Garibaldi e Montevideo

Part 5

Chapter 53,798 wordsPublic domain

Aggiunge poi (senza dettagli sulla di lui morte) che seconda vittima fu il luogotenente colonnello Leon Berutti.

Che il colonnello Mendoza fu strangolato;

Che il maggiore Stanislas Alonzo venne ucciso a colpi di bastone;

Che il maggiore Giacinto Castillo, il capitano Martinez, e il sottotenente Luigi Lavagna furono fatti a brani;

Che il luogotenente Arismendi, pria mutilato, fu strangolato;

Che il luogotenente Acosta spogliato vivo, morì gridando: Viva la libertà;

Infine che il luogotenente Gomez fu strangolato, del paro che il sottotenente Cabrera y Carillo.

A tali enormezze si erano abbandonati gli assedianti, nella speranza, che inorriditi a simile macello i difensori di Montevideo sarebbero venuti meno all'impresa. Ma si ingannavano a partito, poichè fatti accorti che venendo alle mani di Rosas era vano lo sperar grazia, compresero la necessità di battersi sino alla morte.

Ma questi nuovi soldati ora combattendo in imboscate, o in terreni accidentati, o dietro le fortificazioni non aveano peranco provato al nemico di quanto fossero capaci in campo aperto. Il ministro della guerra prese a sciogliere questo problema.

A tale effetto, la notte del 10 marzo 1843 ei si recava con una divisione ai piedi del Cerro, e l'undici quella parte d'armata che assediava questa fortezza era completamente battuta.

Il 10 giugno 1843 e il 28 marzo 1844 le armi di Montevideo capitanate sempre dal ministro della guerra trionfavano delle forze nemiche; e in questa giornata il generale Angel Nunnez, circondato dai cadaveri di molti tra' suoi soldati, moriva sul campo di battaglia. Egli, il più prode degli officiali di Rosas, era un traditore, poichè sui primi dì dell'assedio, abbandonata l'armata orientale, erasi dato in braccio al dittatore.

In questo stesso terreno il generale Paz batteva il 26 febbraio 1844 una divisione nemica; e il 24 aprile dello stesso anno vi avea luogo tra le due armate un lungo combattimento indeciso; e finalmente il 30 settembre, 100 cavalieri di Montevideo sotto il colonnello Flores, vi battevano 500 cavalieri nemici.

Di tal modo l'infausto nome del Cerro venia mutato in quello di _campo fortunato_.

Ora nel mentre che Montevideo sentia tuttodì quasi alle porte tuonare il cannone nemico, la città porgeva agli occhi delle nazioni lo spettacolo ammirando dell'unione nel pericolo, dell'unità nella costanza. Gli uomini tutti di cuore eransi fatti attorno al governo e lo appoggiavano in ogni maniera a misura de' propri mezzi con un patriottismo, di cui forse l'istoria non ricorda un esempio secondo.

È dolce per noi il nominar qui, onde sappiano che son noti all'Europa, Francisco J. Munnoz, Andres Lamas, Manuel Herrera y Obes, Julian Alvares, Alexandro Chucarro, Luis Penna, Florencio Varela, Fermin Ferreira, Francisco Agell, Joaquin Sagra, Juan Miguel Martinez; cittadini tutti di Montevideo, che saranno cittadini del mondo in quel giorno che tutti i popoli saranno fratelli in una repubblica universale.

Lamas, allorchè Pacheco y Obes entrò al ministero, fu scelto a prefetto di Montevideo, e diè prova di una attività straordinaria e d'un patriottismo ardentissimo. Uomo di rari talenti e d'immensa istruzione, va annoverato tra' primi poeti dello Stato Orientale. Egli tenne poi il ministero delle finanze, ed ora è rappresentante della repubblica al Brasile.

Noi abbiam detto come la famiglia del colonnello Pacheco y Obes si fosse ricoverata a Montevideo, e come la stessa fortuna avessero seguito gli abitanti della campagna. Meglio di quindicimila persone eran fuggite innanzi al nemico, di nulla altro curanti che della propria salvezza. Era dunque debito del governo fin dal principiar dell'assedio soccorrere ai bisogni di tante infelici famiglie, e assicurare un pane ai poveri della città; talchè più di 27 mila persone veniano alimentate e vestite dal pubblico tesoro.

