Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Part 33

Chapter 333,494 wordsPublic domain

»Io sono a fronte del nemico a Varese; penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della città; ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza.»

Pur tuttavia, come esser certi che quell’avviso fosse pervenuto al Visconti Venosta, e che Como volesse e sapesse resistere, e che gli ordini del Generale avrebbero potuto essere comunque eseguiti? Grande dunque l’incertezza così in lui, come ne’ suoi Luogotenenti consapevoli del segreto; tormentoso in ognuno il dubbio di trovar le strade di Casanova sbarrate dai nemici: più frequenti perciò e più ansiose le esplorazioni e le cautele man mano che la colonna s’avvicinava a Como. Aveva bensì Garibaldi spedito due nuovi messi all’altro commissario Camozzi per avvertirlo che marciava a quella volta e ordinargli di occupar San Fermo; e del pari il Camozzi non aveva tralasciato di inviargli l’annunzio che tutte le posizioni da lui indicate erano occupate, e che l’aspettava; ma questa rassicurante risposta, sviatasi, non sappiamo come, per via, non fu consegnata a Garibaldi che al suo arrivare in Como; onde il fitto buio della notte aggiungendosi all’oscurità de’ fatti, accresceva negli animi l’inquietezza ed il sospetto. Quale consolante sorpresa però, quando, giunta la nostra avanguardia presso San Fermo, si udì squillare un _alt-chi-va-là_ in pretto italiano; e quale gioia di tutti nell’udire levarsi per l’aria le grida di _Viva l’Italia_ e _Viva Garibaldi_, segno troppo eloquente che si era in paese amico, tra braccia d’amici. E da quell’istante la strada pareva sparire sotto i piedi; la marcia non fu che un continuato tripudio sino a Como, la quale tremante quattro giorni di rivedere ad ogni istante gli Austriaci, si vendicava con urla di gioia e suoni di musiche e passeggiar di fiaccole dallo spavento passato.

L’indomani era la giornata di Magenta, e ne sono stampati nella memoria degli uomini gli errori, le prodezze ed i beneficii. Ventiquattro ore dopo l’intero esercito austriaco era in ritirata sull’Adda; le avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo obbliato corpo de’ Cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua marcia fortunosa.

XXIII.

Prima però di seguirlo, volgiamoci un istante a riguardare l’opera del nostro eroe in quel primo periodo della Campagna.[202] Noi siamo i primi ad assentire che i risultati da lui ottenuti furono scarsi; ma non si deve da essi misurare la grandezza dell’uomo che li ottenne. Noi non vogliamo magnificarli più del ragionevole, ma non crediamo siano stati ancora bastevolmente riconosciuti ed estimati. Certo se riguardiamo l’impresa commessa a Garibaldi ne’ suoi effetti pratici, principalmente militari, può dirsi sterile; ove la consideriamo nel modo con cui fu condotta, deve stimarsi ammiranda. Passato il Ticino, e nemmeno quella fu la più facile delle opere, gli ordini dati, gli accorgimenti adoperati per coprire la sua marcia da Sesto-Calende a Varese, sono degni di qualsiasi più provetto capitano: il combattimento di Varese dovrebbe essere dato nelle nostre Scuole militari come modello della tattica di posizione; la pronta decisione di riprendere all’indomani stesso l’offensiva è più facile ammirarla che prenderla; la dimostrazione su Olgiate diretta a mascherare l’attacco di San Fermo, e tutti i particolari della marcia e del combattimento, meriterebbero d’essere studiati da qualsiasi giovane ufficiale; infine l’ispirazione venutagli sul campo di battaglia di San Fermo di calare su Como, molti Generali la possono invidiare, ma a pochi è concessa.

È certamente disputabile la contromarcia su Varese e la spedizione su Laveno; ma ogni ragione ponderata e vagliata, noi ci peritiamo ad affermare che fra tutti i partiti era quello il migliore. Che cosa restava infatti a Garibaldi dopo la presa di Como? L’immobilità difensiva intorno alla presa città? Nessuno, speriamolo, l’avrebbe consigliata. La marcia su Milano? Basti pensare a’ suoi tremila duecento uomini, senza cavalli e senza cannoni, e a’ quindicimila Austriaci d’ogni arma che gli stavan contro in paese raso e scoperto,[203] per levarne a chicchessia il capriccio? La ritirata su per la Valtellina? Certo era un partito sicurissimo; ma appunto perchè troppo sicuro non si confaceva a Garibaldi, nè al suo mandato. La Valtellina poteva essere un rifugio in caso di rovescio; ma non mai una base d’operazione per un corpo destinato ad una missione attiva e militante. Come avrebbero potuto i Cacciatori delle Alpi molestare ed indebolire l’estrema destra dell’Austriaco, se andavano ad inerpicarsi su pei monti a centinaia di chilometri da lui? Come sollevar la Lombardia, se andavano a portar la rivolta dove non poteva avere nè eco nè propagazione, nè soccorrere gli amici, nè infastidire i nemici?

