Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 23
Il mandriano, vedendo ch'io, al suo credere, non risensava, lasciatami un istante, saltò nella prossima vigna, donde tornò con una sua donna; ed aiutato da questa, mi ricoverarono in una loro rustica capannetta. Nè potendomi io muovere nè parlare, benchè avessi riavuto presso che tutto il mio discorso, andò l'uomo pei carabinieri, che sono come qui i gendarmi, e tornato con una mano di questi e con una bussola, ne fui menata in quella al Governo.
Quivi, alla fine, tratto un medico e fattomi cavar sangue, racquistai il movimento e la favella; e interrogata dell'avvenimento, giurai ch'io passeggiava sola, com'era mio costume, per quella sponda, e che mi era venuto messo il piede in fallo, ed ero precipitata nel fiume, donde quel buon mandriano m'aveva salvata. Questi, che con la sua donna ed altra gente accorsa alla novità, m'era ancora dappresso, testificò, nella sua innocenza, che quando s'era accorto di me, non aveva veduto orma d'uomo che fuggisse, nè nessun'altra cosa che desse sospetto che il caso mio fosse stato altro che fortuito. E dopo ch'io, in premio dell'avermi salva, gli ebbi data la sola cosa che m'avanzava, l'anello col quale il traditore aveva mille volte promesso d'impalmarmi, e ch'ebbi mostrato un gran desiderio di ridurmi a casa per rivestirmi di panni più asciutti, gli ufficiali del Governo romano, che non sono dei sottili, ci lasciarono andar tutti alla nostra ventura.
Battevano le ventitrè, quand'io giunsi all'uscio da via della mia casa, e m'imbattei nella mia minente che ne usciva; la quale, al solo vedermi, s'arretrò d'un passo, come a un fantasma pauroso: e quando m'ebbe corsa dell'occhio, e m'ebbe veduta così scinta e molle e scarmigliata e pallida del pallore della morte, s'arretrò d'un altro passo. Ma poi ch'io la chiamai a nome, che l'era detto Nanna:
O come, mi diss'ella, persuasa alla fine ch'io non era una visione, non siete voi partita altrimenti?...
Ristretteci insieme nella piccola corte, io le confidai tutto quanto m'era seguíto, ch'io l'aveva conosciuta per donna da ciò. E tosto n'ebbi, che Cammillo, dopo avermi traboccata nel fiume, era venuto in gran furia a casa, e trovatala quivi, l'aveva come garrita del suo essere venuta tardi; perocchè egli allora allora partiva con un principe russo, e gli era convenuto accompagnarmi di persona all'albergo in Piazza di Spagna, mentre, s'ella veniva prima, m'avrebbe mandata con lei; e fatti incontanente suoi gruppi e valige, era montato su all'altro piano a dar la chiave alla padrona delle stanze, ed a pagargliene i giorni dispari; e, data licenza ad essa Nanna, cui mostrandosi tutto infuriato, aveva impedito che venisse a darmi il buon viaggio all'albergo, s'era dileguato come il fulmine in una carrettella da nolo.
Allora fui io chiarita del tutto e percossi per l'ultima volta la mia fronte. Così come ero intirizzita e prossima a rendere lo spirito, m'afferrai al collo della Nanna, e la scongiurai di venir meco all'albergo in Piazza di Spagna. Era già notte quando giungemmo proprio sulla fonte ch'è nel mezzo di quella piazza, detta dal volgo la Barcaccia, da una barca di marmo che ne forma la pila. Quivi io, così com'ero lassa e rifinita, quasi mi veniva meno al solo pensiero di rivedere quell'albergo e quegli albergatori nello stato in cui ero, e mi raccomandai alla mia Nanna di montar ella su, e cercare del vero. Nanna andò, seppe e ritornò; e mi disse che, in sulle quindici ore, il principe con la moglie e con la sua gente, e Cammillo con una principessa russa, erano tutti partiti in sulle poste per Pietroburgo; che costei, giovane, ricca e bella, era venuta poco fa di Napoli e s'era trattenuta il più del tempo nella villeggiatura del principe; che quivi, visto Cammillo, n'era divenuta sì persa, che gli s'era profferta, s'egli non fosse maritato, di sposarlo; e che Cammillo l'aveva sposata incontanente, nè aveva dubitato di predicare a chiunque sapesse del fatto mio, ch'io non era già sua moglie, ma una vile bastarda di concubina che per dappocaggine egli aveva sostenuta insino allora, e della quale gli era troppo facile di sbrigarsi.
