Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 18
Era, quando questo colloquio seguì, il dì ventuno di giugno; e quale mi fosse la notte che gli seguitò, sarà più facile a voi l'immaginarlo, che a me il potervelo dire. All'usato martello della mia furibonda passione, s'aggiunse quest'altro, che ora mi pareva d'aver fatto il meglio del mondo, ed ora il peggio, d'essermi fidata del prete. E mischiandosi alla disperazione la speranza, ne surse una terza maniera d'angoscia, della quale io non conobbi mai il più infernale flagello.
Il dì seguente il prete, ch'era usato di venire ogni dì, non ci venne, con non poca maraviglia di tutte: e la mia agonia se n'accrebbe. Finalmente l'altro dì, ch'era per l'appunto la vigilia della solennità del Precursore, riapparve don Serafino, tutto lieto nel viso che pareva la pasqua stessa; e raccontata all'altre giovani una sua favola del non essere venuto il dì davanti, ci fece un poco ridire l'alfabeto. Di poi, preso il suo cappello e trovato con incredibile destrezza il modo di cogliermi un istante in disparte:
Ginevrina, mi disse con la rapidità che l'occasione imponeva, se dimane, quando l'altre giovani vanno a spasso, tu ti saprai rimanere a letto come inferma, che pur troppo sei, io ti porrò nelle braccia il tuo Paolo.
E disparve che poco mancò che non fosse udito.
Ne' brevi e quasi convulsivi istanti ch'io aveva ragionato, era già otto anni, col garzonetto, ne aveva avuto tutta l'infelice storia della sua famiglia e non il suo proprio nome. Il che sempre che poscia mi tornò alla memoria, o che così fosse veramente, o che amore nobiliti tutto nella persona amata, mi parve esempio rarissimo di modestia e di gentilezza d'animo; che come agli stolti nulla viene sì rapido sulla lingua quanto il parlare di se stessi, così nulla viene più tardi agli assennati.
Quando udii il prete pronunziare quel nome, io mi composi in meno che non balena la più rosata novella, e vidi proprio con gli occhi miei don Serafino che, ai miei contrassegni ed alla storia della famiglia, domandava del giovane tutti gli ufficiali dell'ospizio, e cercava e investigava, e finalmente, come per miracolo, ritrovatolo, ne aveva nome, casato, famiglia, istoria, tutto, e narratogli i casi miei, ed ecco il giovane gettarsi a' suoi piedi e scongiurarlo di soccorrere alla sua disperata passione, e don Serafino intenerirsi e sollevarlo e lacrimare di tenerezza; e promettergli che il dì di san Giovanni lo farebbe il più felice uomo che nascesse.
E con quest'aurea novella perduto quell'ultimo fiato di senno, o, per parlare con più esattezza, quei lucidi intervalli che m'avanzavano, diedi l'ultima perfezione alla mia pazzia.
LXXIII.
Varcato, adunque, l'ultimo termine che divide il senno dalla pazzia, mi finsi il dì vegnente malata, il che, per l'estrema pallidezza in che s'era cambiato il vivo colore del mio viso, mi fu di leggieri creduto. Alle ventidue le giovani andarono a spasso, madama n'andò altrove; e di tanta turba non rimanemmo che una vecchia custode in una cameretta ch'avea presso all'entrata, ed io a un piano e a non so quante sale e corridoi di distanza da lei.
Io non era più nè in quella sala, nè in terra, nè in cielo, ma aveva già valichi milioni di milioni di universi, e ne valicava ancora altri milioni, quando il prete m'apparì, tutto rosso nel viso e quasi come brillo. Ed essendomi io levata furiosa nel letto, e sporto il capo di traverso come per vedere chi entrava dietro lui, ed ecco il prete porsi il dito dal mento al labbro, ed accennarmi con gran serietà di tacere. Io, tacendo, pure sporgeva il capo per vedere entrar Paolo, e vidi in vece la vecchia custode. Il prete, che come seppi dappoi, tastava polsi, ordinava ricette ed era tenuto gran fisico in quell'ospizio, sedutomisi dappresso, e toccomi il polso:
Per mia fe, disse a voce alta, sempre accennandomi con l'occhio di star cheta a' suoi detti, voi mi fate chiamare come se infermaste a morte, ed io vi trovo più sana di me. Per Iddio sommo! chi s'impaccia con voi altre, non ne puole aver bene. Via via, ho inteso. Voi volete annaffiarvi il gorgozzule con qualche rimedio a uso rinfresco.
