuola, mi disse:

Brava la mia bambina, brava. Pensate a farvi onore e ad amare Iddio.

Poi rivoltosi alla monaca:

Suora Amalia, disse, fatela confessare assai spesso.

E turbandosi nel volto come di cosa gravissima e quasi irrimediabile:

Buon Dio! soggiunse, buon Dio!... quanto tempo sarà che la non si confessa! Io credo al certo che la sarà ben entrata nel peccato mortale. Fatela subito subito confessare, suora Amalia. Ve lo raccomando tanto tanto. Che facciamo, eh! senza l'essenziale?...

Suora Amalia lo confortò, promettendogli la pronta mia confessione; e mi condusse via da quella sala.

Padre mio, io ho stimato sempre la confessione una cosa utile e santa: almeno di grandissima medicina all'anima inferma del credente che si confessa, quando egli si abbatta a un angelo di consolazione, quale voi siete. Ma io aveva sei anni appena; ed aveva tratto la vita che avete letta. Qual mai peccato avevo potuto commettere? Che potevo intendere di confessione? E qual commercio poteva mai essere fra me ed il cielo, entrandone mediatore un uomo? Bene fra il mio cuore ed il divino Verbo fu sempre, e in quella età e prima e dopo, un commercio. Ma questo era di tanto spirituale e divina natura, e si allontanava tanto da ogni altro sentimento umano, che sarebbe stato impossibile che v'entrasse di mezzo un altro uomo, e che ad altri fosse in modo alcuno umano o con umane parole significato.

La religiosa, in fatti, per altri corridoi mi condusse in una cappellina, dove molte bambine e donzelle s'andavano a inginocchiare all'inginocchiatoio d'un confessionale, e si confessavano. Alla mia volta mi confessai anch'io; cioè, furono pronunziate fra me ed una cupa voce, che per un finestrello fatto a foggia di gelosia moveva da un uomo che io non vedeva, alcune inintelligibili parole, fra le quali distinsi solo non so che di colpe dei genitori punite nei figliuoli. Dopo le quali, levatami dall'inginocchiatoio, venni dal lato d'avanti, e baciata la mano al confessore, senz'alzargli, come mi aveva ammonito la monaca, gli occhi sul viso, novamente fui condotta da colei nella sala grande.

XII.

Poscia che fummo nella sala grande, suora Amalia mi condusse ad uno di quei letticciuoli, sul quale era laidamente sdraiata una di quelle donnacce con tre bambini al petto, e le disse:

Caterina, questa bimba è consegnata a voi. Prendetene cura.

E lasciatami presso al letticello, ne andò al suo posto in fondo al corridoio.

In tal modo io rimasi quinta dormitrice o più tosto abitatrice di quel lettuccio, perchè altrove non mi era presso che mai conceduto di tramutarmi: e quando la nutrice andava al refettorio delle balie o altrove, mi ammoniva con terribili minacce ch'io non mi movessi di dove ero. A mezzodì e la sera la donna mi dava un piccolo piattello dove era una poca di pappa di pane bruno cotto nell'acqua pura; e la sera alle ventiquattro un piattellino ancora più piccino della medesima vivanda. Quello era il mio pranzo e questo la mia cena. Ebbi una sorta di cencio di tela di canape grossa turchiniccia; ed era il mio vestimento. Passavo i lunghi giorni senza far nulla; e la notte non potevo dormire, perchè proprio non v'era posto per me sopra il lettuccio; nè fu una sola quella notte che o da me stessa, per essere in sull'estrema sponda, o per un qualche calcio della balia, io cadeva per terra, e mi era assai meno penoso di rimanermi sola colà, che di rimontare sul letto, dove non sarei potuta entrare, e, potendo, mi sarei esposta a un nuovo calcio.

