Part 35
Non restava ormai altro partito che la ritirata su Monte Rotondo, e fu operata sotto la sinfonia _merveilleuse_ dei fucili _Chassepot_. Però, sia ridetto per isbaldanzire ancora una volta un nemico che non seppe aver rispetto nè pei vinti, nè per la verità, i tiratori francesi erano circa a dugento passi dalla via che percorrevamo, vedevano noi a occhio nudo, come noi essi, e non osarono scendere sulla strada.
In Mentana però tutto non era finito: un millecinquecento uomini circa vi restavano sempre; e quali per paura d’uscirne, come coloro che fin da principio corsero a rimpiattarsi nelle case; quali per non saperne trovare la via, come i tardivi o gli sbandati: quali per vender cara la libertà e la vita, come i Bersaglieri di Burlando, che, dopo aver bravamente combattuto tutta la giornata, si buttarono con un centinaio d’altri compagni nel castello e vi si rinchiusero; quali infine per non voler disperare della vittoria, come i Carabinieri livornesi, che già caduto il sole, ultimo quadrato di Waterloo, combattevano ancora; venivano tuttavia per ragioni e con propositi diversi a formare una massa che a prima giunta, a nemico non bene certo della vittoria, poteva parere temibile.
E infatti di fronte a questa folla di feriti, di dispersi, di nascosti, di impotenti, i generali franco-papali s’arrestarono; e non solo non ardirono entrare in Mentana, ma, vedi sapienza! sospesero persino una ricognizione che avevano ordinato per quella sera, accontentandosi di mettere le gran guardie a un mezzo tiro di fucile dal paese.[369] E questo lo scrive proprio il generale francese, e il fatto conferma, almeno in questo punto, il suo rapporto. Una cosa sola inesatta sfuggì al signor De Failly, «che egli dormì sul campo di battaglia.» Il valente Generale dimenticò che il campo di battaglia era Mentana stessa, e che egli per quella notte dormì fuori.
Garibaldi non l’avrebbe mai immaginato, e convinto che Mentana sarebbe stata nella sera stessa in potere del nemico, vedendo omai vana, e più per le ragioni politiche che per le militari, ogni altra resistenza, ordinò per la sera stessa la ritirata di tutto il corpo (circa tremila uomini) su Passo Corese. Egli sapeva, come noi tutti, che a Passo Corese l’attendeva la catastrofe, ma non sarebbe stato da uomini, poichè la era inevitabile, il differirla con un infecondo spargimento di sangue, o con un ludo teatrale di gladiatori, mascherarla.
Al mattino seguente, 4 novembre, al primo apparire del 59º reggimento francese, che, sotto gli ordini del tenente colonnello Bresolles, marciava in ricognizione sopra Mentana, una bandiera bianca issata sul castello annunziava che i Garibaldini ivi rinchiusi intendevano capitolare, e furono tosto intavolate le negoziazioni. Il maggiore Burlando per i suoi stipulò che _tutti i Volontari chiusi in Mentana_ avrebbero deposte le armi e sarebbero stati ricondotti al confine italiano da una scorta francese. I generali franco-papali mostrarono intendere, ed amiamo ancora crederlo, per l’onore di Francia, incolpevole equivoco, che pei soli _rinchiusi nel castello_ fosse pattuito il partire così, laonde tutti quelli che trovarono per le vie di Mentana, circa ottocento, li ritennero prigionieri di guerra e li portarono, trofeo non legittimo, in Roma.
Ridire poi tutte le prove di valore e di sacrificio sarebbe impossibile: empirebbero un poema. I settanta Carabinieri livornesi, la vecchia guardia della giornata, lasciarono circa la metà de’ loro sul terreno, fra i quali dodici morti, dei quali troviamo in un album pietoso registrati i nomi che ci par sacro ripetere.[370] Era stato degno di comandarli fino all’ultimo istante, fino a che gravemente ferito ad un braccio cadde egli stesso, Carlo Mayer, nome in Livorno onorato, già soldato e ferito d’altre campagne, colto intelletto e nobile cuore, fra i rari superstiti di quella generazione di veri volontari, di veri patriotti, e, sia pur detto, di veri uomini, che le battaglie della vita, più ancora che le battaglie del campo, vennero decimando. Cantoni di Bologna, il conte Bolis romagnuolo, bravamente morirono. Egisto Bezzi, di cui basta il nome, Adami livornese, Stallo genovese, Erba e Vigo Pellizzari di Milano, molti altri de’ quali il nome non si conosce, caddero feriti e con uno stuolo non meno ammirando di usciti illesi per prodigio da ogni più disperato sbaraglio, confermarono al nome italiano l’immortalità del valore.
