Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 6

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Rossetti riuscì a combinare una piccola società di navigazione che doveva fare periodicamente un traffico di cabotaggio da Rio Janeiro a Cabo Frio, e Garibaldi vi ebbe naturalmente la parte principale, prendendo il comando di uno di quei bastimenti; e così senza privazioni, ma anche senza fortune, campò tutto quell’anno.

Peraltro quella vita non era più fatta per lui; quel va e vieni monotono per le medesime acque, quella navigazione obbligatoria e mestierante, priva di varietà e d’emozioni, non si confaceva più alle aspirazioni eroiche, allo spirito avventuriero, all’irrequietezza procellosa d’un uomo che veniva a chiedere alla terra d’esiglio meglio che un rifugio, una libera arena, in cui cimentare le sue forze ed agguerrirle per le remote, ma certe battaglie, a cui si sentiva chiamato; onde pochi mesi eran corsi che già meditava di lasciarla.

«Di me ti dirò soltanto (scriveva il 27 dicembre di quell’anno all’altro suo amico G. B. Cuneo, che l’aveva preceduto a Buenos-Ayres) che la fortuna non mi favorisce, e ciò che mi affligge si è l’idea di non potere avanzare nulla per le cose nostre: sono stanco, per Dio, di trascinare un’esistenza tanto inutile per la nostra terra; di dover fare questo mestiere; sta’ certo: _noi siamo destinati a cose maggiori_; siamo fuori del nostro elemento.[32]»

E il suo elemento lo trovò ben presto.

II.

Il Brasile comincia da qualche anno ad essere fra di noi meglio conosciuto ed estimato: l’uso intelligente e moderato ch’egli fa da quasi mezzo secolo di una delle più liberali costituzioni del secolo; le riforme introdotte dal suo dotto e benefico Imperatore in ogni ramo della pubblica legislazione ed economia; la emancipazione dei negri compíta senza i conflitti sanguinosi che misero in forse la vita degli Stati Uniti del Nord; le maggiori scoperte della civiltà applicate con celerità, che misurata alla stregua degli ostacoli opposti dalla vastità del suolo e dalla tenacia delle tradizioni direste meravigliosa; la parte sempre più operosa che esso prende al lavoro scientifico ed economico dei due mondi; l’asilo infine più sicuro forse e più produttivo d’ogni altra parte d’America che vi trovano gli emigranti del vecchio continente, tutto ciò costringe da qualche tempo l’Europa a volgere uno sguardo più attento e più simpatico alla storia d’un paese, che paga un sì largo tributo alla civiltà presente e ne promette uno maggiore alla avvenire.

E quella storia, se i limiti di questo studio lo consentissero, noi la narreremmo volontieri; non potendolo, ne toccheremo di volo le somme vicende.

Nei primi mesi del 1500, il portoghese Pietro Alvarès Cabral, mandato dal re Emanuele il Fortunato a rifare sulle orme di Vasco di Gama la strada delle Grandi Indie, sviato dalle correnti, sbattuto dalla tempesta contro un capo di quel nuovo continente che ancora si chiamava delle Indie occidentali, vi pianta colla bandiera del suo Re una croce, e battezza la terra incognita, per caso scoperta, col nome di Vera Cruz.

Fu questo il primo punto occupato stabilmente da Europei in quella immensa regione, che più tardi dal rosso ardente d’una sua pianta prenderà il nome di Brasile. È ben vero che pochi mesi prima anche lo spagnuolo Pinzon n’aveva intraveduta più a settentrione un’altra punta, onde il litigio insorto tra Spagna e Portogallo per la primazia della scoperta e della conquista; ma re Emanuele tagliò corto, inviando una spedizione armata, di cui era parte il nostro Amerigo, la quale, corsa ed occupata tutta quella parte di costa che va da Pernambuco a Porto Allegre, l’assicurò definitivamente al dominio portoghese.

