Part 3
Fino dal primo momento dell'arrivo di Garibaldi a Firenze, una parte della popolazione di Bologna, seguendo l'esempio di Livorno, s'era messa in testa di volerlo per suo generale; e con una clamorosissima dimostrazione ne aveva fatto formale domanda al cardinale Luigi Amat, capo allora di quella Legazione; il quale, per schermirsi e quietare il tumulto, fu costretto a dare buone parole. In questo mentre l'Amat è richiamato a Roma, e gli succede, come Prolegato, il conte Alessandro Spada, che arriva a Bologna la sera del 6 novembre. L'invio de' 400 svizzeri a' confini venne fatto da lui e dal barone De Latour, generale in capo delle milizie pontificie nelle quattro Legazioni. Il giorno 9, in cui appunto seguí questo invio, fu presentata ad essi la seguente fierissima protesta, che mostra quanto i cervelli si fossero riscaldati. È sottoscritta: «Il Popolo Bolognese», e dice: «Bologna chiese al Governo, per mezzo del cardinale Amat, il generale Garibaldi per condottiero della sua legione. Il cardinale rispose annuirvi per sua parte e che avrebbe efficacemente appoggiata in Roma la domanda del popolo: e ciò al cospetto di migliaia di cittadini. Il popolo conosce il carteggio passato fra il Nunzio di Firenze e il Legato di Bologna; nel quale carteggio era chiesto, e consentito per ambedue le parti, l'arrivo del Garibaldi e de' suoi uomini fra noi. L'atto sleale onde è fermato con forze imponenti questo generale ai confini, mette il popolo nel suo diritto di chiedere una spiegazione al Governo, onde non essere necessitato da tanta illegalità a farsi da sé la ragione della giustizia ed il diritto naturale delle genti. Quindi vuole immediatamente e positivamente il richiamo delle truppe spedite contro il generale in atto ostile, e ciò dentro questa stessa giornata; e intende che sia onorato l'arrivo dell'eroe di Montevideo con quelle dimostrazioni ch'ei merita, e soprattutto con l'invito sotto le armi della brava italiana nostra Civica. In questa occasione il generale De Latour si ricordi di esser bolognese e che un solo tratto di arbitrio vale ad oscurare una reputazione faticata per anni».
La sera del 10 Garibaldi arrivò a Bologna; non so, per altro, se spontaneamente, o invitato. Una gazzetta di que' giorni cosí descrive il suo ingresso: «Il generale Garibaldi è finalmente giunto fra noi. Ieri sera, alle nove, arrivava a Bologna. Una considerevole folla di popolo andava ad incontrarlo e distaccati dal suo legno i cavalli (ad onta delle ripetute istanze del generale) lo trascinava, quasi in trionfo, fino al _Grande Albergo Reale_, dove il Garibaldi fissava la sua dimora. Qui giunto, il popolo ripeteva piú volte fragorosissimi applausi ed evviva all'eroe di Montevideo, al valoroso campione dell'indipendenza italiana. I legionari del Garibaldi sono sempre alle Filigare, privi di mezzi e di risorse. Il generale Zucchi, ministro della guerra, giungeva egli pure ier sera in Bologna, reduce da Ferrara, senza per altro, lasciar trasparire nulla del suo arrivo». Il giorno 11, da Bologna, cosí scrivevano all'_Alba_: «Garibaldi fu incontrato alla Porta dal generale Latour, che lo accompagnò a piedi ed a braccetto fino all'albergo. Il popolo, con bandiere e torcie, faceva seguito e plauso». Lo stesso corrispondente dell'_Alba_ tornava a scrivere due giorni dopo: «Il Governo Pontificio ha finalmente concesso alla legione Garibaldi di transitare pel suo Stato, consegnando le armi all'ingresso, per esserle restituite all'opposto confine». Quanto vi sia di vero in questa ultima condizione lo ignoro. Nella _Gazzetta di Bologna_ del 14 si legge: «Ieri sera (13) giunse in Pianoro dalla Toscana la colonna dei volontari italiani, che è sotto gli ordini del generale Garibaldi. Questa mattina (14), dopo aver pernottato in quel paese, ha preso di colà la via di Romagna, diretta al littorale dell'Adriatico».
