Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 16

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Quella voce e quella immagine m'imposero e mi diedero la forza di svellermi da quel cadavere che non era più lei. Ed appena sveltamene, io riparai nel gabinetto, tediata del sole che non nasceva quel dì per la mia madre.

Quivi non versai già una sola lacrima; ma mi sedetti sopra una sedia d'appoggio che v'era; e con gli occhi asciutti di disperazione, guardai lungamente intorno a me; e qualunque cosa vedevo, la toglievo in mano e la contemplavo lungamente come insensata. Ora prendevo un libro, ora il calamaio, ora la penna, e pensavo ch'erano cose state già toccate lungamente da lei. Ora prendevo un velo, ora un soggólo, ora una pezzuola, e pensavo ch'erano cose state lungamente in sulla sua persona, e le accostava alle mie nari per sentire se odorassero ancora di lei, e poi le accostava alle mie labbra aridissime, e le baciava, ma così rabbiosamente, se mai può dirsi rabbioso il bacio, e senza tenerezza, ma come per una vendetta del destino. E togliendo spessissimo una piccola sperina ch'era sul tavolino, mi vi specchiavo dentro, contemplando, così come stolida, ora i miei capelli tutti scarmigliati per la lunga negligenza, ora il mio volto pallido e smunto per la lunga inedia, ora il livido ch'era di sotto a' miei occhi per la lunga vigilia. Finalmente mi cessò questa specie di stupida convulsione, ed io stetti più ore su quella sedia, immobile e senza pensieri come una statua.

Dopo più ore, ch'io stetti come una statua, il sole, che tramontava, allungò i suoi pallidi raggi nel gabinetto, e mi ferì gli occhi. E quasi destatami da un grave sonno, pendeva da un appiccagnolo di rimpetto a me un piccolo oriuolo da tasca che suora Geltrude aveva sempre al collo e ch'io aveva carico la sera dinanzi, ch'ella viveva ancora; ed io vidi ch'erano le ventidue e mezzo, e mi parve udire nella stanza appresso un gran calpestio e un gran susurro. Ah padre, quell'istante mi ruppe veramente il sonno o più tosto la stupidità che m'aveva aggravata, e compresi che il cadavere era levato. Mi rizzai furiosa per uscire. Ma quella cara immagine mi ritenne, e mi minacciò di sparirmi per sempre s'io rimirava anche un istante quel che non era più lei; ed io ricaddi sulla sedia, e finalmente piansi. Ma quel pianto non mi sollevò, e fu il più disperato pianto della mia vita.

Quando fui bene stanca, ma non già sazia, di piangere, caddi in una fievolezza mortale, che cominciò a rammentarmi quei giorni, ch'io credetti troppo facilmente che non tornassero mai più, dico quei lunghi giorni ch'io non vissi al fianco di suora Geltrude. Io cominciai a sentirmi infelice, non più di quella infelicità comune a tutti gli uomini, ch'è la condizione anzi la conseguenza dell'essere, ed alla quale gli anni, le sciagure e gli studi se non ci accordano almeno ci avvezzano; ma di quella infelicità che par sempre nuova, che non è di tutti, che non è condizione o conseguenza dell'essere, ma è solo di alcuni come martiri, destinati a colmare con l'immensità del loro dolore il gran vuoto della misura che la natura dimanda a tutta la specie umana. Dopo tante letture e tanto pensare, avevo immaginato che le mie opinioni intorno agli uomini ed alle cose dovessero moderare sensibilmente l'amarezza delle sventure. Ma mi accorsi troppo bene del mio inganno. E vidi per prova che le deduzioni della filosofia valgono a consolare delle lievi sventure; ma incontro alle grandi tacciono; o se non tacciono, le aumentano. Perchè il savio, ch'ha la giustizia nel cuore, sente non solo il danno ma l'ingiustizia di esso, e se ne sdegna; ed anche quello sdegno è dolore.

