Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 15
E mentre egli disse ed io risposi, tutte le giovani ebbero bene e meglio il tempo di sgomberare dalla sala; ed egli, ottenuto di fatto ciò ch'ei voleva, seguitandomi ch'io già moveva per andarmene, anzi avanzandomi come per impedirmi il cammino, toltisi gli occhiali ed appressatami a una spanna gli occhi agli occhi, cominciò, con certi denti di fuori che parevan bischeri, a dirmi non so che, a chiamarmi non so che altro, e ch'egli spasimava, e che aveva perso meco il suo francese, e che i miei occhi e la mia bocca e il mio naso lo avevano condotto in non so che termini. E per non ve l'allungare, cominciò a dire tante e sì stolte e sì sazievoli e sì rincrescevoli e sì proterve e sì insopportabili svenevolezze, ch'io finalmente, non sapendo più nè che mi dire nè che mi fare con un uomo che mi pareva uscito del senno, colto bene il mio tempo, mi sciolsi alla più gran fatica del mondo da lui, e di corsa ricoverai tutta affannosa e trafelata nella mia stanza.
LIX.
Per un mio natural pudore, e per un abbominio fierissimo ch'io ebbi sempre al pettegoleggiare, non dissi nulla di quel che mi era seguíto nè alle mie due amiche, nè a suora Geltrude. Ma talora la troppa prudenza giova; talora nuoce. E forse io avrei fatto il meglio a non nascondere nulla a suora Geltrude.
Il maestro mi concepì quell'odio che sa concepire un vecchio amatore ributtato. E, prima d'ogni altra cosa, visto ch'ebbe il marito della Chiara, gli disse ch'io era una malvagia pettegola, e che avendo cerco di parlarmi, così come per domandarmi delle condizioni della Chiara, ma in effetto per conoscere, egli ch'era assai ben furbo nel fatto delle donne, che sorta d'indole fosse la mia, e s'io non fossi indegna della sua mano, ch'era rimaso scandalezzato, ch'io avessi tolto giusto quell'occasione di dirgli un gran male della Chiara, e che in somma io era una mala lingua, e che se mai v'era niuna rea femmina al mondo, io era quella. Nè contento a ciò, disse al rettore suo fratello, che nell'alunnato v'era troppa libertà, per non dire troppa licenza, di costume, e che le ragazze, tanta era l'intemperanza loro, s'arrischiavano insino a civettare coi maestri, e che, fra tutte l'altre, una certa Ginevrina, ch'era soprappiù la favorita di suora Geltrude, gli sedeva sempre assai più da presso ch'egli non avrebbe voluto, ed ora gli sogghignava, ora gli pestava il piede, e il più delle volte, quand'egli aveva finito di dettare, e l'altre s'uscivan tutte della sala, ella faceva la restía ad andarsene, parandosi in sull'uscio a dargli noia con ogni sorta di lezi e di moine. E finalmente, ricerca studiosamente l'amicizia di quel prete che insegnava anch'egli le alunne, e ch'era tenuto ed era veramente, come vi dissi, creatura del duca, tante e sì destre calunnie gli seppe comporre contro a me ed a suora Geltrude, che tutto lo dispose di doverne ragionare al duca come di cosa gravissima e incomportabile.
Intanto, alla seguente lezione di francese, io non v'andai; ma continuando ad essere inferma l'Eugenia, feci di rimanermi io presso al suo letto, e che la Clementina v'andasse. E il maestro, vedendola fresca e bella ed allegra, perchè quel dì ella aveva trovato nel suo cuore non so che ragioni di consolarsi della vita, e sapendola per delle mie più strette amiche, si pensò che s'egli avesse potuto avere l'amor di lei e sposarla, di farmi un gran dispiacere. Onde, fatte tutte quelle scempiataggini che già aveva fatto meco per parlarmi, e parlatole, se non la conquistò del tutto, certo con quel fascino di quella parola matrimonio la scrollò sì forte ch'ella ritornò a noi pensierosa; e non ci si fu prima seduta accanto, che ci raccontò l'avventura, e ci dimandò il parer nostro.
