Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 19

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Sempre, dunque, travestita di quello strappato e sanguinoso abito da marinaio, senza che mai nessuno di que' feroci, nè anche il commessario, ai quali tutti io me n'era pietosamente raccomandata, mi volessero fare la carità di procacciarmi una gonna qualunque, io fui chiusa in una bussola, e da molti feroci e gendarmi accompagnata a casa quel barbassoro. Quivi, fermata la bussola nella corte, mi fecero salire ben cinque piani, e fummo nella colui sala. S'aspettò, io credo, un'ora, bestemmiando gendarmi e feroci, che poi quando ci fu imposto d'essere alla presenza di sua signoria, gli si prostrarono quasi ai piedi, come i Tibetani al loro gran Lama.

Era costui un uomo altissimo e grassissimo, con una pancia che pareva il panteon di Agrippa. Il naso non era dei grandi, ma aveva le guance d'una così disonesta rotondità, che parevano essere due parti di tutt'altro membro che il viso: avea la fronte larga e corta, e i capelli inamidati, tutti ravviati con gran cura verso di dietro; e la sua testa tutta insieme pareva più tosto un grandissimo cocomero che un capo umano. Avea le mani appoggiate sulla pancia, che girando a tondo per tutta la persona, non dava loro altro posto da giacere: ed aprendo la più sgangherata bocca ch'io vedessi mai, con certi piccioli, neri, rotti e rarissimi denti, con una voce e un dialetto della Ruga Catalana[4]:

Vedete com'è bella! vedete com'è bella! esclamò proverbiandomi rivolto a quei feroci; vedete come m'è venuta bella innanzi, con que' crini rabbuffati, e quegli abiti d'arlecchino tinti in rosso! Mi vorreste insegnare a me simili sorta di bagasce? Ora vedete mo com'è bella! Mettetela in mezzo agli sbirri e menatela alla prefettura! Alla prefettura in mezzo agli sbirri!

E così continuava a gridare come uomo ebbro o deliro, non guardando più nessuno, ma volgendosi intorno intorno come un energumeno, e mettendo ormai fuori non più parole intelligibili, ma certi urli confusi, fra i quali si distinguevano solo le voci: sbirri e prefettura. Finalmente i feroci, guatatisi così un poco fra loro, e visto ch'essi medesimi erano quegli sbirri in mezzo ai quali il furente baccalare aveva loro ingiunto di pormi, mi condussero via che ancora per le scale e nella corte s'udiva di lontano quel bocione, che rimbombava tuttavia: prefettura e sbirri.

Richiusa nella bussola e condotta alla prefettura, quivi fui messa, alla presenza di tutta Napoli, in una di queste carceri, come ora si direbbe, provvisorie, e consegnata vita per vita al carceriere. Quivi era un giovane onesto e biondo, di assai trista sembianza e tutto a bruno; il quale era sì stanco e addolorato, che non pose al tutto mente a me quando ci entrai, nè pareva che avesse posto mente a due male femmine che gli civettavano dappresso. Queste, appena mi videro in quell'acconciatura, mi giudicarono una loro onesta compagna, e cominciarono a parlarmi assai compagnevolmente delle cause che le avevano condotte a trovarsi nella mia conversazione. Poco di poi sopraggiunse, accompagnato dal carceriere, un uomo di mezzana statura ed assai male in arnese, di viso assai umile e rimesso, e lasciato dal carceriere, si raccolse quivi in un canto come un povero carcerato. Donde, levati gli occhi verso noi tutti, ma in ispezialtà verso quel giovane, cominciò a raccontarci una sua favola della ragione del suo essere in prigione, ed a domandarci con assai disinvoltura di quella per la quale v'eravamo noi, dicendo il peggior male di tutti gli ufficiali grandi e piccoli della polizia, ed invitandoci a fare il somigliante, con tanto maggior pericolo che altri desse nella pania, quanto egli diceva il vero. Ma le male femmine nè pure intendendo quel ch'egli gracchiava, per risposta gli domandavano se gli facesse mestiere di loro; e il giovane o non badava a udirlo, o udendolo, gli sorrideva di pietà. Nè a me, avvezza a vivere nelle pubbliche comunità, dove le spie abbondano, poteva essere occulta l'arte assai grossolana di quel provocante delatore; e parte avevo ancora io la mente altrove, e non che di rispondergli, non mi curai più d'udirlo.

