Garibaldi e Montevideo

Part 4

Chapter 43,720 wordsPublic domain

GARIBALDI è un uomo sui 40 anni, di mezzana statura abbastanza proporzionata, con lunghi capelli biondi, occhi cilestri, e col naso, la fronte ed il mento greco; può dirsi tipo di vera bellezza. Porta lunga la barba; il suo vestire ordinario è una _redingota_ stretta al corpo ed abbottonata senza alcun'insegna militare. Le sue mosse sono preziose, la sua voce armonica, somiglia ad un canto. Nello stato normale di vita sembra piuttosto un uomo di calcolo che d'immaginazione; ma se intende le parole d'indipendenza e d'Italia, allora egli si scuote come un vulcano, getta fiamme e spande la sua lava. Giammai fu visto, se non nella pugna, indossare armi; venuto il momento, snudata la spada che prima gli viene alle mani, ne getta il fodero e si caccia contro il nemico.

Nel 1842 fu nominato comandante della flottiglia; egli sostenne poco dopo nel Paranà un combattimento accanito contro forze superiori tre volte alle sue, ma veduta di poi l'impossibilità di resistere, fece naufragare, noi non diremo le sue navi, ma le sue barche, appiccandovi fuoco; e ritirandosi alla testa del suo equipaggio sul territorio della repubblica presentossi uno dei primi per la difesa di Montevideo.

Il ministro della guerra Pacheco y Obes, comprese il proscritto. Questi due uomini non ebbero che a vedersi per intendersi e strinsero fin dal primo abboccamento una di quelle amicizie assai rare nell'epoca attuale.

Montevideo, stretta d'assedio dalla parte di terra, venne pure bloccata dalla flottiglia di Rosas. Il ministro della guerra volle allora organizzare sul mare una resistenza eguale a quella che egli aveva improvvisata per terra, e benchè la Repubblica non disponesse che di piccoli bastimenti, aiutato da GARIBALDI, egli venne a capo di realizzare il suo progetto. Prima ancora di due mesi quattro piccoli bastimenti, portanti la bandiera orientale, prendevano il mare e combattevano le forze marittime di Rosas, comandate da Brown. Questi quattro bastimenti dovevano portare i nomi di Suarez, Munnoz, Vasquez e Pacheco y Obes; ma Pacheco cangiò il nome del suo legno in quello di _Libertà_. I due più forti tra questi, che erano quelli di _Suarez_ e _Libertà_, portavano ciascheduno due cannoni, gli altri due non ne avevano che un solo. Allora si vide il singolare spettacolo d'una lotta nella quale 60 marinai, 4 barche e 6 pezzi di cannone andavano ad attaccare 4 bastimenti con 100 pezzi di grosso calibro e più di 1000 uomini d'equipaggio. GARIBALDI n'era comandante, e la sua voce ben conosciuta al nemico tuonava, nella pugna, comandando la morte, assai più forte de' propri cannoni.

Ora, a chi fosse vago di conoscere quale soldo ricevesse in premio della sua vita esposta tutti i giorni, quest'uomo che i giornali francesi hanno chiamato un _Condottiero_, e che fummo lieti di trovare a Roma perchè egli dasse colla sua eroica difesa il ridicolo a questa spedizione, noi lo diremo.

Nel 1843, Don Francisco Agell, uno tra i più rispettabili negozianti di Montevideo, s'indirizzava al colonnello Pacheco y Obes per dargli contezza che nella casa di GARIBALDI, nella casa del capo della legione italiana, del comandante della flotta nazionale, dell'uomo sempre pronto a versare il proprio sangue per Montevideo, in quella casa non s'accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato — _unica cosa sulla quale contava GARIBALDI per vivere colla sua famiglia_ — non erano comprese le candele. Il ministro della guerra mandò per mezzo del suo aiutante di campo, José Maria Torres, cento _patacconi_ (500 franchi) a GARIBALDI; ma egli, presa solo la metà della somma, restituì l'altra onde fosse recata ad una vedova ch'egli indicava e che, a suo parere, versava in maggiori strettezze.

Cinquanta patacconi (250 franchi) ecco l'unica somma che GARIBALDI ha ricevuto dalla repubblica nel corso dei tre anni che la difese[13].

