Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata
Part 1
GINEVRA
o
L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
[Illustrazione: ... prendeva cura d'ogni istante della mia giornata, vegliava i miei sonni e preferiva la mia alla propria sua conservazione... — Carte 46.]
GINEVRA
O
L'ORFANA DELLA NUNZIATA,
DI ANTONIO RANIERI.
TERZA EDIZIONE Ordinata e corretta dall'Autore.
_Nunc demum redit animus._
_Tac. Agr. III._
TORINO. MILANO. CASA EDITRICE GUIGONI. MDCCCLXII.
_Proprietà Letteraria_ _di_
MAURIZIO GUIGONI.
NOTIZIA INTORNO ALLA GINEVRA.
Non si appartiene a me di giudicare questo libro. Il supremo giudice de' libri, è il tempo. Un libro può essere tre cose: una cosa nulla, una cosa rea, una cosa buona. Il tempo risponde con un immediato silenzio alla prima; con un meno immediato alla seconda; con una più o meno continua riproduzione alla terza. E il suo giudizio è inappellabile.
Nondimeno, poichè fu sì fitto e sì lungo il silenzio in cui ci profondarono i nostri confederati tiranni, da potersi veramente affermare, che solamente pochissimi, _non modo aliorum, sed etiam nostri, superstites sumus_, parmi indispensabile che il nuovo lettore non ignori la storia del libro ch'ora gli viene innanzi.
Fra il 1830 e il 1831, esule ancora imberbe, capitai in Londra, o, più tosto, mi capitò in Londra alle mani un aureo lavoro d'un altro esule, assai più riguardevole e provetto di me, il conte Giovanni Arrivabene: nel quale egli mostrava partitamente tutto quanto quella gran nazione ha trovato, in fatto di pubblica beneficenza, per lenire, se non guarire del tutto, quelle grandi piaghe che le sue medesime instituzioni le hanno aperte nel fianco.
Alcuna volta, il cortesissimo autore, più di frequente, il suo giudizioso volume, mi fu guida e scorta nelle mie corse per quegli ospizi. Ed allettato da sì generosa mente a sì generosi studi, li perseverai per quasi tutta Europa, e preparai e dischiusi l'animo a quei grandi dolori, ed a quelle più grandi consolazioni, che l'uomo attinge, respettivamente, dallo spettacolo de' mali de' suoi fratelli più poveri, e da quello delle nobilissime fatiche e de' quasi divini sforzi di coloro che si consacrano a medicarli.
Surse finalmente per me il grande νόστιμον ἤμαρ, il gran dì del ritorno.
Mia madre (quel solo tesoro d'inesausta gioia e d'implacato dolore, secondo che il Fato lo concede o lo ritoglie al mortale) non era più. Essa aveva indarno chiamato a nome il figliuolo nell'ora suprema, che l'era battuta ancora in fiore. E quel bisogno di effondersi e di amare, che, secondo l'antica sapienza, dove non ascenda o discenda, si sparge a' lati e si versa su i fratelli, mi rimenò a' più poveri di essi, negli ospizi... negli ospizi di Napoli, che s'informavano inemendabilmente dal prete e dal Borbone.
Io vidi, e studiai, l'ospizio de' Trovatelli, che quivi si domanda, della Nunziata: e scrissi le carte che seguiranno. E ch'io dicessi la verità, lo mostrarono le prigioni ove fui tratto, e dove, a quei tempi, la verità s'espiava.
Ve n'era, nel libro, per la Polizia e per l'Interno: benchè assai meno di quel che all'una ed all'altro non fosse dovuto.
Francesco Saverio Delcarretto e Niccolò Santangelo, ministri, l'uno dell'una, l'altro dell'altro, vanitosi amendue, e nemicissimi fra loro (nè dirò più di due morti), si presero amendue di bella gara; prima, di opprimermi; poi, di rappresentare, l'uno, più furbo, lo scagionato, quasi morso solo l'altro; l'altro, più corrivo, l'inesorabile, quasi morso lui solo: e, dopo aver domandato, prima, amendue di conserto, isole ed esilii; poi, il più furbo, una pena rosata, il più corrivo, il manicomio; Ferdinando secondo, furbissimo fra i tre, mi mandò, dove solo non potevo più nuocere, a casa.
