Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Part 21

Chapter 213,576 wordsPublic domain

»Dimodochè noi contemplammo tranquillamente il celere avvicinarsi de’ soldati italiani — i quali giunsero al passo di trotto sulla collina che fronteggiava la nostra al di là del torrente — stendersi in linea e cominciare un fuoco d’inferno. Fu cosa d’un momento. Io passeggiavo al fronte delle nostre catene — e certo addolorato dalla piega che prendevano le cose — massime che udivo sulla destra — essere stato risposto continuatamente alle fucilate degli assalitori — continuavo colla raccomandazione di non far fuoco — ed i miei aiutanti percorrendo la linea raccomandavano lo stesso — ed ordinavo alle trombe di comandare il _cessare il fuoco_.

»Io fui ferito al principio della fucilata — ed accompagnato all’orlo del bosco — ove fui obbligato di sedermi — rimasi quasi nell’impossibilità di più poter distinguere ciò che succedeva sulla linea. Ove avessimo avuto da fare con dei nemici — la cosa andava certo diversamente. Avrei potuto collocare, coperte dalle prime piante, le nostre catene dei bersaglieri e con loro potevo rimanere io stesso. Lasciare avanzare la truppa al di qua del torrente — e dopo d’averla fucilata a bruciapelo — caricarla di fronte — col vantaggio dell’altura, e di fianco sulla sua destra spingendovi, collo stesso vantaggio, le compagnie che si trovavano a crocchietto nella nostra sinistra. Tutto ciò poteva operarsi molto prima che le compagnie de’ bersaglieri che marciavano per il bosco per fiancheggiarci sulla nostra sinistra potessero comparire e prender parte alla pugna.

»Io non ho mai dubitato che per valorosi che fossero i soldati che avevamo di fronte — essi non potevano mancare d’essere sbaragliati.

»Io ho fatto gli elogi del colonnello Pallavicini — e sono oggi della stessa opinione. In primo luogo — noi potevamo cadere in peggiori mani. In secondo, egli eseguiva gli ordini che aveva, con valore e risoluzione. Ciò nonostante — ripeto — se nemici dell’Italia noi avessimo avuto in faccia da combattere — l’Italia in quel giorno contava una splendida vittoria di più.

»Già dissi in un altro luogo che alcuni picciotti dell’ala destra avevano risposto al fuoco della truppa. Io ciò aveva veduto nel momento in cui fui ferito. Ma ciò che non vidi — e seppi dopo — fu che li stessi picciotti e Menotti nel centro — avevano eseguito una scarica.[236]

»È positivo però che da tutte le parti della linea dal centro alla sinistra — ove si trovavano in maggioranza i veterani di tutte le pugne — dei volontari italiani, e che più immediati erano alla posizione da me occupata — nessuno si mosse nè fece fuoco.

»Seduto — attorniato da’ miei prodi fratelli d’armi — io ebbi la prima medicatura al mio piede destro — alla coscia sinistra un’altra palla mi aveva contuso, ma fu poca cosa.

»Frattanto giungevano alcuni della truppa — e tra essi varii di coloro che con me avevano servito nei tempi passati — e vidi il cordoglio sulla fisonomia di tutti — meno alcuni giovani ufficiali dell’esercito — che senza dubbio — nuovi nei combattimenti credevano di aver riportato una strepitosa vittoria. Io ebbi ad incomodarmi con alcuni di questi pei spropositi loro — ma fu cosa di momento.[237]

»Giungendo la truppa sulla linea nostra — e non sapendo di me — molti de’ nostri si ritiravano per il bosco — dimodochè si rimase in pochi e ciò accelerò il disarmo della gente.

»I miei ufficiali di Stato Maggiore col colonnello Pallavicini stipulavano alcune condizioni — fatica inutile — poichè fummo trattati come prigionieri di guerra — come tali accompagnati a Scilla e come tali imbarcati a bordo della fregata il Duca di Genova e condotti alla Spezia.

»Da Aspromonte alla Spezia — io devo ricordare con gratitudine il trattamento del colonnello Pallavicini — del maggior Pinelli — del comandante, Whright, del _Duca di Genova_ — del colonnello Santa Rosa, e del comandante Ansaldi al Varignano — e del capitano di Porto, Rossi (uno dei mille), alla Spezia.[238]»

XIX.