L'Eugenia non rispose, perchè era assai rifinita di forze quel dì; e solo le sorrise così un poco dolcemente, ma senza aver punto la cera di deriderla. Ma io, senza nè pure troppo considerare perchè io mi dicessi così, di subito, come per naturale incitamento che sentii dentro di me, le lodai smisuratamente il partito che se l'era offerto, e la confortai efficacemente a non lasciarselo uscir di mano. Nè ella ebbe già mestieri di troppi conforti. Anzi, discacciata da se ogni passata malinconia, si dispose del tutto a volersi fare sposa di don Ignazio, che così si domandava il maestro. E trovato il modo di fargli intendere com'ella era contenta d'essere sua, don Ignazio la giurò spacciatamente, promettendole, qualunque volta la vedeva, cose grandissime delle sue valentíe in queste opere delle donne, e delle sue gran ricchezze e gran palagi, e dei gran teatri dove l'avrebbe condotta, e cose altre grandissime; e che l'avrebbe menata più presto che fosse stato possibile. Laonde la Clementina, credulissima, come noi donne siamo, a tutte le spavalderie di quel rimbambito, messi dall'un de' lati tutti i pensieri e le passioni tenere e verginali, cominciò, già prima di maritarsi, a farla da donna maritata, non volgendosi più nè a me nè alla candida Eugenia con quell'affetto che soleva, anzi assordandoci tuttodì di vani cicalecci di future gravidanze e di futuri figliuoli, e fra una parola e l'altra frammettendo sempre quella di marito, ch'è quella rete con cui ogni più laido e sozzo e goffo e vecchio e scrignuto uomo può pigliare ogni più bella e fresca e leggiadra e ben nata e ben parlante e ben costumata giovane sia al mondo. Alla fine per sua ventura e nostra, don Ignazio la menò; ed io lo vidi che non poteva più stare nella pelle dall'allegrezza d'aver trovata una bella giovane che lo volesse per marito, e d'avermi fatto, com'egli si pensava, dispiacere.
Così, di quattro svisceratissime amiche che s'era, che pareva che non si potessero trovare in tutta la terra le somiglianti, e che mai più non si dovesse essere divise; la Chiara ci abbandonò con una spensieratezza che le toglieva insino il sentimento d'essere colpevole di poco amore verso di noi; la Clementina ci abbandonò con un sillogismo che le dimostrò che non eravamo noi quella cosa che le si conveniva amare sulla terra; e rimanemmo l'Eugenia ed io, delle quali l'una era moribonda di corpo, e l'altra, dopo tanto dolore e tanta infausta luce di verità, era già morta di spirito.
LX.
Come il sole, in un bel dì d'inverno, limpido e purissimo in sul mezzodì, cominciando a calare, già quasi si pone sul volto un tenue velo, e più s'avvalla e più sembra annebbiarsi, sì che finalmente pare che pianga egli stesso il suo tramonto, e poi giunge un punto in cui tramonta nell'oceano; così i limpidi e purissimi occhi dell'Eugenia tramontarono nell'eternità. Assisa notte e dì accanto al suo letticciuolo, io li mirava ogni dì, ogni ora, ogn'istante, e mi parean sempre quelli. E pure ogni dì, ogni ora, ogn'istante quegli occhi si velavano, s'annebbiavano, e poi piangevano essi stessi il loro spengersi; e poi finalmente giunse un punto in cui si spensero.
Io non so io stessa di ch'ella morì, nè saprei dirlo altrui. Ma quando lessi, in un libro inglese, d'una giovane morta _of broken heart_, di cuore rotto, mi parve che l'Eugenia di quello morisse. Nel volgere di quattro anni e tre mesi ch'io le vissi accanto, ella morì un poco ogni dì, e mai più non mi sarà possibile di mirare così da presso il confine impercettibile che divide la vita dalla morte. Ella non potette mai nè leggere nè scrivere, nè tessere nè ricamare, altro che stancandosi ed affaticandosi gravemente; e ad ogni riga letta, ad ogni fil di refe passato, era tutta rifinita, e traeva il fiato rotto come se non potesse più la vita. Sospirava sempre, e tutto l'annoiava; piangeva sempre, e non sapeva perchè: ed io credo che così com'ella era inconsolabile della vita nell'ospizio de' reietti, così sarebbe stata sul Palatino nella magione dei Cesari. Tutte le angeliche cure di suora Geltrude, la quale non permise mai che dalla sua stanza ella fosse tramutata nell'infermeria, tutto l'amore sviscerato ch'io l'ebbi, non le versarono nel cuore una sola stilla di consolazione. La religione stessa, che pur v'era intensissima, non bastò a raddolcire quel cuore amareggiato, inondato da un mare di dolore: e se vi lasciava un solco, era il solco che lascia un vascello, quantunque grandissimo, nell'oceano.
