Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 21
Da quel colloquio in su, la Grecia non vanta nessun dialettico che mi si potesse agguagliare, per la moltiplicità e l'acume dei ragionamenti ch'io feci per pervenire a concludere, che quel partito mi conveniva. Certo le cagioni ch'io aveva di liberarmi una volta da quell'ospizio erano tali, che anche ora, che per verità non posso astenermi dal sorridere di quella mia logica, nondimeno m'è forza confessare che non potevano non parermi, anzi ancora mi paiono, irresistibili. Ed anche ora io non posso maledire le nuove sventure, quantunque immense, in che quei ragionamenti mi condussero, poichè, all'ultimo, per loro io compio la mia giornata in questa cella, ai vostri piedi, più tosto che in quelle nefandissime bolge, assai più che qui lontana dal perdono di Dio.
Io considerava, per tanto, che dopo la mia infelice avventura, il solo luogo abitabile dell'ospizio, io dico l'alunnato, m'era stato chiuso per sempre; che insino a ch'io avessi renduto lo spirito, io mi sarei veduta in quelle orribili sale, mal vestita, peggio nutrita, morta o di caldo o di freddo e sempre d'aria pestilenziale, e, quel che mi pareva più d'ogni altra cosa insopportabile, sempre fra le più ree e zotiche e sfrontate femminacce di questo mondo; che, a lasciare dall'un de' lati tutti gl'ineffabili patimenti che mi sarebbe convenuto sopportare forse per quaranta o cinquanta altri anni, questo medesimo mio spirito io non l'avrei potuto rendere a Dio purificato delle mie colpe, convivendo così inestimabile tempo fra gli esempi cotidiani d'ogni più laido e vituperevole vizio; e che, finalmente, non il desiderio d'andarne a marito, non amore che m'occupasse il cuore per il giovane o per il secolo, non solo la mia ragione nè pure, ma se un resto di virtù m'avanzava ancora fra tante ribalderie in cui ero vivuta insino allora, quella mi consigliava, anzi m'ingiungeva, di fuggire l'infamia di quel luogo.
Mentre io era tutta in questi pensieri, fra i molti altri fuggitivi colloquii ch'io ebbi col mio pittore, intesi come egli divisava di condurmi a Roma, come a sedia naturale dell'artista. E la speranza di dimenticare, sotto un altro cielo e fra un altro orizzonte, le miserabili tribolazioni che mi avevano accompagnata qui insino dal nascimento, e quel, direi quasi, instinto naturale che ci conduce a fuggire i luoghi delle nostre sventure ed a credere, in un certo modo vago e per questo medesimo amabile ed aurato, che mutando luogo si muti fortuna, mi vennero vie più scaldando del mio nuovo desiderio il mio già caldo petto. Si aggiunsero le maraviglie che io aveva lette di quella prodigiosa città, e la mia antica brama di sapere e di vedere; ed io da pregata e sollecitata ch'ero da principio, venni finalmente in tanta smania di partirmi dall'ospizio e di Napoli con quel mio giovane, che ogni volta che lo vedevo, quasi me gli sarei gittata ai piedi e adoratolo come un angelo, acciocchè mi avesse involata da tanti mali, e condotta a tanti beni, sulle ali dell'amor suo.
Era il dì ultimo d'aprile, ch'io non so per qual mia stella sempre di primavera, quando le forze sovrabbondano, e ogni cosa difficile par lieve, e si desidera quel che non può essere, m'è incontrato di dovermi risolvere di qualche partito estremo. Venne il pittore, al quale non era possibile di poter menare più per le lunghe il suo lavoro, e per sorte le giovani facevano non so qual carità insieme in un'altra sala, ad onore di santa Caterina da Siena. Ond'egli, coltami come potette più destramente in disparte:
Ginevrina, mi disse tutto acceso nel volto, un gran signore russo che si conosce, o, come io più inclino a credere, per celare la nativa barbarie finge di conoscersi, dell'arti belle, parte stanotte per Roma, e vuol condurmi seco. Questa goffa e delirante genía si risolve pazzamente da un istante all'altro nelle cose più gravi della vita, non che di partire di Napoli per Roma; ed io appena iersera in sulla mezza notte ebbi sentore e ordine a un tempo di quel che m'avessi a fare. Sono tre anni ch'io cavo la vita mia dal lavoro ch'egli mi dà, e quest'immagine (mostrando la copia) è sua; e non seguitarlo saria la mia certa rovina. Ma e come lasciarti? o come sposarti in sì brev'ora? Io ho per fermo che non se ne sarebbe fuori in tre mesi, tanto queste suore e questi ufficiali tutti e questo sazievole di duca sono gavillosi e maligni. Della misera dote, e forse come a pericolata non ti si apparterrebbe, non mi voglio curare, che, la Dio mercè, ci ho di che nutrirti. Ma per solo Iddio, non vuogli uccidere te e me d'un colpo, e fuggi una volta da questa schifosa poveraglia e da quest'aere velenoso, e vieni meco a spirare fiati più liberi e più puri, che si può troppo bene.
