Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Part 13

Chapter 134,006 wordsPublic domain

Battette l'ora della scuola, ed io v'andai per abito e per necessità, senza intender sillaba di quello che il maestro diceva. Battette l'ora del desinare, ed io ebbi fra l'appetito universale una inappetenza che non aveva avuta mai più ai giorni miei. Era di giugno, e si desinava alle quindici ore, ed alle sedici si poteva andare a letto e rimanervi insino alle ventun'ora. Battette finalmente l'ora di meriggiare, e sopravvennero quegli invocati silenzi, nei quali la mia mente più sciolta e più pellegrina, soleva, finito lo studio delle due lingue, abbandonare questo mondo, del quale già mi pareva aver saputo bastantemente; e spaziarsi in un altro ch'ella si andava fabbricando di dì in dì, tutto assai più accomodato alle umane necessità, tutto bene, in fine, e dove il male, del quale io non sapeva vedere la necessità, non fosse un elemento necessario. Quel giorno io sperai più. Sperai che cominciasse un'era novella per me; e che tutti quei libri, dei quali suora Geltrude m'aveva conceduta la lettura, mi dovessero insegnare a trovare realmente in questo mondo tutto quel bene, o tutto quel meno male, ch'io andava cercando immaginariamente in quell'altro.

Già, ritrattesi nella stanza comune, e adagiatesi sui loro letti, le mie tre compagne dormivano. E suora Geltrude, aperto l'usciuolo del gabinetto dov'erano quei libri ch'ella non aveva giudicato convenevole d'accomunarmi, vi s'era messa a leggere sopra una sedia d'appoggio che v'aveva. Io mi distesi vestita sul letto coi guanciali e con la testa dappiedi; perchè, essendo per antica costumanza del luogo, socchiuse a quell'ora le imposte di entrambe le finestre, quivi soltanto, per mia gran ventura, veniva obbliquamente qualche raggio di luce da quella fra le due finestre che m'era più a rincontro del letto.

Apersi finalmente il frontespizio di quel libro. Era una geografia. Era scritta in un corrente stile italiano da un Italiano, del quale non mi viene fatto di rammentarmi il nome. Precedeva all'opera un trattatello, ch'aveva per titolo cosmografia o descrizione dell'universo. E si assegnava per ragione di esso, il non potersi intendere che cosa fosse la parte se non s'intendeva che cosa fosse il tutto, e quali attenenze v'erano fra questa parte e questo tutto. Lessi dalle sedici alle ventun'ora, e dalle ventun'ora a un'ora di notte, che ricamai, andai rugumando quello che avevo letto in quelle cinque ore. Lessi l'ora della ricreazione, innanzi la cena, dall'un'ora alle due, e mentre cenai andai rugumando quel ch'avevo letto in quell'ora. Andai a letto come trasognata, e nè pure pensai ad addormentarmi. Ma adagiatami alla meglio col capo dappiè come il giorno, lessi tutta la notte al debole e vacillante lume d'una lampada pensile, che pendendo dal palco nel giusto mezzo della stanza, m'era assai più vicina dappiedi del letto che da capo. Il dì seguente feci medesimamente, e poi l'altro, e poi l'altro; e se talvolta la notte, sforzata dalla necessità della natura, velavo alcun poco gli occhi, il libro che adagio adagio mi s'inchinava sul seno, quasi leggermente premendomelo, mi ridestava; ed io, rimorsa da un amaro pentimento, mi riponeva con assai più fervore alla lettura.

