Part 9
Ciò detto, però, il torto del La Farina non cessa d’essere inescusabile; e chiunque abbia scorso quel suo triste _Epistolario_, in cui gli atti ed i pensieri del suo soggiorno in Sicilia sono riflessi come in uno specchio, potrà farne testimonianza. Volere l’annessione della Sicilia prima della sua compiuta liberazione, era un’insania; volerla quando da due mesi non v’era atto o parola di Garibaldi che non bandisse, affermasse, glorificasse il nome di Vittorio Emanuele, era ingiuriosa diffidenza e grossa gratitudine che conchiudeva alla peggiore delle politiche. La poteva giustificare un argomento solo: che l’Isola fosse in piena anarchia; ma quest’anarchia non era che un sogno del La Farina. La confusione era più alla superficie che al fondo; nessun arbitrio scandaloso, nessuna discordia pubblica era accaduta, e il prestigio del nome di Garibaldi era ancora sì grande, che bastava esso solo, come in quei primi mesi bastò, a tener luogo di governo e di leggi. Lo stesso conte di Cavour, che pure ingannato dalle amplificazioni lafariniane non vedeva dapprincipio altra salute che nell’annessione immediata, aveva finito per non reputarla più così urgente e necessaria come da prima aveva stimato, e il 30 giugno scriveva esplicitamente al Persano che, «se il generale Garibaldi non vuole l’annessione immediata, sia lasciato libero di agire a suo talento.[98]» Il La Farina adunque non poteva dirsi nemmeno l’interprete fedele del pensiero del suo alto committente; egli lo esagerava, lo svisava, e dicasi pure per innocente zelo, da segnacolo di concordia che doveva essere, ne faceva un’arme di guerra, un tizzone di discordia, un lievito di partiti; rischiando egli per il primo di ritardare o guastare quell’unione, che tutti, e prima d’ogni altro Garibaldi, fermamente volevano.
XXVIII.
Frattanto il Medici aveva continuato la sua marcia; se non che giunto a Termini e di là udito che il presidio di Messina muoveva su Barcellona per guadagnarvi quell’importante postura e punire la città di non sappiamo quale riotta liberale, delibera accelerare il passo nella speranza di occupar Barcellona prima del nemico e di contrastargliela. E così accadde. Il Medici, giunto a Barcellona quando appena la vanguardia borbonica appariva a Milazzo, tolse a questa ogni voglia e ragione di procedere oltre; talchè al Comandante garibaldino avanzarono ancora alcuni giorni per dar riposo alle sue milizie e apparecchiar più pensatamente le mosse ulteriori.
A mezza tappa da Barcellona, a poche miglia da Messina, sorge una piccola terra detta Meri, che prende il nome dal torrentello dello stesso nome, il quale calando da’ monti di Santa Lucia mette foce nel mare. Il fiumiciattolo, asciutto molti mesi dell’anno, non oppone, specialmente nell’estate, alcun ostacolo d’acque; ma per il suo letto incassato, rotto e sassoso, e le ripe costeggiate da muraglie di orti o da siepi di aloe, può far le veci in caso di estremo bisogno d’un simulacro di difesa.
Oltre a ciò, di là da Meri correva dinanzi al villaggetto di Coriolo un rio dello stesso nome che veniva a tracciare, meglio che a formare, un’altra linea più avanzata, la quale avrebbe potuto aiutare non diremo ad arrestare, ma a ritardare d’alcun poco un’aggressione nemica. In questa posizione, la migliore che il terreno consentisse, decise di appostarsi il Medici, e barricata la strada presso il Coriolo; piantativi in batteria due pezzi d’artiglieria accattati a Barcellona; colla destra a Santa Lucia; il centro e la sinistra lungo il Meri; gli avamposti tra Coriolo e San Filippo, si tenne, scarso di forze com’era, e conoscendo le soverchianti del nemico, nella più circospetta e serrata difesa.
