Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 17
Era quel corridoio una specie di pubblico ritrovo d'ogni sorta di persone. Quivi eran uomini, quivi eran donne, d'ogni sorta condizioni, quivi erano Inglesi e Tedeschi a dovizia che traevano a pagare religiosamente il debito che ha ogni forestiero di vedere, o di poter dire d'aver veduto, quell'ospizio. E poichè era già andata per tutto la voce che noi eravamo le trenta più riottose fra le figliuole della Nunziata che avevano preso a zoccolate ed a piattellate in sul viso e in sul parrucchino il nostro duca governatore, tutta quella gente, che senza noi sarebbe entrata e uscita spacciatamente, ciascuno pe' fatti suoi, ci si fermava e faceva calca intorno per vederci e considerarci. E ci consideravan tutti, massime gl'Inglesi, con una maraviglia e uno stupore così grande, che ben si pareva quanto gli uomini anche più liberi sono fatti per essere schiavi; che sempre par loro una gran cosa strana, che l'oppresso pigli un tratto a panate, o a tegamate, o a quel che meglio gli è alle mani, il suo oppressore.
In questa gogna s'ebbe io non so se dire la stoltezza o la barbarie di tenerci per cinque lunghe ore, dalle tredici alle diciotto, allorchè ci fu recato che, questo gran governatore che s'aspettava, era finalmente giunto per una sua scala segreta. Tosto fummo condotte dal corridoio nella sua sala dove, in vece d'un qualche gran baccalare, com'io m'era presupposta, trovammo un'abbietta e volgarissima figura, un sudicio e stizzosissimo vecchio, un pretto lazzarone vestito, ed anche malamente, con un certo logoro e rattoppato giubbone di questi che s'usavano a' bei dì de' nostri arcavoli. Costui, con un fragorosissimo vocione da Masaniello, con un dialetto purissimo di Lavinaio[3], aprendo una gran bocca, ed arrabbiando e facendo la bava, che non si sapeva qual diavolo il toccasse, ci disse ex abrupto la più gran villania che mai nessun reo mascalzone dicesse a nessuna più vituperata sgualdrinella di Mercato, dicendo così sozze e sconce parole, che, a me almeno, che non ero mai stata a simili scuole, o riuscivano al tutto ignote, o m'insegnavano quello che ignoravo. E minacciandoci il capestro, la mitera e il fuoco, e mordendosi le mani per il gran furore in cui era montato, alla fine levando su a tutta furia una gran mazza ch'avea in mano, come per volerci rompere a tutte il capo e l'ossa, fu trattenuto e fatto quasi a viva forza sedere da due zerbini tutti azzimati, figliuolo e segretario suo, che gli erano intorno; i quali tutti molli dalla fatica di tenerlo, e parte sogghignando, fecero cenno ai serventi ed ai gendarmi di condurci via. E così fu fatto.
LXVIII.
Dopo così nobili ricevute, per le quali non ci si disdisse di aspettare cinque ore in quello stato, fummo, per il medesimo corridoio, ricondotte nel grande adito onde eravamo entrate da prima, e quindi introdotte nell'entrata di rimpetto a quella onde uscivamo. Quivi era una gran sala, ove fu picchiato a un uscio che dava in un corridoio simile a quello di là, ove eravamo state si gran pezzo alla berlina. Ed apertosi l'uscio, apparvero certe bruttissime suore, poco dissimili, di forma e d'abito, a quelle del nostro convento, delle quali vi era più d'una presenzialmente fra noi. A queste fummo dai serventi e dai gendarmi consegnate a coppia per coppia; e non appena il caporale ebbe profferito il numero quindici, che l'uscio si riserrò, e noi rimanemmo dentro, che parve un sogno.