Gli uomini colti sono convenuti fra loro di annoverare fra le specie della pazzia il regno continuo ed assoluto di un'idea o d'un pensiero qualunque sopra tutte le altre idee e tutti gli altri pensieri; e questa sorta di pazzia domandano comunemente monomania. Ma io non so qual troppa differenza, almeno in quanto alla stranezza individuale che ne conseguita, possa essere fra il trionfo d'una sola idea sopra tutte, o il trionfo di più d'una: lasciando stare, che mai questa idea trionfante non può essere, secondo natura, veramente una. Per questo verso, se non si voglia domandar pazzia il trionfo delle idee di stato sopra tutte le altre nel cervello del Machiavelli, nè il trionfo delle idee del bello pittoresco sopra tutte le altre nel cervello di Michelangelo, e fare come il volgo, che nel suo linguaggio fa filosofo sinonimo di pazzo, sarebbe mestieri avere più carità a coloro cui si dice monomani, e non annoverarli fra i matti; ma i più di essi fra la parte più sensitiva e più eletta del genere umano. Nè vi ragionai questo per anticiparmi una difesa, ora che mi tocca di dirvi che da quel mio leggere interminato io fui chiamata monomana per tutto l'ospizio; ma perchè veramente a quei dì io fui sotto l'indomabile sferza delle idee astronomiche e geografiche; nè a mensa, o a letto, o andando, o sedendo, o ricamando, o anche parlando, ma come un automato, di quanto m'occorreva di dover dire, io pensava e vedeva altro che sole, terra, luna, pianeti, stelle, comete, poli, equatore, eclittica, oceano, antipodi, Italia, Marco Polo, Cristofano Colombo ed Americo Vespucci.

Ed io stessa mi credetti d'ammattirne. Nè però n'ammattii. Ma poscia ch'io ebbi avuto il tempo di smaltire quelle idee, ed appropriarmele in tanto ch'elle divennero come essenzialmente parte dell'essere mio intellettuale, bene estimai essere stata veramente pazza insino allora, com'è la massima parte del genere umano.

LII.

Io aveva creduto insino allora che la terra fosse una grandissima pianura, la quale grandissima pianura avesse Napoli per centro, e per ultimo confine avesse l'orizzonte ch'io era pervenuta a scorgere di sotto il pino di Sant'Anastasia, o dalle finestre di donna Mariantonia. Baia, Sorrento ed Avellino mi erano sonate distanze sterminatissime. E un dì, che con un fardelletto sotto il braccio seguivo don Gaetano ch'andava in Vicaria, e che questi, per mostrare a uno studente suo amico il sito memorabile di quel che gli era stato narrato da un altro studente di non so quali valentie di guerra, che sempre gli tonava dalla bocca cannoni e bombe, salse su gli scalini di San Piero a Maiella, e mostrò i gioghi di Maiella, ch'egli diceva di veder quindi, io salsi anch'io quegli scalini, e guardando quei gioghi credetti aver veduto il finimondo. Avevo creduto che il cielo fosse una mezza sfera di cristallo, in cui fossero appiccate le stelle, la luna e il sole, il quale avviatosi per un arco quando più piccolo e quando più grande di quella mezza sfera, s'andasse a riposare la sera dietro il colle di San Martino, e il dì seguente innanzi l'alba per dietro Capri e Castellamare si riconducesse a risalire il dorso del Vesuvio e ricorrere l'usato cammino.

Quel trattatello mi dimostrò con chiare e irrefragabili ragioni, che la terra è un globo della circonferenza di novemila leghe; che si gira intorno a se stessa nel tempo di ventiquattro ore, con una velocità appresso a poco seicento volte maggiore di quella d'una palla di cannone, e fa il giorno e la notte; che si gira nel tempo di un anno intorno a un altro globo, ch'è il sole, che n'è distante trentaquattro milioni e cinquecento mila leghe, e ch'è della circonferenza di un milione e ventotto mila volte maggiore di essa; e girandovisi non nella medesima direzione nella quale si gira intorno a se stessa, ma alquanto obbliquamente, fa la diversità delle stagioni. Mi dimostrò, che questo sole è immoto rispetto alla terra, ma si gira intorno a se stesso nel tempo di venticinque giorni e dodici ore. Mi dimostrò, che la luna è una terra quarantanove volte minore di questa, dalla quale è distante ottantasei mila leghe; che si gira intorno a se stessa e intorno a questa nello spazio di ventisette giorni e otto ore; e variamente illuminata dal sole per la varia interposizione di questa, fa i quattro quarteroni che veggiamo. Mi dimostrò, che intorno a questo sole si girano undici altre terre delle quali alcune sono più grandi assai di essa; e una chiamata Giove è mille quattrocento settanta volte più grande di essa, ed ha quattro lune intorno; e un'altra chiamata Urano ne ha sei; e una chiamata Saturno ne ha sette. Mi dimostrò, che tutte le molte migliaia di stelle lucide che si veggono a occhio nudo, delle quali le più vicine al sole ne sono distanti almeno centomila volte più ch'esso non è a noi e tutti i molti milioni che si veggono solamente col telescopio, sono altrettanti soli più o meno grandi, centri ancora essi di più o meno terre. Mi dimostrò, che tutte quelle innumerabili piazzette biancheggianti che la notte veggiamo sparse qua e là nel cielo, e si chiamano stelle nebulose, o solo nebulose, sono certi sterminatissimi raunamenti d'innumerabili soli, tutti fra loro non meno distanti che sia questo nostro sole dalle stelle lucide, con le quali e con tutte quelle altre milioni di milioni che, quasi immenso fiume di latte, si vedono la notte serpeggiare a onde tutto il convesso del cielo da mezzodì a settentrione e si chiamano galassia o via lattea, forma ancor esso una nebulosa: e che, come tutti i soli di tutte le nebulose hanno una certa corrispondenza di movimenti fra loro, così hanno una certa corrispondenza di movimenti fra loro tutte le nebulose. E mi dimostrò, finalmente, che come ogni nebulosa ha un movimento che corrisponde a quelli di tutte le altre nebulose, così forse tutto il raunamento di tutte le nebulose che noi conosciamo ha qualche corrispondenza di movimenti con altre milioni di milioni di raunamenti di nebulose che noi nè conosciamo, nè possiamo conoscere.