I Borbonici invece accennavano a voler ripigliare l’offesa, non a dir vero per espresso comando del Governo napoletano, ma per occulta volontà dello stesso Francesco II. Infatti a Napoli erano accaduti, dal giorno della perdita di Palermo, alcune novità che importa brevemente rammentare. Re Francesco, impaurito dal montar sordo della rivoluzione, istigato da’ suoi consiglieri, o inetti o traditori, aggirato dalla Diplomazia, pressato da’ suoi stessi parenti, aveva finito col concedere una Costituzione, a cui nessuno, e primo di tutti il largitore, credeva. Cedendo poi così ai consigli dei suoi nuovi Ministri,[99] come agl’inviti capziosi del conte di Villamarina, ministro di Sardegna e manipolatore in Napoli di tutte le trame del conte di Cavour, s’era già indotto ad entrare in negoziati colla Corte di Torino, accettando per base alle trattative l’abbandono della Sicilia, se Garibaldi rinunciava ad invadere il Regno, l’alleanza col Piemonte e l’accordo con lui nella politica nazionale. A quale poi fra questi giuocatori di vantaggio, che di negoziatori leali avevan perduto ogni titolo, s’aspetti il primato della mala fede, sarebbe difficile il dire. Fra il conte di Cavour, che mentre negoziava con Re Francesco cospirava a subornargli l’esercito e la flotta, armeggiando contemporaneamente contro Garibaldi onde levargli di mano l’impresa, e Liborio Romano, abbietto cittadino di Gand, che accettava il potere dalle mani del suo Re per tradirlo più al sicuro; fra il generale Nunziante, che oggi prometteva di farla finita col _Filibustiere_, e dimani nell’ora del pericolo abbandonava la bandiera che l’aveva fatto nobile e ricco, e non sapendo essere nè apertamente ribelle, nè religiosamente fedele, cospirava ad involgere nella sua perfidia i suoi antichi camerata,[100] e l’ammiraglio Persano che faceva l’assisa della Marina italiana mezzana e complice di tutte codeste frodi e di codesti mercati, la storia sarà incerta a cui dare la palma, ma certo l’ultima fronda non toccherà a Francesco II. Anch’egli, ingannato da tutti, sperava tutti ingannare; e mentre blandiva di promesse il popolo, gli aizzava contro segretamente la sua Guardia del Corpo; mentre giurava la Costituzione, sollecitava aiuti dall’Austria, dal Papa, dalla Russia; infine, mentre inviava i suoi Ministri a Torino per trattare dell’alleanza nazionale, e dicevasi pronto a rinunziare alla Sicilia, eccitava, all’insaputa de’ suoi Ministri, i suoi Generali alla ripresa dell’Isola e li soccorreva per questo di nuove armi ed armati.
Codesto suo desiderio sarebbe rimasto forse inadempiuto, se non avesse trovato un fautore ardente, e un esecutore devoto ed intraprendente nel colonnello Beneventano Del Bosco, che già incontrammo a Salemi, al Parco, a Corleone; più vantatore forse che prode; ma certo uno degli ufficiali più popolari dell’esercito borbonico, il quale, indettatosi col Re, gli promise non solo di conservargli Milazzo, ma di passare sul corpo del Medici alla riconquista di Palermo.
Sbarcato infatti da più giorni a Messina, e compostasi una colonna di circa cinquemila uomini, fra i quali il suo ottavo Cacciatori, muoveva di là alla volta di Milazzo; e lasciato un battaglione di custodia alle importanti posizioni di Gesso, in sul mattino del 17 arrivava col grosso presso Archi, a breve tratto dagli avamposti garibaldini. Siccome però anche il Medici non era stato colle mani alla cintola, e fin dal mattino aveva spedito una delle sue compagnie a riconoscere al di là di Coriolo l’annunciato nemico, accadde che appunto presso Archi l’avanguardia regia e gli esploratori garibaldini si scontrassero e venissero alle mani. Il combattimento fu breve e di poco momento: molto, come al solito, il numero de’ Borbonici; molto il valore de’ Garibaldini; ma nè da una parte nè dall’altra alcun decisivo vantaggio.
XXIX.