La voce fuga, che dal dì di san Giovanni m'era divenuto il più nefando suono che potesse percuotermi l'orecchio, mi gelò tutta in su quel principio, e liberatami violentemente dal giovane che m'avea presa e baciata col solito affetto la mano, m'arretrai inorridita. Ma io non ebbi appena uditi gli altri suoni di fiati liberi e puri, che gittando un profondissimo sospiro, quasi come già respirassi quei fiati, ne mandai fuori con quello tutto l'orrore concepito. Il giovane, come se avesse inteso che cosa quel mio sospiro significasse, s'accostò a me più acceso e più ardito di prima, e mi rapì un cocente bacio dalle labbra:
Deh, lascia, dicendo, ch'io m'inghiotta il secondo tuo sospiro, e coll'odore del tuo fiato mi compensi il veleno che qui si respira.
LXXXIV.
Io non so s'io sia troppo donna, ma questo pare a me, che quando non trabocchi in istoltizia, il più bel dono che Dio abbia fatto all'uomo, dopo il pensiero, sia l'ardimento. Quel bacio mi vinse; e mi tolse la forza, non che di resistere, ma di ragionare.
O, come si potrebbe?... io dissi, appoggiandomi sulla sponda del letto, che già quasi mi venivo meno dal più dolce tremore che mai mi ricercasse le membra.
Di questo non ti metter pensiero, mi rispose, ch'io già provvidi al tutto. Già il vecchio portinaio di giù, e già la conversa ch'è a guardia dell'uscio da scala, sono corrotti e indettati. Costei, sull'imbrunire, fingerà d'andare giù in cucina per sue faccenduzze, e lascerà l'uscio aperto che non rugghi al tuo uscirti. Tu, al baccano che fanno in su quell'ora queste ciacche, cogli un istante ed esci e vola per le scale ed entra nel casotto del portinaio. E quivi sarò io per salvarti da tanta miseria, e alle due ore saremo alla barriera del Serraglio. Domani ci batterà le ventiquattro l'oriuolo di Laterano, e quivi diman l'altro ti farò mia sposa.
Io non ebbi spazio di dirgli altro, che già più d'una giovane entrava; ma, come per renderlo certo ch'io era sua, tirata a me la sua mano con la quale egli aveva ripresa la mia, me la strinsi forte forte al seno già traboccante di tenerezza, e vi gocciolai su involontariamente uno scottante ruscelletto di lacrime.
Il giovane rimontò sul palchetto, e sciolta destramente la tela della sua copia, l'avvolse in giro e ne fece un viluppo. E smontato del palco, e disfattolo, mandò per un facchino che gliene portasse; e dando vista di nulla curarsi del fatto mio, s'andò tutto modesto con Dio. Io appoggiai la fronte sulla mia destra, e mi raccolsi un altro istante ne' miei pensieri. Poi, stanca di null'altro più che di pensare, la ritolsi, borbottandomi fra i denti:
Il dado è tratto.
E, il più occultamente che seppi, mi venni assettando con quei cenci che mi erano avanzati a tante rapine, sì che appena mi trovai tanto indosso da non mostrare ignude le mie carni.