Sette ore fui tenuta in quel carcere col giovane a bruno, la spia e le due meretrici. Erano, credo, le ventidue, quando venne per me il carceriere e mi condusse su al primo piano in una stanzetta a volta, dov'erano assai ufficiali, tutti per lo più giovanotti azzimati e attillatuzzi, con certi baffini ch'erano una grazia, e che mostravano in istrano innesto come il pelo può talora essere indizio di effeminatezza. Costoro, tutta venutami considerando, già mi guardavano con occhi cupidissimi e investigatori d'ogni mia più deplorabile miseria, quando, sbatacchiato un grand'uscio ch'ivi era, venne fuori quel furioso della mattina, il quale, avvedutosi che quei giovani mi consideravano un poco attentamente, disse loro la più gran villania che mai fosse detta a nessun discolo; e di me, dopo che m'ebbe carica di assai epiteti che la mia modestia non mi consente di ripetere, diede ordine che fossi rimessa fra gli sbirri, e ricondotta nella presenza del governatore al Serraglio.

LXXVII.

Erano, credo, le ventitrè, quando pervenuti in sulla piazza del Serraglio, la bussola a un tratto si fermò. Non sapendo che fosse, vinsi la terribile vergogna ch'avevo di mostrare il mio volto alla luce del dì, e, fatto uno sforzo quasi involontario, apersi lo sportello. Vidi un mare di popolo sulla piazza che s'affollava intorno a non so che ch'era in terra all'ultima estremità dell'edifizio; e per quanto ne richiedessi que' miei feroci, non ne potetti avere una risposta. Solo dalle voci tronche di chi m'andava e veniva accanto, intesi che si trattava d'un avvenimento luttuoso; e pure sporgendo il capo fuori, vidi poco di poi sollevare sur una barella un cadavere non più conoscibile, tanto era sanguinoso e sfracellato, che cadavere al certo pareva, se non che dopo che la barella fu progredita di pochi passi, io vidi ch'era persona vivente che si strappava a gran furia le fasciature ond'era tutta coperta. Finalmente la barella fu portata dentro la grande entrata dell'ospizio, e il popolo a poco a poco si diradò, e la bussola all'ultimo mosse.

I birri fecero montare la bussola insino al vestibolo, e quindi entrare nel corridoio a destra, dove era il governatore. Ma la confusione, i gridi, le piattonate de' gendarmi erano tali, che non si potè rompere per verun modo la calca. Alla fine i birri, consultatisi prima fra loro e poscia con alcuni serventi dell'ospizio che potettero venir loro a mano, mi fecero riportare fuori nel vestibolo, e quindi, sempre in bussola, nell'altra entrata di rimpetto, dove fattosi aprire da quella vecchia custode, e fattami uscire della bussola, mi condussero su al secondo piano nel cospetto di madama, a cui esposero il tutto, aggiungendole, che, nella presente confusione, non potevano altro che consegnarmi a lei, e domandandogliene il contrassegno.

Quando madama mi vide così travestita e così concia, mi disse la più obbrobriosa villania che fosse mai detta a nessuna dolorosa bagascia, e senza volermi pure udire una sola sillaba, comandò ch'io fossi menata nel carcere delle mal vissute; e quivi menata da due di quei miei stessi feroci, fui consegnata alla carceriera, che al volto ed al vestimento, rammentava la badessa del convento della Nunziata.

Io credo che alla prefettura fosse creduto ch'io desinerei poi la sera all'ospizio ed all'ospizio ch'io avessi desinato la mattina alla prefettura; perchè nè nell'un luogo nè nell'altro mi fu punto recato di cibo. Intanto io era digiuna insino dal mezzodì quasi del dì davanti; onde non riapparendo altrimenti per quella notte la mia carceriera, nè pure a rifornire una lucernuzza di terra che m'aveva lasciata e che fu presto spenta, io, tutta sbattuta e stanca e rotta e oscurata nella mia mente da tante e sì incredibili e nuove sciagure, m'adagiai sur un sacconcello che quivi era, e mi messi a dormire, non già di sonno, ma d'una certa cupa stupefazione di cerebro, ch'è sempre conseguenza e medicina a un tempo de' mali estremi, che strascinerebbero, senza quella, infallibilmente al suicidio.

