Garibaldi in Toscana nel 1848

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[1] Costui, che ebbe tanta e cosí brutta parte ne' rivolgimenti toscani del 1848 e '49, nel seguente modo parlava di sé in un foglio volante a stampa, ora introvabile: «Toscani. Io mi presento a voi e vi chieggo il vostro suffragio, sia per la Costituente, sia per la Legislativa: e perché possiate darlo in conoscenza di causa, vi dirò poche e semplici parole della mia vita e della mia fede politica. Uno dei piú ardenti rivoluzionari del '31, imprigionato appena fu spenta la rivoluzione, fui messo in libertà per l'amnistia del giugno; rimprigionato di nuovo, fui reso alla libertà nella venuta delle truppe francesi in Ancona. Là e con gli scritti e colla parola propugnai la causa della libertà, e per quanto fu in me cercai di suscitare nel popolo odio per la dominazione straniera e per quella del potere temporale dei papi. Miei furono tutti i proclami rivoluzionari usciti in quel tempo alla luce. Arrestato dallo stesso generale Cubiers nella stamperia, mentre correggeva le prove della risposta alla bolla di scomunica che Gregorio aveva lanciata contro quella città, fui costretto ad esulare. In compagnia di quel santo martire Ricciotti, transitai per Firenze, da cui venimmo espulsi in tre ore, e non giungemmo a Livorno che per essere posti in fortezza; tale era l'ospitalità di colui di Lorena! Giunto a Parigi, protestai pubblicamente contro la condotta dei Francesi in Ancona. Quel grande di Lafayette lesse la mia protesta alle Camere, e mi scrisse lettera, che preziosamente conservo, encomiando la mia condotta in Ancona ed in Francia. Membro della Società dei Veri Italiani, presieduta dal tanto celebre Buonarruoti, quindi vicepresidente, fui uno dei redattori della Costituzione da presentarsi all'Italia il dí della rivoluzione, le cui basi erano l'unità e la repubblica, la cui capitale era Roma. Questa costituzione, scritta tutta di mio pugno, fu litografata, e ne conservo una copia. Fino d'allora adunque era repubblicano unitario. Durante i sedici anni di esilio, sia in Francia, sia a Londra nella Società Democratica, di cui fui anche presidente, combattei sempre per la santa causa del popolo. Tornato in Italia, mi fissai a Roma. La stampa non essendo ancor libera, con iscritti clandestini mi detti a minare il Governo dei preti e il potere dei gesuiti; e perché in Roma difficilmente si trovavano stampatori, in Livorno mandava i miei manoscritti, e di là mi tornavan stampati. Uno dei fondatori del Circolo del Popolo in Roma, di cui compilai gli statuti, andava giornalmente facendo proseliti alla causa della libertà e minava sempre più il potere clericale. Ma questo, al solito, mi chiuse la bocca; imprigionato, fui cacciato di Roma, benché cittadino romano, e rilegato a Bologna. Non vi era ancor giunto, che si proclamò la guerra. Chiamati tutti i miei amici alle armi, corsi verso Bologna; e là impaziente degli indugi che Pio IX poneva al passaggio del Po, precipitai la partenza e con cinque compagnie accorsi a Venezia. Incaricato di molte e interessantissime missioni; officiale di stato maggiore, combattei come soldato a Cornuda, a Treviso, a Primolano; e conservo lieve, ma gloriosa vestigie di quel combattimento. Le nostre cose andate in ruina, venni in Toscana; e sarà inutile il dire il poco che potei fare, perché da tutti è conosciuto. Il popolo mi vide sempre fra le sue file e alla testa quando si trattò di ridomandare o di far riconoscere i suoi diritti non solo, ma anche quando pochi scellerati Io volean trascinare ad azioni che potean disonorarlo. Tale io mi fui. Io vi chieggo con confidenza il vostro suffragio, perché ho la coscienza che non tradirò le vostre speranze, se voi volete eleggere uno che sia repubblicano unitario. Se metterete il mio nome nella scheda vi prego ad aggiungervi: _Niccolini di Roma_. Firenze, li 5 marzo 1849. G. B. NICCOLINI di Roma».

