Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 2

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Il tugurio era così fatto. L'usciolino gli serviva a un tempo di finestra, perchè non altronde passava quel poco di luce che l'illuminava. A mano sinistra era gran copia di strame sparso per terra. Nel mezzo del muro era un pozzo aperto, e più in là una mangiatoia, dove ruminavano due macri buoi, che mostravano essere la ricchezza della casa. Sullo strame si voltolava e fregava un maiale di maravigliosa grossezza, che grugnì forte al nostro entrare. A mano dritta presso all'uscio era un acquaio, ed appresso un focolare con un cammino nerissimo. Nel fondo usciva dal muro un muricciuolo, dove era un pagliaccio: e questo era il letto della padrona.

La donna tolse il basto all'asino, che se n'andò alla mangiatoia accanto ai buoi. Poi mi sciolse e sollevò dalla cesta; ed ammucchiato un poco di strame sotto il parapetto del pozzo, fra l'asino ed il maiale, quivi riponendomi, m'accennò minacciosamente ch'io stessi cheta. Di poi tratti fuori i buoi con l'aratro, m'inchiavò dentro al buio con quattro de' sei quadrupedi coabitanti con lei, ed andò via.

IV.

Padre mio amoroso, io non imprendo a raccontarvi quello ch'io soffersi in quell'infame borgo tutto l'inverno e tutta la seguente state. I miei patimenti furono inauditi, e s'io li raccontassi, sarebbero incredibili. Ah padre mio! così divisa, come mi sento, da ogni cosa terrena, così vicina, quale sono, al sepolcro, a quel porto che tanto sospirai, pure s'io mi rivolgo a contemplare l'oceano di dolore dal quale approdo, non posso fare che non mi prenda un'infinita pietà di me medesima, e ch'io non versi un torrente di lacrime. Ah padre! se un lampo di piacere balenò nella vita, si dileguò per sempre; e se traluce un istante al pensiero, non è più piacere: ma la memoria del dolore, è dolore sempre.

Come io guarissi della spalluccia slogata e della ferita nel petto, non mi rammento. Ma certo la sola natura n'ebbe il merito. Io passava i giorni e le notti scalza e presso che ignuda fra la più mortale umidità, e sentivo quasi sempre quel senso di smania inenarrabile, che poscia intesi essere la febbre. Un tozzo di nerissimo pane inzuppato nell'acqua era tutto il mio nutrimento; quello squallido tugurio era tutto lo spazio ove mi era conceduto di estendere i miei mal fermi passi; quel poco di strame tutto il mio letto; e le più barbare e spietate percosse erano il solo avvenimento che veniva a rompere l'orribile uniformità della mia giornata. O Dio pietoso! se nella tua ineffabile bontà hai impresso nel cuore di ogni animale un instinto d'amore per il suo simile, come puoi consentire che la creatura umana odii tanto la creatura umana?

La donna vedendomi malandata e quasi vicina a morire, e per la inferma età ancora incapace di poterle essere utile di nulla, cominciò a pentirsi fieramente della sua risoluzione. S'ella mi dava un bandolo d'una matassa per isvilupparla, io lo smarriva e più inviluppava la matassa. S'ella mi dava a tenere l'asino per la cavezza, quello o me la strappava di mano, o, s'io teneva forte, mi gittava per terra e mi strascinava. S'ella mi comandava la sera di destarla la dimane innanzi giorno, io, giusto quando dovevo destarla, m'addormentava: e se di notte era picchiato all'uscio alla sprovvista, la donna, che non voleva levarsi dal caldo pagliaccio, mandava me, ch'ero nuda sullo strame, acciocch'io lo aprissi; ed io, con le mie tenere mani, non bastava a dischiavarlo. Tutte queste o simili colpe erano punite con pugni, con calci, con ceffate; con l'afferrarmi pei capelli e gittarmi a furia sullo strame, o, tenendomi forte per quelli, percuotermi la tempia al muro, e rialzarmi talvolta il viso in su a tutta forza per battermi, quasi togliendo la mira, su gli occhi, e lasciarmi per più giorni come cieca.

V.