Del felice possesso però il Portogallo non sentì in prima tutto il valore; si accampò sulle marine, abbandonò l’interno delle terre alle cento tribù indiane che da secoli l’abitavano, e s’accontentò di farne uno scarico de’ suoi galeotti e un asilo aperto ai corsari ed ai contrabbandieri che fossero tentati di convenirvi. Solo più tardi, seguendo l’esempio del leggendario Caramuro, il primo a dedurre nella baia di Todos los Santos una vera colonia, colonizza le terre, dividendole in tante capitanerie ereditarie; assoggetta, più ancora coll’opera della Compagnia di Gesù che mediante le armi, le orde indigene e le risospinge sempre più verso l’interno; concentra nelle mani di Tomaso da Susa il governo generale di tutta la contrada, e ne fonda a San Salvador la prima capitale, intanto che una colonia d’Ugonotti francesi poneva la prima pietra di quella che diverrà la sua capitale moderna, Rio Janeiro.

Ma quando nel 1580 per la tragica scomparsa di re Sebastiano e l’estinzione della sua casa, il Portogallo andò inghiottito nella mondiale monarchia di Filippo II, anche il Brasile seguì per sessant’anni la medesima sorte. Era però ben naturale che anche la grande colonia sperimentasse le conseguenze degli odii e delle rappresaglie che la demente politica di Filippo II suscitava per tutto il mondo; non scoppiava una guerra in Europa che il Brasile non ne sentisse il contraccolpo. Il conflitto coll’Inghilterra gli rovescia contro un nugolo di arditi corsari inglesi che ne devastano le coste, mentre gli Olandesi, già potenti in terra ed in mare, dopo aver spogliato Filippo III delle più ricche gemme dell’Indie orientali, vanno ad assalire Filippo IV ne’ suoi possedimenti brasiliani; e in una guerra di dodici anni (1624-1636), malgrado la eroica resistenza dei Portoghesi, gli strappano a palmo a palmo tutta la costiera che va dalle rive del San Francisco fino al Rio Grande del Nord. Così sulla terra del Brasile si assidono due diverse signorie, che si toccano e si urtano ad ogni passo, ed espongono quel paese a nuovi e non lontani conflitti.

III.

La conquista olandese però non fu nociva al Brasile.

Mentre la Spagna, smarrita dietro la chimera del favoloso Eldorado, trascurava il massimo interesse della fertilizzazione del suolo, e non scuopriva nuove regioni che per depauperarle a beneficio de’ suoi avidi governatori, e abbandonarne le tribù indigene alla caccia selvaggia di quei feroci coloni di San Paolo, che furono detti i _Mamelucchi d’Occidente_, il Governo olandese, nella mano prudente e liberale di Maurizio di Nassau, tentava cattivarsi l’amore e l’obbedienza dei nativi coi beneficii d’un regime più umano e civile. Invano! Tra il Brasile portoghese e la signoria olandese si frapponeva una barriera insormontabile: la questione religiosa.

Infatti non appena il Portogallo, colla congiura che portò sul trono la casa di Braganza, si sottrae alla dominazione spagnuola e ricupera con ciò le sue antiche colonie d’America, il conflitto tra le due razze e le due religioni, che si contendevano il possesso del Brasile, si riaccende più vivo che mai; ne dà il segnale colla rivolta degli _Independents_ la provincia di Pernambuco (1645), e dopo una guerra ostinata di nove anni gli Olandesi, battuti in terra ed in mare, sono costretti a lasciare le coste americane (1654), e il Brasile ritorna tutto quanto nel dominio de’ suoi primi colonizzatori.

Per tutto quel secolo XVII le colonie brasiliane continuano a popolarsi, ad espandersi, a prosperare; ma fiere discordie, frutto naturale dell’antagonismo tra i nuovi coloni e gli antichi, tra Portoghesi nativi e i nuovi immigrati (_Paulistas e Forestieros_), tra i Gesuiti aspiranti al governo temporale dello Stato, come già tenevano quello spirituale delle coscienze, e il popolo allarmato della loro invadente preponderanza, ne indugiano e ne turbano la nascente floridezza.

Nel secolo veniente, al contrario, rinascono le guerre straniere.

Luigi XIV, per vendicarsi del Portogallo che s’era lasciato trascinare contro di lui nella guerra della successione di Spagna, manda due flotte ad assalire il Brasile, ed una di esse s’impadronisce di Rio Janeiro, che soltanto a prezzo d’oro riscatta la libertà.