XCIV.
Io ebbi per l'ultima volta la volontà di morire, e credo che oggimai non mi sarebbe fallita la lena. Mi scagliai, con quella forza che m'avanzava, per precipitarmi nella fonte, ed avendomi la Nanna trattenuta per un braccio, feci ogni prova di spezzarmi la tempia sulla coda d'uno di quei delfini di marmo. Ma la Nanna era troppo più vigorosa di me, ed afferratami con ambe le sue robustissime braccia, mi ritrasse a viva forza dalla fonte, e mi costrinse a sedermi sul primo scalino della Trinità dei Monti.
Quivi cominciò, con quanta dolcezza le fu possibile, a raumiliarmi, ed abbracciatami e strettami al suo seno e datimi io non so quanti baci, che, ancorchè dati da una donna, hanno pur sempre il potere di mitigare la sovrabbondanza del dolore, mi offerse la sua casetta per quella notte, e quivi si sarebbe consultato di quel che s'avesse a fare.
La donna abitava alle Quattro Fontane, e quivi mi menò a grande stento, sostenendomi quasi sempre in sulle braccia. Entrammo in un'ampia corte, e quindi, per un uscio di cui la Nanna aveva la chiave, in una stanzetta terrena, dove non mancava niente di quello che si appartiene a persona povera, ma non indigente. Quivi la donna, confortatami d'un poco di cibo e di alcuni suoi panni più ruvidi de' miei, ma più asciutti, e fattami parte del suo letto, acciocchè io vi prendessi riposo ed allora e sempre, mi domandò, quasi indovina del vero, s'io fossi moglie del pittore. Io, che non seppi mai essere nè amica nè confidente a metà, le dissi, fra molte lacrime e molti sospiri, il tutto; ed ella non se ne sgomentò altrimenti, anzi, quando le dissi all'ultimo della mia gravidanza, allora finalmente mi giurò ogni cosa più santa, che non mi avrebbe abbandonata.
Io mi stetti più dì rinchiusa in quella stanzetta, insino che la Nanna, ch'andava fuori per le comuni bisogne, mi riportò che si cicalava del fatto mio. Quando il cicalío fu finito, cominciai verso sera, in compagnia della mia minente, e vestita dei suoi abiti, a passeggiare un poco per quei luoghi sacri e solitari di Roma, che sono e saranno la più cara memoria che io porterò meco nel sepolcro. E già, senza il figliuolo che mi si chiudeva nel ventre, e senza ch'io avessi temuto d'essere troppo a carico a quella mia povera donna, io non avrei desiderato nessun'altra cosa al mondo, e mi sarei vivuta e morta appresso a lei. Ma il ventre ingrossava ogni dì, e più d'una vicina, com'è il costume di simili donnicciuole, traeva e spiava; ed il cielo, che m'aveva già punita di due aborti, non si sarebbe appagato se non m'avesse punita anche del secondo figliuolo, e, dopo avermi fatto vedere gli occhi e udire i guai del figliuolo di don Serafino, non mi avesse condannata a nutrire del mio seno e porre amore di madre al figliuolo di Cammillo.
La Nanna mi veniva l'un dì più che l'altro scaltrendo, che a Roma non era nulla che fosse veramente vietato; ma nulla non si poteva fare a scoperto, e v'era bisogno d'assai destrezza; che a partorire così pubblicamente, non potendomi troppo confidare nella legittimità del mio figliuolo, io avrei messa me al rischio d'esser mandata fra le donne disoneste a San Michele, e il mio bambino fra i bastardi, che vedeva che al solo pensiero io ne montava in tutte le furie. Ma quand'ella vedeva che il suo necessario scaltrirmi m'era causa di troppo cocente afflizione, concludeva sempre abbracciandomi e baciandomi, e dicendomi, che stessi pure di buona voglia, che sarebbe stato suo il pensiero di salvare me e il figliuoletto. E così per sette mesi trovai io fra l'ultima plebe romana il più onesto e generoso e disinteressato soccorso che mai nessun poeta figurò nelle sue fantasie; che veramente a chi ha conosciuti gli uomini pare cosa impossibile; e se talvolta segue, è di quei veri che hanno faccia di menzogna.