In que' giorni era capitato a Firenze Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino, che, dopo aver messo il maggiore scompiglio in Roma, veniva ad aumentarlo in Toscana; vi erano pure capitati i due Romeo, Gio. Andrea e Pietro Aristeo, i quali avevano diretto l'insurrezione delle Calabrie; e dietro loro e con loro gente d'ogni paese e condizione. La sera de' 5, per festeggiare Garibaldi, fu tenuta una straordinaria adunanza del Circolo del Popolo [1]; «uno fra i Circoli che in Firenze esercitavano la influenza maggiore e la piú notevole», e che «nato nella sala di una quieta e remota contrada della riva sinistra dell'Arno, divenne ben presto cosí numeroso, e di tanto concorso di uditori affollato, che v'ebbe la necessità di trasferirne la sede in un locale assai piú spazioso, e fu trasferita nel Teatro Leopoldo»[2]. Di questo Circolo era stato anima il Guerrazzi; poi, salito che egli fu al potere, ne assunse la presidenza Carlo Pigli, uomo, come ben disse il Ranalli, «d'ingegno balzano, quanto ingordo di danaro», che «parlava sempre, quasi mai a proposito, con voci e gesti e pensieri da matto»[3]. Di quella adunanza cosí scrive il Pigli stesso: «Prevedendo che il Teatro Leopoldo non sarebbe in questa occasione bastato a contenere lo straordinario concorso del popolo, fu chiesto e ottenuto il Teatro Goldoni. La sera del 5, poco dopo il tramonto, quel Teatro, per quanto vasto, era pieno e incapace di una sola persona di piú. Alle ore otto io introduceva nel palco scenico, ov'era il seggio della presidenza, il principe di Canino, il generale Garibaldi e i due Romeo, ricevuti in mezzo a vivissimi applausi. Presentandoli al Circolo, accennai di ciascuno i particolari titoli, e conclusi col ceder loro la presidenza»[4]. S'accese quindi una gara tra il Pigli, il principe di Canino e il generale Garibaldi a chi le dicesse piú grosse[5]. Garibaldi si sbracciava a sostenere che bisognava «violentare il Governo ed eccitare il popolo»; e finí esclamando: «Oggi mi pare che l'Italia è in una alternativa co' suoi reggitori, cioè di rovesciarli, o di trascinarli: non c'è via di mezzo: una delle due» Il Pigli prese addirittura a recitare la parte di Robespierre. «La terra s'agita», cominciò a gridare: «freme insanguinata, e aspetta sangue e poi sangue; e Dio disperda li augurii. Ma, e come sarebbe possibile che in un momento tremendo di rivoluzione e di crisi l'aspetto della società si cangiasse senza avvenimenti di sangue? A guardar bene, o cittadini, si direbbe che la libertà, a somiglianza di tutte le potenze del mondo, stabilir non si possa che pel diritto della conquista. Infatti si tratta adesso di una quistione interamente sociale, e precisamente si tratta dell'ultimo periodo dell'antica lotta tra le caste privilegiate, che debbono scendere, e il popolo diseredato, che deve salire. Pensate ora quante mai sono le vittime condannate a cadere ai piedi dell'altar della patria. Fra queste vittime vi è l'aristocrazia delle pergamene, ché da qui innanzi i meriti e le distinzioni saranno conferite, non già pel merito degli avi, ma pel merito proprio. Fra queste vittime vi è l'aristocrazia del danaro, ché da qui innanzi la vera proprietà sarà la proprietà personale; e v'è finalmente l'aristocrazia della mediocrità, questa immensa famiglia di monocoli e peggio, che innalzata da un potere che aveva bisogno di satelliti oscuri, sarà col tempo costretta a spogliare le usurpate divise, in faccia a un altro potere, santo e irresistibile, la pubblica opinione!»

[1] Garibaldi era stato eletto per acclamazione socio onorario del Circolo nell'adunanza del 2 novembre, e il vicepresidente G. Chiarini e il segretario T. Menichelli si recarono il giorno appresso dal generale per partecipargli la fatta nomina, che «fu dall'illustre italiano accettata con quella gentilezza che lo distingue».