La ritirata in Valtellina significava la paralisi per molto tempo di tutta la colonna garibaldina; la spedizione di Laveno aveva i suoi rischi, ma assicurava, se il colpo fosse riuscito, una base salda all’intero corpo che gli avrebbe permesso di restare nello scacchiere, Lago Maggiore-Milano-Varese-Como,[204] fino all’entrar in linea del grande esercito, e di serrar sempre dappresso i fianchi del nemico; che solo per tal modo poteva sentire la molestia della diversione ordinata contro di lui. Il solo guaio fu che la sorpresa di Laveno fallì; e ne diamo, se vuolsi, la sua parte, la maggior parte di torto, a Garibaldi; ma poteva anche riuscire, e mancò poco non riuscisse: e in ogni modo ogni scolaro c’insegna che non si deve mai giudicare d’un concetto strategico dagli errori o dagli eventi dell’azione tattica diretta ad attuarlo; come nessun storico di quell’anno cessò di lodare la conversione strategica dell’imperatore Napoleone dal Po al Ticino, solo perchè la battaglia di Magenta, per gli sbagli commessi prima e durante, rischiò d’esser perduta.

XXIV.

Ma qui ci occorre aprir tutto l’animo nostro. A Garibaldi era stata commessa un’ardua impresa senza la forza necessaria a compierla. La sproporzione anzi tra il fine ed i mezzi parve a taluno sì grande, che il Governo piemontese fu persino sospettato d’aver piuttosto mirato ad orpellare la parte rivoluzionaria con una vana lustra e trastullar Garibaldi con un gradito zimbello, che voluta seriamente un’opera seria. E il sospetto era certamente ingiusto, e la lealtà di Vittorio Emanuele ed il patriottismo del conte di Cavour ce ne stanno garanti. Però se mal animo non ci fu, nè ci poteva essere, ci fu certamente errore. Se davvero si credeva utile, se non necessaria, una diversione nell’alta Lombardia, conveniva che i mezzi le fossero apprestati in misura adeguata agli ostacoli che doveva superare ed ai nemici che doveva vincere. E ciò non fu. Si trattò Garibaldi, come i padri feudali del Medio Evo trattavano i figliuoli cadetti: mettevano loro nelle mani un vecchio ronzinante, una vecchia lama ed una smilza borsa e li mandavano a cercar fortuna pel mondo.

Così al capo de’ Cacciatori delle Alpi: gli diedero tremila cinquecento giovani male armati, mal vestiti, senza artiglierie, senza cavalli, e gli dissero: ingegnati. Ed egli s’ingegnò; ma non era nè provvido nè fraterno attender tutto dai prodigi del suo genio e dal valore de’ suoi camerati. Egli sapeva d’esser debole; e però prima di partire dal Po aveva invocato che la sua brigata fosse rinforzata e provveduta di tante cose necessarie a qualunque guerra; ma, triste a ripetersi, o gli furono negate, o non gli furono concesse che tardi, a spizzico, a stento, quando n’era ormai passato il bisogno e scemata l’utilità. Chiese infatti il reggimento de’ Cacciatori degli Appennini, volontari venuti e organizzati per lui: negati; chiese una batteria di cannoni: negata o concessa soltanto a metà, senza muli, senza artiglieri e d’un calibro insufficiente; chiese cavalli, ambulanze, armi: negati o dati così a rilento, in sì scarsa misura, da tornar pressochè inutili! Nessuno può immaginare quel che avrebbe potuto fare Garibaldi, se invece di quei tremila cinquecento uomini, ne avesse avuti anche non più di cinque o seimila forniti di tutte le armi convenienti!

