Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 14
Persuasa, dunque, del trasfondersi e tradursi della colpa da padre in figliuolo, io corsi tutto il vecchio testamento, e mi fu vista la terra, accolto il seme del male nel suo seno fecondo, divenire ogni dì più pregna di colpe e di dolore, e partorire alla fine un orrendo mostro, la schiavitù del genere umano. E questa visione m'aperse il cuore ad accogliere l'altro mistero del Creatore misericordioso alla sua creatura, che s'incarna in quella perchè egli solo, onnipotente nel suo dolore, poteva bastare al tanto ch'egli stesso domandava a liberare il genere umano, e Maria partorì, e Cristo uccise la schiavitù sulla terra, e chi tenta di risuscitarla, fa contra Cristo.
Così lessi il nuovo testamento; e seguendo Gesù, salsi il monte, e pendetti dalla sua bocca, ed egli disse:
Gli antichi v'hanno insegnato che non dovete uccidere. Io v'insegno che chi s'adira solo contro il fratello, è reo.
Gli antichi v'hanno insegnato che non dovete spergiurare. Io v'insegno che non dovete nè pure solo giurare; ma dire: è, non è.
Gli antichi v'hanno insegnato che dovete amare gli amici e odiare i nemici. Io v'insegno che dovete amare i vostri nemici; perchè siete tutti fratelli e figliuoli di un solo padre.
Gli antichi v'hanno insegnato che occhio per occhio, e dente per dente. Io v'insegno che se il vostro fratello v'ha ferito da un fianco, che voi gli mostriate l'altro ignudo. Perchè se voi non perdonate al fratello, Iddio non perdonerà a voi.
Gli antichi v'hanno insegnato che dovete far la limosina. Io v'insegno che dovete farla di nascosto, che la vostra sinistra non sappia quel che la destra diede.
Gli antichi v'hanno insegnato che dovete orare, e digiunare. Io v'insegno che dovete orare in segreto e brevemente, e digiunare in modo che tutti vi stimino satolli: se no, imiterete i pagani.
Gli antichi v'hanno insegnato a saper sopportare la povertà. Io v'insegno che chi ha amore alle ricchezze non può averlo a Dio, perchè mal si servono due padroni.
Ed io sentii non solo per fede, ma per ragione ancora, che queste parole non sonavano tutto umano, che questa morale aveva qualche cosa della perfezione del cielo, e simboleggiava che la natura umana s'era sposata alla divina.
LVI.
Io non poteva saziarmi di quel libro, il quale io, che già aveva imparato che bibbia vuol dire libro, estimai non immeritamente nominato così per eccellenza. Quivi è prosa, poesia, grandezza, piccolezza, cielo, terra, tutto: nè v'ha, credo, condizione di vita sotto il sole che non trovi in quel libro l'idea onde togliere l'esempio del suo perfezionamento o della sua consolazione. Lo tenni, io credo, due mesi fra le mani; e quando mi sentii cristiana, lo rendetti alla fine, non senza lacrime, a suora Geltrude, quasi mi fosse convenuto separarmi dal mio più amoroso amico.
Il terzo libro ch'io n'ebbi fu la Divina Commedia di Dante Alighieri. Lo stupore ch'io presi da questo libro fu più grande di quello ch'io aveva preso dalla bibbia. Perchè se in quella apparisce alcun che di più che umano, non reca maraviglia, quando v'è dentro l'afflato di Dio. Ma quel che apparisce di più che umano nel poema di Dante, che non era inspirato, è cosa inesplicabile, perchè al tutto fuor dell'ordine della natura. Io lo lessi da capo a piedi, e l'intesi tutto, salvo alcuni accennamenti ai fatti dei suoi tempi, che intesi poco di poi, appena seppi alcun poco la storia. E mi maravigliai quando udii dire che quel poema era le più volte inintelligibile. Vero è ch'io ebbi la fortuna che la prima copia che mi venne alle mani era senza comenti nè chiose di sorte alcuna. Perchè qualunque volta, dappoi, vedutane alcun'altra di altra edizione, abbassai gli occhi a caso al comento di sotto, quel medesimo che avevo compreso, mi parve non comprenderlo più; e così intesi la ragione di quella volgare e stolta fama, che il più gran poema del mondo sia oscuro.