La commozione suscitata dall’annuncio d’Aspromonte fa grandissima, e non in Italia soltanto, ma in quante contrade era giunto il nome del mondiale condottiero e l’eco della catastrofe. Strano destino di quest’uomo: egli raccoglieva dalla sua disfatta una mèsse di gloria che mai sì grande dai trionfi di Palermo e di Napoli! Finchè fu in piedi col vessillo della rivolta in pugno, egli non era, agli occhi dei più, che un ribelle dissennato, che pareva lecito anzi doveroso combattere e schiacciare al più presto; appena fu atterrato, egli diventò a quegli occhi medesimi il martire d’un’idea, reso dalla sventura inviolabile e sacro.

Perseguitato, temuto, da molti esecrato fino a ieri come un bandito pericoloso, oggi è ricerco, glorificato, staremmo per dire, adorato come un santo. Un incessante pellegrinaggio di devoti assedia il suo carcere; una gara d’affetti circonda il suo capezzale; un concento di compianti e di voti vola a lui da ogni angolo della terra, e ne dice l’apoteosi. E quel che è più meraviglioso, prima in quel torneo di pietà la fredda, compassata, calcolatrice Inghilterra. A Londra, a Birmingham, a New-Castle, a Dundey, a Birkenhead i _meetings_ si succedono ai _meetings_, nè solo per esprimere all’eroe la simpatia del popolo britannico, ma per protestare insieme contro la Potestà temporale de’ Papi e l’occupazione francese di Roma. Uno de’ più celebri chirurghi inglesi parte a pubbliche spese per visitare il ferito; una colletta popolare d’un _penny_, destinata a costituire un fondo di soccorso a Garibaldi, raccoglie in pochi giorni 40,000 franchi; i giornali d’ogni parte riboccano di notizie del ferito, di particolari della sua vita, d’apologie della sua causa; da tutti i porti del Regno Unito partono per la Spezia lettere, telegrammi, doni, visitatori e visitatrici; un Comitato permanente di notabili governa nella metropoli le onoranze a Garibaldi; ad Hyde Park in un _meeting_ di quarantamila persone si combatte tra Irlandesi ed Inglesi pro e contro Garibaldi, pro e contro il Papa più che non si fosse combattuto ad Aspromonte; la questione garibaldina par divenuta una questione inglese.

Diverse di forma, non di sostanza, sono le manifestazioni degli altri popoli. A Lipsia si getta in oro per sottoscrizione pubblica una corona d’alloro al Campione della libertà umana; a Stocolma per lo stesso fine, per il medesimo uomo, si tiene nel palazzo della Borsa un immenso Comizio popolare; in America rinasce il pensiero di affidare a Garibaldi il comando dell’esercito federale, e il Console degli Stati-Uniti a Vienna ha l’incarico di ripetergliene la proposta.[239] In Francia finalmente, quantunque il regime imperiale non tolleri manifestazioni politiche, gli operai sottoscrivono indirizzi e mandano deputazioni; i diari dell’Opposizione esaltano le virtù dell’eroe e chiedono la sua liberazione; e quel che più sorprende, taluno fra gli stessi organi napoleonici ne consiglia l’amnistia.[240]

E codesta dell’amnistia era il più intricato de’ problemi che il prigioniero del Varignano imponesse ai suoi custodi. Che si faceva di lui? Graziarlo? Processarlo? Condannarlo come un reo volgare e un ribelle comune? Certo i pareri erano divisi a seconda delle passioni e delle idee, ma una sovrastava manifestamente a tutte le altre e veniva sempre più raccogliendo il suffragio degli uomini moderati di tutte le parti: Garibaldi non si tocca.[241] E i più espliciti in questa sentenza erano ancora i giornali stranieri. Il _Daily News_, appena udito il fatto d’Aspromonte, esclamava: «Se Napoleone è stanco di regnare e di vivere, basta ch’egli tocchi un capello della testa di Garibaldi;» il _Morning Post_, di tendenze napoleoniche, chiedeva che «gli fosse permesso di ritirarsi in un paese di sua scelta:» l’_Opinion Nationale_ più esplicitamente diceva: «Garibaldi infatti non è un ribelle ordinario. Quand’anche non si voglia tener conto dei suoi immensi servigi, della sua devozione senza limiti alla causa italiana, del suo disinteresse assoluto, del suo coraggio, di tutto ciò ch’egli ha fatto col suo prestigio e colla sua popolarità; è tuttavia permesso di dire a suo discarico ch’egli colla sua rivolta ha espresso, in un modo illegale, irregolare, e sia pure inammissibile, il sentimento di tutta l’Italia.»

