Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 20
Ginevrina, voi m'eravate apparsa finora un fiero peccato della fortuna. Ma sono pochi dì che mi avete costretta di mutar parere. Oramai le vostre sventure m'appaiono quello che sono, le conseguenze inevitabili della vostra inconsiderazione. E la mia coscienza, nè il mio onore, non mi consentono più di francheggiare il vizio apertamente. Io fui tutta ghiaccio iersera quando il duca, fattami chiamare a se, per vari riscontri avuti, mi fece certa di quello ch'io già sospettava del fatto vostro, e che, per mio rossore, avrei dovuto conoscere e prima e meglio di lui. Egli mi rammentò ch'era il primo scandalo di simil fatta che seguiva nell'alunnato, e il tutto per la sua colpevole indulgenza a suora Geltrude; e che, non sapeva per qual vago presentimento del vero, egli aveva preso sempre di voi una sinistra impressione. M'ingiunse alla fine di tramutarvi, il meno scandalosamente che si potesse, di qua nelle sale delle pericolate, nè a voi, ne' termini in cui vi siete condotta, può piacer altro, io credo.
Dove mai troverò più le parole per esprimervi la vergogna, la confusione, i delirii di rossore, ai quali io fui in preda ad ogni ora in questi mostruosi dì della vita mia! Ad ogni parola di suora Giustina io mi sentiva come sepolta sotto le Alpi o i Pirenei; e pure, così sepolta, ebbi la forza di gettarmi a' piedi suoi, e dirle il tutto, e col fulmine invincibile del vero romperle il duro smalto del cuore, e sforzarla alle lacrime. E nondimeno le sue lacrime non mi giovarono, perchè mai le lacrime non vinsero la necessità.
Era quella silenziosa e mistica ora meridiana che già altra volta io consacrai alla religione delle lettere, e tutte quasi le mie compagne dormivano, o davano vista di dormire, quando io, fatto un piccolo fardelletto delle mie più indispensabili masserizie, guidata da suora Giustina, m'involai da quella sala, sicura di mai più non poterla rivedere. Il mio letto era presso all'uscio della stanza ch'io già aveva abitata sette anni in compagnia di suora Geltrude, della Chiara, dell'Eugenia e della Clementina. Un istante prima di muovere il piede, non potetti trattenermi di spingere quell'uscio e guardare dentro. V'era solo il letto di suora Giustina, e nulla più che rammentasse o suora Geltrude, o me, o alcuna delle altre tre giovani. Ma le mura, e il cielo, e le finestre, e l'usciolino del gabinetto eran sempre quelli, e un raggio d'una delle finestre socchiuse dava dappiè del letto di suora Giustina, proprio come di quei dì medesimi aveva dato per più anni sul letto mio, e rischiarati que' miei tanto sudati volumi! Ond'io, versate l'ultime lacrime di vera tenerezza delle quali ho memoria:
Addio, dissi quasi fuori di me, o primo e ultimo albergo della mia innocenza e de' miei piaceri. Chi mi ti tolse? Sette anni che ti fui sposa non t'aveano fatto mio? Questi tuoi muri non olezzano i miei fiati verginali? Perchè non volesti tu accogliere il mio spirito fuggente? Ahi! se quand'egli in breve, puro ed immaculato, quale riposò gran tempo nel tuo grembo, fuggirà da questo corpo che la matrigna natura ha fatto soggetto alla violenza ed alla sozzura umana, se allora gli sarà prescritto dal fato d'aggirarsi alcun altro tempo su questo scellerato pianeta, ancora del tuo grembo, che tu non gli potrai più negare, egli farà asilo alla sua ignuda peregrinazione.
LXXX.
Le sale delle pericolate sono meno spaventose delle grotte che si domandano convento; ma vi si mena la stessa vita. Ivi non è nulla a comune, ma ciascuna pericolata ha le sue quindici once di pane e i suoi cinque grani il dì; e le converse che le reggono, un dì per avventura pericolate anch'esse, vi fanno il solito traffico de' letti, de' lumi, de' lavori e dell'altre cose. Ma la licenza e la lordura de' costumi v'è maggiore, perchè nella via del vizio solo il primo passo è disagevole.