Senza comenti e senza argute spiegazioni di allegorie cui egli mai non pensò, io vidi quel grandissimo fra gli uomini, annoiato de' loro vizi e della vita pratica in generale, volersi ritrarre all'altezza della virtù e della vita speculativa, ed esserne impedito da un malvagio pervertimento in cui la curia romana aveva condotto il mondo: ed egli più forte e della curia romana e del mondo, non potendo condursi praticamente a quell'altezza, condurvisi speculativamente per mezzo del poema, e con quello tentare di ricondurre il mondo alla sua norma. Io lo vidi imprendere quel gran viaggio per il mondo speculativo, e nell'Inferno biasimare il vizio e punirlo, nel Purgatorio lodare la virtù, quanto se ne può sperare dagli uomini, ed affinarla, nel Paradiso mostrarla in tutto il suo splendore e pura da tutta l'infermità umana, e premiarla. Io lo vidi, finalmente, per la nuova via ch'egli s'aveva spianata, poichè l'antica via era ormai distorta e contaminata, pervenire a ricongiungersi in quel punto dove la sete immortale del bene si spense, e il suo desiderio si fermò come ruota mossa da due forze contrarie ed eguali.
Io rendetti Dante a suora Geltrude e n'ebbi le rime di Francesco Petrarca, e vidi per prova che tutti quei fantasmi fuggitivi, tutte quelle immaginazioni vaghe e malinconiche, tutto quanto, in fine, il nostro cuore sente di più secreto, la nostra fantasia vede di più vaniente, tutto (quel ch'io mai non avrei presupposto per innanzi) era possibile a dire. E v'è tale sentimento riposto, v'è tale laberinto del mio cuore, dove io non sarei mai penetrata, se una sua parola non me ne avesse data a un tempo la rivelazione e il filo.
N'ebbi Omero volgarizzato da un grande ellenista e gran poeta ad una, e cominciai a conoscere l'antichità, e mi maravigliai che insino in quei tempi ch'io credeva felici, quel vecchio padre nominasse l'uomo il più infelice degli animali.
N'ebbi un libro in quattro volumi, di cui non mi ricorda l'autore, che parlava a lungo delle cose asiatiche, e vi trovai che un filosofo cinese, vivuto non so quante decine di secoli innanzi Cristo, aveva detto che l'uomo era il più infelice degli animali, per essere il più corrotto.
Quivi trovai che nell'India i Bracmani, cioè una setta di filosofi adoratori d'un Dio unico ed eterno, ch'essi chiamavano Brama, e dal quale credevano dato il loro libro sacro detto Veidam, si astenevano dalla carne degli animali che servono l'uomo, e per fare che anche il volgo se ne astenesse, messero in voga la dottrina della trasmigrazione delle anime degli uomini nei corpi di animali d'altra specie. E mi parve che il mondo sia stato assai più virtuoso, o per meglio dire, assai meno perverso in altri tempi ch'ora non è. E andai considerando l'atrocissima stoltezza dell'uomo, che crede che tutti gli animali che vivono sulla terra sieno fatti o per servirlo nei suoi bisogni, o per nutrirlo delle loro carni come loro sovrano; e spesso per l'uno e per l'altro. E va tronfio, e gli affatica, e li maltratta, e gli crucia, e gli sgozza, e gli squarta, e gli scortica, come loro re. Ma s'egli è re de' polli, dei maiali, degli agnelli e dei giovenchi, perchè sono più deboli di lui, o tali egli li ha saputi rendere, non è già re delle tigri, de' leoni, de' coccodrilli e degli boa, perchè non è re chi non è più forte. Ma o re o non re, non è cosa onesta l'ammazzare chi t'è stato lungamente compagno nella vita, e co' suoi lunghi sudori te n'ha alleviato il fascio, e col suo sangue te l'ha salvata. E il non onesto, cioè il male, non mai, nè per quantunque gravissima ragione, va permesso. E voi, o legislatori della terra, sentite di sopportare un delitto che rende infame il suo autore, quando non porgete l'orecchio alla testimonianza de' beccai, o di quegli scellerati a cui regge il cuore d'immergere un coltello nel petto al più nobile, al più generoso degli animali, al vecchio e cagionevole cavallo, che nei vigorosi giorni di gioventù rizzò gli orecchi alla tromba di guerra, combattette per voi che sedevate a mensa tranquilla, e poi che sentì voto l'arcione, tutto grondante di sudore e di sangue, versò amare lacrime di tenerezza e di dolore sull'eroe che fu spento combattendo per la patria, e ne lambì e ne baciò le sanguinanti ferite.
