Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 22
Intanto, stancata a vicenda di profondarmi in me medesima, mi versai di nuovo fuori di me, e la scena mi parve di nuovo mutata. Tutto ciò che mi circondava mi parve che inspirasse non più servitù, ma comando. Io non vidi più monti arcigni o soprastarmi sul collo, e quasi minacciarmi s'io ardissi levare il capo e credermi libera; o tarpare crudamente le ali ai miei sguardi, ch'io desiderai sempre di spingere quanto più potetti lontano nell'infinito dell'orizzonte. Io spinsi il volo degli occhi miei di là delle curve lontanissime e maestose che mi ricamavano a dolcissimi tratti l'orizzonte, e mi pareva che l'universo intero fosse mio. Gli alberi, i cavalli, gli animali tutti s'ingigantivano di mano in mano, e sembravano prenunziarmi che la natura si preparava come a uno sforzo per mostrarsi maggiore di se stessa. Ah padre, ma quand'io imparai a conoscere l'uomo romano, il vero discendente di Cesare, il carrettiere; che più? quand'io imparai a conoscere il mendicante romano, che, nel domandarti la vita per Dio, non s'avviliva, ma pareva ancora comandare, e dirti, tu fosti mio schiavo un dì; allora conobbi la più bella cosa creata, e conobbi che se Iddio n'aveva mandato il germe nel Lazio, aveva voluto che il Lazio comandasse all'universo; e conobbi che il divino decreto, ch'ora sembra mozzo e interrotto, avrà forse un dì, nella resurrezione d'Italia, il suo ultimo e fatale adempimento.
[Illustrazione: TAV. IV. ... che il Lazio comandasse all'universo; e conobbi che il divino decreto, ch'ora sembra mozzo e interrotto, avrà forse un dì, nella resurrezione d'Italia, il suo ultimo e fatale adempimento. — Carte 336.]
LXXXIX.
Io vidi da Albano il sole che si tuffava misteriosamente nell'onde, e vidi sciami infiniti di gracchianti uccelli quasi accompagnarlo nella sua caduta. Ed io, sorvolando con loro mille e mille anni, già quasi ne prendeva i buoni o rei augurii della vita mia. Poi si corse furiando sul deserto lastricato, fra cento file di tronchi acquedotti e mille rovine di sepolcri: ed io diceva: O tempo, tu dovevi perdonare alle tombe! E mancava poco alle ventiquattro, quando fummo in sulla piazza di san Giovanni in Laterano.
Io levai gli occhi a sinistra, e vidi la facciata della basilica. O nomi sonori, che varcherete mille secoli, ed ancora affaticherete gli orecchi dell'universo invidioso, quanto più grandi di voi paiono quelle grandezze che significate, allo stupido pellegrino che s'inurba! O Costantino, o Silvestro, quanto mi tornarono grate nella memoria insino le vostre favole!
Valicammo una lunga via, in fondo alla quale era il Colosseo; poi m'imbattei nella colonna Traiana; e quindi uscimmo a Piazza di Spagna.
Quivi scendemmo a un grande albergo, dove l'albergatore, che la facea da cavaliere col suo servidorame o con altri più modesti viaggiatori che uscivano o entravano all'albergo, porse la servile mano allo sportello del Russo; e quegli e la moglie balzaron giù come due matti, e senza mutar abiti, nè montar pure le scale per vedere l'appartamento da abitare, rientrati in una carrozza da nolo dell'albergatore, e ordinato al siniscalco che fosse loro portato da merendare nel palco a Tordinona, si scapolarono come invasati, gridando al balordo cocchiere, che menasse a tutta furia que' suoi balordissimi cavalloni.
Partita quella coppia, il segretario s'inviò al teatro di mala voglia, come quegli a cui sarebbe troppo più convenuto letto che saltatori o strioni: ma quivi l'arco dell'esilio lo balestrava. Il siniscalco s'andò per le sue faccende nelle cucine; gli schiavi nelle stalle a sdraiarsi sullo strame; e Cammillo ed io, più felici di tutti, ci ricoverammo in una modesta stanzetta che ci fu assegnata, in un modesto lettino, caro segretario, e quella notte e cento e cento altre, de' nostri piaceri.