La mattina seguente, insino a poco innanzi il mezzodì, la carceriera nè pure comparve, ed io credetti senza più ch'io fossi stata condannata a perire sepolta viva, come le antiche vestali. Ma io non m'era appena rassegnata con tutta pace a questo pensiero, che la carceriera aprì l'uscio, e m'ingiunse di venire alla presenza di madama. Io le dissi, con voce a fatica intelligibile, ch'erano due dì ch'io non mangiava, e che se non mi desse alcun piccolo conforto di cibo, nulla potrebb'essere del venire a madama. La carceriera, strettasi un poco nelle spalle come di cosa che niente le calesse, all'ultimo andò per un poco di cibo, e tornò con un piattellino dell'usata minestra, ch'io bevetti assai bramosamente; e poco di poi ebbi la forza di levarmi dal saccone, e condurmi insino a dove madama mi voleva.

Per mia somma e inaspettata ventura, madama m'attendeva tutta sola in un suo assai remoto gabinetto, dove appena la carceriera m'ebbe scorta, ebbe ordine di farsi con Dio. Quivi madama, con un viso un poco meno disumano del dì davante, mi domandò tutto il vero del fatto della mia fuga e del prete, promettendomi, s'io non le nascondessi nulla, d'aiutarmi quant'era in lei. Alle quali parole io rompendo in un dirottissimo pianto, me le gettai ginocchioni ai piedi, ed abbracciando le sue ginocchia, le narrai filo per filo e segno per segno tutta la verità dell'accaduto, senza scusare me o aggravare altrui un punto solo oltra il giusto.

Certo io credo che sia invitta volontà di Dio, che il vero trovi per se la via di pervenire al cuore degli uomini; i quali, se lo rigettano o lo soffocano, non è mai in loro buona coscienza. E se non fosse così, qual sarebbe mai l'innocente che non lasciasse assai presto il capo sotto la scure dei calunniatori? Finito l'infame racconto, io non lasciava le sue ginocchia, e tuttavia me le raccomandava. E levando su gli occhi che avevo insino allora tenuti confitti in terra per vergogna, vidi, quel che mai non avrei creduto, che madama aveva versata qualche lacrima. La speranza ch'io ne presi me ne cavò un altro fiume dagli occhi; e madama sollevandomi:

Datevi pace, mi disse, Ginevrina, e serbate ad altro le vostre lacrime. Datevi pace di quel male cui non acconsentiste; che solo nell'acconsentire è la colpa e il disonore. Il resto è opinione pregiudicata degli uomini, e non vi renderà mai nè meno bella, nè meno cara, nè meno stimabile a chi non sia indegno di conoscervi.

Quand'io l'udii parlarmi così, mi parve per un istante udire la voce di suora Geltrude. Tutta riconfortata, e piangendo non più per disperazione, ma, se non per tenerezza, certo per un sentimento assai affine a quella, la scongiurai di farmi arrecare una qualche vesticciuola, acciocchè io mi vedessi un'altra volta nell'abito del mio sesso, e mi levassi finalmente dinanzi agli occhi l'oscenità di quel travestimento. Madama, senza chiamar persona, aveva in quel gabinetto medesimo di che rivestirmi tutta; e me ne fece subito copia. Ed io strappatimi e fatti per la gran rabbia in pezzi quegli scellerati cenci, mi vestii gli abiti dell'ospizio con lo stesso contento, che una novella regina il suo manto reale.

Quando mi vide un poco meno irrequieta, madama mi fece portar da desinare dalla sua propria cucina, e volle che ai molti travagli sofferti io prendessi un qualche ristoro un poco più ragionevole della solita minestra. E tenutami in molti ragionamenti della pazienza ch'è mestieri opporre alle tribolazioni onde Iddio visita forse quegli stessi che un dì saranno suoi eletti e sederanno alla sua destra; e poscia stata un momento sopra di se, come dubitando se le convenisse parlare o tacere, finalmente mi disse:

Ginevrina, voi siete destinata ad avere un terribile dolore, al quale tutti quelli che avete avuti insino a questo dì sono un nulla. E poichè, appena passato il limitare di questo uscio, lo trovereste sulle labbra di chiunque vi si parasse davanti, spero che sulle mie vi riuscirà meno atroce.