Giorno e notte si udiva rimbombare nelle immense volte della sala una specie di rauco muggito, che ad ora ad ora cresceva tanto, che pareva che le volte allora allora si aprissero e dessero la via al fragorio ed al tuono d'una gran tempesta. Queste eran le balie che cullavano i bambini, dimenando con tanta furia le culle in su gli arcioni, che alla fine quei miserelli, storcendo gli occhi e tutti allividendo nel viso, erano compresi d'una sorta di apoplessia al cervello, che le balie interpretavano per sonno. Nè contente a ciò, finchè gli occhi di quei meschini non si fossero interamente chiusi a quel violento letargo, intonavano, o più tosto intronavano loro negli orecchi una maniera di goffissima canzona a canto fermo, che, per somiglianza forse delle nenie sepolcrali degli antichi, chiamano chi nanna e chi nonna; ed accrescevano lo spaventoso tumulto.

L'aspetto della continua mortalità che regna in quelle sale percoteva incredibilmente la mia infantile immaginativa. Troppo lungamente bisogna vivere all'uomo, perch'egli si avvezzi allo stupendo fenomeno di vedersi disteso dinanzi il suo simile, che poco prima viveva e ragionava con lui, e un momento di poi più non si muove e non risponde; e pure nulla in lui è cangiato! Io udiva dire dalle balie e dall'altra gente del luogo, che tremila bambini in circa sono gittati nella buca in un anno; e nell'ospizio intero non sono mai più di settecento i viventi fra grandi e piccoli. Immaginate, o padre, quanti bambini mi dovevano ora agonizzare, ora morire accanto: e quanti piccoli cadaveri, e talvolta anche grandicelli, dovevano di giorno e di notte passarmi dinanzi; di giorno, a una luce così fosca e sinistra, che quasi non pareva più quella del sole; e di notte, a quella anche più sinistra delle poche lampade che a grandi distanze illuminavano malinconicamente quella sala.

Laonde mi sovviene che, non potendo nè notte nè giorno riposare, per lo stridore delle balie e lo spavento della morte, che pareva non restasse mai di girare intorno intorno con la sua falce, morendo del freddo in quel gran vano di quella sala, avendo i nervi turbati dalla vigilia, dall'inedia e dall'aria pestilenziale che quivi si respirava, nè potendo, in alcuna operazione o materiale o mentale, spendere quella virtù attiva che il Creatore ha posto in tutto l'essere nostro per la propria nostra conservazione e che, quando non abbia dove rivolgersi, si rivolge contro a noi stessi e ci uccide, mi sovviene ch'io fui assalita da una smania. da un fastidio di me stessa, da un tedio così intenso della luce, del sentire e di qualunque cosa, in fine, rappresenta la vita, che le mie parole non possono mai bastare ad esprimere. Stetti sei mesi come una piccola energumena; troncandomi spesso a brano a brano le carni: e più d'una volta le balie giudicarono, nelle loro grossolane menti, ch'io avessi addosso il mal della rabbia, e andavano considerando come ciò fosse potuto essere, e se convenisse, per loro salute, di soffocarmi così di nascoso. E solo il vedermi non abborrire, anzi ardentissimamente desiderare, un boccaletto di acqua fresca, le ratteneva dal recare ad atto la loro crudeltà. Alla fine perdetti le forze, e mi avvezzai alla necessità di quella vita, come il galeotto si avvezza al remo ed alla catena, e gl'Italiani chiusi nel carcere detto durissimo, alle tenebre, al digiuno perfetto di pane e d'acqua, ad avere mani piedi e stomaco sempre stretti fra grossi cerchi di ferro e ad essere regolarmente flagellati[1].

XIII.

Così valicai due altri anni, dei venticinque ove mi sono strascinata. Venticinque anni! Se ora mi rivolgo un istante a considerarli, paiono un lampo, com'è un lampo il pensiero che li percorre. Oh Dio! ma a passarli fu un'eternità di dolore!

Un giorno, in sull'aurora, io fui bruscamente destata da una monaca, la quale mi disse ch'io mi fossi presto vestita e condotta nel parlatorio, che v'era gente di fuori che mi voleva. E volte le spalle, andò via. Io non sapeva immaginarmi qual ente umano fuori la Casa della Madonna potesse volermi. Più volentieri avrei creduto che mi volesse un cane, s'io non avessi con questi orecchi udito agonizzare e morire quel mio primo e solo amico; che certo, s'egli fosse vissuto, ben mille volte sarebbe tornato a quell'ospizio a domandarmi; ma gli uomini lo avrebbero cacciato col bastone.

