Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 38

Chapter 383,760 wordsPublic domain

Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’_uomo fatale_, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia;[394] di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine.

Nè basta, come alla demolizione della Sinistra costituzionale tutti i partiti radicali avevan interesse, così riuscì loro, giovandosi dello stato di esaltazione in cui l’Eroe si trovava, d’averlo facilmente complice d’un loro disegno: e complice, per Garibaldi, non poteva voler dire che gonfaloniere e capitano.

Per la qual cosa eccotelo in brevi giorni a capo d’una così detta _Lega della Democrazia_, la quale raccogliendo sotto una specie di bandiera neutra tutte le gradazioni del partito radicale, dall’unitario al federalista, dal Mazziniano al Garibaldino, dal repubblicano _insurrezionista_ al repubblicano _evoluzionista_, ponesse in mora la Monarchia, o di concedere il suffragio universale, la revisione della Costituzione, la trasformazione degli eserciti permanenti in nazione armata, l’incameramento di tutte le proprietà ecclesiastiche, l’abolizione della legge delle guarentigie al Papato spirituale, e un micolino di riforme sociali — o di cadere. Quest’ultima parola, a dir vero, non era espressamente scritta, ma era nella maggior parte dei compilatori del grande programma sottintesa; e per ciò appunto, Garibaldi, organicamente impenetrabile ai sottintesi ed alle anfibologie, non la capì e la sottoscrisse. Gli avessero detto chiaro: oggi poniamo a Casa di Savoia il dilemma o di darci la repubblica — o d’andarsene, Garibaldi, che al di sopra d’ogni repubblica aveva posto sempre l’unità e la concordia della patria, che ebbe sempre un religioso orrore anche del solo nome di guerra civile, che intendeva per Repubblica la «Dittatura d’un uomo onesto» ed era sempre stato alieno dalle sottigliezze dei dottrinari, come egli li chiamava, che gli facevan corona, Garibaldi, lo crediamo fermamente, non avrebbe mai sancito quel pericoloso dilemma, nè dato il suo nome al cartello di sfida che lo intimava.

Ma così la sua passata per Roma, al pari della famosa _Lega_ da lui cresimata, lasciò, come suol dirsi, il tempo che aveva trovato. La Sinistra continuò a volgersi in sè stessa co’ denti: in luogo del suffragio universale promise una riforma, di cui soltanto la prova de’ fatti potrà dimostrare la bontà e contro la quale i primi a ribellarsi furono i medesimi radicali della _Lega_; mise quattro anni ad abolire la gabella del macinato, che doveva sparire al tocco di bacchetta magica; l’esercito stanziale è per fortuna d’Italia sempre in piedi; la legge delle guarentigie riconosciuta dai replicati giuramenti di fedeltà dei nuovi governanti par più sicura che mai; la riforma sociale sembra piuttosto destinata a divenire un programma della nuova Destra che della vecchia Sinistra; qualche bandieretta rossa a saliscendi fu non vista, qualche grido non interamente ortodosso fu compatito; ma la libertà piena di spiegar al vento i vessilli e di levare al cielo i voti della repubblica non fu per anco concessa: finalmente i _Comitati dell’Irredenta_, dopo essere stati per qualche tempo carezzati in segreto, furono essi pure scomunicati e disciolti in pubblico, con uno zelo da meritare la gratitudine dell’Austria stessa.

Ora tutto ciò non era fatto certo per strappare gli applausi dell’Eroe, il quale tornato a Caprera, già _senex querulus_ egli pure, si pentiva sempre più d’aver accordato il suo patrocinio a quella Sinistra così fedifraga alle sue promesse; e ad ogni atto del governo che urtasse nelle sue idee ripigliava a borbottare, a maledire, a sfolgorare de’ suoi anatemi anche coloro tra i Ministri che gli erano stati più cari; non rispettando nella cecità dell’ira sua nemmeno il suo Benedetto Cairoli (sol perchè gli fece sostenere il genero Canzio, condannato dai Tribunali per discorsi sovversivi), coprendo d’un oltraggio plebeo, che la penna sdegna ripetere, colui che poco prima aveva egli stesso proclamato il «Baiardo della democrazia.»

Eppure dalla Sinistra accettò due favori, per varie cagioni non dimenticabili. Fin dal 1875, il ministro Minghetti, edotto delle angustie finanziarie del Generale che già confinavano colla povertà, penetrato, al pari della nazione intera, da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1º gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.[395]

Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiutò. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte.

Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli un’altra volta l’accettazione di quel dono, che non era insomma se non il compenso inadeguato de’ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi.

