Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 12
Io, come più cagionevole e, per il difetto della mia vita passata, più bisognosa dell'occhio vigile della maestra, ebbi licenza di porre il mio lettino accanto proprio a quello di suora Geltrude; e questo lettino era in tutto assai più bellino di quello che avevo nell'infermeria. Ebbi quattro paia di calze di refe e due paia di scarpe di schiena di vitellino; ebbi quattro camice, due sottane, una buona veste di merino d'Inghilterra, un bustino di dobletta con istecche d'osso di balena, due moccichini e due pezzuole scempie per il collo, di refe, due sciugatoi e due sciugamani di tela, un pettine fitto di bossolo da ripulire i capelli, uno grave di corno da ravviarli e uno anche di corno, ma nero, da reggerli, e insino due belli legacci da calze con l'elastico. Ricca di così nuovi e belli arredi, ebbi ultimamente un piccolo cassettone da riporveli dentro, e questo collocai fra il letto di suora Geltrude e il mio.
Chi vi può esprimere, padre mio, il conforto, il contento ch'io sentiva di vedermi una volta in quel che si chiama casa, al coperto dall'umidità, dal freddo, dai nembi, dalle procelle tutte a cui ero stata sempre esposta, di sentirmi una volta netta e vestita, dopo essermi sentita, da ch'ebbi memoria di me, sempre nuda e scinta e scalza, e sempre, per quant'io l'abbominassi, fra lo squallore e il sudiciume. O padre, odo dire che i ricchi e i grandi provano fra le delizie e gli svagamenti del mondo una certa asciugaggine di tedio, che ne conduce più d'uno al suicidio. Certo anch'io ho sentito talvolta quanto è insufficiente la misera tazza della vita all'insaziabile sete di felicità che la natura ci soffia a tutti nel petto. E nondimeno, se a quei grandi annoiati fosse potuta assegnare per medecina il trarre un sei mesi la vita ch'io aveva tratta per tredici anni, forse che, tornati ai loro palagi ed alle loro coltri, non s'ucciderebbero.
Il cibo ch'io prendeva al refettorio in compagnia di tutte l'altre fanciulle consisteva in un buon pane di mediocre bianchezza, e, di cotto, una minestra e un lesso, tre soli dì della settimana; e gli altri quattro dì, qualcuna di queste minestre che si domandano di macro, ed uova non meno di due per testa; e le frutte non mancavano mai. La sera si merendava, più tosto che cenare, d'un'altra minestrina; e quasi ogni dì s'asciolveva il mattino di qualcuna di queste briose focacce che qui chiamano pizze, dalle quali, come di cosa gravissima, io costantemente m'asteneva.
S'io mi dovessi rammentare del desiderio di prendere qualcosa ancora, che, alla fine del desinare o della cena, mi pareva leggere talvolta negli occhi delle meglio complesse fra quelle giovani, io dovrei dire che questo cibo non era troppo copioso. Ma finalmente nè anche era troppo scarso; e per me, in particolare, o ch'io fossi di quelle che non hanno necessità di troppo largo nutrimento, o che fossi avvezza, e in casa donna Maria Antonia e nel convento e da per tutto, a reggermi tutte le ventiquattr'ore con un tozzo di pane risecco, riusciva più che abbondantissimo. E nondimeno non era mai evitabile, poichè le monache desinavano e cenavano in disparte da noi a mensa più fornita, che suora Geltrude, fingendo d'aver desiderio di cenare un poco più raccolta nella sua propria stanza, non si facesse recare quivi la sua cena, ed allargandola d'alcun'altra vivandetta di suo, non costringesse, con soavissimi e irresistibili modi, noi tutte quattro a mangiarla seco.
XLVIII.
Le tre mie più strette e più fidate compagne si chiamavano, l'una Chiara, l'altra Eugenia e l'altra Clementina. La Chiara era una giovane di forse vent'anni, non bella, ma graziosissima, tutta colma e rotonda, sempre vermiglia nel viso, con certi capelli e certi occhi nerissimi, o lavorava o andava o desinava, tutto dì lieta e serena e festivissima, come se i genii del riso le fossero stati sempre intorno e le avessero adombrata la trista scena dell'universo. L'Eugenia era bionda e bella, aveva gli occhi cilestri, pallidi e naturalmente umidetti, che spesso non sapevi se il sole vi brillasse dentro troppo vivo o s'ella versasse una lacrima; se anche intermetteva il suo lavoro, immobile sempre e penserosa sulla sua seggiola; e nel bianchissimo viso velata sempre d'una nube di malinconia, ma così trasparente, che nulla non nascondeva delle più riposte cose dell'anima. La Clementina non era così mesta come l'Eugenia, nè così allegra come la Chiara, ma ora s'attristava delle luttuose condizioni della vita, ora desiderava con tanto ardore di consolarsi, che scambiando alla fine il desiderio con la cosa desiderata, si consolava veramente; e d'indole mezzana fra l'una e l'altra, era come l'interprete fra quelle due anime che mai non si sarebbero intese senza lei.
Io non so quale fosse l'indole mia, perchè il conoscere se stesso è il più difficile, anzi l'impossibile nella vita. Ma questo so per certo, ch'io intendeva tutti e tre quei cuori e da tutti e tre era intesa; ch'io le amai tutte tre come più che sorelle, e come più che sorella ne fui riamata. Già da gran tempo non v'era più segreti fra loro tre. Fra pochi dì non vi fu più segreti fra me e loro; nè già ve n'era da gran tempo fra noi quattro e suora Geltrude. O quale beatitudine! qual sodalizio era quello, e come vivamente adombrava sulla terra quel celeste al quale tutti sospiriamo! Qual rinnegamento di se medesimo! quanta virtù! Ed eravamo una suora di Regina Coeli, e quattro trovatelle!
Da quello che già v'ho narrato de' casi miei; da quello che ancora m'avanza a narrarvi, voi non mi dovreste credere troppo credula alla virtù. E pure io la venero, io l'adoro, nè la credo già un vano nome, ma una cosa esistente e reale. Essa non gode d'abitare le reggie nè i palagi dei grandi, dove è uccisa dalla ricchezza e dal potere; non gode d'abitare i troppo squallidi tuguri della plebe, dove è uccisa dagli stenti e dalla fame; ma gode d'abitare ed abita veramente fra le condizioni medie, dove solo può trovarsi il retto, e che dovrebb'essere quella squadra a cui dovrebbono ridursi tutte le oscene proporzioni onde il mondo è sì brutto. Questo tentò Gesù Cristo per via della carità, gridando tutti fratelli. Questo tentò la sana filosofia di tutti i secoli, sposandosi alla religione, e conculcando la grandezza e sollevando la povertà. E nondimeno il mondo fu sempre, ed è, e sarà forse in sempiterno, composto di grandissimi e di piccolissimi, cioè, di uomini viziosi. Ogni grandissimo lascerà presupporre cento mila piccolissimi, e sarà un vizio moltiplicato per cento mila.
L'uomo è quello che fu la sua educazione. La virtù che regnava fra noi quattro, sarebbe regnata anche fra le altre cento, se non vi fosse stata nell'alunnato la piccola aristocrazia della stanza di suora Geltrude. La virtù di queste cento e quattro, sarebbe regnata anche fra le dugento cinquanta che morivano di fame di freddo e di vizio in quelle caverne, e sarebbero state trecento cinquantaquattro. La virtù di queste trecento cinquantaquattro, sarebbe regnata fra le altre migliaia che muoiono tutto dì in culla per mancanza di un seno che gli allatti; ed il mondo sarebbe più popolato e meno vizioso.
La terra basta a nutrire assai più uomini, che non sono i seicento milioni che ora la calpestano. Ma se fosse mai possibile ad un uomo solo d'appropriarsela veramente tutta, quell'uomo solo vivrebbe, e i seicento milioni morrebbero tutti di fame. Di veramente infelici, di veramente mancanti delle cose necessarie alla vita, potrebbe non esserne nè anche un solo sulla terra. Ma posto che non si potesse, la società degli uomini basta a soccorrere troppo più infelici che non sono in effetto quelli che hanno bisogno d'essere soccorsi. Ma se, o nessuno non le si fa efficace interprete del bisogno di questi infelici, o quello ch'essa dà per soccorrerli, s'investe ad altro, la colpa non è nè della Provvidenza, nè del Caso, nè del Fato, nè della Natura, nè di comunque voglia chiamarsi il mistero delle cose; ma degli uomini stessi.
GINEVRA O L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
MANOSCRITTO PUBBLICATO DA ANTONIO RANIERI.
Volume Secondo.
Bene et ille, quisquis fuit (ambigitur enim de auctore), quum quaereretur ab illo, quo tanta diligentia artis spectaret, ad paucissimos perventurae: _Satis sunt, inquit, mihi pauci, satis est unus, satis est nullus._
SEN. Epist. VII.
GINEVRA o L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
PARTE TERZA.
_De ligno autem scientiae boni et mali ne comedas; in quocumque enim die comederis ex eo, morte morieris._
GEN. II. 17.
Dell'albero della scienza del bene e del male non mangiare; perchè in qualunque dì ne avrai mangiato, morrai.
GEN. II. 17.
GINEVRA o L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
PARTE TERZA.
XLIX.
Io non so s'io sia stata troppo folle a voler filosofare, così poca cosa qual sono. Ma io ho l'immaginativa ardentissima, e spesso un pensiero me ne rampolla mille altri nella mente; sì che, scrivendo così come la penna gitta, corro assai di lunge dalla mia via, e riesco correndo dove non mi ero proposta di pervenire. E se ciò vi pare, come a me pare veramente, troppo grave colpa, e troppo disconvenevole allo scopo di questo racconto, io voglio essermene pentita, e ne imploro il vostro perdono.
E tornando colà donde m'ero, senza avvedermene, partita, dico che, da ch'io uscii dall'infermeria, tre mesi non erano ancora compiti, ed io era già assai innanzi nel lavoro d'ogni opera di ricami e di drapperia. La mia maestra, e, più di lei, le tre mie amiche, in mezzo alle quali io sedeva tutto il dì e gran parte della notte, erano sempre intorno a me, chi a insegnarmi una cosa e chi un'altra. E poi che l'invidia non aveva potuto penetrare la soglia di quella stanza, era fra loro a chi potesse più presto e più destramente farmi accorta dei più riposti segreti dell'arte. Ed essendo elleno valentissime chi in una cosa e chi in un'altra, ciascuna in quella in che più valeva, si affaticava di rendermi pari a se; di sorte ch'io posso dire, senza tema di troppo presumere, che fra non molto io valsi quel che ciascuna di loro in ciascuna delle tre arti in che esse più valevano.
La mattina, più o meno prima del desinare, secondo le stagioni, eravamo chiamate a scuola; e s'andava tutte nella sala che vi dissi. Quivi erano molte panche intorno e molte seggiole in mezzo, e ad una sedia d'appoggio, in fondo della sala, sotto la finestra, ch'era dell'alte, e con una tavola dinanzi, si vedeva assiso un sacerdote di grossa e larga complessione. Questi, senza mai levarsi di quella sedia, in tre susseguenti mezz'ore insegnava tre varie discipline a tre varietà d'ordini in che tutte le giovani erano divise. Insegnava leggere e scrivere, insegnava gramatica, ed insegnava il galateo di monsignor della Casa. La sua voce, ardita e sonora nella prima lezione, diveniva assai ben fioca nella seconda, e nella terza diveniva al tutto inintelligibile.
Io, non per gli ammaestramenti di costui, ma per una specie di mutuo insegnamento, nel quale suora Geltrude ci faceva di continuo esercitare fra noi quattro alla sua presenza, divenni prestamente maestra nella prima disciplina: e col medesimo metodo spingendomi assai ben oltre nell'altre due, mi accorsi che se quel buon prete era pervenuto co' suoi molti anni di studio a leggere correntemente; della gramatica e del galateo e di qualunque cosa finalmente leggesse, non ne comprendeva un solo iota. Seppi dappoi che questi era stato institutore del duchino, e lo aveva addottrinato in ogni sorta di scienze, e che poscia che il duchino, per inclinazione irresistibile, si fu dato alle cose dell'armi, il duca, per riconoscenza della pellegrina instituzione data al figliuolo, e, ad una, per non dovergli dare più una pensione di suo, l'aveva fatto eleggere a maestro delle alunne con cinquanta ducati il mese.
Il mercoledì e il sabato, mezz'ora prima di quel buon prete, veniva un uomo, cui dicevano il maestro di lingua francese. Quando io udii questo, prima di vederlo, domandai se forse egli fosse un francese, e mi dissero che non era. Tosto cominciai a maravigliarmi ch'essendo nell'alunnato, anzi convivendo con noi, anzi essendo nostre maestre, dieci monache francesi, delle quali più d'una erano tenute ed erano veramente assai ben instrutte anche nella loro patria letteratura, che si chiamasse di fuori un non francese ad ammaestrarci in quella lingua. Ma quand'io fui la prima volta chiamata alla lezione di lui, e che gli levai gli occhi sul viso, io fui al tutto stupefatta di vedere quell'uomo medesimo da quei grossi occhiali, che già due volte, alla mia memoria, m'aveva marchiata nella sala del rettore. In somma, questi era fratello del rettore, per favore del quale, oltre al suo impiego di marchiatore, aveva avuto soprappiù il magisterio della lingua francese nell'alunnato. Nè però sapeva più francese di quel che il prete sapesse gramatica o galateo.
Educata fra la plebe, io credeva quel che la plebe crede, cioè che nella scienza sia la felicità; e però la cupidità di sapere era sterminata. Misera! nè ora lo crederei! nè sapeva come nella comune infelicità degli uomini nulla v'ha di meno infelice che una fortunata ignoranza! Certamente la scienza strappa qualche fulmine dalle mani della natura nemica ai suoi medesimi figliuoli; ed in ciò giova a tutta la famiglia umana. Ma i suoi sacerdoti sono essi stessi le vittime che s'immolano sui suoi altari, che si bruciano nel suo eterno fuoco, e trovando il male al mondo dove gl'ignoranti trovano il bene, il dolore dove gl'ignoranti trovano il piacere, la nullità dell'uomo dove gl'ignoranti trovano la grandezza, in fine il trionfo della natura sull'uomo dove gl'ignoranti trovano il trionfo dell'uomo sulla natura, rivelano con le loro miserie il maraviglioso mistero di Prometeo, inchiodato per comando di Giove sul Caucaso, e divorato le viscere da un avvoltoio, per aver dato agli uomini il fuoco della scienza.
Cupidissima, dunque, di sapere, io cominciai ad affliggermi gravemente quando m'avvidi dell'ignoranza de' due miei maestri. Non ch'io non facessi assai frutto con le tre mie amiche, ch'erano in sostanza i miei veri maestri, ma perchè mi pareva che alla fin fine io non potessi mai sapere più di esse medesime che mi addottrinavano, e la mia ambizione si spingeva assai più oltre. Quanto mai ero sciocca! Io non aveva ancora imparato che per chi ha fior d'ingegno il maestro è cosa inutilissima; e che si può imparare da se almeno tanto, quanto già basta a rendere infelice! Ma io ebbi un più efficace aiuto.
Suora Geltrude non lavorava di sua mano, ma sopravvedeva solamente i nostri lavori. La sua giornata e grandissima parte della notte la consumava a leggere, quando assisa accanto i nostri medesimi telai, e quando in un suo ben piccolo gabinetto, ch'era immediatamente appresso alla nostra stanza, ed aveva anch'esso una finestretta che rispondeva nella via della Nunziata. Questo era pieno di libri e di carte insino al palco; e sempre ch'ella ne usciva, l'inchiavava accuratamente, e ne portava seco la chiave. Ed io che la vedeva passare la sua vita ravviluppata fra i libri, nel più profondo del mio cuore non osava già dolermi di lei, che non avrei avuta tanta mostruosità di forza, ma mi doleva incredibilmente del mio destino, che mi aveva appresentata a lei in forma tanto meschina, ch'ella non degnasse a porgermi anche in ciò quella mano soccorrevole ch'ella m'aveva porta in tutto il resto, e ritirarmi ella almeno, poichè quei due maestri non erano da tanto, dalla mia, com'io mi pensava, infelicissima ignoranza.
Ma quella mia più che madre, ve lo dirò con le parole medesime ch'ella usava dappoi nel raccontarmelo, aveva veduto che il mio ingegnuolo somigliava quei fertilissimi ma sodi e intatti terreni della Luisiana, abili a portare ogni frutto più dolce, ma pieni di sterpi e di spine, perchè mai la mano dell'uomo non li aveva esercitati. E lasciando a' due miei maestri ed alle tre mie amiche la fatica di rompere la prima volta il seno a questa terra, e dissodarla, e disveglierla; quando le parve tempo di spargervi i semi di quei frutti, ch'ella ne attendeva alla loro stagione, si accinse finalmente ella stessa alla bell'opera, che tale pare sempre la scienza a' suoi martiri; e cominciò ad essere la mia prima maestra.
L.
Suora Geltrude era nata d'un'illustre famiglia di Lione, dove era stata diligentissimamente educata. Ebbe la sventura di perdere nell'infanzia la sua madre; e però fu sempre pietosissima a noi che nè anche avevamo conosciuta la nostra, nè anche ne avevamo delibate le prime carezze, e i primi baci. Suo padre l'ebbe condotta giovinetta in Parigi; ed era di quelli che amavano il viver libero, non il vivere senza legge. Tanto bastò che entrambi fossero strascinati sulla piazza della Rivoluzione, ed ella tenuta coi pugnali nudi a occhi aperti e per le chiome a capo rialzato, acciocchè vedesse cadere dall'alto del patibolo il capo mozzo del padre. Mentre il carnefice tagliò il laccio, mentre la mannaia discese, il padre le inviò l'ultimo sguardo e le disse, addio: il capo, cadutole ai piedi, ruzzolando pronunziò la prima sillaba del nome di lei, e le sue chiome, ch'erano bionde, in un istante divennero canute fra le mani degli altri carnefici che gliele tenevano afferrate. Abbandonata a se stessa, stette in forse di voler morire. Ma un vecchio barba di lei la raccolse dalla morte, e la condusse pericolando in Napoli, dove il barba si ricongiunse in Dio al fratello, ed ella, nel monistero di Regina Coeli, si velò per sempre quegli occhi che avevano potuto vedere cosa tanto nefanda.
Tale era suora Geltrude. Pietosa alle mie sventure, m'aveva posto amore di madre, e m'aveva dalla miseria più estrema condotta a un vivere umano e discreto. Pietosa alla mia ignoranza, mi esercitò efficacemente nell'idioma francese e nell'italiano, che sonava rotondo sulle sue labbra come s'ella fosse nata di qua dalle chiuse dell'Alpi. E quando mi vide pratica di queste due chiavi dell'umano sapere, pietosa finalmente ai mali in che sarei potuta incorrere, se, concedendo al fato, ella m'avesse lasciato sola su questa terra, come colei ch'era troppo conoscente del mondo, delle sue tristizie e delle sue enormità, risolse, quella cognizione di esso ch'io non poteva acquistare col commercio, e ch'era pur sola bussola in così buio oceano, di farmela acquistare con la continua lezione degli scritti degli uomini grandi.