Dopo questo però il Comandante borbonico, sia che volesse riconoscere più a fondo le forze e le posizioni dell’avversario; sia che sperasse con un subitaneo assalto sorprenderlo e sgominarlo (ciò è ancora controverso), deliberò di deviare per poco dalla via presa e di attaccarlo nel giorno stesso, col grosso delle sue forze, nel centro delle sue linee. Ma o ricognizione o attacco, nulla di quanto il Bosco aveva premeditato gli riuscì. Assaliti quasi contemporaneamente dalla destra e dal centro, nessuno dei posti garibaldini indietreggiò d’un passo. Spiegatosi più furioso l’attacco contro la barricata della strada di Coriolo, questa tenne fermo; accostatosi il nemico e venuto l’istante della baionetta, la carica fu sì concorde, sì impetuosa, che i Regi andarono cacciati colla punta alle reni fino al di là di Coriolo, rischiando di perdere un cannone, che a stento salvarono. Il Medici però non poteva illudersi; era evidente che il Bosco, qual che fosse stato il suo scopo, non aveva impegnato che una parte delle sue forze; e il giorno in cui le avesse spiegate tutte, il rischio poteva esser grave. Telegrafò quindi al Comandante in capo il buon successo del 17, ma insieme i pericoli da cui era minacciato.
Ed all’annunzio Garibaldi deliberò di partir immediatamente pel campo. Fin dal 7 luglio, la terza spedizione del Cosenz, forte di ben millecinquecento uomini, ben armata ed istrutta, era giunta a Palermo e già incamminata per Messina; un altro battaglione, comandato dall’inglese Dunn, grosso non più che di quattrocento uomini, stava pronto alla partenza; il caso volle che proprio nella mattina del 18 quel battaglione, comandato da Clemente Corte, che era stato preso dai Regi in mare e tradotto a Gaeta, ora liberato dalla tediosa prigionía approdasse egli pure a Palermo; infine il 12 luglio il capitano Anguissola, comandante della corvetta regia la Veloce,[101] dando per il primo l’esempio della rivolta, conduceva al Dittatore in Palermo il proprio legno e gliene faceva dedizione. Tutto sommato pertanto, Garibaldi possedeva già un principio di marina da guerra, e poteva portare al Medici un soccorso di circa duemila baionette, forza straordinaria al paragone di quella con cui aveva vinto fino allora.
Lasciata quindi la prodittatura al general Sirtori; avvisata la colonna del Cosenz di affrettare la marcia; presa seco sulla Veloce, ribattezzata col nome di Tükery (quel prode Magiaro, morto nella presa di Palermo), la gente del Dunn e del Corte, salpa il 18, mattina, per Patti; colà preso terra, continua in vettura col Cosenz, che l’aveva raggiunto, per Meri, dove arriva la sera del giorno stesso. Il suo arrivo suonava battaglia, lo intesero e glielo fecero intendere colla loro entusiastica accoglienza i volontari del Medici, e il presagio s’avverò.
Spesa la giornata del 19 ad esplorare co’ suoi Luogotenenti le posizioni del nemico, e ad attendere l’arrivo delle truppe in marcia, decise per l’indomani l’attacco di Milazzo.
_Qu’est ce que c’est que Milazzo?_ chiedeva Napoleone I a suo fratello Giuseppe, quando meditava egli pure una spedizione in Sicilia. Quel che fosse allora esattamente, non sapremmo dire; quel che sia oggi, eccolo. Milazzo sorge alla base d’un istmo sottile, congiunto alla terra mediante tre strade principali, quella d’Archi e Spadafora all’oriente, che lo allaccia a Messina; quella di San Pietro Meri a mezzogiorno, e quella di Santa Marina Meri a occidente, che lo annodano alla strada consolare di Barcellona, quindi all’interno dell’Isola. La città, di circa diecimila abitanti, è cinta da vecchie mura, costrutta in pendío e coronata alla sua estremità settentrionale da un castello a due piani di fortilizi, capace di alcune migliaia d’uomini e di parecchie batterie. Il terreno che lo circonda più arido a levante, più ubertoso a ponente, è, in generale, basso, coperto, privo d’orizzonte, intersecato da acque frequenti, frastagliato di case e di molini, irretito, a dir così, entro una maglia di viottole che corrono, nella parte coltivata, tra continue muraglie di giardini e di vigneti, e nell’incolta tra folti canneti, che cessano soltanto dove comincia la nuda e sabbiosa spiaggia del mare, detta di San Papino, dominata da tutte le feritoie del Castello. Ora non è chi non veda che siffatto terreno quanto è propizio a chi debba difenderlo di piè fermo, altrettanto è avverso a chiunque tocchi traversarlo palmo a palmo e conquistarlo di viva forza. Tuttavia Garibaldi confidò ancora nel valore de’ suoi, nel suo genio e nella sua stella, e decise la battaglia.