E volto alla vecchia:
Suora Rebecca, le disse, andrete giù in farmacia e faretele fare una limonea delle buone con entro mezz'oncia di cremore di tartaro.
E poichè già la vecchiarda moveva:
Aspettate, le disse, che mi possiate prima far uscire; che sono atteso (e nominò una gran principessa) da forse un paio d'ore.
E levandosi, sempre accennandomi di non fare motto, andò via con la vecchia.
Io rimasi stupida, e stupida in breve lo rividi venire a me più acceso ancora di prima ed afferrarmi improvvisamente la mano, e baciarla più e più volte, e dirmi:
Ora ecco: Paolo è là nel mio quartiere che t'attende per disbramarsi una sete d'ott'anni: e ti manda questi baci anticipati.
E stato un istante sopra di se:
Ginevrina, m'aggiunse, ora è il tempo di mostrare se sei l'altera allieva di suora Geltrude o una vile serragliuola. La vecchia è già in farmacia, e la stolta vide uscire prima me; ma poi, com'io già sapeva essere sua sciocca usanza, s'è tirato l'uscio dietro che chiude a saliscendi, ma non l'ha inchiavato con la chiave grossa, che le pesa soverchio di portarsela addosso. Io, data una volta, e rifattomi all'uscio, mettendo un mio grimaldello nel serrame, ho alzato il saliscendi; ed eccomi di nuovo a te. Levati su e seguimi, che mai non fu sì solitario il vestibolo; e sai che la farmacia è sotto la scala di fuori. Ma spácciati, che la vecchia non torni.
Io non badai a rispondergli, ma mi levai su, e cacciatimi in furia i miei panni indosso, mi messi a seguitarlo.
Per uomo di oltre a cinquant'anni, don Serafino menava assai leggermente le gambe. In meno che non lo dico si fu usciti da quelle chiostre; e passato il vestibolo, entrati per un corridoio tenebrosissimo dall'altra banda, e montati per una strettissima scala a chioccia, pervenimmo a un usciolino, che il prete aperse speditamente, e messami dentro e riserratolo, e dato una subita volta per le due stanzette di che si componeva questo suo quartiere:
Poffar Iddio! esclamò; l'insofferente Paolo c'è venuto incontro per l'altro corridoio; ma io l'ho bell'e giunto.
E riaperto e riserrato l'uscio a chiave, mi lasciò chiusa là dentro e disparve.
Ora io non v'intratterrò più, o padre, delle meditazioni e de' soliloquii che mi causarono da quel dì le continue e strane rivolte della mia fortuna. La vita, o almeno la mia vita, somiglia quel nuotatore che mosso dall'estrema sponda d'un faro, tutto librato e leggero sull'onde, fa lente e riposate le sue volte e quasi può noverarle; ma poi sopravviene la stanchezza ed il fiato ingrossa, e le volte sono più rapide ed affannose ed innumerabili, finchè, a vista dell'altra sponda, guarda per l'ultima volta il cielo e cade in fondo all'abisso.
Ma a comprendere quanto fosse la miseria mia, vi basterà il conoscere che batterono le ventiquattro, e poi l'un'ora, e poi le due, e poi le tre, e poi le quattro, e poi la mezza notte, ed io brancolava a tentoni per quelle due stanze, ed il prete non veniva. E benchè io mi dimorassi colà al tutto fuori del senno, e come briaca mi cacciassi qua e là quasi per afferrare il giovane che mi fuggisse, pure ad ora ad ora ero come tocca e quasi destata da un certo oscuro ma assai sinistro e spaventoso presentimento: e quando mi balenava nella mente il pensiero di non essere stata ritrovata nell'ospizio al ritorno delle mie compagne, io sentiva non so che di molto nuovo nell'essere mio e nella mia vita, sentiva, benchè confusamente e come per sonno, ch'io aveva oltrepassato un certo punto da cui non era più possibile di tornare indietro, e che ormai la colpa e la vergogna entravano a parte delle mie sciagure, insino allora così involontarie e immeritate.