E mentre io d'infelicità in infelicità, e di sdegno in isdegno, m'era condotta con la fantasia alle più remote e incognite regioni del dolore, se nel mondo del dolore v'ha nulla ancora di remoto e d'incognito, mi riscosse dalle mie terribili immaginazioni non già, come il più delle volte incontra, un rumore o una voce volgare, ma un alto e profondissimo silenzio ch'io m'accorsi che mi regnava intorno. Qualche istante di poi battè la mezza notte, ch'io credeva che fosse compieta; e cominciò sensibilmente a turbarmisi il discorso della mente: nè in vero sapevo più s'io era in sogno o desta, che nove ore m'erano apparse qualche minuto.

Mi levai senza troppo intendere per che fare, ed appressai l'orecchio al buco della serratura dell'usciuolo, e tutto era silenzio nella stanza contigua; nè pure vi s'udiva quel non so che di leggermente sospiroso e lamentevole che sempre accompagna il sonno degli uomini, quasi si lagnassero de' mali del dì passato o del vegnente: e compresi che nella stanza non vi dormiva persona. Volsi finalmente, per uscire, la gruccia della serratura a colpo ch'era sull'uscio; e sentii ch'era stato, senza ch'io me n'avvedessi, serrato a chiave di fuori. Mi tornai sulla sedia dove il sole mi sorprese ancora più stolida del dì davanti.

LXIII.

Poco di poi la levata del sole, l'usciuolo fu aperto da que' due uscieri del duca che già sei anni prima m'avevano accompagnata a registrare nel libro de' passati per ruota, a marchiare e poi al convento, ed io maravigliai grandemente l'immortalità dei carnefici. Costoro erano seguíti da un uomo macro e lungo, con un giubbone di seta e un panciotto a falde pendenti, e i calzoni corti insino al ginocchio, e le calze di seta e le scarpe con grandi fibbie d'argento, e tutto nero come una piattola, salvo la goletta con le sue facciuole ch'era bianca, e con una gran parrucca tutta piena d'amido e coduta, nobile somiglianza che l'uomo volle avere al quadrupede. Ed era tale in fine, qual io non avrei mai creduto di dover vedere effettivamente nessun uomo, e quali appresso a poco m'erano apparse certe figurine ch'io aveva viste altra volta, rappresentanti i cortigiani di Luigi decimoquinto di Francia, quando, incanutendosegli e guastando la chioma troppo frescamente, gli comparvero, ultimo esempio di schiavitù, in quella foggia, che assai ben celava la disonestà del capo reale; e tutta Europa e insino America fu coverta di parrucche e di code. A costui seguitavano due altre figure poco differenti da lui, e suora Giustina all'ultimo, in atto assai mesto e dimesso, e come dolente di quello che seguiva; alla quale s'accompagnava un giovane di forse trent'anni, che, solo a vederlo, lo avresti detto avvocato, sì luccicanti occhiali aveva agli occhi, tanto ciarlava, così spiccava le parole e così disonestamente gesteggiava con le mani.

Questi, adunque, era un avvocato, e propriamente l'avvocato salariato a vettura dal duca, e quell'altro un notaio, e quegli altri due, due testimoni. I quali tutti, per ordine del duca, venivano in visita ad apporre i suggelli ed a fare inventari e cose altre delle masserizie state di suora Geltrude, come devolute di legge all'ospizio. E venivano in compagnia di suora Giustina, che, per diritto d'anzianità, era succeduta di fatto a suora Geltrude in quella specie di precedenza nell'alunnato; ma non si trovava d'essere nè tanto benivogliente di me, nè stata nel convento di Regina Coeli educatrice della figliuola del barbassoro.

Quand'io intesi la causa di quella comparsa, non mi calse troppo dell'altre masserizie, che pure avrei desiderate di serbare tutta la vita come si serbano le memorie carissime; ma dei libri non potevo sostenere solamente il pensiero che mi fossero rubati. E sapevo troppo bene che, già assai prima d'infermare, suora Geltrude n'aveva distesa tutta di sua mano una scritta di queste che chiamano testamenti olografi, nel quale dichiarava formalmente che, salvo quel che di legge ricadeva al suo proprio convento di Regina Coeli, il restante e particolarmente i libri, non voleva averli lasciati ad altri che a me. Onde tutta accesa d'uno sdegno che il lungo digiuno rendeva più acerbo, significai a quegli avvoltoi di corte, che suora Geltrude aveva fatta erede me della sua robicciuola, e che del resto poco montava, ma dei libri non volevo lasciar toccare un solo a persona del mondo.