La mattina seguente fummo a far riverenza ai due signori russi, che trovammo un poco meno invasati del dì davanti nella loro frenesia; non però che consentissero di ragionar d'altro che della saltatrice. E il principe in persona (ch'egli era un principe), levatosi da sedere, cominciò a volerci far vedere materialmente come proprio la sua eroina moveva i piedi: ed alzava le zampe, e col suo fischio s'accompagnava, e pareva uno di questi orsi che danzano qui talvolta per la città al suono rusticale d'una sampogna. E noi facemmo una gran prova di frenare il riso, e, lodata la disinvoltura ond'egli imitava la sua dea, ci accommiatammo e n'andammo a spasso.
Così cominciai a vivere i giorni più placidi della mia vita; almeno, i più secondo natura. Io era già fuori di tutte le illusioni della nuova età, e nondimeno conservava ancora tanta vivacità nella fantasia e nel cuore, quanta mi bastava a godere. Quando Cammillo usciva pe' suoi lavori, o era dentro a lavorare, io leggeva; ch'egli non mi lasciava mai mancare di libri. E quando era scapolo, giravamo per Roma e pe' contorni, e mille anni e mille volumi non mi basterebbero a dire il millesimo de' piaceri, delle consolazioni, de' rapimenti di sovrumana felicità in ch'io n'andava, contemplando tante e sì ineffabili e sempiterne bellezze. La sera ci riducevamo di buon'ora nella nostra stanzetta, dove venivano spesso a veglia il segretario ed il siniscalco; e l'uno co' suoi racconti di Francia mi tornava dolcemente la memoria di suora Geltrude; l'altro mi sollazzava parlando della schiavitù come della cosa più dolce e più desiderabile della terra, e che non era nessun uomo più felice di lui, e che un dì il suo padrone, o fosse più brillo o più amoroso del solito, gli aveva profferta la libertà, ch'egli aveva ricusata come il più funesto de' doni.
Di tanto mi stimai io felice, e questa fu l'ultima delle mie illusioni.
XC.
Io aveva più volte rammentato a Cammillo, che mi pareva tempo ch'egli mi sposasse legittimamente. Nè potevo mai terminare la frase, ch'egli non m'interrompesse, esclamando:
Sì, angelo mio, nessun'altra cosa io desidero tanto al mondo.
Ma con la medesima celerità soggiungeva una qualche ragione che con suo dolore gl'impediva di farlo di presente; ora che bisognava condur l'opera assai destramente, non il curato domandasse alcun contrassegno dell'essere mio; ora ch'era pasqua di ceppo; ora che correva la quaresima; ora che aspettava che fosse mutato il curato della Trinità de' Monti, ch'era la nostra pieve; ora che doveva venirne un novello ambasciatore napoletano, del quale egli era un gran favorito, ed avrebbe potuto fare a fidanza. E mi diceva queste cose con un'aria di viso così franca e dolce ed affettuosa a un tempo, ch'egli non aveva ancora finito di dire, ed io era già amaramente pentita d'avergli fatto oltraggio sospettando.
Così mi lasciai io levare in barca un lungo anno, ignara e nuova della scelleratezza umana così com'era il primo dì che venne per me la donna di Sant'Anastasia. Nè già mi giovarono nè le mie eterne letture, nè la mia propria lunga e dolorosissima e non comune esperienza, nè l'aver sentite sulla gola le punte de' pugnali del prete e de' suoi sicari. Non v'è al mondo propria o aliena esperienza che basti, e troppo nuove vie trovano gli uomini e la fortuna per ingannarci. E pure che l'arte non manchi, così come ogni rocca o debole o forte è espugnabile, così io credo che sia tanto facile d'ingannare il più astuto vecchiardo, quanto il più candido fanciullino.
Intanto io ebbi troppo luogo di notare, ch'ebbero una gran ragione gli antichi, i quali, benchè non illuminati dalla vera religione, a volere che gli affetti fossero incorruttibili ed immortali, li presupposero figliuoli, non di questo corpo fragile e caduco, ma di un'anima, come volevano che quelli fossero, incorruttibile ed immortale. Io cominciai ad accorgermi che in quanto concerneva quel che poteva essere di corporeo fra Cammillo e me, egli non prendeva di me, e, forse, io non prendeva più di lui, la primiera impressione. Ma quel primo affetto ch'io gli aveva posto, forse un poco più ardente che non si sarebbe richiesto a chi tanto era stata già battuta dalla fortuna, s'era convertito in una consuetudine d'amicizia tenerissima, di necessità più che dolce, che quasi mi pareva una cosa più cara ed intemerata ed immortale di quel medesimo primo ardore; e così credetti che fosse stato in lui.