Pacificato colla Francia, ecco però la quistione degli sbocchi della Plata, sulla sinistra della quale il Portogallo aveva eretta per antemurale la colonia del Sacramento, intricarlo in una vicenda di conflitti dannosi e di accordi poco utili colla Spagna e colle di lei colonie finitime di Buenos-Ayres e della Banda Orientale, seme di guerre future.

Ciò nonostante i progressi del Brasile non rallentarono.

La capitale, per consiglio del conte di Pombal, grande ministro di piccolo re, è trasportata da San Salvadore a Rio Janeiro (1759). Nuove capitanerie sono istituite, tra cui quella di Rio Grande del Sud e di Santa Caterina, che avremo a rivedere tra poco; l’ultima delle tribù indiane che ancora resisteva all’Europeo è domata; i maritaggi tra indigeni e Portoghesi sono favoriti; i Gesuiti, principali istigatori delle discordie tra la Spagna e il Portogallo, vengono finalmente espulsi; il paese si va coprendo di scuole, di strade, d’istituti di beneficenza e di educazione; l’introduzione dell’indigo, della canape, del caffè, prepara all’agricoltura la dovizia di nuovi prodotti; i commerci, le industrie, la navigazione, prendono per tante cagioni nuovo elaterio; ma disgraziatamente nel 1777 il re Don Giuseppe muore, il suo favorito ministro cade, e la Spagna ne approfitta per imporre al regno rivale il disastroso trattato di Sant’Idelfonso, che spoglia il Brasile del suo unico porto sulla Plata, e d’una parte del territorio dell’Uruguay e del Rio Grande del Sud.

IV.

Frattanto erano maturati i due più grandi avvenimenti del secolo XVIII: la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti dell’America del Nord e la rivoluzione francese. Quella accendendo il desiderio e dimostrando la probabilità dell’indipendenza, e questa sollevando i popoli alla speranza della libertà, mettevano in fermento anche le colonie dell’America del Sud, e ne preparavano la non lontana emancipazione.

Quanto al Brasile, lo spirito d’indipendenza vi si era manifestato fino dal 1789 con sommosse e congiure presto soffocate nel sangue; allorchè Napoleone invadendo la penisola iberica precipitò la crisi. Nel 1808 il principe reggente di Portogallo, Don Giovanni, fuggendo innanzi al Cesare francese, ripara nelle sue antiche colonie; pianta la sede della monarchia a Rio Janeiro; favorisce la nuova capitale di privilegi; apre tutti i porti brasiliani alla navigazione, e finalmente nel 1815 eleva il Brasile alla dignità di regno. Questo fatto fu decisivo.

I Brasiliani non avevano ancora l’indipendenza, ma ne possedevano il pegno più valido e il titolo più legittimo, e nessuno avrebbe potuto ritoglier loro un dono, che era un riconoscimento indiretto della loro autonomia nazionale.

Il reggente, divenuto re Giovanni VI, tutto assorto nel conquisto della Banda Orientale (1815-1819), non lo comprese subito; ma quando nel 1821 egli fu richiamato in patria da quella rivoluzione che aveva tratto la sua principale ragione dai privilegi accordati al Brasile, il dilemma gli si parò dinanzi inevitabile: o abbandonare il Portogallo per conservare il Brasile, o perdere questo per salvar quello. Il Re si decise saggiamente pel vecchio regno; ma si vuole che, nel partire, al figlio Don Pedro, rimasto reggente del nuovo, pronosticasse la rivoluzione imminente delle provincie brasiliane, e lo consigliasse a farsene capo, ed a guidarla egli stesso per trarne profitto.

Provocato dalle esorbitanze della madre patria, in sul principio del 1822 il movimento brasiliano scoppiò; allora Don Pedro prima tentò combatterlo, poi lo subì, prendendo il titolo di _Difensore perpetuo del Brasile_; indi convocò in assemblea costituente i notabili del paese; finalmente, rompendo gli ultimi legami col governo di suo padre, ripetuto sulle rive dell’Ispirangua il grido nazionale di _Indipendencia o morte!_, il 12 ottobre dell’anno stesso fu proclamato Imperatore costituzionale del Brasile. Ebbe però quasi tosto paura dell’opera sua; e disciolta la Costituente pensò gettare in offa al malcontento pubblico una Costituzione di sua fattura, liberale, a vero dire, ma che essendo stata preceduta da un atto di violenza e sottratta alla discussione dei rappresentanti della nazione, anzichè assicurare pace e stabilità al nuovo governo, lasciò un lievito di rancori ed uno strascico di sommosse che fu mestieri soffocare nel sangue o antivenire col terrore.

