Part 39
Ad un tratto giunge l’avviso che una colonna d’Austriaci scende dalla montagna. Ed eccone la vanguardia, e non molto dopo il resto. È un battaglione del reggimento Baumgarten con un drappello d’Ussari. Lo comanda un colonnello. Entrano nel paese, pongono le guardie, mandano pattuglie. Erano così trafelati e stanchi che a fatica si reggevano in piedi, da far pietà. Maledicevano a quei paesi, a Garibaldi e a chi teneva per lui. Un capitano, che proprio non ne poteva più, diceva in pretto italiano: — Questo diavolo ci condurrà così a spasso fino all’inferno, o in Africa per lo meno. È un altro Abd-el-Kader costui! — Ma pure li ufficiali erano compresi anch’essi d’ammirazione per quell’ardito, lo giudicavano un _partigiano_ di gran vaglia, nè si curavano gran fatto di metterlo alle strette, anzi desideravano che gli rimanesse aperto qualche modo di scampo, purchè quella maledetta caccia per monti e valli finisse.»
[154] Op. cit., pag. 413.
[155] L’HOFFSTETTER ha _die Trossknechte_ (op. cit., pag. 413), e la traduzione in _saccardi_ è giusta. Soltanto la voce _saccardi_, nel senso di Custodi o Conduttori delle bagaglie, è fuori d’uso e nell’esercito principalmente non si capirebbe. Per usar la voce tecnica nostra bisognerebbe dire _Conduttori del Treno_.
[156] Vedi _Le Bande garibaldine a San Marino_. Racconto storico del capitano ORESTE BRIZZI, cavaliere di varii Ordini civili e militari, decorato di varie RR. medaglie d’onore cittadino, uffiziale dei Granatieri e consultore militare della Repubblica di San Marino, membro di molte illustri Accademie italiane e straniere, ec. Arezzo, 1850.
[157] Leggasi per questi particolari il seguente Rapporto del Commissariato di sanità in Cesenatico:
«_Commissariato di Sanità di Cesenatico_.
»Eccellenza,
»Ieri a sera alle ore 10 pomeridiane circa giunse in questo paese Garibaldi, assieme al suo Stato Maggiore e varii altri suoi satelliti, i quali in tutti potevano contare il numero di circa duecentocinquanta, e dopo aver fatto prigionieri sette soldati tedeschi che qui stanziavano, non che due ufficiali provenienti da Ravenna e Cervia diretti per Rimini a quel Comando, facevano pure prigionieri il brigadiere dei Carabinieri e due di linea sussidiarii alla brigata dei Carabinieri.
»Requisì poi con la forza, minacciando della vita a chi non si prestava, tredici legni pescatori chiozzotti, ove poscia si sono imbarcati questa notte, e questa mattina alle ore 6 antimeridiane hanno salpato dal porto prendendo la direzione di greco o levante, avendo però tenuti seco tanto i militari austriaci, compreso i due uffiziali, come pure la frazione dei Carabinieri. Che per quante raccomandazioni si sono potute fare, non si è potuto ottenere, da questi barbari, la grazia di essere liberi questi poveri infelici.
»Per sollecitare poi la evasione hanno preso a tutta forza varii marinai da diversi bordi che avevano approdato al porto ieri a sera in causa di mare burrascoso, restando così varii legni senza l’intero suo equipaggio.
»Tanto mi credevo subordinare all’Eccellenza Vostra, per via straordinaria, mentre con profondo ossequio e rispetto ho l’alto onore di segnarmi
»Dell’Eccellenza Vostra
»Cesenatico, li 2 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo obbl.mo servo »CLEMENTE CAVALCHI, _comandante_.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano: Documenti, ec. ec._ Parte prima, pag. CXV, 246.
[158] Citato nel libro di P. C. BOGGIO, _Da Montevideo a Palermo, Vita di G. Garibaldi_, pag. 17.