Così si concludeva il trattatello, aureo ancora di assai altre verità, comunissime oggi ai sapienti, ma o tremende o incredibili agl'idioti, quale era stata io insino a quel punto. Se il mio intelletto non fu annullato da un così subito e così incommensurabile rivolgimento d'idee, io ne lo tenni sempre assai virile. Ma se la mente non fu impari a comprender tanto, non fu già pari il mio corpicino, che ne intristì fieramente come se ancora o il vestito o il nutrimento gli fosse mancato. Io era ad ora ad ora di là dalla nostra nebulosa e da quelle che noi conosciamo, in quelle ignote, e ne ammucchiava milioni di raunamenti incontro ad altri milioni; e sperava di poter giungere a comprendere almeno in un modo suppositivo un principio, un sito, un confine; nè sapeva per anche che tutti i tempi, e tutti i luoghi, e tutti gli spazi esistenti e immaginari sono idee relative a quei pochi corpi che noi conosciamo, paragonati gli uni con gli altri, ma che nell'universo preso tutto insieme non v'è nè tempo, nè luogo, nè spazio, ma v'è l'infinito, che l'uomo è stato fatalmente condannato a riconoscere senza comprendere.

Giunto a quell'infinito, che la mente non ebbe più seno a comprendere, mi rivolsi in dietro, e ricaddi sulla terra, che allora mi apparve un punto. Ma una tanta caduta non potette impedirmi di considerare la stoltezza dell'uomo, che crede che questo universo sia fabbricato per se, e ch'egli ne sia l'unico abitatore, e l'unica intelligenza; e che il sole sia fatto per dargli il giorno, la luna per illuminargli le notti, e le stelle per abbellirgli quelle che la luna non sorge ad illuminargli. Ma se la terra è un globo, che con tanti altri globi si gira intorno a un altro globo, che con infinite altre migliaia di globi si corrisponde co' movimenti d'infinite altre migliaia, e forse, anzi senza forse, milioni di raunamenti di globi; perchè il fenomeno della vita e dell'intelligenza sarebbe solo di questo globo? O perchè solo questo globo conterrebbe la massima delle intelligenze fra tutti gli altri milioni di milioni di globi; e questa massima intelligenza sarebbe posta in un animale pieno di miserabili necessità, che un'aura o calda o fredda annichilisce?

LIII.

Io aveva creduto insino allora, che la terra e il genere umano fossero Napoli e i Napoletani; che gli ordini più sublimi di questo genere umano fossero quei feroci della fonte Capuana e dell'orto Botanico, e quei gendarmi del convento; e che la meta finale a cui questo genere umano intendesse, fossero certi saporitissimi desinari, e certe appetitivissime cenette, che, con eloquenza senza pari al mondo, que' miei eruditissimi studenti ragionavano sempre fra loro solersi dalla gente scelta fare qui alle lune estive, ponendo le tavole o in una bella contrada marina detta Santa Lucia, o in un'altra spiaggia deliziosissima detta Posilipo.