Era passata, io credo, di non poco la mezza notte, quand'io udii voltare la chiave dell'uscio ed entrare alcuno, ma non si vedeva chi. Morta d'incertezza e di paura in un canto della prima stanza, la prima, la sola parola che mi venne sulle labbra, fu: Paolo. Ma nessuno mi rispose, ed io udii il calpestio nell'altra stanza, e subito vidi luce, e don Serafino accendere con uno di questi lumettini accensibili una lucerna d'ottone. Ma non pronunziava sillaba, ed era come perplesso di quello che avesse a farsi o a dire.
Io stava in quel canto assai più perplessa di lui, anzi morta non d'una ma di mille paure. Ma finalmente, fattomi un poco di cuore, e paratomegli sotto l'uscio della sua stanza:
E il mio Paolo?... gli dissi.
Allora egli, posata la lucerna sur un cassettone ch'aveva accosto al suo letto, e come risolutosi nel suo pensiero, mi s'appressò, e presami per la mano, e tutto tremante, ma non già di paura:
Ginevrina, mi disse, il tuo Paolo è fuori di se dal dolore di dover prolungare d'una notte ancora la sua e la tua felicità. Ma egli ti vuol far sua, non un istante, ma sempre, e vuole fuggirti dall'ospizio, e, con un po di danari ch'io gli ho dato, condurti in Francia, dov'egli col suo mestiere, ch'è valente tipografo, ti renderà cara ed agevole la vita. Ma noi ci siamo indugiati troppo oggi, ed egli, temendo non fosse scoperto, aprendo quest'uscio con un'altra chiave ch'io gli aveva lasciata, s'è tornato all'ospizio; ove non ha voluto mancare stanotte, ch'è già troppo pericolo che vi manchi tu, e n'è già piena, si può dire, la città. Tu dunque starai qui meco acquattata stanotte, che sono spie da per tutto per iscoprirti; e però mi è convenuto tornarci all'ora mia che son solito. E doman da sera, quando questo volgo si sarà renduto certo che tu non ci sei, ed io ti condurrò in luogo libero, dove ti stringerai al seno mille e mille volte il tuo Paolo, ed egli te, e sarai fuori per sempre da questo carcere e da queste sventure.
E sempre più crescendo il suo tremore, con un viso fra pallido e ardente, e con la mano gelata:
Or vieni, mi disse, a riposarti un istante su questo mio letticciuolo.
Ed inclinando il capo, mi baciò, quasi succhiando, la guancia.
LXXIV.
La follia in cui ero venuta non mi tolse di conoscere che il prete poneva insidie al mio onore. Ma che tutti quei suoi racconti fossero altrettante ree favole fabbricate sul solo vero che quel mio giovane, ignaro affatto del prete e di me, si chiamava Paolo, questo fu quello che, nuova de' preti, io non fui tanta a comprendere.
Certa, adunque, che la notte seguente io avrei trionfato del prete, degli ospizi tutti e del mondo intero, io non diedi in quegli eccessi in cui io avrei indubitatamente dato, se tutta la mente del prete, che fra poco vi dichiarerò, mi fosse stata insino da quel punto palese. Ma scioltami a viva forza da lui, che poco mi resistette:
Orbè, gli dissi, don Serafino, questa è la virtù? questa è la fede? Questa è la nobiltà de' sentimenti che predicavate? Io mi trovo nella condizione che sapete per voler essere sposa di Paolo. Nè nessun altro al mondo m'avrà altro che morta.
E dette queste parole, mi raccolsi in un canto della camera, fermissima, se il prete perseverasse la sua prova, di mettere le maggiori strida che potevo, e d'attentare a' suoi o ancora a' miei giorni per qualunque modo mi fosse più alla mano.
Il prete, benchè al brutto e spaventato viso che fece, si vedesse ch'avea convertito in furore la sua gran rabbia, non s'ardì di porsi ad un assalto scoperto, massimamente, io credo, per la paura che io mettessi qualche grido. Ma come uomo prudentissimo e destrissimo nell'arte del nuocere, ristretto e nascosto nel più profondo del suo petto il reo appetito che aveva di me, e la non meno rea cupidità di vendetta che gli era nata a' miei rifiuti:
Ginevrina mia, mi disse sorridendo, tutto sciolto e quasi libero d'ogni passione; come ben si vede che tu esci pur ora della Nunziata e del Serraglio. Tu ne venisti nel mondo tutta avvezza e fatta ai modi ipocriti e goffi di simile sorta di luogacci. Ma sappi che, la Dio mercè, il mondo non è tutto Nunziata e Serraglio, ed abbi meno paura di una carezza o d'un bacio di padre, quale io mi ti sono giurato.