Ma le furie governative furono niente a quelle dei preti; dei quali, ritorcendo un motto famoso, si può affermare francamente, che, ovunque sia un'ignobile causa a sostenere, quivi sei certissimo di doverteli trovare fra i piedi.
Un Angelo Antonio Scotti, nel suo cupo fondo, ateo de' più schifosi, e, palesemente, autore d'un catechismo governativo, onde Gladstone trasse _l'invidioso vero_, che il governo borbonico era la negazione di Dio, s'industriava, dalla cattedra e dal pergamo, di fare, del sognato dritto divino de' principi, una nuova e odierna maniera di antropomorfismo.
Questo _prete cortese_, ch'era come il Gran Lama di tutta l'innumerabile gesuiteria EXTRA MUROS, _per mostrarsi di parte_, corse, co' suoi molti neófiti, tutte le librerie della città, bruciando il libro ovunque ne trovava copie. Poscia, in un suo conventicolo dai Banchi Nuovi, sentenziò solennemente, ch'era bene di bruciare il libro, ma che, assai migliore e più meritorio, sarebbe stato di bruciare l'autore a dirittura.
Ed, in attendendo di potermi applicare i nuovi sperati roghi di carbon fossile (ch'è la più viva aspirazione di questa genía), mi denunziò nella Rivista gesuitica _la Scienza e la Fede_ (nobile madre della _Civiltà Cattolica_) come _riunitore d'Italia_ e, di conseguenza, _bestemmiatore di Dio_; appunto in proposito di un libro, nel quale, per mezzo della purificazione della creatura, io m'era più ferventemente studiato di sollevare tutti i miei pensieri al Creatore!
Ma, qualunque fosse stata l'imperfezione mia e del mio libricciuolo, la Gran Fonte di ogni bene non lasciò senza premio la nobiltà o l'innocenza dell'intenzione. L'onnipotenza dell'opinione pubblica, ch'è la più bella e più immediata derivazione dell'onnipotenza divina, dileguò vittoriosamente tutti que' tetri ed infernali fantasmi.
E fatto che fu il sereno intorno, seguì quel miracolo consueto, contra il quale si rompe ogni dì qualunque più duro scetticismo. Che, come Dio sa servirsi insino delle stesse perverse passioni degli uomini, e, in somma, insino del male, per asseguire il bene; così, prima, l'amministrazione accagionata, per iscagionar se e rovesciare sopra me il carico di mentitore, poi, le susseguenti, per mostrare se ottime e le precedenti pessime, vennero, di mano in mano, alleggerendo quelle ineffabili miserie. In tanto che, scorsi molti anni, _quibus iuvenes ad senectutem, senes prope ad ipsos exactae aetatis terminos_, PER SILENTIUM, _venimus_; un dì (correva, credo, il cinquantotto) camminando penseroso per la via della Nunziata, ed avendo la mente rivolta assai lontano dalle care ombre della mia giovinezza (fra le quali la Ginevra fu la carissima); un bravo architetto, il cavalier Fazzini, mi chiamò, per nome, dal vestibolo dell'ospizio, ch'era tutto in restauro. E mostrandomi un esemplare del libro, ch'aveva alle mani (e che, a un tratto, mi sembrò come una cara larva che tornasse a salutarmi di là donde mai non si torna!), m'invitò di venir dentro, e di riscontrare se tutto era stato attuato secondo l'intendimento del volume perseguitato!
Distrutta la prima nitida e correttissima edizione, la cupidità ne partorì una seconda, che il pericolo rendette grossolana e scorretta, e che il desiderio e la persecuzione consumarono di corto.
Ora compie il ventunesim'anno che qualche esemplare strappato n'è pagato una cosa matta. E l'ottenere quello sopra il quale è seguíta questa terza edizione, è stato un miracolo dell'amicizia.
Torino a dì 1 di gennaio MDCCCLXII.
ANTONIO RANIERI.
GINEVRA O L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
MANOSCRITTO PUBBLICATO DA ANTONIO RANIERI.
Volume Primo.
Bene et ille, quisquis fuit (ambigitur enim de auctore), quum quaereretur ab illo, quo tanta diligentia artis spectaret, ad paucissimos perventurae: _Satis sunt, inquit, mihi pauci, satis est unus, satis est nullus._
SEN. Epist. VII.
L'AUTORE DEDICA QUESTE CARTE SCRITTE NON PER ODIO MA PER CARITÀ DE' FRATELLI ALLA MEMORIA DEL SUO IMMORTALE MAESTRO GIACOMO LEOPARDI.