Come parte di bottino, spettavagli un giorno la somma di mille patacconi, cioè 5,000 franchi. Il ministro delle finanze, fatto invito a GARIBALDI di toccar quella somma, ebbe alla sua lettera d'avviso tale una risposta, che stimò opportuno ragguagliarne il suo collega, il ministro della guerra. Allora Pacheco y Obes, come amico di GARIBALDI, s'incaricò di chiamarlo a sè onde capacitarlo. Venuto a lui GARIBALDI, col suo cappello bianco rasato, i suoi stivali in pezzi, ad informarsi di ciò che volesse il ministro; appena sentì di ciò che era questione, poco mancò non si stizzisse col suo amico quasi gli fosse stato straniero; e a lui che instava togliesse quella somma almeno per la legione italiana, GARIBALDI rispose: «La legione non pensa diversamente da me, tenete ciò per i poveri della città[14].»

Egli conosceva a fondo i generosi esuli che aveva sotto i suoi ordini, perchè nel medesimo anno il generale Rivera avendogli fatto dono di parecchie leghe di terreno e di qualche migliaia d'armenti, ricevuti a capo del suo stato-maggiore i titoli di proprietà dal colonnello Don Augusto Pozolo, e interrogata cogli occhi tutta la sua legione, li stracciò dicendo: «La legione italiana dà la sua vita a Montevideo, ma essa non la scambia con terre e bestiami; ella dà il suo sangue in cambio d'ospitalità e perchè Montevideo combatte per la sua libertà.»

Nel 1844 un'orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta a bordo della quale stavano parecchie famiglie, tra le quali quella dei sigg. Carril che andava a Rio-Grande; la goletta stava affidata ad una sola áncora avendo perdute le altre; informato del pericolo GARIBALDI si getta in una barca con sei de' suoi marinai, porta seco un'altra áncora, e la goletta è salvata.

L'8 febbraio 1846 il generale GARIBALDI, alla testa di 200 Italiani, viene attorniato da 1,200 uomini di Rosas comandati dal generale Servando Gomez, fra i quali sono 400 d'infanteria. Che farà GARIBALDI? Forse ciò che avrebbe fatto il più coraggioso in tale frangente, mettersi in luogo a meglio secondar la difesa? No certo. GARIBALDI e i suoi 200 legionarii attaccano i 1,200 soldati di Rosas, e dopo cinque ore di combattimento accanito, l'infanteria è distrutta, la cavalleria demoralizzata si ritira dal combattimento, e GARIBALDI resta padrone del campo di battaglia.

Sempre il primo al combattimento, GARIBALDI lo era egualmente a raddolcire i mali che portava la guerra. Se talvolta compariva nelle sale del ministero, era per chiedere la grazia d'un cospiratore, o soccorsi a qualche infelice; ed all'opera di GARIBALDI, Don Miguel Molina y Haedo, condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita nel 1844. A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi di Rosas, e lo rilascia in libertà con tutti i suoi compagni fatti con lui prigionieri. A Ytapevy mette in fuga il colonnello Lavalleja, la cui famiglia resta in suo potere; egli forma a questa famiglia una scorta composta di prigionieri stessi e la rinvia al colonnello Lavalleja con una lettera tutta cortesia e generosità.

Noi lo ripetiamo ancora una volta, in tutto il tempo che GARIBALDI fu a Montevideo, egli visse, in un colla sua famiglia, nella più estrema povertà. Egli non ebbe mai abiti diversi da quei del soldato, e molte volte i suoi amici si appigliarono a sutterfugii onde sostituire a' suoi laceri panni, un nuovo vestito. Scrivete a Montevideo, signori pubblicisti, che avete trattato GARIBALDI da condottiero e d'avventuriero, scrivete agli uomini del governo, scrivete ai negozianti, scrivete alle persone del popolo, e voi sentirete che mai un uomo fu più universalmente stimato ed onorato di GARIBALDI in questa repubblica di cui voi repubblicani predicate l'abbandono. Ma è vero che il governo che ha abbandonato la causa dell'Alemagna per il re Guglielmo, l'Austria e l'Italia per l'Imperatore Francesco, Napoli e la Sicilia per il re Ferdinando, questo stesso governo ci può ben predicare l'abbandono di Montevideo e l'alleanza di Rosas. Ma ponete un istante Garibaldi l'uomo che egli calunnia in faccia a Rosas che egli esalta, e giudicate.

Ora che per noi si è detto alcun che del primo, l'ordine vuole si vegga ciò che facesse allo stesso tempo il secondo.