In tanta disperazione d'ogni umano soccorso, trovai qualche sentimento di compassione e di benevolenza, in fine, di quello che troppo malamente chiamasi umanità, in qualcuno degli animali che vivevano con noi. Tutte le volte ch'io rimaneva chiusa al buio, il gatto, con que' suoi occhi lucenti rompendo quasi le tenebre, veniva a adagiarsi sullo strame allato a me, e, come tenendomi compagnia, mi comunicava un poco del suo calore. Il maiale veniva spesso come a fiutarmi ed a riscaldarmi col suo grifo in atto più tosto benigno, e senza mai farmi un male al mondo. Ma quello che mi concepì un'amicizia di cui nessun uomo non è capace, fu il cane. Questo mi stava sempre accanto, se non se quanto la crudele donna a furia di vergate lo menava alla campagna. E sempre che m'era accanto, tutta mi veniva leccando e carezzando, e vedendomi, io credo, così ignuda e prossima a morire del freddo, cercava, quanto più poteva, di riscaldarmi col suo alito. Questo, tutte le volte che la rea femmina mi si stringeva addosso per istraziarmi, tentava ogni via di difendermi, baiandole contro, afferrandola per la gonna e talora perfino accennando di volerla mordere.

Durante la state, io soffocava dal caldo umido e dall'abbominevole sito di quel tugurio. Quando la donna, di fitto meriggio, tornava e m'apriva, s'ella andava attorno per sue faccenduzze, io, appena gli occhi, stati lungo tempo al buio, potevano sostenere la luce, mi conduceva chetamente sotto quel pino. Quivi all'aria aperta la respirazione mi diveniva più libera. L'ombra del pino e un venticello, che spira sempre a quell'ora dal mare e quasi sente l'alga, mi rinfrescavano il viso e tutta la persona, ch'io aveva arsa e divorata dagl'insetti che brulicavano nello strame. È cosa maravigliosa come in un istante io mi annegava nella più profonda dimenticanza de' mali miei e di me stessa: come la quiete universale, la contemplazione della natura tutta in pace con se medesima e il tenue stridore delle cicale ch'erano fra i rami del pino, m'inducevano la più dolce malinconia ed alla fine il più dolce sonno, ch'io abbia mai delibato nella mia vita. Allora io sognava felicità di paradiso, beatitudini ineffabili, quali sola la fantasia de' bambini può sognare, perchè quella dei giovanetti è già troppo inferma dal dolore. Questi sogni erano rotti dai gridi e dalle percosse della donna, che voleva ch'io stessi dentro a guardare le sue masserizie; perchè il cane era a guardare un vicino pagliaio.

Io aveva una così infinita necessità di prendere qualche volta questo sollievo, ch'ero rassegnata e ferma nel mio fanciullesco cuore di sopportarne con costanza la pena consueta: e sempre che potevo, me n'andavo al pino. Il cane, pare incredibile, avvistosi del tutto, sempre che il fatto si rinnovava, abbandonava il pagliaio e si poneva in agguato. Appena scorgeva la donna di lontano, ratto correva a me, e, prendendomi dolcemente il piccolo braccio con la bocca, m'aiutava a condurmi prestamente dentro, e mi riponeva sullo strame; poi, come un baleno, era di nuovo al pagliaio.

VI.

Un giorno, era del mese di ottobre, venne alla strega una donna, a un di presso della medesima età di lei, ma assai male in arnese, tutta lacera e scalza, con un pannaccio in capo, e tale, in sostanza, che me ne parve vedere il ritratto, quando, svolgendo un libro di viaggi, vidi le figure di certe donne dei selvaggi che abitano presso alle sorgenti del fiume Colombia, nelle estremità settentrionali dell'America. Io non so quali magiche parole le bisbigliasse costei all'orecchio, che la mia strega, dopo avere come fermato una specie di contratto, accostandosi a me e ghermendomi alla peggio, me le diede, così ignuda con un piccolo cencio indosso, dicendo:

Badate ve', se in questo mezzo ella morisse, fate che il curato della pieve di Resina ve ne dia il contrassegno. Io non voglio avere a inzeppar la bocca a' birri con qualche danaro de' miei, per la morte di cotesta cagna, che Iddio o il diavolo se la pigli presto; che son proprio stucca di udirla piangere. Che se non fosse stato un voto per una grazia che mi fece Maria Vergine Annunziata di far morire una mia vicina, che m'ammaliava tutto con gli occhi, io non mi sarei mai messo questo fistolo addosso.