Erasi pure provvisto agli ospedali, e la famiglia del Pacheco y Obes, come abbiam detto, cedeva la propria casa a cotal fine. I letti che vi sommavano a più di mille, concessi dalle famiglie più agiate, erano segno alle cure d'una pietà che sentia di magnificenza. I farmacisti fornivano gratis i medicamenti, i medici prestavano senza compenso la loro opera, mentre le signore, organizzate in associazione di carità, vegliavano pietose al letto dell'ammalato.

Nei giorni felici di Montevideo, all'epoca delle cavalcate che noi descrivemmo, allorchè i musicali concerti si diffondeano dalle case e per le strade, le sue _tertulias_ gareggiavano in brio con quelle di Lisbona, di Madrid, di Siviglia, e i modi gentili, e la franca ospitalità degli abitanti formavano l'ammirazione degli europei, che in questa vergine terra rinvenivano il lusso e la coltura del vecchio mondo.

Ora invece durante l'assedio nei convegni serali era unica cura preparare filacce, e il conversare comune erano i combattimenti, le azioni eroiche, e i feriti del giorno.

Le grandi sciagure partoriscono le grandi virtù; e ne die' prova il dottore Fermin Ferriera, uno dei medici più distinti che vanti l'America.

Abbandonata, sui primi dì dell'assedio, la sua clientela, si consecrò al servizio degli ospedali e dei poveri. Da quel punto ei non ebbe riposo; avresti detto che questo uomo, spogliato quasi l'umana natura, non patisse difetto di cibo e di sonno. Sempre al letto dei malati e dei feriti li curava con amore di padre. Ridotto all'estremo, venduto per vivere ogni suo avere, nonchè i gioielli della moglie, parea che la miseria avvivasse il suo patriottismo. Ora chirurgo in capo dell'armata, e presidente dell'assemblea dei notabili, si trova, al paro di tutti i difensori di Montevideo, nelle maggiori strettezze.

E come se ogni cosa dovesse ritrarre l'impronta da tanto amore alla patria, l'assedio di Montevideo, epoca di stenti e miserie, ha visto nascere i più belli de' suoi stabilimenti di pubblica utilità.

Il ministro della guerra, Pacheco y Obes, fondò gli ospedali militari civili, e la casa degli invalidi, creò primo le pubbliche scuole, organizzò la società di mutuo soccorso.

Lamas, il capo politico, diè i nomi alle strade della città, e diè vita all'istituto istorico e geografico.

Herrera y Obes, ministro dell'interno, creò l'università.

Ad istanza di Bernardina Rivera, le signore eressero la società di beneficenza sotto il nome di _Società delle signore orientali_.

Anche durante l'assedio si coniò la prima moneta della Repubblica. Lamas ne ebbe il pensiero, e il ministro della guerra offerti gli argenti suoi e della famiglia e degli amici, fe' poscia appello al patriottismo del popolo che non fu sordo alla chiamata; e coll'aureo incensorio del sacerdote diè perfino lo sperone d'argento del cavaliere.

La moneta battuta a Montevideo portava queste sole parole: — _Assedio di Montevideo_.

Di tal modo la capitale della Repubblica orientale con un atto d'indipendenza individuale protestava contro gli attacchi di Rosas alla pubblica indipendenza.

Un fatto, taciuto sinora da noi, e che avrebbe dovuto aver gran peso nella nostra politica, era l'essere Montevideo una città quasi francese; poichè tra i suoi cinquantamila abitanti, ben ventimila appartenevano alla Francia. Ora costoro stretti alla popolazione per interessi di commercio e famiglia, era impossibile fossero stranieri agli eventi, e accettata la causa della patria adottiva, presero con ardore le armi alla difesa.

A tutto questo si aggiungevano le antipatie che dal 1839 erano nate tra i Francesi e i soldati di Buenos-Ayres. In allora autorizzati dal governo avean tolto le armi contro Echagüe, che poi venne da Rivera distrutto. Così, per gli antichi rancori verso i nostri compatriotti, si udiano i soldati di Rosas gridare agli avamposti di Montevideo:

«Che fanno dunque i Francesi che altre volte si armarono a vane comparse? perchè non armansi adesso che si combatte davvero?»

Malgrado tali parole la popolazione francese restò neutrale.