A un tratto mi balenò al pensiero la strega di Sant'Anastasia, e ch'ella non fosse tornata per me, ora ch'era meno impossibile ch'io resistessi alle fatiche alle quali ella mi destinava. E fu un momento ancora, in cui la mia mente delirò fra i sogni di arcani genitori, d'una tenera madre che venisse una volta a svelarmi il suo seno materno ed a farmene uno scudo contro le atrocità degli uomini. E già cacciandomi indosso la vesticciuola, e correndo al parlatorio, mi rompeva dagli occhi un torrente di calde lacrime di speranza e di gratitudine...

Quando giunsi al parlatorio, vidi la monaca che s'intratteneva con tre figure, che, appena io comparvi, mi cacciarono gli occhi addosso molto curiosamente. Erano due uomini, e una donna. La donna era vestita d'un abito di romagnuolo ovvero pelone bruno, accollato; era calzata di calze e di scarpe assai ruvide; aveva un fazzoletto bianco, sudicio, al collo; ed in testa una pezzuola di cotone bianco ripiegata ad angolo, della quale due becchi le si annodavano sotto il mento in tal modo che buona parte del viso n'era coperta, e gli altri due combacianti l'uno con l'altro le penzolavano dall'occipizio. Costei era goffamente appoggiata al braccio d'un giovane macro e lungo. Questi aveva la testa incredibilmente piccola, con un viso bronzino, con un nasuccio e due occhiolini in fronte, nei quali si leggevano in istrano accordo l'effeminatezza, la ferocia e la codardia. Era tutto vestito a nero, benchè non portasse bruno, ed avea la cravatta e i guanti bianchi, e di sopra la giubba aveva un vestone così lungo che quasi toccava la terra, con un cappellino puntuto in mano ed un bastone così grosso e lungo che appena lo bastava a reggere, ed era assai ridicolo a riguardare. Dietro a questa coppia un poco, era in atto fra brusco e rimesso un altro uomo, dal cui volto veniva fuori il più lungo naso ch'io abbia mai veduto. Aveva indosso un vestone del panno medesimo onde era l'abito della donna, un paio di stivalacci ai piedi, un grosso bastone in mano, e per gagliofferia aveva tuttavia il cappello in testa. Volendo parere di tutto fare, non faceva nulla, e pendeva dagli sguardi della donna e del suo bracciere.

Veramente bellina! esclamò la donna appena mi vide. Di questa età la volevo, e di questa bellezza. Quanto è carina?

E prendendomi per la mano e carezzandomi:

Povera bambina mia! Vieni, vieni alla mamma tua.

Diceva con grandi apparenze di tenerezza. E volta al bracciere:

Che ne dite, don Gaetano, può essere più aggraziata?

Perfettamente, rispose don Gaetano. Non può essere più aggraziata.

Perfettamente, ripetette quell'altro di dietro.

Allora la donna volta alla religiosa:

Zia mia, le disse, io me la voglio condurre meco or ora. E voglio che sia sempre mia, povera la mia bimba! poverina!

Ed afferrando le cesoie che pendevano dal cinto della monaca:

Permettete, le disse, tagliandomi il nastro ov'era impiombato il marchio che mi pendeva alla gola; e, fattasi a un finestrone ingraticolato di ferro, lo gittò sulla via per un vano della grata, aggiungendo:

Voglio togliermi ogni futura tentazione.

Di poi la monaca, ammonito don Gaetano e l'altr'uomo di rimanersi nel parlatorio, seguíta dalla sola donna, che già mi menava per mano come cosa sua, ci condusse di qua e di là nell'ospizio, baciando la mano a questa e a quella monaca, ed al padre rettore, ed a non so quale principe o duca o marchese, appo il quale era la somma delle cose; e finalmente ci condusse in una stanza remota, dove, in uno degl'infiniti volumi in foglio ch'erano in tanti scaffali intorno intorno alla stanza, fu scritto il dì e l'ora della mia consegna alla signora donna Maria Antonia Volpe, nata Fiore, moglie legittima di don Gennaro Volpe, capocuoco nella cucina del principe di san Marcello. Di poi ritornammo al parlatorio: ed avendo donna Maria Antonia, don Gaetano e don Gennaro preso amorevolmente commiato dalla religiosa, me ne menarono via con loro.