Laonde io non era appena pervenuta nella prima sala, non era appena ritornata dalla ubbriachezza della mia vergogna, che già tutte le quarantadue pericolate ch'allora conversavano colà, mi furono tutte intorno, e una mi dimandava di chi ero gravida, un'altra di quanti mesi, un'altra di altro. E parlavan tutte con una voce così risoluta e sicura, mi guardavano con un viso così schietto e franco, e, direi quasi, casto d'ogni timidezza o pudore femminile, che, se non che ben si pareva tutto insieme, e nella più parte al ventre, ch'eran femmine, più tosto che fra le donzelle della santa Casa della Nunziata, io mi sarei creduta nel caffè al canto di Porta a San Gennaro, fra un viluppo de' più sfrontati fra quei giovanastri.
Oh Dio! come è insopportabile supplizio a un cuore onesto, di sentirsi fra gente disonesta, che in buona coscienza ti creda sua pari. E come io non sarei paruta tale a quelle giovani, tutte naturalmente proclivi a lussuria, s'io portava in me una testimonianza così viva e irrefragabile d'aver mal fatto con un uomo? Raccontare il vero sarebbe stato indarno; perchè nessuna favoletta da vecchiarella sarebbe stata mai meno creduta di quel mio vero. Ond'io, disperata del fatto, dell'opinione, del passato, del presente, dell'avvenire e di tutto l'universo mondo, come più tosto suora Giustina m'ebbe lasciata, mi raccolsi nel cantoncello ove m'avevano allogata, e giurai, che che ne dovesse seguire, di non guardare in viso a nessuna, nè a nessuna parlare, o, domandata, rispondere. Così mi giacqui assai tempo, mezza tra viva e morta, non avendo la forza di disprezzare, nè vivendo, nè morendo, l'opinione degli uomini, cosa in se stessa così essenzialmente disprezzabile.
Correva, intanto, il più crudo e nevoso inverno del quale io abbia memoria alla vita mia, voglio dire l'inverno del trenta; ed io moriva di fame e di freddo in quelle lugubri ghiacciaie, e le naturali angosce della gravidanza mi divennero finalmente una specie di prolungata agonia. Dalla quale se pure avevo tregua di qualche istante, la mostruosa novità de' miei pensieri, che sottentravano inevitabilmente ai dolori materiali, m'era essa medesima in luogo di mille agonie. Io sentiva muovermi il bambino nel seno; e questo primo lampo del sentirsi madre ha un non so che di così involontariamente e, direi quasi, elettricamente allegro, che in su quel principio non v'ha nè può avervi luogo alcuno la riflessione. Ma s'egli è vero, nè v'ha nulla di più vero al mondo, che il dolore è tanto più grande quanto sopravviene più prossimo al piacere, immaginate voi, o padre, che orrendo spasimo mi era a pensare, che quel bambino era figliuolo di don Serafino. Se i dolori che la natura ha frammessi necessariamente al suo corso sono talvolta così insopportabili, immaginate che debbano mai essere quelli che sono al tutto fuori dell'ordine suo, o che, per meglio dire, all'essere dolori aggiungono l'essere mostruosi. E nondimeno nè pure qui s'arrestavano i mali miei.
Gli uomini in tutti i loro studi, in tutte le loro letture, in tutte le loro peregrinazioni, non cercano mai quello che per se stesso è notabile o utile a sapere, ma per l'ordinario quello che per una causa qualunque sembra acconcio ad irritare la loro curiosità. Per soddisfare a questa passione, vivissima ed irresistibile nei più, che sono gli sciocchi, e mal collocata e ridicola sempre nelle cose in che si esercita, che non hanno mai attenenza veruna a chi da essa è posseduto, tutti coloro, napoletani o non, che traevano all'ospizio per visitarlo, la prima parte che desideravano vederne erano quelle nostre sale, e le prime abitatrici, noi altre pericolate. Una schiera di giraffe, di orangutanghi, di cinocefali, di fenici, o di qualunque altro più raro animale sia nella natura o nei sogni degli uomini, avrebbe tirata a se meno e con meno furia la gente. Nè bastava l'essere espressamente vietato dal duca che le nostre sale e noi fossimo mostrate a persona. Qualunque più spilorcio giudeo vi fosse venuto, trovava la forza di metter mano alla scarsella, e cacciare qualche piccolo nelle mani di quella ingordissima canaglia di serventi che ci erano a guardia, e non passava mai dì che non ci fossero addosso d'ogni maniera giovanastri, o, quel ch'era ancora peggio, vecchiardi mal vissuti e importuni.