M'ero incinta, in vero, due volte, e due m'ero sconciata in due fanciulli maschi; e la Provvidenza, ch'aveva permesso ch'io conducessi a buon fine il frutto della più scellerata violenza che fosse stata mai fatta, non mi consentì a questa volta ch'io mi vedessi sorridere un figliuoletto dell'amor mio; o forse non ignara del fatto che m'attendeva, degnò d'essere a me ed al fanciulletto pietosa.
Di queste due sconciature io presi un'amarezza non mediocre, non solo perchè, non avendo mai avuta la consolazione di dir madre ad alcuna, avrei bramata almeno quella d'udirmelo dire, ma ancora perchè m'accorsi che Cammillo se n'era, benchè si sforzasse di celarmelo, sdegnato, per quel non so quale orgoglio che menano gli uomini, d'aver avuto figliuoli. Ma finalmente mi confortai di buona speranza: e sentendo che l'amore ch'io gli aveva, e che immaginavo ch'egli m'avesse, bastava a consolarmi di questa amarezza, e giudicando, al solito, dalle mie impressioni le sue, credetti che fosse bastato a consolarne anche lui, e non me ne diedi più pensiero.
XCI.
Costumava il Russo di passare gran parte della bella stagione a un'amenissima villa ch'aveva tolta in fitto, posta proprio in sul lago di Nemi, donde godeva la veduta più incantata che l'immaginativa dell'Ariosto potè mai aver concetta. Quivi conduceva spesso anche noi; ed allora io aveva una gran compassione alla pazzia degli uomini ricchi, che potendo vivere nel paradiso della campagna, consumano il più della vita fra il putrido e pestilenziale fango delle città. Era il maggio, e il Russo non fu veduto più mettere il muso fuori della sua villa, per un gran giocatore che egli era venuto malato di Pietroburgo, col quale egli si dilettava di giocare dì e notte; che sapete che questi barbari giocano il sangue, e non ha guari giocavano la libertà e si rendevano schiavi volontari di chi vinceva loro la partita. Ma non ci ritenne già seco, perchè Cammillo, proprio a quei dì, gli copiava l'Aurora del Guercino nella villa Ludovisi, dopo averne ottenuto a grandissimo stento la permissione: perchè tutta questa marmaglia di barbari o di bottegai forestieri, che quali uccelli di mal augurio, ogni inverno invadono a stormo l'Italia, non si contentano di vedere i monumenti della nostra superiorità a loro, se per rabbia barbarica non rompono statue, non graffiano pitture, non rubano, come si conviene a vecchi ladroni, i codici delle biblioteche; e non so chi di casa Ludovisi aveva santamente ordinato, quello che dovrebbe ordinare ogni signore o governo italiano, che quelle bellezze non si mostrassero che a chi provava o d'essere italiano, o di non odiare, se non l'Italia, cosa impossibile al forestiero, almeno le creanze.
Era per tanto presso che un mese che il Russo non era più in città, quando un dì Cammillo mi tornò a casa un poco più maninconoso ed astratto del solito. E domandandolo io della ragione, egli, stato un poco sopra di se, alla fine mi disse, che, quand'era uscito di casa a buon'ora, aveva scontrato un gaglioffo di Russo che veniva di Nemi, dal quale aveva inteso che il principe, che Dio gli avesse dato il mal dì e il mal anno, mulinava nella sua malora nuovi viaggi, anzi divisava di correre a rompicollo in Russia, e ch'egli oggimai, stracco di seguitare un matto, non aveva messo tempo in mezzo d'andare a Nemi a dichiarargliene, e che essendone il Tartaro montato in bestia, egli v'era montato più di lui, e gli aveva detto ch'egli non era schiavo della sua gleba; e che gli aveva allora allora chiesta licenza; e la copia dell'Aurora, già quasi finita, l'avrebbe consegnata all'albergatore che gliene mandasse in villa; ma che intanto gli conveniva uscire incontanente dell'albergo, ed aveva già preso in fitto un bel quartierino da Sant'Andrea della Valle, assai ben recipiente, e fornito d'ogni maniera di suppellettile: e che il pane non ci sarebbe mancato: che, la Dio mercè, in due anni ch'egli era dimorato in Roma, s'aveva acquistato di buoni e d'utili amici; nè v'era solo i Russi al mondo che sapessero far la debita stima del suo pennello.