Le suore facendoci, in su quelle prime, un certo viso arcigno e spaventato, ci condussero dal corridoio in un'altra sala non troppo ben grande, dove era una vecchia francese che tutte chiamavano madama. Costei, da principio appaltatrice e poscia, per aver fatti assai ben ricamare non so quali arredi di corte, direttrice delle fanciulle dell'Albergo, con cento buoni ducati al mese, ci considerò un momento così tutte insieme, senza troppo fermare gli occhi sopra nessuna. Di poi, com'è il costume di Francia, motteggiate alquanto e noi e il duca, domandò a quelle suore che cosa avesse a farsi di noi. Le più vecchie e stizzose fra quelle dissero che noi non c'eravamo venute ad albergo, ma sì veramente a correzione; e che però ci si volea allogare in qualche canto appartato, e tener segregate al tutto dal consorzio dell'altre fanciulle, che ne potevamo corrompere l'innocenza. Ma le più giovani, e per questo medesimo meno ree, si opposero al crudo partito, ed allegando che quella legge del segregare era per quelle fanciulle che non s'erano portato intatto il loro fiore, e però non da applicare a noi ch'eravamo tutte pulzelle, posero, che ci si conveniva lasciar vivere in compagnia di tutte l'altre. E si vinse: e madama sentenziò cianciando, che potevamo andarne libere e sciolte con le altre giovani, ed acconciarci in sui lettini ch'avanzavano voti.
Io credo che voi sappiate che questo straordinario edifizio, cominciato, d'ordine di Carlo terzo, a rizzare dal Fuga, doveva avere un terzo di miglio di lunghezza, quattro vastissime corti, e una chiesa a cinque immense navate, e in mezzo l'altare che da tutte si potesse vedere il sacrifizio. Ma, come sempre segue nelle monarchie, che con la partenza o con la morte di ciascun principe parte o muore quel poco di bene che il popolo ne aspettava, e solo rimane quello ch'è loro connaturale, il servire, come più tosto Carlo andò a regnare in Ispagna, l'opera pendette dismessa ed interrotta, e la metà solo ne rimase in piedi. Questa metà non basta a ricettare tutti i tremila giovani e le settecento fanciulle che per l'ordinario vi sono ricoverati. Laonde, benchè ai giovani s'entri per dove entrammo in prima noi per attendere il governatore, ed alle giovani donne per l'entrata opposta, nondimeno queste non hanno che solo la metà di due ordini di piani de' sei ond'è superbo l'edifizio, e tutto il rimanente è occupato da quelli.
Ristrette, dunque, in così anguste prigioni, quelle meschine giovani si può dire che non hanno luogo nè per dormire nè per lavorare. I telai e tutti gl'istrumenti dell'arti che vi s'esercitano, sono sparsi qua e là per quei corridoi che dovrebbero servire di solo passaggio; e fanno un ingombero e una confusione non più veduta. Nè ci si vede a lavorare, che la luce vi viene a pigione per certi finestroni ferrati distanti fra loro un buon migliaio di palmi. Nelle sale ove si dovrebbe lavorare, in vece vi si dorme, e vi sono i letti così fondi, che meglio sarebbe a unirli tutti e dormirvi su stipate alla foggia groenlandese. Questi letti, che potrebbero dirsi incoati, consistono in un muricciuolo a foggia di sedile che corre intorno intorno al muro, e sopra questo ciascuna appoggia la notte due piccole assicelle, sostenute dappiedi da un piccolo trespolo anche di legno, e sopra quelle adatta un sacconcello con entro un poco di paglia, e un lenzuolo che Dio vel dica, e, secondo la stagione, una coperta di lana o di tela grossissima; e quivi s'adagia e dorme, rotta dalla fatica e dalla fame; che tutto dì e fieramente vi si lavora, e una minestra con un lieve vestigio di lardo a mezzodì, e una la sera, e non molto pane, sono il nutrimento ordinario. Vero è che due dì la settimana vi s'ode ragionare di carne, che poi a mensa a mala pena n'è alcun sospetto. E queste erano le cagioni vere per le quali madama era sorda, inesorabile a chiunque più la scongiurava di lasciargli vedere quelle sale e que' corridoi, e non la temenza che la pudicizia delle giovanette ne potesse essere offesa, che dalla gente educata non poteva.
Menate da una di quelle suore in una sala meno ingombera dell'altre, quivi ci allogammo alla meglio le mie compagne ed io; e cominciammo a condurvi la vita che ho detta dianzi, a me inusitata e durissima, ma a quelle fra le mie compagne della Nunziata, che non erano delle suore, assai più portabile di quella che menavano nel convento.
LXIX.