Sentiamo adesso il generale Zucchi[1]; anche l'accusato ha diritto alla parola: «Addí 9 novembre mi giunse da Roma la seguente lettera riservata, all'indirizzo di me e del conte Gamba:--Eccellenze, Il Governo Toscano ha chiesto al Governo Pontificio il passaggio per 350 uomini capitanati dal signor Garibaldi, che voglionsi recare a Venezia. Il Governo di S. Santità prega le LL. EE. di prendere i provvedimenti opportuni onde questo passaggio sia rapido ed innocuo. Io non so quale via sia per scegliere. Le LL. EE. dovranno quindi conferire con codesto signor Prolegato e scrivere a S. E. il signor cardinale Legato di Forlí ed al signor Prolegato di Ravenna... Coi sentimenti di distinta stima mi raffermo. Roma, lí 6 novembre 1848. Dev.mo servo Rossi».--Lo Zucchi stesso dice che «massime lo stato di Bologna dava materia a spavento», giacché «in essa tutte le passioni rivoluzionarie ed anarchiche venivano in cento modi fomentate da una turba di agitatori per mestiere, che s'era precipitata sopra quella città con avidità canina di sovvertire». Aggiunge poi: «Arrestati sicari e malandrini, feci disarmare tutti coloro che non erano descritti nei ruoli della guardia nazionale, e mostrai ferma volontà di tenere in freno quanti si fossero fatto lecito di turbare la pubblica quiete. Siffatte opere rinfrancarono i cittadini onesti e i savi uomini, esasperarono invece coloro che alla salute dell'inferma patria anteponevano il trionfo delle proprie passioni e della propria setta». La lettera del ministro Pellegrino Rossi ai commissari Zucchi e Gamba spiega tutto. Essi, a seconda degli ordini ricevuti, dovevano concertare coi Prolegati di Bologna e di Ravenna e col Legato di Forlí la maniera migliore di accordare il passaggio a Garibaldi e ai suoi legionari, e naturalmente ci occorse il suo tempo: di qui impazienze, sospetti, malcontento. Del resto, anche per testimonianza del Farini, «lo Zucchi non fece violenza al Garibaldi, ma si volle che, riposato che si fosse, partisse co' suoi per Ravenna, di dove avrebbe potuto imbarcarsi per trarre a Venezia»[2].
[1] _Memorie_, Milano, Guigoni, 1861, p. 147.
[2] _Lo Stato Romano dall'anno 1813 al 1850_, II, 358.
Brevissimo fu il soggiorno di Garibaldi a Bologna. Andatovi la sera del 10 novembre, ne ripartí la mattina del 12; e come aveva fatto a Firenze, tolse commiato della cittadinanza con un proclama a stampa[1].
[1] Cfr. GARIBALDI G., Epistolario, I, 24.
Il 2 giugno del 1885, a ricordo del fatto, venne murata sulla facciata del _Grande Albergo Reale_ di Bologna, ora _Hôtel Brun_, la seguente iscrizione:
NELL'ANNO MDCCCXLVIII GIUSEPPE GARIBALDI DIMORÒ IL X E l'XI NOVEMBRE IN QUESTO PUBBLICO ALBERGO SEMPRE CON L'ANIMO E CON L'OPERE EROICAMENTE INTESE ALLA REDENZIONE DELLA PATRIA LA SOCIETÀ DEI SUPERSTITI DELLE GUERRE PER L'UNITÀ D'ITALIA A RICORDANZA IN PERPETUO P. A. MDCCCLXXXV.
APPENDICI
APPENDICE I.
Di un immaginario soggiorno di Garibaldi in Toscana nel 1833 o 1834.
Racconta Niccolò Tommaseo «come un bel giorno passasse da Firenze un giovane nizzardo, che andava in America, e si presentasse a Giovampietro Vieusseux». E aggiunge: «Circa trent'anni dopo, un signore fiorentino, frugando ne' suoi fogli, trova una lettera d'esso Vieusseux, la quale dice: _Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il nome suo è Garibaldi_»[1].
[1] TOMMASEO N., _Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie_, p. 118.