XIV.

La vista delle tre figure incognite dianzi descritte, la certezza che non si trattava di madre veruna che il grido della natura spingesse a soccorrere la sua figliuola, e la certezza, ancora più crudele, di mutare la terza volta il mio stato, del che nulla v'ha al mondo di più malinconico, mi ghiacciarono su gli occhi le calde lacrime ch'io versava quando entrai nel parlatorio. Non v'ha luogo sulla terra sì tetro, sì abbominevole, al quale l'uomo non s'avvezzi alla fine in tal modo, che lo staccarsene non gli sia causa di lutto. E però quegli uomini, ai quali Iddio ha commesse le sorti delle sue creature, non le traggano dallo stato in cui le misere si trovano, senza avere in animo di migliorarlo; perchè questo è come strappare una scheggia di dardo, che fosse incarnita in un lato del corpo e più non dolesse, e, ficcandola nella carne viva dell'altro lato, aprirvi una nuova piaga che sanguinerà gran tempo.

Quando la donna prese la mia mano con la sua per condurmi via, mi parve che quella mano di gelo m'afferrasse anche il cuore e me lo stringesse a tutta forza. Padre mio, che momenti! Quale supplizio, quale agonia, quale morte può somigliare quei momenti, in cui una misera fanciulla, che compie appena i sette anni, si vede strappare da quelle sembianze che se non le furono amorevoli, almeno l'erano usate e note, e da gente brutta ed ignota strascinare in brutti ed ignoti luoghi. Io non sapeva ancora che mai fosse la morte, e pure, come ardentemente, come sinceramente desiderai di morire!

Usciti che fummo dalla porta dell'ospizio, pigliammo la via a mano manca, ed io rividi per la terza volta della mia vita l'immagine della santissima Annunziata. Oh come mi occorse soccorrevole la sua presenza ch'io adorava in quell'immagine! Avevo udito sempre dire ch'ella pregava in cielo per gl'innocenti che mancavano d'ogni soccorso. Pensai ch'ella era la sola mia madre, quando quella che mi portò nel suo seno mi aveva gittata via da se come si gitta un verme velenoso: e che anche da lei ora mi portavano via. Tutti questi pensieri affollatimisi in un istante alla mente, mi ruppero di nuovo ogn'intoppo alle lacrime, ed io cominciai a piangere amaramente senza nessuna speranza di conforto: ma mi sforzavo di nascondere il pianto, perchè ero già pervenuta a comprendere quanto gli uomini s'infastidiscano e furiosamente si sdegnino del pianto degl'infelici. E coprendomi gli occhi col dorso della mano, e inghiottendo le infinite lacrime che quindi mi sgorgavano, guardando per l'apertura delle dita quell'immagine:

Madre mia, esclamai nel mio infantile pensiero, unica madre che mi avanzi, tu pure mi scacci da te!... E se non mi scacci, come consenti che altri mi strappi dalle tue braccia... O v'ha una forza nel cielo, a cui tu stessa sei impotente a resistere?... Tu mi raccogliesti dalla morte, alla quale, senza te, mi destinava forse colei che mi concepì nel suo seno. Tu mi salvasti dalla scellerata megera di Sant'Anastasia. Ora perchè mi rimandi a nuovi supplizi? Viemmi almeno in sogno, e dimmi quale colpa io mi portai con me dal nascimento, e dimmi con quali penitenze potrò giungere un dì ad espiarla, sì ch'io cessi d'essere tanto infelice. Madre mia adorata, se tu sei o giungi invisibile per tutto, non ti scompagnare da me. Séguimi nella nuova via di dolore alla quale tu stessa ora mi abbandoni.