Tale non fu in sulle prime il pensiero del Governo. Come non aveva saputo arrestare a tempo il ribelle, così ora pareva risoluto a tutte le audacie per annientarlo. Però con infelice consiglio elevava al grado di generale il Pallavicini, decorava i suoi ufficiali, tollerava che un Maggiore in Sicilia fucilasse, senza processo, veri e supposti disertori; inaspriva, coi vani rimbrotti de’ suoi portavoce, la piaga del ferito, annunziava finalmente il suo proposito di abbandonarlo al rigor della legge; discuteva soltanto se tradurlo innanzi ad un Tribunale ordinario o innanzi al Senato convocato in Alta Corte di giustizia. Di mano in mano però che i fumi della facile vittoria si dileguavano e i voti della pubblica opinione si facevano più manifesti, e i pericoli di quello straordinario processo politico più certi, anche il Governo cominciò a piegare a più miti e prudenti consigli, fino a che, stimando cessata la causa della severità, e restaurato l’impero della legge, e domo Garibaldi, e «risorta la fiducia della Francia,[242]» facendosi interprete del voto del Parlamento, sottoponeva alla firma del Re Vittorio Emanuele un decreto d’amnistia, e, colto il destro delle fauste nozze della principessa Maria Pia col re di Portogallo, lo promulgava.[243]

Il decreto di amnistia però, aveva fatto grazia a Garibaldi della libertà, non del suo piede. La palla d’Aspromonte era certamente annidata nella profondità dell’arto, ma non era stato finora possibile ai più valenti chirurghi d’Italia e d’Europa[244] il determinarne la posizione precisa. Da ciò la gravità sempre pericolosa della ferita; da ciò una tortura quotidiana di specillazioni, di tagli, di esplorazioni, che il martoriato sapeva sopportare con spartana fortezza, ingannando quelle lunghe giornate di decubito e di inerzia colla lettura di pochi libri e la scrittura de’ suoi ricordi; sorridendo e conversando placidamente sotto il bisturi e lo specillo; tollerando con serena cortesia il fastidio delle interminabili visite, più tormentose, sovente, della sua piaga; mostrandosi talora più sensibile a un raggio di sole che scherzasse per la sua camera, o ad un alitar di brezza marina che gli carezzasse la fronte, che a tutti gli strazi della mano chirurgica, ed esclamando un giorno, durante una di quelle dolorose medicazioni, che facevano impallidire i suoi infermieri: «Che magnifica bonaccia![245]»

Finalmente però, mercè lo specillo del dottor Nélaton (dotato della proprietà di tingersi in nero al contatto del metallo), l’ubicazione della palla potè con sicurezza essere accertata (stava incuneata a quattro centimetri e mezzo, sotto l’estremità inferiore della tibia), e la mattina del 22 novembre, senza sforzo, senza lacerazioni, senza grave dolore dell’infermo, l’esperto dottor Ferdinando Zannetti riuscì ad estrarla.