Com'è possibile ch'io possa mai dirvi con parole il furore nel quale io veniva quando comparivano di queste torme di scioperati, che donzellandosi per la sala dov'io era, mi cacciavano certi occhiacci di bue addosso, e sogghignavano, e si pestavano i piedi a vicenda, affisandosi in sul mio ventre? Io configgeva gli occhi in terra, e talvolta mi voltava verso il muro, e spesso mi copriva il viso e tutta la persona con la rozza coltre del mio lettino, e piangeva e mi struggeva. Ma era tutto niente, e l'ozio spietato di chi veniva, e l'ingordigia insaziabile de' serventi, e la civetteria di quelle medesime pericolate, bramosissime tutte di ritornare pericolanti, rinnovavano ad ogni ora il mio supplizio.
LXXXI.
Veniva spesso, quasi guida delle più strane fra quelle caterve, un avvenente e bellissimo giovane, ch'era napoletano e pur non pareva, così dolce e malinconica era la sua sembianza, e così placido e rimesso il suo parlare. Questi guidava, il più, Tedeschi o Russi, e sembrava quasi con l'umanità de' suoi sguardi compensare l'inamabile durezza di quelle geníe. Nè mai, dal primo dì che vi venne, non vi ritornò, che vi ritornava spessissimo, che non m'affisasse in modo assai diverso dall'altra gente, e così compassionevole, che quasi mai non distaccava gli occhi da me senza versare una qualche lacrima. Ed essendovi in una delle sale nelle quali dimoravamo, e propriamente in quella ove dimorava io, una bella vergine di Anna de Rosa, giovane dipintrice del seicento, uccisa nel fiore dell'età dal marito per rabbia di gelosia, questo giovane seppe così ben pregare il duca e qualunque altro ufficiale dell'ospizio a cui s'apparteneva di dargliene la permissione, che finalmente ottenne di poter essere ammesso a copiare quell'immagine ogni dì dalle sedici alle diciotto ore. Laonde un dì, con grande stupore di tutte quelle giovani, e mio massimamente, ce lo vedemmo comparire armato di sue tavolozze e suoi pennelli, e all'ultimo d'un suo palchetto portatile, ed accompagnato da un usciere, che notificò l'ordine del duca alle nostre suore. Ed egli, assettato davanti all'immagine quel suo palchetto, che rispondeva quasi per l'appunto in sul mio lettino, si messe, tutto umile e tutto modesto, al suo lavoro.
Da principio io fui e scandalezzata e disperata, non tanto di quella concessione del duca, che mi pareva novissima, ma ancora del mio nemico destino, per cui mi pareva che mi riuscissero a male anche le congiunture più fortuite: che, nelle condizioni in cui ero, que' due occhi scrutatori a perpendicolo del mio letto mi promettevano di crescere di non poco lo strazio mio. Nè il giovane si asteneva già, quasi nessun'altra giovane vi fosse stata in quella sala, di alternare i suoi sguardi solamente all'immagine ed a me. E, in tutto quanto gli era possibile, al volto, alle parole, che, non mai risposto, pure talvolta mi moveva, ed alle lacrime che talora parea che suo malgrado gli cadessero, mostrando che gl'increscesse inestimabilmente di me, l'un dì più che l'altro si studiava di darmi a divedere, ch'egli si era preso per me d'un amore ardentissimo.
Quand'io mi fui renduta certa dell'intendimento del mio pittore, se mi fosse stato possibile di ridere, avrei riso. Chiusa mai sempre in me, e dimorando in questa terra solo perchè non mi veniva fatto di partirne, io era come un sasso a qualunque impressione non venisse di dentro me stessa; nè della virtù e dell'affetto che appariva nel volto del giovane io presi un'impressione più grande di quella ch'avevo presa del vizio e dell'indifferenza che appariva nel volto delle pericolate.