E qui gli occhi mi si offuscavano in modo ch'io non vedeva più nulla, e mutavo ciecamente i passi senza vedere ove mettessi il piede, ch'io non osava di fermare, per la paura, che m'era divenuto instinto, di non fare motto alcuno da me e che non mi fosse comandato.

Parve che donna Maria Antonia avesse lasciata nel parlatorio tutta l'amorevolezza che l'era nata nel cuore per me al primo vedermi. Appena fu ella uscita dall'ospizio, la sua cera si compose naturalmente al brusco ed al crudele. Vidi che aveva il bianco degli occhi sparso d'un giallo insanguinato, segno quasi certo di animo feroce; il naso un cotal poco tronco, ed il mento sporto in fuori più assai che non si avviene a femminile sembianza. Era tutta butterata, e dal suo volto tutto insieme spirava non so che di assai sinistro.

Svoltammo per la via della Maddalena, e continuammo per la via Capuana: giungemmo alla piazza di santa Caterina detta a Formello; indi pigliammo la gran via o piazza, che prende il nome dalla famosa chiesa di San Giovanni a Carbonara, e percorsa presso che tutta la via, pervenimmo ad una casa rimpetto la chiesa. Innanzi all'uscio di questa casa si fermò donna Maria Antonia e don Gaetano. Don Gennaro era insino colà venuto sempre dietro, come un fante della sua stessa moglie: anche perchè si andava di tanto in tanto fermando a fare il mercato ora di qualche rimasuglio di pesciuoli che vedeva dinanzi ad alcun pescatore, ora d'uno scampolino di frutte vizze che un fruttaiuolo gli offeriva a prezzo vilissimo. Ma quando fummo giunti all'uscio della casa, don Gennaro ci entrò innanzi, e salendo il primo per le scale, ch'erano buie, intrigate e strettissime, ci fece trovare aperto l'uscio di scala quando noi fummo saliti.

Io montai quasi carpone le scale, strascinata per una mano dalla donna, che conoscendone il laberinto, saliva franca e spedita; mentre io poverina, dando di capo ora in questo ora in quel muro, fui costretta ad aiutarmi a tentoni non solo coi piedi ma ancora con la sola mano che mi rimaneva libera. Arrivammo finalmente a un settimo piano, ed io tutta trafelata, già quasi veniva meno dalla fatica.

XV.

La casa di don Gennaro Volpe, capocuoco del principe di San Marcello, era composta di due stanze e d'una cucinuzza. La prima delle due stanze, ch'era quella ove s'entrava dall'uscio di scala, era mediocremente grandicella; e v'erano tre rozzi letti, uno più tosto larghetto, gli altri due piccini. Da questa si passava nella seconda stanza, che era assai bene angusta. Quivi era un letto di sterminata grandezza, ch'era il talamo di donna Mariantonia; e accantogli era un lettino piccoletto. Appresso veniva la cucina, ch'era strettissima, tutta ingombera di ruvidi vasi di terra da riporre acqua, col pozzo, col lavatoio, con l'acquaio e col focolare, ed accanto al focolare un puzzolentissimo cesso, secondo il savio costume di questa città. Quivi vicino al cesso era un piccolo pagliericcio per terra, la cui federa, ch'era d'accia grossissima, serbava ancora i segni d'essere stata un dì sottana di donna Mariantonia.

Costei, rivoltami per la prima volta la parola da che s'era partiti dall'ospizio, disse:

Ecco Ginevrina, quivi dormirai tu; e m'additò il sacconcello. Ora viemmi a spazzare le stanze.

Così dicendo rientrò nella sua stanza, dove don Gennaro si accommiatò da lei e da don Gaetano; perchè, com'egli diceva, era ben tardi, e gli conveniva andare in mercato a provvedere da desinare al suo padrone.

Donna Mariantonia restò sola in istanza con don Gaetano, ed io mi accorsi che fra don Gaetano e lei era la più perfetta dimestichezza. Ma, bench'io fossi bambina, il mio stupore fu grande, quando vidi che don Gaetano spogliandosi il suo vestone e la giubba ed altri suoi arnesi, si sdraiò sul lettuccio accosto al letto nuziale, e che compresi ch'egli dormiva quivi.