Che cosa faceva intanto il colonnello Paggi co’ suoi tre battaglioni? Aveva egli scoperto il nemico, aveva visto il combattimento, aveva sentito la fucilata ed il cannone? Tanto Menotti Garibaldi quanto il generale Fabrizi gli mossero ne’ loro rapporti grave censura per non aver prima d’ogni altra cosa avvertita la marcia dell’esercito franco-papale per via Nomentana, e non essere disceso, una volta impegnato il combattimento, ad attaccare il nemico alle spalle.
Ma il colonnello Paggi in un suo rapporto, edito da’ giornali, s’è giustificato adducendo che il nemico, girando per le posizioni di Casale e Romitorio su Mentana, passò lontano da’ suoi avamposti otto miglia: che Monte Porci e Monte Lupari, oltre che essere anch’essi assai lontani e fuor d’ogni vista dalle accennate posizioni di Casale e Romitorio, erano stati il giorno prima per ordine di Menotti stesso abbandonati: che egli era stato mandato ad occupare _Palombara_ fuori affatto di linea, mentre dovea occupare il monte _Palombino_ dominante la strada; che infine egli avea udito il cannone soltanto verso il tocco e mezzo, ma che non avendo ricevuto alcun ordine di muoversi, stimò di non poterlo fare sulla sua responsabilità.
A noi mancano tuttavia argomenti bastevoli per pronunciare un giudizio. È certo però che il generale Garibaldi contava molto sulla vigilanza e sull’intervento della colonna del Paggi, tanto vero che durante il combattimento spedì guide ed ufficiali di stato maggiore a chiamarlo, ed è altresì certo che se un solo battaglione di quella colonna fosse comparso anche verso le tre alle spalle del nemico, l’effetto ne poteva essere grande e forse decisivo.
Tale fu la giornata di Mentana. In essa si trovarono di fronte, secondo i nostri ed i rapporti dello stato maggiore dell’esercito alleato, 11,000 Franco-papali contro 4652 Garibaldini. Tutto l’esercito pontificio sì mercenario che indigeno era uscito da Roma, ed il generale Fabrizi calcolando ai 5000 uomini si tiene molto al disotto del vero. Dell’esercito francese erano in linea tutto il 1º, il 29º e il 59º reggimento di linea, un battaglione di cacciatori di Vincennes e un’intera batteria d’artiglieria.
Le perdite de’ nostri, secondo le informazioni raccolte dal corpo sanitario, ammontarono a circa 240 feriti e 150 morti, oltre a circa 900 prigionieri. I morti del nemico ascesero a 256, sui quali, fatta la proporzione, si può calcolare il numero dei feriti. La differenza è dunque tutta a danno de’ Franco-papali; i Garibaldini non ebbero altro privilegio che di lasciare un maggior numero d’ufficiali sul campo di battaglia.[371]
XVI.
La notte era grigia e tetra, la campagna squallida e muta: buffi di vento soffiati dal Tevere penetravano nelle ossa, intirizzendovi quelle ultime ceneri d’energia che l’ambascia e la fatica di quell’aspra giornata non aveano consumate. La colonna seguiva, lunga, serrata, taciturna: non un canto, non un grido, non un colloquio. Garibaldi precedeva a cavallo, silenzioso anch’esso, col cappello sugli occhi, le braccia abbandonate, lugubre, spettrale. Pareva il _Napoleone_ di Meissonnier, che batte in ritirata dopo la sconfitta di Laon. Egli non badava ad alcuno, e nessuno a sua volta avrebbe osato interrompere il sacro colloquio di quell’uomo con la sua sventura.
Un istante tuttavia parve accorgersi che qualcuno gli cavalcava più dappresso, guatando ansioso tutti i moti della sua fronte; onde, rotto per poco il silenzio, gli disse: «È la prima volta, Guerzoni, che mi fanno voltare le spalle così, e sarebbe stato meglio....» qui un profondo sospiro gli troncò nella strozza la parola, e spinto avanti il suo cavallo, arrivò poche ore dopo insieme a tutta la colonna a Passo Corese.