Le finestre di quella sala, tutte ingraticolate di ferro, rispondevano sull'ampissima pianta della chiesa dalle cinque navi, che mai non fu terminata. Ora si vedono solo i vestigi delle mura già cominciate a innalzare, e nella piazza che vi rimane in mezzo a scoperto vanno i bambini ed anche i giovani dell'ospizio a baloccarsi un poco i dì di festa, ed a prendere, chi in un modo e chi in un altro, alcun breve ristoro alle crude fatiche durate in tutta la settimana. All'ora medesima che quelli si ricreano giù, le donzelle sogliono farsi alle finestre, e sporgendo, come possono meglio, il capo fra le ferrate, precipitarsi fuori di se medesime e andar cercando, fra quei giovanetti, le misteriose larve della loro fantasia.
Non per cercare veruna larva, ma per inghiottire una qualche boccata d'aria incorrotta, e dare una fuga più rapida ai miei sospiri, io mi faceva talora a quelle finestre. Un dì, era la Pentecoste, e tutte le giovani, raffazzonate alla meglio, ebbero licenza, come era solito nelle grandi solennità, di potere, scortate da assai serventi dell'ospizio, andare il dopo pranzo a spasso nel vicino Orto Botanico. Io parte era e parte, più di quello ch'era, mi finsi malata, per il desiderio infinito ch'avevo di vedermi un qualche istante sola, che diventa una furiosa necessità in chi è sforzato di vivere sempre in branco come le pecore, e per l'odio implacabile che ebbi sempre a quelle maniere di berlina; che mai alla vita mia non misi con le mie compagne il capo fuori della Nunziata o dell'Albergo de' Poveri, ch'io, comunque gli occhi miei non si schiodassero mai dalla terra, non sentissi susurrarmi intorno i nomi di bastarde e di serragliuole. E veramente Iddio, nella sua infinita pietà, potea scagliare una saetta di misericordia ed incenerirmi l'istante stesso ch'io bevvi il primo cielo.
Io mi rimasi, adunque, sola in quella mia gran sala ove dormivo, e volti gli occhi al cielo, e benedetto di quell'istante che mi concedeva, cominciai da prima, tutta libera e sciolta, a piangere ed a sospirare come più mi piacque. E sentendomi un poco più scarica dell'angoscia che tutto dì mi strozzava, mi feci alla finestra, e ficcando, come potevo, il capo nei vani di quegli spietatissimi ferri, guardavo, quando dall'un lato e quando dall'altro, il cielo ch'era purissimo quel dì, e più e più sospiravo; e quella serenità e quell'aura vitale addolcirono le mie lacrime per modo, ch'io, non sapendo io stessa perchè, cominciai a piangere, non più di dolore, ma di tenerezza e, direi quasi, di piacere. Stanca alla fine di tener il capo levato a riguardare il cielo, l'inclinai spensieratamente verso la terra, e, fra le migliaia di giovani che quivi si sollazzavano, fermai gli occhi a caso sopra uno che, in disparte dagli altri e sdraiato sur un sedile di pietra viva, avea del braccio sinistro fatto sgabello al capo, ed ora avea gli occhi fissi nel cielo, ora come per lassitudine li chiudeva. E dopo un istante di stupore, come chi sentendosi sciogliere da un lungo sonno, apre gli occhi negli occhi della cara persona che ne lo sciolse, riconobbi in quel bellissimo giovane il mio garzonetto di santa Sofia.
LXX.
L'ultimo pensiero ch'io ebbi di lui fu quel dì che, levatami di quella cameretta da mezza scala, suora Geltrude mi condusse all'aperto in quella loggia ond'io imparai la prima volta, che perchè gli uomini sieno quaggiù così vili e traditori, non però il cielo nasconde loro, come dovrebbe, le sue bellezze: delle quali, ultima sua ingiustizia, sorride così allo scellerato come all'innocente. Poi l'amore e ogni altro sentimento giovanile naufragò nell'orribile oceano delle mie sventure; e quando cominciai a vivere al fianco di suora Geltrude, i suoi ammaestramenti e le mie letture m'indussero pensieri al tutto canuti. E se talvolta mi si affacciavano alla mente i desiderii della prima età, erano come un battello che fende l'onda tranquilla d'un lago, la quale fra un istante ritorna alla sua usata tranquillità.
