Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 10
Per non moltiplicare in più parole, vi dirò brevemente che quelle vecchiarde, non già, come loro malamente è detto monache, perchè non hanno fatta professione alcuna, ma in sostanza converse ovvero oblate, sono, per così dire, il rifiuto di molte generazioni d'uomini e di cose. Sono il rifiuto de' loro genitori, perchè sono anch'esse degli esposti; sono il rifiuto di tutta quella canaglia, uomini e donne che vanno a torsi i bambini alla Nunziata per tutte le ragioni che già vi dissi; sono il rifiuto della Nunziata medesima, che le caccia nelle sue più fiere spelonche; e ultimamente sono il rifiuto di tutti i vecchi o giovani che per voto vengono a menarsi a moglie qualche fanciulla di quel convento. E così di rifiuto in rifiuto, pervenute a una età assai ben provetta, si offeriscono a Dio, che non sappiamo in quanto grado abbia la loro offerta, ma senza professare, e non desiderando nessun'altra cosa al mondo tanto, quanto l'occasione, qualunque ella sia, di cavarsi quella pezzuola di testa.
Tali essendo quelle suore, per vivere con un poco meno di disagio, s'industriano sottilissimamente di fare alcun negoziuccio; nè avendo alle mani altra merce, che il mangiare o il dormire o il vederci delle fanciulle, trafficano, come meglio loro vien fatto, la lucerna, i paglioni e la minestra.
Pigliano, oltracciò, a lavorare, di calze o d'altro, da chi possono, e in vece di lavorar esse, fanno lavorare le fanciulle; cui quel pochettino che danno di fattura lo pagano in olio o in paglia o in ceci, o per meglio dire, fingono di pagarlo così ed in effetto non lo pagano. Perchè ritenendo, in conto di quel nonnulla che somministrano giornalmente, i cinque grani per testa che l'ospizio paga a tutte le abitatrici di quella chiostra, si può dire francamente che nè pure quei cinque grani li spendono tutti. Esse poi dalla gente di fuori riscuotono per la fattura quel ch'ella veramente vale, e se ne avvantaggiano di non poco.
Spesso non v'è da lavorare per tutte. Allora le mercatantesse danno da lavorare alle più svelte, e l'altre per quel grano il dì che non hanno da dar loro beccare di più, rodono quel tozzo, e si struggono, anzi si svengono di voglia alla vista e all'odore della fatale minestra, cui le arpie non consentono loro di approssimarsi.
Esercitano, in oltre, un'altra specie di onesto commercio: ed è il seguente. V'è alcuni santocci, che per ogni menomo accidente, per ogni più lieve malattia o qualunque vogliuzza si ficcano in capo di cavarsi, di subito si botano alla Beata Vergine, che se o quell'accidente si risolva nel modo che loro torna il meglio, o guariscano di quella malattia, o si cavino quella vogliuzza, di sposarsi una sua figliuola; che con questo bello e troppo poco osservato nome siamo noi altre esposte domandate. E come piuttosto, o quell'accidente è risoluto in loro pro, o sono risanati di quella malattia, o è loro venuto fatto di cavarsi quella vogliuzza, ecco traggono all'entrata di quella chiostra, e si raccomandano alle suore di scegliere loro la più bella fanciulla. Le suore patteggiano e vendono la futura bellezza delle costoro mogli; e in quello scambio, per serbarsi le meno brutte a migliore ventura, menano loro per l'ordinario le più orrende.