[159] Ed è dalle _Memorie_ manoscritte del BONNET, di cui egli volle esserci generoso, che noi togliamo tutto il racconto della fuga di Garibaldi traverso le valli di Comacchio, della morte d’Anita e del di lui miracoloso salvamento. E poichè è il salvatore stesso che parla, teniamo per errata od incompiuta ogni altra narrazione.
Della generosa parte avuta dal Bonnet in quel tragico episodio, fanno testimonianza i due seguenti documenti:
(_Municipio di Comacchio, Nº 553._)
«Comacchio, li 6 febbraio 1869.
»_Regno d’Italia._
»_Provincia di Ferrara. — Città di Comacchio._
»Dichiara il sottoscritto che il signor colonnello Nino Bonnet nel 1849, quando il generale Garibaldi, inseguíto sull’Adriatico da legni austriaci che incrociavano dinanzi alla Venezia, approdava su queste spiagge, senza temer pericoli si diede ogni cura per salvare quel Prode come difatti vi riescì, ed è cosa pubblicamente notoria che accusato da anonimi scritti di aver strappato di mano agli Austriaci il Garibaldi, fu chiamato da quel Comandante che intimogli alla presenza dei Gendarmi pontificii gli arresti. È pur noto che il Bonnet gli rispose, che se avesse dato retta a quegli scritti avrebbe commesso ingiustizia, e che egli impegnava la sua parola di Capitano d’onore che sarebbe, ogni qualvolta l’avesse fatto chiamare, comparso a render ragione del suo operato. Fu messo in libertà, ed invitato poscia a comparire di nuovo innanzi al medesimo, non valsero le preci de’ suoi amici a che non si presentasse perchè correva rischio di essere fucilato, ch’egli volle presentarsi al predetto Comandante, dicendo che mai avrebbe mancato alla sua parola d’onore, e difatti, presentatosi, venne fatto arrestare, ed incatenato mani e piedi fu tradotto a Bologna.
»Certifica altresì che i giornali d’allora portavano la di lui fucilazione: ma essendo giunto in Bologna quattro giorni dopo il Padre Ugo Bassi e Livraghi, ed essendo stato rimpiazzato al Gorzkowski il generale Strasoldo meno inumano, dopo trenta giorni fu posto in libertà, però sempre sospetto ed inviso agli Austriaci.
»Tanto si depone per la verità.
»_Il R. Sindaco_ »Firmato — L. FELETTI.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata collazionata.
»_L’Assessore municipale_ »CARLI.»
«Lovere, 7 agosto 1859.
»Carissimo Amico,
»In nessuna circostanza della vagante mia vita io non vi ho mai dimenticato. E come potevo scordare voi, che foste il mio Angelo salvatore, nell’ora del pericolo, e di angoscie che non si potrebbero nemmeno desiderare ad un nemico?
»Io sono contento d’aver con me vostro fratello, ed avvicinandomi verso le vostre contrade io spero riunirmi anche con voi al conseguimento della sacra missione che ci siamo proposta.
»Le reliquie della cara mia donna, che foste tanto gentilmente buono da custodire, e per cui vi devo tanta gratitudine — che non si rimuovano per ora — noi le traslocheremo quando fia d’uopo.
»Circa le vostre memorie — troppo onorevoli per i miei piccoli fatti — io lascio a voi libera disposizione; spero non tarderemo a rivederci, e sono intanto per la vita
»Vostro »Firmato — G. GARIBALDI.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata collazionata.
»_L’Assessore municipale_ »CARLI.»
[160] Il 3 giugno.
[161] Ecco il Rapporto del Delegato di polizia di Ravenna:
«GOVERNO PONTIFICIO.
»_Direzione generale di Polizia in Ravenna._
»_Rinvenimento d’ignoto cadavere._
»Eccellenza Reverendissima,
»Mi reco a premuroso dovere di rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza Rev.ma sul rinvenimento d’ignoto cadavere.