Quand'io riconobbi quel giovane a' suoi crespi e biondi capelli, a' suoi occhi, a tutte le sue nobili e malinconiche sembianze, io sentii in tutta me stessa un turbamento d'una natura insolita, che non somigliava nessuno dei mille e mille di cui tutta la vita mia era una crudele e incredibile storia. Egli non mi vide, e la sala fu quasi in quel momento stesso inondata da un pelago di quelle giovani. L'aria cominciò a imbrunire, le finestre si chiusero; ed io tornai agli uffici della vita consueta, gelate le mani e il volto, tremante, palpitante, ma certissima che in breve sarei tornata al mio tristo ed ordinario riposo.
Sonò l'ora della cena, ed io, giudicando quel turbamento dover esser causato in gran parte dall'inedia, n'andai più volonterosa che mai al refettorio, per pigliare alcun ristoro da quella minestra, che benchè rea e poco appetitiva, la necessità della natura mi faceva mattina e sera trangugiare senza troppo ribrezzo. Ma quando fui a mensa, e la minestra venne, io avrei bevuto più tosto il veleno che solo una cucchiaiata di quella; e così debole e tremante come v'era venuta, così me ne tornai nella mia sala, che proprio le ginocchia e le braccia non mi reggevano ad assettarmi il letto, che ogni sera bisognava ricostruirlo, perchè la mattina, per isgomberare un poco l'angustia delle sale, assi, trespoli e paglioni, tutto s'acconciava di traverso sul muricciuolo.
Quando fui a letto, di dormire fu niente. Era maggio, ed ogni maniera d'insetti formicolavano in quelle sale; ed io, benchè avessi agevolmente impetrato da madama di non cacciarmi indosso certe gonnelle d'un fiero capecchio ed altri non dissimili arnesi che lo splendido ospizio somministra altrui, e benchè avessi presa gran cura che il pagliericcio fosse nuovo, non però potevo con tutta la mia superstiziosa nettezza fuggire il sudiciume universale, ch'è inutile ogni nettezza a chi vive nel brago fra i porci. Io era sempre in battaglia con le brutture e con gl'insetti, senza nulla potere contro la vittoriosa corruzione; e senza giovare nulla a me, davo da ridere di molto all'universale. Ma satolla, se non di pane, certo di dolore, di fatica e di fievolezza, non m'era ancora seguíto la notte nè di non dormire, nè d'accorgermi pure di alcun insetto. Quella notte io n'ebbi o mi parve averne addosso i milioni, dando ora di qua ora di là le più smaniose volte, e non trovando mai luogo: ad ogni ora sospirando, perchè ad ogni ora mi parve di affogare dall'oppressione; ed invocando ad ogni ora la luce, che mi pareva tanto lontana, che quasi estimavo impossibile di mai più rivederla.
L'immagine di quel bel giovane, che tutte le volte che mi veniva fatto di velare un cotal poco gli occhi, tornava come a viva forza a svelarmeli, e la troppo nuova stranezza del sempre crescente turbamento ch'io sentiva in me, cominciarono ad indurmi nell'animo alcun sospetto ch'io non fossi, a mio malgrado, infetta d'un sentimento ch'io non aveva nè la volontà nè il coraggio di confessare a me stessa. Ma l'orgoglio in che io era salita di me medesima dopo il mio tanto studiare, dopo l'essere stata, per così dire, iniziata da suora Geltrude nei più alti misteri della società degli uomini, e del mondo, fulminò, annullò in sul nascere quel sospetto; perchè io mi teneva troppo da più che da poter essere vinta da un sentimento d'amore, troppo da più che da poter mai allogare l'amor mio in chi di molto non mi fosse superiore: nè l'essermi superiore mi parea già cosa facile, perchè avvezza sempre a vivere fra gente sciocca, scellerata e vigliacca, io non concedeva fra me stessa a nessuno nè il mio ingegno, nè la nobiltà del mio sentire, nè quelle congiunture che mi avevano levata tanto al di sopra di me stessa. E nè pure volevo conceder tanto al mio garzoncello mendico.