Il signore fiorentino era il marchese Gino Capponi. Ecco il testo della lettera; «Cher ami! Que voulez-vous que je donne pour vous a M. Garibaldi, que la Police oblige à partir demain sans faute, et qui repassera chez moi à 4 h. pour avoir quelque secours? Je ferai ce que je pourrai mais je ne pourrai pas faire grand chose. Ce Garibaldi est un superbe homme et des manières distinguées. Il a laissé une femme et quatre enfans». Il marchese Gino gli rispose: «Date venti lire al signor Garibaldi». Queste due lettere non hanno data, ma Alessandro Carraresi, che le ha messe di recente alla stampa, di sua testa le colloca tra il gennaio e il febbraio del 1833 [1]. Tanto lui, quanto il Tommaseo ritengono poi per sicuro che riguardino Giuseppe Garibaldi, e pigliano un abbaglio de' piú grossi, giacché non si tratta del condottiero famoso, ma di un oscuro profugo, che portava il suo stesso cognome; comune, del resto, nella Liguria.
[1] _Lettere di GINO CAPPONI, e di altri a lui_; I, 349.
Quando il Mazzini stava organizzando la spedizione di Savoia, Giuseppe Garibaldi, allora capitano marittimo mercantile, fu arrolato «come marinaio di terza classe di leva» nella regia armata sarda. Si rileva da' documenti che fu «iscritto alla matricola della direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al n. 289»; che entrò al servizio, in Genova, il 26 dicembre del 1833; e che il 3 di febbraio del 1834 venne imbarcato sulla regia fregata _Des Geneys_, dalla quale disertò il giorno dopo. Con sentenza del Consiglio di guerra divisionario sedente in Genova, de' 14 giugno dello stesso anno, fu condannato, insieme con Vittore Mascarelli e con Giambattista Caorsi, «alla pena di morte ignominiosa», e venne dichiarato esposto «alla pubblica vendetta come nemico della patria e dello Stato» e incorso «in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle regie leggi contro i banditi di primo catalogo». La sentenza li dice tutti e tre «autori di una cospirazione ordita in Genova, nei mesi di gennaio e febbraio, tendente a far insorgere le regie truppe ed a sconvolgere l'attuale Governo»; incolpa il Caorsi «di avere fatto provvista d'armi, state poi ritrovate cariche, e di munizioni da guerra»; il Garibaldi e il Mascarelli «di aver tentato, con lusinghe e somme di denaro, effettivamente sborsate, d'indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del corpo reale d'artiglieria».
Fin dal 5 di febbraio Garibaldi era fuggito da Genova, e la Polizia faceva ogni sforzo per averlo nelle mani. Il Marchese Paolucci, Governatore militare e civile di Genova, il 10 dello stesso mese, annunziava al Vicario Regio di Pietrasanta, grossa terra della Toscana, che era «stato iniziato un procedimento penale, per reato d'insurrezione, contro Francesco Garibaldy e Rubens, latitanti»; gli soggiungeva, «come in detto procedimento figurasse inoltre come uno dei capi del movimento insurrezionale Giuseppe Garibaldy, fratello del detto Francesco, marinaio in attività di servizio sui regi legni, evaso da Genova la mattina del 5»; e «nell'ipotesi che il detto marinaio Giuseppe Garibaldy raggiunga la Toscana, ove si crede che abbiano trovato ricovero il fratello Francesco e il Rubens», lo pregava «di disporre il di lui arresto ed estradizione». Conchiudeva col dirgli: «le partecipo come da una lettera di Francesco Garibaldy, qui pervenuta e sequestrata, si rilevi essere sua intenzione di fermarsi alcuni giorni in Pietrasanta». Il giorno dopo torna a scrivergli che, riguardo ai nomi e cognomi ha preso una filza di sbagli, giacché Francesco si chiama invece Felice; non si tratta di Garibaldy, ma di Garibaldi; e in quanto al Rubens, è Ruben di Sion Cohen. Cosí poi gli dipinge Giuseppe: «ha capelli, barba, mustacchi e favoriti rossicci, veste un _frak_ grigio-chiaro, porta cappello di color bianco». Di li a quattro giorni, insiste di nuovo per l'arresto, e gl'invia un foglio dove sta scritto:
«Connotati di Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico, nativo di Nizza, capitano di seconda classe marina mercantile, assentato a Genova nel corpo dei reali equipaggi permanenti, in qualità di marinaio di terza classe di leva.
«Età: anni 27.
«Statura: once 39 3/4.
«Capelli: rossicci.
«Ciglia: rossiccie.
«Fronte: spaziosa.
«Occhi: castagni.
«Naso: aquilino.