Giunse finalmente il termine estremo del mio supplizio, e una notte del marzo mi presero le più fiere doglie che mai si prendessero a nessuna partoriente. Stetti tre dì fra la vita e la morte, intanto che al terzo dì la levatrice, ch'era venuta a ricogliere il parto, pronunziò ch'io sarei morta sopra partorire, la creatura ed io. La quarta notte feci un bambino che mi somigliava, e quasi coi suoi gemiti invocava il mio aiuto, e parea dirmi: o mamma, mi facesti alle pene da cui tu ritorni. E nel volgere de' suoi occhietti pur balenava un lume sinistro e calabrese, e rammentava don Serafino.
Io non l'ebbi appena fatto, che cominciai a guardarlo immobile come una colonna. Una mano onnipotente mi spingeva a baciarlo ed a stringermelo al seno come figliuolo, ed una mano onnipotente me ne tratteneva ed allontanava come dal nefando figliuolo di don Serafino. Mai due forze non furono onnipotenti ed eguali, come erano in me l'amor materno che mi strascinava, e l'odio al mio carnefice che m'arrestava; e da due onnipotenze discordi ne uscì il nulla. Il mio bambino, il sangue mio, ne fu portato dolorando a menare la vita ch'io aveva menata per vent'anni, ed io non ebbi nè pure la forza di desiderargli altro.
E nondimeno, quando l'innocente creaturina fu disparita, e ch'io ne udii morire i lamenti in lontananza, l'equilibrio di quelle forze si ruppe, ed obbliato al tutto don Serafino, i miei scorni e i miei rancori, io non sentii più se non ch'era madre, e che mi strascinavano via quel frutto ch'io aveva portato nove mesi nel mio ventre. Piansi e lamentai, e, com'una di queste pazze malinconiche, ridomandai lungamente a chiunque mi si parava dinanzi, il mio bambino. Ma forse per mia ventura queste mie nuove lacrime furono indarno; e le leggi del luogo non consentivano che i bambini delle pericolate fossero allevati da esse medesime, ma ordinavano severamente che fossero considerati come gettati nella buca, e mandati indistintamente in quelle medesime grandi sale, su quei medesimi lettucci, a quelle medesime balie, ond'io aveva succhiato quello scarso ed amaro latte che pure bastò a tirarmi su per questo fatale pellegrinaggio che m'attendeva.
LXXXII.
Il pittore, come intendete, non fu ammesso nella mia sala nè nei quattro dì ch'io fui partoriente, nè nei molti che durò il mio puerperio. Il suo palchetto rimase immobile dov'era, e la sua copia rimase interrotta accanto il bellissimo originale: non però interrotta di tanto, che il volto non fosse quasi al tutto terminato. E poichè m'era al dirimpetto, quindi, in presso che trenta dì che non potei levarmi, pascetti gli occhi miei, satolli oggimai e sdegnati d'ogni altro oggetto terreno.