Che se a tutte queste cagioni di scontento s’aggiungano il disegno più volte manifestato dall’Imperatore di togliere la Costituzione; il conflitto rinascente tra i nuovi Portoghesi costituenti il partito della Corte, e i vecchi Brasiliani onde componevasi in gran parte il partito liberale; l’indebolita influenza dell’Imperatore per l’assunzione del suo nemico Don Miguel alla corona di Portogallo; infine la guerra disastrosa vanamente combattuta per la conservazione della Banda Orientale e finita nel 1828 coll’indipendenza di quella provincia, s’intenderà che il trono di Don Pedro dovesse essere profondamente scrollato.

E invero, avendo il partito liberale reclamato il cambiamento di Ministero, l’Imperatore sulle prime lo concede; poi,

Pentito sempre e non cangiato mai,

si libera dei nuovi ministri per sciogliere l’assemblea. Allora il popolo in armi si raduna il 7 aprile 1831 nel campo di Sant’Anna, e, spalleggiato dallo stesso esercito, costringe l’Imperatore ad abdicare a favore di suo figlio minorenne, Don Pedro II, ed a partire per l’Europa. La minorità del novello Imperatore richiese una nuova Reggenza, e primo decreto di questa fu l’aggiunta alla Costituzione di un _Atto addizionale_, che garantiva al popolo le più ampie libertà; pure nemmeno questo bastò a placare le provincie ed a soddisfare i partiti. I quali d’ora innanzi da due che erano divengono tre: il conservatore o reazionario, dal nome del celebre colonizzatore, detto _Caramuro_, che aspirava di tornare alla Costituzione di Don Pedro I e a rafforzare il potere centrale dello Stato; il _moderato liberale_, che voleva lo sviluppo progressivo della Costituzione novella; il _repubblicano_, che sognava una federazione sul modello degli Stati Uniti del Nord, e più veramente combatteva per una risurrezione delle autonomie locali. Ma tutto ciò complicato da quell’intreccio di passioni e di cupidigie personali, di gelosie di razze e di provincie, di utopie moderne e di superstizioni antiche, che sono il naturale portato d’ogni popolo nuovo od immaturo alla libertà, che lo erano tanto più di quello che, non ancora intieramente redento dalla prisca barbarie, si trovava quasi all’improvviso sbalzato ai primi onori della civiltà.

V.

Ora tra le provincie che non furono paghe nemmeno dell’_Atto addizionale_ di Don Pedro II, e levarono prime il vessillo della rivolta, fu quella di Rio Grande del Sud. E non senza qualche ragione. Tra le ultime ad entrare nella famiglia delle colonie brasiliane, ultima perciò a spogliarsi delle sue tradizioni di selvatichezza e d’indipendenza, perduta quasi nell’estremità meridionale dell’impero, quindi meno prossima all’influenza della capitale ed alla vigilanza del governo; confinante con quella capitaneria di San Paolo che dava al Brasile i suoi più intraprendenti _Mamelucchi_; ricca di pascoli e di mandrie; abitata da un popolo educato dall’infanzia a correre sulla groppa dei nativi cavalli le vaste pianure, e superbo di fornire agli eserciti brasiliani una delle cavallerie più famose del Nuovo Mondo; gittata come una marea contro le invasioni spagnuole da un lato e le incursioni gesuitiche dall’altro, quindi obbligata all’esercizio d’una guerra perpetua, si comprende di leggeri come la provincia di Rio Grande potesse apprestare un terreno più d’ogni altro propizio ad un partito autonomo e repubblicano, ed essere atta a difenderne le ragioni coll’armi in pugno.

A dare poi il tracollo alla bilancia toccò ai Riograndesi la pessima amministrazione del presidente imperiale Giuseppe Aranjo Ribeira, sicchè il 20 settembre 1836 il popolo di Porto Allegre, capitale della provincia, si getta in armi contro il governatore che si salva a stento colla fuga, e ben presto secondato dalle altre comarche (_Comarcas_) di Rio Grande grida la Repubblica, e ne proclama presidente Bento Gonçales de Silva.