E fosse qui tutto; ma fu lasciato quindici interi giorni senza un’istruzione, un ordine, una notizia, nè dell’esercito nemico, nè dell’esercito amico; talchè egli non conobbe le mosse degli alleati, e nemmeno il loro avvicinarsi al Ticino e i preludi di Magenta, se non quando erano già vociferati dovunque dalle gazzette e dalla fama! Ora dicasi pure che carattere di codesti corpi alla partigiana è d’essere spediti e leggieri e di procedere sciolti e indipendenti dai grandi eserciti, di cui sono in certa guisa le estreme avanguardie: tutto questo sappiamo noi, e sapeva meglio Garibaldi; ma _sunt certi denique fines_, anco a questa norma; e i confini doveva prescriverli il dovere, oltrechè l’utilità: il dovere di metter in grado il corpo staccato d’adempiere al suo scopo e di trarre dall’opera sua tutto il vantaggio possibile. E se ciò si fosse osservato, non si sarebbe potuto affermare, e con molta ragione, che la punta di Garibaldi in Lombardia fu militarmente infruttuosa. Se gli fosse stato dato il poco che chiedeva, se avesse potuto varcare il Ticino con forze almeno raddoppiate, se non gli si fossero nascosti, quasi come a nemico, i principali movimenti del grande esercito, nessuno può prevedere quel che avrebbe saputo fare!

Probabilmente l’Urban non sarebbe stato battuto due sole volte, ma tre; certo non avrebbe potuto, nè liberamente accorrere alla chiamata del Giulay, nè recare il 4 giugno all’esercito imperiale il soccorso non ispregevole che gli recò.

Il 24 maggio il conte di Cavour telegrafava a Garibaldi in Varese: «Insurrection générale et immédiate;» e certo se v’era uomo da intendere l’ardito laconismo di quel comando, era il capo dei Cacciatori delle Alpi. Se non che il conte di Cavour scrivendolo dimenticava due cose: che se non è mai facile intimare una rivoluzione a giorno e ora fissa per cenno di telegrafo, lo era anche meno in un popolo, come il lombardo, vigilato da un presidio di circa ventimila soldati e serrato all’intorno da un esercito ancora invitto di duecentomila, côlto inerme e sprovveduto, educato da anni alla fede lunga e pacifica della rivoluzione diplomatica e dell’iniziativa piemontese; e che al postutto vedendo la sua causa commessa alle mani di due eserciti poderosi, non vedeva più alcuna ragione sufficiente per buttarsi allo sbaraglio d’un’insurrezione, di cui eran certi i rischi, affatto ignoti i vantaggi e superflui i sacrifici.

E v’ha di più. Acciocchè la rivoluzione lombarda potesse divenire veramente «generale,» come la intendeva il conte di Cavour, era necessario che essa o prima o poi s’impadronisse di Milano. Una rivoluzione chiusa nelle prealpi del Varesotto e del Comasco poteva essere sgradita e fastidiosa al Governo austriaco, ma danneggiare o molestare seriamente il suo forte esercito non mai. Milano, se l’insurrezione lombarda era davvero necessaria alla vittoria, doveva essere il focolare dell’incendio, e una volta acceso nella capitale tutte le provincie sarebbero divampate.

Ma come sperare tanta fortuna? E come, ammesso pure che i Milanesi fossero predisposti alle disperate audacie del 48, come avrebbe potuto Garibaldi o spingerli, o secondarli, o soccorrerli?

Il Carrano scrive che il Medici la mattina del 3 giugno consigliò il suo Generale di marciare su Milano; e il consiglio riattesta l’animo del prode che lo dava. Ma poteva Garibaldi con quei suoi tremila, spossati, logori, decimati, avventurarsi contro le mura d’una città non forte, ma pur sempre bastionata, guardata ancora da un potente presidio, fiancheggiata sempre dall’Urban, lontano poco più d’una marcia, e incerto ancora l’esito della battaglia di Magenta; anzi incerto persino che battaglia vi sarebbe stata?

Da qualsivoglia parte la si riguardi, comunque la si rivolti, la spedizione di Garibaldi in Lombardia fu tanto male apprestata ed ordinata, quanto mirabilmente condotta e combattuta. Se la diversione sull’estrema destra nemica, se «l’insurrezione generale ed immediata» della Lombardia erano reputate parti utili e integranti del piano generale di campagna, conveniva che Garibaldi arrivasse sul terreno con forze adeguate al cimento. Se non lo era, meglio adoperare i volontari e il loro Capo altrove e più utilmente; meglio non illudersi nè illudere; meglio risparmiare tanto sangue prezioso e tante giovani vite; e lasciar che la guerra fosse quel che era di fatti: un’impresa nazionale, commessa dal popolo alla dittatura d’un Re leale, d’un abile Ministro e d’un generoso alleato, e nella quale al popolo non restava altra parte che combattere ubbidiente e allineato nelle file, attendendo dalla fortuna delle armi e dalla virtù de’ suoi liberatori i decreti del suo destino.

XXV.