Voleva forse dire: «Sarebbe stato meglio morire?» L’evento e l’ora consigliavano siffatti pensieri, e molti forse li covavano come lui.
Ivi il primo ad affacciarglisi fu il volto franco ed ospitale del colonnello Caravà, già suo soldato, ora comandante il 4º Granatieri al confine, e che fin dove glielo avevano concesso i suoi rigorosi doveri, era stato durante tutta la campagna sollecito in ogni guisa de’ nostri sbandati e de’ nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse:
«Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell’esercito che l’onore delle armi italiane fu salvo.»
E fu quella la più eloquente epigrafe di tutta quella campagna.
Il dì appresso il Generale montava in ferrovia, col proposito di ricondursi diritto alla sua Caprera, quando, «giunto a Figline (lo diremo colle parole stesse della protesta che i seguaci del Generale stesero in quella circostanza),[372] il convoglio fu fatto arrestare e presentossi al generale Garibaldi il luogotenente colonnello dei Carabinieri, signor cavalier Camozzi, il quale chiese conferire da solo col Generale stesso. La stazione era occupata militarmente da una divisione di Bersaglieri, comandata dal maggiore Fiastri, e da un forte drappello di Carabinieri.
»Dopo pochi istanti il Generale scese dal convoglio, e tutti noi che lo accompagnavamo con lui.
»A un tratto si udì il generale Garibaldi dire ad alta voce al colonnello Camozzi le seguenti parole:
» — Avete il regolare mandato d’arresto? —
»Il Colonnello rispose: — No. Ho l’ordine d’arrestarla. —
»Il Generale replicò: — Voi sapete di commettere una illegalità. Io non sono colpevole d’alcuna ostilità contro lo Stato italiano, nè contro le sue leggi. Sono deputato italiano, generale romano eletto da un governo legalmente costituito e cittadino americano. Come tale, non essendo colto in flagrante di nessun delitto, non posso essere arrestato, e voi e chi vi manda, violate la legge. Però vi dichiaro che non cederò che ad un atto di violenza, e che, se volete arrestarmi, vi converrà trasportarmi a forza. —
»A queste sue parole noi tutti (s’intendano i sottoscrittori della protesta) eravamo risoluti a difendere anche colle armi, nella persona del Generale, la legge e il diritto. Ma egli ci dichiarò «che alla violenza, che si intendeva usare contro di lui, non voleva si rispondesse con altra violenza; che non avrebbe mai consentito ad un conflitto con soldati italiani, e ci impose di tralasciare ogni pensiero di resistenza armata.»
» — Perchè (soggiunse) se avessi voluto resistere colle armi, io pel primo avrei usato di quelle che aveva sotto i miei ordini. —
»Noi ubbidimmo.
»Accorsa molta gente, la quale poteva far temere una collisione, e nel desiderio di evitare uno spettacolo così umiliante per il paese, il deputato Crispi telegrafò due volte al Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo una revocazione degli ordini in nome d’Italia, ed affermando replicatamente che il Generale voleva andare a casa sua, a Caprera. Perciò fu chiesta al colonnello Camozzi la breve dilazione necessaria per ottenere da Firenze una risposta telegrafica, come era stata domandata.
»Nello stesso tempo molti fra noi insistevano presso il colonnello Camozzi, perchè anch’egli, da parte sua, telegrafasse al Governo, significandogli la risoluzione del generale Garibaldi e chiedendogli, per la nuova e impreveduta circostanza, nuove istruzioni.
»A questo nostro consiglio il colonnello Camozzi oppose il più reciso rifiuto.
»Scorsa un’ora, senza che fosse arrivata da Firenze alcuna risposta al telegramma del deputato Crispi, il colonnello dei Carabinieri dichiarò che doveva far eseguire gli ordini.
»Nemmeno la dichiarazione fatta più volte dal generale Garibaldi d’essere stanco, sofferente, affranto da molti giorni di privazioni e di fatiche, e di non poter sopportare il nuovo e grave disagio d’un lungo viaggio, valse a trattenerlo.