A queste parole, dettemi con un'aria di verità che ancora mi fa stupore a pensare, io, che ne avrei dovuta sentire l'impertinenza, m'infiammai anzi d'un verissimo sdegno contro il non consapevole Russo. Poscia fui la prima a far fagotto della poca robicciuola ch'avevamo, con la quale entrati in una carrettella da nolo, tirammo via difilati a Sant'Andrea della Valle. Quivi fermato a un usciuolo ch'era proprio sulla piazza, chiamammo un facchino ch'era alla cantonata, e caricatogli il dosso delle nostre valige, e pagato il nolo al cocchiere, montammo su a un terzo piano, dove Cammillo, cavatasi una grossa chiave di tasca, aperse un uscio, e messami dentro una mediocre stanzetta, e fatta scaricare la roba, ne pagò il viaggio al facchino e gli chiuse l'uscio dietro.
Appresso a quella era un'altra stanzetta con un letto grande, ed assettatevi le nostre masserizie, Cammillo uscì, e poco di poi ritornò con una di quelle vive statue di Giunone, che in Roma domandano minenti, ancora acconce, se non fosse il cherico, a partorire quegli antichi fulmini di guerra. Questa, già prima che Cammillo parlasse, mi gettò, con quei grandi e veramente italiani occhi che hanno, uno sguardo come di superiorità; e tosto mi disse:
Voi mi piacete, ci resto:
Come s'ella fosse stata la padrona ed io la fante che fossi convenuta piacerle. Così intesi ch'ella era una donna che Cammillo m'aveva condotta acciocchè mi ministrasse ne' miei bisogni, una serva in fine; e già da gran tempo avvezza a' modi inflessibili di quel popolo, che solo fra tutti i popoli antichi e moderni non si è curvato innanzi alla sua sventura, non che sdegnarmene, me l'avrei anzi abbracciata e baciata.
Acconci, dunque, quivi nel modo che vi ho detto, Cammillo per un grosso mese non mi fiatò solamente del Russo. Ben mi parlava spessissimo di lavori ch'egli divisava d'imprendere, d'uno studio che voleva porre, d'un quartiere che gli era stato promesso nel palazzo Farnese (che ricadde alla corona di Napoli, ed ora vi stanzia l'ambasceria): ed all'ultimo un dì mi venne con una bella bozza rappresentante il popolo napoletano che strappava e calpestava l'infame editto, col quale Pietro di Toledo, di scellerata memoria, tentava di metter su nel regno il nefandissimo tribunale dell'inquisizione, e dicendomi:
Vedi qui Cesare Mormile; e qui nobili e popolani che si chiaman fratelli, e giurano il patto dell'unione contro il comune tiranno.
Concluse che ne voleva fare un quadro storico. E mi diceva:
Che ti pare, angelo mio? tu m'accusi di vendere sempre il mio pennello agli oppressori. O non ti par egli bello di consacrarlo una volta agli oppressi?
E mi guardava negli occhi, e pareva gioire della mia gioia, che l'esser donna e reietta non mi tolse di versare un fiume di tenerissime lacrime, qualunque volta lessi sulle tele, o sulle carte immortali della storia, qualunque protesta del genere umano contro quegli empi che lo vogliono loro schiavo.
XCII.
Era quella stagione in cui è indarno all'uomo l'essersi renduto certo che l'umana speranza è indarno; in cui egli si pente d'essersi rassegnato al dolore, e crede d'aver errato nel suo giudizio, e scambiando il desiderio con la cosa desiderata, osa ricredersi e rivolere la felicità. E non la trovando nella sua conversazione, dà a quella la colpa del suo dolore, e spera che, mutandola, sarà felice. E più quella gli pare immutabile, e più egli se n'adira, e più agogna e fa ogni estrema prova di mutarla, e la muta. E dopo averla mutata, ritrova non la sperata felicità, ma un dolore più grande.