Noi leggiamo negli stessi rapporti fatti a Rosas dai suoi officiali ed agenti; nè ci dimentichiamo queste _tavole di sangue_, pubblicate dall'America del Sud e sulle quali, come una madre addolorata del presente ed una dea vendicatrice dell'avvenire, ella ha registrato diecimila assassinii.

Il generale Don Mariano Acha, che serve nell'armata nemica a Rosas, difendeva San-Juan, ma il 22 agosto del 1841 è costretto ad arrendersi dopo 48 ore di resistenza; Don Josè Santos Ramirez, officiale di Rosas, trasmette allora al governatore di San-Juan il rapporto officiale di quell'avvenimento. Si trova in esso questa frase scritta testuale: — _Tutto è in nostro potere, ma col perdono e colla garanzia per tutti i prigionieri, tra loro si trova un figlio di La Madrid._ — Pubblicisti dell'Eliseo, prendete il N. 3067 del _Diario de la Tarde_[15] di Buenos-Ayres, del 22 ottobre 1841, ed a comparazione del rapporto officiale di José Santo Ramirez, che dichiara il perdono e la garanzia della vita a tutti i prigionieri, voi potrete scrivere dall'altro lato questo paragrafo.

«Desaguadero, 22 settembre 1841.

»Il preteso selvaggio unitario, Mariano Acha è stato decapitato ieri, e la sua testa esposta agli sguardi del pubblico.

»_Firmato_ ANGELO PACHECO.»

Quest'Angelo Pacheco è un cugino del generale Pacheco y Obes, ma che segue, come si vede, una strada differente da quello. Voi avete letto sul rapporto di Santos Ramirez anche la frase: _tra loro_, cioè fra i prigionieri, _v'ha un figlio di La Madrid_. Ebbene aprite la _Gaceta Mercantile_, N. 5703, del 21 aprile 1842 e vi troverete questa lettera scritta da Nazaro Benavidès a don Juan Manuel Rosas:

«Mira florès, in marcia, 7 luglio 1842.

«Nei miei dispacci precedenti io vi ho detto i motivi per i quali io riteneva il selvaggio Ciriaco La Madrid (figlio del Peloso); ma sapendo che quest'ultimo s'è indirizzato a parecchi capi della provincia per trascinarli alla defezione, _io ho fatto, al mio arrivo a Rioja, decapitare il primo come pure il selvaggio unitario, Manuel-Julian Frias_, nativo di Santiago.

» _Segnato_: NAZARO BENAVIDèS.»

Il generale Don Manuel Oribe, colui che gli organi di Rosas chiamano l'_illustre_, il _virtuoso_ Oribe, ha comandato per qualche tempo le armate di Rosas, incaricato di sottomettere le Provincie argentine. Una delle sue divisioni disfece, il 15 aprile 1842, sul territorio di Santa-Fè, le forze comandate dal generale Juan Pablo Lopez. Nel numero dei prigionieri si trovò il generale Don Apostol Martinez. Leggete il bullettino del fatto d'arme, pubblicato a Mendoza, questo bullettino contiene una lettera segnata dall'illustre e virtuoso Oribe; essa è indirizzata al generale Aldao governatore della provincia:

«Dal quartier generale delle Barrancas de Coronda, il 17 aprile 1848.

» ...... Trenta e tanti morti e parecchi prigionieri, fra i quali il preteso generale selvaggio Juan Apostol Martinez, _al quale è stata tagliata ieri la testa_, ecco il risultato di questo fatto onorevole per le nostre armi federali. Io mi congratulo con voi di questo glorioso successo e mi dico vostro servitore devoto

»M. ORIBE.»

Già che abbiamo nelle mani questa _Gaceta Mercantile_, apriamo il N. 5903, alla data del 20 settembre 1842, e noi vi troveremo un rapporto officiale di Manuel-Antonio Saravia, impiegato nell'armata d'Oribe. Questo rapporto contiene una lista di diciassette individui, fra i quali un capo battaglione ed un capitano che _furono fatti prigionieri a Numayan e subirono il castigo ordinario della_ PENA DI MORTE.

Giacchè parliamo dell'_illustre_ e _virtuoso_ Oribe, ci sosterremo alquanto; noi troviamo il suo nome nel N. 3067 del Diario de la Tarde del 22 ottobre 1841 in occasione della battaglia di _Monte-Grande_, di cui egli ha fatto il rapporto; in questa relazione officiale si leggono le linee seguenti:

«Quartier generale al Ceibal, 14 settembre 1841.