Suora Geltrude, cui dopo la raccomandazione del barbassoro, il duca aveva in sostanza conceduta una piena potestà di operare quel ch'ella volesse intorno alle alunne, anzi intorno all'ospizio tutto insieme, non mancò d'interrogare tutti i più savi medici della città. Gli uni risposero ch'era tisico e attaccaticcio, gli altri ch'era tisico e che non s'attaccava, altri ch'era atrofia irrimediabile, altri ch'era un'ipocondria assai facile a guarire. Ma nè suora Geltrude, nè io rimovemmo il letto di lei o i nostri da quella stanza; e la natura, non consapevole delle varie opinioni di quei gran maestri, perseverò infaticabilmente il suo spietato ed invincibile lavoro.
La notte del dì ventitre di ottobre suora Geltrude leggeva chiusa nel suo gabinetto, ed io vegliava l'Eugenia, come avevo fatto quasi tutte le notti di quel mese: e parte leggevo, parte, quand'ella poteva metter fuori qualche tenue parola, l'ascoltavo con intensa attenzione, e mi studiavo di risponderle affettuosamente, ma non tanto che un troppo fervido ritorno d'affetto in lei non avesse potuto, commovendola troppo, dar la pinta a quell'ultimo respiro di vita che le alitava ancora nel petto. Ella era solita quasi ogni cinque o sei minuti di mandare qualche lieve sospiro e dirmi qualche parola, non del suo male, ma così universalmente, della noia della vita. Io leggeva da capo del suo letto, proprio, si può dire, con l'orecchio mio sinistro accosto alla sua bocca, essendo ella inclinata alcun poco sul suo fianco destro, per lasciare più libero il palpitare del suo cuore, ch'era da più dì un cotal poco accelerato. E solo talvolta ne lo discostavo, così naturalmente e senza quasi avvedermene, di qualche dito, inclinando il libro e dietro a quello il capo verso la lampada, che pendendo nel mezzo della camera, s'io teneva il capo e il libro troppo levato, non mi vi riverberava i suoi raggi.
Erano le otto ore di notte, ed ella mi disse che il lume di quella lampada l'offendeva troppo più che il solito, e che proprio l'era un sentimento amaro, e non poteva patirlo, e che volgersi dall'altra parte nè pure poteva, non potendo giacere sul suo cuore che le palpitava assai concitato. Ed ella stessa mi pregò, che mutandomi un tantino di dove io era, avessi interposto il mio capo fra gli occhi suoi e il lume; e così feci: ma discostai un poco più l'orecchio dalla sua bocca.
Io leggeva il _Fiore del deserto_ del Leopardi, e m'era alquanto profondata in una meditazione malinconica della noverca natura, e della incomprensibile nullità dell'uomo, e della sua grandezza ancora più incomprensibile; e quando mi risentii da quella specie di sonno, mi sovvenne ch'era forse un quarto d'ora che o l'Eugenia non aveva sospirato, o io non l'aveva udita. Senza quasi muovermi dond'io era, mi volsi così un poco, ed accostai il mio orecchio sinistro alla sua bocca, e mi parve che non respirasse. Subito le diedi un bacio sulla sua sinistra guancia ch'era inclinata. Ah padre! chi non ha ancora baciato un cadavere credendolo persona viva, non si attenti d'immaginare quel ch'io sentii.
Io aveva letto in vari libri varie descrizioni di morti seguíte. Quella notte seppi per prova che le cose sono nell'esistenza assai diverse da quelle che appaiono nelle descrizioni. Le descrizioni sono sempre poesia, e i fatti sono sempre prosa; e chi da quelle si argomenta di desiderare o d'abbominare questi, va assai di lungi dal vero.