E così dicendo, presa l'una delle tre materasse che aveva sul letto, e portatala sopra un canapè nell'altra stanza:
Or ecco, aggiunse rifacendo il suo letto, spero che andandomene io a dormire nell'altra stanza, che questo letto ti parrà abbastanza casto riposo.
E tiratosi l'uscio dietro, se n'andò a dormire nell'altra stanza.
Io non m'andai già a letto, ma rimasi tutta notte ferma in piedi in quel canto, senza avere nè pure la forza di sedermi, e in uno stato di convulsione continua.
Il dì seguente il prete, levatosi e fatto capolino all'uscio della stanza ov'io era, vedendo ch'io era stata in piè tutta notte, sorrise così alcun poco come alla mia innocenza. Poscia, raccomandatomi di star cheta, s'io non volessi essere la rovina mia e sua, e, quel che più montava, del mio Paolo, serrò l'uscio da scala e andò via. Al mezzodì ritornò e mi chiuse in un armadio ch'aveva nascosto nel muro, e m'ammonì di non fiatare, che birri e gendarmi correvano in traccia mia per tutto l'ospizio. I quali non istetter guari a picchiare anche all'uscio del prete, ma solo così per la forma; e sapendolo amicissimo al governatore e ad altra gente di corte, si contentarono di dargli del reverendo a piena bocca e di baciargli con gran rispetto la mano; e s'andarono con Dio. Poco di poi il prete mi scarcerò dall'armadio, e riuscito, in breve tornò, arrecandomi egli stesso un poco di cibo come potette il meglio, acciocchè nessuno non se ne addesse, e più che di cibo, che io quasi non toccai punto, pascendomi di mille altre favole intorno al mio dovermi trovar con Paolo la sera e fuggirne in Francia con lui. Ma egli non desinò già meco, e di nuovo disparve.
Giunse finalmente questa aspettatissima sera, e venne il prete in sulla mezza notte, e porgendomi un bel vestito da marinaio, mi ammonì, tutto pieno di modestia, che, a meglio nascondere la mia fuga, bisognava lasciare l'abito mio femminile, e vestirmi quell'altro; e per discrezione richiuso l'uscio della stanza, si messe ad attendere nell'altra ch'io mi fossi travestita. Il che io non l'ebbi appena avvertito d'avere fatto, che, presami per la mano, mi condusse via dalla sua casetta per iscale e corridoi tenebrosi e strani, e su pe' rottami della fabbrica intermessa uscimmo a una via deserta che pareva campagna, e quindi per mille viottoli e mille rigiri riuscimmo alla via Carbonara, che il gran buio ch'era quella notte non mi tolse di conoscere, e finalmente ai gradini de' Santi Apostoli ci appressammo a un uscio, ove il prete picchiando e l'uscio s'aperse.
Quivi, saliti pochi e rotti scalini, io non ebbi il tempo nè di stupire nè di tremare di vedermi in uno di questi ricettacoli di gente di mal affare, non già fra le braccia di Paolo, ma fra quelle del prete, che, furibondo ormai della più spietata libidine, assaltatami come orso famelico, e stracciatimi violentemente gli abiti di dosso, e tutta strettami a se coll'un braccio, si cavò con l'altro un pugnale dal seno, e punzecchiandomi con quello la gola, tanto che il sangue veniva giù a goccioli:
Ti colsi finalmente nella mia rete, esclamava mordendosi le labbra, ti colsi, o vil femminetta, che ardisti negare il tuo fiore a me, che sfiorai più vergini che non ho capelli canuti in questo mio capo. Stolta! e tutte più belle di te. Nè credere di parermi bella, ma non voglio che tu sii la sola ch'io abbia desiderato in vano.
E tenendomi tuttavia il pugnale nella gola, e punzecchiando ognora più forte, io credo che già quasi m'avrebbe scannata, se avesse creduto così bene potersi saziare la sua sete nel mio cadavere, come nel mio corpo vivo.