Una notte Cammillo non trovò luogo dalla smania, e carezzandolo io assai più del consueto, e rammentandogli quello che veramente era, che ormai io era incinta la terza volta di lui, e che sperava, s'egli mi giurasse alla fine sull'altare quella fede già tante volte in tante guise giuratami, che Iddio ci sarebbe pio del suo perdono, e ci vedremmo barcollare sulle ginocchia e per casa un piccolo Cammilletto, egli, dopo aver fatto come una gran prova di baciarmi con labbra aridissime di noia, mi respingeva tutto tremante da se, dandomi l'amore per ispiegazione di quel tremito, che pareva tutt'altro che amoroso.
Io attesi sempre a consolarlo insino all'aurora, che non mi giunse mai tanto invocata. Mi levai ed apersi la finestra, donde si scorgeva una striscia del Campidoglio e dell'Esquilie, ed all'aria contaminata dal chiuso e dalla lucerna della notte, sottentrò un fiato d'aura odorosa di primavera, d'aura odorosa ancora d'immortalità, e tale, in fine, quale solo in Roma si respira. Apersi l'altra finestra, che poichè la stanza faceva canto, non rispondeva sulla piazza, e vidi il sole che si levava da monte Mario, e poggiando a perpendicolo della cupola di San Pietro, sembrava come averla in protezione, e quasi godere d'indorarla de' suoi raggi. Ond'io, già innebriata di tante maraviglie, che pur si scorgevano da uno de' più gretti angoli di Roma, dissi:
Deh vieni, Cammillo, vieni a vedere se in tutto il suo eterno giro il sole rischiarò mai cosa più bella di quella cupola: vedi s'egli non n'è consapevole, e non la contempla come il padre la sua figliuola prediletta.
Ma Cammillo mi guardò come chi ha in odio il sole, e non mi rispose; ma, tratto un gran sospiro di noia, si levò come furioso, e si vestiva dicendo con una certa aria risoluta:
Già t'intesi, Ginevra. Tu già la cominci con le tue visioni poetiche, che voglion dire, al solito, che essendo un bel giorno, tu t'annoi di stare a casa, e vuoi essere condotta a spasso. Or sia con Dio, e véstiti; che per voi altre donne lo stare a casa è come sedere in sulla bragia.
A villanie cotanto immeritate io sentii come stagnarmi sul cuore quelle aure allegre che aveva bevute, e divenir dolore. E mi sentii di repente come un fortore negli occhi, che mi espresse poche lacrime, ma amarissime. Ma spesso l'uomo perdona per generosità, spesso per amore, e più spesso per bisogno che ha di non credere tanto reo colui da cui dipende la vita sua, per non disperarsi della vita. Io gli perdonai per queste cose tutte insieme, e rasciuttemi le lacrime, mi risolsi, comunque egli pensasse del fatto mio, di farmi condurre, o, per meglio dire, di condurlo a spasso, sperando che quelle aure fresche e placidissime di quel beato mattino dovessero poter calmare il turbamento che mi pareva che fosse ne' suoi nervi, e quasi annaffiare l'aridità di quella sua noia.
Mi vestii, dunque, spacciatamente una mia veste bianca, e mi velai il capo d'un velo ancora bianco, quasi presaga che il giorno che mi sorgeva era giorno di sacrifizio. S'andò fuori, e Cammillo, per Piazza Madama e per Ripetta, mi condusse nella Piazza del Popolo. Quivi, contemplato fra i palpiti più inesplicabili l'antichissimo obelisco che già Augusto dedicò al sole, e poscia fissi un cotal poco gli occhi, che contra il suo consueto aveva da più dì tutti chiazzati di sangue, sulla vetta del Pincio, li fermò finalmente come a fatica sopra di me, senza che gli venisse fatto di raddolcirli, e chiamò a viva forza sulle labbra un sorriso, che non vi venne; e:
Vogliamo uscirci della porta, e passeggiare lungo il Tevere?
Mi disse, tornando di subito gli occhi all'alto del colle, quasi non bastassero a sostenere i miei, che fisamente lo consideravo. Io, che non ho memoria d'avergli mai disdetto il menomo de' suoi desiderii, dissi subito di sì, e c'inviammo verso la porta.