Ed era questo, dopo ottantasei giorni di cura incerta e temporeggiatrice, la prima vittoria certa, condizione indispensabile della guarigione; ma la guarigione appariva tuttora assai lontana. Prima che l’opera restauratrice della natura sia compiuta, che la piaga sia rimarginata, che il malato abbia ricuperate le sue forze, molti mesi dovranno trascorrere, ed anche quando i medici lo licenzieranno per il ritorno a Caprera, non potranno tacergli il pronostico che egli rimarrà zoppo per tutta la vita. S’ingannerebbe però chi, giudicando dalle sole apparenze, conchiudesse che l’unico frutto raccolto da Garibaldi sulla vetta di Aspromonte, sia stato un piede di meno e un disinganno di più! Si torni al finire del 1862, si paragoni, in quell’anno, Garibaldi che si trascina sulle gruccie pei greppi di Caprera, al Papato che troneggia e minaccia da Roma, e si dica quale dei due fosse allora più ferito e più zoppicante! La palla del 29 agosto 1862 abbattè il corpo del temuto Capitano, ma l’idea animatrice del suo pensiero percorse in quell’ora un cammino che forse la più splendida sua vittoria non avrebbe potuto. Aspromonte non soccorse alla soluzione della questione romana che in un modo indiretto, ma pur decisivo; la liberò dalle ambagi della diplomazia e la ripropose, in tutta la sua fiera nudità, al tribunale delle nazioni civili. Il _Roma o morte_ di Garibaldi aveva detto al mondo che la Penisola non avrebbe posa, nè la rivoluzione tregua, nè l’Europa pace, finchè la mostruosa lega dei due Reggimenti non fosse spezzata, e Roma rivendicata alla sua terza gloria di capitale d’Italia; e non vi sarà oramai prepotenza principesca o astuzia clericale, che possa sfuggire all’implacabile dilemma.

CAPITOLO DECIMOPRIMO.

DA LONDRA A BEZZECCA. [1863-66.]

I.

Garibaldi è a Caprera e la sua ferita rimargina con lentezza, ma con regolarità; il piede imbustato in un apparecchio inamidato va acquistando ogni giorno elasticità e vigoria; non può abbandonarsi ancora con grande confidenza all’appoggio delle gruccie, sicchè quando esce per l’Isola è costretto a farsi trascinare in un carrozzino a seggiola, dono ed industria elegante d’Inglesi; ciò malgrado, i medici son persuasi che la guarigione non sia più che una questione di tempo e che di tutto il danno temuto non resterà più che una zoppicatura appena sensibile.[246]

Pure mai forse come in quell’anno egli sentì il cruccio dell’impotenza e il tedio dell’inerzia. La Polonia era novamente insorta: spinta alla disperazione dall’ukase che le strappava in una notte il fiore dei suoi figli[247] per mandarli sotto l’assisa del pretoriano moscovita a servire tra le rupi del Caucaso, o le nevi della Siberia, dava di piglio alle sue lancie, si inselvava ne’ suoi boschi, e ricominciava per la quarta volta, contro il suo colossale oppressore, uno di quei duelli ineguali a cui la vecchia Europa da oltre ottant’anni assisteva, le braccia al sen conserte, incoraggiando la indomita combattente de’ suoi applausi sentimentali e de’ suoi petrarcheschi conforti per abbandonarla poi sempre a nuovo e più crudo martirio.

Però con qual cuore udisse l’infermo di Caprera i primi annunzi dell’eroica lotta l’immagini chi lo conobbe. Egli avrebbe voluto accorrere, volare, ritentare sulle rive della Vistola le disperate prove da lui compiute nelle campagne dell’Uruguay e della Sicilia, pagare almeno col sangue suo il debito di gratitudine che l’Italia doveva ai tanti Polacchi morti per lei; ma il leone è confitto alla sua rupe; l’eroe non è più che un apostolo inerme ed impotente, che può ancora dare i suoi figli, spronare i suoi amici, fustigare se non scuotere, con infiammati appelli e acerbe rampogne, l’infingarda apatia dei popoli e de’ governi; ma il soccorso vero, poderoso, efficace, il soccorso del suo braccio di soldato e della sua esperienza di capitano, egli non può darlo più: Aspromonte l’ha rapito alla Polonia.