»Allora quattro carabinieri si avvicinarono al Generale, il loro maresciallo lo invitò, in nome de’ suoi superiori, a seguirli. Il Generale, mantenendo ferma la sua prima risoluzione, fu sollevato dai suddetti carabinieri, tolto da dove era seduto nella sala d’aspetto, e così trasportato di peso in mezzo al silenzio più solenne de’ suoi amici sino alla carrozza a lui destinata.
»Solo il deputato Crispi, in nome di tutti, protestò con energiche parole contro la violazione della legge e contro l’oltraggio inflitto al più grande cittadino d’Italia.
»Fu concesso soltanto alla sua famiglia ed a’ suoi domestici d’accompagnarlo, ma solo il genero Canzio rimase con lui.
»Nello stesso compartimento andò a sedersi il colonnello Camozzi; molti vagoni di Bersaglieri precedevano e seguivano il treno.[373]»
E di là continuò fino al Varignano, dove sostenuto tre settimane, il 26 di sera fu imbarcato per Caprera, e quivi colla sola condizione di non uscirne sino al marzo vegnente e di presentarsi al Tribunale, caso mai il processo dovesse aver luogo, posto in libertà.
Le ultime parole da lui scritte, uscendo da quel secondo carcere patito per Roma, furono: «Addio Roma, addio Campidoglio! Chi sa chi e quando a te penserà!»
Ci pensò la Nemesi della Storia, che ai vinti di Mentana preparò la triste, ma giusta, ma fatale rivincita di Sédan!
[Illustrazione: SCHIZZO TOPOGRAFICO dell’Insurrezione Romana — 1867]
XVII.
L’Eroe aveva più che mantenuta la sua parola; dal 1868 al 1870, non solamente non s’era più mosso da Caprera, ma, cosa portentosa, aveva scritto poche lettere, e fatto parlare raramente di sè.[374]
Che cosa fa il Generale?; — era la domanda quasi obbligata e periodica de’ suoi amici in quegli anni; — che cosa pensa, che cosa mulina, che cosa apparecchia? — Nulla! pota le viti del Fontanaccio, scrive de’ romanzi,[375] e fa la corte alla signora Francesca Armosino, che non sembra ritrosa a quell’onore.
Se non che, a un tratto, l’una dietro l’altra, col crescendo d’un uragano, scoppiano le notizie dell’_anno terribile_: l’antico duello tra Francia e Germania ripreso; il primo esercito francese disfatto a Wörth e a Gravelotte; il secondo annientato, coll’Imperatore stesso prigioniero, a Sédan; l’Impero caduto e la Repubblica gridata: gli eserciti di Germania alle mura di Parigi: la Francia boccheggiante sotto il piede del vincitore, troppo orgogliosa, vorremmo dire, troppo grande, per darsi vinta ancora.
Ora in mezzo a questo cataclisma che spostava da un istante all’altro il fulcro dell’equilibrio mondiale, quale sia stato il contegno dell’Europa, il contegno dell’Italia nostra, non è mestieri ridirlo. L’Europa gridò: «Beati i neutri;» l’Italia esclamò: «Quest’è l’ora di riprender Roma:», più d’uno forse pensò se non era il caso di riavere anche Nizza; e continuando a lasciar che la Francia si liberasse come poteva dalle strette del colosso che le stava sul petto, ciascuno badò soltanto a trarre quel qualunque profitto che potesse dalla vittoria dell’uno, dalla sconfitta dell’altro, dallo spossamento d’entrambi. Ciascuno, eccettuatone un solo: colui che fu, sotto ogni rispetto, l’eccezione vivente del nostro secolo, Giuseppe Garibaldi. Intanto che gl’Italiani si preparavano tripudiando alla facile conquista dell’eterna città, intanto che taluno de’ suoi concittadini nizzardi lo sollecitava a entrare nel moto _revisionista_ che doveva restituire la sua terra nativa all’Italia, egli solo pensava alla Francia; egli solo forse sentiva il pericolo di veder sparire dal consorzio delle nazioni latine quella madre presunta, ma agitatrice certa di tutte le grandi idee moderne; ed egli solo le offerse, con semplice e commovente parola, «quanto restava di lui.»