Io aveva già valico l'ottavo mese, nè poteva più nascondermi, e mi struggeva, e mi moriva, quando la Nanna un dì mi destò innanzi l'aurora, e mi disse:
Sora Ginevrina, vestitevi, e usciamo insieme, che vi condurrò dove potrete partorire ignota al mondo intero, e, se fosse possibile, a voi stessa.
Io non messi tempo in mezzo a vestirmi, e, fatto un fardellino di quella biancheria che si potè, c'inviammo in sull'aurora verso la Basilica di Santa Maria Maggiore. Quindi tirammo dritto per Sant'Eusebio, e passando pe' trofei di Mario, come si dice, che se non eran quivi, pure troppo m'è dolce il rammentarli, per fuggire più presto che si poteva la città, ne uscimmo per Porta Maggiore. Quivi girammo a dritta, e per molte ora vie, ora viottoli, tutti di più che dicibile bellezza, ci conducemmo, benchè lentissimamente, per le condizioni in cui io era, in su una delle più incantate di quelle colline che sono a cavaliere de' due laghi d'Albano e di Nemi, ove tutto quell'incanto si specchia. Quivi sono foreste ed ombre e solitudini sovrumane, che sembrano sfidare e Turno e Lavinia, e tutte le più remote memorie laziali. Quivi sono antri eterni, ignoti non che agli uomini, al sole. Quivi sono silenzi fidatissimi, dove è dato all'infelice di chiamare la matrigna natura a render quasi ragione della sua incomprensibile ingiustizia.
Era nel fianco d'un vivo ed arcigno balzo una maniera di grotticella, della quale imprunava per traverso la metà della bocca una forcata di spini, e l'altra metà l'era come spiraglio del poco dì che vinceva l'eterna notte di quelle selve. Tirò a se la minente quella forcata, ch'era movibile e pure non pareva, e mi mise dentro la grotticella, dove io rimasi stupida a vedere mille segni d'abitazione umana e presente, benchè nessuno per allora vi fosse. Quivi erano intorno intorno petroni di vivo masso, che parevano quasi muricciuoli o sedili tagliati dalla mano più tosto dell'uomo che della natura. Per terra assai strame, e sui muricciuoli due sacconcelli. Brocche e mezzine con acqua non mancavano, ed alcun piattello ed alcun tegame, e legna, e pane, e qualunque altra cosuccia, in fine, è necessaria alla vita umana.
Or che vi pare, sora Ginevrina? mi disse la minente quando ebbe richiusa la forcatella. Vedete che la Provvidenza non abbandona mai gl'innocenti che si confidano in lei. Qui da diciotto anni vive ignota, salvo che a me, a tutti gli uomini, ma notissima a Dio, una santa, alla quale io debbo la vita mia presente e quella immortale che spero di vivere alla destra del Padre Eterno. Io inseguiva per questi latibuli un mio amante traditore, che fui tradita anch'io, al quale io aveva giurato da romana di nascondere questo spillone nel cuore (e m'additò quello stiletto o punteruolo d'argento con che le antichissime romane traversavano, e le minenti ancora oggi traversano, l'intrecciatura de' loro capelli). Trassi furibonda quelle spine, che qui proprio mi pensai di dover cogliere lo scellerato; e in quella vece trovai quest'angelo.
E in così dire baciò la mano a una solitaria, di austera ma bellissima presenza, ch'entrava, e le cadde innanzi ginocchioni; ed io, a malgrado di tutte le mie lezioni filosofiche, le caddi ginocchioni anch'io, che dove parla il cuore, la filosofia tace. La solitaria ci sollevò entrambe, e c'invitò a sedere sui muricciuoli che ho detto. Ed allora la mia angelica minente, con un'eloquenza di cui io non aveva ancora, non che l'esempio, il pensiero, con una passione, con una vivezza ed evidenza d'immagini da indormirne Demostene, da scrollare, non dico una pia solitaria, ma una rupe, le fece il racconto di tutte le mie sventure, e le rappresentò il mio caso presente, e pianse lacrime cocentissime, e piansi anch'io, e pianse finalmente la solitaria, che ci si promise parata ad ogni nostra necessità.