Ma una lieve favilla bastava ad accender gran fiamma. Essa venne dalla circolare d'Oribe, del primo aprile, in cui lagnandosi dei torbidi suscitati dagli _stranieri_, minaccia di considerarli quai selvaggi unitarii, ove non siano prudenti a nascondere le loro simpatie.

Levossi un grido di sdegno all'insolente provocazione, i Francesi corsero alle armi e s'organizzarono in legione; legione sacra, che sostenne, malgrado il governo, l'onor della Francia; legione invitta, che seppe resistere al fuoco ed alle seduzioni, e che ora spunta un'arme più terribile di quelle di Rosas, la calunnia dei giornali francesi.

La legione conta già ben sett'anni di vita; al suo nascere provvide da per sè stessa al vestito ed alle armi, nè toccò mai soldo, e lontana 3 milla leghe dalla patria, involta nella miseria oggimai a tutti comune, scalza e cenciosa, coperta di cicatrici, come la propria bandiera, va fiera della sua nudità per le vie di Montevideo, il cui abitante saluta il francese come fratello e lo venera come difensore.

E di vero, non v'ha palmo di terra nell'immensa linea di circonvallazione che difende Montevideo, che non sia bagnato di sangue francese; e sappianlo i ministri e il governo che gli ha abbandonati, più di mille de' nostri sono caduti a datar dall'origine della legione francese a questo giorno.

Il colonnello Thiébaut, antico uffiziale dell'armata imperiale, è capo di questa legione, e il colonnello Brie, già negoziante distinto, ora prode soldato, tiene il comando dei cacciatori baschi; il tenente colonnello Des Brosses, il dottore Martin de Moussy, e quasi tutti i francesi stabiliti a Montevideo ebbero parte nel formare questa legione.

Noi sappiam che a taluni è di niun prezzo l'ingiuria, di grandissimo invece la lode; noi diremo a costoro: Rosas ha versato l'oro a piene mani onde provocare la diserzione. Ebbene! da sette anni, un sol uomo ha disertato, ei si chiama Pelabert. Comandante del primo battaglione, fe' l'estremo d'ogni sua possa per trascinarlo con sè, e non ebbe al delitto che soli due complici.

Tre traditori in tremila uomini! ébberne più gli Spartani che contarono un fuggitivo sovra trecento.

Alla formazione della legione francese tenne dietro quella degli Italiani scossi alla voce di GARIBALDI, avido di avventure e di pericoli.

Un nuovo campo si apriva a lui, che già comandante della flotta nazionale, sentiasi scosso dai colpi del cannone che tuonava alla campagna; e fu visto così lo stesso giorno governare il proprio naviglio, marciare alla baionetta alla testa d'un battaglione d'infanteria, e caricare in mezzo alla cavalleria uno squadrone nemico.

Ma il sospiro d'Italia gli giungeva sull'aure del Mediterraneo, e allora tutto cessò per lui; solo un sacro dovere poteva rimuoverlo dal compire un sì nobile sacrifizio.

A canto di GARIBALDI brilla un nome illustre nella legione italiana. È quello di Francesco Anzani, uomo di sommo coraggio e di severi costumi da paragonarsi agli antichi. Mai non fu visto in Montevideo che in mezzo a' soldati, vestito come essi, dividendo i loro cibi, sognando la libertà di Italia, combattendo per quella del Nuovo-Mondo. La libertà era la speranza, il sospiro della sua vita.

Quando nel 1847 GARIBALDI lasciò Montevideo, con un centinaio de' suoi legionarii per venire a combattere in Italia, Anzani gravemente infermo volle a ogni costo imbarcarsi, e moriva tre giorni dopo il suo arrivo in Italia, pensando all'indipendenza della patria, per cui GARIBALDI allora dovea combattere inutilmente, tenendo l'occhio però a quell'avvenire che oggi finalmente si è maturato.

Capitolo Quinto

L'ordine degli avvenimenti ci ha per poco allontanati dall'armata di Rivera, che lasciata Montevideo, non era rimasta inoperosa.

Il nemico, forte di 6,000 fanti e 900 cavalieri, avea messo l'assedio alla città; sulle traccie di Rivera erasi spedito il resto delle sue forze. Allora ebbe principio una lotta ammirabile, dovendo Rivera co' suoi talenti, colla conoscenza de' luoghi, col coraggio de' suoi soldati, forte appena di 5,000 cavalieri, tenere a bada un nemico che contava 6,000 uomini di cavalleria, un battaglione di fanti, ed una batteria di cannoni.