Alle quali parole divenuta io tutta bianca nel viso, e gelata le mani e i piedi e le labbra, ella sostenendomi ch'io già mi veniva meno, ma pure risolutasi che il mio peggiore fosse ch'ella tacesse:

Raccogliete, mi disse, tutte le vostre forze, o Ginevrina, e sappiate che il vostro Paolo, ignaro al tutto che voi foste mai stata in questo ospizio, per tedio della vita oramai non è più.

Lo spavento e l'orrore ch'io presi da principio di questa nuova mi ridiedero, chi il crederebbe, gli spiriti già quasi smarriti alle prime parole di madama, e le dissi:

Deh, per pietà, ditemi il tutto.

E n'ebbi che Paolo, alla morte del padre ridotto dall'estrema miseria in quell'ospizio, e dopo sette anni di patimenti, quali solo noi altri bastardi e serragliuoli possiamo intendere, noiato dalla fame, dal freddo e, quello che agli animi generosi è più ancora insopportabile della fame e del freddo, dal vedersi infallibilmente preporre, insino nell'esercizio e negli avanzamenti dell'arte sua, i più inetti e goffi, solo in premio della loro disonestà, s'era precipitato giù dal sesto piano dell'edifizio, con sì ferma risoluzione di morire, che raccolto ancora vivo e fasciatogli lo sfracellato corpo dai cerusichi dell'ospizio, egli più e più volte s'aveva, con quel poco spirito che gli avanzava, strappate furiosamente tutte le fasciature, e dopo aver detto, che, se fosse voluto vivere, non avrebbe tolta la fatica di gittarsi di così alto, aveva finalmente trionfato di questa vita morendo.

LXXVIII.

Così si sciolse questo episodio della breve tragedia della mia vita. Io mi svenni, mi riebbi, mi tornai a svenire e mi tornai a riavere, mi stracciai i capelli e il viso, mi picchiai il petto e il seno, gridai, stupii, piansi e bestemmiai a posta mia. E quando ebbi ben fatto tutto ciò, ritornata in me stessa, vidi che nè Paolo, nè l'onore che il prete m'aveva tolto, era risuscitato. Tediata della figura umana, impetrai da madama che m'avesse lasciata insino a sera in quel gabinetto; e quando madama fu partita, ricominciato il mio verso del piangere e del picchiare, le quattro mura di quello rappresentarono la parte che la natura prende alle nostre sventure.

La sera, a ora d'andare a letto, madama venne per me, e mi disse:

Ginevrina, le leggi dell'ospizio non mi consentirebbero di porvi a dormire ed a lavorare con le altre fanciulle, che o sono, o sono tenute pulcelle. Ma l'innocenza del vostro cuore fa forza al mio; ed io ho disposto che voi siate ricevuta fra le prime compagne, al vostro proprio letto, come se nulla fosse stato della fuga.

E visto ch'io era disperatamente vergognosa degli scherni delle mie compagne:

Di scherni o di motteggi, mi disse, non accade che vi mettiate pensiero. Io ho dato ordini rigidissimi intorno a ciò; nè ho lasciata indietro cura veruna acciocchè la novella si spandesse per l'ospizio in un modo poco meno che onorevole per voi.

Detto ciò, mi condusse quasi per mano nella mia sala, al mio posto, nell'ora appunto che le giovani se n'andavano a letto. Ma ella non era appena fuori dell'uscio, ch'io ebbi per ricevuta uno scroscio di risa universale.

Per un savio ordinamento delle cose, le gravi sventure ci rendono insensibili alle piccole, e le reali alle immaginarie. Qualunque altra sera della vita mia io mi sarei morta di vergogna a quello sghignazzío. Ma quella sera io non ne feci più caso che aveva fatto dei quattro muri del gabinetto stati testimoni del mio racconto e delle mie querele; e raccoltami come potetti nel mio lettuccio, l'allagai tutta la notte delle mie lacrime.

