Part 41
[215] Doveva essere fra il 4 ed il 5 novembre 1859. Erano presenti Clemente Corte, il Malenchini, il Montanari, il Cairoli, il Basso, il Paggi ed altri che non ricordo. Le parole in corsivo sono testuali, delle altre sto mallevadore del senso.
[216] Quella avanguardia era composta del battaglione, nel quale lo scrittore di queste pagine era luogotenente. Se il contr’ordine del Fanti tardava mezz’ora, noi eravamo già di là dal confine.
[217] _Storia d’Italia dal 1850 al 1866_, per LUIGI ZINI, vol. I, parte II, pag. 474.
[218] Vedi NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861)_, vol. VIII, pag. 179. Egli cita una lettera di Marco Minghetti a Urbano Rattazzi, del 7 novembre 1859.
[219] Lo Zini, il Bianchi e parecchi altri parlano qui di Mazziniani; ma il vocabolo ci sembra improprio. Intorno a Garibaldi di Mazziniani puri, e intendiamo anche autorevoli, non ce n’era uno solo; e ci fossero stati, non erano quelli certamente che egli avrebbe preferiti ed ascoltati.
[220]
«23 novembre 1859.
»Secondo il desiderio della V. M. io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole servizio.
»La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale Fanti, non è ottenuta ancora. Prego V. M. si degni ordinare mi venga concessa.
»Con affettuoso rispetto di V. M.
»Devotissimo »Garibaldi.»
[221] Vedi il Manifesto nel _Movimento_ del 23 novembre 1859.
[222] Vedi la lettera 14 dicembre, da Fino, scritta in francese al giornale _L’Esperance_, nella quale smentisce e la visita all’Imperatrice, e, cosa superflua, i pretesi accordi con lei per la candidatura russa.
[223] È un violento e quasi selvaggio bando di guerra contro i preti, non dissimile da quelli che uscivano tante volte sotto la concitazione dell’ira dalla sua penna. Esso diede luogo a non poche proteste di sacerdoti onesti e amanti della patria, contro i quali certamente il Manifesto non era rivolto. Quanto agli altri avevan ragione di risentirsi della forma; ma non so con quali argomenti avrebbero potuto confutarne il pensiero. Noi ne riproduciamo, anche per brevità, le ultime parti:
«..... Eppure quella razza reproba siederà domani, e protetta, accanto ai rappresentanti delle nazioni più cospicue, e chiederà con insistenza la continuazione, la conferma del suo _potere temporale_, che vuol dire, in lingua umana, la continuazione, la conferma di poter pesare sopra alcuni milioni di sventurati Italiani!... come una sciagura, una maledizione!... la continuazione di un potere che non si adopera ad altro che a rubare ai poveri nostri fratelli il loro oro per gozzovigliare schifosamente, a comprare mercenari stranieri per combattere Italiani!... la continuazione di un potere che non conta amici, se non che tra i nemici d’Italia.... e tra quelli che vogliono dividerla e manometterla e soggiogarla!... un potere che ha scagliato l’anatema sul popolo e sull’esercito rigeneratore.... sul Re prode e generoso che Dio ha dato agl’Italiani!...
. . . . . . .
»Nell’ora della pugna io sarò con voi.... giovani.... e siate certi.... questa sarà una grand’epoca per l’Italia. Voi appartenete alla generazione di liberi.... e liberatori del vostro paese!... Dio non ha combinato invano tanta virtù in un Monarca!... tanto valore in un esercito!... tanto fervore in un popolo!... ch’io ho già veduto combattere degnamente accanto ai primi popoli della terra.... per abbandonarci all’ignominia del servaggio!... per non redimerci a quella vita nazionale, ridestata in noi con tanta potenza!
»Il vostro obolo deposto alla sottoscrizione nazionale è un augurio felice per l’avvenire dell’Italia; ed essa conta — superba! — che non fallirà il vostro braccio.... ove si debba tornare sui campi di battaglia!
»Fino, 24 dicembre 1859.
»G. GARIBALDI.»
(_Pungolo_ di Milano, 3 gennaio 1860.)
[224] Vedi _Pungolo_ di Milano del 26 dicembre 1859.
[225] Del colloquio col Re parlarono tutti i giornali di Torino. De’ suoi concetti circa alla Guardia mobile, all’opposizione incontrata, ec., attesta questa lettera inedita al generale Medici:
«Torino, 5 gennaio 1860.
»Mio caro Medici,
»Anche questa volta ho predicato al deserto. Io credevo di aver ottenuto di poter organizzare le Guardie mobili in Lombardia. — Ebbene! Aspettavo oggi nomine, istruzioni, ec.; invece la Diplomazia straniera, suscitata da Cavour, Dabormida, La Marmora (che chiesero in massa la loro dimissione per lo stesso motivo), hanno significato al Re «che non intendevano che vi fosse nello Stato: _Autre force, ou pouvoir, ou personnes armées, que l’armée du Roi_.» Stupirai di più, quando saprai che Hudson, ambasciatore d’Inghilterra, da me interpellato, m’ha dato la suddetta risposta. — Ciò che prova che lui, come tutto il resto della famiglia diplomatica in corpo, hanno imposto la suddetta condizione a Vittorio Emanuele.
»Saprai di più che fui richiesto dai liberali di Torino di frappormi conciliatore tra i loro dissidii; lo accettai con alcune difficoltà — ed organizzarono la società _Nazione armata_, di cui mi nominarono presidente.
»Il partito Cavouriano ha fatto il diavolo, perchè nulla di ciò si effettuasse, ed ho avuto i risultati suddetti per ogni cosa.
»Partecipa questa poco buona nuova agli amici, e credimi sempre
»tuo »G. GARIBALDI.»
[226] Leggasi questo Manifesto agl’Italiani (_Pungolo_, 5 gennaio 1850):
«AGLI ITALIANI.
»Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra tutte le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la presidenza di una società che si chiamerebbe _Nazione armata_. Credetti poter essere utile; mi piacque la grandezza del concetto, ed accettai.
»Ma siccome la nazione italiana armata è tal fatto che spaventa quanto c’è di sleale, corruttore e prepotente, tanto dentro che fuori d’Italia, la folla dei moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato: Anatema!
»Il Governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti e, per non comprometterlo, mi sono deciso di desistere dall’onorato proposito.
»Di unanime accordo di tutti i soci, dichiaro dunque sciolta la società della _Nazione armata_, ed invito ogni Italiano che ami la patria a concorrere colle sottoscrizioni all’acquisto di _un milione di fucili_. Se con un milione di fucili l’Italia, in cospetto dello straniero, non fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell’umanità. L’Italia si armi e sarà libera.
»Torino, 4 gennaio 1860.
»G. GARIBALDI.»
[227] Il matrimonio fu poi annullato dal Tribunale d’appello di Roma con sentenza del 14 gennaio 1880.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine libro (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.