»Venerdì scorso, 10 corrente, da alcuni ragazzetti in certe larghe, di proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal porto di Primaro, e di circa undici miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana. Presso la ricevuta notizia andette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio che erano stati divorati da animali e dalla putrefazione. Fatta levare la sabbia che vi era per l’altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa, dell’apparente età di trenta a trentacinque anni, alquanto complessa; i capelli già staccati dalla cute, e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro, piuttosto lunghi, così detti alla puritana,
»Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonchè la trachea rotta ed un segno circolare al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento. Nè alcun’altra lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto mancarle due denti molari nella mandibola superiore alla parte sinistra ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore. Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di un feto di circa sei mesi. Era vestita di camicia di cambrick bianco, di sottana simile, di bournous egualmente di cambrick fondo paonazzo fiorato bianco, scalza nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo, alle orecchie tuttochè forate. Li piedi mostravano d’essere di persona piuttosto civile e non di campagna, perchè non callosi nelle piante. La massa delle persone accorse dalle Mandriole di Primaro, di Sant’Alberto ed altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale. Nè si credette trasportarlo in più pubblico luogo per la ricognizione, atteso il gran fetore, per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della pubblica salute.
»Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano del di lei sbarco da quelle parti, sì per lo stato di gravidanza. Fin qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia rimasta vittima. Si stanno però praticando le opportune indagini, delle quali sarà mia premura sottomettere all’E. V. Rev.ma all’opportunità l’analogo risultato.
»Intanto con perfetta stima e profondo rispetto ho l’onore di ripetermi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, 12 agosto 1849.
»Dev.mo servitore »A. LOVATELLI, _Delegato_.»
«GOVERNO PONTIFICIO. »_Direzione provinciale di Polizia in Ravenna._
»_All’Eccellenza Reverendissima_ »_di Monsignor Commissario straordinario — Bologna._
»Eccellenza Reverendissima,
»In seguito al precedente mio rispettoso foglio del 12 corrente con egual numero, _sottoponeva_ all’E. V. Rev.ma che col mezzo delle indagini praticate dalla Polizia e con segreti confidenti da lei posti in giro, ho potuto venire nella chiara e precisa conoscenza dei fatti relativi al rinvenimento dell’ignoto cadavere di donna. Non vi ha in oggi più dubbio che il suddetto cadavere non sia della donna che seguiva Garibaldi. _Fu dessa condotta moriente su di un biroccino da Garibaldi istesso alla casa colonica dei fratelli Ravaglia_, fattori dei marchesi Guiccioli in una di lui proprietà alle Mandriole. _La donna era invasa da febbre perniciosa_, siccome espresse il medico Nannini di Sant’Alberto, che, trovatosi presente colà casualmente all’arrivo di essa, le tastò il polso. Asportata in una camera ed adagiata su di un letto, le fu apprestato il soccorso di un bicchiere d’acqua, ma non appena ne sorbì pochi sorsi cessò di vivere.
»Eravi presente il Garibaldi, il quale si sfogò in atti di inconsolabile dolore per tale disgrazia e poco dopo si diede alla fuga, raccomandando a quella famiglia di dare onorata sepoltura al cadavere. Questi fatti avvenivano il 4 corrente verso sera alla presenza di più che venti persone, essendosi colà riuniti gl’inservienti di quella fattoria per essere pagati della mercede delle opere prestate nel corso della settimana.
»Ho subito spedito nel luogo un impiegato di Polizia per procedere all’arresto dei fratelli Ravaglia, lo che è già stato eseguito; ed il Tribunale sta ora costruendo l’analogo incarto. Si vede fin d’ora che li suddetti coloni, compresi da timore di essere rimasti esposti a grave responsabilità per il ricovero dato momentaneamente a Garibaldi, e per la morte avvenuta in loro casa della di lui moglie, si appigliarono al partito di occultare l’avvenimento e quindi si indussero a sotterrare in campagna quel cadavere.
»Sarà mio dovere informarla delle risultanze del processo; ed intanto con perfetta stima e profondo rispetto passo a confermarmi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, li 15 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo servitore »A. LOVATELLI, _Delegato_.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano_, ec., Documenti già citati.