E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’ suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accettò. E corse la voce che nel dare il doloroso assenso, mormorasse sospirando cupamente «anche questo mi fanno fare,» le quali parole dette o pensate soltanto che siano, dovranno risuonare come un perpetuo rimorso nella coscienza di coloro che lo posero nella disperata necessità di subire quel grande sacrificio, e quasi sull’orlo del sepolcro gli rapirono quella che sarebbe stata la gemma più sfolgorante della sua corona: la gloria del morir povero.

II.

Quell’amarezza però gli venne raddolcita ben presto da una grande consolazione. Sappiamo di toccar un delicatissimo tasto e vi scivoleremo leggieri. Chi lesse quanto ne dicemmo noi stessi[396] sa come il matrimonio di Garibaldi colla signora marchesa Giuseppina Raimondi sia rimasto in quello stato che i legali chiamano: rato e non consumato.

Dal giorno in cui i due coniugi si separarono a Fino, essi non s’incontrarono, non si videro, possiamo soggiungere non si perdonarono più, e il loro vincolo si mutò da quell’ora in quella specie di catena lunga che la nostra sapiente legislazione civile inventò col nome di «separazione,» e la quale non essendo nè la libertà nè la schiavitù, nè il matrimonio nè il libero amore, pone i falsi coniugati nell’alternativa perpetua o del celibato obbligatorio o del concubinato forzoso e crea in mezzo alla nostra società quelle condizioni famigliari scandalose e violenti di cui Giuseppe Garibaldi e Giuseppina Raimondi furono uno degli esempi più celebri, ma non più dolorosi.

Se non che a quale de’ due partiti dell’alternativa si sia appigliato Garibaldi, non è mestieri ridirlo. Alla castità si sentiva negato; e un giorno conosciuta, come ogni mortale conosce, la signora Francesca Armosino, n’ebbe da lei, a lunghi intervalli, tre figli: Clelia, nata il 16 febbraio 1867; Rosita, nata il 10 luglio 1869, morta il 1º gennaio 1871; Manlio, nato il 23 aprile 1873.[397]

Ora di fronte a questi fatti che cosa potevano desiderare e volere, Garibaldi, la signora Raimondi, la signora Francesca; che cosa avrebbero potuto desiderare e volere, giunti all’età del raziocinio i figli stessi nati da lei? E che cosa, aggiungiamo noi, potrebbe desiderare e volere non diciamo la legge scritta de’ codici, ma la legge morale scritta nella coscienza di tutto l’uman genere?

Da un lato un’unione fittizia rimasta sterile; dall’altro un vincolo reale saldato da diciannove anni d’amore e dal pegno di tre figli; di qua la famiglia legale, ma immaginaria, di là una famiglia illegittima, ma vera; di qua tre bambini innocenti a cui un atto di giustizia può dare un nome, di là due donne, all’una delle quali la legge può riscattare il fallo, e all’altra riconsacrare il suo amore; in verità nè Garibaldi, nè la signora Raimondi, nè la signora Armosino, nè, a parer nostro, i tribunali depositari della morale pubblica e privata, potevano esitare più. I coniugi Garibaldi Raimondi se ebbero un torto fu di aver troppo atteso: essi dovevano chiedere molto prima che la legge regolasse la loro anormale condizione, e ciò tanto più che ai molti e solenni argomenti morali se ne aggiunsero, a quanto sembra, parecchi di stretto ordine legale che confermavano il loro diritto.

Comunque, sul principiare del 1879 deliberarono d’accordo di domandare o la nullità o lo scioglimento del loro matrimonio, ma al primo passo furono sfortunati: il Tribunale Civile di Roma con una sua sentenza del 6 luglio 1879 respinse la loro istanza.

Allora Garibaldi non ebbe più posa. Tempestava di lettere gli amici e i giornali, consultava avvocati, scongiurava il giovane Re, se i tribunali non lo potevano, a sciogliere egli stesso con un colpo della sua autorità dittatoria il nodo iniquo (a queste teoriche garibaldine siamo già avvezzi); voleva a forza che il Cairoli, Presidente del Consiglio, proponesse al Re un decreto, o alla Camera una legge, che lo liberasse dal giogo incomportabile e gli desse modo di divenir marito e padre legittimo della sua donna e de’ suoi figli.