Uscendo dalla porta del Popolo si trova la via Flaminia, ch'è ora la via di Firenze; e questa, a un miglio forse da Roma, taglia il Tevere con l'antico ponte Milvio, ora volgarmente Molle. A sinistra di questa via scorre il bruno fiume, fra mille gorghi e rigiri; nè mai vidi niuna cosa terrena così vivamente rappresentarmi a un tempo la vita e l'eternità. Torbido sempre ed agitato, e quasi ritornando di continuo in se medesimo, rappresenta la vana ed inutile agitazione dei mortali; e fra tanta agitazione e tanto ritornare in se stesso, pure corre di continuo al mare e mai non s'arresta, e pure rappresenta l'immortalità. Fra la via e il fiume è alcuni rialti tutti piantati a vigne, che pur lasciano in sull'estrema ripa un fresco ed erboso prato, che dà la via insino al ponte a molti buoi e bufali che per l'ordinario vi traggono a pascolare, ed a qualche Italiano che quivi viene a nascondersi dall'insopportabile dolore che gli è il corvo roteante intorno alla colonna Traiana.
[Illustrazione: TAV. V. ... ed era il prato silenzioso e deserto, e non s'udiva un fiato, se non che il fiume mormorava e qualche bufalo... — Carte 348.]
Quivi ci conducemmo noi per un viottolo a sinistra della porta; ed era il prato silenzioso e deserto, e non s'udiva un fiato, se non che il fiume mormorava, e qualche bufalo che pasceva, o giacendo a muso in su parea quasi contemplare stupido la natura, a quando a quando muggiva. Eravamo, io credo, tanto allontanati dalla città, quanto rimaneva a pervenire al ponte, allorchè Cammillo, al quale ingrossandosegli convulsivamente il fiato, io dissi baciandolo:
Cálmati, angeletto mio, non mi far morire.
Fattosi negli occhi come chi è uscito del senno, mi traboccò d'un calcio nel fiume.
XCIII.
Io non fui appena traboccata nel fiume, che per la mia propria gravità, e per le spire del gorgo fra il quale venni a cadere, toccai l'ultimo fondo. Quivi era un alto e denso limaccio, che nel tonfo mi fu insino all'anche. Io diedi per istinto assai calci per levarmi su, ma il piede batteva nel tenero, e ad ogni calcio mi sommergevo più e più nell'orribile mota, e bevevo del fiume che già n'affogavo. Alla fine due gorghi mi si confusero e rigirarono sul capo in tal guisa, che dall'urto delle due spire ne nacque una terza per il verso contrario, la quale, furiosamente circuendomi, mi ritrasse su in quanto balena. Io tornai a vedere il sole ed a spirare l'aria; ma tutto era niente. Più io m'aiutava con le mani e coi piedi, e più, com'era ignara al tutto del nuoto, la corrente, i gorghi, l'acqua stessa e le mie scosse mi ritornavano spietatamente nel fondo; ed alla fine, stanca e mortalmente affannosa, mi rassegnai alla morte, e mi gettai, senza più muovermi, sull'onde, acciocchè m'ingoiassero. Ma quelle onde, che avevano così spietatamente negato di sostenermi mentr'io m'affaticai di salvarmi, quando mi vi gettai sopra per morire, cominciarono a sostenermi.
Io fui strascinata e convolta, forse per un quarto di miglio, dalla corrente ch'era assai rapida quel dì, allorchè s'affacciò dalla ripa un guardiano di que' bufali, e mi vide: e saltando ove la ripa era più umile e smottata, abbassò a traverso il fiume una lunga pertica forcuta, di cui era armato, e mi gridò d'afferrarmivi. L'atto eroico e la risoluzione di quel suo grido mi diedero la forza di stendere ambe le mani e d'afferrare quella pertica, ed egli mi trasse a riva e mi sollevò come una piuma. E vedendo ch'io già affogava, mi strinse con la sinistra mano i due piedi e mi capovolse, e stretta la destra, mi diede di forti pugni nelle reni, ond'io rigettai gran parte dell'acqua ch'avevo bevuta; e, rivoltami in su come se nulla fosse, mi posò semiviva sull'erba.
Io non fui questa volta tanto felice da perdere il conoscimento. Anzi assaporai a sorso a sorso, non altrimenti che l'amaro fango del fiume, tutto l'orrore dell'inumanità di Cammillo; ma una contrazione convulsiva di tutti i miei nervi m'impediva di muovermi e di parlare. Stetti lunga pezza contemplando, come per sogno, il contrasto misterioso ch'era quel dì fra la placida e serena natura, che pareva annunziare pace, fraternità ed amore, e l'atrocità dell'uomo, pure figliuolo di quella stessa natura.