[162] «L’errore a primo giudizio del professor Foschini fu causa che si credesse che il fattore Ravaglia fosse creduto autore di questo misfatto, in conseguenza di che venne assalito dal famoso Pelloni, detto _il Passatore_, che infestava le Romagne, pretendendo dal Ravaglia i denari rubati a Garibaldi. Ciò fu la causa della morte di un fratello del fattore cagionatagli dalle percosse avute, ed il Ravaglia quasi strozzato, ebbe il cordino al collo, e finalmente lasciato dal Pelloni in uno stato deplorevole.» — (_Nota del_ BONNET.)
[163] Non aggiungiamo nulla a quanto narrò Garibaldi stesso nelle sue _Memorie_. Vedi in ELPIS MELENA, op. cit., vol. II.
[164] Solo adesso, già composte queste pagine, troviamo la notizia che Garibaldi non ebbe soltanto tre figli, come fu creduto fin’ora, ma quattro; cioè oltre a Menotti, Teresita e Ricciotti, anche Rosita, una bambina partoritagli da Anita nel 1842, e morta a Montevideo nei giorni in cui egli comandava la spedizione del _Salto_, nel 1846.
Ciò si desume da questi frammenti manoscritti in lapis tutti di pugno di Garibaldi, che ebbi dalla cortesia del mio amico Basso:
«Un giorno io era al Salto a cinquecento miglia al settentrione di Montevideo sul fiume Uruguay, confluente del Rio della Plata. La fortuna s’era compiaciuta di favorirmi in ogni mia operazione. Col mio piccolo contingente di dugento Legionari italiani, onore dell’armi italiane, e pochi cavalli — posso dire pochi, poichè erano sei soli i cavalli imbarcati al principio della spedizione — si erano operati prodigi, e mi trovavo alla testa d’una rispettabile colonna di fanteria, cinquecento cavalieri e circa duemila cavalli presi dal nemico. Il dipartimento del Salto tutto in nostro potere, e la Colonia militare in uno stato floridissimo.
»Io dico Colonia militare, poichè essendo spopolato il paese e tutta la gente da noi liberata dai nemici, che l’avevano strappata a forza dalla città del Salto e condotta sulle sponde del Tapevi ed ove intieramente li sbaragliammo — dico dunque Colonia, perchè erimo noi obbligati di custodire l’unico prodotto del paese: il bestiame.
»In quel giorno dunque io ero felice quanto lo può essere un soldato, cui ogni cosa di guerra va a gonfie vele. Quando giuntami una lettera dal generale Pacheco, allora ministro della guerra in Montevideo, laconicamente diceva:
»_Vostra figlia Rosita è morta! In ogni modo dovrete saperlo._ — Dunque tu non sei padre! non lo fosti! e non lo sarai giammai! — Tale era e fu quell’uomo! — Perchè se padre, egli meglio avrebbe apprezzato l’amore per una figlia. Io ero stato l’amico di quell’uomo, e da quel momento la sua memoria mi faceva ribrezzo.
»Lo avrei saputo, sì; e come non saperlo; io amavo tanto quella mia creatura; me ne sarei addolorato in qualunque modo — però mi sembrò sì villano il modo di colpirmi, che mi scosse sì dolorosamente, e che non ho potuto mai perdonargli.
»Io avevo amato e stimato il Pacheco; quando Montevideo, scevro dell’animosità di parte, ricorderà con gratitudine gli uomini che faticarono alla gloriosa sua difesa di dieci anni, certo il generale Pacheco, col generale Paz, figureranno alla testa de’ suoi prodi difensori, e meriteranno un ricordo dalla nuova Troia.
»L’uomo apprezza l’opera tua, e vorrebbe possibilmente fatta migliore dell’altrui. E la donna, poverina, che soffre tanto nell’opera sua? non ha essa il diritto di credere almeno d’aver partorito una bella, una buona cosa — nel bimbo o nella bimba — ch’ella diede alla luce! Tale era la mia povera Anita; e se dovessi raccontare tutte quante le doti ch’ella aveva trovato nella nostra Rosita, sarebbe cosa incredibile.