E non m'astenni a questi pensieri di versare una lacrima sul primo amico della mia infanzia, su quel cane generoso e costante, che morì presso a quella buca per non abbandonarmi.
E così io fluttuava in un gran mare di cose e di pensieri, e leggeva tuttavia, e mai mai non era sazia.
LVII.
Ma vi novererò io tutti i libri che andai leggendo? Corsero quattro lunghi anni dal dì che suora Geltrude mi diede il primo libro, e mi parvero un lampo. Io posso dire che non v'è buon libro italiano o francese, ch'io non corressi anzi non istudiassi in quegli anni; e studiandolo, l'animo mio non s'informasse da esso. Ora, leggendo cose di scienze naturali, mi pareva che quello fosse unico e vero sapere. Ora, leggendo cose astratte e intellettuali, mi pareva che della natura delle cose a noi non fosse possibile di saper nulla, e le scienze naturali mi parevano più tosto una storia di fantasmi e d'apparizioni diverse, che un ordinamento di fatti; e le scienze intellettuali mi parevano la sola verità che fosse al mondo, perchè avevano il fondamento loro non nella natura delle cose, che ci è ignota, ma nelle deduzioni del nostro intelletto, delle quali potevamo conoscere tutta l'indole e tutti gli elementi; e perchè per mezzo di esse si poteva almeno pervenire a quella conclusione, che gli elementi dei fantasmi e delle apparizioni delle scienze naturali ci sono compiutamente sconosciuti. Ora, leggendo le vite degli uomini illustri di Plutarco, traslatate in francese dal d'Amiot, l'uomo mi pareva più che uomo, anzi la più bella cosa fra le cose create. Ora, leggendo non so che volgarizzamento delle vite de' Cesari di Svetonio, l'uomo mi pareva l'animale più nefario, anzi la più mostruosa fra tutte le cose create, o da poter creare nei più strani delirii della nostra fantasia. E sempre e in tutte le cose diversa oggi da quello ch'ero stata ieri, cominciai in processo di tempo e insensibilmente, quel che mai non mi sarei presupposta alle mie prime lezioni, a non avere più fede nè in quello che leggevo, nè nelle deduzioni ch'io vi veniva facendo sopra.
E nondimeno, fra tanto ondeggiare e tanto cozzarsi di pensieri e di opinioni contraddittorie, quella nube che mi s'era condensata intorno alla mente ed all'animo in sul mio primo mettermi per il gran mare della lettura, cominciò a poco a poco a dileguarsi. Dico almeno in proporzione ch'io cominciai a toglier fede a quello che leggevo. Perchè, insino che tutto quello che leggevo mi sembrò vero, ad ogni menoma contraddizione io era smarrita. E non potendo intendere come due veri potessero contraddirsi fra loro, davo la colpa a me di non aver bene inteso, e mi profondavo in una cupa meditazione, dove più andavo al fondo, e più mi si faceva buio. Ma quando cominciai ad avere un poco più fede nel mio intelletto, ed un poco meno in quel che leggevo, le contraddizioni anche più grandi nelle quali m'imbattevo non mi mettevano più tanta sollecitudine; e spesso anzi mi movevano a riso sulla vanità del sentenziare umano.