Semplicissimo come al solito, ma logico, chiaro, antiveggente il disegno. Giustamente prevedendo che il Bosco avrebbe rivolto il maggior suo sforzo contro la destra garibaldina, per tentare di sfondarla e piombare sulla sua linea di ritirata; non che temerla, delibera di invogliarlo a quella mossa; ma intanto che il nemico concentrerà il grosso delle sue forze sulla sua sinistra, attaccarlo col maggior nerbo della propria gente sulla destra e pel centro, camminando direttamente su Milazzo. A tal uopo ordina che il Malenchini si porti, per la strada di Santa Marina, contro la sinistra del nemico e appena scopertolo lo assalti; commette al Medici e al Cosenz di avanzare col reggimento Simonetta e il battaglione Gaeta per la strada di San Pietro, spingendosi pel centro e per la destra contro la città; affida a Niccola Fabrizi di occupare con un’improvvisata legione di Siciliani la strada di Spadafora per antivenire una eventuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che il battaglione Dunn e la colonna Cosenz, già partiti fino dall’alba da Patti, col battaglione Guerzoni, lasciato a guardia di Meri, formino la riserva.
Alle 5 del mattino tutti furono in moto: alle 7, il Malenchini aveva già aperto il fuoco presso San Papino; poco dopo anche il Medici incontrava al di là di San Pietro il nemico; e il combattimento s’accendeva su tutta la linea. Se non che il Bosco che, come Garibaldi aveva preveduto, teneva in serbo il massimo delle sue forze sulla sua sinistra, accoglie l’assalto del Malenchini con tale furia di mitraglia, che il prode Colonnello, malgrado i più gagliardi sforzi per contenere e riordinare le sue giovani milizie, è costretto a ripiegare rotto e disordinato sulla strada di Meri. Ciò eccedeva il desiderio di Garibaldi; egli voleva bensì impegnare in serio combattimento il nemico da quel lato; ma non certo lasciarlo padrone del terreno, e molto meno della sua linea di ritirata. Occorreva dunque riparare tostamente all’inatteso rovescio, e lo soccorse ancora il suo prodigioso colpo d’occhio. Ordinato al Cosenz di spingere il battaglione Dunn, arrivato per fortuna in quel punto, in sostegno del Malenchini, si caccia egli stesso, alla testa de’ Carabinieri genovesi e delle poche Guide, sul fianco del nemico per arrestarne la foga irrompente. Ma i _bianchi_ del Dunn non sono in sulle prime più fortunati de’ _neri_ del Malenchini:[102] chè uno squadrone di cavalli lanciato a tempo contro di loro, li mette in rotta, sperdendoli fra i canneti e le siepi che lungheggiano la via. In quel punto però Garibaldi co’ Carabinieri riusciva sul fianco nemico, sicchè gli Usseri reduci dalla carica, poco dianzi vittoriosa, si trovarono fra due fuochi in faccia a Garibaldi, che intimava loro la resa. E accadde allora la famosa lotta a corpo a corpo di Garibaldi, sceneggiata a penna ed a matita in tante guise diverse; ma che sfrondata dalle frasche romanzesche avvenne veramente così.[103]
Il generale Garibaldi era a piedi, in un campo di fichi d’India, seguíto e attorniato dal Missori, dal capitano Statella dello Stato Maggiore, da due o tre altre Guide e da qualche quadriglia di Carabinieri appiattati qua e là dietro le siepi. All’arrivare della cavalleria, quanti erano presso il Generale cercarono di coprirlo del loro meglio; ma il Capitano borbonico galoppò direttamente su di lui, e senza sospettare qual nemico gli stesse di fronte, gli menò un terribile fendente, che l’avrebbe certamente tagliato in due se Garibaldi, parando con maravigliosa agilità e freddezza e ribattendo subito colpo con colpo, non avesse spaccato egli la testa del Capitano. Intanto anche il resto della scorta non si era rimasta inerte: il Missori con alcuni ben appuntati colpi di revolver rovesciava due o tre cavalieri; lo Statella, rimasto poco dopo ferito, ne atterrava un altro; i Carabinieri, le Guide si precipitarono per partecipare alla zuffa; sicchè di tutto quel bello squadrone di Usseri pochissimi rientrarono in Milazzo; la più parte rimasero sul terreno feriti o prigionieri.