Intanto, null’altro potendo, parlava e scriveva. A Mariano Langievicz, Dittatore degli insorti, scriveva: «Che Dio vi benedica: tutti saremo con voi e presto;[248]» ai popoli dell’Europa gridava: «Non abbandonate la Polonia;[249]» al popolo inglese soggiungeva: «Volgiti all’Oriente, o generoso; là si dibatte in un lago di sangue sotto il _knout_ sterminatore lo schiavo bianco.... Britanno, chiama a te i popoli ed i popoli ti seguiranno.[250]» All’Emigrazione polacca rispondeva: «Voi mi chiedete una parola, ed io vorrei porgevi dei fatti:[251]» all’esercito russo finalmente, quasi glossando un enfatico manifesto che poco prima Vittor Hugo gli aveva diretto, pregava a «considerare i Polacchi come fratelli ed a meritare le benedizioni della specie umana, stringendo la mano alla più sventurata ed alla più degna delle nazioni.[252]» Ma eran parole; più sincere e generose per fermo di quelle che a quei medesimi giorni schiamazzavano nelle concioni de’ tribuni, cinguettavano nelle pagine delle gazzette, o arzigogolavano nelle note delle Cancellerie diplomatiche, ma ne’ loro effetti poco dissimili; parole anzi non bene accette a quei medesimi pei quali erano profferite, perchè il Governo insurrezionale di Varsavia, timoroso che l’intervento di Garibaldi potesse imprimere al moto polacco un carattere troppo rivoluzionario e alienargli per tal modo lo sperato favore delle Potenze europee (dell’Austria principalmente, che in sulle prime era parsa secondare sottomano gli insorti), faceva intendere al famoso Capitano[253] che la Polonia eragli grata della sua magnanima offerta e contava sul di lui morale patrocinio, ma che per il momento non reputava opportuno che la sua persona apparisse sul teatro della lotta.

Ed anche in Italia la causa polacca raccoglieva aiuto più d’orazioni che d’opere. E non parliamo del Governo costretto dalla condotta incerta degli Stati occidentali e più dalla posizione ambigua presa dall’Austria ad una grande circospezione; ma nella stessa democrazia, fra i più devoti commilitoni di Garibaldi, gli animi erano perplessi e i pareri divisi. Perocchè se tutti consentivano nella santità della causa e nel debito di aiutarla, i più non ne vedevano nè il mezzo nè la via; e pochissimi soltanto, primo fra tutti l’anima eroica ed impaziente di martirio di Francesco Nullo, cui attendeva la bella morte dei prodi sugli argini di Olkutz, pochissimi erano quelli che si mostrassero deliberati ad ogni sbaraglio.[254] Tuttavia un Comitato erasi costituito in Genova sotto la direzione di Clemente Corte che andava un po’ a stento, per ver dire, accattando armi e danari, soccorrendo gli esuli polacchi che volevan rimpatriare e apparecchiandosi alla meglio all’eventualità d’una spedizione. E non andò molto infatti che parve offrirsene l’opportunità.

In sul finire di maggio due emissari polacchi[255] erano arrivati a Caprera apportatori di questo audacissimo progetto: attaccare la Russia anche da mezzogiorno; raccogliere in Costantinopoli quante armi e volontari fosse possibile; sommovere la Rumenia, rovesciar coll’aiuto del partito nazionale, capitanato dal Rossetti e dal Bratiano, il principe Couza; e fatto base del Principato, penetrare, con legioni miste d’italiani e Polacchi, guidati da Menotti, in Bessarabia, e di là per la Podolia e la Gallizia dar la mano agli insorti del centro.