Quello che a voi nuoce, comare mia, a me giova, rispose l'altra. Io ho bisogno d'una bimba che pianga e guaisca dì e notte; e questa mi pare il caso mio. Per questo mese, adunque, voi ne starete franca. Avete il pegno per la sicurezza della restituzione; e quando ve la riporterò, ve ne darò la ricompensa promessa. Ora state con Dio.

E così dicendo, s'inviò per un solitario ed intricato sentiero, quando portandomi in braccio, e quando strascinandomi per la mano. Riuscimmo a San Giorgio a Cremano. Quindi ci conducemmo a Portici; e poscia a Resina. Ivi la donna, svoltata per un viottolo che riusciva nella strada maestra, aperse l'uscio d'un tugurio simile a quello di Sant'Anastasia, salvo che somigliava meglio una caverna, e che non v'era animale di sorta alcuna, altro che noi due. Qui l'egualità era più esatta, perchè la donna ed io dormivamo entrambe sulla paglia, ch'era la sola suppellettile della casa. Era già notte quando vi pervenimmo; onde s'andò subito a letto. La dimane alla prima luce, la donna si levò, mi tolse in braccio, aperse e richiuse l'uscio della sua casa, e venne sulla strada maestra.

Quivi, adagiatasi sopra un rottame di colonna antica, e scoperte alcune luride piaghe ch'aveva nelle gambe e sul collo, e distesa me sopra i suoi ginocchi, cominciò a domandare pietosamente la vita per Dio ai passeggieri. Quando la via era deserta, ella si riposava e prendeva fiato dal continuo lamentarsi. Appena appariva o una vettura, o una brigata di villeggianti, che in quel mese sono frequenti in quei luoghi amenissimi, cominciava a rammaricarsi ed a piangere sì pietosamente, che avrebbe mosso a compassione ogni cuore più duro.

Io passava, come voi potete immaginare, tutta la mia giornata a piangere non per finto ma per verissimo dolore e per verissima mancanza d'ogni umana necessità. Però, senza saperlo nè volerlo, secondavo maravigliosamente gli sforzi scenici della donna. Pure avveniva talvolta che la stanchezza causata dal lungo pianto m'abbatteva in modo, ch'io m'addormentava in quel duro letargo che solo gl'infelici conoscono. Allora se un qualcuno compariva, la donna mi destava a furia di pizzichi e di schiaffi, e mi ammoniva ch'io dovessi piangere. E se il passeggiere seguitava la sua via senza muoversi a pietà di noi, quando quegli s'era bastantemente allontanato, la donna con graffi, con pugni e con calci mi puniva della durezza del passeggiere, dicendo che se io avessi pianto più forte, quegli si sarebbe commosso. Ed allora, appena le appariva alcun altro di lontano, prima che quegli s'appressasse, ella mi lacerava e mi straziava in tal guisa, che mi era impossibile di non dare alla fine uno sfogo di disperatissime lacrime al mio dolore, in modo ch'io mi trovava nel forte del mio pianto all'appressarsi di quello. In questo mezzo la donna cominciava anch'ella a lamentarsi; e non v'è dubbio che riusciva più facile di scrollarlo.

Così passammo tutto il mese d'ottobre e i primi dì di novembre. Poi, essendo la villeggiatura finita, e quei luoghi divenuti assai solitari, un giorno la donna s'incamminò con meco verso Sant'Anastasia, mi restituì alla sua comare, e datole un compenso in danari per il nolo della mia persona, e ripreso il suo pegno, ne andò con Dio a rappresentare sola la parte di mendicante o d'altro più degno personaggio. Ed io, campata appena dai suoi artigli, solo Iddio sa con quanti sospiri e con quanti gemiti preparai l'anima agli usati strazi che mi attendevano a Sant'Anastasia.

VII.

Ricondotta a Sant'Anastasia, quivi ritrovai e la primiera carità negli animali che domandiamo bruti, massime nel cane, che non trovava luogo dalla consolazione d'avermi rinvenuta; e la primiera ferocia nella donna, che già cominciava a farmi menare la solita vita; quando giunse il suo marito. Questi, per la povertà che regna nei dintorni di Napoli, era ito in Basilicata al taglio d'un gran bosco; dove era stato presso che un anno. Era circa la mezza notte quando la strega ne udì il fischio. Scese lentissimamente del pagliaccio, dicendo:

Ora torna col malanno.