[2] PIGLI C., _Risposta all'Apologia di F. D. Guerrazzi_, Arezzo, Borghini, 1852, p. 76.

[3] RANALLI F., Le Istorie Italiane, Firenze, Le Monnier, 1859, II, 493.

[4] _Pigli_, Op. cit, p. 81.

[5] Appendice II.

Senza avvedersene, parlando de' «monocoli e peggio», innalzati «da un potere che aveva bisogno di satelliti oscuri», accennava proprio a sè stesso: il giorno dopo il Pigli fu nominato Governatore di Livorno![1]

[1] Appendice III.

V.

Del suo soggiorno a Firenze Garibaldi cosí discorre nelle proprie _Memorie_. «In Firenze accoglienza magnifica dal popolo, ma indifferenza e fame per parte del Governo, e fui obbligato d'impegnare alcuni amici per alimentare la gente. Era il Duca nella capitale della Toscana. Si diceva però la somma delle cose nelle mani di Guerrazzi. Io scrivo la storia, e spero di non offendere il grande italiano, se dico il vero. Montanelli, acclamato meritamente dalla generale opinione, lo trovai però quale me l'ero immaginato, leale, franco, modesto, volente il bene dell'Italia, col cuore fervido d'un martire; ma l'antagonismo d'altri neutralizzava qualunque buona determinazione, e poco valse perciò la breve permanenza al potere del prode e virtuoso soldato di Curtatone». A Mariano D'Ayala, Ministro della guerra, che al pari del Guerrazzi non vedeva l'ora che andasse via dalla Toscana, l'8 di novembre indirizzò questa lettera: «Cittadino Ministro. Sono a pregarlo di avere la bontà ordinare che mi sia rimesso il foglio di rota per centocinquanta uomini che penso far partire domattina buonora per Calfaggiolo conformandomi con il convenuto con voi, e se poteste avere la bontà di farmi rimettere pure cinquanta fucili ve ne sarò sommamente grato. Comandate a tutto al vostro G. GARIBALDI»[1].

[1] D'AYALA, Op. cit., pag. 170.

Lo stesso giorno pigliava commiato dalla cittadinanza con le seguenti parole a stampa: «Toscani! Accolto in mezzo a voi con generosa gioia, quale conviensi ad uomini valenti, che raccolgono un vero amico, non vi parrà ch'io vi aduli, nobili Toscani, quando io vi dico che insuperbisco de' vostri plausi, dell'affetto vostro. E ben a ragione siete voi que' Toscani che a Curtatone, a Montanara, e sui colli a S. Giorgio fatti schivi omai del titolo di gentili che a sí buon dritto meritavate, degni vi faceste invece del titolo di strenui e di forti. Io vi lascio, per correre ove i destini d'Italia paion chiamarmi: non mi divido da voi, né mi separo coll'animo, colle speranze. Trovai a Livorno impareggiabili cittadini, grandemente benemeriti del risorgimento della nazione italiana; a Firenze un Ministero uguale alla grandezza dei tempi, perché degno del popolo e dei destini della gran patria comune; in tutta Toscana mi occorre un popolo impaziente di lavar quelle macchie, che mani venali e vendute cosparsero sul nome italico. Dio resti con voi. Dio ci accompagni. Emuliamo i sublimi Viennesi, sdegnosi della tirannide. Se per avventura io dirizzerò i miei passi là dove colle armi e col sangue uopo sarà decretare della vittoria, non fia mestiere levar la voce per attirarvi su quella via ove precederovvi; i prodi san rivenire le orme dei prodi. Confidate, o Toscani, nella inconcussa giustizia della causa nostra, e state adocchiando l'occasione. Dove si snuderanno i nostri brandi, ben esser potrete certi che ivi si agiteranno le sorti della libertà e della nostra Italia. Viva Toscana! Viva Italia!»