E va da sè che Re e Ministro si rifiutassero all’atto autoritario, d’onde novelle sfuriate dell’Eroe, pacificate ben presto dalla notizia che un celebre avvocato, il più celebre d’Italia, Pasquale Stanislao Mancini, assumeva su di sè l’ardua causa, sicchè non era disperabile che la Corte d’Appello revocasse la prima sentenza e facesse paghi i reclamanti. E così avvenne.

La Corte d’Appello di Roma, considerato principalmente che il matrimonio Garibaldi Raimondi avvenne sotto il regime del diritto austriaco, emanante dal Concordato del 1855, il quale appunto ammetteva la nullità dei matrimoni _rati e non consumati_, colla sua sentenza del 14 gennaio 1880 «dichiarava Giuseppe Garibaldi libero dal vincolo del matrimonio celebrato in Como il 24 gennaio 1860 ed il matrimonio stesso destituito d’ogni conseguenza giuridica.»

Ne fu beato il Generale e pochi giorni dopo la pronunciata liberazione, il 26 gennaio, innanzi al Sindaco della Maddalena dava la mano di legittimo sposo alla sua Francesca, e, cosa forse per lui anche più dolce, il nome a’ suoi bambini che adorava. Non fu così piena e unanime la soddisfazione del pubblico, e del forense in principal modo. Più d’uno, riguardando la causa solo dal punto di veduta giuridico; reputò il primo voto della Corte d’Appello romana un’aperta illegalità, un diritto privilegiato creato per un uomo privilegiato, una violazione insomma di tutti i principii della nostra legislazione civile.

Va da sè che noi non osiamo metter verbo in siffatta lite: noi, indotti, consideriamo il problema nel rispetto più umile e più comune della moralità e della naturale giustizia, e, confessiamo il vero, nella nostra coscienza di giurati avremmo noi pure pronunciato l’annullamento. Sia pur stata violata, in qualche punto delle sue rigide forme, la legge; ma lo diremo con un egregio giureconsulto: «Noi confessiamo di non poter soffocare un intimo e prepotente sentimento di soddisfazione che le incongruenze giuridiche dei canoni e dei causisti abbiano permesso di rimediare ad una condizione di cose, dolorosa ad un tempo ed eccezionalmente immorale.[398]»

III.

Ma in sullo scorcio del 1880 le condizioni di salute del Generale declinarono rapidamente. L’artritide si era fatta cronica e invincibile, e gli sformava mani e piedi in modo miserando. Ogni moto, eccettuato quello della carrozzella a mano, gli era interdetto. Gli organi vitali funzionavano regolarmente, la mente era lucida, la energia morale vivace, ma una paralisi incipiente delle membra ed un catarro senile costringevano medici ed amici alla più grande vigilanza. E ciò non ostante intendeva curarsi a modo suo; dai medici non accettava che i consigli che gli garbavano; non voleva rinunciare nè anche nella stagione men propizia ai bagni, ed era tanto difficile governarlo da ammalato, quanto guidarlo da sano.

E tuttavia, anche in questo stato, appena udì che suo genero era stato arrestato a Genova, volle a forza farsi portare colà per protestare, almeno colla presenza, contro quello che a lui era parso una violazione ed un arbitrio; e pochi giorni dopo, invitato a partecipare in Milano alla commemorazione di Mentana ed allo scoprimento del suo monumento, si faceva mettere in vagone e partiva. E il suo ingresso nella capitale lombarda fu lo spettacolo più pietoso a cui la grande città avesse da tempo assistito. Steso sopra un letto, trascinato a passi lenti da una grande carrozza, bianca la barba, cereo il viso, immobile la persona, le mani rattrappite involte in un fazzoletto, coperto il capo da una papalina dorata e argentata, ammantellato in una specie di paludamento pontificale, Garibaldi sembrava piuttosto la salma d’un santo portato a processione da un popolo di devoti, che il corpo vivo d’un uomo! «Pare sant’Ambrogio!» mormorava il popolino milanese, memore de’ giorni in cui faceva passeggiare per la città il suo antico protettore, e forse l’analogia che la fantasia popolare trovava tra quel vecchio Pontefice armato della libertà latina e il belligero arcivescovo campione della nuova fede romana contro la prepotenza gotica, non era fisica soltanto. Pure quella reliquia d’eroe non s’arrendeva ancora; imperterrito accettava tutti gl’inviti, si prestava a tutte le cerimonie, riceveva a centinaia visite ed omaggi ed assisteva il 3 novembre da una loggia apposita, all’inaugurazione del monumento per cui era venuto; soltanto così egli che lo faceva come coloro che glielo permettevano o consigliavano, non pensavano abbastanza che ognuna di quelle fatiche era un giorno di più sottratto alla sua vita?[399]

Nel 1881, non soltanto per ragioni di salute, aggravatasi anche per una caduta fatta dalla carrozzella sugli scogli di Caprera, d’onde n’ebbe la testa ferita e qualche minuto di deliquio, si recava sopra la riviera ligure e in certa villetta d’Alassio vi passava due mesi d’inverno in una placida e forse ristoratrice solitudine.