Non ci arrestiamo a discutere l’attuabilità di siffatto progetto; eran progetti di esuli disperati e basta: aggiungiamo questo solo: che Garibaldi diè il consenso; che Menotti[256] partiva pochi giorni dopo da Caprera con un piroscafo che nascondeva nella sua stiva tutto il piccolo arsenale dell’Isola, compresovi un cannoncino; che a Genova il Comitato per la Polonia, presieduto dal Corte, accettò l’idea, soltanto fece intendere così al Generale come ai Polacchi che trattandosi d’impresa sì fortunosa nella quale andava avventurata non solo la vita di tanti giovani, e le poche sostanze del Comitato, ma il credito della stessa democrazia italiana e del loro capo, era per lo meno prudente inviar qualcuno a Costantinopoli ed a Bukarest affine di scandagliare il terreno, esaminare fino a qual punto il disegno fosse effettuabile, prendere gli accordi coi Comitati polacchi esistenti colà e rapportare ogni cosa agli amici d’Italia. E ciò convenuto, Giacinto Bruzzesi e Giuseppe Guerzoni, scelti di comune accordo a quell’ufficio, s’imbarcarono per l’Oriente. Se non che poche settimane di dimora a Costantinopoli, una visita fatta dal Bruzzesi a Bukarest bastarono ai due esploratori per conoscere tutto il vero. In primo luogo il Governo turco poteva fino a un certo segno chiudere un occhio sui disegni della Emigrazione polacca, ma protestavasi fermamente risoluto ad impedire qualsiasi accolta d’armi e d’armati sul suo territorio; in secondo quantunque il trono del principe Couza apparisse assai vacillante, nè il Rossetti nè i suoi amici stimavano giunta l’ora di dargli l’ultimo crollo, tanto meno arrischiando la patria loro in una avventura il cui primo frutto sarebbe stato di inimicare alla causa dell’indipendenza rumena la potente Russia, sua naturale tutrice; finalmente v’era bensì a Costantinopoli un manipolo di Polacchi deliberati a tentare, non foss’altro perchè l’avevano promesso, la impresa, ma per l’esiguità del numero e la povertà dei mezzi sfiduciati essi pei primi di poterla condurre a compimento. E tanto è vero che in sul cominciare di luglio essendosi un centinaio di loro raccolti ne’ dintorni di Galatz furono dal Governo di Bukarest immediatamente perseguiti, e prima che riuscissero a varcare il Pruth, disciolti e disarmati. Però riportate queste notizie a Genova, l’impossibilità della divisata impresa apparve a’ suoi più accesi zelatori evidente, e Garibaldi pel primo si rassegnò a rinunciarvi.

Quasi contemporaneamente anche la insurrezione polacca, stremata da oltre un anno di lotta disperata, mandava gli ultimi aneliti. Sempre cullata dalla speranza che la platonica tenerezza e la verbosa commiserazione delle Potenze occidentali si convertissero finalmente in aiuti efficaci d’opere e d’armi; sempre credente alla voce de’ suoi esuli che, illusi a lor volta dalle lunghe promesse de’ capitani veri o presunti della rivoluzione europea, le facevan balenare ad ogni giro di luna il miraggio d’una spedizione, d’uno sbarco, d’una crociata;[257] oggi confortata dall’aspettazione d’un congresso europeo, domani rianimata dal sogno d’una insurrezione rumena o galliziana, o d’una ripresa della quistione d’Oriente; la grande martire riusciva bensì a protrarre per tutto l’inverno del 1864 la sua prodigiosa agonia, ma ahimè! senz’altro frutto che di veder ingrandire giorno per giorno la già immane ecatombe de’ suoi figli, e rinnovare sulla pietra risuggellata del suo sepolcro la funebre epigrafe del primo suo campione: _Finis Poloniæ_.

II.

Ed eccoci a quel viaggio d’Inghilterra che per il modo onde fu avviato e condotto, il clamore che menò, gli spettacoli che offerse, i sentimenti che suscitò, i commenti a cui porse occasione divenne non per Garibaldi e l’Italia soltanto, ma per buona parte d’Europa, un vero avvenimento.

L’idea di veder Garibaldi nel loro paese non era nuova nei cervelli inglesi, e fin dal 1862, e prima e dopo Aspromonte, a voce e per iscritto, vecchi e novelli amici gliene avevan più volte ripetuto l’invito. Il Generale però, pur protestandosi desiderosissimo di ringraziare in persona il popolo inglese per il grande patrocinio prestato in ogni tempo alla causa italiana, s’era sempre schermito dal prendere alcun impegno definitivo. E ciò non tanto per l’argomento della sua infermità, divenuto dopo Aspromonte, achilleo davvero, quanto perchè non si sentiva in fondo all’animo abbastanza tranquillo circa all’opportunità di quel viaggio che poteva vestire le apparenze d’una vanitosa questua d’onori, e risolversi, anche contro sua volontà, nel clamore d’un trionfo senza alcun beneficio per l’Italia.

Tuttavia, quando in sul finire del 1863 corse la notizia che il Generale poteva coll’appoggio d’un tenue bastoncello passeggiare francamente per l’Isola e che perciò quell’impedimento della salute, l’unico riconosciuto dagli Inglesi, era cessato; i fautori del viaggio gli furono novamente addosso con tanta concordia e tanta insistenza che non gli fu più possibile pagarli di risposte evasive, e gli convenne prendere un partito.