Questo episodio aveva arrestato l’irrompere del nemico sulla sinistra; dal canto suo il Medici e il Cosenz, rinforzati da nuovi soccorsi, guadagnavano a prezzo di preziosissime vite (pianta fra tutte la morte del maggiore Filippo Migliavacca, uno dei prodi di Roma e di Varese) nuovo terreno; ma la battaglia era tutt’altro che vinta. Il ponte del Coriolo, gli sbocchi dei canneti, le case dei sobborghi erano ancora in potere dei nemici; e non appariva chiaro nè con quante forze vi stessero, nè con quali avrebbero potuto esserne sloggiati.
A quel punto Garibaldi divinava il segreto della vittoria. Indispettito contro quelle bassure paludose e assiepate che gli impedivano di vedere gli andamenti della giornata, andava cercando intorno a sè un punto culminante d’onde dominare il campo; quando l’occhio gli cadde sulle antenne del _Tükery_, che sbarcata la sua gente a Patti arrivava per l’appunto nelle acque di Milazzo. Ora veder quel bastimento e fabbricarvi sopra un intero stratagemma di guerra, fu un punto. Raccomandata al Cosenz quell’ala della battaglia, si butta con pochi aiutanti in una barca, voga fino al _Tükery_; salitovi, arrampica sulla gabbia dell’albero maestro e di là scoperto finalmente tutto il teatro della battaglia, scende, fa accostare il _Tükery_ a tiro di mitraglia, e aspettato che una colonna sortisse di Milazzo per riassalire la sua sinistra, la fulmina di fianco, l’arresta come tramortita da quell’inatteso attacco, e la costringe poco dopo a rientrare scompigliata in Milazzo.
Il colpo felice ridà tempo e lena ai Garibaldini; il Medici e il Cosenz hanno riordinato le loro truppe e le preparano ad un nuovo assalto. Garibaldi, fatto sbarcare dal _Tükery_ un manipolo d’armati, probabilmente la scorta del bastimento, e mandatili a scaramucciare sul lato settentrionale del forte, ridiscende egli stesso a terra a rianimare il combattimento sulla sinistra; le ultime riserve sono impegnate: il Guerzoni arriva al passo di corsa sul campo di battaglia; un ultimo assalto quindi è ordinato; i canneti a sinistra, il ponte di Coriolo di fronte, le case di destra, terribili strette, son tutte superate: i Cacciatori del Bosco mandano fuori dai loro ripari un fuoco infernale; le perdite degli assalitori sono numerose e dolorosissime; il capitano Leardi morto; il Corte, lo Statella, il Martini, il Cosenz stesso, feriti; ma il nemico è in fuga, la porta di Milazzo è presa; i Garibaldini sono in Milazzo.
Però non è ancora la vittoria: la pianta della città è tale, che un valido difensore ne può rendere esiziale il possesso. L’unica strada, lunga, erta, tagliata a mezzo da una vasta caserma, che potrebbe tener luogo d’un forte, mette, passando sotto un volto della caserma stessa, al Castello che la domina, quindi la spazza a suo beneplacito. Alcune compagnie risolute a difendersi in quella caserma, un fuoco ben nutrito dal Castello, e una nuova battaglia diveniva inevitabile. Fortunatamente il Bosco aveva già rinunciato a vincere. I difensori della caserma, dopo alcune scariche, cercano riparo nel Castello; i cannoni del forte non rallentano ancora, ma i Garibaldini con due rapide corse si son già portati fuori del tiro; già investono, già serrano il Castello da ogni parte, e prima del mezzogiorno piantano le loro sentinelle a’ piedi delle sue mura.
La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra le combattute dalle armi garibaldine nel Mezzogiorno. Degli assalitori sopra non più che quattromila combattenti, settecento tra morti e feriti restarono sul campo; più d’un sesto quindi della forza, proporzione enorme nelle guerre moderne. I Regi invece si gloriarono di non aver perduto che centosessantadue uomini sopra milleseicento: ridevole menzogna e incauto vanto insieme! Menzogna ridevole, poichè a tutti è noto che il solo Bosco condusse in Milazzo un cinquemila uomini; vanto incauto, più degno di commiserazione che di plauso, poichè se così scarse furono le perdite dei vinti, non ha più giustificazione l’abbandono, in men di tre ore, di posizioni formidabili; e la sconfitta che potrebbe essere giustificata dalla gravità dei danni patiti, non si spiega più se non colla dappocaggine dei vinti.