Quegli atti e quelle parole mi rendettero quel senno ch'io aveva perduto da troppo più tempo che non mi sarebbe bisognato. E inteso il tutto, nè mi sentendo più la vil fanticella di donna Mariantonia, nè vedendo altra via di salute che il non isperarne alcuna, di subito mi risolsi di vendere cara la vita mia. Onde, fatto uno sforzo disperato, e sciogliendomi furiosamente dalle braccia del prete, gli menai, quasi allo stesso tratto, due pugni, quanto potetti più fieri, in quel visaccio. Ed afferratagli con ambe le mie la mano in che egli aveva il pugnale, che già mi menava per la gola, aggravandomi di tutta la persona, come per uccidere me e lui di un sol colpo, diedi una così violenta strappata, che, non so io stessa come, ma il pugnale fu mio. Il quale stretto fortissimo nella destra, mentre, senza dargli un sol attimo di tempo, me gli scagliavo addosso furibonda per ferirlo, ecco mi sento afferrare di dietro e stramazzare in terra da due più robuste braccia, ed, al fosco lume d'una lucerna che quivi era, veggo sopra di me il più brutto e disonesto scherano che mai si possa sognare, con una gran barba folta e nera nel viso, e un naso aquilino che gli scendea sulla bocca, e gli occhi guerci, che messo anch'egli mano a un coltello e strappandomi il mio, mi si cacciò come ginocchioni addosso, premendomi mortalmente il petto e le poppe, ed accennandomi, e pungendomi col coltello, acciocchè io mi chetassi. E poich'io non mi chetava, anzi metteva le più spaventose strida che mai, sopravvenne una vecchia, ch'io non so donde s'uscisse, che mi cacciò, con maravigliosa destrezza e celerità, cenci e capecchio in bocca e per la gola, ch'io allora allora n'affogava. I piedi soli m'avanzavano liberi; coi quali a calci disperatissimi io mi difendeva ancora dal prete, che mi s'avventava addosso sempre più cupido e villano. Ma finalmente comparve un altro assassino, assai più robusto e bieco del primo, che afferratami per i due piedi e tenendomeli conficcati in terra con quelle sue mani di ferro, volto al prete, gli disse freddamente:
Ora vostra riverenza può fare a suo grand'agio.
LXXV.
Poichè il prete ebbe attutata in quel mio morto corpo la sua rabbia bestiale, nè la terra s'apri, nè io invocai mai più l'aiuto celeste in nessun'altra delle mie sventure. All'orribile ritorno de' miei sentimenti, che l'ultime parole di quell'assassino m'avevano al tutto vinti, io vidi e lui e l'altro che tenendomi sempre inchiodata in terra, pendevano a capo rilevato dalla bocca del prete; il quale, tutta rassettandosi la persona, ragionava loro assai tranquillamente, che a voler avere mercede e sicurezza intera, bisognava che m'uccidessero senz'altro. E quelli pur dubitando alcun poco, non già per pietà, ma per paura, non si sapendo in che modo potersi liberare del mio cadavere ch'altri non lo scoprisse, il prete ridendo della loro semplicità, diceva:
O come? non avete voi quella cantina qui sotto, ch'è proprio il fatto nostro? Sapete come n'è tenero e smosso lo spazzo. Vi scaveremo una fossicella della sua misura, che vedete ch'è piccolina, io intonerò sommessamente il _vade in pace_; e l'anima sua e le nostre ne saran tutte salve.
E così sia:
Risposero ad una voce i due sicarii, e levando su i coltelli, ed ecco atterrato l'usciuolo da via, e la stanza piena di birri e di gendarmi, e il prete, gli assassini e la vecchia ammanettati, ed io troppo tardi liberata, e tutti condotti al corpo di guardia del commessariato del quartiere di Vicaria.