Ma per colmo di sventura la marcia di Rivera si facea di giorno in giorno più faticosa e più grave, essendochè i paesani impediti di rifugiarsi a Montevideo, traevano a lui numerosi, facendo così del suo piccolo esercito una tribù, che negli ultimi tempi contava da ben quattrocento carri ingombri di donne e fanciulli, oltre un numero maggiore di fuggitivi, che privi dei mezzi di trasporto tenean dietro all'armata a piedi o cavallo.

Come una tal gente inabile alta guerra, d'inciampo negli accampamenti, di ritardo nelle marcie, li esponesse a un totale esterminio, era noto a Rivera e a' suoi soldati, che nullameno fedeli a un tal dovere, durarono nella lotta due anni in cui sempre battuti, non vinti, rendeano le vittorie del nemico peggiori d'una sconfitta.

Venne infine Rivera completamente battuto nella funesta giornata di Paso de la Paloma; tali però erano i mezzi di quest'uomo, tale era l'aura popolare che lo circondava, tanto insomma l'amor della patria che infiammava gli orientali tutti, che la vittoria di Solis gli rese quel prestigio ch'egli aveva per un tratto perduto.

Ma Urquisa alla testa di 4,000 uomini venne a trar d'impaccio il nemico, e sconfisse Rivera a Malbajar ed a Aréquita, il quale ad onta di tali rovesci, volle il 28 marzo 1845 nelle pianure d'India-Muerta presentar la battaglia ad Urquisa.

Le forze erano eguali d'entrambe le parti. Avanti di venire alle mani, il generale Rivera comandò che i carri che trasportavano le donne e i fanciulli si avvicinassero alle frontiere del Brasile, per guadagnarle nel caso d'una sconfitta. Si perdè la battaglia, e fu così salva questa errante tribù, insieme a una parte dell'esercito stesso.

Da quel giorno famiglie ed esercito hanno stanza in Rio-Grande; nè le reiterate promesse di Rosas ebbero peranco il potere di far loro traversar la frontiera che li divide dalla patria. Tanto è l'odio inspirato da Rosas, che al suo dominio preferiscono l'esilio e la miseria.

L'armata della campagna, distrutta alla battaglia d'India-Muerta, avea fatto più del dovere, lasciando sul campo i tre quarti delle sue forze. Questi gloriosi combattimenti vennero illustrati dal sangue di tanti martiri, e l'istoria del popolo orientale ricorderà con amore i nomi d'Aguar, di Silva, di Cuadra, di Blanco e di Luna che primi tra' capitani di quest'armata caddero per la indipendenza della patria. E la storia fedele dirà pure che i disastri toccati non vanno attribuiti alla truppa od a' capi, sibbene al solo generale Rivera, che mai volle organizzar militarmente le sue forze, ed a uomini disciplinati fece una guerra non di soldato, ma d'avventuriere.

Dopo la battaglia d'India-Muerta, allorchè il resto dell'esercito passò la frontiera di Rio-Grande, un solo tra i capi, cui la morte in patria era certa, sdegnò trar la vita in esilio. Egli era il tenente colonnello Brigido Silveira. Con una mano di prodi decisi a morire con lui volle continuare la lotta, e ritiratosi nel distretto di Maldonado[16] traendo partito dal terreno ineguale, cominciò una guerra d'imboscate, e di attacchi notturni, cui il nemico non si attendeva.

Da quel punto non vi fu distaccamento dell'armata di Oribe, non vi fu avanguardia che si avventurasse alla campagna, che non venisse attaccata da questi infaticabili soldati cui era nota ogni sua mossa. Quando poi infuriava la tempesta, Brigido Silveira, cogliendo il destro dal cozzar degli elementi, si cacciava persino tra le tende nemiche a levare il suo grido di guerra.

Indarno Oribe a dar la caccia a questi prodi spingeva tremila de' suoi cavalieri ora stretti in un corpo, ora divisi a drappelli. Due lunghi anni durarono a sterminarli, non però d'un sol colpo, ma quando dal primo all'ultimo caddero tutti, solo Brigido Silvera miracolosamente sorvisse, ed ebbe modo di rientrare in Montevideo, ove vive tuttora.