Lasciato dunque il soggiorno di Firenze, che gli sembrò «inutile e tedioso», fermò il proposito di «passare in Romagna», dove «sperava far meglio»; tanto piú che dalla Romagna gli sarebbe stato piú facile di recarsi a Venezia per la via di Ravenna. S'accinse dunque a passar l'Apennino co' suoi. «Sulla strada», lo confessa non senza rammarico, «ove dovevamo avere i necessari sussidi per provvedimento del Governo Toscano, altro non trovammo che la benevolenza degli abitanti, volonterosi, ma insufficienti ai bisogni nostri. Una lettera del Governo suddetto ad un Sindaco della frontiera limitava la sussistenza ed ordinava lo sgombro agli importuni avventurieri». Era una lettera del Ministro dell'interno F. D. Guerrazzi; e quel Gonfaloniere (cosí si chiamavano i Sindaci a quel tempo nella Toscana) ebbe la dabbenaggine di fargliela leggere, come confessa lo stesso Garibaldi: «Io aveva letto la comunicazione di quel Governo al Sindaco, nella quale si raccomandava di liberarsi di noi al piú presto». Né questa fu la sola lettera poco amorevole verso Garibaldi e i suoi seguaci, che uscisse in quei tempi dalla penna del romanziere livornese, diventato Ministro. Al R. Delegato della Lunigiana, impaurito de' discorsi sovversivi che andava facendo una mano di volontari lombardi, che da Pontremoli moveva alla volta di Firenze per raggiungere Garibaldi[1], scriveva: «Sono un diluvio di cavallette. Consideriamole come una piaga di Egitto, ed operisi con tutti i nervi onde presto passino e contaminino meno luoghi che sia possibile» [2].

[1] La lettera del R. Delegato di Lunigiana, E. Sabatini, al Ministro Guerrazzi è questa:

«Informai nel decorso giorno (7 novembre '48) l'E. V. che una parte del corpo franco Garibaldi erasi, lasciata Genova, raccolta in questa città (Pontremoli); confermo che dimani (9 novembre) si muove alla volta della capitale. Ora debbo aggiungere all'E. V. che il soggiorno di quei militi nel Granducato può essere cagione d'inquietudini; poiché il tema dei loro discorsi al popolo, con cui cercano di stringere rapporti, si è che la miglior forma di governo è la repubblicana, e che neppure il regime costituzionale è buono, perché i Principi sono traditori e nemici del popolo. Lodano le defezioni delle truppe regolari, predicano il diritto che hanno i soldati di dare giudizi delle persone e degli ordini dei loro capi. Parlano anche male del presente Ministero toscano, perché non ha abrogato il Principato e cacciato il Granduca».

Questa «parte del corpo franco Garibaldi» era formata degli avanzi, già ricordati, del battaglione degli Studenti mantovani. Garibaldi, nel suo breve soggiorno in Toscana, spinto dal desiderio ardentissimo d'accrescere la propria legione (la quale non ascendeva a «circa cinquecento volontari», come vuole il Guerzoni, ma ad ottantacinque uomini, come telegrafò il Generale stesso al Montanelli), fece appello alla gioventù, col mezzo de' Circoli. Nella _Gazzetta di Lucca_ de' 6 di novembre si leggeva il seguente invito, che il giornale lucchese non fu il solo a stampare: «_Battaglione della Morte_. Il prode generale Garibaldi è intento a formare un battaglione di scelti e animosi individui italiani, i quali abbiano volontà irremovibile di ottenere la intera indipendenza d'Italia, o morire. I lucchesi, validi e schietti amatori d'Italia, vorranno, speriamo, concorrere a formare questo battaglione, modello per disciplina e valore nella guerra imminente. Il battaglione sarà comandato dal generale Giuseppe Garibaldi, e avrà per cappellano il padre Alessandro Gavazzi. Alle stanze private del Circolo di Lucca, per incarico ricevuto dal detto Generale, sono ostensibili le condizioni per esser messi a far parte di questa eletta di prodi, e il figurino dell'uniforme. Ivi si ricevono pure le soscrizioni». Furono parole al vento!

[2] GUERRAZZI F.D., _Appendice all'Apologia_, Firenze, Le Monnier, 1852, p. 72.