Il notaio fu il primo a sorridere, aggrottando le ciglia in un certo modo, come chi in difesa del forte, fa beffe del debole che troppo presume del suo buon diritto. E invitandomi, fra grave ridente e cortese, ad uscire del gabinetto, e cominciando ad aprire il cassetto della tavola che quivi era, e gli armadi, e ogni altra cosa, frugò e rovistò per tutto, mentre quelle due sue anime dannate notavano quel ch'egli dettava; e finalmente venne fuori il testamento, che il notaio lesse ad alta voce ridendo. L'avvocato, o che così veramente credesse, o che tale fosse l'accordo già innanzi preso, dichiarò che quello era caso da duca; ed essendo già assai ben tardi, gli uscieri corsero a chiamarlo, ed egli venne col codazzo di due segretari, che mi parve che non gli si fosse torto un capello in testa dal dì che la vidi la prima volta, tanto somigliava se stesso.

E poichè il duca fu venuto, tutti gli fecer piazza, ed ei passando ed inclinando il capo in qua e in là, come chi è avvezzo ad essere sempre salutato, s'assise alla sedia d'appoggio nel gabinetto, e in sedendo, gittato così un certo sospiro di soddisfazione di se medesimo, disse:

Signori miei, eccomi qua.

L'avvocato e il notaio gli sedettero incontro sopra due seggiole ch'erano nel gabinetto. Io, che non era mai voluta uscire a malgrado dei replicati inviti del notaio, rimasi confitta in uno de' due estremi cantucci del gabinetto, suora Giustina s'assise quasi sotto l'architrave dell'uscio a un'altra seggiola che si fece portare, e i due segretari, i due testimoni e i due uscieri s'acconciarono come poterono.

L'avvocato, sputato ch'ebbe e nettosi il muso e tutto il volto con una pezzuola bianca assai ben sudicia, distendendo e levando su il braccio destro, e poi, aperta la mano, e congiunto l'indice al pollice, cominciò:

Veneratissimo signor duca governatore, signora badessa, signor notaio, e signori testimoni, e voi tutti signori e signore.

E qui si fece dai principii della scienza delle leggi, e parlò della repubblica di Platone; e quindi discendendo al dritto romano, citò le dodici tavole e gli euremi e i responsi dei giureconsulti, e addusse le pandette, il codice, e le novelle; e fra un mare di latinità divenendo all'età media, allegò Francesco d'Accorso, Cuiacio e Gottifredo; e pervenuto al codice francese, recò le sentenze del Portalis, del Merlin e del Sirey, e concluse: primieramente, che quel testamento era nullo di dritto e di fatto; secondariamente, che la comunità di Regina Coeli non aveva nulla che pretendere dall'ospizio in sull'eredità di suora Geltrude; e in terzo luogo, che le masserizie, i libri e qualunque cosa fosse stata della defunta, s'apparteneva di legge alla Madonna.

Laonde il duca, che già prima d'una cotanto eloquente diceria, era persuaso che così era come l'avvocato diceva, si levò sentenziando che il tutto s'intendeva devoluto alla Madonna; e dato ordine che tutte l'altre masserizie fossero vendute per conto di lei, comandò che i libri fossero stati il dì seguente trasferiti nella sua biblioteca, che n'avrebbe egli tenuta ragione all'ospizio. E tornando via coi segretari, rivoltosi un istante, chiamò a se suora Giustina, e le disse non so che assai pianamente, e quella rispondendogli non so che altro, egli replicò imperiosamente così doversi fare com'egli aveva ordinato. Di poi, continuando il suo cammino, disparve fra un grande strisciare di piedi che faceva egli stesso e che gli era fatto ancora intorno da' due segretari e dagli uscieri. L'avvocato gli corse dietro strisciando anch'egli come un rettile, volendo così somigliare quell'animale all'andatura, come lo somigliava al battere della lingua. Il notaio, fatto prestamente trasportare dalla stanza nel gabinetto e quivi ammonticchiare alla peggio i due cassettoni, il letto, la biancheria e qualunque altra cosa v'era che si fosse appartenuta a suora Geltrude, n'inchiavò l'uscio, e lo sigillò col suo sigillo: e conclusi e raccolti i suoi atti e le sue scritture, fatta riverenza a suora Giustina, n'andò anch'egli con Dio. E così fu ordinato e solennizzato legalmente un furto, non per grandezza ma per qualità, il più infame che sia stato mai commesso sotto il sole.