Era già l'ora che volge il desiderio a chiunque l'ebbe più vivo di abbandonare la patria, e già un brivido funesto mi correva a quando a quando le vene; ed il suono mesto e lontano della campana de' santi Apostoli pareva annunziarmi nuove sventure, e dirmi quasi e ripetermi distesamente, dove vai infelice, a chi ti fidi; e quel sentimento inesplicabile che ci fa amare gli uomini e i luoghi che più ci sono nemici e da cui a fiero stento fuggiamo, se il pensiero di non vederli mai più ci traversa per un istante la mente, mi sforzarono alle lacrime, e mi disciolsero le ginocchia allora appunto che io aveva bisogno di raccogliere in me tutte le mie forze per fuggirmi. E così, tutta stemperata in sudore e in pianto, e irrequieta e tremante, ma non però irresoluta, io feci tre volte di levarmi da un piccolo scanno in cui sedevo, e tre volte ricaddi a sedere. Battettero alla fine le ventiquattro e mezzo, ed il chiasso ed il frastuono che facevano quelle lorde era sterminato, nè ad entrare o ad uscire mille volte dall'uscio di scala, ch'era nella sala appresso a quella ove eravamo, si poteva essere in verun modo sentita: ed io ch'era a veduta di quell'uscio, vidi la conversa indettata aprirlo e uscire, e in uscendo lasciarlo socchiuso; e tentai la quarta volta di levarmi, e la quarta volta fu niente.
Io sedeva ancora nella mia viltà, e risoluta d'andare, la potenza mancava, quando la conversa, stata un cotal poco fuori, tornò di repente e mi lanciò uno sguardo furibondo, e, fattasi, come potette più disinvolta, verso me, mi diede sommessamente della vigliacca e tornò via. Questa parola mi ridonò la lena smarrita. Mi levai, e n'andai dritto all'uscio, che potea vedermi tutto il mondo; e pure nessuno non mi vide. Varcai l'uscio, e scesi le scale così lentamente che potea scontrarmi tutto il mondo; e pure nessuno non mi scontrò. Entrai nel casotto del portinaio, dove m'attendeva palpitante il mio Cammillo (che così gli era detto), che per una porticciuola segreta mi condusse fuori all'aere aperto. Ivi, afferratomi con ambe le mani il capo e baciatolo due volte e rilevatolo verso il cielo ch'era purissimo e stellato:
O sposa mia, mi disse, bevi di quest'aura e di questo cielo, e per quelli eterni fuochi giura di mai più non abbandonarmi.
LXXXV.
Il primo sorso dell'aura fresca e odorosa di primavera ch'io inghiottii, e il primo bacio di Cammillo, mi cancellarono, come per miracolo, dalla mente tutti i pensieri, e insino la memoria, dell'ospizio. Quel dolce e carezzevole cielo mi parve il mio tetto naturale, e Cammillo, sul cui braccio mi fui tosto appoggiata, il mio antico compagno. O vane menti de' mortali, com'è vero che un'aura vi muta!
Noi venimmo a piedi insino alla piazzetta di san Piero ad Aram, dove entrammo in una carrettella che ci attendeva. Questa saettò per la Marina e per Santa Lucia, e, in meno che non è credibile, ci trovammo a Chiaia in sulla piazza di San Pasquale. Quivi scendemmo a un magnifico albergo, dove Cammillo, condottami in una stanzetta terrena, nella quale aveva raccolte tutte le sue valigie e fagotti ed altri arnesi da viaggio, e tiratosi l'uscio dietro, mi diede mille baci: ma pure, facendosi una gran violenza, si sciolse da me ed io da lui, perchè l'ora stringeva. E fattami rivestire in furia abiti più recipienti, quindi mi condusse al piano nobile in una gran sala, dov'era apparecchiata la più ricca mensa ch'io potessi mai immaginare. Quivi erano assai altri artisti, e il Russo con la sua moglie, e signori altri grandissimi napoletani e forestieri, nè di signore era difetto. Ai quali tutti, ed al Russo specialmente, mi presentò come sua moglie. Questi aveva una barba folta e lunga, con un certo berretto senza falda in testa, che pareva uno di questi papassi greci, e con una smisuratissima pipa in bocca, del cui fumo annebbiava leggiadramente la mensa, la sala, i signori e le signore tutte che v'erano. Gli occhi gli si riscontravano l'un l'altro angolarmente, aveva il naso camoscio, e il colore del viso era gialleggiante, e tutto insieme rammentava i mogolli. Era, o per meglio dire, si sforzava di essere tutto amabile e cortese; nè sapeva sforzarsi di tanto, che, per entro la larva accattata dalla Francia, non trasparissero in istrano accordo la goffaggine e la ferocia nativa. E nondimeno signoreggiava tutta quella brigata, ed è ineffabile la viltà con la quale i più alti barbassori napoletani gli parlavano, non s'intende perchè, come a loro maggiore.