Il restante di quel libro mi dimostrò, che Napoli era un punto di una piccola contrada detta Italia; che quest'Italia era un punto d'un'altra piccola contrada detta Europa; e che questa Europa era un punto fra l'immensità degli altri sterminati continenti, e dello sterminatissimo oceano che la circonda. Mi dimostrò che i Napoletani erano al genere umano meno di quello che una sporticciuola di pesciolini è a tutti i pesci dell'oceano. Mi dimostrò che quegli ordini che io aveva creduti soli al mondo di fatto e di bontà, erano un aborto nè pure menomamente considerabile nella lunghezza de' tempi e nella infinità e bontà degli ordini con che il genere umano si è retto e si regge. E mi dimostrò ultimamente che la meta finale del genere umano, non erano, o certo non dovevano essere, i desinari e le cene di Posilipo e di Santa Lucia, ma la minore infelicità, e il maggior perfezionamento morale di tutti gli uomini.

Così si concludeva quel libro, o almeno così io me lo conclusi. E questa terra, che m'era apparsa un punto alla fine del primo trattatello, m'apparve immensa, interminata, alla fine del rimanente del libro. I tempi delle sue memorie, che mi erano spariti nell'infinito, m'apparvero della più profonda e remotissima antichità. E dal mio letticciuolo, anzi dall'Europa, dal vecchio mondo mi lanciai di volo per l'Atlantico sul nuovo, e vidi la metà del genere umano sgozzata e interamente distrutta da qualche rimasuglio, di cui una piccola parte dell'altra metà, detta Europei, s'è voluta sgravare. E torcendo lo sguardo disdegnosa da tanta immanità, seguitai il mio volo per l'immensità del Pacifico, e fermai l'occhio sopra un piccolo paradiso che vi sorgeva, e si chiamava Otaiti, e quivi vid'io approdare una fiera nave, e portarvi nel suo grembo necessità, colpe e sciagure ignote. E involandomi da così disonesta fortuna, m'apparvero i lidi orientali dell'Asia, e vidi la cuna delle prime memorie della civiltà, anzi del globo, e un impero d'incredibile vastità che in vano innalza un muro di mille e mille leghe contra le umane belve erranti dell'Orsa, che due volte lo straziano e lo fanno schiavo; e vidi un altro impero, che già empì la terra del suo suono, cui non fu arme o sostegno alla fatale rovina il doppio corno della luna. E mentre seguo sull'Africa la traccia della sua rovina, rivedo stupefatta quel rimasuglio d'Europei, che, non contento d'avere distrutta la metà del genere umano, chiamandoli non uomini ma scimmie parlanti, compra con l'oro rubato a quelli l'altro terzo degli uomini che avanzavano, e se ne serve e gli ammazza come bestie, solo perchè il colore di questo terzo degli uomini è diverso da quello di esso rimasuglio. Volgo lo sguardo inorridita dalla riapparsa schiavitù, ch'io credetti che Gesù Cristo avesse abolita dalla terra, e ritorno all'Europa, e la veggo tutta lieta aggravarsi vilmente in sullo scempio della più piccola ma più bella sua parte, per bassa voluttà di vendetta d'essere già tutta poco fa stata una delle provincie di questa sua piccola parte. Quivi, al suono delle catene e del dolore, riconobbi la mia patria, e discesi dal mio immenso volo, e, discendendo, vidi anche quivi il vicino fastidire il vicino povero e le fortune afflitte, ed il migliore gemere sempre. E rimasi stupefatta che questa razza caucasea, sola dotata dalla natura del dono d'arrossire, non arrossisse di tanta sua infamia.

LIV.