Io non so se dirvi o tacervi, che poco di poi il mio felicissimo arrivo, un dì io vedeva quelle suore entrare e riuscire non so quante volte dalla grotta ove io era, menandone sempre con loro qualcuna delle mie compagne, e poi tornando con quella, rimenarne via un'altra. E mentre piena di maraviglia non mi sapevo risolvere di quella novità, ed ecco la badessa in persona che con piglio meno arcigno del solito, mi prende per la mano e mi conduce presso all'entrata. Quivi era un brutto vecchiardo, piccolo, scrignuto e mal fatto, con un naso lungo un braccio, con due stecchi di gambe, e con un giubboncello assai ben sudicio indosso, e tutto orlato d'un nastro bianco, per segno del voto, com'è qui il costume. Per non allungarvela, questi era uno di quei cotali, e, dispregiato da molte, mostrandosi a vicenda di non facile contentatura, molte egli stesso ne dispregiò delle non brutte; ed alla fine, o per la mia nudità che me lo facesse pietoso, o ch'io avessi la sventura di sembrargli bella, scelse me, avvicinandomisi protervamente, e volendomi già accarezzare come sua moglie. Io mi messi a gridare come se il diavolo m'avesse brancata, e la badessa mi teneva forte ghermita: e credo che m'avrebbe senz'altro sacrificata, se quell'opera di sposare quel ceffo si fosse potuta condurre senza l'intesa di tutto l'ospizio e del duca stesso. Ultimamente a malissima pena me ne sciolsi, e fuggendo alle mie compagne, e raccontando loro il caso, ebbi da loro, che quegli era un lordo vecchio che s'era botato di sposarsi una di noi, se mai, sudo a dirlo, fosse guerito d'una cavernosa fistola ch'avea non so dove.
XLI.
Mi pare quasi inutile di dirvi, che non sapendo io lavorar nulla da principio, ne anche far la calza o filare, e poscia che l'imparai, spesso a bello studio non essendomi dato lavoro da quelle streghe, nè trovandomi io altro modo di soddisfare a quel grano di più il giorno, ch'era mestieri per aver la minestra, nè dandomi il cuore, così cagionevole com'ero, di rosicchiarmi quel vituperevole tozzo; che, quando il mese della tonacella fu finito, io mi lasciai scroccare in simigliante guisa quel misero spillo d'acciaio, e quel paio di calze ch'avevo; rimanendone a gambe e piedi nudi, e ultimamente quel paio di scarpette, in iscambio delle quali, per non lasciarmi al tutto scalza, fui provveduta d'un paio di zoccoli assai ben vecchi. Nè fu una sola quella settimana o quel mese, ch'io dovetti per filo, a malgrado dell'orrore che ne avevo, contentarmi di quel nefando tozzo di pane. Mi pare inutile ancora di dirvi che suora Geltrude, come poscia riseppi, quel dì medesimo ch'io fui strascinata in quelle grotte, mi aveva mandato per la sua donnicciuola l'altro paio di calze, l'altra sottana, l'altra camicia, e di più di ciò che già mi aveva donato, due moccichini di refe; e tutto mi fu rapito dalle suore, se non che, in quello scambio e in nome di suora Geltrude, mi fu recata una camicia, non veramente quella donatami da lei, ma un'altra di tela più grossa e già assai ben logora; e che non avendo ottenuta la licenza chiesta al duca (il quale, acciocchè dalla partita di lei non rimanesse offesa la sua ducale maestà nella opinione degli ufficiali dell'ospizio, bravandola in pubblico e mitigandola in privato, la riteneva), non lasciava passare mai nè mese nè settimana, ch'ella non mi mandasse qualche soccorso in roba o in danari, ch'era tutto rubato dalle suore.
Questa vita strascinai io per ben undici mesi, morendomi ora di caldo, ora di freddo e sempre di fame; non vedendo anima nata, fuorchè le orride vecchiarde, e le cattivelle e malcondotte giovanette; ed essendo, solo i dì di festa, menata, come pecora insieme con tutta la mandria, in certe paurose buche, donde per fittissime gelosie si udiva la messa nella magnifica chiesa dell'Annunziata. Quella chiesa, udiva dire io, che per instinto naturale ebbi sempre un'ardentissima cupidità di sapere, bruciò nell'anno mille settecento cinquantasette, e dal sessanta all'ottantadue fu rifatta, con assai lode, dal Vanvitelli. Quarantaquattro grandi e belle colonne corintie di marmo bianco facevano un vivo contrasto ai miseri occhi miei con quelle tetre spelonche alle quali erano assuefatti. Ma il contrasto più grande era fra i visi di uomini e di donne ch'io vedeva nella chiesa, e quelli ch'ero solita di vedere. Quelli e quegli altri non mi pareva possibile che appartenessero alla medesima specie. E non potendo dubitare che quelli che m'erano da presso non fossero stati visi di femmine, quegli altri ch'io vedeva nella chiesa mi parevano visi d'angeli; e di tutti io m'innamorava come di qualcosa di superiore a me. Ah padre! dove troverò io le parole per esprimervi la gioia, il dolore, la speranza, la disperazione ch'io provai un dì, che vi scorsi suora Geltrude?...