VI.

Il prode condottiero, disgraziatamente, aveva voce in que' giorni di testa calda e avventata; si temeva sopratutto che i sovvertitori, de' quali vi era una straordinaria abbondanza, usassero del suo nome, del suo valore e della sua audacia per alzare il capo e tentare qualche colpo di mano. Appunto per questa ragione, perfino il Ministero democratico della Toscana cercò di sbarazzarsene, e se ne lavò le mani in fretta e furia, dandogli poche armi, e pregando Pellegrino Rossi, mente e braccio del Ministero costituzionale di Pio IX, ad accordargli libero il passo.

Né questa fu la sola ragione di non accettarlo al servizio della Toscana. Garibaldi allora, come generale, non godeva quella reputazione che cominciò ad avere dopo la difesa di Roma. Lo confessa schiettamente anche il suo compagno d'armi e biografo Giuseppe Guerzoni. «Gl'italiani», son sue parole, «stimavano Garibaldi un condottiero di bande, e nulla piú; e si sarebbero ben guardati dall'affidargli una parte importante, molto meno il comando d'un esercito». E, quasi temesse d'esser stato poco chiaro, ribatte il chiodo affermando che nel '48 e '49 «malauguratamente su di lui pesava quella reputazione di valente condottiero e di inetto generale, che gli era stata buttata addosso come una camicia di forza fin dal suo primo ritorno in Italia»[1].

[1] GUERZONI G., _Garibaldi_, Firenze, Barbèra, 1882; I, 280.

Con tutto ciò, l'avere sdegnato le profferte di Garibaldi e il non essersi voluti servire della sua spada fu uno de' tanti errori del '48. A nome proprio e dei compagni, da Montevideo, col mezzo di monsignor Bedini, Nunzio apostolico a Rio Janeiro, egli sin dal '47 si era rivolto con queste parole a Pio IX: «Se oggi le braccia che hanno qualche uso delle armi sono accette a Sua Santità, è superfluo il dire che piú volentieri che mai noi le consacreremo al servizio di colui che fa tanto per la Patria e per la Chiesa... Non è già la puerile pretensione che il nostro braccio sia necessario, che ce lo fa offrire; sappiamo benissimo che il trono di S. Pietro riposa su basi che non possono crollare, né confermare i soccorsi umani, e che di piú il nuovo ordine di cose conta numerosi difensori, i quali saprebbero vigorosamente respingere le ingiuste aggressioni de' suoi nemici; ma poiché l'opera deve esser repartita tra i buoni, e la dura fatica data ai forti, fate a noi l'onore di contarci tra questi». Non ebbe neppure risposta! Nel giugno del '48 sbarca a Nizza, e le prime parole, che proferisce in pubblico, son queste: «Tutti quelli che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei Re; ma questo fu solo perché allora i Principi facevano il male d'Italia; ora invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna, che s'è fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare tutto il mio sangue». Da Nizza, di lí a poco, passa a Genova, e in un'adunanza del Circolo Nazionale esclama: «Io fui repubblicano, ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto campione d'Italia, io ho giurato d'ubbidirlo, e seguitare fedelmente la sua bandiera. In lui solo vidi riposta la speranza della nostra indipendenza; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo. Gli sforzi di tutti gli italiani si concentrino in lui. Fuori di lui non vi può esser salute». Tra il 3 e il 4 di luglio si presentò al Re, al quartiere generale di Roverbella; si presentò, pieno di devozione e di fede, ma non trovò ascolto! Venne allora in Toscana, e che accoglienza vi trovasse, si è veduto!

Dopo la difesa di Roma e la ritirata a S. Marino, il generale Alfonso Lamarmora conobbe Garibaldi a Genova nel settembre del '49. «Ho visitato Garibaldi», scriveva al Da Bormida: «ha bella fisionomia, un far rozzo, ma franco; sempre piú mi persuado che in buone mani se ne poteva trar partito». Sette giorni dopo tornava a scrivergli: «Garibaldi non è uomo comune; la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione: sempre piú mi persuado che si è gittato nel partito repubblicano per battersi e perché i suoi servigi erano stati rifiutati. Né lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare» [1]. La nuova guerra venne, e l'errore del '48, per fortuna d'Italia, non fu ripetuto!