Il dì seguente, poco prima del desinare, fui fatta domandare da madama, che m'attendeva in quel medesimo gabinetto del dì davanti. Quivi era un ufficiale di corte con un suo scrivano, ch'era venuto a prendere la mia deposizione per iscritto. Io, interrogatane solennemente da lui, non senza rossore gli dissi il vero. Ma l'ufficiale non dettava mai allo scrivano quel ch'io gli diceva, e solo m'interrompeva di quando in quando, esclamando non poter l'opera stare com'io la contava. Allora io, fra noiata e sdegnosa, gli dissi con parole assai risolute, che io non aveva altra deposizione a fare, e che scrivesse quella o nessuna: ed egli cominciò, tutto svogliato, a dettare allo scrivano parole che sonavano ben altro di quello che io gli aveva detto e ripetuto più volte. Madama ed io gli dicemmo mille volte che egli non dettava il narratogli; mille volte egli racconciò la sua frase; e mille volte ne uscì un sentimento o non verace o inintelligibile. Finalmente egli si levò, gridando con un viso marmoreo, che il suo sacro ministero non gli permetteva di alterare il vero per cicalare di donne: e, voltoci il tergo, andò via minacciando.

Dopo pochi dì, non so qual tribunale dichiarò me consenziente al prete, e il prete, i due cagnotti e la ruffiana incolpabili; e come tale don Serafino ritornò alle sue ordinarie lezioni, che, come richiesto a corte, era stato costretto a intermettere. E benchè io me gl'involassi sempre come al più velenoso e mortale serpente, nondimeno mai il demonio non me gli parò davanti, ch'egli sottocchi non sogghignasse.

LXXIX.

In questo mezzo, quelle fra noi altre della Nunziata, che appartenevano alla setta delle suore, s'erano aiutate di questo loro straordinario gastigo a non so qual alto magistrato, allegando che le antiche consuetudini della casa della Nunziata vietavano che mai niuna donzella, passata una volta per quella sacra buca, potesse, per qualunque pretesto o cagione, essere trasferita da quell'ospizio in un altro. Io non so come facessero ad aversi un avvocato di questi che strascinano le altrui querele ai piedi di tutte le dominazioni terrestri e celesti; e finalmente, dopo tre mesi in circa che dimoravamo nel Serraglio, fu mestieri al duca di richiamarci alla Nunziata. Non era ancora valico un mese dal fatto del prete, e un dì venne per noi un ufficiale della Nunziata, con assai uscieri e serventi.

Io fui contentissima di questa novità, perchè l'aspetto de' luoghi ove s'è patito di quelle sventure che non sono belle nè pure dal lido onde ogni tempesta è gradevole, diventa esso medesimo un continuo dolore. Il pensiero di non vedere il prete era la sola letizia che mi potesse avanzare; e rendute, ma non senza lacrime, grazie a madama della protezione materna che m'aveva avuta a quegli ultimi dì, montai meno trista che per l'ordinario in una di quelle solite carrettelle.

Nell'approssimarmi alla Nunziata, fui assalita da un pensiero molesto, non forse il duca, per l'odio speciale che mi portava, avesse ordinato ch'io n'andassi con le altre ventinove nel convento. Ma mi confortava il sapere ch'io sarei il primo esempio d'una giovane tramutata dall'alunnato nel convento, essendo ciò assolutamente vietato dall'instituto del luogo. In effetti non fummo appena smontate dalle carrettelle nella corte, che un usciere, avvicinandosi a me, e domandatami s'io era la Ginevra, al mio primo dir di sì, m'ingiunse di seguitarlo, e mi condusse nell'alunnato.

Quivi suora Giustina, o fosse par una particolare umanità del suo cuore, o che il tempo soglia essere vera spia dell'innocenza, mi accolse come s'accoglie chi torna tutto rotto ed affranto da una pena immeritata, cui lo condusse, non già la colpa, ma la calunnia. Mi fece ridare il mio antico letto, molti degli abiti e degli arnesi statimi tolti come soverchi quando il letto mi fu mutato dalla stanza di suora Geltrude nella gran sala, e benchè non potesse altrove che in quella, mi fece assegnare un posto che non era de' peggiori. Io le diedi per grazie quello che solo m'avanzava, le mie lacrime; e come prima mi fui acconciata nel canto che mi toccò, mi tolsi con impeto senza pari quei pannacci del Serraglio, e mi messi un abito di mussolo bianco, che mi trasse nuove lacrime, per la rimembranza di suora Geltrude che me l'aveva donato.