«Bocca: media.
«Mento: tondo.
«Viso: ovale.
«Colorito: naturale.
«Nome di guerra: Cleombroto».
Son connotati che non differiscono da quelli che si leggono a p. 392 del vol. I della _Matricola_ del 1832, tranne che nel viso, che, invece d'ovale, è tondo[1].
[1] DEL CERRO E., _Misteri di Polizia; storia italiana degli ultimi tempi, ricavata dalle carte d'un Archivio segreto di Stato_, pag. 164 e segg.
De' tre fratelli di Garibaldi ve n'era uno infatti di nome Felice. Il Guerzoni ne fa questo schizzo: «Lasciò dietro a sé la nomina di elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche fortuna il commercio, fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e cessò di vivere, non ancora vecchio, il 1856»[1]. Venne, di fatto, arrestato a Pietrasanta, per ordine del Vicario Regio, nel febbraio del '34; e insieme con lui fu pure arrestato l'israelita Cohen, suo compagno di viaggio e di commercio: ma il Governo Toscano si guardò bene di consegnarli al Governatore di Genova. Dopo pochi giorni di mite prigionia, entrambi vennero condotti a Livorno e di là imbarcati per la Corsica.
[1] GUERZONI G., Garibaldi, I, 10.
Della sua fuga da Genova, Garibaldi tocca di volo nelle proprie _Memorie_. «Il 5 febbraio 1834» (son sue parole) «io sortivo da porta della Lanterna, alle 7 pomeridiane, travestito da contadino e proscritto. Qui comincia la mia vita pubblica: pochi giorni dopo leggevo, per la prima volta, il mio nome su d'un giornale. Era una condanna di morte al mio indirizzo, rapportata dal _Popolo Sovrano_ di Marsiglia. Stetti inoperoso, a Marsiglia, pochi mesi». Il Guerzoni, che fu segretario del Generale a Caprera, mentre confessa che «non era facile» indurlo «a raccontare le sue avventure», afferma che «su questa tornava egli medesimo spesse volte e volontariamente». Ciò che dunque ne scrive l'ha udito dalla sua propria bocca. Garibaldi, fallito il tentativo della rivolta, si rifugiò nella bottega d'una fruttivendola, e, cambiata nei panni d'un contadino la sua camicia di marinaro, uscí da porta Lanterna, e lasciata la via maestra, traversando campi e giardini, saltando muri e siepi, si diresse a Sestri di ponente; dopo dieci giorni giunse a Nizza, e di là, di notte tempo, prese la via dell'esilio e, varcato il Varo, toccò finalmente il suolo francese.
È dunque provato che il giovane marinaio non mise il piede in Toscana, né fu quel Garibaldi che a Firenze si presentò al Vieusseux ed ebbe aiuti di danaro da lui e dal Capponi. Di piú; il Vieusseux racconta che il profugo Garibaldi, da lui preso a proteggere, aveva moglie e quattro figli. Il nostro Giuseppe invece era scapolo e, soltanto piú anni dopo, sposò in America Anita Riberas, che poi lo fece padre di Menotti, di Teresita e di Ricciotti.
APPENDICE II
L'adunanza straordinaria del Circolo del Popolo di Firenze, tenuta nel Teatro Goldoni la sera del 5 novembre 1848.
«Ieri sera (5 novembre) al Teatro Goldoni fu dato un banchetto in onore del generale Garibaldi a cui convennero circa trecento persone, e che fu presieduto dal Principe di Canino. Il banchetto fu preceduto da un'adunanza straordinaria del Circolo del Popolo, nella quale preser la parola il prof. Carlo Pigli, il Principe di Canino, il general Garibaldi e il Romeo. Dei loro eloquenti e italianissimi discorsi, raccolti dagli stenografi, daremo un sunto». Cosí _Il Popolano_ di Firenze, che era il _Monitore del Circolo del Popolo_ (n. 153, del 6 novembre '48).
_A._
_Parole dette dal prof. Carlo Pigli._
Cittadini, io debbo, prima di tutto, ringraziarvi di questo atto solenne di affezione e di stima di che mi siete stati generosi eleggendomi, con tanta maggioranza di suffragi, a vostro Presidente.
Debbo poi rallegrarmi con voi di questa improvvisa, ma pure inevitabile nostra resurrezione, che è la resurrezione del Popolo, non meno potente del Cristo nell'infrangere e polverizzare la lapide del proprio sepolcro.