Quella geografia non era una scarna noverazione di paesi e di città, ma era una descrizione, anzi una storia ordinata e sugosa della figurazione materiale di tutto il globo in generale, e delle varie contrade in particolare; una storia delle varie razze del genere umano, de' vari popoli di ciascuna di esse, delle varie trasmigrazioni, de' vari reggimenti e de' vari costumi di questi popoli nei vari tempi; di modo che, come per via di magico incantesimo, io mangiava, dormiva, parlava, passeggiava, viveva, in fine, con qual si fosse il popolo antico o moderno del quale leggeva la descrizione. Ora volavo alla corsa dietro un ignoto amante nelle più belle foreste americane, e poi gli spiravo nel seno, ed egli mi seppelliva alla bocca d'una spelonca, e poi in sull'aurora veniva sul mio sepolcro, e v'attendeva il sole genuflesso, e l'adorava, e ne invocava un raggio di luce che penetrasse insino alla mia salma gelata. Ora, colà in riva al Bosforo, fra i profumi e le gemme orientali, nuotavo con le spose di mio marito in più camere di marmo piene insino al mio seno d'acqua tepida e odorata; e contemplandomi tutta, e poi contemplando a parte a parte le mie ignude rivali, o inorgoglivo della mia bellezza o mi sdegnavo della loro, e sempre le odiavo quanto si può più odiare. Ora, nella petrosa Arabia, assisa su un cammello e tutta carica di gomme odorate, seguivo fra il mare del deserto il mio svelto e barbuto marito che guidava l'armento, e, fissi gli occhi in quel cielo trasparente, o ne noveravo quasi ad una ad una le innumerabili stelle, o contemplavo i misteri della luna, all'armonia celeste d'un mestissimo canto che il mio sposo le inviava; e quel canto era tanto più che umano, che solo poscia ne trovai la versione nei canti del Leopardi. Ora nell'India saltavo sul rogo acceso al mio spento marito, e n'abbracciavo la fredda spoglia, e più tosto che perdere la barbarica lode, m'incenerivo viva fra le fiamme. Ora appiedi del Caucaso mi strappavo spietatamente la destra mammella, e saltavo sul feroce destriero, e sguainata la spada, correvo i campi fulminando, e verginella osavo combattere gli uomini. Ed ora in Roma, non più verginella ma donna, al padre mio condannato a perire di fame, porgevo di cupa notte il mio seno lattante fra i cancelli del carcere, e lo nutrivo lungamente del mio latte, e il popolo, stupido prima dell'occulto e poscia del palese miracolo, mi concedeva la cara vita ch'io ne implorava.

Erano, io credo, cinquanta dì ch'io aveva quel libro fra le mani; e mai non me ne poteva distaccare. Lo lessi e rilessi e tornai a leggere non so quante volte; corsi non so quante volte il mondo antico e l'odierno; e quante più cose potetti, dedussi e figurai col mio pensiero dalle premesse di quel libro. Ma tutto è finito ed ha un termine nel mondo; ed anche il numero delle premesse contenute in quel libro e il numero delle conseguenze ch'io potetti ricavarne, fu finito ed ebbe un termine. Mi risolsi alla fine di renderlo a suora Geltrude; e persuasa, ch'io aveva piantato il piede sulla base dello scibile umano, e che qualunque altro libro io avessi letto non poteva altro essere che un corollario del già letto, lo rendetti un dì fra lieta e pensierosa a suora Geltrude, dicendole non so che (tanto ero astratta che non me ne rammento), dond'ella comprese, bench'io ignorassi allora i termini propri, o più tosto indovinò, ch'io m'attendeva e desiderava libri di storie e di viaggi. E ritogliendo il libro, e riaprendo e tirando fuori la cassetta del cassettone, e riponendo il libro nel voto onde fu tolto, benignamente sorridendo mi disse:

Tu non prenderai già altro libro che quello che per fortuna di sito seguita immediate a questo.

E togliendo due bei volumi quasi della forma medesima di quell'altro, porgendomeli mi disse:

Impara, o figliuola, che alla mente umana bisogna aggiugner piombo, non ali.

Ed accommiatandomi, si ritirò in quel suo gabinetto.

LV.

Era dopo pranzo quand'io fui posseditrice di quel libro. M'adagiai sul lettino nel modo consueto; e riposto il secondo volume fra un guanciale e l'altro, apersi il primo. Era la bibbia. Era volgarizzata da non mi rammento chi, in uno stile puro, semplice e grave a un tempo. O quanto mi giovò allora di già conoscere l'Asia, di già conoscere la terra d'Eden! Quanto mi giovò di già conoscere l'Arabia, la Siria, la Palestina e l'Egitto! o Tabor, o Giordano, o Asfaltide, come mi tornò grato e misterioso il vostro già noto nome!