AL LETTORE.
L'autore dichiara che, come non ha inteso di ritrarre in questo libro i costumi della Nunziata in particolare, ma, tolta quindi l'occasione, quelli di tutta la città di Napoli in generale, così non ha inteso nè anche di ritrarvi nessun uomo in atto, ma molte nature d'uomini in idea. E però, di chiunque fosse, cui paresse di raffigurarsi in qualcuno de' ritratti che quivi s'incontrano, egli direbbe, a uso di Fedro: _Stulte nudabit animi conscientiam._
GINEVRA o L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
PARTE PRIMA.
_Verti me ad alia, et vidi calumnias quae sub sole geruntur, et lacrymas innocentium, et neminem consolatorem; nec posse resistere eorum violentiae, cunctorum auxilio destitutos._
_Et laudavi magis mortuos quam viventes._
_Et feliciorem utroque judicavi eum qui necdum natus est, nec vidit mala quae sub sole fiunt._
ECCLESIASTES. IV. 1. 2. 3.
Mi volsi altrove, e vidi le oppressioni che si commettono sotto il sole, e le lacrime degl'innocenti, e nessuno che li consoli; nè potere questi, abbandonati d'ogni umano soccorso, resistere alla violenza dei loro oppressori.
E giudicai più felici i morti che i vivi.
E più felice degli uni e degli altri giudicai colui che ancora non nacque, e mai non vide i mali che seguono sotto il sole.
L'ECCLESIASTE. IV. 1. 2. 3.
GINEVRA o L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
PARTE PRIMA.
LETTERA DI GINEVRA AL PADRE PENITENZIERE DON...
Io ho bisogno, padre mio venerabile, che voi non ignoriate nulla dell'essere mio. Sento alla fine che Iddio, fatto pietoso alle mie spaventevoli calamità, è vicino a liberarmene, chiamandomi alla sua pace. Padre mio adorabile, fate che io non mi rappresenti al suo cospetto senza la vostra assoluzione. Il cospetto di Dio è tanto terribile! io sono tanto debole ed infelice! tremo tutta... non mi reggo... Padre mio, come potrò sostenerne lo sguardo?
Ma già vaneggiavo. Voi mi dite sempre che l'anima mia, non questo corpo fragile e macerato, dovrà fra poco comparire al cospetto di Dio. L'anima passata per la tempera della morte, sanata e fortificata dalla vostra assoluzione, trasparente innanzi all'occhio del suo Creatore, sarà sciolta da ogni infermità umana.
Padre mio, io già credo tutto quello che voi mi dite. Ma com'è possibile che una povera donna, quale io sono, senza ingegno, senza lettere, possa comprendere uno stato così diverso dal presente? Io non ve lo nego, padre mio: per quanto io mi sforzi, sempre mi rappresento Iddio come un uomo, maestoso, tremendo, divino ancora quanto la mia fantasia può immaginarlo: ma sempre come un uomo. Concepirlo in ispirito e sciolto dalle forme umane, io non posso. Così dell'anima mia non so immaginare uno stato che non somigli il presente. Se ora tremo, se ora piango, o più tosto vorrei piangere e non posso... tutto questo sparirà... ed io allora che sarò?... proverò dolore o gioia?... Ah! purchè io non senta dolore, della gioia non mi curo. Ma se anche nell'altra vita si soffrisse!... O Dio... se anche nell'altra vita si soffre, io ti domando il mio totale annullamento... o se questa è bestemmia, e tu dà fine al mio dolore. Tu sei infinitamente buono: potrai consentire che la tua creatura soffra in eterno?...
Padre mio, questi estremi giorni della mia vita si annegano in un mare troppo tempestoso e troppo buio di dubbi e di spaventi.
Perdonate la confusione delle mie parole. Voi mi avete imposto di scrivervi filo per filo la mia vita, perchè in voce io non so seguitarne l'ordine e confondo me e voi stesso. Ed io, anche scrivendo, comincio già dal principio a confondermi. Ma voglio farmi la maggior forza ch'io posso. Spero che Iddio mi concederà tanta lena... tanta mente. Ah padre! s'io giungo al termine, e voi non mi assolvete, chi altro assolverete sulla terra?
GINEVRA O L'ORFANA DELLA NUNZIATA
PARTE PRIMA.