[1] CHIALA L., Alfonso Lamarmora, commemorazione, Firenze, Barbèra, 1879, p.24 e sg.

VII.

Nella descrizione del viaggio di Garibaldi da Firenze a Bologna il Guerzoni è assai inesatto. «Giunto alle Filigare» (cosí scrive) «trova un inatteso intoppo. Il generale Zucchi..... posto dal Rossi a Commissario straordinario di Bologna, timoroso che Garibaldi mirasse allo Stato Pontificio coll'intenzione di agitarlo e sommuoverlo, gli aveva inviato incontro un battaglione di Svizzeri, coll'ordine preciso di sbarrargli il passo». E seguita dicendo come Garibaldi allora non vide altro espediente che quello di recarsi in persona egli stesso a Bologna, per spiegare allo Zucchi lo scopo del suo viaggio, e persuaderlo a lasciargli proseguire il cammino fino all'Adriatico. Lo Zucchi non volle in sulle prime ascoltar ragioni, e rinnovò il divieto; ma essendosi vociferata la cosa, e il popolo tumultando minacciosamente perché fosse lasciato libero il transito al famoso e già amato capitano, anche il generale pontificio stimò bene di arrendersi, e Garibaldi poté traversare, sicuro, Bologna, e arrivare non molestato a Ravenna.»

Invece la cosa andò in ben altro modo. La stessa mattina del 25 ottobre che Garibaldi arrivò a Livorno, vi giunse pure il generale Carlo Zucchi, che, a proposta di Pellegrino Rossi, era stato eletto da Pio IX ministro delle armi. Proseguí esso il suo viaggio, e appena fu a Roma entrò subito in carica; quand'ecco che il 5 novembre il Papa lo chiama in tutta fretta e gli dice: «Sono accaduti in Bologna e in Ferrara gravi disordini. Ho deliberato di mandarvi colà a vedere come realmente sono le cose e a rimettervi l'ordine». Il generale rispose: «Santo Padre, domani tosto partirò». Pio IX soggiunse: «Le cose sono troppo urgenti per ammettere dilazione di tempo: dovete partire subito». Lo Zucchi replicò: «Ebbene, entro due ore sarò in viaggio». Infatti due ore dopo partí, in compagnia del conte Ippolito Gamba, investito insieme con lui «di tutti i poteri che spettano nei casi urgenti alle podestà esecutive ed amministrative nelle Legazioni di Ferrara, di Bologna e di Ravenna e nella Delegazione d'Ancona». Arrivato a Bologna la notte dell'8, proseguí immediatamente il suo viaggio alla volta di Ferrara, non fermandosi altro che per cambiare i cavalli. In questo frattempo Garibaldi colla sua legione giunse ai confini delle terre pontificie. Un giornale bolognese d'allora, _La Dieta italiana_, scriveva: «Ieri (8 novembre) alle quattro pomeridiane partirono di qui (Bologna) 400 svizzeri comandati da un maggiore, alle volta di Pianoro, pel confine toscano. Questa partenza ha promosso una quantità di congetture, quasi tutte poco onorevoli al nostro Ministero; tutte però s'accordano nell'idea che detto movimento di truppa sia stato cagionato dal sapersi il prossimo arrivo dalla Toscana del generale Garibaldi con alquanti de' suoi legionari». _L'Alba_ di Firenze nel suo numero del 10 novembre raccontava: «Persona giunta questa sera da Bologna ci reca la notizia che il Governo Pontificio abbia ricusato l'ingresso sul suo territorio al generale Garibaldi ed alla sua legione, inviando ai confini un corpo di 400 svizzeri e dragoni per appoggio a questo divieto. L'annunzio di questa misura aveva portato del malumore in Bologna, ed il decreto relativo, affisso alle cantonate, era stato strappato e fatto a brani dal popolo. Garibaldi e la sua legione si trovano attualmente alle Filigare sul confine toscano.»