Il Russo mi s'appressò con un viso che parea un lupo affamato, tanto ch'io m'arretrai d'un passo, quasi temendo un pubblico assalto. Ma egli non volea dirmi, e non mi disse, che tre o quattro amabilità da studente francese, ed ecco il siniscalco e gli altri suoi schiavi ci messero a tavola, e fu mangiato saporitamente, e le lusinghe e le piacenterie dei nobili napoletani crescevano ad ogni nuova imbandigione.
Terminato il convito, il Russo, che, come intesi, aveva già spedito la sera innanzi le sue mule col grosso del carriaggio e con ventiquattro schiavi, ordinò che si mandasse tosto pei cavalli, ch'egli voleva allora allora partire in sulle poste. Quei signori napoletani e quelle signore s'accommiatarono con assai riverenze, quasi come pregando Iddio che prestamente questo regno, anzi Italia tutta, divenisse una provincia russa, acciocchè potessero passare più spesso di così deliziose serate; e poco di poi s'udì giù per la corte un gran suono di campanelle.
Ecco, ritornati nella nostra stanzetta terrena, facemmo portare i nostri arnesi nella corte. Quivi era una carrozza, una carrettella ed un carretto. Cammillo e il siniscalco fecero acconciare la nostra robicciuola sulla carrettella, e dodici schiavi, che parevano le più sime pecore ch'io abbia mai viste, usciti delle stalle ove dormivano, acconciarono quel che rimaneva del carriaggio del loro signore sul carretto. Poco stante scese giù il Russo con la mogliera e con la pipa, che figliuoli non avea altrimenti; ed entrati essa coppia nella carrozza, Cammillo, il siniscalco, il segretario ed io nella carrettella, e i dodici schiavi montati sul carretto, ed assettatisi, anzi sdraiatisi a uso bestie, sulle casse, sui bauli e sulle ceste, di che l'avevan ben carico, facemmo partita ad un gran suono di fruste e di campanelle, fra i più servili ossequii del locandiere e di tutta quella sua infame canaglia[5].
LXXXVI.
Il segretario era un Francese di forse cinquant'anni, assai cortese e ben parlante, che le enormità della rivoluzione avevano condotto a quella sventura. Laonde tutte le preghiere di Cammillo non erano valute ad ottenerne ch'egli sedesse accanto a me nell'altro posto di fondo. Al lurco siniscalco Cammillo non istimò di dover fare troppe cerimonie, e mi si sedette accanto, e tutto il tempo che fu buio, mi venne di continuo stringendo col suo braccio sinistro la destra parte del mio seno al suo cuore.
Pervenimmo, in meno che non lo dico, alla barriera del Serraglio, ed una mano di stradieri e di birri ci fu addosso di repente. Ma il siniscalco non ebbe loro appena mostro il passaporto del suo signore, e detto che noi e quegli altri dodici eravamo della famiglia, e data loro una buona mancia, che, placatisi tutti come agnelli, ci mandarono, senza più, a buon viaggio. Io sporsi un istante il capo fuori, e diedi l'ultime lacrime al mio povero Paolo, alla sola cara memoria della mia prima età, e maledissi quel vero serraglio di scellerate fiere e di divorate vittime, e i cavalcanti spronarono, ed io vidi, con ineffabile gioia, dileguarsi nel buio della notte il funesto giallore della sua facciata.
Si corse a tutta furia insino ad Aversa; e quivi mentre si mutavano i cavalli, io sporgeva anche il capo fuori per vedere l'aspetto della città: ma indarno, ch'era fitta notte. Domandai Cammillo e il Francese s'essa conservava qualche sembianza dell'origine sua normanna. Ma l'uno e l'altro ne ignoravano insino l'origine, e mi convenne passarmene assai leggermente.
S'arrivò a Capua, dove non è così facile d'entrare in pace, com'è in guerra. Ma dopo tre ore che ci arrovellammo alle porte, fu alla fine rotto il profondo sonno di quei guerrieri, e fu andato per le chiavi che dormivano sotto il guanciale del capitano, e fummo dentro che albeggiava. Ed io, che già fantasticavo dell'antica Capua, e delle sue glorie, e della morte che v'apparve un dì cosa tanto gentile, e che ben sapevo che le vestigie erano quivi a un miglio, maledissi la Russia tutta e la sua barbarie, per cui quell'infuriato correva fulminando le poste, per trovarsi in Roma, come intendemmo dal segretario, all'ultima sera d'una saltatrice.