Se non che aveva appena, può dirsi, riposto il piede nel suo eremo, che scoppiò il conflitto italo-francese per la questione tunisina, quindi l’una cosa dietro l’altra: il grido delle prepotenze del signor Roustan, la invasione della Reggenza, l’estorsione del trattato del Bardo, gli insulti alla nostra bandiera, gli eccidi dei nostri operai a Marsiglia, le contumelie quotidiane della stampa francese buttateci in viso a piene mani, e tutto insomma quell’insieme di fatti che misero in chiara luce a qual caro prezzo la nostra vicina repubblicana ci presterebbe la sua amicizia, e qual frutto usuraio d’umiliazioni e di servitù ella pretenda ancora dal beneficio, principalmente imperiale, di Solferino e di Magenta, pagato tuttavia abbastanza collo scotto di Nizza e di Savoia, e col sangue di Mentana e di Dijon.

Ora s’immagini a queste notizie il vecchio Eroe! Pareva che tutti quegli oltraggi fatti alla patria sua, penetrassero come lame di spada nel suo petto, tanto erano acute le urla di dolore e di collera che mandava. Schizzava fuoco e fiamme, e se avesse contato alcuni anni di meno, è difficile pensar qual nuovo incendio avrebbe suscitato in Italia. Avreste detto che al limitare del sepolcro, nel punto stesso che la compagine del suo corpo si sfasciava, l’anima sua ringiovanisse e sfolgorasse nuovamente di tutta l’energia de’ suoi giorni più gagliardi.

Null’altro potendo, parlava e scriveva, ma eran scritti e parole che valevano fatti. Egli solo parve a quei giorni la voce della nazione; e quegli Italiani, la grande pluralità pur troppo, che avevan stimato doveroso subire l’oltraggio con quel temperato risentimento e quella dignitosa rassegnazione con cui si sopporta una insignificante mancanza di galateo in una conversazione, quegli Italiani dovettero sentire ognuna di quelle parole piombar loro sull’anima come tante goccie roventi e destarvi almeno un istante di vergogna e di rimorso. Prima aveva cominciato con una nota più temperata: «Io sono amico della Francia e credo si debba fare il possibile per conservare la di lei amicizia. Però siccome sono Italiano anzitutto, darò lietamente questo resto di vita acciò l’Italia non sia oltraggiata da chicchessia....[400]» Poi alzando il tono coll’incalzar degli avvenimenti: «Il trattato della Francia col Bey fece crollare la buona opinione che io avevo per la Francia.... e se i suoi ingiusti procedimenti in Africa continuano, ci costringerà a ricordarci che Cartagine e Nizza sono francesi come io sono tartaro, e che nell’antica Cartagine gli Italiani hanno tanto diritto quanto la Francia, e che devono tendere alla completa indipendenza della Tunisia.[401]»

E quasi tutto ciò non fosse ancora abbastanza esplicito, come uomo cui tarda di dir tutto e nella forma più chiara il suo pensiero, prorompeva:

«Caprera, 22 settembre 1881.

»Miei cari amici,

»Lavare la bandiera italiana trascinata nel fango per le vie di Marsiglia — e stracciare il Trattato — tolto colla violenza — al Bey di Tunisi: solo a tal patto gl’Italiani potranno tornare a fraternizzare coi Francesi — lasciare a Bismarck accarezzare il Papato, e non oltraggiare la Repubblica coll’alleanza della menzogna — dalla quale si minaccia l’Italia.

»I nostri vicini da ponente a levante devono capire esser finiti i tempi delle loro villeggiature _nel bel paese_. E se han paura i........, gl’Italiani sono disposti a non tollerare oltraggi.