Adunque, padre mio, don Gennaro era un cuoco; donna Mariantonia era sua moglie, chiamata da' suoi vicini, la coca; don Gaetano era uno studente di Catanzaro venuto con la pensione paterna di sei ducati il mese a studiare a Napoli in diritto a fine di tirarsi su per procuratore, e stava a dozzina in casa il cuoco, anzi nella propria stanza dove quegli dormiva con la moglie, a pochissimo prezzo, per il gran bene che donna Mariantonia gli voleva in grazia delle sue buone qualità. Donna Mariantonia faceva exprofesso il mestiere di tenere a dozzina studenti; e sette altri studenti, che a quell'ora erano fuori a studio, abitavano nella prima stanza, dormendo, com'è il costume di simile condizione di gente, tre nel letto più grande, e due in ognuno de' due letticciuoli piccini.

Donna Mariantonia e don Gennaro, per non ispendere danari in una fante che servisse tanta gente, avevano divisato di prendersi una fanciulla della Madonna e adoperarla ai più faticosi e vili servigi della casa; avevano desiderato che la fanciulla fosse di età tenera per poterla meglio educare alla loro sferza; ed era stato consentimento di destino che la scelta cadesse sopra di me.

Ora eccomi divenuta serva di otto studenti, d'un cuoco e d'una bagascia di sua moglie, che avendo in sul sangue dei miserabili messo da parte alcun danaruzzo, voleva fare la pulita. Qui termina la mia infanzia, e comincia la mia adolescenza, e un nuovo ordine, forse assai più orrendo che il primo, di stenti e di sventure.

Presa la granata, io non sapeva da qual camera cominciarmi a spazzare, nè verso qual parte ammonticellare l'immondezza; onde, per chiarirmene, dissi:

Ditemi, donna Mariantò...

A questa sillaba la donna mi si caccia addosso come una furia, e dandomi un rovinoso ceffone:

Che cos'è, mi disse, questa donna Mariantonia... brutta bestia di bastardaccia... Così si parla alla padrona, eh? O credi tu ch'io sia qualche lazzara o figliuola di lazzara, quale sei tu, che tu mi chiami per nome?...

E vedendomi così brancolare un momento, dopo il ceffone:

To', guarda brutta sciancata! Sì davvero ch'io ho fatta la bella scelta!... brutta fetente...

E mi diede un secondo ceffone, dal quale mi convenne stramazzare.

Io feci un grande sforzo per rilevarmi, nè piansi, perchè non v'era più lacrime. Ma traendo un profondo sospiro dal petto già troppo presto stanco di soffrire:

Ora mi dica ella medesima come le ho a dire, risposi, ed io così le dirò.

Voltati! disse la donna alquanto più rimessa: padrona, signora... coteste le son cose che nè anche si domandano.

Io le diedi di signora; e così ebbi ordine di farmi dalla cucina, e continuando per le due camere, spazzassi ben bene anche le quattordici scale, e i quattordici pianerottoli, e la piccola corte giù all'uscio da via, e cacciassi e ammucchiassi l'immondizia sulla strada; acciocchè il signorino e i signorini (erano il cuoco e gli studenti), tornando a desinare, trovassero tutto netto e pulito.

Poscia ch'io ebbi eseguito l'ordine della signora, ella mi disse che l'acqua che s'attingeva dal pozzo era troppo sudicia, che però era mestieri ch'io andassi per essa alla vicina fonte Capuana, accosto, come sapete, all'antico Castel Capuano. E mostrandomi due secchioni ch'erano presso al pozzo in cucina:

Togli quei due secchioni, mi disse, e vanne con essi alla fonte a empirli d'acqua; e tornando li verserai in quella prima conca; e così adagino adagino, riandando e ritornando, ne compirai tutt'e tre quelle conche; che non meno d'acqua ci bisogna qui per tanti che siamo. Io sono nata pulita e pulita voglio morire. Starei sempre nell'acqua come i pesci.