I.
Io non so nel seno di qual donna, nè per saziare le voglie di qual uomo, io fui concepita. Non so chi, levatami dal sacro fonte, mi battezzò nel nome di Ginevra. Non conobbi mai colei che mi nutrì col suo latte, nè mi sovviene di nessun volto umano che abbia sorriso alla mia infanzia.
La mia prima memoria è l'aver rotto la tenera fronte allo spigolo d'una tavola di marmo, ch'era nel mezzo d'un lugubre corridoio della Casa della Nunziata. Questo mi avvenne per un calcio che mi scagliò una di quelle furie che quivi si chiamano nutrici, della quale mi si è dileguata ogni sembianza. Questa memoria è come un lampo, che mi traluce talvolta alla fantasia e sparisce. Poi tutto è buio: e solo mi sovviene ch'io piangeva molto, abbandonata quasi ignuda sul freddo pavimento, ch'io bagnava delle mie lacrime: ma le cause del mio dolore mi sono fuggite.
Il primo avvenimento, onde mi è possibile di cominciare il racconto di questa mia povera vita, è il seguente.
Era uno di quei giorni cupi e piovosi, nei quali la natura sembra piangere insieme con noi delle sciagure alle quali ella medesima ci ha abbandonati. Io povera bimba, gittata al solito per terra fra le centinaia di mie coetanee, morta del freddo ed estenuata dalla mancanza di nutrimento, era fra questa vita e l'altra, in uno di quei momenti di assenza totale di sensazioni, che si provano nei primi giorni in cui la propria coscienza comincia a riconoscersi ed a contare, per così dire, una storia di se stessa. Una nutrice, e di costei ho presentissimo il laido e sozzo viso, appressandosi a me, mi sollevò di peso per il sinistro braccio, di sì mala maniera, che mi slogò la spalluccia. In vano tenterei di esprimere con parole la fierezza del dolore ch'io ebbi. Le mie strida acutissime avrebbero riscosso il carnefice. Ma la donna parve non avvertirle, e sempre nella medesima attitudine mi portò, o più tosto strascinò, in una specie di tenebroso parlatorio.
Quivi, sopra molti rozzi scanni che l'ingombravano, erano assai bambini di ambo i sessi, in varie positure, e tutte penosissime. Alcuni avevano le mani e i piedi così stretti e chiusi nelle fasce, che il sangue, come poscia ho capito, più non circolando, regurgitava alla testa. Però mostravano il viso tutto livido ed annerito, ed erano prossimi a rendere lo spirito. Altri erano sciolti e scalzi; anzi tanto sciolti, e tanto scalzi, che nel cuore dell'inverno altro non avevano indosso che una sorta di grembiule, dal quale parevano, ma non erano, coperti. Giravano per la squallida sala alcune figure come di contadine, brutte, le più, come la mala ventura. Queste davano di piglio a vicenda, chi a questo, chi a quell'altro bambino. Lo tastavano tutto, gli squarciavano la bocca, gli storcevano le palpebre, venendolo considerando come ogni altra merce. Molti ne rifiutavano con quel garbo che potete immaginare. Qualcuno che andava loro a grado, lo toglievano in braccio e portavano via senza più. Solamente un vecchio bianco e calvo, che, con larghi occhiali sul naso e con un grosso libro innanzi, sedeva a una tavola in un canto della sala, mentre la donna portava via il bambino, notava non so che in quel libro.
Arrivata nel mezzo della sala, l'arpia che mi aveva ghermita aprì l'artiglio e mi lasciò cadere sopra uno scanno. Io fui presa e ripresa, per quel medesimo braccio ch'io aveva slogato, non so quante volte da non so quante persone. Fui stazzonata, sgualcita, pesta in tutte le forme possibili. L'eccesso del dolore mi aveva renduta in apparenza tranquillissima, togliendomi interamente la forza di piangere. Alla fine una donna di mezzana età, ch'avea un occhio cieco, e l'altro così orrido e spaventato, che pareva una lammia, dopo avermi straziata in mille guise, e postemi le mani in bocca e altrove, come si fa dei cavalli, visto che io nè pure fiatava, disse alle nutrici in quel suo rozzo linguaggio:
Questa bimba mi conviene. Io non posso patire i fanciulli che piangono. Dall'aurora si vede il buon giorno. Io voglio farmene un aiuto alle mie fatiche, ed ho bisogno ch'ella sia d'indole quieta ed obbediente. Che tempo ha ella?