VI.

Ora segretario di questo era quel Livio Zambeccari di Bologna, figlio dell’infelice areonauta, patriotta ardentissimo, il quale fuoruscito d’Italia nel 1823, riparato prima in Ispagna, poi di là nel 1825 emigrato alla Plata, prese le armi per l’indipendenza di Montevideo contro il Brasile, combattè più tardi colle bande del Lavalle la tirannia di Rosas e passò finalmente nel 1831 a Rio Grande, dove era divenuto uno dei più caldi banditori delle idee repubblicane e dei più energici attori della rivoluzione del 1836. La vittoria degl’insorti però fu breve; non andò guari infatti che il Governo imperiale di Rio Janeiro, rotto nei campi di Fanfa il piccolo esercito riograndese, potè mettere le mani sul presidente della neonata repubblichetta e sul suo segretario, e tradurli prigionieri nel forte di Santa Cruz presso Rio Janeiro.

Gli è allora che il patriotta bolognese e l’esule nizzardo s’incontrano per la prima volta, e che il primo serve di mediatore, forse inconsapevole, alla fortuna del secondo.

Come avvenisse, se pensatamente o per caso, se pubblicamente o di nascosto, il fatto è che Garibaldi e Rossetti visitano nel suo forte il Zambeccari, e questi propone loro di fare la guerra di corsa contro il Brasile. La proposta del segretario della Repubblica dava troppo nel genio ai due amici, perchè pensassero a rifiutarla. Tutt’altri avrebbe potuto restare indifferente a quella rivolta d’una piccola provincia contro un colossale impero, mossa da interessi ignoti e da ragioni ambigue, ribelle in nome d’una fantastica repubblica ad un governo benemerito dell’indipendenza e della libertà del suo paese; tutt’altri, fuorchè Garibaldi e Rossetti.

Alle loro menti affratellate dal medesimo nobile ardore, l’insurrezione riograndese rappresentava la riscossa del debole contro il forte, dell’oppresso contro l’oppressore, della libertà contro il dispotismo; adombrava quasi in simbolo la lotta che l’Italia doveva combattere un giorno per la medesima causa. Oltredichè, quante attrattive in quella insurrezione! Essa schiudeva un campo più adatto e più gradito alla loro operosità, rispondeva alle loro più segrete vocazioni di soldati e di marinai, occupava il loro braccio e soddisfaceva al tempo stesso il loro cuore.

Accettarono quindi; e presentati dallo Zambeccari al presidente Gonçales, e ottenuto da lui le _lettere di corsa_ e aiuti di armi e di denari per eseguirla, armano in guerra il _Mazzini_, una delle barche colle quali facevano il cabotaggio e prendono il mare.

VII.

Ed ecco Garibaldi corsaro!

«Con sedici uomini (egli esclama[33]) ed una fragile _garapera_[34] io portavo la guerra ad un impero, e piantava al mio albero di maestra la bandiera di una libera repubblica.»

Uscito dal porto, governa verso mezzogiorno; filati pochi nodi, avvista all’altezza dell’Isola Grande una goletta brasiliana che se ne viene inconscia e tranquilla verso di lui: l’abborda, le intima la resa e senza battaglia nè sforzo veruno se ne impadronisce; e visto che la nave predata si prestava alla corsa assai meglio della sua sconquassata _garapera_, cola a fondo questa e trasborda con tutto il suo equipaggio su quella.

Ma dice Garibaldi: «I miei compagni non erano tutti Rossetti;» val quanto dire tutti fiori di gentilezza e d’onestà, sicchè quando la banda pose il piede . sulla _Luisa_, tale era il nome della goletta, e gli assaliti videro da vicino i ceffi sinistri degli assalitori, da non so quali teatrali abbigliamenti resi ancora più spaventevoli, furono così certi d’essere caduti nelle mani di veri ladroni, che un di loro, un Brasiliano mercante di gioie, credendo ormai venuta la sua ultima ora, trasse da una sua cassetta tre diamanti, e li offerse, tremante, al feroce capo della masnada in riscatto della sua vita. Ma quale sorpresa! Il «feroce capo» non solo rifiuta il dono del gioielliere assicurandolo che la sua vita non corre alcun pericolo; non solo intima ai suoi compagni di rispettare la vita e la roba delle persone, ritenendo il solo carico di caffè, stimato, secondo tutte le norme della guerra marittima, di buona presa; ma corse altre poche miglia, giunto presso l’isola Santa Caterina dà la libertà ai negri componenti la ciurma della goletta, che consentono poi a seguirlo come marinai; piglia tutti gli altri passeggieri e le cose loro; li fornisce di viveri; li cala nella lancia della _Luisa_ e li manda liberi a terra regalandoli della lancia per giunta.