Ell'era appoggiata ginocchioni a uno scanno innanzi all'immagine di Maria Vergine, e pareva profondata in una preghiera ferventissima. A un tratto sollevò gli occhi al cielo tutti rilucenti di speranza; poi gl'inchinò serenati, come se la sua preghiera fosse stata esaudita. Ed, inchinandoli, li sostenne mollemente qualche istante sulle gelosie che me le nascondevano, come se m'avesse cercata. Poi li ritornò alla cara immagine, in cui li tenea fissi quand'io la scorsi.
Ah padre! e non è favola; v'ha qualcosa al mondo ch'è più sublime dell'amore. Il piacere di beneficare, la gratitudine d'essere stato beneficato; ah! questi due soli sentimenti rammentano l'origine divina dell'uomo, e rendono la somiglianza del suo Fattore! E però, credo, sdegnano di albergare questa terra e solo nel cielo si può sperare di ritrovarli.
XLII.
I rei e lordi costumi di quelle bolgie erano stati ab antico cagione, che, per legge immutabile dell'ospizio, le maestre e le discepole di esse non potessero avere commercio di sorte alcuna col resto della comunità! Questa legge io imparai ben presto, per avere, insino dai primi dì, chiesto indarno per grazia alla badessa di vedere una volta sola suora Geltrude. Laonde, quando la rividi, e vidi gli occhi suoi soffermarsi sulle gelosie che me le celavano, m'indovinai tutto il desiderio che l'era rimasto di me, dopo il materno amore che m'avea posto.
Quando la messa finì, la nostra aguzzina, se mi consentite il nuovo vocabolo, c'impose a tutte di tornar via. Io mandai l'ultimo sguardo a suora Geltrude, che, all'_ite missa est_, levò di nuovo l'occhio alle gelosie, e li rabbassò all'immagine; e il loro girarsi mi parve l'iride della speranza.
Ritornando alle spelonche io tremava tutta, e le gambe negavano il loro ministero. Mi soffermava a ogn'istante, levando il mento in su a guisa d'orba, cercando, come sciogliendomi da un sogno, l'immagine di suora Geltrude che ancora mi tremolava negli occhi. Ma un ceffone dell'aguzzina mi distolse con la sua realtà da tutte le mie immaginazioni: perchè io m'era dimenticata di dirvi, che, nella scuola ov'io era, gli ammaestramenti o qualunque sorta di ammonizioni, per instituto, non si davano con la parola o con la voce, ma o con pugni, calci, schiaffi, sgrugnoni e simiglianti, o veramente con certi scurisci o ferze che le suore avevano sempre in pronto accomodati a quell'opera, per maggiore utilità delle scolare.
Era il dì delle ceneri dell'anno ventidue, quando io ebbi quella celeste visione, che tale veramente m'apparve. Durante tutta la state io aveva sofferto un tal caldo, un tal sito, un tal soffocamento in quegli antri, e, per quanto mi sforzassi di tenermi netta e di pagare col solo nutrimento che m'avanzava un poco d'acqua fresca, che non se ne poteva mai avere, io era stata infetta e morsa da tante maniere di luridi e fastidiosissimi insetti, che, a raccontarvi il tutto, mi parrebbe quasi di destarvi troppo sozzi pensieri, e d'abusare troppo dell'amorevole pazienza che m'avete promessa. E non una volta mi sovrastò la morte da certe impetuosissime correnti di sangue. Sopraggiunse l'inverno, e mi trovò senza calze, con quei zoccoli e quella sottana e la camicia; cose tutte che mi sarebbero state medesimamente arraffate, se, a tormele, io non ne fossi rimasta nuda nata. E indozzando e marcendo ogni dì più in quelle più tosto cisterne che abitazioni a uso umano, mi sottentrò un'altra sorte di soffocamenti di spietatissimi catarri e di scese alla testa spaventevoli. Verso la fine del gennaio mi era soprappresa una specie di paralisia o di tremito per tutta la persona, per il quale a grande stento potevo soccorrere alle più urgenti necessità della vita: e spesso avevo così impedita la mano destra, che quel tozzo di pane ero necessitata di accostarlo alla bocca con la sinistra. Finalmente, tra la gioia e il dolore, io mi fui così violentemente scossa e rimescolata alla vista di suora Geltrude, che, conducendomi a stento in quel mio purgatorio, mi assalì una fierissima febbre.