Per verità, lasciando dall'un de' lati la venerazione e l'affetto che risvegliano sempre nel nostro cuore i fantasmi di quella religione che succhiammo dal seno e dalle labbra delle nostre nutrici, io non seppi mai trovare in tutta l'antichità, e nella storia di tutte le umane fantasie sognate a consolazione delle nostre sventure, un ente più amoroso e più soccorrevole della Madonna, Vergine e madre a un tempo, ella sembra creata ad accogliere nel concetto che abbiamo di lei quanto si può immaginare di più candido e puro e innocente, da un lato, e di più tenero ed affettuoso e misericordioso, dall'altro. Divina e umana, ella sembra creata a congiungere, e congiunge veramente, ne' pensieri del credente, il cielo e la terra, ed entra naturalmente mediatrice e interceditrice fra l'uomo e Dio. A tante rosate fantasie, che mi rilucevano e odoravano nella mente, si aggiungeva la bellezza, compagna inseparabile e sovrumana d'ogni pensiero che ci leva al cielo; nè mai la Vergine m'apparve sotto forme più belle di quelle, sotto le quali l'aveva espressa quella giovane dipintrice. Ed io a fantasticare, se forse il secolo in cui ella visse fosse stato meno reo di questo e più nutritore di pensieri verginei, e s'ella veramente era vergine ancora, e non contaminata dall'afflato di nessun uomo, quando accolse nella mente un concetto così verginale, o se lavorò di memoria e d'immaginativa, e seppe rapirsi da se stessa nei dì più intatti e puri dell'età sua, in quei dì che fuggiti che sono, mai più, mai più non ritornano. E qui pensavo della bellezza di lei stessa, e della bestialità atrocissima del marito, che ruppe un corpo ed un pensiero sì bello. Nè potevo impedirmi di pensare talvolta del giovane che aveva scelta sì bella cosa a ritrarre, e che sì bella l'aveva ritratta. E facendomi un poco dall'altra sponda del letto, contemplavo l'originale, e poi contemplavo la copia, e più e più la contemplavo, e più mi pareva che di poco fosse meno bella di quello. In fine, insensibilmente e senza quasi ch'io me n'avvedessi, il solo aspetto di quell'immagine mi trasse al tutto dal sozzo baratro delle idee scellerate e schifose in che ero vivuta da dieci mesi, e mi sollevò a poco a poco come in un aere più puro, a un'altezza incommensurabile dalla bassezza in cui ero rovinata, fra pensieri meno terreni e quasi celesti, che mi ridiedero la forza, ch'è sola bussola di questo oceano senza lidi che si chiama vita, io dico la forza di non disperare.
Io non posso negare a me stessa, che, di verginità in verginità, io perveniva ad ogni ora coi miei pensieri al giovane pittore, così come per incidenza, o più tosto come per quel fatto di quella copia, ma, in somma, io perveniva ad ogni ora a lui. Per non avere bambini a petto, o frammettermi più di cose che mi potessero rammentare i sentimenti mostruosi d'amore o d'odio implacabile che il primo e solo aspetto di quel mio figliuolino m'aveva destato, io trovai modo, non senza un mortale discapito della mia sanità, di far quello contra cui in vano scrissero e perorarono tutti i fisici della terra, e che tutte le nostre dame fanno e forse faranno in sempiterno, voglio dire, di sforzare e sviare la natura, e mi mandai, come volgarmente si dice, il latte addietro. E fingendo che per una mia naturale infermità io non fossi tanta ad allattare verun bambino, non solo io mi liberai da quella importabile noia, ma ancora, scioltami al tutto e quasi come distaccatami da tutto il laido della mia vita passata, ch'ogni laidezza è come morbo violento nella vita di chi ha il cuore retto, e quasi non parendomi più d'essere la Ginevra contaminata del Serraglio e delle pericolate, ma la pura e intatta e peregrina allieva di suora Geltrude, ritornai al mio stato, come i moderni direbbero, normale, e non pensai più che della mia immensa infinita superiorità a tutta la canaglia che mi circondava, della mia vergine, e del mio umile, discreto ed affettuoso pittore.
Questi, quand'io mi fui levata, riammesso nella sala per finire la sua pittura, mi si venne ogni dì mostrando più umano ed amoroso in tanto, ch'io non ebbi più verun luogo di dubitare, che, vistami da principio casualmente e per brevi momenti in quelle sue accompagnature, la copia di quella Vergine non fosse stato il pretesto ch'egli aveva tolto per avere cagione di vedermi e di parlarmi a maggior agio. E tante, e sì dolci, e sì penetrevoli parole mi veniva l'un dì più che l'altro movendo, che alla fine mi fu impossibile, io non dico di non corrispondere alla passione ch'egli mi mostrava, ma di non entrare talvolta in alcun ragionamento con lui.