La passione del Popolo oramai è consumata. Ora incomincia la passione dei despoti e dei loro vili seguaci. Ma il Popolo esce dal suo lavacro di sangue santificato e invincibile; il despota vi sparirà sommerso e maledetto dagli uomini fino che la terra conservi traccia del sangue e delle lacrime sparse.
Volgetevi indietro e mirate! Per tutto forche, roghi, mannaie e calici di veleno! Ebbene! questo ferale apparato è la culla gloriosa della vera vita del Popolo; è il trono della sua maestà, della sua irresistibil potenza.
Li uomini si uccidono, ma non si uccide la _idea_, che, fatta gigante, è oramai regina del mondo. Quando il ferro del carnefice percuote la testa di un generoso, il suo pensiero si stacca dal sangue e si converte in un raggio immortale di quel limpido sole, che dovrà illuminare il trionfo della umanità.
Le catene dei tiranni si sono cangiate in corone di allori: per tutto dove la mano sanguigna dei tiranni ha scritto: a _infamia_, l'umana giustizia ha sparso i trofei della gloria. Fra i piú validi e i piú sapienti patrocinatori della causa italiana, fra i nostri stessi Ministri del Governo, troverete uomini usciti dalle prigioni di Stato.
Certo, che si sarebbe potuto credere che li auspicii, sotto i quali il Circolo nostro si riapriva, fossero fortunati e gloriosi abbastanza per non pretender di piú!
Eppure la nostra fortuna è stata molto piú grande della nostra aspettativa e speranza.
Dalle remote terre dell'America venia la fama che un valoroso profugo dell'Italia, non potendo combattere per la libertà della patria, combattea per quella di remoti fratelli. Ma quando finalmente la stessa Italia sorgea scotendo l'esecrato giogo, si seppe allora che, valicati i mari, scendeva sull'italico lido, facendo del suo peso tremare la terra sotto il piede dei barbari invasori. Già le valorose armate del Piemonte erano costrette ricorrere all'ombra del patto di un Re; ed egli pugnava nel patto dei Popoli, che hanno giurato di vincere; e io non dico di vincere o morire, che sono i Re che muoiono, e non i Popoli.
E questo valoroso, questo eroe, eccolo alla vostra presenza. Onorate, o cittadini, il prode Garibaldi.
Né qui prodiga la fortuna limitar volle l'onore di che le piacque cosí splendidamente coronare la nuova inaugurazione della nostra assemblea.
Chi è tra noi che non sappia intiera la storia miracolosa della rivoluzione della Sicilia e della insurrezione della Calabria?
Chi è che non abbia palpitato e pianto sui casi dei Romeo, commosso nelle viscere dal racconto delle loro tante virtú, dei loro tanti sacrifizi e del loro immenso valore?
Eccoli. Anche i due Romeo sono con noi. Onorate, o cittadini, questi altri prodi d'Italia, questi altri eroi dell'antica terra dei giganti e dei prodigi.
E qui con noi mirate pure finalmente, o cittadini, Carlo Bonaparte, che nato ai piedi del piú splendido trono del mondo, e principe del sangue, vi si presenta con non altra divisa che quella di sergente crociato, valoroso e generoso campione ovunque si discuta e si agiti la causa d'Italia.
Onorate, o cittadini, questo anello prezioso delle due piú grandi nazioni sorelle, Italia e Francia; onorate questo prezioso anello dei due piú grandi miracoli della umanità, l'impero di Napoleone e l'emancipazione dei popoli.
_B._
_Parole di Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino._
Cittadini, bisogna sapere che cosa è il potere, bisogna sapere che cosa è l'infame diplomazia, per conoscere il bisogno che hanno i Ministri non solo di essere sostenuti, ma spinti.