XXX.
Il 21 passò in entrambi i campi a contarsi e riposare; il 22 apparvero inaspettati nel porto di Milazzo, prima due grossi legni mercantili francesi, poi un avviso da guerra, _La Muette_, della stessa bandiera, i quali venivano, noleggiati dallo stesso Governo di Napoli, per imbarcarsi le truppe del Bosco e trasportarle sul Continente. Quando però seppero della giornata antecedente e videro il Bosco bloccato nel suo forte, tre di quelle navi partirono, e solo il _Protis_ restò per farsi mediatore, insieme al Capitano del Porto, d’un trattato di resa. E i Comandanti delle due parti non si ricusarono al negoziare; ma Garibaldi chiedeva la resa a discrezione, minacciando far saltare il Bosco e la sua truppa dalle rupi del Castello; il Bosco pretendeva la sortita libera coll’onore delle armi, preferendo, diceva, ad una resa disonorata saltare in aria con una mina; talchè l’accordarsi, se le parole dicevano il vero, pareva impossibile.
[Illustrazione: PIANO della BATTAGLIA DI MILAZZO]
Nella mattina del 23, altra e più grande sorpresa: quattro fregate napoletane entravano nelle acque di Milazzo e si schieravano in battaglia dinanzi alla città. A che venivano esse? Forse ad aiutare i bloccati? Forse a ricominciare la lotta? Tale fu per alcuni istanti il sospetto anche di Garibaldi; ma non andò guari che ogni cagione d’allarme cessò. Quelle quattro navi venivano come quelle del giorno precedente per imbarcare il presidio del Castello, e di più portavano a bordo il colonnello di Stato Maggiore Anzani per trattare della cessione del forte e di tutte le altre condizioni relative all’imbarco ed alla resa.
Ora questo fatto, di cui occorrerà tra breve la spiegazione, vinse tutte le incertezze. Il Bosco, da un lato, non aveva più nè motivo nè diritto di ostinarsi in una difesa che il suo stesso Governo non approvava; Garibaldi doveva benedire quelle quattro fregate che venivano a liberarlo da un grande fastidio, se già non dovesse dirsi da un serio pericolo; poichè se il Comandante borbonico resisteva, prendere a forza di baionette, senza una sol bocca d’assedio, un Castello cortinato e terrapienato, era cosa, anche a Garibaldi, più facile a minacciarsi che a mantenersi.
Ne conseguì che la sera stessa del 23 i negoziati furono ripresi collo stesso colonnello Anzani, e al mattino vegnente una Convenzione era già sottoscritta, per la quale la truppa napoletana abbandonava il Castello di Milazzo in armi e bagaglio e con tutti gli onori della guerra; e il forte veniva consegnato al generale Garibaldi «con cannoni, munizioni, attrezzi da guerra, cavalli, bardature degli stessi e tutti gli accessorii appartenenti al forte, come all’atto della stipulazione della Convenzione si trovavano.[104]»
E si badi che nessuno de’ cavalli, nemmeno quelli degli ufficiali, molto meno quelli del colonnello Bosco, furono eccettuati. Che se a taluno questa condizione a nemico patteggiato sembra insolita e dura, eccone la spiegazione. Avendo i patriotti messinesi presentato il colonnello Medici d’un superbo cavallo, il Bosco, fedele alla sua indole millantatrice, s’era fatto sentire co’ donatori che tra poco sarebbe rientrato in Messina proprio su quel cavallo da essi regalato al suo compatito avversario. Ora come le sorti dell’armi posero il colonnello Bosco tra i vinti, parve giusta rappresaglia ch’egli dovesse cedere al vincitore precisamente quel medesimo onore ch’egli s’era vantato di prendersi da lui, e che invece del Bosco sul cavallo del Medici, i Messinesi dovessero salutare trionfante nella loro città il Medici sul cavallo del Bosco.
XXXI.