»Fra i prigionieri s'è trovato il traditore selvaggio unitario ex-colonello Facundo Borda, _che fu giustiziato sull'istante medesimo_ unitamente ad altri sedicenti officiali tanto di cavalleria che d'infanteria.

»M. ORIBE.»

Un traditore dà nelle mani di Oribe il governatore di Tucuman ed i suoi officiali: ed egli, l'_illustre_, il _virtuoso_ dà quella nuova a Rosas in questi termini:

«Quartier generale di Metan, 3 ottobre 1841.

»I selvaggi unitarii che mi ha consegnato il comandante Sandeval, e che sono: Marcos, M. Avellaneda preteso governatore di Tucuman, colonnello J. M. Vilela, capitano José Espejo ed il luogotenente in primo, Leonardo Sosa, sono stati sul momento giustiziati, nella forma ordinaria, ad eccezione d'Avellaneda, cui ho ordinato di _tagliare il capo_ per essere esposto agli sguardi del pubblico sulla piazza di Tucuman.

»M. ORIBE.»

Ma Oribe non è il solo luogotenente di Rosas che sia incaricato delle esecuzioni del dittatore, vi è pure un certo Maza che gli organi di Rosas si sono dimenticati di qualificare l'illustre ed il virtuoso, e che non per tanto merita questo doppio titolo, come si può vedere in questa lettera inserita nel numero 5483 della _Gaceta_, in data del 6 dicembre 1841.

«Catamarca, il 29 del mese di _Rosas_ 1841.

_A Sua Eccellenza il sig. Governatore D. Cl. A. Arredondo._

»Dopo oltre due ore di fuoco, e dopo avere passato a fil di spada tutta la fanteria, anche la cavalleria è stata messa alla sua volta in rotta, ed il capo solo fuggì per il Cerro d'Ambaste con trenta uomini; presentemente lo si insegue, e la sua testa sarà bentosto sulla piazza pubblica, come vi sono già quelle dei pretesi ministri Gonzales y Dulce, e d'Espeche.

»_Firmato_ M. MAZA.»

»Viva la federazione!»

_Lista nominativa dei selvaggi unitarii sedicenti capi ed officiali, che sono stati giustiziati dopo il fatto del 29._

«Colonnello: Vincente Mercao.

»Comandanti: Modesto Villafane, Juan Pedro Ponce, Damosio Arias, Manuel Lopez, Pedro Rodriguez.

»Capi di battaglione: Manuel Rico, Santiago de La Cruz, Josè Fernandes.

»Capitani: Juan de Dios Ponce, José Salas, Pedro Araujo, Isidoro Ponce, Pedro Barros.

»Aiutanti: Damasio Sarmiento, Eugenio Novillo, Francisco Quinteros, Daniel Rodriguez.

»Luogotenente: Domingo Diaz.

«_Firmato_ M. MAZA.»

E giacchè siamo a Maza, continuiamo, dopo verremo a Rosas.

«Catamarca, 4 novembre 1841.

»Vi ho già scritto che qui noi abbiamo messo in rotta completa il selvaggio unitario Cubas, che era inseguito e che noi avremmo avuto presto la testa del bandito.

»Infatti è stato preso, al Cerro di Ambaste, nel proprio letto; di conseguenza la testa del detto brigante Cubas è esposta sulla piazza pubblica di questa città.

»_Dopo il fatto._ Si sono presi diciannove officiali che seguivano Cubas. Non fu loro dato quartiere; il trionfo è stato completo, neppur uno c'è sfuggito.

»_Firmato_ A. MAZA.»

Guardiamo di volo nel Boletin de Mendoza, n. 12, una frase scritta in una lettera diretta dal campo di battaglia d'Arroyo-Grande e indirizzata al governatore Aldao dal colonnello D. Geronimo Costa.

«Noi abbiamo fatti prigionieri più di cento cinquanta capi ed officiali, che furono giustiziati sull'istante.»

Ho promesso di parlare di Rosas; debbo tener parola.

Quando il colonnello Zelallaran fu ucciso, si portò la sua testa a Rosas; questi passò tre o quattro ore a rotolarsela fra i piedi e sputarvi sopra. Sa che un altro colonnello, compagno d'arme di quello, è prigioniero, pensa subito di farlo fucilare, ma poi cambia di parere, in luogo della morte lo condanna alla tortura e comanda che il prigioniero per tre giorni resti due ore a guardare quella testa mozza posta sopra d'un tavolo.