La battaglia di Balbajar, anteriore a quella d'India-Muerta, avea luogo nel gennajo del 1844. Un pugno di cinquecento uomini, sfuggiti al disastro, concepito il progetto di aprirsi una strada sino a Montevideo, giunse inatteso dietro le linee dell'assedio, le ruppe, e sui cadaveri nemici entrò trionfante nella fortezza del Cerro.

Alla testa di questi prodi erano i colonnelli Flores ed Estibao, che presentatisi al governo colle spade alla mano ancor tinte di sangue, «l'armata, dissero, della campagna è battuta, e noi, incerti se potrà rialzarsi, siam venuti a dividere la sorte dei difensori di Montevideo.»

E per vero fu provvidenziale un tale rinforzo, poichè la guarnigione scemata ogni giorno non poteva rimettersi, mentre il nemico tenea da Buenos-Ayres sempre nuovi aiuti di truppe.

Diffatti le file dei difensori di Montevideo erano diradate di molto, sommando a più di tremila i soldati che erano caduti, coi colonnelli Sosa, Torres, Neira e buon dato d'altri capi e ufficiali.

Sosa, che ben a ragione può dirsi l'Ettore della nuova Troia, era un di quegli uomini per cui non esistono pericoli di sorta. Al pari di Nelson, potea chiedere, non a dodici, ma a trenta anni: che cosa è la paura? Lo avresti detto disceso dagli antichi Titani, nulla essendovi per lui d'impossibile.

Fu visto un giorno con soli quattordici cavalieri attaccare ben cento Baschi spagnuoli e metterli in fuga.

Fu visto altra volta in mezzo a quattordici cavalieri che gli erano sopra, certi di farlo prigione, aprirsi strada una uccidendone due, e ritornare al corpo onde era stato disgiunto.

Un altro giorno che aveasi a fronte un distaccamento nemico, il capo di Sosa avendo esternato il desiderio di alcuni schiarimenti che solo potea dare un prigioniero, Sosa cacciatosi sopra il nemico, afferrò il primo uomo che gli venne fatto di raggiungere, e messolo a traverso sul cavallo lo presentò a lui dicendo:

«Ecco, mio colonnello, ciò che voi avete richiesto.»

Così parea che la morte rispettasse quest'uomo che seco lei avea tanta dimestichezza.

Diffatti un giorno uno dei più prodi uffiziali dell'armata nemica incontratosi con Sosa nel caldo della mischia, appunta contro di lui la sua pistola e fa fuoco. Ma il colpo non parte, ed egli invece cadde trafitto da Sosa.

Conversando una volta con cinque de' suoi soldati presso d'un bosco di frutti, diè in un agguato che gli tese il nemico nel bosco vicino. I suoi cinque soldati cadono a terra dai colpi di fucile tratti a un quarto di tiro, solo Sosa rimase illeso. Egli allora invece di darsi alla fuga o battere in ritirata, si caccia nel bosco, e cinque minuti dopo ne sorte sano e salvo colla spada insanguinata.

Le prodezze di Sosa erano il soggetto del conversare d'ogni brigata in città, come del pari egli era il terrore del nemico.

Perciò il giorno 8 febbraio 1844, fu giorno di lutto per Montevideo. Essendo egli in tal dì agli avamposti, fu colpito come Turenne e come Brunswick da una palla di cannone; ma non cadde com'essi da cavallo, quantunque per la ferita perdesse quasi tutte le viscere. Scese a terra dicendo a' suoi soldati: «Io credo d'esser ferito.» Ma fatto accorto che non solo era ferito, ma ferito a morte; _Amici_, diss'egli, _io mi muoio, ma voi, voi restate a difendere e salvare la patria_.

La nuova ne giunse alla città quasi portata dal colpo di cannone che avealo ferito. Il ministro fu a vedere il morente, la cui faccia era appena suffusa d'un leggiero pallore. Al vederlo, sollevatosi alquanto, gli stese la mano, e gli diè conto dell'operato con una sì tranquilla serenità da non parere toccasse al suo fine. Ascoltavalo il ministro a capo chino, come quei che in Sosa perdeva non solo un de' più prodi capitani dell'esercito, sibbene uno de' suoi più teneri amici.

La voce di Sosa venne meno d'un tratto. Egli era morto. L'armata tutta vestì il lutto, non per comando, ma per potente bisogno del cuore; essendochè a ciascuno parea colla sua morte aver perduto un fratello o un amico.