Cominciammo a parlare di cose indifferentissime, di pitture, di proporzioni e di belle arti, e, come sempre avviene, ciascuno de' due mischiava, per un naturale instinto, la sua propria storia alla storia della pittura, e le proprie sventure a quella di Anna de Rosa. E poichè, se nel convento e nell'alunnato il mandare a marito una giovane era considerata cosa utile e pietosa a un tempo, fra le pericolate poi era considerata come una specie di necessità, un dì, o fosse caso, o che le suore medesime, alla cui custodia io era affidata, per le anzidette ragioni se ne adoperassero, rimanemmo al tutto soli nella stanza il giovane pittore sul suo palchetto, ed io adagiata sulla sponda del mio lettino, che avevo fissi involontariamente gli occhi ora in lui ora nell'immagine. Ed entrati ambidue, con voce più tremante del solito, nei soliti ragionari, io non so come si divenne a parlare del bello domandato ideale, e se esso fosse o potesse essere al mondo, e quali ne fossero gli attributi metafisici, e cose altre di questa fatta. Alle quali parole quel giovane, tutto tintosi in volto d'un bellissimo ardire, discendendo rapidamente dal palco, e cavandosi dal petto una miniatura in cui io appariva, come per magia, rapita a me stessa:
Deh, in nome di quell'Iddio che ti fece, mi disse quasi lacrimando, o angelo celeste, lascia la metafisica, e vedi qui nella tua adoratissima immagine come il Sommo Artista volle o che il bello non fosse più detto ideale, o, quello ch'io più tosto crederei, che tu non fossi detta mortale, ma un'immortale idea della sua mente.
E così dicendo, mi s'inginocchiò quasi adorandomi, e mi baciò così affettuosamente e pure così leggermente la mano, che parea che, come a cosa divina, le sue labbra non osassero d'appressarsele.
Vedi, mi dicea continuando a' suoi detti, vedi, o divina idea del tuo Fattore, com'egli m'ha fatto degno di rapirgli la più bella favilla che gli brillava nel pensiero, e d'accenderne la mia mente ed il mio cuore, e sotto il mio pennello informarla delle tue forme. E se ti parrà ch'io, lontano da te nelle mie luttuose vigilie, abbia potuto esprimere così viva la sua idea senza che egli reggesse la mia mano, e tu allora dirai ch'egli non ti destinò mia sposa ab eterno.
Io era donna, o padre, nè le mie molte lezioni, nè le mie crudeli sventure, non erano potute pervenire a disnaturarmi. Ero ne' venti anni, primavera nell'altre della vita, in me per avventura autunno, di tanto il dolore n'aveva divorata la via. Nè v'è stagione più pericolosa a donna, parte perchè, uccisi dalla tempesta tutti i fiori e le piante, la vita comincia a parerle e ad esserle veramente deserto, ed ella sente mancare la lena, già in ogni età nulla nel suo sesso, di reggersi sola in quel deserto, parte perchè la bellezza già quasi la fugge, ed ella, quanto più da prima n'era inseguita, tanto più furiosamente si pone da ultimo a inseguirla. Per la prima volta della mia vita io sentii l'innebriante piacere d'essere chiamata bella, e quanto più io era, non dico persuasa, che mai tal persuasione non entra in cuore a una donna, ma insospettita che l'eccesso de' mali avesse illanguidita la mia bellezza, tanto più l'udire che ciò non fosse, mi scendeva nell'anima come celeste e irresistibile armonia. Io non so che gli balbettai, nè so che altro egli m'aggiunse, se non che mi rammenta che pur mele e nettare celeste mi parea tutto che gli scorrea dalle labbra. Alla fine fu udito venir gente, ed io, annegata in un mare di dolcissima confusione, lo sollevai soavemente, fra tanta dolcezza afflitta di un solo amaro, ch'egli non fosse stato ardito di cogliermi un bacio.
LXXXIII.
V'è tale età e tali condizioni, nelle quali il giusto e naturale desiderio, anzi bisogno, ch'ogni donna ha d'andarne a marito, diventa una passione dominante. Ma se, in quella età e in quelle condizioni medesime, una donna, per vere o false deduzioni, giunge a persuadersi, che sempre vi giunge, che non il desiderio solo e il bisogno della mente e del cuore, ma la ragione e l'utilità sua materiale, e quello, in fine, che si domanda saviezza, l'inducono a quel partito, allora quella passione diventa furore irrefrenabile, e ne conseguitano quegli effetti per i quali si veggono tutto dì le più leggiadre e ricche e ben parlanti donzelle sacrificarsi agli uomini più poveri e rozzi e ignoranti e dispregevoli della terra.