Io stetti ventuno giorno in un quasi continuo delirio; nè conservo memoria veruna di quello ch'io facessi o dicessi, o che altri facesse di me. Solo mi rammento che tutte quelle ridicole a un tempo e spaventose favole, delle quali un'educazione plebea suole riempiere la misera testa dei fanciulli, tutte, non già più come favole, ma come veri e materiali tormenti, mi fecero assaggiare l'inferno sulla terra durante tutto quel lunghissimo delirio. Lascio stare i diavoli con le ali di vispistrelli, con le zanne di cinghiali, con la coda, con le corna, coi piedi d'avvoltoio, con le branche di sparviere, con gli uncini fra le branche, che chi m'artigliava e fendeva il petto, chi m'uncinava per la gola, chi m'arroncigliava le chiome, che ora si nascondevano tutti sotto il letto, ora ne riuscivano gittando fuoco dalla bocca e dalle corna. Ma io mi credetti veramente più volte in inferno, ora passeggiando, ora nuotando, ora giacendo in un oceano di fuoco; e vidi Lucifero così orrendamente brutto, come mai immaginazione seppe immaginarlo, che mi dannava eternamente a quel fuoco, e che mi mostrava per mio padre un diavolo, per mia madre una diavolessa, e per miei fratelli molti diavolettini. E quel fuoco io non lo vedeva solo e toccava, ma lo sentiva, e n'era atrocissimamente cotta e bruciata.
E questa era l'ardentissima febbre, che non m'uccise, io non so perchè; ma dopo il ventunesimo dì di estuazione e di bollimento più che infernale, io me ne rimasi libera, ma con una stupefazione nel cerebro che parecchi dì mi tenne stordita. Poi cessò anche lo stordimento, e, quel che forse vi parrà strano, o padre, allora fui veramente infelice. Allora compresi la grandezza del male che aveva avuto, e la nullità delle forze che mi avanzavano per sopportare la mia miseria, e l'impossibilita di racquistarle. Allora compresi d'essere rimasta per soprappiù sulla terra, e quanto m'era sembrato dolce la convalescenza fra le carezze e i baci di suora Geltrude, tanto mi sembrò allora, e la tenni poi sempre, la più terribile delle malattie.
XLIII.
Io giaceva come un tronco sul lettuccio; e mi pareva impossibile di vivere e impossibile di morire. Le lacrime, alle quali io non fui mai troppo facile, e che aveva sempre invocate come il più dolce dono della natura, mi scorrevano, di continuo e non mai interrotte, dagli occhi, senza ch'io pure me n'avvedessi, come un risolvimento e una dissoluzione in cui pareva che si volesse svanire quel fiato di vita che m'era rimasto. La speranza mi morì nel seno. La vita, la morte, lo stare dentro quelle caverne, lo starne fuori, tutto quello ch'io aveva mai veduto o pensato, e l'universo intero, mi parve un gran mistero di dolore. Qualunque immagine mi s'affacciava alla mente, anche di quelle che avevano avuto insino allora maggior possanza di consolarmi, m'era anzi un nuovo stimolo a spremermi più umore dalle due fontane che mi s'erano aperte nella fronte. E l'immagine stessa di suora Geltrude, se talvolta m'appariva, pareva anch'essa sciogliersi tutta in lacrime, e dirmi con voce, che ancora mi risuona mestamente nel cuore, ch'io non isperassi altro sulla terra che pianto.