Poscia che quella nube mi si fu dileguata, io confesso che la mia vita cominciò a divenire quel che si dice comunemente una vita felice, e quel che a me piace di nominare più tosto una vita sopportabile. Io non abbondava, ma non mancava di nessuna delle cose necessarie alla vita materiale. E poichè, per legge inemendabile della natura umana, ai bisogni materiali soddisfatti sottentrano sempre i bisogni della mente e del cuore, a questi soddisfacevano in gran parte il ricamo, le mie tre compagne, i libri e suora Geltrude. Nè per la buona educazione e per il bene tutto insieme delle fanciulle, anzi di tutti i giovani universalmente, si può immaginare nulla di più savio, che quello che suora Geltrude mi diceva essere comunissimo in Francia, voglio dire, di non lasciar mai loro il tempo non dico solo d'annoiarsi, ma nè pure di guardare un momento solo in viso la vita. Essa è troppo pericoloso specchio a chi vi si mette dentro a rimirarsi. E più è viva la luce che brilla negli occhi che vi si mirano, più la riflessione di quello specchio li offende. L'animo che non trova più negli oggetti estrinsechi nè dove fermarsi, nè dove esercitare, e direi quasi disfogare, quella virtù operativa che il suo Creatore gli ha impressa, si ferma in se stesso, ed in se stesso la disfoga, e rivolge contra se quelle forze che il Creatore gli aveva date per domare la natura.
Nè però era compiuto tutto il gran vuoto del mio cuore. E spesso i fantasmi fugaci della prima età, e le speranze, o più tosto le immaginazioni di una felicità ignota e sovrumana, della quale io non sapeva rendere a me stessa nè il modo nè la forma, non mancavano di affacciarmisi alla fantasia, massime nei dì di primavera. Ma la fredda persuasione in cui ero precipitata, che tutto ciò che più si desidera al mondo o è impossibile a conseguire, o non è quale appare, o conseguíto non giova, uccideva subito quelle immaginazioni, e dissipava quei fantasmi. E ricredutami dell'impossibile, se non mi appagai del possibile, almeno mi v'acquetai; e cominciai a poter patire la vita.
LVIII.
Erano i primi dì dell'agosto dell'anno milleottocentoventisei, quando la Chiara fu impalmata da quel giovane di pelo rossiccio che registrava i nomi dei fanciulli che erano marchiati. Questo giovane, con quei quattrinelli che poteva raggranellare alla meglio, aveva compero un cavalletto calabrese, di questi che non direi già corrono, ma anzi volano, anzi saettano. S'aveva compero ancora uno di questi calessetti triangolari senza molle, che paiono seggiolini volanti. E appena aveva finito di scrivere all'ospizio, correva alla casa sua, ch'era quivi vicino, e rifocillatosi prestamente con qualche merenduzza, e sceso sulla via, attaccato da se stesso quel suo cavallino, che aveva allogato colà presso in una stalletta, montava il calessetto, e se ne andava snello snello ora a questo ora a quel contorno della città. Quivi menando il suo ronzino ora al trotto, ora all'ambio, ora al galoppo, sfidava quanti calessetti di quella fatta gli venivano scontrati. E quando era vincitore, tornava lieto, e rasciutta e governata la bestiuola, se n'andava tutto pettoruto al caffè al canto di Porta Nolana, ed entrando col cappello così un poco di traverso sul capo, faceva del bravo, e raccontava la sua ventura a certi ragazzoni che quivi la sera si riducevano a veglia. E quando era perdente, o teneva quatto quatto le vie più solitarie, o si riduceva in sul primo fare della sera alla sua casetta; e quivi sbuffato e pianto a suo bell'agio, ne andava a letto tutto svogliato e maninconoso.
Avvenne un dì che, essendosi sfidato in sulla via di Melito con chi non aveva meno voglia di lui di fiaccarsi il collo, se lo fiaccò veramente. Perchè la bestiuola, cacciata a tutta furia e troppo più che le sue forze finalmente non comportavano, guadagnò in prima la mano, e poi sfrenatasi e messasi in salti, si rivolse al calessetto e quello ribaltò; e il valente cocchiere si ruppe il capo e le braccia e le coscie, e s'altro aveva che fosse da rompere, se lo ruppe. Ricolto a gran pena da un fosso dov'era caduto, e trasportato per morto alla sua casetta, quando si fu risentito, tutto pieno il capo delle idee dell'ospizio, non fu tardo a botarsi alla Vergine Annunziata, che se risanava, senza voler più sapere di cavalli nè di calessi, avrebbe menata in isposa una sua figliuola. E risanato, nè già che non rimanesse un poco sciancato e monco dal lato destro e impedito al tutto del braccio sinistro, girò tutto l'ospizio, e restò preso dagli occhi ridenti della Chiara; la quale, così com'è il più delle fanciulle, rise prima della mellonaggine che appariva nel volto del giovane, e quando dalle costui svenevolezze s'accorse che quella mellonaggine poteva riuscire a matrimonio, fece le mostre d'aver sorriso alla molta venustà di lui.