LXIV.

Io rimasi con suora Giustina nella stanza stata insino allora di suora Geltrude e mia, e guardando intorno, non vidi più il mio letto, nè il mio cassettone, nè verun altro degli arnesi miei. Ma, mentre guardavo, vidi entrare due serventi che portavano il letto e le altre masserizie di suora Giustina, la quale mi disse con assai gravità:

Ginevrina, al duca è parso assai inconveniente che voi foste a dormire voi sola qui meco, e dice d'averlo consentito a suora Geltrude, buona memoria, per non turbarle gli estremi giorni della vecchiezza contrariandola in questo suo capriccio. Però sono stata costretta a porvi nel posto che vi spetta, dove sarete subito condotta.

E volta ai due serventi, accennò loro di condurmi al mio posto.

Io, abbassando gli occhi senza guardarla, mi messi a seguitare i serventi, che conducendomi per tutto il grandissimo camerone, quando furono presso all'uscio, si rivolsero e mi mostrarono l'ultimo letto, e s'andarono con Dio. Io m'accostai al letto, e riconobbi la mia biancheria e il mio cassettone, ma il letto era stato cambiato. Tirai fuori le cassette del cassettone; e vidi che mi mancava i tre quarti della mia robicciuola, acciocchè, come mi disse la mia vicina di letto non punto richiestane da me, non si vedesse più lo scandalo di una sola fra loro tanto meglio di tutte l'altre parata e addobbata.

Quel camerone era similissimo a quell'altro che gli è giusto di sopra, all'altro piano, e che si chiama la sala grande; la quale, se vi rammenta, io aveva abitata in compagnia delle balie quando fui rimessa nella buca dalla donna di Santa Anastasia. Era larghissimo ed era altissimo, e nondimeno la sua larghezza e la sua altezza erano un nulla alla sua sterminata lunghezza. Tutta l'aria e tutta la luce gli veniva da due smisuratissimi finestroni ch'erano alle due estremità della sua lunghezza; dei quali l'uno dava nella via della Nunziata, e l'altro, ch'era volto a tramontana, nella via dell'Egiziaca, parallela alla via della Nunziata; e sapete quanto queste due vie sono distanti fra loro. Erano tutti a piccoli vetri assai sudici; le invetriate quasi mai non s'aprivano, e di luce non entrava quasi nulla. In vece di luce entrava aria notte e dì, ed appena spirava un'aura, tutte le coltri dei nostri lettini parevano vele di bastimenti, e restavamo tutte scoperte. E se qualche diavolo zoppo avesse alcuna notte sollevato il palco di quel camerone a qualche novello don Cleofas, i costui occhi avrebbero vedute assai delle forme non dispregevoli. Il grand'uscio di sala era prossimo al finestrone che rispondeva sulla via dell'Egiziaca, ed il mio letto, ch'era presso all'uscio, godeva a un tempo del vento di tramontana dalla parte del finestrone, e del vento di maestro dalla parte dell'uscio.

Così fui trattata io ventiquattr'ore dopo che suora Geltrude m'era spirata nel seno; e così fui consolata del più terribile dolore ch'io avessi a' giorni miei. Senza suora Geltrude, senza la mia stanza, senza la mia robicciuola, mia propria da più anni, e, quel che più di qualunque altra cosa m'era intollerabile, senza i miei libri. Lacrime non ebbi luogo di versarne, perchè la morte di suora Geltrude mi destò nel cuore un odio implacabile contro lo scellerato ordinamento delle cose di questo mondo, ch'io andava chiamando fortuna e fato e destino; e l'amarezza, anzi il furore di questo sentimento uccisero nel mio cuore ogni avanzo di quel non so che di tenero che solo vale a risolvere in lacrime la durezza del dolore. Tutto dì ravvolta fra quella plebe ancora invidiosa, se non più della mia fortuna, certo del mio essere da più di loro, io lavorava di malissima voglia, e le molte ore ch'ero avezza di passare nella beatitudine della lettura, le passavo assisa sul mio letticciuolo, morta del freddo, guardando i vetri del finestrone, e le mie mani, e i miei piedi; e non potendomi per nulla ancora persuadere che nel mondo si potesse cangiare di tanto in così poco.