Quattro anni nei cinque, le fu risposto.
Or bene, la prendo, disse la donna.
Allora il vecchio scrisse nel libro, e la donna me ne portò in braccio sulla via.
II.
Io era stata fino a quel momento come impietrita dal dolore. Quando, per la prima volta della mia vita, mi vidi sulla via all'aria aperta, allora finalmente cominciai a comprendere il senso della scena avvenuta, la quale fino a quel momento io aveva stupidamente guardata senza intendere.
Chi può esprimere l'impressione di dolore che mi causò il vedermi fuori del luogo, dove fino a quel momento io aveva creduto che si chiudesse l'universo! Quella poca luce, che ancora tramandava il sole a traverso le tenebre che lo circondavano, mi ruppe come un ghiaccio che mi si era addensato intorno agli occhi, ed io cominciai a versare lacrime tanto disperate, quanto mai non furono le infinite altre che poscia sparsi per le più terribili sciagure della mia vita.
La donna intanto, senza punto scrollarsi, e solo un poco infastidita del mio pianto, mi pose in una maniera di cesta, ch'era sul dosso d'un asino macro e sparuto, ch'ella aveva lasciato alla cantonata a mano ritta, propriamente dove è quella grande immagine della Vergine Annunziata. Quivi, assicuratami con alcune corde che mi segavano tutta la persona e m'impedivano di cangiare di sito, montò sul basto ch'era medesimamente indosso all'asino dietro della cesta, e dato a quello d'una gran mazza nei lombi, c'inviammo in questa forma per la via di san Pietro ad Aram.
Intanto io poveretta, fra l'incredibile dolore che avevo alla spalla, lo spavento di vedermi strascinare via da una brutta figura ignota, e l'acqua e il vento che mi battevano sul viso, mi pensava, nella mia infantile fantasia, di andare a qualcosa di peggio che la morte: onde il mio piangere era sterminato. Eravamo giunti al Carmine, e già svoltati per la via della Marina che conduce a Portici, quando la strega parve di avvertire un istante lo stato mio moribondo e la spalla che io, quanto la mia età e la tortura in cui era lo consentivano, mi sforzava di accennarle. Fermato l'asino, parve ch'ella si accingesse a scendere, forse per disciogliermi ed aiutarmi. In quel momento medesimo veniva di giù a tutta furia uno di quei calessi che fanno ancora fede qui della durante barbarie. Il quale, urtato l'asino mentre che la donna ne scendeva, quello, la donna e la cesta dove io era, gittò malamente per terra e tirò via. Potete giudicare voi, o padre, s'io ne fossi pesta e malconcia. La donna si leva furibonda, rialza l'asino, e con infami bestemmie accusando me del sinistro seguíto, mi scioglie un momento, non per sollevarmi, ma per finirmi a furia di battiture; poi mi legò tanto stretta, quanto le bastò la rabbia, e seguitò il suo cammino.
Sono pochi dì, una povera suora di questo convento, che l'atrocità de' suoi genitori ha sforzata a seppellire qui la sua giovanezza, mi diceva che il deliquio era il più gran dono della natura. Quando il dolore, ella diceva, oltrepassando le forze umane, ucciderebbe, la natura ci soccorre col deliquio, e ci sospende un momento la vita per conservarcela.
Ma questo estremo conforto del dolore mi è conceduto assai di rado. Io sono facile a svenirmi; ma lo svenimento, togliendomi tutte le facoltà con le quali potrei resistere al dolore, non mi toglie la conoscenza e il senso di esso. Resto immobile e muta come un sasso; ma vedo e odo tutto quello che mi avviene intorno, ed assaporo a sorso a sorso tutto l'orrore della morte senza ottenerla. Così mi ricordo di aver letto d'un moribondo, che prima di chiudere gli occhi alle tenebre dell'eternità, vedeva volteggiargli intorno l'avvoltoio, il quale, come è natura di quell'animale, attendeva ch'egli spirasse per divorargli le viscere.
Insino da quella tenerissima età, io ebbi il primo esempio di questo mio sinistro naturale. Perchè, seguitando la donna il suo spietato cammino verso il ponte della Maddalena, e piovendomi e ventandomi e fulminandomi nel viso, perchè s'era il cielo così sdegnato che mai non fu rovescio d'acqua simile a quello, io non poteva più nè muovermi nè piangere, e posso dire ch'io non era più viva; e pure non perdetti mai il conoscimento.