»Comunque fosse, Rosita era una bellissima, una carissima bambina! Morì dai quattro ai cinque anni: l’intelligenza sua era precoce, ed ella si estinse nel grembo della madre, come si estingue agli occhi nostri, nell’Infinito, la luce del primogenito della Natura, gradatamente, dolcemente, affettuosissimamente. Morì senza lamentarsi, supplicando la madre che non si addolorasse! che si troverebbero presto, per non _più dividersi_! — era un mondo di cose gentili!
»Infine, io passerò per un visionario. Ma così sincere, così veridiche, così scolpite nel suo spirito, mi sembrarono le ultime parole della figlia alla madre raccontatemi dalla mia Anita, quando giunse al Salto (ove la chiamai per paura che mi diventasse pazza), ch’io risposi all’addolorata consorte. — Oh sì! noi rivedremo la nostra Rosita, l’anima nostra è immortale!... e questa vita di miserie non è che un episodio dell’immortalità! e divina scintilla, parte della fiamma infinita che anima l’Universo. — »
[165] Del matrimonio di Garibaldi con Anita si dubitò fino agli ultimi giorni; parecchi anzi, fondandosi sull’errore che Anita fosse già maritata, lo negavano addirittura. Il seguente _Atto matrimoniale_, ottenuto da Montevideo mercè la squisita gentilezza del signor Ministro dell’Uruguay, P. Antonini y Diez, tronca ogni dubbio e chiude la controversia:
«(Hay très sellos) 031318.
»Martin Perez, Cura Rector de la Parroquia en San Francisco de Asis en Montevideo,
»Certifico: que en el Libro primero de matrimonios de esta Parroquia al folio diez y nueve vuelto, se lee la partida que trascribo: «En veinte y seis de marzo di mil ocho cientos cuarenta y dos: Don Zenon Aspiazú, mi lugar Teniente Cura de esta Parroquia de San Francisco de Asis en Montevideo, autorizó el matrimonio que in facie Ecclesiæ contrajó por palabras de presente Don José Garibaldi, natural de Italia, hijo legitimo de Don Domingo Garibaldi y de Doña Rosa Raimunda; con Doña Ana Maria de Jesus, natural de la Laguna en el Brasil, hija legitima de Don Benito Riveiro de Silva y de Doña Maria Antonia de Jesus, habiendo el Señor Provisor y Vicario General dispensado dos conciliares proclamas y practicado lo demas que previene el derecho: no recibieron las benediciones nupciales por ser tiempo que la Iglesia no las imparte. Fueron testigos de su otorgamiento Don Pablo Semidei y Doña Feliciana Garcia Villagran: lo que por verdad firmo yo el Cura Rector — Lorenzo A. Fernandez.»
»Concuerda con el originai y á solicitud de parte interesada expide el presente en Montevideo á veinte y siete de Enero de mil ocho cientos ochenta y uno.
»MARTIN PEREZ.
»Buono per la legalizzazione della firma sovraposta del signor Martin Perez, parroco della Matriz a noi ben cognita.
»Montevideo, 8 febbraio 1881.
»Il Vice-Console »PERROD.»
(L. S.)
[166] _Amigo_ è quasi un intercalare nel discorso domestico di Garibaldi; ricordo della lingua spagnuola. L’aneddoto l’avemmo dal generale Sacchi, che fu anche, se la memoria non ci fallisce, colui che interrogò Garibaldi.
[167] Felice Orrigoni di Varese, patriotta, soldato, marinaio, milite negli ultimi anni della Legione italiana, combattente a Roma nel 1849 ed in Valtellina; partito per la Sicilia colla spedizione Medici; capitano di corvetta del Dittatore; simpatica e onesta figura di patriotta.