Garibaldi rammenta con altiera compiacenza le particolarità di quella sua prima impresa, e n’ha ben d’onde. Egli vuole far ben capire ai lettori della sua vita che era un corsaro, non un pirata; che la sua era una guerra, non un brigantaggio: guerra rivoluzionaria finchè si voglia, ma autenticata dalle patenti di un governo creduto legittimo; intrapresa per una causa stimata buona: combattuta con tutte le armi lecite dell’umanità e della cavalleria. Ed ha ragione; e chi non vedesse nel corsaro del Rio Grande che un capobanda di Barbareschi o d’Uscocchi, o per benigna concessione, uno di quegli avventurieri del mare mezzo cavalieri erranti e mezzo masnadieri, di cui rimasero fantastici tipi i _Pirati_ di Walter Scott e i _Corsari_ di Byron, commetterebbe ingiustizia verso lui e verso la storia. Il paladino eroico e disinteressato della libertà dei popoli non si smentirà nè sulla terra nè sui mari.

Egli apparteneva alla grande famiglia dei Pizzarro, dei Guglielmi Lamarck, dei Jean Barth, dei Duguay Trouin, dei Dundas, e se una differenza esiste tra i più famosi corsari della storia e lui, è tutta a vantaggio suo. Molti in eroismo lo uguagliarono; taluno per grandiosità di fortune e vastità di conquiste lo superò; ma per temperanza nelle pugne, per umanità nella vittoria, per altiero disprezzo de’ lucri e degli onori, per virtù infine di disinteresse e di sacrificio egli vinse tutti e non somiglia che a sè solo.

Continuato pertanto il suo viaggio verso il sud, tocca felicemente le coste dell’Uruguay; getta l’áncora nel porto di Maldonado a poche miglia da Montevideo, e accoltovi amichevolmente dalle popolazioni, per la memoria della recente guerra d’indipendenza avverse al nuovo Impero brasiliano, manda innanzi il Rossetti a Montevideo per convertirvi in denaro il predato caffè e lo raggiunge di lì a poco egli stesso.

Se non che il generale Oribe, presidente a quei giorni della Repubblica orientale, premuroso di non disgustare il potente Stato vicino, spicca l’ordine d’arrestare l’incomodo corsaro e il suo legno; sicchè a Garibaldi non resta che salpare in tutta fretta e prendere il largo.

VIII.

Non vuol però lasciare le coste dell’Uruguay, e la notte stessa, messa la prua sul Rio della Plata, lo risale dirigendosi alla Punta di Gesù, poche miglia al di sopra di Montevideo. Ma quale non fu la sua sorpresa nel trovarsi di lì a poche ore in mezzo ai frangenti del Las Pedras, attorniato da scogli che gli precludono da ogni parte il cammino e minacciano ad ogni moto della nave di sfracellarla e sommergerla.

Che cosa era accaduto? La più naturale cosa del mondo, non infrequente ai navigatori. Garibaldi, nel sospetto di dover presto combattere, aveva fatto portar sopra coperta le armi; i marinai, a sua insaputa, le avevan gettate spensieratamente presso l’abitacolo; per la vicinanza d’una massa sì grande di ferro l’ago aveva deviato e il pilota, non avendo nel buio pesto di quella notte altra guida che la bussola, vi si era sviato dietro. Intanto però il pericolo era urgente e molti de’ marinai, perduta la testa, piangevano. Non la perdette Garibaldi. Lanciatosi alla verga di trinchetto, traccia la rotta egli stesso al timoniere, scivola tramezzo a scogli da inorridire, e quando Dio volle tocca Jesus-Maria.