Era la mattina del lunedì ventitrè di marzo, quando, verso le quattordici ore, io vidi entrare due di quelle streghe nella mia spelonca, che portavano ciascuna per l'uno de' manichi un grossissimo tegame pieno insino all'orlo di calcina stemperata nell'acqua. Appresso a quelle due n'entrò una terza con tre lunghe canne in mano, alla punta delle quali era legato per traverso con un rogo una specie di sferra o piccola granata. E posto il tegame in terra, e tolta ciascuna di esse uno di quei leggiadri pennelli, tuffandoli a vicenda nella calcina, cominciarono a scialbarne le muraglie, dico quanto era possibile, essendone caduto quasi tutto l'intonico e rimastone scoperto l'arricciato. Ed abborracciata alla peggio quell'opera, si riportarono il tegame e le granate nell'altre camere, per fare il somigliante.
[Illustrazione: TAV. III. ... e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato. — Carte 243.]
Allora cominciò fra quelle giovani un zufolamento che presto divenne un improntissimo cicalío. Dal quale, comunque confitta in quel fondo di quel lettaccio, e più prossima al mondo di là che a questo, io intesi essere usanza antichissima, che il dì dell'annunziazione di Nostra Donna, che cade il venticinque di quel mese, quelle chiostre, a studio, per il sozzo e nefando squallore che vi si lascia regnare, celate tutto l'anno a qualunque occhio mortale, abbiano ad essere passeggiate, e come giuridicamente visitate, da certi baccalari del magistrato, anzi da tutta la città e il regno e il mondo intero, che ha diritto, per quel solo giorno, di penetrarvi: e farsi annualmente, due giorni innanzi, quei tumultuari apparati, acciocchè lo scandalo, non tanto dei baccalari, gente cui stringono ben altre cure che quelle di noi altri figliuoli della Madonna, ma del pubblico, ne divenga alcun poco minore.
Il dì seguente comparvero altre suore a rassettare altre cosucce, se bene la gran semplicità di quelle spelonche desse loro assai poca briga. Finalmente all'alba del mercoledì, ch'era il dì della solennità, io fui assalita da due di quelle stregone, che, afferrandomi pe' capelli, mi diedero alcune tratte delle buone, e ravviluppati com'erano dalla lunga malattia, cominciarono a svilupparmeli con quegli osceni unghioni ed a strigarmeli con certe come stregghie, non da cavalli ma da cammelli, ed a ravviarmeli alla peggio con una sorta di forconi a più rebbi, che parea che volessero fendermi il cranio. Io tapinella non aveva nè pure la forza di lamentarmi nè di chiamare l'aiuto divino in tanta mia necessità. Ma quando mi rammento in che sorta di mortale debolezza io era rovinata, e come ad ogni scossa il cervello pareva che mi si schiantasse dalla sua radica, io stordisco a pensare com'io non mi morii fra quella nuova specie di flagellazione. Verso le dodici ore entrarono altre converse con certi grossi pannacci di tela bruna rozzissima, che, come udii dire, era tessuta in alcune di quelle medesime grotte a conto di esse suore per il traffico di cui v'ho toccato di sopra. Questi furono tutti distesi su per quei letticciuoli, a fine di nasconderne l'obbrobriosa sordidezza; ingiungendo, con le più atroci minacce, a me ed alle molte altre infermicce di cui quel luogo abbondava, di non dare pur volta nel letto durante tutto quel dì, e di non contaminare menomamente la prodigiosa lindura di quelle coltri, che si doveano consegnare, così nuove com'erano, ai loro padroni di fuori, che le avevano date a tessere alla badessa. Di poi, acciocchè facesse un poco men buio in quel sepolcro, fu spalancata l'invetriata di quel finestrello, ch'era tutta di piccoli vetri d'un certo colore bianco come il fummo del catrame. Ed essendo la giornata ventosissima, e il mio letticcio assai da presso a quel finestrello, cominciò l'aria a sollevarmi di dosso quella tela ed a scoprirmi tutta, ed a percuotermi l'addolorata fronte, che parevano colpi di maglio, ed a farmi patire sulla terra il tormento riservato nell'inferno ai traditori della patria, agghiacciandomi le lacrime su gli occhi.