Godevano, intanto, del mio atroce supplizio tutte le cento giovani dell'alunnato, alle quali io non aveva fatto nessun male; anzi bene a moltissime, che nelle loro occorrenze mi avevano richiesta della mia intercessione appresso suora Geltrude. Godeva quel bietolone del maestro di lingua francese, che il mio innocentissimo rifiuto aveva offeso. Godeva il prete, che m'avea posto un odio immortale come a rea d'aver conosciuta la sua madornale ignoranza. Ed anche il duca, da molti riscontri che n'ebbi, s'abbassava a godere, per essere stato costretto, sei anni innanzi, per paura che quel barbassoro di corte, da lui vilissimamente adulato, non s'adontasse della sua pertinacia, a farmi quel bene ch'egli non aveva volontà di farmi. E questo è il mondo, e così gli uomini si consolano di quel male altrui che a loro non fa nessun bene.

LXV.

Così passai l'inverno, il più crudo e sconsolato di cui io abbia memoria, e venne l'aprile, o più tosto io lessi nel calendario ch'era venuto. Perchè qual primavera poteva penetrare in quelle volte, o nel mio cuore divenuto un sasso?

Un dì s'era a desinare nel refettorio, dov'era una finestra che rispondeva nella corte. Io sedeva assai ben prossima a questa finestra, le cui vetrate erano entrambe aperte, per essere a quei dì la stagione tiepidissima. All'improvviso fu udito un grandissimo tafferuglio nella corte, vocioni d'uomini, strida acutissime di femmine e un certo romore come di proietti gittati per ogni verso. Per il che, levatesi assai di quelle giovani ed io con l'altre, fu corso alla finestra, alla quale una delle prime a farsi fui io, per l'impeto naturale dell'indole mia, e perchè v'ero più da presso. Come più tosto ebbi sporto il capo fuori, vidi, con mia grande ammirazione, quasi tutte le furie del convento aver fatta come una specie di sortita nella corte, e fra urli spaventevoli avere assaltato il duca, mentre era per montare in carrozza, chi con seggiole, chi con trespoli e chi con predelle, chi con tegami, chi con pani, e le più con zoccoli di legno grandissimi che avevano ai piedi; e i donzelli e gli altri straordinari del duca fare ogni loro estrema prova per difenderlo, ed essere nondimeno conciati assai male; ed esso duca, tutto pesto e rotto, essere senza pettine carminato in tal guisa, ch'era una pietà a vederlo. Ma io non mi fui appena affacciata, ch'io ebbi, per così dire, a sostenere tutto l'alunnato addosso. Perchè la stessa curiosità, passione furiosissima delle donne, che aveva spinto me ad affacciarmi, spinse anche le altre tutte a precipitarsi sopra di me per guardare nella corte. Ed essendo a caso sulla finestra un monte di piattelli tutti brodolosi ancora della nostra vivanda, i quali, affacciandomi, io aveva ben posto mente di non rovesciare, pure lo spingere e il calcare e il pigiare di quella frotta fu tale, che finalmente io non mi potei tener più sui miei gomiti, ed accasciandomi sotto l'enorme peso, i piattelli si rovesciarono, e la più parte, tombolando dalla finestra giù nella corte, vennero a cadere ed a rompersi propriamente, che pare un miracolo a dirlo, sul parrucchino del duca, che tutto imbrodolato si volse verso su e ne giurò memorabile vendetta.

Alla fine venne una mano di gendarmi, che a furia di colpi di baionette respinsero, non senza sangue, nel convento quel popolo di furibonde, e il duca, ficcato finalmente, come potette il meglio, il suo capo nello sportello della carrozza, ebbe di buone spinte in sul groppone dai suoi donzelli, che, cacciatolo dentro, chiusero lo sportello. Il cocchiere toccò i cavalli e la carrozza disparve; e noi, dal soverchio reprimerci, già quasi divenute splenetiche, tornammo a mensa alle nostre frutte, non senza dare finalmente, in compagnia delle nostre medesime maestre, un qualche sfogo di riso alle nostre oppresse milze.