Sonò finalmente la sveglia e riapparve la luce, ed io mi precipitai dal letto come si precipitò dall'apparecchiato rogo colui che, condannato alle fiamme, sentì gridarsi grazia intorno; e racconcio il letto nella solita guisa, mi messi, sperandone l'usata quiete, al lavorío. Ma la mano negava l'ufficio consueto, ed io era ad ogni istante da me stessa soprappresa, che fissi gli occhi nella parete che m'era al dirimpetto, vi dipingeva con essi ora i capelli, ora la fronte, ora tutto il capo appoggiato sul gomito, di quel mio giovane. A mezzodì presi tre sole delle cucchiaiate della minestra, la sera non ne assaggiai gocciolo; l'angoscia, il tremore, il palpito, lo stupore mi s'andarono sempre crescendo; lavorare non potetti mai in tutto quel dì; la notte vegnente la passai due cotanti più fiera ed affannosa dell'altra: e dopo una lunga ma vana resistenza, prima al fatto e poi al riconoscimento di esso, mi accorsi alla fine, e mi palesai a me stessa, ch'io era disperatamente innamorata, perduta, impazzata di quel mio primo amore, e che nè allora ne mai, v'avrebbe avuto più luogo la ragione.
LXXI.
Io aveva udito dire a suora Geltrude, che, non altrimenti che chi è morso da un cane rabbioso, ha sempre un punto in cui, o tagliando o bruciando, può troncare il corso al feroce veleno, che se serpe una volta nel sangue, ogni speranza di salute è indarno; che così, bevuto il veleno d'amore negli occhi di alcun giovane periglioso, una fanciulla ha sempre un qualche istante da spegnere quel veleno in sullo scoppio: ma che s'ella lascia fuggire quell'istante, e il veleno le s'innesta un tratto, ogni altro argomento è vano, e l'è forza soggiacere alla fatale possanza. Nell'alba funesta in cui io mi sentii vinta da una possanza tanto più forte di me, io imparai per la prima volta che suora Geltrude poteva talora non aver inteso tutto l'incomprensibile vero delle varietà, anzi delle contraddizioni, de' cuori umani. Che certo quel veleno stesso, che così sempre mi gioverà nominarlo, che molte altre fanciulle e suora Geltrude medesima, alla mia età, avrebbe trovato in lei e l'istante e la forza di spegnere, ebbe, dopo un breve conflitto, piena e sanguinosa vittoria di me; e sa Iddio solo s'io volli combatterlo, e s'io lo combattetti veramente di tutta mia possa.
Io non vi toccherò i luoghi topici di primo amore riacceso, di segni d'antica fiamma e somiglianti, perchè non ha luogo veruno la topica nell'incomprensibile tremenda cecità ond'io fui vinta, guasta, corrotta, ammaliata; acciocchè morta di corpo e morta per questo mondo, morissi anche di spirito e morissi anche per il mondo di là; se già la vostra santa assoluzione non mi ridoni la grazia di poter rivivere nel mio Creatore. Solo vi dirò, che per essermi a me stessa chiarita vinta, non cessai mai di combattere. Non mi feci mai più a quelle finestre, non mirai mai più nè pure quel cielo onde avevo inchinati sì infelicemente gli occhi sul giovane fatale; e quelle sembianze mi si accendevano ogni dì, ogni ora, ogni istante più vive nella rovente fantasia. Mi cavavo ad ogn'istante dal seno un carissimo e mai sempre da me adorato e baciato e lacrimato ritratto di suora Geltrude, ne invocavo in tutti i momenti l'ombra adorata: e quell'ombra, che pur insino allora non m'aveva abbandonata, allora fuggiva ostinatamente da me come fastidita di una mia sì grande e si inaspettata mutazione. Mi volsi a Gesù, e ne implorai genuflessa l'aiuto in tanta mia occorrenza; e Gesù non degnò d'esaudire la mia preghiera.
Tutte le suore, e madama, e universalmente tutte le settecento giovani donne dell'Albergo, delle quali io era stata insino a quel punto la maraviglia e l'edificazione, cominciarono, vedendomi divenuta sì pigra e stordita, a fare continue beffe di me ed a darmi gli epiteti più villani e vituperosi. L'una minaccia incalzava l'altra di pormi in disparte in una scura prigione per pena debita alla mia quanto più insolita tanto più notata e importabile sciaguraggine. Ed io, che m'ero insino a quel momento pasciuta d'un fierissimo disprezzo per chiunque m'era d'intorno e per l'universo intero, e vendica così in gran parte del mio destino, ora vedendomi avuta a vile e dispregiata dalla prima insino all'ultima dolorosa femminetta dell'ospizio, non solo non ne prendevo lo sdegno che avrei dovuto e la forza di sollevarmi contro a me stessa e vincere una così nuova vergogna, ma al tutto dimentica di me, quasi come a cosa meritata, mi vi conformavo.