Il pensiero della Costituente italiana non può piú cadere; il patriottico Ministero Toscano ha fatto abnegazione di ogni principio municipale quando ha proclamato che in Roma, in quella nobile e inevitabile capitale della penisola, si dovesse riunire la Costituente italiana, scelta dal suffragio universale e diretto del popolo d'Italia: ma se un Governo retrogrado, se una fazione empia e venduta ai nemici d'Italia impedisse questo santo vóto dei popoli, sappia l'Europa, sappia il mondo tutto, che è venuto il giorno in cui gli italiani sapranno riunirsi e formare la Costituente italiana. Se nol potranno in Roma, si ricorderanno che l'Italia ha per cuore una Toscana, e che in qualunque città, in qualunque castello della Toscana potranno, mercé l'attuale rigenerazione, adunarsi. Abbia però la Costituente uno scopo unico: l'indipendenza; finché l'ultimo tedesco non abbia ripassato le Alpi. Bando, per ora, alle funeste distinzioni fra repubblicani e costituzionali, fra federalisti e unitari: siamo tutti italiani. E se un partito impudente volesse suscitare, stigmatizzare i repubblicani, che vantano fra loro i piú generosi italiani, diciamo ad esso: tacciano le querele intestine! i nostri ordini di governo li stabilirà la Costituente italiana
Italiani di tutti i partiti, non eccettuato alcuno, all'armi! all'armi! abbiam bisogno di unione per cacciar lo straniero.
Fratelli! Una cosa importante e urgente ci resta a fare. Il vostro (dirò il nostro) Ministero, nella sua squisita lealtà, ha voluto convocare la nuova Camera toscana colla legge che aveva prodotto la prima. Ebbene? soffrirete voi che una seconda volta la Toscana ci dia un simile eunuco prodotto? Io non son tale da potere consigliare un Guerrazzi ed un Montanelli, ma se lo fossi, avrei detto loro: Bando agli scrupoli! i nostri avversari non ne hanno quando si tratta di calpestare i popoli. Quando si tratta di stringere una lega di Re contro i popoli tutte le ragioni sono buone; e voi non potrete allargare la legge elettorale? Io avrei fatto loro questo dilemma: Per quelli che riconoscono dalla bontà dei Principi le istituzioni politiche, non può il Principe abbandonare e accrescere la dose di queste concesse libertà? O per quelli che pensano come me, sostengono che i Principi altro non hanno fatto che riconoscere una porzione dei sacrosanti diritti dei popoli, non vi ha sempre tempo di riconoscere questi diritti maggiori; di riconoscerli in tutta la loro forza, in tutta la loro estensione?
Ora dunque chi avrebbe potuto biasimare un consiglio che forse sarebbe ancora tempo di seguire? Quelli soli che rimproverano i Ministri di rinunciar soli a una legge concessa dal tradimento di chi aveva il suo mandato dal Popolo; dal Popolo che dà il suo mandato per sostenere le sue libertà, non per contrattarle; per proteggerle, non per abbandonarle a pseudotiranni. Ora dunque, da questo Circolo, eminentemente italiano, partano individui per ciascuno degli ottantasei circondari elettorali, e predicando la causa d'Italia ottengano da quelli elettori che calcolino la importanza del loro voto e il debito che doppiamente loro incombe di fare che il popolo sia veramente rappresentato e non si rinnovi una Camera sí poco italiana, ora che una Camera, che non rappresentava la vera opinione del popolo, è stata spezzata e infranta. Cosí si spezzi ogni potere che mentisca la missione popolare! Si devono dunque usare tutte le lecite influenze perché un Montanelli e un Guerrazzi non siano abbandonati in questo momento, perché ciò sarebbe un'altissima vergogna per la Toscana, un'ultima rovina della nostra patria.
_C._
_Parole del Generale Giuseppe Garibaldi_
Io son d'opinione che non solamente si debba sospingere il Ministero, ma violentarlo, se è necessario, e portarlo piú lontano: dico violentarlo perché gli ostacoli che lo circondano non lo lasceranno francamente agire in modo conforme alla sua coscienza. Dunque, se il popolo conosce la necessità di agire prontamente, io ripeto che non solamente deve spingere il Ministero, ma violentarlo, quando vi sia, ciò facendo, la convinzione del bene d'Italia; quando vi sia la convinzione di un fatto d'urgenza a seguire quella necessità e adempirla e metterla in pratica, se fosse necessario, in luogo del periodo, per esempio, di un mese, in quello di un giorno. Io appoggio sulla necessità di una pronta azione, perché la credo indispensabile alla posizione d'Italia; perché mi pare che qualunque aggiornamento, qualunque dilazione per parte nostra sia un delitto grande; perché sono, conseguentemente, d'opinione che quello che si deve fare in sei mesi si faccia in sei giorni.