Così cominciava io a vivermi nell'alunnato, tutta riconfortata di sentirmi come tornata a casa, massime che essendone tutte quelle ventinove cicale ite nella loro malora nel convento, nè essendovi, come già vi dissi, fra il convento e l'alunnato commercio di sorte alcuna, nulla quivi era trapelato delle mie avventure del Serraglio. Ond'io cominciava a godermi l'antica stima di tutte quelle giovani, scema dell'antica invidia, che non ci aveva più luogo, ed a malgrado di tutte le infinite, e quasi non narrabili, sventure che mi erano occorse insino a quel dì, cominciava a provare una certa pace, quale chi, ancorchè diserta e sbattuta dall'onde, pure alla fine si sente nel porto; quando a un tratto me ne trovai le mille miglia lontana, nella più fiera burrasca della mia vita.

A tanti dì del mese io m'accorsi d'una interruzione inaspettata ch'era in me in quel che regolarmente s'appartiene a chi non è incinta; ed ancorchè ne prendessi una impressione terribile, pure v'ha tale sventura così abbominosa, che quanto più ci è dappresso, anzi addosso del tutto, tanto più ce ne stimiamo lontani. Abbenchè già tutta tremante e convulsa e mezza morta, io mi persuasi che quella interruzione fosse causata dalla vita miserabile e stentata ch'avevo tratta al Serraglio, e dalla mancanza del nutrimento; e mi confortava il sovvenirmi che anche in sul bel principio nel convento m'era seguita alcuna delle siffatte novità. Ma l'un giorno incalzava l'altro, e scorse una settimana, e due, e tre, e quattro, e fu compiuto finalmente il secondo mese, senza che Iddio volgesse gli occhi alla sua innocente creatura.

Quando non mi fu più possibile di dubitare del mio incredibile caso, ebbi la prima e sola volta della vita mia una continuazione di furore per più dì, tanto più terribile, quanto io, tutta chiusa in me stessa, in null'altra cosa al mondo che in me stessa non potevo disfogarlo. Ed è mestieri ch'io vi confessi ch'io volli morire, non più di quella vaga e puerile e indótta volontà che già n'aveva avuta a casa il cuoco e nel convento, ma saputamente e d'una volontà ferma e discorsa con tutti i sillogismi della dialettica, che mi mostrarono per mio minor male la morte; e tale, in fine, che se, procacciatomi un coltello e strettomelo al cuore, non ebbi la forza di vibrare, quella fu viltà e ribrezzo di natura, o più tosto temenza di maggiore vergogna, e non già conseguenza della mia fede; nè Iddio me ne deve avere alcun merito.

Intanto io era spesso veduta percuotermi la fronte come invasata da un pensiero disperato; spesso prendere la rincorsa per rompermi le tempie nelle ferrate de' finestroni, ed arrestarmi a un tratto come trattenuta dalla forza medesima che m'aveva spinta. Anche correndo incontro alla morte, io non poteva fare di non sopravvivermi un qualche istante nella mia fantasia; e il pensiero che nel mio cadavere, del quale io era già gelosissima, sarebbe stata scoperta la causa del mio suicidio, e che per morte non potevo già fuggire vergogna, troncava il volo al mio feroce desiderio.

Essendo la dolcezza e la pace dell'indole mia divenuta per sette anni in esempio, anzi in proverbio, di tutto l'alunnato, come sarebbe stato possibile che tutto l'alunnato, e suora Giustina in ispezialtà, non si fosse avveduta d'una mia sì nuova e sì grave mutazione? Suora Giustina ebbe sospetto che fosse quello che era, e cominciò a spiare e considerare tutte le mie faccenduzze, e tutti i miei movimenti, e tutta me stessa. Correva il quinto mese del mio supplizio, e il reprimere gli sforzi del recere ond'ero di quando in quando assalita, e l'andar curva per celare la disonestà del mio ventre, cominciava ad essere indarno, quando un dì suora Giustina, trattami in disparte, mi disse: