Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 11
Per tre ore, io credo, s'era già continuata la nostra berlina, quando i gendarmi ricominciarono uno strano giuoco. Disordinatisi di nuovo, due si piantarono l'uno rimpetto all'altro sotto l'architrave dell'uscio, e inclinando per il traverso dell'uscio le canne e le baionette de' loro moschetti, non fecero più passare persona. Gli altri tre si rivolsero sulla loro sinistra; e facendosi insino a presso il mio lettuccio, ch'era sotto il finestrello, schieratisi in ordinanza, cominciarono con molta leggiadria a cacciare il popolo indietro, quando col calcio o con la canna degli schioppi, e quando con la baionetta; guardando nondimeno assai bene di non ferire troppo gravemente alcuno, nè far loro altro male al mondo che, così per puro accidente, rompere qualche tempia o cavare qualche occhio. Per questo soave modo penarono poco a far rinculare tutta quella marmaglia in fondo in fondo della sala, dove, voltato il tergo, fecero il restante con quello, stringendo e stivando uomini e donne in tal modo, che, non l'affermerei, ma pare che di molto assai pericolasse la modestia.
XLIV.
Già tutto era chetato, e già non si udiva più uno zitto nella sala, quando i due gendarmi ch'aveano attraversati gli schioppi all'uscio, li dirizzarono. Ecco entra una figura, della quale io non aveva ancora veduta la somigliante, e che a un tratto mi fece un'impressione fra ridicola e spaventosa. Io vidi un vecchio altissimo, ma di assai verde e pettoruta vecchiezza, avere in sul capo non già i capelli a uso umano, ma una foltissima chioma da leone, tutta irsuta e riccia, che avendo la sua dirizzatura dal mezzo della fronte, gli si sciorinava, sempre più crespa e rilevata, per gli omeri, per le braccia, per le mani insino ad oltre i ginocchi, dove si disperdeva nella sua medesima ampiezza. Questa chioma era d'un certo colore scialbo, e pioveva intorno intorno un nembo bianchissimo, tanto, ch'io, che non ancora avevo notizia dell'amido, lo presi per di farina. Trionfava di quel portentoso capellizio un rigoglioso e sperticato nasone, la cui maestà annullava l'effetto pittoresco delle guance solide e paffute, del mento tronfio e rotondo a un tempo, e della gran pappagorgia che gli pendeva al di sotto del mento, come i bargigli al gallo o la giogaia al bue. E ultimamente di sotto alla pappagorgia eran sospese in forma di collare due come ampie liste o facciuole di tela bianca, tutte ben distese e incartate. Lo seguitava immediate un'altra figura tutta medesimamente abbigliata, e del naso e delle guancie e del mento e della pappagorgia così simile alla prima, che a un tratto avresti detto ch'eran gemelli; ma l'età, la complessione e la statura, che nel secondo erano mezzane, tosto ti chiarivano ch'essi erano, come erano veramente, padre e figliuolo. Terzo fra cotanta nasevolissima nasaggine era un nasoncello (che veramente il naso solo appariva dal bel principio) d'un non già uomo ma omicciuolo, anzi più tosto nano o albino o samoiedo: e quanto d'età, e di statura, e di complessione si diversificava il primo dal secondo, tanto il secondo si diversificava da costui, ch'era, e par maraviglia a dire, il figlio del figliuolo di quel primo. Quando lessi la storia romana, così m'immaginai che i Potizii o i Pinarii procedessero all'ara d'Ercole, come quella nuova gerarchia procedevano in quel camerone.
S'avanzavano lentamente, non guardando nulla di ciò che si parava loro dinanzi, nè le mura, nè i letti, nè pure lo smalto, che talora, incespicando, li faceva avvertiti di se per la sua diseguaglianza. Ma tenevano gli occhi raccolti, o più tosto spensierati in un certo modo strano e non dicibile, e che credo che sia proprio di cotesti sentenziatori di ladri, di falsari, di micidiali e d'ogni sorta parricidi. In conclusione, padre mio, il genitore era un certo presidente di non so qual altissimo magistrato; ed i figliuoli due giudici del magistrato medesimo, eletti a quell'ufficio per favore di esso genitore, ch'essendo un barbassoro di gran possanza, aveva fatta della sua casa una grand'arca di giudici. Ed ora, per una special fiducia che quel magistrato aveva, o mostrava d'avere, in quella schiatta, padre, figliuolo e nepote venivano quivi come fiscali.
Quarto, ma a ineguale distanza da questi tre, entrò finalmente il duca, addobbato in quel modo che si addiceva a un tal quartiato, ed appresso a lui il duchino, abbigliato al solito, con una giovane tutta in gala a braccio, che credo fosse la duchessina: ed accosto accosto alla duchessina due altri di quegli incruenti pollacchi: i quali, vezzeggiando ora la duchessina, piena anch'essa di lezi e di moine, ed ora i loro propri mustacchi, ridevano con lei e col duchino dei tre messeri che procedevano dinanzi, e, se Dio m'aiuti, anche del duca genitore.
I tre baccalari presero la via del finestrello, e quando il primo vi fu da presso, quasi la sua testa superava il parapetto di quello ch'era altissimo. Allora il duchino, a quella sua foggia inglese, che mi parve d'averlo visto pur ieri, cominciò a sganasciare delle risa con la duchessina e coi due apparenti pollacchi, bisbigliando loro pianamente, ma, non sì ch'io non l'udissi, che se non fosse stato il padre, che a lui sarebbe bastato il cuore, spiccandosi d'un salto sul capo del terzo giudice (ch'era primo verso di lui che veniva dietro), montare su quello del secondo e insino sulla gran capelliera del presidente, e, mostratosi al popolo dal finestrello, ricalare di parrucca in parrucca per la medesima scala. La duchessina e i pollacchi già crepavano della voglia del ridere, tutti ammirando i graziosi e leggiadri sali del duchino. Ma il primo baccalare, già pervenuto al finestrello, si volse a quello benchè sordo scroscio del duchino, e queglino si sforzarono di reprimere quanto poterono la loro troppo vivida gaiezza.
Durante tutti gli undici mesi ch'io era dimorata in quel purgatorio, avevo sempre udito dire che in quel solenne dì, a quella solenne visitazione, era mestieri di piangere e di lamentarsi, chi fra quelle tribolate avesse avuto a far querela d'alcun torto. Veramente io aveva perduto insino quel modello che par che la natura ci scolpisca a tutti nel cuore; nè sapeva più indovinarmi che cosa fosse il torto al mondo, e che cosa il diritto. Perchè l'uomo, quando perviene a toccare l'ultimo fondo della servitù, non solo perde il senso intimo di ciò che gli altri uomini gli debbono come uomo, ma si conduce insino a credere ch'egli si debba tutto di ragione a colui che gli comanda.
Avendomi, dunque, l'immensità stessa della mia miseria condotta in tali termini, ch'io non trovava più di che querelarmi, ero ancora trattenuta dall'inutile piagnisteo ch'io aveva veduto fare alle mie compagne, senza che quei fiscali volgessero pure gli occhi. E nondimeno l'aspetto del duca e del duchino mi rammentò la grandezza delle oppressioni che si commettono sotto il sole, e sgorgandomi naturalmente dagli occhi un poco più lacrime che per l'ordinario, come più tosto il presidente, pervenuto al finestrello, si volse per tornar via, ruppi involontariamente in un disperato lamento prostendendo, senza quasi avvedermene, ambo le mani. E un fiero ascesso venutomi infra gli altri per isfogo della febbre sul dorso della mano destra, per essermi stato fortemente premuto in quel trambusto del popolo, rimasto in gran parte scoperto delle rozze fasciuole con che me l'avevan legato e tutto esulcerato, quasi mostrava nudo i nervi e l'osso, e gocciolava un sangue nero grumoso, che a me medesima faceva ribrezzo.
Io non vi dirò già che il presidente si volse al mio doloroso lamento, o alla mia piaga, perchè veramente non si volse per questo. Ma, acciocchè la mia narrazione vi sia chiara, è mestieri ch'io vi narri prima quello ch'io seppi dappoi.
Una figliuola del presidente era stata allevata nel monastero di Regina Coeli, ed amava tanto suora Geltrude, che non aveva alcun bene se non quanto la vedeva. Questa figliuola era amatissima dalla sua madre, e parmi inutile di dirvi, che pregata da suora Geltrude, di disporre il suo padre in mio favore, ella si raccomandò alla mamma acciocchè l'aiutasse a quell'opera di pietà; ed entrambe insieme tanto vennero più l'un dì che l'altro supplicando e scongiurando il presidente, che, bench'egli fosse uomo di natura superbissimo e rotto, pure finalmente promise loro, che il dì dell'Annunziazione avrebbe interceduto per me appresso il duca, acciocchè da quelle mortali caverne io fossi, almeno come malata, trasferita nell'infermeria dell'alunnato.
Io non ho nessun dubbio che il presidente aveva già dimenticata la sua promessa; tanto mi parve scarico ed astratto mentre passeggiava quelle grotte. Ma riscosso dal mio lamento, che per verità era assai differente da quello delle altre, mi guardò un istante con viso più tosto umano, dico quanto è possibile a un presidente, e mi domandò della mia condizione. E cominciandogli io dal profondo delle mie viscere, e interrotta da un angoscioso affanno, a parlare alcune fioche parole, com'io era stata esposta appena nata, e come consegnata due volte a gente strania e feroce, e come da un ribaldo cuoco ricacciata e fracassata nella buca, egli rompendomi la parola in bocca:
Abbiamo capito, mi disse. E volto al duca, che già soffermatosi, ricordevole forse della sua crudeltà, mi guardava con un certo piglio fra noiato e spregiante:
Duca, gli disse, non vi parrebb'egli, per avventura, che questa giovane stesse meglio nell'infermeria dell'alunnato?
Allora vid'io quanto è mai sterminatissima la viltà degli uomini. Perchè, acciocchè voi sappiate, quel baccalare del presidente era persona assai potente nella corte, per assai ragioni che saria lungo a dirvi, ed era tale che troppo mal comportava coloro che osavano non fare della sua voglia la loro. E il duca, ch'aveva fatto di me quello strazio che sapete, e che, per una sua naturale malvagità, aveva come messo l'onor suo in fare che io non uscissi mai da quelle prigioni, percosso prima dall'improvvisa proposta, tacque alcun istante, e subito di poi raccolto l'animo, con viso lietissimo s'accostò a lisciarmi ed a carezzarmi; e rispondendo pieno di urbanità e d'amorevolezza al presidente, che quella era troppo piccola cosa, e che dovea spenderlo in cose maggiori, chiamò di presente que' due medesimi uscieri che mi avevano condotta colà, e ordinò loro, con grande ammirazione di tutti, ch'io fossi quel dì medesimo tramutata da quivi nell'infermeria dell'alunnato.
XLV.
Come più tosto il duca ebbe dato quell'ordine, il presidente con la sua discendenza se n'andarono a loro bell'agio, e il duca con la sua, in vista piano e riverente. I gendarmi si rimossero nella loro ordinanza di prima. E il popolaccio ricominciò il suo verso per quei cameroni, baloccandosi e dondolandosela di qua e di là, se non ch'io vidi assai cerchiolini e capannelle intorno a più d'una donna che, quando fu fatto far largo ai barbassori, si fu svenuta nella pressa.
Io non vidi mai a nessuna figliuoletta di signor grande fare da' suoi cortigiani più vezzi e lusinghe e blandimenti tutti misti a un tempo d'osservanza e d'ossequio, che non ne furono fatti a me da quei due medesimi uscieri i quali, undici mesi innanzi, mi avevano trattata nel modo che vi narrai. Essi mi domandarono reverentemente s'io mi fossi potuta levare e andarmene co' miei piedi all'infermeria dell'alunnato, o se fosse loro convenuto di torre a nolo una bussola o una qualche barella, e così trasportarmi a mio maggior agio. E senz'aspettare la mia risposta:
Ecco, disse l'uno di loro, io me ne vo difilato a suora Geltrude, che so che attende ansiosamente il seguíto. E, per la Vergine Maria, n'avremo una buona delle mance.
Ed avviandosi, l'altro, già, a quella parola, dimentico di tutto l'ossequio che s'era promesso d'avermi, gli corse dietro quasi fuori di se, dicendo:
Bada, per Gesù Nazareno!, che tu non m'abbia a peggiorare d'un solo tornese nel farmi la mia parte; ch'io ti giuro, per la Madonna santissima ch'è oggi (e si levò e si rimise in quanto lampa un certo cappello alla rabbinica ch'aveva in testa) ch'io ti sforacchierò il fégato.
L'altro, pure dandola a gambe, diceva voltando un cotal poco il capo:
Ti par egli, Angelo! Per san Gennaro protettore, per la santissima Trinità, per la passione di quel Cristo (mostrando un rozzo crocifisso di legno ch'era in fondo della sala, e levandosi di capo il cappello così di lampo come l'altro avea fatto), sta pur sicuro.
Ma l'altro non istette già sicuro per nulla, e gli tenne dietro di volo, e mi sparvero entrambi dietro l'uscio. Ed io, benchè tutta stordita di tante mie e così strane avventure, andai considerando la stoltezza di quella superstiziosa canaglia, che ad ogni piè sospinto chiamano le cose più sacrosante di Dio a testimoni delle loro miserabili ribalderie.
Io non aveva ancora avuto il tempo di raccogliere i miei confusi pensieri, quando riapparvero i due uscieri seguitati da due facchini, che portavano sulle spalle una barella, sulla quale era una piccola materassa con sopravi un coltrone di color bigio. Postala in terra, i due facchini mi sollevarono dal lettuccio involta in quello stesso panno di tela che avevo sopra, perchè videro che di quello straccio, ch'era di sotto, domandato in quelle chiostre lenzuolo, non v'era un pezzo che tenesse.
Io credo per certissimo ch'io sarei morta dal dolore, se la troppo più che umana consolazione di dovermi vedere fra poco fuori di quelle tombe, non m'avesse renduta insensibile a qualunque martirio. Sopraggiunsero una ventina di quelle streghe, che, rialzato per un lembo il coltrone con che già i facchini m'avevano coperta, mi strapparono, a tutta furia e senza aver riguardo allo stato mio, il panno di tela in cui ero rimasta involta, che mi parve, tutta fignoli e schianze com'ero divenuta, che la pelle mi s'aprisse e schiantasse. Ed io, rimastami sotto il coltrone con un cencio di camicia mezzo appiccato alle carni e mezzo sanguinosamente spiccato, e in quanto al corpo moribonda, pure volsi il pensiero a Dio, e lo benedissi per quella volta de' miei dolori, e benedissi le streghe, gli uscieri, i facchini; e chiunque mi avesse cacciato uno stile per mezzo il petto, l'avrei benedetto ancora, purchè egli, se non me viva, almeno il mio morto corpo avesse finalmente portato via da quell'inferno.
Oh Dio onnipotente! Qual ebrietà d'allegrezza mi causò lo scricchiolare di quella barella, quando i due facchini la sollevarono e se la inforcarono sopra le spalle! Così, chiudendo gli occhi, e volendomi anticipare d'un istante il piacere di non veder più quelle mura e quelle streghe e quella plebaglia che mi s'era affollata tutta intorno; quando nella corte mi sentii non so che di rosso sulle palpebre, li riapersi cercando la viva luce del cielo, e tosto per impotenza li richiusi; ma non gemetti d'averla ritrovata.
XLVI.
Riapersi gli occhi in quelli di suora Geltrude, che mi attendeva all'entrata dell'alunnato. Quand'ella mi vide, fece involontariamente un certo atto di dolorosa maraviglia, dal quale mi parve intendere ch'ella prendesse dello stato mio un orrore assai più grande, che già non prese quella prima notte che mi raccolse moribonda d'in sulla ruota. Riavutasi prestamente dalla sua maraviglia, ella corse a baciarmi e ad abbracciarmi, ed io sentii come se un ferro aspro e tagliente m'avesse stritolato il cuore, e versai un altro fiume di lacrime da questi occhi, che, dopo tanto piangere, io giudicava seccati in sempiterno. Se dunque quel che si chiama male è dolore e ci sforza alle lacrime, e quel che si chiama bene anche è dolore ed anche ci sforza alle lacrime, chi fu mai il primo stolto che inventò la parola piacere sulla terra?
L'alunnato prende tutto il primo piano del magnifico edifizio del quale vi ragionai. In compagnia di suora Geltrude, che mai non distaccò la mano dalla mia, io fui condotta dalla prima e superba sala in una seconda a destra, e quindi, per assai altre, nell'ultima, ch'era l'infermeria. Questa era assai ben allegra e spaziosa; non però tanto, che non vi si potesse godere dentro quella specie di raccoglimento, quel non so che di confortativo e casalingo, tanto difficile a trovarsi in questa città, vaga, come sapete, assai più della via di Toledo, di cui anche il nome è servaggio, che degl'inestimabili e liberi e schietti piaceri domestici. Quivi in poco d'ora io potetti obbliare compiutamente il convento; e mi parve d'essere stata, come per miracolo, trasportata dagli angeli del Signore, non in un'altra città, non in un'altra parte della terra, ma in un altro pianeta.
Appena i facchini ebbero posta in terra la barella, suora Geltrude e un'altra monaca, ch'era già nella stanza e che mi parve la medesima che già quella nefaria notte l'aveva aiutata allo stesso ufficio, mi sollevarono sulle loro braccia, e mi riposero sopra un canapè, così com'ero rinvolta in quel coltrone. I facchini, passata la materassa dalla barella sopra un lettino, furono pagati ed accommiatati; e suora Geltrude con la sua compagna, che le dicevano suora Giustina, aiutate ancora da altre suore che ministravano intorno, mi tolsero soavemente quel cencio di quella camicia ch'avevo indosso e lo mandarono ad abbruciare. E nettomi, quanto lo stato mio lo consentiva, il molto fastidio che avevo per la persona, mi ravviarono e rannodarono dolcemente i capelli, e mi vi misero su una cuffia che m'incresparono mollemente con due piccole benderelle. E finalmente fasciatemi con fasciature di lino le posteme onde mi marciva in più luoghi la persona, massime quella piaga orribile che minacciava di rodermi la mano, mi misero indosso una camicia lina di bucato, e m'assettarono in un molto ragionevole lettino, dove sopra due coltrici di lana erano le lenzuola line bianchissime, e due guanciali con le federe medesimamente line, e una bella coltre di dobletto. Una conversa, ch'era anche francese, mi recò spacciatamente una tazza di buon brodo; e durante tutto quel dì io ne fui, ad ogni ora, ristorata di una tazza.
In quel mezzo suora Geltrude aveva provveduto che per una conversa fosse domandata licenza al duca di poter mandare per un cerusico. E non appena la conversa era partita con l'imbasciata, che s'imbattè con uno di quegli uscieri, il quale mandato appostatamente dal duca, veniva a pregare per parte di lui suora Geltrude, che, per qualunque cosa concernesse me, egli intendeva di trasfondere in lei ogni sua autorità, e che avea comandato a tutti gli ufficiali di obbedirle in ciò come a un altro se stesso. Suora Geltrude sorrise il riso che i generosi sorridono alla viltà dei vili. Pure, rendute urbanamente le convenevoli grazie al duca, pregò l'usciere d'andare per il cerusico. L'usciere non ebbe mestieri di molti prieghi a correre di volo; e poco di poi ci fu significato l'arrivo del cerusico.
Questi, la Dio mercè, era una persona di senno; e mai non m'uscirà della mente la sua amorevole presenza. Era un uomo di forse cinquant'anni, di vista corta e caliginosa, ma di quella caligine che annunzia l'ingegno e il lungo studio; era di Monteleone, e gli dicevano Niccolò, e per semplicità di costume parlava quel suo dialetto nativo non ingiocondo sulle sue labbra, ove sonava cordialità e fiducia di se stesso. E sedendomisi accanto al letto, e con quella sua grossa e buona voce, e con un sorriso che pareva la probità stessa, confortandomi a stare di buona voglia, non m'aveva ancora slegata la piaga, ed a me già pareva ch'ella cominciasse a guarire. La sciolse, la medicò e la rilegò con un garbo e una pianezza ch'era tutta sua, ed in pochi giorni m'ebbe risanata, anzi ridonata la mano, anzi tutta me stessa, che tornai liscia e lustra, come la serpe che si rinnuova a primavera. L'ultima volta ch'egli venne, suora Geltrude volle dargli della sua immensa gratitudine qualche lieve pegno, ch'egli, come pagato dall'ospizio, rifiutò con una naturalezza, che mostrava il nessuno sforzo che quel rifiuto gli costava. Quest'uomo vive ancora, perchè, per entro la gelosia di questa mia misera celletta, lo vidi pochi dì sono ch'entrava tutto pio nella chiesa. O onore della specie umana, anzi, più che uomo, angelo di consolazione! Io ti vidi, e non potetti caderti ginocchioni ai piedi, ed abbracciare le tua ginocchia, e bagnarle delle mie lacrime, e adorarti come la virtù stessa, come la più certa rivelazione del tuo divino Fattore!
XLVII.
Nell'alunnato non si viveva splendidamente; ma certo la vita, benchè non iscema della sua naturale mestizia, diveniva almeno una cosa portabile. Delle cose necessarie a quella non vi si mancava di nessuna; ed a chi dal seno della natura s'avesse portata un'indole benigna, non mancava nè anche un qualche modo di compierne lo spaventevole vuoto. Ma per me, che v'avevo trovata quella madre, ch'era stata il sospiro della mia infanzia, la vita ch'io quivi menava, non m'era solo una cosa portabile, ma un sogno lungo e beato, anzi una beatitudine sovrumana, in seno alla quale lungamente m'addormentai.
Quivi da tutte le giovani, che, come vi dissi, sono poco più di cento, si lavora assai bene d'ogni più esquisito lavoro femminile, come tessere tele e tappeti finissimi, ricamare dilicatamente, intrecciar seta con oro e altre cose somiglianti; e dieci monache francesi sono le maestre e le reggitrici. Tutto il profitto che si raccoglie da questi lavori va in pro della comunità. Ma la comunità stessa veste e nutrisce discretamente le fanciulle, e procura assai convenevolmente la loro buona educazione. V'è la sala per la scuola, v'è la cappella per orare, v'è il refettorio per mangiare; e tutto è recipiente. E poichè nulla in Napoli, nè anche le cose meno imperfette, non possono mancare di qualche aristocrazia, cioè, di qualche ingiustizia, v'è finalmente, a sinistra della più gran sala, una stanza ch'è la bellissima fra tutte, volta all'arco del sole, con due spaziose finestre, tutte a belle lastre di cristallo quadrate, che rispondono sull'ampissima via della Nunziata, e non meno anzi più confortevole e casereccia dell'infermeria. In questa lavoravano e dormivano un quattro o cinque delle più destre ed abili fanciulle, e delle più amate da suora Geltrude, che, fra le dieci monache francesi, era la più anziana dell'ospizio: e vi dormiva ella medesima, come le altre nove dormivano sparse per le altre sale attendendo all'immediata cura del grosso delle fanciulle.
È superfluo ch'io vi dica, che quando io fui tutta risanata e netta, e, quanto portava la mia complessione naturalmente assai poca e minuta, tornata assai ben ritondetta della persona, che suora Geltrude mi trasferì dall'infermeria a convivere seco in quella sua allegrissima stanza. Erano allora tre le giovanette che quivi coabitavano con lei, perchè, di quattro, una s'era di corto maritata; onde io fui quarta fra una così amorosa camerata.
Ora io vorrei avere imparato un poco lo stile, per potervi descrivere con qualche evidenza la felicità dei lunghi giorni ch'io trassi al fianco di suora Geltrude, e la buona anzi la scelta educazione ch'io n'ebbi. Nè dal dì ch'io confusi i miei giorni co' suoi vi fu più scusa per me, s'io non divenni quel che vi può essere di meno imperfetto fra le donne.