Così seguirono le sponsalizie, e così la Chiara ci abbandonò; lietissima d'abbandonarci, come era stata lietissima di vivere con noi; lietissima del matrimonio, come era stata lietissima del pulcellaggio; e lietissima della casetta del giovane, com'era stata lietissima della stanza di suora Geltrude. O indole beatissima! E pur v'è alcun mortale, cui la natura fu di tanto cortese, che messe nel suo cuore una fonte inesausta di stupida letizia, che versa il suo denso umore sopra le cose più laide, e ne attuffa in quello la laidezza. E forse non era nè anche questo: e la Chiara, che non era, com'ella mi aveva detto, mai uscita dall'ospizio, si partiva tutta lieta dal porto, dove forse un giorno sarebbe tornata tutta mesta e stanca e rotta da un lungo e tempestoso viaggio!
Ma qual si fosse la causa di tanta diversità di desiderii, io che non da un solo ma da mille viaggi e da mille orribilissime tempeste mi sentiva al fianco di suora Geltrude ridotta nel più dolce e tranquillo porto che mai pellegrino sciagurato osò desiderare dalle onde delle sue sciagure, il solo fugace pensiero di staccarmi un solo istante da lei mi faceva fremere.
Quell'anno, io non so per influsso di quali stelle maligne, le pubbliche calamità d'ogni genere furono tante e tali, che quasi non vi fu nessuno che non si botasse a qualche santo. E molti si botarono alla Vergine d'impalmare una sua figliuola; e, quel che non s'era mai visto negli scorsi anni, l'ospizio tutto, e l'alunnato massimamente, era divenuto una sorta di pubblico passeggio, dove venivano tutti questi botati a scegliersi la mogliera. Il che era gran noia a suora Geltrude, e in ispecie a me, che me le raccomandai con le lacrime agli occhi, tanto ribrezzo io prendeva dello sguardare di quelli sconosciuti, che quando alcuno ne capitasse, di nascondermi nel suo gabinetto, o almeno farmi destramente ombra di se e del suo manto, ch'io non fossi increscevolmente considerata; massimamente ch'era cosa inutilissima, essendo io fermissimamente risoluta di vivermi al fianco suo, ed al fianco suo consacrare ancora io a Dio la mia verginità! E quando ci venne l'olimpico giovane che impalmò la Chiara, io seppi così bene nascondermegli, che, la Dio mercè, que' suoi occhi spaventati non si scontrarono ne' miei, che non già per vederlo, ma per meglio nasconderseli, gli furono tuttora sopra. Nè però potetti fuggire il mio destino, che mi riservava inevitabilmente una noia di questa qualità. Perchè, lasciamo stare che più d'uno di quei che ci vennero, ai quali io non potetti tanto celarmi che non ne fossi veduta, mi domandarono in isposa, ma un dì mi seguì qualcosa di meno aspettato.
Il giovane che aveva sposata la Chiara non rifiniva mai di parlare della dolcezza del matrimonio in generale, e della virtù e delle grazie della sua moglie in particolare. Il che non mi reca maraviglia, perchè la Chiara era veramente graziosissima; e della sua virtù non è mestieri ch'io vi dica oltre, quando vi ho detto ch'era vivuta assai anni al fianco di suora Geltrude. E parlando con questo e con quello di questa sua gran felicità che aveva trovata nel matrimonio, e di questa sua gran fortuna d'aver trovata una sì onesta e bella e ben costumata giovane di moglie, infra gli altri coi quali si confidò di tanta sua ventura, fu quel cotale marchiatore a un tempo e maestro che già vi dissi. E tutte le volte che il torchio non lavorava, e che il registro era chiuso, era un gran parlare fra questi due della buona ed austera educazione, e disinvolta a un tempo, che suora Geltrude sapeva dare alle fanciulle, massime a quelle cui voleva il meglio; e il buon maestro a sfogarsi col giovane, che se anche a lui venisse fatto di potersi imbattere in una giovane bella e ben parlante, chi sarebbe stato meglio di lui; e che, in quel fondo gli pareva, o egli s'ingannava forte, d'essere un uomo come un altro, e cose altre somiglianti, che dicono gli uomini già assai ben oltre nell'età, quando si risolvono di dare il cervello a rimpedulare.