L'impressione che mi fece sulle labbra e sul viso la particolare specie di freddo ond'era compreso quel cadavere, mi causò uno sfinimento. Io rimasi collata sopra lui non so quanto tempo; ma so che quando mi risentii, il lume a cui leggeva suora Geltrude traspariva ancora dalle fessure dell'usciuolo del suo gabinetto, e ch'io mi trovai di nuovo sola, e di nuovo mi sentiva quel medesimo freddo, ed anche maggiore, ed anche più spaventevole, sulle labbra e sul viso, nè mi veniva la forza di levarmi. Finalmente serrando sforzatamente gli occhi, e coi due pugni stretti pigiando forte sulla sponda, mi spiccai come d'un salto da quel funesto letto; e passatogli dappiedi, volgendo come impaurita il viso dall'altra parte, mi condussi all'usciuolo di suora Geltrude, e lo spinsi furiosamente, e fui dentro, e, gittatomele al collo, la baciai mille volte, e la bagnai delle mie lacrime. Ed ella m'intese; e per quella notte non venne fuori a coricarsi, nè sofferse ch'io v'andassi.
La mattina seguente suora Geltrude non uscì già nella stanza, perchè dopo l'inenarrabile sua sventura di Parigi, ella, d'altra parte coraggiosissima e vittoriosa d'ogni opinione pregiudicata, aveva come un orrore dei cadaveri. Ma dal suo gabinetto ordinò assai cose; acciocchè la spoglia dell'Eugenia fosse onoratamente seppellita. Alle ore ventitrè del dì seguente l'Eugenia fu levata dalla sua stanza, e condotta convenevolmente nella chiesa, e quivi esposta insino alle ventiquattro dell'altro dì, che tornò per sempre alla terra.
Quando fu levata dalla stanza io ebbi un desiderio irrefrenabile di contemplare per l'ultima volta quelle amatissime forme. Suora Geltrude mi ammonì di non farlo. Ma io non potetti contenermi, e al tacito scalpitare dei confrati apersi un pochetto l'usciolino, e vidi, mentre la sollevavano nella bara, tremolare quel viso di movimento non suo; ed al primo vederlo ritrassi il capo inorridita.
La morte strappa l'uomo dalle mani di lui stesso, e lo gitta fra gli artigli della natura, che si precipita sulla sua vittima e la disforma in un baleno. O voi che siete condannati a rimanervi sulla terra senza la persona che vi fu cara, non v'inducete a mirarla in quegli istanti ch'ella si trattiene ancora quivi, e non è più. La nuova immagine sformata e brutta di morte vi turberà per sempre nella mente quella che già v'era tutta bella e scintillante del lume della vita; ch'è pure la sola cosa che può sopravvivere di lei.
LXI.
Perduta così l'Eugenia, e di quella tanto affettuosa e rara camerata rimasta soltanto suora Geltrude ed io, questa restrinse in me sola tutto quell'amore ch'era diviso fra quattro, e non ebbe più ben nessuno, se non quanto o mi giovava in alcuna cosa, o almeno m'era da presso. Vedendomi sempre mesta e pensierosa della perduta compagna, e di quell'ultima notte, faceva ogni opera di disviarmi da quei tetri fantasmi. E poich'io aveva esausti tutti i libri ch'ella aveva già fatti miei, si cavò un giorno dal seno la licenza dei libri che le censure ecclesiastiche vietano di leggere, la quale per mezzo del barbassoro ella m'aveva impetrata dal pontefice romano. E fattomene un dono, che, per verità, a malgrado della mia malinconia, mi fece palpitare d'allegrezza, mi condusse nel suo gabinetto, e mi fece padrona di quell'avanzo di libri. Fra i quali io mi cacciai come ingorda voratrice, e leggeva tutta notte e tutto dì accanto a lei. Ella nè anche, come sempre era solita, m'ammoniva di andare a rilento; ed io consumai un lungo inverno che mi parve un soffio. Nè contenta a ciò, come più tosto spirò la prim'aura di primavera, prendeva spessissimo di suo una carrettella a nolo, ed ora mi conduceva a Pozzuoli, ora a Baia, ora a Linterno, ora a Cuma, ora a Ercolano, ora a Pompei. Appena sopraggiunse la state, mi conduceva presso che ogni dì sulle piagge odorose di Posilipo e di Mergellina, a bagnarmi ed a specchiarmi in quelle onde purissime e carezzevoli; ed io, tranquilla oramai da tutte parti, m'annegai finalmente in un mare di felicità non meno puro nè meno carezzevole di quelle onde.
E nondimeno, come in me sola si restrinse tutto quell'amore di suora Geltrude ch'era già diviso in quattro, così in me sola ancora s'aggravò tutto il fascio di quell'invidia che già eravamo quattro a sostenere. Tutta l'aristocrazia dell'alunnato si ridusse in me sola; e tutto il popolo di quelle giovani cominciò a desiderare apertamente la mia rovina.