Nel 1833, Rosas faceva fucilare in mezzo alla piazza San-Nicolas una parte dei prigionieri dell'armata del general Paz. Fra quelli si trovava il colonnello Videla, antico governatore di Saint-Louis. Al momento del supplizio il figlio del condannato gli si getta fra le braccia; separateli, dice Rosas; ma il ragazzo si afferra a suo padre; allora, fucilateli tutti e due, dice Rosas; ed il padre ed il figlio cadono morti stretti nelle braccia l'uno dell'altro.

Nel 1834, Rosas fece condurre su di una piazza di Buenos-Ayres ottanta indiani prigioni, ed in pieno giorno, su quella piazza, davanti a tutti, li fece scannare a colpi di baionetta.

Camilla O'Gorman, giovane di diciott'anni, d'una delle prime famiglie di Buenos-Ayres, viene sedotta da un prete di ventiquattr'anni. Lasciano tutti e due Buenos-Ayres rifugiandosi in un piccolo villaggio di Corrientes, nel quale, dicendosi maritati, aprono una specie di scuola. Corrientes cade in potere di Rosas; il giovane vien riconosciuto da un prete e denunciato a Rosas colla sua compagna; ambidue sono ricondotti a Buenos-Ayres, dove senza nessun giudicio, Rosas ordina che sieno fucilati.

— Ma dite a Rosas che Camilla O' Gorman è incinta di otto mesi.

— Battezzate la pancia, risponde Rosas, se volete salvare l'anima di quel fanciullo; e battezzato il ventre, Camilla O' Gorman viene fucilata: tre palle attraversano i bracci dell'infelice madre che per un movimento naturale, ella aveva stesi per proteggere suo figlio.

Ora, come avvenne che la diplomazia si fece nemica di GARIBALDI, e amica di Rosas? Egli è che l'Inghilterra una volta imponeva a tutti la sua volontà.

Capo Quarto

Tornando ora a Montevideo, da cui ci allontanarono un poco Achille e Tersite, abbiam già detto, come il 3 febbraio 1843 non vi fosse denaro, nè viveri, nè depositi, nè materiali di guerra. In quel giorno il ministro della guerra chiedeva a quel delle finanze quali fossero le risorse onde organizzar la difesa, e ne avea per tutta risposta, potersi reggere a stento sino al ventesimo giorno.

— E quanto tempo resistettero gli Spagnuoli nel primo assedio? gli chiedeva di nuovo.

— Ventitrè mesi, rispose il ministro delle finanze, ed erano in migliore situazione di noi.

— Ebbene, noi terremo per ventiquattro, disse Pacheco y Obes; vergogna a noi, se ciò che fecero gli stranieri per la tirannide non lo potremo noi a difesa della libertà.

Montevideo resiste da ben sett'anni!

Egli è però vero che il primo decreto del ministro della guerra diceva:

— La patria è in pericolo! —

— Il sangue e l'oro dei cittadini appartiene alla patria. —

— Chi ricuserà alla patria il suo oro o il suo sangue, sarà punito di morte. —

Benchè le molli abitudini di Montevideo fossero d'inciampo a tali misure, e che gli individuali interessi levassero alta la voce, pure tutti i cittadini, niuno eccettuato, ebbero a contribuire col loro sangue e denaro. E primo il ministro della guerra ne fe' l'applicazione sulla propria famiglia. L'armata nemica era alle porte di Montevideo, e mancava tuttora una ambulanza ai futuri feriti delle battaglie future.

Il colonnello Pacheco y Obes, visitando la famiglia, che fuggita la campagna, avea riparato in città, s'accorse che l'edifizio occupato per essa, si prestava ad ospitale; e chiamate a sè le sorelle, annunzia loro la necessità di abbandonare la casa.

— Ma la nostra madre ammalata sarà senza tetto!

— Oh! s'aprirà una porta in Montevideo ad ospitare la madre del ministro della guerra.

Diffatti la madre e le due sorelle fuggitive sono raccolte, e l'armata assediata ha un ospedale.

Due giovani cugini germani del ministro, ed uno tra' suoi teneri amici che volevano sotto l'egida dell'amicizia e del sangue eludere il decreto, sono per ordine del ministro strappati alle loro case e condotti all'armata.

La famiglia del generale Rivera, presidente della Repubblica orientale, aveasi, in onta alla legge, riservato due schiavi, tenendosi sicura all'ombra del potere e del nome. Ma il colonnello Pacheco y Obes recatosi in persona dal generale Rivera, affrancati i due schiavi, li fe' soldati.