Alle tredici ore io vidi, con mio grande stupore, entrare quattro di questi birri in forma pubblica, ch'ora con vocabolo di Francia, trovatrice esimia di nomi onesti a cose turpi, si domandano gendarmi. Costoro si ordinarono in forma quadrata, quasi nel mezzo del camerone, ma poco discosto all'uscio che gli serviva d'entrata. Poco di poi n'entrò un quinto, che si piantò in mezzo al vano dell'uscio; ed io udii dire da quelle mie compagne, che altrettanti, e in simil guisa, n'erano stati ordinati nelle altre spelonche. Finalmente alle ore tredici e mezzo furono rotti gli argini al gran fiume, che, strosciando, si precipitò violentemente in quelle cateratte; ed allora io vidi un novissimo spettacolo.
Come s'intoppa il Tevere, quando è più gonfio e vorticoso, nei cunei che gli oppongono ponte Sant'Angelo o ponte Sisto, che l'onda infrangendosi un istante in sull'acuta punta, si fende in due e ripiglia di qua e di là più rapido il suo corso; così l'onda della plebe, che aveva già allagato tutto l'ospizio, infrangendosi in quel gendarme quinto che formava un cuneo coi primi due di quel quadrato, si precipitò poscia con maggior furia dall'uno e dall'altro lato di quello. Il camerone ov'io giaceva era l'ultimo, e lo scopo di quell'ordinanza era che la gente, come in simili casi si costuma, entrasse dal lato destro del gendarme, e, rigirando intorno agli altri quattro, riuscisse dal sinistro. Ma la troppa foga del popolo, o la poca destrezza del gendarme, ruppe l'ordine posto; e fu un bel vedere. Il camerone, in meno che non balena, fu allagato della più infame plebaglia, che facendo una grandissima calca, e pigiandosi e dandosi di petto l'un l'altro, e gorgogliando, e strillando, e confondendosi, e rimescolandosi tutta insieme, pareva un mare concitato da un vento strepitosissimo. I gendarmi si disordinarono, e cacciandosi come lupi fra una gran mandra di pecore, cominciarono coi pugni, e coi calci degli schioppetti, a voler rompere la calca.
Io non vidi mai un simile scompiglio, nè udii mai un fracasso cotale. Chi fuggiva, chi cadeva, chi si sveniva, chi urlava. Nè fu un solo colui che, cadendomi addosso nel garbuglio, mi presse sì forte, che a fatica non mi munse quel resto di fiato che m'avanzava. Ma i gendarmi seppero così bene menare le mani, che, rotta finalmente la calca alla più gran fatica del mondo, respinsero tutta quella canaglia nel camerone di fuori.
Sedato in questo modo quel guazzabuglio, e rimasto il mio camerone di nuovo voto di gente, io mi pensava che per quel dì non se ne facesse altro del popolare passeggio. Perchè, avendo veduta conciare la gente in quel modo così leggiadro, stimavo che almeno i nove decimi di essa si fossero dovuti andare con Dio alle loro case ed ai loro letti a curarsi chi della gamba, chi del braccio e chi del capo ammaccato o ferito. Ma io conosceva troppo male la plebe. I gendarmi a mala pena s'erano rimessi nella loro ordinanza, che io vidi quei medesimi che pur dianzi erano stati i più tartassati, cominciare, non più come tumido fiume che si trabocchi, ma come un ruscello che corra placido per il suo canale, a rivenirsene soavemente dentro dalla parte sinistra del gendarme, con un viso così sereno e lieto e ubbidiente, che parevano proprio un popolo di figliuoli, di cui quei gendarmi fossero i padri, che l'avessero così un cotal poco paternamente e amorosamente ammoniti col calcio di quei loro schioppetti.
Presto la folla divenne di nuovo grandissima; ma meno confusa e meno strepitante; anzi tutta contenta, e tranquillissima; se non che di tutto ciò che vedeva, e massimamente di noi altre malate, e delle nostre strane sembianze, che s'informavano dal morbo e dalla fame, facevano un grasso ridere, e un gran motteggiare, e un festeggiare compagnevole. Rigiravasi intanto in se stessa la festivissima turba, e cominciava a partirsi dalla parte sinistra del gendarme; ma dalla destra più e più moltiplicava la pressa; e con la pressa moltiplicava ancora un'ilarità, un'allegria tale, che pareva proprio che la miseria e la servitù fossero per quella gente un letto di rose, sulle quali mollemente s'addormentasse.