[168] Poche e sommarie rispetto alla materia e al desiderio nostro, ma pure inedite in gran parte e crediamo tutte nuove e interessanti. Le togliemmo parte da altre lettere del BONNET, parte dall’opuscolo: _Da Prato a Porto Venere_, ossia _Un episodio della vita del generale Giuseppe Garibaldi_, narrato al Popolo dal dottor RICCIARDO RICCIARDI. Grosseto, 1873.
[169] Parlamento subalpino. Tornata 10 settembre 1849.
[170] _Commemorazione di A. La Marmora_, pag. 25. Firenze, G. Barbèra, edit., 1879.
[171] Garibaldi accettò la pensione per la madre e la rifiutò per sè. Nelle _Lettere ad Antonio Panizzi_ (G. Barbèra, edit., 1880) se ne legge una di Massimo D’Azeglio del 25 luglio 1864, la quale dice: «Io ho sempre amato ed ammirato Garibaldi. Quando fu rotto a Cesenatico, trattavo la pace coll’Austria e incaricai i Plenipotenziari di salvarlo potendo. Poi gli feci dare una pensione _che accettò per la madre e rifiutò per sè_.» (Pag. 479.) Ora come mai il La Marmora dimenticò questo particolare, che il D’Azeglio, allora Presidente del Consiglio de’ Ministri, così bene ricorda?
[172] ALFRED DE REUMONT, _Appunti alla Storia d’Italia_, pag. 205. Berlino, 1855.
[173] Dai frammenti di manoscritti datimi da G. Basso.
[174] Tutte queste notizie intorno ai viaggi di Garibaldi dall’America alla Cina e di là in Italia, le raccogliemmo da una lunga lettera di Giovanni Basso, uno de’ marinai della _Carmen_ e del _Commonwealth_; e d’allora in poi amico, segretario, soldato, intimo per trent’anni di Garibaldi.
[175] In una specie di _Bilancio_ scritto tutto di suo pugno da Garibaldi, troviamo, che dall’America potè riscuotere 25,000 lire e che 35,000 le ereditò dal fratello Felice. Udimmo noi stessi dire più volte, che quando comperò la Caprera poteva avere di suo circa 60,000 lire.
Alludono poi così alla morte del fratello, come a’ suoi viaggi a Nizza ed a Genova, le seguenti due lettere a quel Felice Orrigoni che accompagnò Anita Garibaldi da Nizza a Roma:
«Nizza, 31 ottobre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho inteso con piacere il tuo felice ritorno e mi rincresce della perdita dell’aspettato vapore. T’invio un ordine per il signor Mangiapan acciò ti rimetta l’incarico del Salvatore, e ti prego di liquidare in luogo mio la differenza insorta tra il suddetto e l’equipaggio.
»Io non potrò recarmi a Genova sennonchè tra alcuni giorni, avendo qui mio fratello moribondo, che non posso lasciare.
»Tuo G. GARIBALDI.»
«Nizza, 29 novembre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho la tua del 27: sono contento della vertenza Mangiapan ed equipaggio. Partirò per Genova lunedì, benchè sono persuaso che il _Salvatore_ non abbisogna di me essendo tu a bordo. — Comunque sia, se fa mestieri starò in Genova; ma se si dovesse rimanere lungo tempo nell’ozio, penso di far una passeggiata in Sardegna a veder come stanno le beccaccie.
»Tuo G. GARIBALDI.
»Antonio Riva o Cenni sanno dove trovar specchi.»
[176] Lo riferisce in una sua lettera al marchese Pallavicino lo stesso Foresti. — Vedi _Daniele Manin e Giorgio Pallavicino: Epistolario politico 1855-1857_, con note e documenti di B. E. MAINERI, pag. 163. Milano, tip. edit. Bertolotti, 1878.
[177] Ciò risulta manifestamente da questa lettera del Cosenz a Giorgio Pallavicino inserita nel detto _Epistolario_, pag. 400:
«Torino, 11 giugno 1856.
»Pregiatissimo Signore,