Giunti che fummo al ponte della Maddalena, una gran mano di stradieri, gabellieri, birri, grascini ed altre spie, ci furono tutti addosso. Alcuni diedero di piglio alla donna, e la venivano tastando e ricercando per tutta la persona. Altri si spinsero addosso all'asino. frugando nelle bisacce, che gli pendevano da ambo i fianchi, e di sotto il basto, e per entro un fascio di paglia che gli era in groppa. Un brutto ceffo fra costoro, con lunghi mustacchi e barbe interminabili, e con uno di questi sigari in bocca, accostatosi alla cesta dov'era io meschinella, la sciolse dall'asino e la pose a terra. Vedendo ch'io era assicurata alla cesta con infiniti giri di corda, fu infastidito di sciogliermi. Ma non voleva lasciare intentata quella poca di paglia sopra la quale io giaceva. Però, impugnata una sorta di bacchetta di ferro puntuta e molto somigliante a un lungo stile, cominciò a ficcarla da tutte le parti in quella paglia, non senza rischio di passarmi fuor fuora, nè senza ferirmi nel petto che n'ho ancora il margine. E intanto che m'era sopra, pure fumando e dimenando quel sigaro alla sgherresca, mi cadevano quale sul viso e quale altrove, ch'ero tutta ignuda, molti minuzzoli della paglia del sigaro ancora ardenti, e mi bruciavano or qua or là queste misere carni.
La donna non rifinava di gridare fortissimo, ch'ella non entrava nella città, ma ne usciva per tornare a Sant'Anastasia dov'ella abitava. Allora uno di quei manigoldi che l'erano addosso, cavandole una pollastra della tasca:
Oh! perfida maliarda, gridò, non isquittire più. Tu devi essere impiccata per la gola, perchè ci hai la peste qui dentro. Or non sapevi tu ch'e' v'è la peste a Nola e che le galline ve l'hanno appiccata? e che però le si debbon tutte lasciare ai sergenti della corte? Ora non ci tornerai a Sant'Anastasia.
Alla vista della pollastra, tutta quella canaglia fu speditissima a strascinare l'asino, la donna e la cesta in una stanza terrena perfettamente buia, dove era il maggior puzzo che si possa immaginare, perchè serviva di privato a quei mascalzoni. Stemmo colà dentro tutto quel giorno e la notte seguente, piangendo e schiamazzando la donna in un modo assai pietoso. Poco prima che spuntasse il nuovo giorno, venuta come una maniera di muta al proposto e ad alcuni di quei masnadieri, il nuovo ufficiale ci lasciò andare alla nostra ventura.
III.
Io, come potete immaginare, aveva perduti affatto i sentimenti, e mi risentii soltanto sulla via di Portici, parte per effetto del sole che, innalzatosi dal Vesuvio, mi feriva vivissimamente gli occhi, e parte per un poco di pane bigio, masticato prima da lei, che la donna m'introdusse in bocca a tutta forza.
Giunti al posto che domandasi lo Sperone, svoltammo a mano manca, e camminato un pezzo avanti, arrivammo a uno squallido villaggio domandato la Madonna dell'Arco. Quivi, mentre che passavamo, venivano alcune donne, conoscenti forse della mia novella madre, e si affacciavano alla cesta per vedere la fanciulla della Nunziata. Mi consideravano un poco come si considera un uccello strano o altro nuovo animale; poi partivano con un viso dov'era scolpita l'indifferenza e la salvatichezza.
Indi pervenimmo presso a Sant'Anastasia. L'asino si fermò da se all'usciolino d'un tugurio tutto affumicato, d'un sudiciume e d'una miseria che non si può descrivere. Volti a caso gli occhi a sinistra, vidi un altissimo ed ombroso pino, la cui vista, non so perchè, mi causò un'impressione di malinconia profondissima. La donna smontò dell'asino, con una rozza chiave aperse l'usciolino, dietro al quale un gatto ed un grosso cane da pagliaio si lagnavano della lunga fame: ed entratasene dentro, tosto l'asino l'entrò appresso.
[Illustrazione: TAV. I. ... un altissimo ed ombroso pino, la cui vista, non so perchè, mi causò un'impressione di malinconia profondissima. — Carte 35.]