Tuttavia nemmeno per la battaglia di Magenta la brigata garibaldina cessò dal suo ufficio o rallentò dalla sua operosità. Come prima, continuò a precedere il grande esercito alleato, a correre sui fianchi del nemico, a occupar nuove terre, a piantar sempre più innanzi il vessillo italiano; e come prima, fu lasciata (almeno fino al 9 giugno) senza sussidi, senza comandi, senza notizie; abbandonata all’abilità del suo Capo ed alla sua stella.

Noi ne traccieremo a rapidi passi l’itinerario, poichè per dieci giorni tutto il merito suo fu di celerità e di lena.

Il 4 e 5 giugno Garibaldi li adopera a riordinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, ad afforzarsi in Como, a perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, a lanciare sulle orme del nemico drappelli di scorridori che si spingono sui fianchi dell’Urban ritirantesi da Gallarate, volteggiando sin presso le porte di Milano.

Nella notte poi dal 5 al 6, ormai certi gli effetti della battaglia di Magenta, s’imbarca con tutta la brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como per tutela della città e nucleo di nuovi battaglioni, alla volta di Lecco, e nel giorno stesso in cui l’esercito alleato varcava il Ticino, tocca la destra sponda dell’Adda. Breve però la fermata: chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripiglia la marcia per Caprino e Almeno; e dopo breve sosta scende a passo di carica sopra Bergamo, dove sperava abbrancare almeno la coda del reggimento di presidio, che due suoi fidati, introdottisi furtivamente nella città,[205] gli avevano annunziato fare apparecchi di precipitosa ritirata.

Arrivato però troppo tardi, chè il nemico era corso più di lui, pensa immediatamente a inseguire i fuggenti sulla strada di Crema; se non che, appena cominciata la marcia, ode alla stazione che un corpo d’Austriaci s’avanza in ferrovia col proposito di giungere in aiuto del presidio, di cui ignorava la partenza. Allora Garibaldi che si vede tornar tra le ugne, inconscio e sprovveduto, quel nemico che aveva fino allora indarno inseguíto, pregusta la voluttà d’una copiosa e facile retata, e richiamata in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuisce e rimpiatta in tutti i nascondigli della stazione i suoi Cacciatori, che zitti, quatti, intenti, coll’ansia del cacciatore che anela la preda, stanno ad aspettare. Disdetta! A pochi passi da Seriate il battaglione viaggiante, avvisato da uno spione (fungaia di tutte le guerre) che a Bergamo v’erano i Garibaldini, arresta il treno, ne smonta frettoloso, e circondato da fiancheggiatori e da esploratori s’inoltra con tutta la cautela verso la città. E poteva ancora essere colto; se non che il Bronzetti, inviato con una compagnia a percorrer la strada di Seriate, lo incontra; non contando i nemici li assalta con impetuoso ardimento e li arresta, li sbaraglia, li costringe a ricercare più celeri che mai la vaporiera, che li salva dall’agguato mortale che li attendeva.

XXVI.

In quel medesimo giorno i Sovrani alleati entravano solennemente nella Capitale lombarda, il generale Bazaine rompeva le retroguardie di Zobel a Melegnano, e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele a conferire con lui. Le accoglienze del Re al Condottiero furono degne del grande animo di quello e della gloria di questi, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi, e copiose le promozioni e le decorazioni, e iterati i conforti a continuare nella comune impresa; ma oltre a queste cortesie, nulla più. E pure un accordo sarebbe stato tanto giovevole! E doveva parer così naturale al Capo supremo dell’esercito, poichè la vittoria gli aveva fatto ritrovar viva e gloriosa la sua estrema avanguardia, l’affiatarsi col suo capo, fermare con lui il disegno delle operazioni future, e trarre dall’opera sua il maggior profitto possibile! Però ha ragione lo storico dei Cacciatori delle Alpi[206] di dolersi che l’esercito nostro si sia lasciato sfuggire l’opportunità di schiacciare, mercè un’operazione combinata col generale Garibaldi, la divisione del generale Urban, che fino dal 7 aveva preso campo sull’Adda, ne’ dintorni di Vaprio e vi si era trincerato.