Pervenimmo a Sant'Agata, e quindi al Garigliano, all'antico Liri, e non mi saziai di contemplare com'egli ancora morde le sponde taciturno. Fuggimmo di Mola, dell'antico Formio, ed io mirava estatica la collina a destra, ove Cicerone porse il collo a' sicarii di Antonio. Vidi Gaeta a sinistra, e mi sparì ch'ancora mi sonava nella memoria:
Ed ancor tu d'Enea fida nutrice:
che solo all'ombra adorata del Caro io debbo un tanto bene, di conoscere, se non è bestemmia a chi non sa latino, la divinità di Virgilio.
Varcammo ed Itri e Fondi, dove io vidi la via Appia ancora integra, e quelle mura che, già prima che Roma fosse, guardavano il cielo. Poscia Iddio ebbe pietà di noi: e la carrozza del Russo, dopo infiniti lanci, urtò in un gran petrone e si disfece. E poichè nessuno pericolò, benedetto Iddio, ci riducemmo tutti a piedi a Terracina.
LXXXVII.
Io non so per qual maledizione del cielo questo regno o è, o almeno appare, la più inospita e selvaggia fra le contrade che si domandano civili. Certo fra le tante contraddizioni della natura umana ch'io lessi o vidi o intesi, mai nessuna non m'apparve tanto inesplicabile. Qualunque più raro esempio o di bellezza, o d'ingegno, o di sapere, o d'umanità, o di coraggio, tutto quivi e fu abbondevolmente, ed ancora è. E nondimeno, a guardarlo tutto insieme, diresti che non v'è popolo nè più brutto, nè più sciocco, nè più ignorante, nè più inumano, nè più vile. Forse era vera la sentenza d'un ingegno assai spiritoso, che diceva, essere qui due popoli così l'uno dall'altro distinto, che niuna cosa fu mai tanto da un'altra; e l'uno avea il naso del pulcinella, e rappresentava quanto poteva essere di più abbietto e vile e abbominevole nella natura umana, e l'altro aveva il naso italiano, e rappresentava quanto poteva, non che essere, ma immaginarsi di più nobile e generoso e santo. Forse tutto è compenso nella natura, e quello che manca qui all'universale è più intenso negl'individui, che, simili ad altrettanti corpi gravi gittati qua e là in una gran massa liquida, affondano di loro proprio peso, e se una gran tempesta non li ritorna su, restano occulti in sempiterno. E forse, alla fine, la lunga servitù somiglia quel terreno sterile dove non ogni pianta alligna; ma quella che v'alligna, leva e distende più ardita le sue braccia al cielo, e con tanta e sì vigorosa vita che ha in se, pur sembra che indarno contrasti alla vittoriosa morte del deserto che l'è intorno.
Sul dorso d'un'albeggiante ed allegra montagna, che discende arditamente al mare ed ivi quasi s'affaccia e specchia, è una città più albeggiante ancora di quella montagna, ed anch'essa a quella abbracciata, discende e lava il piede nel mare. Ansure la chiamarono gli antichi, e noi Terracina; e sulla cima più eretta ancora grandeggiano le rovine d'un palagio di Teoderico, onde il Goto contemplava gran parte di quell'Italia stata già un dì il lontanissimo sospiro della sua giovanezza; e contemplava il mare, che ora riposando placido nel suo letto, ora muggendo e battendo furiosamente la montagna, rappresentava la vita del guerriero di ventura.
Era placido il mare quel dì, e il cielo appena rotto da qualche nube che pendeva amicamente su quel palagio, e noi pervenimmo a una piccola porta che congiunge il monte al mare, e si chiama goffamente Portello. Quivi vid'io l'ultima cosa oscena, una brutta spia, mal vestito, peggio calzato, che appena poteva la vita, tanto era sciancato e monco, con due occhi piccoli e scellerati nella fronte, che pareva la volpe stessa, e uno di que' nasi da pulcinella che dissi, e un cappello dieci volte più grande e più alto che non gli si diceva al capo. Ed un bambino, vero suo figliuolo per laidezza, gli piangeva dietro per fame; ed egli, mentre, che con orrendi calci e nefandissime bestemmie, da farne tremare il monte, e col pugno della destra, lo scacciava da se malmenando, stendeva come un animale salvatico la sinistra zampa a noi, e domandava con fiera voce i passaporti, e diceva a tutti uno per uno, guardandoci da quegli occhi cavi:
Tu chi sei? e chi sei tu?