Io aveva creduto insino allora, che l'essere cristiano consistesse nel toccare della mano destra la fronte, lo stomaco ed ambo le spalle con la velocità del fulmine, pronunziando tre nomi, dei quali nessuno non m'aveva insegnato il mistero; nel pronunziare malamente e per sola forza d'abito alcune parole in una lingua ignota; nell'assistere i dì di festa ad alcuni movimenti e ad alcune altre parole in lingua medesimamente ignota che un uomo vestito altrimenti che me diceva in un luogo, il quale non mi s'era mai fatto intendere che cosa veramente significasse; ed a cadere ginocchioni in terra, e darmi di forti picchiate nel petto, quando vedeva che gli altri facevano il somigliante. Avevo creduto che l'essere cristiano consistesse nel raccomandarsi così vagamente, non già solo a un comune signore del cielo e della terra, del quale mai non m'era stato convenevolmente parlato, ma insieme con lui e senza troppo esatta distinzione, a infiniti nomi così di uomini come di donne, ch'io m'era avvezza a considerare quasi altrettante signorie celesti, tutte presso che come quel primo signore onnipossenti. Nè io aveva veduto intorno a me sorgere alcun disparere, che tosto l'uno non si botasse a un santo e l'altro a un altro, aggiungendo insino le minaccie, quasi che quei santi, non altrimenti che gli déi d'Omero, dovessero battagliare fra loro sulle nubi per appagare ciascuno la voglia del suo terrestre cliente. Nè da quegli atti estrinsechi o da quei nomi in fuori, i quali nulla non avevano che fare col mio intelletto, io avrei mai accolto nella mia mente pure un solo pensiero di religione, se guardando intorno a me, e sentendo tutto potentissimo e me nulla, io non mi fossi naturalmente atterrata davanti a una tanta potenza, prestandole, come ad uomo, le mie passioni, e implorandone la pietà nel mio dolore; e se il nome di Maria, che tutti dicevano madre di quest'uomo dio, nè alcuno me ne insegnava il mistero, e della quale tutti mi domandavano ancora figliuola, non mi fosse sonato sempre qualche cosa di materno e di soccorrevole. Nè questo mio atterrarmi era di tenerezza o di pietà, ma di paura. Nè ultimamente fu una sola quella volta, che sentendomi innocentissima e infelicissima a un tempo, io mi volsi ed al figliuolo ed alla madre ed a tutti gli altri nomi di paradiso ch'io aveva mai udito nominare, e che, come di chi m'avesse data contro un'ingiustissima sentenza, io stoltamente li accusai tutti delle mie terribili sventure. E:

Se voi siete onnipossenti, io diceva nel mio rustico senso, e se io non sono rea, come voi dovete sapere, di colpa veruna, qualunque sieno i vostri imperscrutabili fini, qual mestieri avevate del mio dolore? Non potevate intendere ai vostri fini così col mio piacere, come col mio dolore? E se io sono incolpabile, perchè per intendere ai vostri fini avete voluto scegliere per purissima vostra elezione più tosto la via del mio dolore, ch'io non meritava, che quella del mio piacere, ch'io meritava?

Così innalzava io al cielo i miei cupi lamenti, nè mi pareva d'esser empia per ciò.

Quel libro, insino dal terzo capitoletto, mi spiegò il mistero del dolore, del male, in fine, sulla terra, che m'era stato fino a quel punto inesplicabile. Me lo spiegò, per verità, con un altro mistero; perchè io non potetti comprendere perchè il fallo di un altro che me si fosse dovuto trasfondere per tante migliaia di secoli e di generazioni insino a me, che forse non l'avrei commesso. Ma già quel piccolo trattatello di cosmografia m'aveva mostrato che tutto era mistero nell'universo; e poichè la mente umana non è infinita, e che di mistero in mistero pure l'è forza di fermarsi alla fine in uno, io non solo perchè già per religione era anticipatamente risoluta d'acquetarmi in quello, ma anche per ragione alla fine mi v'acquetai. E sentendomi tanto più infervorata di correre il cammino della scienza per il quale m'ero messa, quanto ne divenivo più mesta, giudicai che forse quel mistero significava essere inevitabile alla natura umana di stendere volonterosa la mano a quel pomo che chiude in se il seme della sventura.