Poi aperse l'uscio, donde entrò dentro una brutta figuraccia di brigante, in abito di pecoraio, qual era, con una grande scure in ispalla e un gran coltellaccio al fianco.

Ci sei tornato alla fine, disse la donna.

Quegli non rispose una sillaba. Lasciò la scure e il coltellaccio in un canto, si spogliò la pelle di montone ch'aveva indosso, e gittatosi sul pagliaccio, s'addormentò profondamente. Lo stesso fece la donna allato a lui.

Il dì seguente al primo crepuscolo, destosi il marito e postosi indosso la pelle, venne a' buoi per trargli fuori. La sua maraviglia fu grande quando col piede urtando il mio corpicciuolo, ch'era sulla paglia, si fu accorto di me. Volto alla moglie, disse:

Donna, che vuol dir questo?

L'è una bimba della Nunziata, disse la donna, ch'io aveva tolta per un voto fatto a Maria Nunziata, ed anche per mia compagnia e per mio aiuto, quando la sarà fatta grandicella.

Ah maladetta sia tu e la mamma che ti portò nel ventre, gridò quegli in capo alla donna. Or non sapevi tu che noi non s'ha da vivere noi, che tu mi porti i figliuoli d'altrui da nutrire? Va all'inferno, brutta guercia di stregaccia, che da ch'io son teco, non m'ebbi altro bene da te se non che tu non mi partoristi alcun figliuolo, così ammalazzata e incancherita come tu sei; e tu mi cacci i putti della Nunziata in casa?...

Poscia, datile due grandi sgrugnoni, bravando e minacciando, soggiunse:

Or fa ch'io non la trovi a casa stasera.

E tirati i buoi per la cavezza, ne andò nella sua malora.

La donna, com'è il costume di questi selvaggi, si vendicò sopra me, più debole di lei, de' due sgrugnoni ch'ella aveva avuti dal più forte. Questa è la scala mirabile dei compensi che regna nell'ordine universale. M'afferrò, mi percosse, mi calpestò, gridando con fiera voce che per causa mia ne aveva toccate dal marito. Di poi, imbastato l'asino, mi vi legò sopra alla peggio: e tiratolo fuori, e chiuso l'usciolino, si sedette sul basto, e s'incamminò per la via onde, dieci mesi prima o circa, eravamo venuti.

VIII.

Io non vi racconterò tutto quello ch'io soffersi durante il viaggio, e nella visita che s'ebbe al Ponte, che fu anche più rigorosa della prima. Allo Sperone ci apparve il cane, il quale in sull'alba era andato via col padrone. Io non so come si facesse quella povera bestia a sapere che noi si partiva, nè a fuggirsene dal padrone per raggiungerci. Ma mi rammento che quando io lo vidi, tutto ansante, con la bocca aperta, con la lingua di fuori, venire verso noi come per dimandar ragione alla strega del dove ella strascinava l'infelice creatura ch'egli aveva preso a proteggere, io provai un sentimento di gratitudine e di affezione così vivo e così doloroso a un tempo, che anche ora mi torna nella fantasia come uno dei più strani fantasmi della mia vita.

Entrati nella città, pervenimmo in fine alla casa della Nunziata, sotto quella medesima immagine della Vergine di questo nome, dove la donna aveva lasciato l'asino quando venne la prima volta per prendermi. Anche ora fermò quivi l'asino, e smontatone, mi sciolse con più garbo del solito, o che la certezza di non vedermi più ammollisse un poco l'animo benchè salvatico, o che la trattenesse l'aspetto della gente ch'era sulla via, e di certi vecchi custodi, che siedono sempre in cerchio presso alla porta della Casa, e guardano, con ammirabile impassibilità, il continuo ritorno della scena che leggerete.

Nella muraglia ch'è fra l'immagine e la porta, ha una buca d'un mezzo braccio di diametro, io credo. A questa dalla parte di dentro è aggiustata una di queste ruote di ferro che s'usano ne' conventi, la quale cede leggermente a qualunque spinta le sia data di fuori, ed agevolmente si gira. Dalla parte di fuori, sopra questa buca è una lapida di marmo con questa scritta mezzo barbara:

O PADRE E MADRE CHE QUI NE GETTATE ALLE VOSTRE LIMOSINE SIAMO RACCOMANDATE.