La minente partì, promettendomi di tornare fra pochi dì, ma per allora non voleva mostrare alle vicine che anch'ella a un tratto mancasse insieme con me: ed io mi rimasi con la solitaria, che cominciò ad abbracciarmi e baciarmi come madre la sua figliuola.
XCV.
Dopo una settimana la minente tornò, ed io, quel dì stesso, aiutata da lei, e dalla solitaria, mi sgravai d'un bel fanciulletto. Questo, cui la solitaria battezzò nel nome di Antipatro, io nutrii sei mesi del mio latte, e mentre cominciava a sorridermi ed a chiamarmi mamma balbettando, le convulsioni me l'uccisero in una notte; e la solitaria ed io gli scavammo con le nostre mani la tomba sulla bocca di una spelonca quivi appresso. Ed io, poscia che col mio proprio pugno l'ebbi coperto di terra insino al collo, il viso e gli occhiolini mezzo aperti giurai, che, prima di coprirli, gli avrei lavati l'ultima volta con le mie lacrime, e gittata per terra carpone, piansi loro sopra dal mezzodì insino a sera, finchè l'ebbe coperti prima la notte che la terra.
Questo fu l'ultimo colpo con che l'Eterno mi separò dalla terra, forse acciocchè io avessi più pronte e leggere l'ali del desiderio al cielo, a cui da quel dì mi volsi unicamente, considerando oggimai queste membra, e l'universo tutto, come il più gravoso impedimento a questa mia sola speranza.
XCVI.
Intanto la solitaria, come sempre segue ai cuori ritirati dagli uomini non per poco ma per troppo affetto, mi pose un amore tale, che non si può dire con parole umane. Ella vedeva per gli occhi miei, udiva per le mie orecchie, parlava per la mia bocca, e, come s'io fossi stata sua figliuola, o fossi convivuta seco insino dal mio nascimento, viveva tutta in me, anzi in tanto viveva, in quanto viveva io.
Come più tosto io ebbi perduto il figliuoletto, la minente venne per me per volermi ricondurre nella sua casetta. Ma la solitaria si gettò ai piedi di entrambe, e ci giurò fra molte lacrime, alle quali non era troppo facile, che dopo l'amore che mi aveva posto, dopo la dolcissima usanza ch'aveva preso meco, ella non era più bastante a sostenere quella solitudine, che per diciotto anni aveva riguardata come il più gran bene de' mortali; e il portarmele via era come portarle via il cuore e la vita. E tanto pregò e tanto pianse, che la minente s'andò, benchè dolorosa, con Dio, e, lasciatami quivi, si contentava di tornare di quando in quando a visitarci.
Ma io non era la minente; ed era impossibile che alla lunga ella potesse continuare a farla meco da inspirata e da santa. Onde, domandatane incessantemente da me nelle lunghe ore di tranquillità che passavamo insieme, dopo aver molto dubitato, e molto considerate le forze della mia mente, alla fine un giorno prese a dirmi così.
Io sono figliuola unica del principe di Monsanese: bevvi le prime aure in Torino, ed il mio vero nome è Teodelinda. Mia madre morì ch'io aveva appena diciasette anni, e tutti mi gridarono, convento, convento, dome solo porto della mia virtù in pericolo.
Fatta di terra sensibile, io m'era innamorata del mio maestro di musica, ch'era un giovane bello e sventurato; nè a mio parere, v'è cosa più irresistibile al cuore d'una donzella ben nata, che l'impressione della sventura in un volto avvenente e giovanile. Mi pareva ad ogni ora ch'egli mancasse di tutto quello di cui io abbondava; non mi curai più de' miei abiti e de' miei conviti, perchè vedevo lui assai male in arnese, e supponevo peggio del suo nutrimento; e parendomi da principio che il non amarlo fosse crudeltà, mi condussi alla fine a non aver bene se non quanto lo vedeva, ed a struggermi ed a consumarmi per lui. Mio padre non tardò ad avvedersene, e scacciò da se l'innocentissimo giovane. Questi morì di miseria e di malinconia; ed io, data la più sanguinosa repulsa a un brutto ceffo di mio cugino che voleva sposarmi per la dote, colsi io stessa volonterosa l'occasione portami dalla morte di mia madre, e mi chiusi in un monastero.