La sua lettera però al _Governo della Difesa Nazionale_ in Tours restò senza risposta; e forse la sarebbe rimasta per sempre se il francese colonnello Bordone, uno de’ suoi ufficiali del 60, fattosi zelatore ardentissimo di quel viaggio, non fosse riuscito a strappare al signor Crémieux, Guardasigilli della _Difesa Nazionale_ una specie di aggradimento o d’incoraggiamento ufficioso che non aveva nulla, a dir vero, dell’invito ufficiale e categorico d’un Governo; ma che bastò al Bordone stesso per credere e far credere al Generale che egli sarebbe stato accolto a braccia quadre da tutto il popolo francese e salutato come un salvatore.[376] Ma fu disingannato ben presto. A Marsiglia il popolo lo accolse coll’usato entusiasmo; ma a Tours era così poco aspettato[377] che lo stesso Crémieux fu udito esclamare in suon lamentoso: «Ah mon Dieu; il arrive! Il ne nous manquait plus que cela;[378]» e il Gambetta, disceso per l’appunto in quei giorni in aerostata alla capitale provvisoria della nascente repubblica, non seppe ringraziarlo in altro modo che facendogli offrire il comando di due o trecento Volontari, di cui il Governo non sapeva che farsi.
Il fatto era che, eccettuati quei pochi amici ed ammiratori che l’Eroe aveva in tutti gli angoli della terra, nessuno in Francia aveva desiderato la sua venuta. Il Governo pel primo l’aveva subíta, ma non l’avrebbe mai invocata. Aborrito da tutte le frazioni del partito retrivo come il campione più pericoloso della rivoluzione; dipinto alle ignare contadinanze come un anticristo nemico a tutte le religioni e a tutti gli altari; inviso alla borghesia bottegaia e pacifica, come un impedimento di più alla conclusione della pace, che era in fondo l’anelito segreto e il desiderio più sincero del popolo francese, Garibaldi si trovò in Francia fin da’ primi giorni nella falsa posizione d’un intruso che arreca in casa d’altri un aiuto non richiesto, ed è tanto più increscioso agli aiutati, quanto più sono costretti a confessare che di quell’aiuto avrebbero bisogno. L’esercito pel primo non avrebbe mai potuto tollerarlo. «Mai, esclamava il Gambetta, mai io metterò un Generale francese sotto gli ordini di Garibaldi.[379]» Ed era un proponimento ingrato, ma in quel momento e per quel paese, politico. Nessun Generale si sarebbe mai rassegnato ad aver per uguale, molto meno per capo, quel soldato di ventura. I Capitani dell’Impero erano stati troppo solennemente battuti per ammettere che altri venisse loro ad apprendere il modo di non esserlo più. Vittoriosi, avrebbero forse tollerato di dividere con lui i resti della loro gloria; vinti, non avrebbero patito di dovere a lui gli onori della rivincita sperata. Checchè facesse Garibaldi, ponendo il piede in Francia egli era già predestinato a questo fine: portare la soma di tutti gli errori altrui; perdere il frutto di tutti i meriti propri; non raccogliere altro premio del suo beneficio che l’ingratitudine implacabile de’ beneficati.
Tuttavia il governo di Tours se non poteva desiderarlo, non poteva neanche osar di respingerlo; e quando il Generale, indignato dell’oltraggiosa offerta che gli era stata fatta, annunziò che sarebbe ripartito dalla Francia col primo treno diretto, il Gambetta, impensierito dell’interpretazione che si sarebbe data a quella partenza, e soprattutto forzato dal programma di guerra a oltranza da lui stesso bandito, che gli impediva di trascurare qualsiasi più piccolo soccorso, finì coll’offrire al Generale «il comando di tutti i Corpi franchi della zona dei Vosgi compresi da Strasburgo a Parigi, e d’una brigata di Guardie mobili.»
E come ognun sente, il titolo era troppo risonante per non sospettarvi sotto più vento che sostanza; tuttavia Garibaldi ormai disposto a sacrificare tutto sè stesso al fine che lo conduceva, l’accettò subito, e nell’indomani diede convegno a tutte le forze reali ed immaginarie poste a’ suoi ordini, nei dintorni di Dôle, dove andò egli stesso il 15 ottobre a porre il suo Quartier generale.