Passò la state ancora, e sopravvenne l'autunno; e lasciate le nostre gite a Mergellina, ricominciammo le nostre visite ai vestigi di quella memoria che solo, benchè molto e molto compassionevolmente se ne affatichino ne' loro scritti, non ci è stata potuta togliere dai forestieri.
Il dì due di novembre, non potrà mai uscirmi dalla memoria, era quel dì in cui sapete quale strazio si fa degli avanzi dei trapassati in questa singolarissima città. Si diserrano i sepolcri, si disotterrano i morti, si riappiccano le ossa rotte e i teschi staccati dal loro troncone, si vestono chi da dottore e chi da giudice, chi da leggiadra giovane e chi da vecchia, si scrive il nome ch'ebbero o che si suppone ch'abbiano avuto in vita, s'illuminano le sotterranee volte, e si rompe l'argine a un mare di popolo, che va per via di diporto guardando questo e quello scheletro, e leggendo i nomi, e se alcun nome è noto, rammenta i suoi buoni o rei costumi o quali parve che fossero al rammentatore, e o ne piange o ne ride o passa indifferente, ma sempre gitta monete al sagrestano. La commemorazione de' morti non era il pensiero che più giovava a suora Geltrude; e vedeva anche me già dal dì dinanzi pensierosa e trista: onde si risolse di passare quel dì alla campagna.
A levata di sole si partì, e, dopo forse tre ore di viaggio, giungemmo a Pompei, ch'era ben la quarta volta che vi venivamo. Quivi ci avvolgemmo gran tempo fra le vote vie e le vote case, già note, e prima di rientrare nel cocchio per tornare a desinare alla Torre dell'Annunziata, donde eravamo dianzi passate, suora Geltrude, uscita dalla città nel sobborgo detto dei sepolcri, volse a mano dritta, e mi disse che desiderava passeggiare un pochetto nella vigna contigua, e salire di là sulle mura della città, che si poteva, e contemplarla un altro istante tutta insieme. Così facemmo; e camminando sole, faceva un gran freddo, dal quale mi parve che suora Geltrude prendesse un'impressione di ribrezzo che mai non aveva presa: ma ne accagionai la novità della stagione. Gli alberi tutti ignudi ci rammentavano gli scheletri che fuggivamo; e il suono lontano delle campane sonate a distesa nelle città che circondano il Vesuvio, nelle cui cavità parea lontanamente rimbombare, misto a un certo sordo scoppiettío che facevano i nostri piedi calpestando tutte le foglie cadute e risecche, ond'era pieno lo spazzo, ci rammentava che tutto perisce quaggiù, e che l'uomo male si sdegna d'essere mortale. Salimmo finalmente sul muro; e quando ci apparve tutta la parte diseppellita di Pompei, e il freddo crebbe, e suora Geltrude, quasi abbrividando, si copriva con la pezzuola le labbra e parte del naso, io non so, ma mi parve che la stagione della vita fosse già passata, che col mancare dell'anno si mancasse tutti, che fosse giunta la stagione della morte, che la morte ci fosse intorno ovunque si ricoverasse, e che ogni fatica di fuggirla fosse vana.
Discendendo dal muro suora Geltrude s'appoggiò con la sua mano sinistra sulla mia spalla destra più che per l'ordinario, e volgendosi un istante alla sua destra come per mandare un altro sguardo a Pompei, rivolgendosi mi disse:
Come mi giova d'appoggiarmi sopra di te, o Ginevrina. Oramai poco mi potrebbe nuocere di morire, perchè ho un seno sul quale spirare. Ch'io credo che nel non averlo sia tutto lo spavento della morte.
Ella non aveva ancora finite queste parole, ch'io diedi in un dirotto pianto, e non che reggere lei, non poteva più reggere me stessa. Le dissi che quella era la prima parola non amorevole che avevo udito dalla sua bocca, di aver potuto pronunziare ch'io le potessi sopravvivere un istante. Ella sorrise mestamente, e mi disse ch'io era assai giovane ancora nelle cose della vita; ma che ella sperava di non partirsi così presto.