Mio padre era non solo religioso, ma superstizioso, e insino dalla mia infanzia m'aveva parlate di continuo parole ascetiche e contemplative. E più d'una monaca, pagata, come poscia riseppi, dal mio scellerato cugino, ch'aveva eletta questa seconda via di pigliarsi il mio, mi sonava incessantemente agli orecchi la vanità e l'amarezza del mondo, la pace del chiostro e le bellezze eterne del paradiso. Ond'io, ch'avea il cuore afflitto e l'immaginazione ardente, e cui pareva ad ora ad ora che il mio primo amore contemplasse dal cielo tutte le mie azioni e tutti i miei pensieri, e dovesse gioire del mio sacrifizio, vinta ancora dalle prime impressioni prese dalle parole di mio padre, e dalle continue esortazioni delle monache, mi rendetti nel convento medesimo professa.
Stetti quivi tredici anni negli esercizi più austeri di pietà, insino che mio padre, infermando a morte, impetrò dall'arcivescovo il permesso di rivedermi un istante. Fui condotta a lui in un cocchio ben chiuso, e lo trovai moribondo. Egli mi strinse l'ultima volta al seno, e con la forza che gli avanzava cavò di sotto il suo guanciale una borsa con entro tre mila marenghini d'oro, e me la diede, dicendo, che se il mio cugino ereditava di tutte le mie sostanze, almeno m'avessi avuta quella somma per una necessità straordinaria. Io gli baciai piangendo la mano e il viso, e strascinata al convento, quivi il dì seguente mi fu annunziata la sua morte.
Io gettai quell'oro nel fondo d'un cassettone, e piansi sei altri anni quelle colpe che non avevo mai commesse; e mi trovai annoiata di piangere allora giusto che il pianto solo m'avanzava.
Trentasei anni! fiera età per la donna! Io lanciai un terribile sguardo indietro, e vidi che la gioventù era partita, e ch'io non aveva goduto una sola delle tante dolcezze che la mia stessa inesperienza mi faceva supporre che fossero veramente nel mondo. Presi un odio mortale per tutto quello che avevo più amato insino allora, per il mio velo, per le monache tutte, per quelle mura nefande che mi vietavano insino il sereno del dì; e se non fossi stata ben ferma ne' miei principii, avrei preso orrore insino della religione stessa, che produceva frutti così amari. Alla fine quell'oro stesso che aveva indotto alcune monache a bendarmi la fronte, le indusse a sbendarmela, ed io, avuto il modo di fuggirmi, mi ricoverai in Firenze con un giovane fratello d'una delle monache, ch'ella, forse non senza cagione, m'aveva profferto a guida.
Questi aveva trent'anni, ed era scultore, ed era l'uomo più bello e virile e robusto che mai immaginazione di femmina potesse sognare. Ond'io, a cui un dì parea mill'anni a bere di questa coppa, di cui trovai il fondo sì amaro, non fui appena pervenuta al primo albergo, che mi sbramai con lui quella sete naturale che nei chiostri diventa furore.
Quel giovane veniva in Roma, dove mi condusse come sua moglie, e dove si giovò di me finchè io conservai qualche bellezza, e che non gli venne a mano nessuna più giovane e più bella di me. Ed io, tutta lieta e contenta e trionfante della mia stessa sozzura, ritornava col pensiero a' miei dì passati, e paragonandoli coi presenti, faceva amaramente beffe del mio primo amore, del convento, della verginità, e di tutti quegli affetti, in fine, che m'apparivano allora morbosi, per i quali quello che v'è di divino nell'uomo vince quel che v'è di bruto e di ferino.
Ma come più tosto il mio Lorenzo, che così gli dicevano, si fu stracco di me, che fu dopo un anno, accontatosi con la figliuola di un oste, che gli soleva giacere nuda a modello, e ch'era bellissima, e rubatimi mille marenghini, si fuggì verso Napoli con la donzella, e mi lasciò sola, non già invendicata; perchè, fra Terracina e Fondi, quei ladroni che qui si domandano briganti si fecero esecutori della divina giustizia, e ucciso lui e rubato l'oro, uccisero in fine anche la donzella, dopo averla infamemente violata.
Ma io che poteva fare in tanta derelizione? Qual dio o qual demonio mi restava ad invocare? Ripresi gli abiti miei monacali, e mi nascosi in seno mille marenghini che m'avanzavano, e corsi furiosa tutta la campagna per trovare un sicario che m'uccidesse il traditore. Poi un dì a Genzano seppi che i briganti m'avevano vendicata, e venni in questa selva, in questa grotta, per nascondere all'universo intero l'infamia della mia morte, e strinsi uno stiletto ch'avevo, e me lo appuntai sul cuore.