Don Luis Baëna, negoziante tra' primi della città, convinto di tener pratiche col nemico, viene secondo la legge condannato dal tribunal militare alla fucilazione. Allora i commercianti stranieri convenuti per impetrarne la grazia, conoscendo le strettezze del pubblico tesoro, offrono in riscatto la somma di L. 300,000 a vestire l'armata. Proclivi al perdono erano gli altri membri del governo, solo il colonnello Pacheco reclamando l'applicazion della legge:

— Se la vita d'un uomo potesse riscattarsi coll'oro, diss'egli, l'erario per quanto povero riscatterebbe quella di Baëna, ma la vita d'un traditore non si riscatta mai. E Baëna vien fucilato.

Di tal modo procedea la difesa tanto dal lato morale, se così è lecito esprimersi, che dal fisico.

In allora Montevideo non avea che una linea di fortificazioni appena tracciata, difesa da soli cinque cannoni. Antichi pezzi d'artiglieria, che per essere inutili, serviano a riparo delle strade, furono estratti; e collocati sui carri, e improvvisata una fonderia, e una fabbrica di polvere, la linea delle fortificazioni in poco d'ora ridotta a termine, potè ricevere cento cannoni; molti de' quali però nel mietere largamente le vite dell'inimico, erano talvolta fatali agli artiglieri che ne aveano il governo.

A datare dal 16 febbraio fu d'uopo mettere in campo questa armata di giovani coscritti, in cui vedevi confuso il ricco signore al povero operaio, l'uomo di lettere allo schiavo restituito alla libertà, a fronte d'un esercito di veterani superbi degli antichi trionfi e forti del terrore che la loro barbarie incuteva. E pure tale prodigio ebbe a compirsi, poichè reggevali in guerra il generale Paz; alla cui lunga esperienza, e sommi talenti, e nobile patriottismo, era dato ottenere insperati successi.

Nè dal suo canto venia meno l'opera del ministro della guerra, che co' suoi forti partiti, colle sue infuocate parole, e colla fede immensa nell'onor nazionale, aveva trasfuso nell'armata uno slancio potente. Di tal modo l'esercito severamente disciplinato alle scaramuccie, alle fazioni, ai combattimenti d'ogni giorno, divenne in breve un pugno d'eroi. E noi diciamo ogni giorno, e ci giova ripeterlo perchè difficile a credersi, sì, ogni giorno si veniva alle mani, e la città ogni giorno si intratteneva, come Troia, d'un eroico fatto de' suoi difensori, o d'una barbara azione de' suoi nemici. Così la difesa traea nuovo vigore dal doppio fomite dell'entusiasmo e dell'odio.

Delle crudeltà dell'armata assediante, necessità vuole che per noi si tenga ancora parola, perchè incredibili, e perchè sappia l'Europa a quali uomini è riservata l'America del Sud, se sventuratamente Montevideo, ultimo propugnacolo della civiltà, fia che cada nelle lor mani.

Giammai dagli assedianti fu graziato del capo un sol prigioniero, e felice colui che moriva senza torture.

Si svolga per poco la storia dell'assedio di Montevideo; e si legga alla pagina 101 la dichiarazione di Pedro Toses capitano nell'armata d'Oribe, fatta davanti la polizia di Montevideo.

Egli dichiara:

Non ricordare il numero dei prigionieri fatti dalle truppe di Rosas alla battaglia de l'Arroyo-Grande; sapere bensì, perchè testimonio oculare, che fu mozzato il capo a cinquecento cinquantasei uomini. «Si conduceano le vittime a venti a venti, nude, colle mani legate: ed ogni drappello tenea dietro uno strangolatore. Giunti sul luogo destinato al supplizio i prigionieri, fattili ad uno ad uno inginocchiare, loro si squarciava la gola.»

Tanto si facea per il comune dei martiri, ma gli officiali superiori otteneano terribili distinzioni.

Pedro Toses asserisce aver visto mettere a morte il colonnello Hinestrosa; spogliato degli abiti, fu da prima mutilato. Un tale supplizio era sino a' dì nostri solo retaggio degli Abissinj. Mozzategli poi le orecchie, gli venne a pezzi strappata la carne, finchè il suo corpo non fu che una piaga: allora i soldati del battaglione di Rincon lo stremarono a colpi di baionetta, e per farne dono al lor capo ne trasser la pelle.