Erano corsi forse quindici mesi dal dì ch'io le viveva al fianco nell'alunnato, e un giorno ella prese a parlarmi così:
Tu credi, giovanetta inesperta, che l'andare i lunghi anni alle scuole e l'avere molti maestri, sia il cammino che conduce al sapere. E però, non essendoti accaduto, e per essere donna e per essere nelle condizioni che tu sei, di poter avere nè l'uno nè l'altro, credi di non poter mai più sapere nulla, e ne prendi una grandissima malinconia. Ma tu sei errata; sappi, o figliuola, che per l'ordinario le più grandi scuole e i più rinomati maestri sono come le scuole e i maestri che tu hai veduti qua dentro; e sappi che le medesime cagioni che hanno questi, hanno ancora quelli di sedere in sulla scranna magistrale. Io non ti dirò già che non si può sapere nulla al mondo: perchè questa grande e sola verità non è pane da poter masticare co' tuoi denti, nè da potere smaltire col tuo stomaco. Ma se tu vuoi conoscere le più eloquenti orazioni degli uomini sulla gran quantità ignota chiamata universo, e sulle altre più piccole che si contengono in esso, e, per adattarmi al tuo linguaggio, se tu vuoi sapere, tu non devi nè andare a scuola nè frequentare maestri. Cerca, se mai ti vien fatto una volta nella vita, di penetrare in una di queste grandi camere tutte a scaffali di libri, che si chiamano biblioteche. Quivi passa la tua vita a leggere dal primo insino all'ultimo volume che vi troverai. Poi raccogliti in te stessa, e pensa a tutto quello che t'hanno ragionato quei libri; e, pensando, abbi per fermo che non v'è libro al mondo tanto sublime che non contenga di molti errori, nè così meschino, che non contenga una qualche verità. Ed allora, fra tutte queste cose che avrai letto, vedrai alcune attenenze, poi alcune altre che non avevi vedute prima, e poi alcune altre ancora. Persevera nel tuo raccoglimento, e vedi quante più puoi di queste attenenze, e vedi, direi quasi, le sottoattenenze che queste attenenze medesime hanno fra loro. E così di sottoattenenze in sottoattenenze perverrai a pochissime attenenze primitive, cioè a pochissimi principii oltra i quali non potrai più procedere con l'intelletto; e crederai che quelli sieno il vero sapere, e sopra quelli reggerai la tua vita.
LI.
Poscia che suora Geltrude m'ebbe ragionato questo con un'aria di viso più grave del consueto, io che la mirai fisamente mentre ch'ella parlò, abbassai gli occhi cogitabonda; nè troppo mi sapeva risolvere, nè di quello ch'io le dovessi rispondere, nè di quello che le sue medesime parole mi volessero significare. Ma ella levandosi, mi prese dolcemente per mano, e condottami all'uno dei due grandi cassettoni ch'ella aveva dietro il suo letto nel fondo della stanza, e tirando fuori una dopo l'altre le tre cassette ch'erano collocate in quello, me le mostrò tutte piene di libri elegantemente legati, e mi disse:
Or vedi; due altri cassettoni de' così fatti sono a Regina Coeli, e fra pochi dì saranno qui accanto a questi: e tutti i libri che sono in questi e in quelli voglio che sieno come cosa tua, anzi sono tuoi. Nè però sono ancora quella camera di cui pur dianzi ti toccai; ma per un cominciamento, ti serviranno. Prenderai qual s'è l'una di queste opere: ma di questo ti fo accorta, che tu non ne prenda mai una nuova, se prima non avrai assoluta e terminata di leggere e d'intendere il meglio che ti sarà possibile quella che avrai presa. Se in ciò io ti cogliessi in fallo una sola volta, le cassette sarebbero immantinente e per sempre chiuse, e la tua lezione finita. Ora togli qual più t'aggrada.
Io, divenuta tutta cocente e rossa nel viso, tolsi a caso un assai grosso e bel volume in forma ottava; e mentre lo toglieva, battette l'ora del mio lavoro femminile. Ed io, riposto il volume fra un guanciale e l'altro del mio letto, poichè suora Geltrude si fu seduta accanto a' telai con un suo libro, mi messi all'opera con le mie amiche.
Queste non m'ebbero già invidia che suora Geltrude m'avesse di tanto privilegiata. Ma la Chiara e la Clementina sorrisero un cotal riso amichevole, e si maravigliarono ch'io volessi porre il cuore negli studi, che da quelle cose in su ch'elle medesime mi avevano insegnato, erano loro, sempre che vi s'erano niente accostate, riusciti d'indomabile noia. E sola l'Eugenia, contemplandomi con quegli occhi misteriosi, e sospendendo per pochi istanti l'ago (che ricamava), mi disse:
Quanto vorrei esservi compagna nelle vostre letture, o Ginevrina! Ma quel poco di lena che ho nel petto a gran fatica mi basta a questo lavoro.
E trasse un sospiro dal profondissimo del petto, che pareva che il cuore le si svellesse. Ed io che mi struggeva della voglia di divorare quel volume, come avviene a chi ha l'animo tutto vinto da un solo pensiero, che non gli avanza luogo per nessun altro, non diedi per quella volta troppo retta alla sua mestizia, nè al suo doloroso sospiro. Il che, per quello che poscia seguì, mi fu causa di molte lacrime.