Ma in questi silenzi l'uomo è troppo vicino a Dio, e s'anche medita, non può compiere il delitto. Dal più profondo del mio cuore sentii sorgere una forza che mi trattenne, una voce che mi gridò, che quest'antro poteva nascondermi agli uomini, ma non a Dio. A Dio, dunque, al solo confidente che m'avanzava, rivolsi la mente e il cuore, e caddi ginocchioni, e piansi la mia molta stoltezza, e giurai di mai più, insino ch'egli non mi richiamasse dalla terra, non abbandonare questa grotta, nella quale aveva degnato la prima volta d'illuminarmi.
Così mi rimasi già diciott'anni, e tessetti con le mie mani quella forcatella di spine, e ne incoronai questa mia grotta, quasi simbolo di quella corona di che, da Cristo in giù, fu incoronato ogni giusto. Nascosi in questa terra i mille marenghini, e non mi bisogna che un paolo il dì, onde ne consumai appena il quinto, e vedi che n'ho per te e per me insino alla morte di entrambe. Ogni settimana una volta mi conduco ora a Frascati, ora ad Albano, ora a Marino, ora a Faióla, ora a Tivoli, ora a Palestrina, ora altrove, a procacciarmi le cose necessarie alla vita. Tutti mi chiamano la santa; ed io di questa sola menzogna, alla quale mi sforza la necessità stessa della mia vita contemplativa, ho a dimandar perdono a Dio, che ad Albano dico di venire da Tivoli, a Palestrina da Roma, ed altrove d'altronde, e salvo la nostra minente, cui io con le parole che Iddio m'inspirò conservai l'innocenza, ella a me col silenzio la pace, nessun altro mortale scoperse insino ad ora i miei vestigi; che gli uomini rare volte si curano di chi veramente non si cura di loro.
XCVII.
Così narrava la solitaria, ed io pendeva dal suo volto, e tornava a spiare della sua vita, ed ella a narrare di nuovo, ed io nuovamente ad ascoltare.
Io mi vestii da monaca anch'io, ed ebbi pronuba la solitaria alle mie nozze con l'eterno sposo. Gli offersi non più il mio fiore di verginità, che non potevo, ma il mio cuore, ch'era purissimo, non sull'altare di San Pietro o di Santa Maria Maggiore, ma sopra un petrone di quella grotta; ed egli, che nascendo, non fece grazia di se a Roma, ma a Giudea, forse non ebbe a sdegno, anzi ebbe più caro, il mio sacrifizio.
O come erano dolci l'erbucce e il pane che mangiavamo, condite dell'altro cibo celeste di cui notte e dì ci nutrivamo! O come era tutto amore e gioia in quella grotta! O come gli animali stessi salvatichi, consapevoli che noi non avevamo bisogno delle loro misere carni per nutrirci, venivano, come placidi ed amorosi amici, a visitarci ed a lambirci, e m'interpretavano vivamente una gran parte dei miracoli raccontati nelle vite de' padri.
O Teodolinda! o ultima amica delle mie sventure, dove sei, chi mi ti tolse? e perchè, se ancora vivi, non vieni a chiudere questi occhi moribondi, che non rifuggono ancora dalla luce del dì, perchè non ti hanno ancora ritrovata?
I giorni ch'io menai in quella grotta furono come un simbolo di quel fine a cui presto o tardi va a riuscire ogni vita umana, e del quale, prima i deserti della Tebaide e della Palestina, e poi l'universo coperto di monasteri, furono come una viva rappresentanza. L'uomo, cui la morte non interrompa a mezzo il suo corso, presto o tardi si conduce a non aver più nulla a dividere con gli altri uomini, a riuscire loro tanto esterno o strano, quanto esterni e strani essi riescono a lui. Ed allora quale minore infelicità che fuggire le moltitudini ed il secolo, e ritrarsi alla solitudine? Ritrarsi alla solitudine per non essere interamente solo, perchè quivi, se non ti parlano gli uomini, che già più non ti parlavano, ti parla in vece Dio con la voce de' venti, e tutto quello che ti circonda è Dio.