Con una certa aria così infame da provocare il più santo anacoreta di Tebaide a un omicidio. Dio onnipotente! esclamai io, fa che sulla porta almeno di questa contrada sia un meno scortese portinaio! Il siniscalco gl'inzeppò la mano del passaporto e di molte grosse monete di cinque grani, ed egli cessò tosto d'agognare abbaiando, e si racquetò come cane che morde il pasto.
Così varcammo il fatale sogliare, e fummo in su quel del papa, e uno sbarbatello di soldato, che in vero non somigliava per nulla i soldati di Mario nè quei di Silla, ma almeno umano e cortese, ci salutò da prima urbanamente, e poi ci domandò, con più dolci suoni, il passaporto, e lo lesse attentamente e domandò s'io era della famiglia, e, contrassegnatolo, lo ci rese e ci concedette il passo, e noi eravamo già andati di molto, quando il coticone di siniscalco gli usò, non richiesto, cortesia. Nè d'una sì subita mutazione si maravigli altro che la gente grossa, che non vede qual era quel punto ch'io aveva passato.
Quindi fummo a Terracina, ed entrammo a un lieto albergo, ch'è sulla sponda propria del Tirreno, che mai non m'era apparso tanto bello. Quivi giunse poco di poi il cocchio franto, e il sole si coricò nel mare, che non vidi mai il più incantevole tramonto, e s'andò a cena; e dopo cena Cammillo ed io ci riducemmo in una sola stanza, in un sol letto, dov'egli colse di me, ed io di lui, l'ultimo premio d'amore.
LXXXVIII.
Appena s'imbiancava l'aurora, e il russo comperò di presente un'assai bella carrozza, che l'oste, che ne soleva far continuo mercato, avea fatta venire di Napoli per mandarla a Roma. Incontanente vi si lanciò dentro, e noi nella carrettella, e gli schiavi sul carretto, e fu cacciato a tutta briglia i cavalli, che la saltatrice quella sera appunto spiccava l'ultimo suo salto a Tordinona.
Valicammo, come il baleno, la bella Linea Pia (venticinque miglia come il primo viale della Villa Reale di Napoli), che Pio Sesto, d'immortale memoria, rifrenando la sfrenata palude, fece spianare sull'antica via Appia. Di qua e di là correva lentamente, anzi stagnava, la placida laguna: e il suo stagnare e il fulminare dei nostri cavalli, parea che mi rappresentassero alla fantasia il vivo contrasto fra la mia vita passata e la presente. Oh! come io mi sentiva leggera su questa terra, e trionfatrice dell'universo! Oh come eran rapidi tutti e vivi e sfolgoranti i miei pensieri e le mie speranze! Oh padre, quanto mai v'è di corporeo in tutto quello che pare più etereo e più spirituale nell'uomo!
Di speranza in isperanza, e di pensiero in pensiero, fui tosto stanca di vagare, e l'egualità del prospetto tosto m'ebbe profondata in me stessa. Ripensai il fine, che sempre tale ci pare l'ultimo avvenimento che c'è incontrato, a cui era riuscita la vita mia, e mi parve, se non un piacere innebriante, certo una conversazione assai dolce. Non accogliendo più nell'animo nessun dubbio di non essere moglie di Cammillo, mi parve che il matrimonio fosse il solo stato naturale dell'uomo. Tutta scarica e serena nella mia mente, io non sentiva più in me quella strana mistura d'oppressione in un tempo e d'impeto tormentoso all'ignoto, ond'ero stata travagliata dal primo dì che mi sentii donna, e che in un bacio del mio garzoncello di Santa Sofia attinsi il primo sorso alla tazza misteriosa della vita. Tutto mi pareva piano, tutto sopportabile, nè il conoscere che Cammillo non mi valeva per l'ingegno, mi afflisse tanto, quanto avrei per avventura presupposto. Era un bel giovane, ed avea un braccio vigoroso per sostenermi, e per lui io non mi sentiva più sola sulla terra: e della mia superiorità assai agevolmente mi consolavo.