LXVI.

Come più tosto fu potuto dar fine alle trionfanti risa, ciascuna di noi cominciò a temere nel suo segreto la vendetta del duca. L'essere io stata la prima a sporgere il capo fuori la finestra, e l'essere stata lo strumento passivo di rovesciare il monte di quei piattelli, porse occasione a tutte le cento giovani di convertire in rovina di me sola ciò che ciascuna temeva per se; e il pensiero dell'interesse comune passando come una corrente elettrica d'uno in un altro capo, non indugiarono a giurarmi tutte sul viso ch'io sola aveva rovesciati, anzi aveva voluto rovesciare, i piattelli in sul parrucchino del duca, e che da me sola era giusto che se ne portasse la pena convenevole. Tutte le testimonianze di verità ch'io invocai, tutte le mie protestazioni furono indarno. In meno che non lo dico andò per tutto l'ospizio il grido, che la favorita di suora Geltrude, non ignara della cospirazione del convento, udito il tumulto, era corsa prima dell'altre alla finestra per precipitare in testa al duca tutto un monte di piatti ch'era quivi a caso, e tentare d'accopparlo, in vendetta del giusto divieto di lui ch'ella non seguitasse, anche dopo la morte della sua protettrice, ad essere la privilegiata, anzi la reina, dell'alunnato. Qual mai calunnia fu più somigliante al vero? Qual modo ebbi più io di mostrare l'innocenza mia, se suora Giustina medesima mi giudicò colpevole?

In breve il convento e l'alunnato furono intorniati di gendarmi. Si passò la notte come in una città assediata, e la mattina di buon'ora udimmo battere il tamburo nella corte, ed erano altri gendarmi che venivano in ordinanza. Alle dodici ore vennero quei due uscieri del duca con sei gendarmi, e mi domandarono a suora Giustina. Costei, comunque mi credesse rea, nè mi volesse troppo bene, fu smarrita della domanda, e rispose che io era affidata alla sua onestà, e ch'ella non poteva consegnarmi così a un tratto nelle mani di sei soldati. Aggiunse che avrebbe parlato ella al duca e cose altre; alle quali gli uscieri rispondendo parole assai villane, ordinarono ai gendarmi di pormi le mani addosso. Allora io mi volsi loro come invasata da mille demonia, e, per l'orrore d'essere toccata da gente di polizia, che più tosto mi sarei fatta toccare dal carnefice, mi levai su, e visto che suora Giustina m'era troppo debole aiuto, mi messi volontariamente fra i gendarmi. Quindi, perchè io mi credeva d'essere condotta in carcere, domandai che mi fosse data qualche mia robicciuola, che gli uscieri, incorati ancora dalle voci di tutte le alunne che mi gridavano rea, mi vietarono di prendere; e, così com'ero per casa e senza nulla in testa, fui condotta nella corte, dove trovai ventinove altre fra vecchie e giovani di quelle furie del convento assai più ignude di me. E spinta con loro, anzi stipata in una delle sei carrettelle da nolo ch'erano nella corte medesima, fummo tutte, accompagnate da assai gendarmi a cavallo, e dagli scherni e dalle fischiate del più vile popolazzo, menate per il Borgo di Sant'Antonio al Serraglio.

LXVII.

Quando fummo pervenute sulla piazza del Serraglio, i gendarmi a furie di piattonate sbaragliarono quella gran folla di lazzaroni che ci aveva seguitate. Di poi, fatte fermare le carrettelle innanzi alla magnifica scala di marmo a due ordini onde si monta all'ampio vestibolo di quell'immenso edifizio, e fatteci scendere dalle carrettelle, ci consegnarono capo per capo ad altri assai gendarmi a piedi che ci attendevano colà presso. I quali, fatto ale di se, ci mossero per coppie in mezzo a loro, e salendo su per l'ordine destro della scala, e giunti nel grande adito, dov'erano tre grandi entrate, una al dirimpetto, e l'altre due a' due lati, entrarono per quella a mano ritta e ci menarono in un grandissimo e lunghissimo corridoio. Quivi ci fecero fare alto, avvertiti dai serventi dell'Albergo, che il governatore non era ancora venuto.