È legge antica di quell'ospizio che non possa essere rifiutato un fanciullo, qualunque siesi l'età sua, purchè quella buca non sia incapace al suo corpicciuolo. Questa legge, come voi intendete, ha messo a repentaglio la vita di molti bambini. Ed allora messe in pericolo la mia. Perchè la donna, pentitissima del fatto suo ed avidissima di levarmisi dinanzi, girata con la sinistra mano la ruota e con la destra tenendomi forte per la vita, mi cominciò a ficcare il capo e poi le spalle dentro della buca e spingeva forte: ma quella non era capace.

Quando il cane si fu accorto che mi perdeva per sempre, divenne furioso. Si scagliò addosso alla donna, mordendola rabbiosamente e cercando ogni via di strapparmele di mano. Ma più il cane mordeva, e più la donna raddoppiava le spinte per cacciarmi dentro. Ecco tutta la plebaglia ch'era in sulla via, gridare verso il cane che mordeva la cristiana, ed assalirlo con una pioggia di sassi e di bastonate. Io udii il cane lamentarsi miserabilmente, e parvemi che allora allora rendesse lo spirito. La donna, liberata dal cane, mi diede una terribile spinta, per la quale mi sentii stringere la gola e stillare il cervello. La ruota si rivolse in un attimo, ed io mi trovai agonizzante sulle ginocchia d'una religiosa.

IX.

Ritornatomi nella mente l'ordine de' miei pensieri, sospeso dalla pressione ch'io aveva sofferta al cervello, diedi le più amare lacrime al cane, perchè udii, o mi parve almeno, che il popolo sulla via, strascinandolo, gridasse sollazzevolmente: È morto. Dal dì ch'egli mi aveva posto amore, io aveva provato per la prima volta della mia vita il dolcissimo sentimento della compagnia. Poichè una creatura vivente, un abitatore, come me, di questa lacrimevole valle, mi amava, prendeva cura di ogni istante della mia giornata, vegliava i miei sonni e preferiva la mia alla propria sua conservazione, io non poteva chiamarmi più nè sola nè infelice nell'universo.

[Illustrazione: TAV. II. ... prendeva cura d'ogni istante della mia giornata, vegliava i miei sonni e preferiva la mia alla propria sua conservazione... — Carte 46.]

Quando sentii d'averlo perduto, il sentimento spaventevole della solitudine m'occupò tutto il cuore, e mi lasciò di ghiaccio. La vista di quei chiusi e tetri corridoi, dove ignara di tutto l'essere mio e di me stessa, io aveva bevuto il primo sorso alla tazza amara della vita, la memoria dell'inedia, del freddo e delle prime lacrime, onde mi era stato rivelato il mio essere, e quel non so che di profondamente lugubre, ch'è sempre proprio di tutte le grandi comunità, mi gettarono nella più disperata tristezza. Allora non mi tornava più alla mente lo strame, o il tugurio, o l'umidità, o il buio, o le spietate percosse di quella strega, ma le ore tepide e serene del pino, e l'aura odorata e fresca, e l'ineffabile dolcezza de' miei sonni meridiani. O padre, come presto impara l'uomo a fabbricare la propria infelicità!