Poichè la posizione del Generale austriaco poteva dirsi forte, finchè non era minacciata che di fronte; ma dopo l’entrata di Garibaldi in Bergamo non lo era più; e bastava che il generale Cialdini, il quale formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella Divisione nemica, ancora staccata dal grosso del suo esercito, fosse inevitabilmente disfatta. E quanti frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra! La rotta di Vaprio avrebbe precipitata la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta di Melegnano; gli eserciti alleati avrebbero potuto marciare più celeri e spediti, e arrivando molto prima sulla destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il secondo concentramento del nemico e reso Solferino impossibile.[207]

Ma non è da noi discutere delle operazioni degli alleati; ci basti mettere in sodo che, se l’Urban potè restar sull’Adda impunemente ancora tre giorni, e Garibaldi fu costretto a indugiarsi a Bergamo altri tre, la colpa si deve cercare in quel complesso di ragioni chiare ed oscure, piccole e grandi, per le quali l’esercito alleato aveva fin dal 9 giugno perduto il contatto col nemico, sprecando quattordici giorni per marciare, senza combattere, dal Lambro al Chiese.[208]

Comunque, la mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi abbandonava Bergamo incamminandosi per Brescia. Marcia non senza pericoli per lui che doveva correre su una strada parallela a quella di un nemico più forte, col pericolo di trovarselo ad ogni ora sul fianco senza speranza di pronto aiuto dal grosso dell’esercito. Tuttavia, destreggiando come al solito, usando del sottile manipolo de’ suoi cavalieri con arte che parve maravigliosa soltanto ne’ Prussiani, comparendo e scomparendo co’ suoi scorridori su tutti i punti della linea nemica, spingendo ad una marcia forzata di notte i suoi Cacciatori affranti, ma indomiti, varcò all’alba del 14 le porte di Brescia; la quale, memore del suo nome, sprezzando il consiglio de’ pochi suoi timidi, incitata dall’infiammata parola di Giuseppe Zanardelli, e dall’esempio de’ suoi più fervidi patriotti, non aveva atteso colle mani al sen conserte, neghittosa o rassegnata, il liberatore; ma appena l’avanguardia dei Cacciatori, guidata dal bravo capitano Pisani, era comparsa nelle mura, s’era stretta intorno all’audace drappello, aveva atterrati insieme con lui gli stemmi della signoria straniera inalberando i vessilli della redenzione nazionale; ed era già tutta in piedi colla fiera attitudine d’un popolo deliberato a non lasciarsi ritogliere il bene conquistato, pronto a dare all’eroe che veniva a liberarla soccorso non di sole parole.

Però commoventi, trionfali le entrate di Garibaldi in Varese, in Como, in Bergamo; ma quella di Brescia, epica. E che dieci anni di oppressione non avessero fiaccata la fibra della città, sdegnosa d’ogni vil pensiero, fu manifesto il giorno stesso, quando, corsa all’improvviso la voce che gli Austriaci s’accostavano alla città dalla strada di San Zeno, si vide il popolo intero versarsi come torrente per le vie a chieder armi e battaglia; ed armarsi egli stesso di quanto gli veniva alle mani; e serrarsi intorno all’invitto Capitano ed alla sua Legione, invocando d’essere condotto alle mura incontro al reduce oppressore. Il pericolo fortunatamente dileguò: la colonna austriaca, frazione della divisione Urban accampata a Bagnolo, avviata su Brescia per estorcerle non so che multa di guerra, non appena seppe che la città era di Garibaldi, rifece a passi più che studiati la sua via; ma non è men vero che, se l’incauto nemico si fosse cimentato ad un assalto, Brescia avrebbe rinnovato una delle sue dieci giornate.

XXVII.

Dall’ingresso in Brescia la storia dei Cacciatori delle Alpi e del loro Capitano cessa d’essere distinta e indipendente da quella dell’esercito alleato e si perde, a dir così, semplice postilla, nelle grandi pagine del suo libro. Non affermiamo per questo che le sia venuto meno ogni valore; molti ancora i travagli, i sacrifici e i cimenti: ma la mente che la dirige è un’altra; il concetto che la ispira scende dall’alto, da sfera lontana e superiore; l’uomo che la comanda, sottomesso al cenno d’altri capi, guidato in ogni passo dall’impulso d’altre volontà, ingranato sempre più nel rigido meccanismo della gerarchia militare, diventa un brigadiere qualsiasi dell’esercito, non è più Garibaldi.

E questo si deve dire del combattimento di Tre-Ponti o di Rezzato che vogliasi chiamarlo.

Nella notte dal 14 al 15 giugno, standosi il generale Garibaldi in Sant’Eufemia sulla strada Brescia-Lonato, riceveva dal Capo dello Stato Maggiore dell’esercito italiano quest’ordine: «Sua Maestà il Re desidera che domattina ella porti la sua Divisione[209] su Lonato, dove sarà seguita dalla Divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy, composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo.» Verbalmente però il messaggiero soggiungeva, esser ordine dello stesso Re che Garibaldi restaurasse il Ponte del Bettoletto sul Chiese che sta a settentrione di Ponte San Marco.