La scelta di quel primo punto di concentramento, dato l’obbiettivo prescritto al generale Garibaldi, e le posizioni del nemico, non poteva essere migliore. La piccola città di Dôle, capoluogo del Giura, domina dall’alto le due valli della Saona e del Doubs; allaccia intorno a sè le quattro strade di Dijon, di Langres, di Besançon, e di Lione, ed offre a qualunque esercito abbia l’ufficio di proteggere il Giura ed il Lionese da un nemico sboccante dai Vosgi, un pernio d’operazione e di difesa per ogni rispetto gagliardo ed opportuno.
E tale era infatti il problema dei belligeranti nel sud-est della Francia. Il generale Werder vinta Strasburgo era sceso con tutto il suo Corpo d’armata (XIV) nella regione meridionale dei Vosgi, e lasciata una divisione all’assedio di Belfort, s’era disteso colla sua ala destra nelle convalli della Saona e dell’Ognon, spingendo già le sue scorrerie fino a Vesoul, Langres e Montbeillaird in faccia a Dijon, Dôle e Besançon.
Ora contro queste truppe, sommanti a più che quarantamila uomini, non istettero fino ai primi d’ottobre che il Corpo del generale Cambriels, forte tutt’al più di ventimila soldati, tra Besançon e Beaume-les-Dames, e alcuni battaglioni di milizie mobili sotto gli ordini del dottore Lavalle, a guardia di Dijon. Tra questa città e Besançon v’era dunque un largo spazio vuoto, già minacciato dalle scorrerie nemiche, che importava e si pretendeva infatti coprire col così detto _Esercito dei Vosgi_ del generale Garibaldi.
Il qual esercito però non cominciò che al 20 ottobre a parere almeno l’embrione di quello che sarebbe stato in futuro. E non parliamo del numero, che fino a tutto ottobre non superò mai i quattromila uomini e per quasi l’intero novembre i settemila, ma tocchiamo qualcosa soltanto della qualità. Un cibreo cosmopolita di Francesi, Spagnuoli, Polacchi, Greci, Algerini, miscuglio a sua volta di guardie mobili, di soldati stanziali, di volontari, di reclute forzate, e decorato de’ nomi più strani e diremmo quasi quarantotteschi: _Francs-tireurs du Rhône, de Gand, de l’Isère ec.; Alsaciens de Paris, Explorateurs de Gray, Compagnie de Colmar e d’Oran, Enfants perdus de Paris, Guerrillos d’Orient, le Bataillon l’Egalité de Marseille_ ec.; i _Cacciatori delle Alpi, di Marsala, di Genova_, ec.; camuffati nelle foggie più strane, militari, brigantesche, eroiche, borghesi; armati di tutte le armi, dalla _tabatière_ al _Chassepot_, dal _Remington_ alla carabina svizzera, dall’antiquato fucile a percussione al nuovissimo _Spencer Rifle_; comandati da ufficiali, la cui gerarchia morale andava dall’avventuriere mestierante, lanciaspezzata di tutte le cause, al candido paladino dell’idea, accorso a morire per la repubblica; dal veterano incanutito nelle battaglie, al tribuno popolare improvvisato generale; dal vigliacco degno di fucilazione,[380] all’eroe degno d’apoteosi: ecco l’esercito dei Vosgi.
Che se a tutto ciò si aggiunga, fino quasi al finire della campagna, la mancanza di cavalleria, la povertà d’artiglieria, la freddezza, se non era qualche volta avversione, delle popolazioni e delle magistrature locali; la lentezza, se pur non poteva dirsi ritrosia del Governo a soddisfare ai più stringenti bisogni del nuovo esercito, e infine la perpetua incertezza del comando, sicchè in quella zona dei Vosgi, o del Giura, o della Costa d’Oro, non si seppe mai chi comandasse in capo; se Garibaldi, o Cambriels; se Michel, o Cremer; se Crousat o Bressolles; si avrà una pallida idea delle condizioni in cui Garibaldi dovette fare quella guerra, e quanta virtù di pazienza, di costanza, di coraggio, dovesse racchiudersi nel petto di quell’eroe per resistere a tante contrarietà, ben più moleste del fucile ad ago prussiano, e non piantare su due piedi un paese che gli lesinava persino i mezzi di combattere e morire onoratamente per lui.
XVIII.