»Sono

»vostro »G. GARIBALDI.[402]»

Nè di sole parole si contentava. Udito che Palermo si prepara a festeggiare il suo Vespro, vede in quella commemorazione della disfatta angioina un risveglio del sentimento nazionale, e ad ogni costo, non sappiam se sprezzando i consigli de’ medici e de’ parenti, perchè di questi consigli non si vide la prova, ma certo sprezzando i consigli della sua salute, deliberò di recarsi a Palermo. Solo concede a sè stesso, non sapremmo se dire il riposo, o la fatica maggiore, di arrivarvi a piccole giornate, posando prima a Napoli, rivedendo le Calabrie, rifacendo a ritroso, come chi ricorda, la strada trionfale del 1860. E parte, e il 21 gennaio è a Napoli: ricevuto con delirio dalla città, che dal 60 in poi non l’aveva più riveduto, ma che rispettando il suo stato lo lascia tranquillo per oltre due mesi nella villa del signor Maclean a Posilipo, dove entrando, alla vista del magnifico golfo, esclama col nostalgico affetto del vecchio marinaio: «Oh bello questo mare!»

Colà però il corpo riposava, non lo spirito ancora. Egli non perde d’occhio Tunisi, e ad un certo punto è tale la nausea che lo prende delle rodomontate francesi e della dappocaggine italiana, che a pochi giorni di distanza scrive al signor Leo Taxil: «È finita, la vostra repubblica chiercuta non ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei si son mutati in disprezzo.[403]» E ad un ministro italiano andato a visitarlo, soggiungeva: «Lessi in qualche giornale che trattate con la Francia, per trovar modo di accettare senza scandalo il trattato del Bardo. Non lo fate. Una nazione non può mai tollerare le offese. E, se lo farete, io, vecchio, che non potrò correre l’Italia gridando vendetta contro di voi, io mi farò trascinare qui alla Riviera di Chiaia e in via Toledo, e sputerò sul viso alle guardie di pubblica sicurezza e alle sentinelle dell’esercito italiano, finchè o una mi uccida con un colpo di baionetta, o mi si porti a morire in prigione. Così, se voi farete quello, io farò che voi mi ammazziate, sperando che la mia morte muova contro di voi il popolo.[404]»

Tanta era ancora la fiamma vitale in quel settuagenario disfatto!

E dicasi pure ch’egli esagerava; a parer nostro, l’esagerazione era più nella forma che nel sentimento; ma gli è sol quando un paese esagera a questo modo, sente di sè e del proprio onore in siffatta guisa, che si fa rispettare dagli amici e dai nemici, e diventa grande.

IV.

Da Napoli a traverso le Calabrie, posando una notte a Catanzaro, parte in vettura, parte in ferrovia, pellegrinaggio micidiale a quell’uomo, arrivò allo Stretto, e di là, salutata la sua Messina, entrò il 28 marzo, di mattina, a Palermo.

Ma qui pure, come a Milano, come a Napoli, sorvoleremo alle accoglienze, poichè l’immaginarle è più facile che il descriverle. Noteremo soltanto un episodio singolare. Si era fatta correre la voce che il Generale, affranto dal lungo viaggio, avesse talmente bisogno di riposo che persino le grida e gli applausi avrebbero potuto nuocergli. Ond’ecco tutta la popolazione palermitana, concorde per incanto in un solo sentimento, soffocare le voci, smorzar i passi, domar l’indole espansiva ed entusiastica, e al Generale, cui aveva forse preparato uno dei suoi più strepitosi baccanali di gioia, render l’omaggio, nobile, delicato, figliale del silenzio.[405]

All’indomani Garibaldi, ospitato lungo la marina nel casino del signor Ugo Delle Favare, Sindaco di Palermo, scriveva di tutto suo pugno, con sforzo grandissimo della mano, ma lucido ancora di mente, questo Manifesto ai Palermitani, che senza toccare della Francia, la quale già pareva tornar verso l’Italia a meno violenti consigli, riepilogava il supremo ideale ghibellino del Vespro, e insieme gli amori e gli odii più antichi dell’anima sua.

«A te, Palermo — città delle grandi iniziative, maestra nell’arte di cacciare i tiranni — appartiene il diritto della sublime iniziativa di cacciare dall’Italia il puntello di tutte le tirannidi, il corruttore delle genti che — villeggiando sulla riva destra del Tevere — sguinzaglia di là i suoi neri cagnotti alla adulterazione del suffragio universale, quasi ottenuto, dopo essersi provato a vendere l’Italia per la centesima volta.

»Ricordati — o valoroso popolo — che dal Vaticano si mandarono benedizioni agli sgherri che, nel 1282, cacciasti con tanto eroismo.

»Forma, quindi, nel tuo seno — dove palpitano tanti cuori generosi — una associazione che abbia il titolo di _Emancipatrice dell’intelligenza umana_, la cui missione sia quella di combattere l’ignoranza e svegliare il libero pensiero.