Dai minacci e dagli scherni dei birri intesi, che madama, appena tornata all'ospizio e non trovatami, ne aveva data notizia al governatore, e questo al commessario di polizia del quartiere di Foria; e costui, esaminata la vecchia custode, ed avutone come il prete mi aveva visitato poco dianzi la mia fuga, essendo uomo assai pratico di somiglianti rigiri, aveva avuto sospetto che il fatto stesse come stava veramente, e non solo aveva operato che si fosse cerco nella casa del prete, ma ancora che tutti i suoi andamenti fossero stati per qualche dì vigilati; che i feroci del commessariato di Foria, come quelli che il prete s'aveva al tutto obbligati, non avevano cercato molto diligentemente nella sua casa; ma che pure vedendolo per tutto un dì andare e venire non so quante volte da quell'abitacolo dai Santi Apostoli, non avevano potuto mancare di farne partecipi i loro fratelli del quartiere di Vicaria; i quali, ponendo la notte uno di loro che spiasse e origliasse a quell'usciuolo, avuto finalmente avviso da costui che il prete era dentro con la giovane travestita, e che vi s'udiva grida e percosse, erano tratti con la rapidità ch'avete letta.
Pervenuti che fummo al commessariato, ci messero tutti giù nel corpo di guardia, dove il prete domandò tosto da scrivere a non so qual barbassoro, al solo nome del quale quelle spie cominciarono ad avere un gran rispetto al prete, a' due suoi cagnotti ed alla ruffiana, e, salvo me, non maltrattarono più nessuno. Fu portato da scrivere al prete, che, incorando que' suoi bravi e motteggiando i birri, scrisse un gran foglio con una serenità e una sicurezza del fatto suo che ancora mi reca stupore. I feroci, non so se per gratificarselo o per vendicarsi sopra di me de' suoi motteggi, mi dissero con mal piglio, che mi conveniva montar su dal capo squadra (com'essi dicevano al loro decurio) che mi voleva. Io montai su con loro; e que' ribaldi cominciarono per le scale a trafficarmi villanamente. E quando fui su, il capo squadra, vedutami in quel mio vestito da marinaio, e tutta lacera e insanguinata, cominciò a fare le grasse risate, ed a dirmi i maggiori vituperi che mai intorno alle cagioni del mio travestimento e del sangue, e brancicatami alla volta sua, così più tosto per modo di correzione che per altro, m'impose di non mutarmi di dietro ad una certa panca dove i feroci m'avevano ridotta a furia di picchiate, ed egli si pose a sedere con loro accosto a un gran braciere dov'era acceso un gran fuoco di puzzolentissimi carboni.
Abbenchè io fossi assai impedita del mio discorso, che ad averlo intero io credo che ne sarei morta allora allora, nondimeno io udii quella notte quanto mai è possibile alla più corrotta e sfrenata fantasia d'immaginare di più vile, e d'abbietto, e di lordo, e di crudele, e d'incredibilmente bestiale nella natura umana. Quella nefaria canaglia non ragionò tutta notte, che di frusta, di mitera, di gogna, di boia, di capi mozzati e di colli strangolati. E quando questa materia mancava al loro sollazzo, ed essi parlavano di postriboli e di meretrici, con parole di non mai nè pure immaginabile oscenità, che parevano fabbricate nell'inferno. E spesso interrompevano quelle parole, scagliandosi or l'uno or l'altro verso di me, a chi poteva più infamemente stazzonarmi: sì ch'io posso dire che per diciannove anni ch'io fui nutrita ed allevata fra la più scellerata plebaglia di questo reame, non imparai il milionesimo del male ch'io fui a mio malgrado costretta d'imparare in una sola notte che dimorai fra le mani di quella che si chiama giustizia.
La mattina seguente il commessario non era ancora arrivato, e già era venuto per il prete quel gran barbassoro di cui v'ho toccato. Un momento di poi giunse il commessario, che, fatte le liete accoglienze al barbassoro, gli diede subito a guarentigia, o, come qui si dice, per consegnato, il prete, i cagnotti e la ruffiana; i quali tutti, sogghignando verso di me, n'andarono alle loro ordinarie faccende. Ed io poverina, condotta dinanzi al commessario tutta vergognosa e tremante, e desiderosissima che la terra m'avesse prima inghiottita, poscia ch'egli, con un brutto cipiglio spaventato, m'ebbe, con grossissima e fiera voce, detto:
Che il diavolo vi branchi tutte, brutte troiacce di serragliuole, che nè anche i preti ci lasciate stare.
Diede ordine, che ammanettata e ben chiusa in una bussola, m'avessero condotta a casa non so qual alto ufficiale di polizia, che non mi ricordo proprio il nome di quel carico, la qual casa era ivi non molto discosta, perchè gli pareva che a costui si fosse appartenuto il sentenziarmi.
LXXVI.