Finalmente, per recarvi le molte parole ad una, il giovane non s'era per anche accorto di me, ed io n'era già fuori del senno.
LXXII.
Veniva a fare le lustre d'insegnar leggere alle più provette fra quelle giovani un prete calabrese di forse cinquant'anni, ma di soda e robusta complessione, e domandavasi don Serafino; nè di serafico aveva altro che il nome. Il quale, per essersi nutrito e riparato gran tempo in casa non so qual eccelso barbassoro della reggia, aveva avuto non so che carico nell'ospizio, e per la ragione detta dianzi temuto e però amato e venerato dal governatore, n'era stato, novello don Ignazio, eletto a maestro delle fanciulle, non ad altra cagione, se non se acciocchè gliene venisse a crescere il salario. Costui, quantunque rozzo ed ignorantissimo, non era però tanto insensato, che non sentisse una gran noia di farsi ogni dì ripetere l'abbiccì da quelle milense: e nondimeno, per il bene della scarsella, comunque a malincuore, vi s'adattava. Un dì, abbattutosi a caso a ragionar meco, era rimasto stupefatto di aver trovata colà dentro chi sapesse tanto più di lui: che di ciò gli fu troppo agevole d'avvedersi. Egli dunque, o per alleviarsi la cotidiana noia che l'attendeva, com'io credetti veramente, o per non so qual altro disegno m'avesse fatto addosso, quasi ogni dì non cercava che me, non ragionava che con me, e della lezione e di tutte l'altre fanciulle faceva come di cose che per verun modo non gli appartenessero.
Essendosi per tanto costui, quasi a mio malgrado, dimesticato alquanto meco, non potette essere che non si accorgesse del mio repentino e inesplicabile cangiamento; e che, com'è sempre la mente umana vaga e curiosissima degli altrui segreti, non cercasse ogni via di strapparmi dal cuore il segreto ch'io gli nascondeva. Ed essendo furbissimo e maravigliosamente pratico delle cose di questo mondo, non istette guari ad accorgersi che il male mio era amore. Della qual cosa non si fu appena accorto, che un dì, coltami in disparte da ogni altra, mi disse:
Ginevrina, io credo che perch'io sia corvo, e additò il suo vestito nero, voi crediate che sia mio mestiere di andare disvelando gli amori altrui, o veramente m'abbiate per degli scopatori, ch'io abbia a scandalezzare che una bella giovane, quale voi siete, siesi condotta ad amare. Ma se Dio v'aiuti, io sono d'ossa e di carne come voi: ed amai anch'io furiosamente nella mia età più fresca; e se ora non amo più, non però non m'incresce insino all'anima di chi ama, e non farei ogni opera di soccorrergli. E però, se voi amate, nè già sarete ardita di negarlo a chi calpesta da tanto prima che voi questa terra, e se non siete matta, che vogliate infelicissimamente morire potendo vivere felicissima, palesatemi colui che amate, e lasciate a me la cura del rimanente.
A queste parole, all'aria franca e sicura ond'egli le pronunziò, a quel non so che d'imperioso e d'affidante a un tempo ch'è sempre nella sembianza di chi è più vecchio di noi quando s'inchina a parlarci umanamente, mi sentii scoperta già prima di aprire la bocca, e nulla più non seppi tacergli. Ed egli, che teneva inchiodati gli occhi suoi ne' miei, come più tosto ebbe udito del giovane, li schiodò con mirabile celerità, e li raccolse in giù qualche momento, aggrottando le ciglia in un certo modo che tutto il sangue, senza ch'io sapessi perchè, mi si gelò nelle vene. Di poi, ritornandoli tutti umani e soccorrevoli ne' miei:
Sia lodato il sommo Iddio, mi disse, con un'enfasi tutta religiosa, che mi concede, con nessun mio danno, di poter fare una vera opera di pietà; che così gli uomini di senno intendono la pietà; e così l'intendeva Gesù Cristo. Addio Ginevrina, stai di buona voglia, e non volere, per soverchio di fanciullaggine, sciupare una tanta bellezza; ch'io ti annunzio che fra qualche dì sarai la più lieta donna che mai nascesse.