A tanta virtù era poca la riconoscenza degli uomini, onde il governo non fe' che emanare il seguente decreto:

MINISTERO DI GUERRA E MARINA.

Montevideo, 10 febbraio 1844.

Il governo non dee ricompense a quei che combattono per la patria; essi non fanno che il debito loro; ma deve alla gloria nazionale l'onorare i nobili fatti a pro della Repubblica, eternando la memoria dei valorosi, e circondandoli della riconoscenza generale, che è la più bella corona dell'eroe.

Per tale motivo, memore che il colonnello Marcellino Sosa, morto il giorno 8 di questo mese, ha consacrato con eroica abnegazione tutta la sua vita al servizio della patria; ch'ei fu in guerra primo tra i prodi, in pace cittadino integerrimo; che in ogni tempo bene meritò della patria;

Il governo ha deciso e decreta:

Art. 1. Il primo reggimento di cavalleria della guardia nazionale prenderà in avvenire il nome di _reggimento Sosa_, e porterà queste parole nella sua bandiera: _Marcellino Sosa, prode tra i prodi. La patria lo perdè l'8 febbraio 1844_.

Art. 2. Non si provvederà mai al grado di colonnello di questo reggimento, in cui Marcellino Sosa figurerà come colonnello effettivo, dovendo la di lui famiglia toccare gli appuntamenti cui egli ha diritto, ed ove questa non li riceva in uniformità della legge del 12 marzo 1829, saranno devoluti alla casa degli invalidi dell'armata.

Art. 3. . . . . . . . .

Art. 4. Quando l'esercito che assedia la capitale sarà distrutto, la spoglia di Sosa sarà recata al luogo in cui fu ferito, e s'innalzerà alle spese del tesoro un monumento semplice che porti il suo nome, il giorno della sua morte e le sue estreme parole:

_Compagni, salvate la Patria!_

_Firmato_; SUAREZ; PACHECO Y OBES.

Il ministro della guerra disse le lodi del gran cittadino. Involto della bandiera del suo squadrone, Sosa fu chiuso nella tomba della famiglia Pacheco y Obes. Tra coloro che ne portarono la salma al sepolcro, era il colonnello Tajes, che dall'armata è ora tenuto in quel pregio che prima Sosa.

Sosa era un bell'uomo grande, robusto, eccellente cavaliere, d'una generosità eguale al coraggio. Cavalcava di solito un superbo cavallo nero, la cui bardatura era tutta d'argento. Nell'ora poi della pugna, si spogliava dell'uniforme, e rimboccate le maniche, impugnata la spada o la lancia lo avresti detto un eroe d'Omero, od un paladino del secolo di Carlomagno.

Così era egli circondato da degni e prodi soldati, avvegnachè ogni giorno dell'assedio di Montevideo sia una pagina di gloria per i capi degli assediati.

Ieri, era il colonnello Munnoz che con un pugno di ottanta uomini attaccava una posizione fortificata e 400 soldati i quali devono la libertà ai rinforzi sopraggiunti.

Oggi è il colonnello Solsona che con un battaglione resiste a tutta l'ala dritta nemica. Tra coloro che combattono sotto i suoi ordini, sono i tre suoi fratelli; l'uno de' quali, il capitano Miguel, ferito alla testa da un colpo di fucile cade per terra; ma rialzatosi afferra uno schioppo, e continua a battersi, quasi non fosse caduto che per raccogliere un'arma.

Domani, Lezica e Batlle che al Pantanoso con soli 300 soldati resistono a cinque battaglioni nemici.

Quindi il maggior Carro che con trenta dragoni attaccando trecento nemici, resta con vent'otto de' suoi sul campo di battaglia.

Poscia il colonnello Tajes che alla testa di ottanta uomini distrugge il secondo reggimento di Rosas; e il colonnello Vilagran, che nell'età di sessantacinque anni, alla testa di pochi cavalieri carica ogni giorno il nemico, sempre in numero quattro volte maggiore. Onde può dirsi a ragione che Montevideo sarebbe salva, se a tanto avesse bastato l'abnegazione e il coraggio.

Nel giugno del 1844, il generale Paz, chiamato al comando delle armi di Corrientes, lasciò Montevideo. Allora il colonnello Pacheco y Obes unitamente al ministero della guerra prese il comando delle truppe e giunse a dominare il nemico che in due brillanti fatti d'arme ei batteva.