Acceso dunque costui, prima dalle parole, forse inconsiderate, del giovane, e poscia assai più dalla sua propria fantasia, come quegli che di poca levatura aveva mestieri, cominciò a non trovar più luogo dal gran caldo che aveva di farsi sposo. E poi che l'Eugenia, la Clementina ed io, non già per bisogno che se n'avesse, che loro la voce, e me la voce e i libri di suora Geltrude, avevano menate assai di lungi, ma per non acquistarci più invidia di quella che il troppo bene che suora Geltrude ci voleva non ci aveva già acquistata, non ci astenevamo mai di venire con tutte le altre giovani allo lezioni di ambo quei nostri maestri: costui cominciò a porci l'occhio addosso, ed a guardarci ed a riguardarci per entro quei suoi cristalli, ch'era una cosa, per dirvi il vero, troppo ridicola; e a non ridergli sul grugno, ci costava uno sforzo grandissimo.
Finalmente un dì che l'Eugenia era a letto, il che, come a cagionevole e infermiccia ch'ell'era, assai spesso le seguiva, e che la Clementina le teneva compagnia, io, cui già per il mio continuato leggere dava tutto l'alunnato gli epiteti di dottoressa, di filosofessa e somiglianti, non volli mancare d'andare alle consuete lezioni, perchè non lasciavo passare nessuna occasione di poter moderare con la mia molta modestia e umiltà il mio involontario essere da più di loro, ch'è quello, come sapete, che non si perdona mai al mondo. E lasciando, non senza gran malinconia, la mia inferma amica, mi misi ad andare in branco con tutta quella turba femminile, parlando ora a questa ed ora a quella il più amorevolmente ch'io poteva, e non avendo mai per contraccambio delle mie amorevolezze altro che villani tratti, e scempi ed amari motteggi.
Pervenute alla sala della scuola, ci mettemmo tutte a sedere; ed io dove la folta era più spessa, per non essere noiata dagli sguardi curiosi del maestro di francese. Venne da prima il prete, e perorò la sua triforme diceria. Di poi venne l'altro, ed entrando cominciò a guardare nel posto dove solevamo sedere le mie due amiche ed io. E non vedendoci, cominciò, già prima di sedere in cattedra, a dimenare il capo di qua e di là, che pareva una cutrettola. E poi ch'alla fine, per quanto io tentassi di nascondere il mio capo fra quelli dell'altre, m'ebbe scorto, mi fece un sospiroso sorriso, che proprio, padre mio, mi mancò la forza di non ridere, e risi; e quel milenso, s'io non m'ingannai, prese più baldanza del mio riso. E vedendomi senza le due mie amiche, nè volendo perdere una così destra occasione di parlarmi, nè sapendo come meglio si fare a farmi accostare un poco più a lui, mi chiamò a recitare non so che di francese, ch'io sapeva benissimo e ch'egli non sapeva. Cominciando io, se bene un cotal poco fastidita di tanta noia, a recitare quel ch'ei volle, ed ecco il buon uomo che dice di non udirmi troppo bene. Io levai più la voce; ma fu tutt'uno. Egli si ostinò a dire ch'egli non m'udiva, e mi consigliò, in un certo modo che a me convenne seguitare il suo consiglio, di andarmi a sedere un poco più presso a lui.
Quand'io fui dov'egli volle, ed ebbi recitato quel ch'ei volle, l'oriuolo battè le sedici ore, e la lezione fu finita. Tutte le giovani si levarono per andarsene; e mentre io mi levava anch'io, quel fastidioso mi disse:
Ginevrina, io avrei qualche cosa a dire a suora Geltrude: ed ora non potrei venir dentro, ch'è tardi. Recherestele voi quel ch'io vi dicessi? Ed allora piacciavi rimanervi qui un pochettino con meco.
Quand'io l'udii parlare così, divenni tutta gelata; e non sapendo come disdirmi di voler rimanere, e pur non volendo, gli dissi, così fra confusa e noiata:
Perdoni, signore; ma io non potrei davvero. Una mia amica è forte malata a letto, e m'attende; e dovrei già esserle al fianco.