La monaca che mi aveva raccolta dalla buca, mi condusse per mano adagio adagio per molti corridoi, dove io camminava quasi brancolando, sentendomi ad ogni passo mancare. Giungemmo finalmente a un corridoio largo assai e di sterminata lunghezza, che udii chiamare, la sala grande. Oh Dio pietoso! qual aria, o più tosto quale peste, si respirava là dentro. Ogni volta che la necessità della natura mi costringeva ad inghiottire di quell'aria, io sentiva scendermi per la gola e per il petto non so che di acre e di velenoso, che mi parea ch'andasse dritto al cuore per uccidermi; e sentivo come approssimarsi la morte, e mi gocciolava dalla fronte un sudore gelato. Ma a poco a poco il senso vi si ausò. Riavutami appena, volsi gli occhi intorno, e vidi da ambo i lati non so quante centinaia di meschini e squallidi letticciuoli, coperti tutti d'un pannicello giallo di canape grossa. Sopra ognuno di questi era una donna con tre bambini, brutti per lo più e malaticci, perchè i belli li prende quasi tutti la gente di fuori, chi per divozione, chi per l'utile fine della donna di Sant'Anastasia e chi per altro. Le donne rotolavano i bambini su pe' lettucci o su per le spalle e le cosce loro, a guisa di pallottole: e le più, in luogo di farli poppare, inforcavano loro la bocca con le dita per non udirli piangere. Assai altre donne giravano per la sala, con bambini un poco più grandicelli; chi ne strascinava due, chi tre per la mano, di così mala grazia, che ancora mi fa sdegno a pensarlo. Qualcuna si portava un bimbo in braccio, e lo baciava con tenerezza materna; perchè non è nuovo il caso che qualche infelice donzella, dopo avere nascosto in quella buca il tenero frutto d'alcun suo errore, corra poscia, spinta dalla miseria o dall'amore infinito di madre, a presentarsi alla Casa come nutrice, e conscia ella sola del suo mistero, porga al fanciullino quel latte medesimo che già la natura gli aveva destinato. Oh! forse quel fanciullino sente su quel seno una pace, che mai nel seno di nessun'altra donna non avrebbe sentita!

X.

Nell'ultimo fondo di questa immensa sala era un letto meno iniquo degli altri. Presso a quello sedeva una monaca di aspetto più tosto dignitoso e grave: ma le traspariva non so che di acerbo e di crudele dagli occhi. A costei, che udii chiamare la monaca di guardia, mi consegnò l'altra monaca di meno austera presenza, che mi aveva raccolta d'in sulla ruota.

Era cosa troppo naturale, che nel mio viso fossero scolpiti i segni degli orrendi e lunghi patimenti dai quali venivo, e delle angosce mortali che avevano accompagnata la mia entrata nella buca. La monaca di guardia mi considerò un momento con un volto arido, che faceva fede della lunga familiarità ch'ella aveva con simile sorta di scene. Poscia disse, in un modo freddissimo e come si fa della cosa più indifferente del mondo:

Questa bimba ha patito assai. Andiamo a farla marchiare.

Così dicendo, mi menò per corridoi altri molti, meno grandi, dove io vidi le cose stesse che avevo viste nel grandissimo, se non che lo squallore ed il puzzo sempre crescevano. Riuscimmo ad una sala, in fondo alla quale un sacerdote di larga e panciuta corporatura ed alquanto losco degli occhi, era seduto sopra una sedia d'appoggio; e gli era dinanzi una gran tavola. Accanto a lui da un lato della tavola si vedeva in piedi un uomo secco ed alto con immensi occhiali; ed avea la destra ferma al manico di una specie di torchio da bollare, ch'era sulla detta tavola. Con la sinistra reggeva una stringa di seta, e pendeva dallo sguardo del sacerdote. Dall'altro lato della tavola era seduto un giovane di capello rossiccio. Questi aveva innanzi un leggío con un gran libro aperto. Col braccio appoggiato sul libro, e con la penna in mano, pendeva anch'egli dallo sguardo del prete. Intorno erano molte monache ed altre donne con molti bambini in braccio. Per cenni del prete ognuna di quelle donne accostava successivamente un bambino al torchio, quell'uomo gli avvolgeva la stringa al collo, che a un tratto parea che volesse impiccarlo per la gola: tagliava la stringa a giusta misura del collo, ne chiudeva i due capi in due pezzetti di piombo, e messo il piombo fra i due bolli del torchio, dava una stretta al torchio per cui il bambino faceva una strana contorsione, pronunziando ad alta voce una lettera ed un numero; il giovane rossiccio scriveva nel libro, ed eccoti il bambino, com'essi dicevano, marchiato.

XI.

È inutile ch'io dica che convenne che anch'io soggiacessi al cimento del torchio. Io v'era già soggiaciuta il dì, credo, del mio nascimento, quando fui la prima volta gittata nella buca. E quando la donna di Sant'Anastasia mi tolse, mi pendeva dal collo la marca degli esposti. Ma il cane fra le sue carezze, o ch'egli stimasse, e non errava, che quella stringa mi dovesse far male, o per un suo instinto di natura, me la venne adagino adagino frangendo coi denti, e finalmente me la portò via. Per questo la donna non aveva potuto riconsegnarmi senza più alla porta, e l'era stato mestieri di passarmi nuovamente per il buco.