Risalimmo nella carrettella, che ci condusse alla Torre dell'Annunziata, dove scendemmo a un albergo per desinare. Quivi, per ridurci in un'ultima stanzetta, si dovè passare per una gran tavolata d'Inglesi di questi che si chiamano _dandys_, che noi diremo zerbini, i quali, benchè meno immodestamente che non avrebbero fatto i Francesi, fecero alquanto beffe dell'abito monacale di suora Geltrude e del mio, che poco differiva. Povera gente! Ella non sapeva di beffare chi non ignorava le cause laide e infami e servili, a un tempo, del loro scisma, e come se un loro re non avesse voluto farsi sposo mentre era altrui marito, bacerebbero anch'essi i piedi di Gregorio! Ma s'eglino ci beffarono, noi li disprezzammo; e senza nè pure guardarli, passamm'oltre.
Ridotte nella stanzetta, suora Geltrude tolse solo un brodo senza più; e questo mi crebbe malinconia. Quando quella tavolata fu sgombera, pagato il nostro scotto, ci rimettemmo in viaggio; e poi che i giorni correvano velocissimi verso il loro giro più angusto, eravamo appena al Ponte, e già un'ora di notte batteva. Io aveva la mano sinistra di suora Geltrude sempre stretta nella mia destra, e quando fummo al Carmine la sentii fatta assai gelida. E guardandola nel viso alla luce dei fanali e delle lucerne del Mercato, mi parve come s'ella intirizzasse dal freddo. Nè la stagione mi pareva così rigida. Onde tutta me la stringevo al petto, e le domandavo che ella avesse. Ma ella rispondeva sempre che nulla, finchè, giunte all'ospizio, la misi nel letto con la febbre.
Ora qui manca possa alla memoria e all'intelletto di raccontarvi quel che seguì; e s'io avessi dritta la penna in mano per trent'anni, e per trent'anni la possa mancherebbe. Un'ora di poi coricata suora Geltrude delirò, e delirò per ventuno dì; e delirò sempre di Francia, di rivolgimenti, di mannaie, di sommersioni, di carnefici e di capi mozzati, e di nuovi nomi di patiboli e di morti. Le altre suore francesi ricorsero a tutt'i medici italiani o stranieri ch'erano in Napoli, i quali tutti definirono diversamente l'indole della febbre. Fu tenuto dai più sommi fra costoro un gran consulto, e le furono ordinati assai rimedi, che tutti furono adoperati. Io dalla prima sera insino al ventunesimo dì non me le discostai un solo dito dal letto, senza ch'ella mai più mi riconoscesse. E in sull'alba del dì ventitre di novembre, cessatole un istante il delirio, ella mi guardò, mi riconobbe, mi sorrise; e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato.
GINEVRA O L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
PARTE QUARTA.
_Et tu, domine exercituum, probator iusti, qui vides renes et cor, videam, quaeso, ultionem tuam ex eis; tibi enim revelavi causam meam._
JEREM. CAP. XX.
E tu, o Dio degli eserciti, provatore del giusto, che vedi le viscere e il cuore, fa ch'io vegga la tua vendetta di loro, perchè in te rimisi la causa mia.
GEREM. XX. 12.
GINEVRA o L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
PARTE QUARTA.
LXII.
Appena io m'accorsi che suora Geltrude non era più, le rialzai il capo dal mio seno e spalancai disperatamente gli occhi miei ne' suoi. Ahi! ma quegli occhi erano ancora aperti e non mi guardavano più! Ahi Dio mio! ma come potetti apparirti degna d'un dolore così sterminato!
Suora Geltrude non morì allora, non è morta, nè morrà mai per me finchè non morrò ancora io. La sua voce, che sola conobbe le vie del mio cuore, mi vi risuona sempre viva e vera; e viva e vera e lampante la sua cara immagine m'è sempre dinanzi, e ora mi siede accanto, ora mi cammina allato, ora mi si stringe al seno, ora mi ragiona del gran bene che mi vuole.
La compagnia che sempre mi tenne dappoi ed ancora mi tiene suora Geltrude, mi fu cagione d'intendere donde venne nelle menti, cui la religione non la rivelò, la prima idea dell'immortalità dell'anima. Perchè così viva e vera ed amorosa ancora e perduta di me qual io la vedo e odo ed ascolto, che altro potrei credere se non quel che veramente credo, cioè, che così com'ella mi amò e mi fu sempre da presso in vita, così ora, dopo morta, il suo spirito ancora non m'abbandoni?